Aperta la XXVI Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto nel nome di Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira decapitato dall’Isis. E sabato “instant movie” di Alberto Castellani con il ricordo personale di Asaad in un’intervista del 2004

All'archeologo Khaled Asaad, decapitato dall'Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico

All’archeologo Khaled Asaad, decapitato dall’Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico

La XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, dal 6 al 10 ottobre 2015, nel nome di Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira “la cui morte e sacrificio – ricorda Dario Di Blasi, direttore della rassegna – hanno dimostrato che la cultura non può coesistere con la guerra e che al tempo stesso è la premessa necessaria per la pace”. Ma non è tutto. Sabato 10 ottobre, durante la serata delle premiazioni dei film in concorso, ci sarà un omaggio ad Asaad con un “instant movie” del regista veneziano Alberto Castellani, che dieci anni fa aveva avuto l’onore di intervistarlo. Era il 18 agosto 2015 quando Khaled al-Asaad è stato ucciso a Palmira dopo aver difeso fino all’ultimo dalla furia dell’Is il sito archeologico, patrimonio dell’Unesco, decapitato dai jihadisti per non aver rivelato il nascondiglio di alcuni inestimabili reperti romani. E ora una petizione tutta italiana sulla piattaforma Change.org chiede la candidatura postuma al Nobel per la Pace di Khaled Asaad. A lanciare l’appello, sottoscritto finora da oltre 12500 utenti in soli 4 giorni, è Anna Murmura, che nella lettera indirizzata al Comitato per i Nobel e alle Accademie di Archeologia e Cultura classica ha chiesto che “l’anno prossimo in febbraio venga proposta la candidatura al Nobel per la pace alla memoria per Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira morto per difendere i nostri beni culturali dalle onde barbariche e la cultura classica a cui dobbiamo molto. Difendere la cultura – conclude – vuol dire difendere la pace, la guerra e l’odio nascono dall’ignoranza. Khaled Asaad è un eroe di cui il mondo ha parlato e parla poco. Onore al grande archeologo e al grande uomo”. La petizione è stata sottoscritta anche da Di Blasi. “Ho firmato l’appello che mi è arrivato dal Perù tramite facebook da Giuseppe Orefici, archeologo italiano in sud-america,  per assegnare il premio Nobel per la pace a Khaled Asaad. I social network possono essere utili”.

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Brilla sulla XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto la medaglia assegnata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recapitata alla Fondazione Museo Civico di Rovereto alla vigilia della rassegna consacrata quest’anno al dibattito, quanto mai attuale, sul passato e sul presente della culla della civiltà. Il programma cinematografico e di conversazioni della XXVI edizione della Rassegna non si discosta da questo intento e offre un menu ricchissimo di quasi cento film e una decina d’incontri con protagonisti della ricerca archeologica, con la collaborazione preziosa del Centro Studi Ligabue e del Documentary & Experimental Film Center di Tehran che organizza annualmente una delle più importanti manifestazioni di documentari internazionali, ovvero Cinema Veritè. Novità di quest’anno, l’introduzione di una menzione speciale assegnata da un gruppo di Archeoblogger e l’assegnazione del premio speciale Cinem.A.Mo.Re (la Rassegna che promuove Religion Today Filmfestival, Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico e Trento Film Festival). Tra gli appuntamenti in cartellone, Di Blasi ricorda quelli del paesaggio preistorico delle nostre Dolomiti, l’Avventura dei primi uomini in Australia, i misteriosi obelischi in territorio curdo in Turchia, l’eccitante ricerca di un importante personaggio della corte di Hat-shep-sut, primo faraone donna, la ricostruzione della storia della Nike di Samotracia, la principale icona del Louvre parigino, la riscoperta della Verona romana nel suo impianto urbano e la ricostruzione grafica della sua complessa stratificazione archeologica, la storia e anche l’etnografia di tanti siti e luoghi dell’Iran attuale e dell’antica Persia, le splendide immagini di un vero e proprio museo all’aria aperta come quello del territorio del Mustang tibetano, robot sottomarini per scoprire antichi naufragi là dove l’uomo non potrà arrivare, la meravigliosa arte dei tappeti di Bijar e Tabriz, la scoperta dei popoli che abitarono Angkor e che forse ne furono gli artefici, un intrigo nella Bibbia che ci fa sospettare un Gesù sposato, un viaggio nelle varie forme di scrittura nell’antico Egitto, e ancora la provocazione: l’Iliade e l’Odissea possono aver avuto origine nei miti baltici e non in quelli mediterranei? Quanti misteri, quante scoperte e purtroppo quanta barbarie contro l’uomo e le tante sue realizzazioni e culture come in Iraq e in Siria. Quanta leggerezza, dimenticanza e disattenzione verso popoli che stanno per scomparire come i pigmei Babinga o i cavernicoli Tau’t Bato delle Filippine documentati da Giancarlo Ligabue. Partecipiamo quindi per combattere l’ignoranza, l’intolleranza e la barbarie, per la cultura e per la pace in ricordo di Khaled Asaad trucidato a Palmira per difendere l’uomo e la civiltà”.

Il tempio romano di Baalshimin a Palmira prima della distruzione

Il tempio romano di Baalshimin a Palmira prima della distruzione

E così arriviamo alla serata finale con il ricordo di Khaled Asaad nelle immagini che Alberto Castellani ha recuperato nei suoi archivi, tra ricordi ed emozioni di quell’incontro e di quella visita speciale di Palmira. “Il mio film – spiega Castellani – è un saluto di addio a un uomo di 82 anni che, presago dello scempio del Califfato Islamico, era riuscito a nascondere negli ultimi mesi in un luogo sicuro centinaia di statue. Prima che gli uomini della morte conquistassero la “sposa del deserto” e ne trucidassero il suo più fedele custode”. L’incontro con Asaad risale al 2004. “Si stavano levando i primi raggi del sole – ricorda il regista veneziano – quando Palmira ci apparve all’improvviso giù a valle in tutta la sua estensione. L’incontro con il professor Asaad era fissato per il primo pomeriggio: quindi avevamo tutto il tempo per ammirarla in quella magica versione di luce”. La visita alle rovine non era vincolata da orari . Il tempio di Baal invece era aperto dalle 8 alle 13 e dalle 16 alle 19 con qualche riduzione in certi periodi dell’anno, in particolare durante il Ramadan. All’interno del museo era vietato fumare e toccare gli oggetti. “Ed è qui che il prof Khaled Asaad è stato ucciso dopo il tramonto con un coltello, davanti alla folla, dopo un mese di prigionia nelle mani degli estremisti dell’Isis”.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell’Isis

“Il destino di Palmira – ci raccontò il coraggioso direttore del sito Unesco – è quello di proporci testimonianze lungo un periodo di civiltà lungo più di 300 anni. Un autentico faro di civiltà nel contesto del mondo di allora. La sua arte non è però un miscuglio tra occidente ed oriente, una imitazione, per quanto raffinata. L’arte palmirena propone una rielaborazione che introduce ad uno stile assolutamente originale, personale. Un’arte in grado di affermare una identità locale, nel più vasto contesto del mondo orientale. Nell’accommiatarci gli proponemmo alcune immagini da noi girate a Maloula il piccolo villaggio cristiano della Siria che insieme ad altri due paesi vicini, è il luogo in cui viene ancora parlata la lingua aramaica, quella di Gesù. Asaad non ebbe alcuna esitazione. Ci mostrò una lapide e cominciò a leggere ad alta voce. Quel suono antico non lo ho mai dimenticato”. Poi, accomiatandosi, il professore invitò il regista e tutta la troupe a visitare il tempio di Baal, abbastanza vicino. “Ricordo allora di aver goduto, assieme ai miei compagni, di un privilegio inatteso: quello di essere gli unici visitatori. E di provare quasi una ebbrezza nel non condividere con nessuno i propilei, il recinto sacro, il portico, l’ampio cortile interno del tempio. Impossibile allora immaginare – conclude Castellani – che dieci anni più tardi una vampata di fuoco, fumo e polvere avrebbe distrutto quel tempio”.

Sei mesi di apertura e già un record frantumato per il Nuovo museo Egizio di Torino: oltre mezzo milione di visitatori affascinati dalla civiltà dei faraoni, in un percorso di oltre 4mila anni di storia dal predinastico al periodo romano

La Galleria dei Re nel museo Egizio di Torino quasi alla fine del percorso espositivo

La Galleria dei Re nel museo Egizio di Torino quasi alla fine del percorso espositivo

Il 1° ottobre il “nuovo” museo Egizio ha tagliato il traguardo dei sei mesi dall’inaugurazione con un record già frantumato: il mezzo milione di visitatori toccato lo scorso 9 settembre. Un record di presenze per la collezione torinese che segna un incremento del 40% in più rispetto all’anno precedente. Per festeggiare questo importante risultato la presidente, Evelina Christillin e il direttore, Christian Greco hanno riservato un’accoglienza speciale al fortunato visitatore numero 500.000, salutato da un biglietto formato extralarge e premiato con un Abbonamento Musei che consentirà al premiato di entrare gratuitamente all’Egizio e in tutti i Musei di Torino e del Piemonte per tutto il 2015. “Raggiungere i 500.000 visitatori in pochi mesi dall’apertura”, sottolinea soddisfatta Christillin, “è la conferma di quanto investire nella cultura, e credere in un progetto importante come è stato quello del Nuovo Egizio, sia una scelta vincente. Siamo ancora più soddisfatti poiché questo risultato si inscrive in una politica museale nazionale che sempre più ha scelto di credere e investire nella cultura e nella valorizzazione del nostro patrimonio. È il pubblico con la sua presenza sempre più numerosa ad aver premiato il museo Egizio e oggi noi restituiamo simbolicamente l’affetto dimostratoci omaggiando un nostro visitatore di uno speciale abbonamento”. Anche il direttore Christian Greco si dice “soddisfatto per questo importante traguardo e ancor più contento che il visitatore premiato sia un piccolo appassionato della storia egizia. Il museo ha da sempre una particolare attenzione verso il suo pubblico più giovane e la conferma arriva dal grande interesse che Massimo dimostra verso le nostre collezioni. Accanto al grande risultato di pubblico continua senza sosta il dietro le quinte del museo: lo staff scientifico lavora a pieno ritmo su importanti progetti di ricerca che vedono il museo Egizio proiettato in una dimensione sempre più internazionale”.

Il giovanissimo Massimo Morato tra il direttore Greco e la presidente Christillin

Il giovanissimo Massimo Morato tra il direttore Greco e la presidente Christillin

Il "percorso nilotico" che accompagna il visitatore all'inizio del viaggio nell'Antico Egitto

Il “percorso nilotico” che accompagna il visitatore all’inizio del viaggio nell’Antico Egitto

Il fortunato visitatore è Massimo Morato: nove anni e una grande passione per l’Egitto. Massimo ha trovato nelle rinnovate sale del museo il luogo ideale per soddisfare le sue curiosità e lasciarsi affascinare dagli oltre 3000 oggetti esposti che –  attraverso un percorso cronologico che dal 4000 a.C. arriva sino al 700 d.C. – illuminano la civiltà egizia e regalano al visitatore un affascinante viaggio nel tempo. E allora ripercorriamo velocemente le sale del Nuovo Egizio. Quattro piani per attraversare oltre quattromila anni di storia dell’antico Egitto. Il percorso museale è stato realizzato sul progetto scientifico elaborato dal direttore, Christian Greco e da otto curatori con differenti specializzazioni. La duplice natura delle collezioni torinesi, in parte antiquarie e in parte archeologiche, è raccontata dalle sale sulla storia del museo, che apre la visita dai sotterranei, e risponde alla frequente domanda: perché un museo egizio a Torino? Quindi attraverso alcune rampe di scale mobili che accompagnano il percorso del fiume Nilo, dalle sorgenti al delta, realizzato sulla parete da Dante Ferretti, si sale al terzo piano da dove inizia la visita vera e propria. Il percorso è in discesa: dal predinastico al periodo romano, attraverso l’Antico Regno, il Medio Regno, il Nuovo Regno, i periodi intermedi e quello ellenistico. Al secondo piano è stata allestita la Galleria dei Sarcofagi che ospita alcuni dei più bei sarcofagi del Terzo periodo intermedio e dell’epoca tarda (1100-600 a.C.) molti dei quali restaurati al Centro di restauro della Venaria Reale con il contributo de Gli Scarabei, associazione dei sostenitori del museo. L’allestimento, moderno e con ampi spazi, si avvale anche di tecnologia avanzata. Ci sono infatti ricostruzioni virtuali di alcuni contesti archeologici realizzate nell’ambito della collaborazione scientifica tra museo egizio e Istituto Ibam del Cnr. I visitatori possono così vivere l’esperienza della scoperta grazie a video 3D che, basandosi su preziosi documenti di scavo e fotografie d’epoca, ridanno vita alla tomba di Kha, alla tomba di Nefertari e alla cappella di Maia, tutte e tre scoperte da Ernesto Schiapparelli, tra i primi direttori di questo museo, agli inizi del ‘900. Le videoguide sono disponibili in sei lingue e i testi in sala sono tradotti non solo in inglese, ma anche in arabo per sottolineare lo stretto legame con la terra da cui le collezioni dell’Egizio provengono.

Le palafitte diventano patrimonio dell’Unesco: a Verona la mostra “PALAFITTE. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro” celebra i siti dell’arco alpino e studia l’alimentazione nell’età del Bronzo (II millennio a.C.)

Un archeosub sul sito di una palafitta sui fondali del lago di Garda

Un archeosub sul sito di una palafitta sui fondali del lago di Garda

 

Il logo Unesco dei siti palafitticoli dell'arco alpino

Il logo Unesco dei siti palafitticoli dell’arco alpino

Sono per lo più invisibili, sepolte nei depositi torbosi di antichi laghetti o corsi fluviali, o sommerse lungo le coste degli specchi d’acqua: sono le palafitte dell’arco alpino, che offrono una visione unica della vita nei primi villaggi agricoli. Ma proprio per la loro peculiarità l’Unesco ha inserito le palafitte nel Patrimonio culturale dell’umanità: “momenti fondamentali per capire l’evoluzione delle comunità umane tra il Neolitico e l’età del Bronzo”. Grazie all’abbondante ricchezza di ritrovamenti le palafitte offrono un’immagine precisa e dettagliata di questi periodi preistorici in Europa, dove si sviluppa l’agricoltura, permettendo di fornire dettagli della vita quotidiana, delle pratiche agricole, dell’allevamento di animali e delle innovazioni tecnologiche. Inoltre la dendrocronologia (metodo di datazione che misura gli anelli di crescita degli alberi) permette di datare con precisione le strutture in legno (pali) che compongono le case dei villaggi e che possono raccontare l’evoluzione dell’occupazione dello spazio in intervalli cronologici anche molto lunghi. Questi siti palafitticoli sono la miglior fonte di informazione archeologica a nostra disposizione oggigiorno per approfondire le culture e le popolazioni preistoriche.

Il manifesto della mostra di Verona "Palafitte. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro"

Il manifesto della mostra di Verona “Palafitte. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro”

Mappa delle aree nell'arco alpino con siti palafitticoli

Mappa delle aree nell’arco alpino con siti palafitticoli

Proprio per far conoscere questi nuovi siti Unesco e al contempo rendere omaggio al tema di Expo 2015, il 2 ottobre 2015 apre a Verona, al museo civico di Storia naturale (dove rimarrà aperta fino al 10 aprile 2016) la mostra ideata e curata da Federica Gonzato, Claudia Mangani e Nicoletta Martinelli, e dedicata all’alimentazione nell’età del Bronzo (II millennio a.C.): “PALAFITTE. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro”, promossa dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, in collaborazione con le associazioni culturali Il Genio Italiano, Adige Nostro e il Comune di Verona col Museo Civico di Storia Naturale, e con il patrocinio di EXPO – Milano 2015. Scoperte a partire da un secolo e mezzo fa, le palafitte alpine hanno permesso agli specialisti di ricostruire la vita nelle società di agricoltori e allevatori degli ultimi cinque millenni prima di Cristo; hanno contributo ad approfondire il rapporto tra i popoli di cacciatori e raccoglitori della preistoria e le prime grandi civiltà europee. Fra gli oltre 1000 insediamenti conosciuti, 111 (distribuiti fra sei nazioni: Francia, Germania, Italia, Svizzera, Austria e Slovenia) sono stati selezionati per far parte del sito seriale transnazionale Unesco denominato “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”. Fra questi, quattro siti si trovano in Veneto: due nella zona di Peschiera del Garda, cioè Belvedere e Frassino; uno nella Bassa veronese, a Tombola di Cerea; e l’ultimo nel Padovano: Laghetto della Costa, vicino ad Arquà Petrarca.

Una coppa con ansa cornuta dell'Età del Bronzo esposta nella mostra di Verona

Una coppa con ansa cornuta dell’Età del Bronzo esposta nella mostra di Verona

La mostra di Verona racconta, attraverso i reperti provenienti dai quattro siti Unesco e da altre palafitte scoperte in Veneto e Lombardia, gli aspetti più significativi del grande tema dell’alimentazione, dalle conoscenze agropastorali alle produzioni degli ingredienti, dalla preparazione dei cibi alla loro conservazione, con particolare attenzione anche ai prodotti secondari. Al visitatore è proposto un percorso che illustra, grazie ai dati scientifici provenienti dalle più aggiornate ricerche e all’osservazione diretta dei reperti esposti, cosa e come mangiavano i nostri antenati palafitticoli. Proprio le particolari condizioni di giacitura in ambiente umido di questi villaggi, infatti, ha permesso la conservazione anche delle materie organiche che hanno fornito agli studiosi molti dati. In mostra sarà così possibile osservare la spiga dal sito del Belvedere di Peschiera del Garda o il panino combusto da Lazise-La Quercia.

Il modellino di un villaggio palafitticolo dell'età del Bronzo

Il modellino di un villaggio palafitticolo dell’età del Bronzo

“Numerosi reperti”, spiegano le curatrici, “sono esposti al pubblico per la prima volta. Segnaliamo in particolare gli oggetti provenienti dal contesto del laghetto del Frassino. Non a caso, proprio un vaso dalla palafitta di Frassino, unico nella sua foggia con quattro versatoi verticali, è stato scelto come “simbolo” della mostra”. Obiettivo della mostra è far conoscere un particolare aspetto della preistoria delle regioni alpine, quando le capanne venivano realizzate su impalcati lignei in ambienti umidi. La mostra è anche occasione per esporre reperti solitamente conservati nei depositi della soprintendenza Archeologia-Nucleo Operativo di Verona, del museo civico di Storia naturale di Verona, del museo Archeologico nazionale Atestino e di alcuni musei civici: Legnago, Cavaion Veronese, Castelnuovo Bariano. “Valorizziamo il patrimonio archeologico, con un’idonea azione didattica a supporto: pannelli con testi originali e immagini aprono finestre di approfondimento immediate e di facile lettura per ogni pubblico”.

Tramonto al museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto romano magrone)

Tramonto al museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto romano magrone)

La mostra si articola in due sezioni. Nella prima c’è la presentazione del sito seriale transnazionale Unesco “Siti palafitticoli preistorici dell’Arco alpino”: un’alternanza di pannelli e vetrine sui siti Unesco e alcuni siti palafitticoli del Veneto. Nella seconda, l’alimentazione all’epoca delle palafitte. Introduzione alle strategie di sussistenza alimentare, con un focus particolare su agricoltura, caccia, pesca, allevamento, cottura e conservazione dei cibi, oltre alla lavorazione delle materiale prime fornite da queste attività primarie.

“La valle dell’Omo, patrimonio dell’Umanità, rischia di scomparire”: il regista Lucio Rosa, al ritorno dall’Etiopia, lancia l’appello-denuncia. A Rovereto sarà uno dei protagonisti della rassegna internazionale del cinema archeologico

I popoli Karo della valle dell'Omo in Etiopia rischiano di scomparire

I popoli Karo della valle dell’Omo in Etiopia rischiano di scomparire (foto Lucio Rosa)

“La valle dell’Omo rischia di scomparire con tutte le sue preziose testimonianze sull’origine dell’uomo: intervenga chi può prima che sia troppo tardi”. L’appello-Sos-denuncia è stato lanciato da Lucio Rosa, il regista veneziano, bolzanino d’adozione, all’indomani dal suo rientro dall’Etiopia senza aver avuto la possibilità di girare il film “Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/15/non-si-fara-il-film-sulle-tribu-della-valle-dellomo-il-regista-lucio-rosa-costretto-a-rinunciare-per-le-richieste-esose-delle-autorita-di-etiopia-restano-i-riconoscimenti-pluripremiato/ ) che poteva rappresentare una ultima testimonianza della cultura originaria di questi gruppi tribali come i Karo, Mursi, Hamer, Dassench che sono destinati a scomparire e ne ha portato le prove.

La valle dell'Omo, in Etiopia, con la posizione dei gruppi tribali autoctoni

La valle dell’Omo, in Etiopia, con la posizione dei gruppi tribali autoctoni

La valle dell’Omo prende il nome dal fiume Omo Bottego che nasce nell’altopiano etiopico e dopo 760 km sfocia nel lago Turkana, coprendo un dislivello di duemila metri. L’intero bacino dell’Omo Bottego ha una notevole importanza sia archeologica che geologica: qui sono stati trovati numerosi fossili di ominidi, del genere australopithecus e homo, insieme a utensili di quarzite risalenti a circa 2,4 milioni di anni fa. Per questo nel 1980 la valle dell’Omo è stata inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Ma questo non sembra fermare la mano distruttrice dell’uomo.

Donna con bambino in un villaggio Karo nell'ottobre 2014: la vita scorre normale (foto Lucio Rosa)

Donna con bambino in un villaggio Karo nell’ottobre 2014: la vita scorre normale (foto Lucio Rosa)

Lo stesso villaggio Karo nel luglio 2015 sembra un villaggio fantasma (foto Lucio Rosa)

Lo stesso villaggio Karo nel luglio 2015 sembra un villaggio fantasma (foto Lucio Rosa)

Ecco la testimonianza di Lucio Rosa: “L’ho verificato sul campo. Un villaggio dei Karo che ho visitato nello scorso ottobre, cioè neanche un anno fa, e che era un villaggio vivo, posto al di sopra di un’ansa dell’Omo, praticamente non esiste quasi più a parte qualche  persona che si “trucca” per accontentare il turista di passaggio (non certo un viaggiatore che é cosa diversa), pronto ad immortalare con una foto da mostrare agli amici, la sua “avventura”. Guardate le due foto di un villaggio dei Karo: la prima l’ho scatta nell’ottobre 2014: si può vedere ancora una lussureggiante foresta. La seconda riprende lo stesso villaggio ma nel luglio 2015: ai piedi del villaggio dei Karo, posto su un’altura tra le anse del fiume Omo, si vede l’area disboscata per far spazio a piantagioni di cotone, una concessione data ai turchi”.

Disboscamento selvaggio della Valle dell'Omo in Etiopia per far posto a coltivazioni intensive che alterano l'eco-equilibrio dell'area (foto Lucio Rosa)

Disboscamento selvaggio della Valle dell’Omo in Etiopia per far posto a coltivazioni intensive che alterano l’eco-equilibrio dell’area (foto Lucio Rosa)

La denuncia di Rosa, tra amarezza e sconforto, per lui che “ha l’Africa nel cuore”, è circostanziata: “In un’altra immagine di un villaggio Karo si vede ancora la foresta sottostante abbattuta sostituita da sterminati campi per il cotone. L’Etiopia sta cambiando. Investitori turchi, finlandesi, olandesi e provenienti da mezzo mondo ottengono dal governo ampie concessioni dove produrre ogni cosa, fiori in enormi chilometriche serre, cotone, canna da zucchero, ecc. ecc. Tutto questo crea malcontento tra i gruppi tribali, e le autorità temono che, in un futuro non lontano, si possano verificare anche atti di ribellione, a iniziare tra i Mursi, i più deboli. Ora sembra tutto abbastanza tranquillo. Ma il governo, molto debole,  teme che un eventuale film potrebbe essere controproducente. Di certo, se avessi accettato di pagare l’esosa tassa per le riprese, mi avrebbero assegnato un funzionario, naturalmente a mio carico, che mi avrebbe accompagnato durante tutto il periodo delle riprese: questo puoi filmare e questo no, come ai tempi di Menghistu, tempi che conosco molto bene perché ero in Etiopia per realizzare film e servizi per la Rai. La mia era una illusione a cui, con enorme rammarico, ho dovuto rinunciare”.

Il regista Lucio Rosa

Il regista Lucio Rosa

Rosa a Rovereto. Per gli appassionati e per quanti ne vogliono sapere di più, o comunque desidero conoscere dal vivo l’esperienza di Lucio Rosa in Etiopia, possono incontrare il regista a Rovereto alla XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico, dal 6 al 10 ottobre 2015. Sarà proprio un film di Lucio Rosa, “Babinga, piccoli uomini della foresta” (1987) sui pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, superstiti testimoni di epoche antichissime, immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria, a introdurre, sabato 10 ottobre, la serata finale della XXVI rassegna prima della cerimonia di premiazione dei film vincenti e segnalati del XII concorso Premio Paolo Orsi, quest’anno sul tema “Grandi civiltà: le nostre origini”.

Una giornata in Polesine, tra Adria e Loreo, alla scoperta della Mansio Fossis: stazione di sosta sulla via Popilia lungo un ramo del delta del Po

Il manifesto dell'iniziativa "Mansio Fossis, la villa e la sua darsena", che si articola tra Adria e Loreo

Il manifesto dell’iniziativa “Mansio Fossis, la villa e la sua darsena”, che si articola tra Adria e Loreo

Due giornate a tu per tu con gli abitanti di un’antica villa romana, stazione di posta e sosta nel delta padano. In occasione della 657ma Fiera di San Michele, organizzata dal Comune di Loreo in collaborazione con la Pro Loco, la soprintendenza Archeologia del Veneto domenica 27 settembre 2015 propone “Mansio Fossis e la sua darsena”, un’iniziativa di valorizzazione del patrimonio archeologico loredano articolata in due appuntamenti (ma si può partecipare anche a uno solo dei due eventi), a cura della direzione del museo Archeologico nazionale di Adria in collaborazione con l’associazione culturale Studio D e Natalì Rosestolato. Un’occasione per conoscere, attraverso le testimonianze archeologiche, il paesaggio dell’antico delta padano e la quotidianità di una stazione di sosta lungo un’importante arteria stradale romana, la via Popilia, trascorrendo un piacevole pomeriggio a contatto con la storia, l’ambiente e la cultura del Delta.

L'area archeologica di San Basilio, vicino ad Ariano Polesine: i reperti sono ad Adria

L’area archeologica di San Basilio, vicino ad Ariano Polesine: i reperti sono ad Adria

Si inizia alle 15.30 al museo Archeologico nazionale di Adria con la visita guidata (compresa nel prezzo del biglietto) alla sezione romana, con particolare attenzione ai siti della fascia costiera (corte Cavanella di Loreo e San Basilio di Ariano Polesine) che hanno restituito importanti evidenze archeologiche tra età imperiale e tardo antico. San Basilio è una piccola località a una ventina di chilometri a sud-est di Adria, nell’Isola di Ariano, tra il Po di Venezia e il Po di Goro, così denominata dalla chiesetta medioevale edificata su una delle alte dune che nell’antichità segnavano la linea di costa. Qui sotto i campi, i frutteti e i pioppeti sono stati trovati importanti resti archeologici risalenti a diverse età a conferma della posizione strategica nell’area deltizia. “Tra il VI e il V sec. a.C.”, spiegano gli archeologi, “fiorì un insediamento commerciale ed artigianale frequentato da Etruschi, Greci e Veneti, collocato in una posizione strategica a ridosso della costa e presso la foce di un ramo del Po. Nel II sec. a.C., quando i Romani iniziarono il loro processo di conquista del Nord-Est d’Italia, qui venne fatto transitare un fondamentale asse viario, la strada costruita dal console Publio Popillio Lenate e fu collocata una stazione di posta, la mansio Hadriani. Intorno sorsero ville e, forse, un villaggio. Nel I sec.d.C. da qui si dipartiva una nuova strada diretta verso Nord, affiancata da un canale per la navigazione interna. Alla fine dell’Impero romano si costituì qui uno dei più antichi centri battesimali cristiani della zona”.

Lo scavo della Mansio Fossis, villa romana, a Cofrte Cavanella di Loreo

Lo scavo della Mansio Fossis, villa romana, a Cofrte Cavanella di Loreo

Il sito archeologico di Corte Cavanella si trova vicino a Loreo, il “portum Laureti” dei veneziani: qui è stata rinvenuta un insediamento rustico di età romana che comprendeva una parte residenziale e una ampia darsena per il ricovero delle barche. La grande villa romana doveva sorgere su una barena sopraelevata, all’interno di uno specchio lagunare, presso un canale che la metteva in comunicazione con il mare. La particolare posizione costrinse i romani a perfezionare le tecniche di costruzione, consolidando il terreno, e consentendo una lunga durata della struttura, dall’inizio del I sec. d.C. all’inizio del V sec. d.C. La villa divenne presto un punto strategico di snodi commerciali sia marittimo-fluviali che terrestri. Gli archeologi la identificano con la Mansio Fossis citata dagli itinerari antichi, una stazione di sosta lungo la prosecuzione della via Popilia verso nord. L’antica Mansio Fossis era composta di un edificio abbastanza grande, una specie d’albergo per dormire, una stalla per il ricovero dei cavalli e dei buoi, un altro locale adibito a cucina e mensa, e una piccola darsena con relativa tettoia per il riparo delle barche. Fossis è a ridosso di uno dei tanti piccoli canali che vanno ad immettersi in un canale naturale più grosso, che non è l’Adige ma il Fossiones, uno dei tanti rami del Po che formavano allora il delta del fiume. Nei pressi doveva essere in funzione una piccola fornace visti i ritrovamenti di scarti d’anfore, lucerne ed altri oggetti, recuperati negli scavi iniziati negli anni ottanta e ormai conclusi. Gli scavi hanno portato alla luce prima una palificata verticale che molto probabilmente serviva a proteggere la stazione di sosta dalle mareggiate e dall’azione del vento, poi un sistema idraulico che consentiva l’ingresso dell’acqua in una canaletta di legno lunga 25 metri che confluiva a sua volta in un vascone in mattoni destinato probabilmente all’allevamento delle aragoste, delle quali i romani erano particolarmente ghiotti.

Gli spazi dedicati alla Mansio Fossis nell'Antiquarium di Loreo

Gli spazi dedicati alla Mansio Fossis nell’Antiquarium di Loreo

La Torre civica, sede dell'Antiquarium di Loreo

La Torre civica, sede dell’Antiquarium di Loreo

Conclusa la visita del museo Archeologico nazionale di Adria ci si trasferisce (con mezzi propri) a Loreo dove c’è l’Antiquarium, allestito nel 2004 nella Torre civica del Comune, per valorizzare la cultura e le tradizioni storico-artistiche dell’area del Delta del Po, creando un polo di attrazione turistica. Alle 17.30, all’Antiquarium di Loreo (ingresso e visita guidata gratuiti) la soprintendenza propone “Sapori d’altri tempi”: un viaggio tra le abitudini alimentari dei Romani. Dall’archeologia alla tavola degli antichi romani, raccontata attraverso i reperti conservati presso l’Antiquarium, preziosa testimonianza della vivace realtà del delta padano fin da epoca antica. I reperti contenuti all’interno delle tre vetrine consistono perlopiù in vasellame da cucina (olle a fondo convesso in ceramica comune del II sec. d.C.), oggetti di lusso (frammenti di colli e fondi di hydriai in vetro, un ago e spilloni in osso lavorato), vasellame da mensa (coppette e piatti in ceramica sigillata norditalica e boccali in ceramica a pareti sottili) e oggetti d’arredo della villa (lucerne di tipo “Firmalampen”).

Roma: fori imperiali “senza barriere”. Sabato 26 prima visita guidata per disabili dal foro di Traiano al foro di Nerva

Fori imperiali senza barriere: il nuovo ascensore che permette l'accesso ai disabili

Fori imperiali senza barriere: il nuovo ascensore che permette l’accesso ai disabili

Gradini, passaggi sconnessi, soglie improvvise: la visita di un sito archeologico è spesso impegnativa. Ma per un disabile quasi sempre impossibile. Ma da sabato 26 settembre 2015 potrebbe esserci una svolta “storica”: i fori imperiali di Roma – quindi non un sito secondario – accessibili ai disabili con la prima visita guidata “senza barriere”: grazie a un ascensore, collocato all’altezza della Colonna di Traiano, che apre la via a 550 metri di percorso attrezzato. Sabato 26 settembre, alle 10, proprio dalla Colonna di Traiano, partirà il primo gruppo di visitatori dei Fori Imperiali, per i quali l’antica Roma era rimasta finora preclusa dalle barriere architettoniche. L’area attrezzata permetterà di visitare il Foro di Traiano, il Foro di Cesare e in parte il Foro di Nerva. Si entrerà dal Foro di Traiano, all’altezza della grandiosa Colonna istoriata che racconta le vittoriose imprese contro i Daci dell’imperatore Traiano e, attraverso un passaggio sottostante Via dei Fori Imperiali, ricavato nelle cantine dello storico quartiere alessandrino, si raggiungerà il Foro di Cesare. Da qui potranno essere ammirati i resti monumentali del Foro di Nerva. Una “full immersion” in un secolo e mezzo di storia, a partire dal 46 a.C., con il Foro di Cesare, primo tra i Fori Imperiali, che finirà per costituire il modello di riferimento per i successivi Fori della Città Eterna e delle altre città nelle province dell’Impero, al II sec. d.C., con il Foro di Traiano, ultimo e più grandioso tra gli altri complessi monumentali forensi.

La visita "senza barriere" ai fori imperiali di Roma parte dalla zona della colonna Traiana

La visita “senza barriere” ai fori imperiali di Roma parte dalla zona della colonna Traiana

“Siamo al lavoro da tempo”, assicura l’assessore alla Cultura e allo Sport di Roma, Giovanna Marinelli, “per rendere sempre più accessibili i nostri luoghi. Questa iniziativa di sabato è stata resa possibile grazie all’impegno già profuso dalla nostra amministrazione nella realizzazione degli spettacoli di Piero Angela e Paco Lanciano nei Fori, per i quali sono state realizzate delle strutture appositamente predisposte per l’accesso a tutti. Sabato 26 sarà sicuramente un’esperienza unica e mi auguro che questi eventi siano sempre più frequenti. La storia di questa città e la grande bellezza che ci circonda sono patrimonio universale che non deve conoscere barriere”.

Un disabile testa il percorso senza barriere nell'area dei Fori Imperiali a Roma

Un disabile testa il percorso senza barriere nell’area dei Fori Imperiali a Roma

“Non è la prima volta”, interviene il soprintendente capitolino Claudio Parisi Presicce, “che raccontiamo ad adulti e bambini diversamente abili la storia dell’antica Roma, ma è la prima volta che possono finalmente entrare fisicamente nella storia. Valorizzazione e fruibilità: queste le parole chiave cui si ispirano tutte le proposte dei funzionari della soprintendenza capitolina. In particolare per questa iniziativa si coniugano due importanti progetti: l’ideazione e la realizzazione di una passerella all’interno dei Fori Imperiali e il Programma Garanzia Giovani”. La visita sarà infatti guidata dal team di giovani volontari del Servizio Civile – Programma Garanzia Giovani che negli incontri degli ultimi mesi all’ospedale della Fondazione Santa Lucia hanno introdotto i pazienti alla vita e ai costumi degli antichi romani con l’ausilio di materiali multimediali. La visita ai Fori lungo il nuovo percorso anti-barriere si inserisce infatti nel progetto “Degenza e conoscenza: la storia di Roma entra negli ospedali”, che grazie alla soprintendenza capitolina continuerà nei prossimi mesi con incontri in diversi ospedali di Roma e visite a musei e siti archeologici. “Gli incontri in ospedale sono stati momenti per sentirsi meno paziente”, conclude Antonino Salvia, direttore Sanitario della Fondazione. “È stato molto bello vedere i commenti e perfino gli scambi di battute, che nascevano nel corso delle presentazioni, su fatti successi duemila anni fa. E anche la visita ai Fori Imperiali di sabato 26, dedicata solo a loro, è un gesto concreto di affermazione della centralità del paziente”.

Preistoria. Alle origini dell’alimentazione: in mostra a Firenze la prima farina dell’uomo del Paleolitico. 30mila anni fa l’Homo Sapiens cacciatore-raccoglitore seguiva una dieta mediterranea, cioè 20mila anni prima della nascita dell’agricoltura nel Vicino Oriente

A Firenze la mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell'alimentazione”

A Firenze la mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell’alimentazione”

Lo scavo in località Bilancino nel Mugello in Toscana

Lo scavo in località Bilancino nel Mugello in Toscana

Una macina e un macinello in pietra stanno rivoluzionando le conoscenze sull’alimentazione dei primi Homo sapiens. Vi ricordate? Ne avevamo già parlato in occasione delle giornate preparatorie a Expo 2015 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=glutine). In quell’occasione, a Firenze, si era annunciata la scoperta in Toscana da parte di un gruppo di ricerca archeologica guidato da Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologia della Toscana, in collaborazione con Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, della farina più antica del mondo, un fatto che potrebbe rivoluzionare le attuali conoscenze sull’alimentazione e la conoscenza agricolo/tecnologica degli uomini del Paleolitico. Ciò rivelerebbe infatti che l’uomo preistorico era più vegetariano di quanto fino ad ora fosse noto e che già 30.000 anni fa si nutriva di farine ricavate macinando varie piante selvatiche; potremmo dire che già “seguiva” una dieta (quasi) mediterranea! E ora quelle scoperte e quelle conclusioni sono documentate nella mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell’alimentazione” allestita fino al 3 gennaio allo Spazio Mostre dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (via Bufalini 6) a cura di Anna Revedin dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologia della Toscana e di Fabio Santaniello dell’Università di Trento. Si tratta della rappresentazione, con un forte taglio divulgativo e anche scenografico, dei primi risultati del progetto di ricerca dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria “Le risorse vegetali nel Paleolitico” condotto da Revedin in collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Toscana e con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e reso possibile dal contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

La mappa dei rinvenimenti di pestelli preistorici: due in Italia, a Bilancino e Grotta Paglicci

La mappa dei rinvenimenti di pestelli preistorici: due in Italia, a Bilancino e Grotta Paglicci

Archeologia sperimentale: la produzione di farina con la macina paleolitica del Bilancino

Archeologia sperimentale: la produzione di farina con la macina paleolitica del Bilancino

Tutto è nato dalla scoperta di una macina, usata per produrre la più antica farina della storia, e di un macinello-pestello avvenuta nel 1992, tra le migliaia di manufatti rinvenuti in uno scavo in località Bilancino, nel Mugello, oggi sommerso da un invaso artificiale che fornisce l’acqua a Firenze. Il colpo di genio è stato quello di non lavare questi antichissimi strumenti e di analizzare le pietre e i resti del focolare preistorico al microscopio elettronico e al carbonio 14, è così che è venuto fuori che sulle pietre c’erano tracce di amido risalenti a 30mila anni fa. Le analisi condotte su questi oggetti, e sui sedimenti che ancora erano presenti, hanno infatti rivelato che i nostri progenitori del Paleolitico superiore erano già in grado di trasformare, elaborare e consumare prodotti derivati dalla raccolta dei vegetali selvatici, creando in qualche modo le premesse tecniche per un processo che diventerà parte integrante della “invenzione” dell’agricoltura, circa 10mila anni fa. “Grazie alle analisi condotte fra il 2005 e il 2007 dal Dipartimento di biologia vegetale dell’università di Firenze”, ricordano le ricercatrici, “si è scoperto che gli amidi sugli utensili appartengono a varie piante ma soprattutto alla Typha (Tifa), detta anche stiancia o mazza sorda, pianta palustre molto comune da cui si ricavavano gallette o farinate ad alto valore nutritive. Fino a pochi anni fa dalle foglie della Tifa si ricavavano fibre per l’intreccio di corde, stuoie e “sporte”, mentre i rizomi erano utilizzati a scopo alimentare in molti paesi extra-europei”. Il gruppo archeologico ha anche raccolto i rizomi di tifa, li ha seccati, macinati e, su di un focolare ricostruito come quello scoperto negli scavi di Bilancino, con questa farina, ha cucinato della “gallette” che sono risultate di gusto gradevole. “Le implicazioni di questa scoperta sono sotto molti aspetti rivoluzionarie”, sottolineano Aranguren e Revedin. “Per la prima volta l’uomo aveva a disposizione un prodotto elaborato facilmente conservabile e trasportabile, ad alto contenuto energetico perché ricco di carboidrati complessi, che permetteva maggiore autonomia soprattutto in momenti critici dal punto di vista climatico e ambientale. La scoperta dimostra inoltre che l’abilità tecnica necessaria per la produzione di farina e quindi per preparare un cibo, gallette o una farinata, era già acquisita in Toscana molto prima della nascita dell’agricoltura nel Neolitico, legata ai cereali, che si sviluppò in Medioriente”.

L'ingresso di Grotta Paglicci a Rignano Garganico

L’ingresso di Grotta Paglicci a Rignano Garganico

Il pestello dell'uomo paleolitico trovato a Grotta Paglicci

Il pestello dell’uomo paleolitico trovato a Grotta Paglicci

Un’altra importante scoperta, presentata nella mostra fiorentina, e appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Usa) e legata a questo progetto, aggiunge importanti elementi sulla dieta dei nostri antenati. A Grotta Paglicci, in Puglia, dove Annamaria Ronchitelli dell’Università di Siena conduce le ricerche, su un pestello di 33mila anni fa (quindi più antico della macina del Bilancino) sono state trovate tracce di amidi di varie piante selvatiche. Per la prima volta è testimoniato l’utilizzo di un cereale – l’avena – che sarà coltivato solo migliaia di anni dopo e ancora molto utilizzato in Nord Europa, ad esempio il porridge, e che sta suscitando grande interesse da parte dei nutrizionisti per le sue molteplici proprietà alimentari, compresa l’assenza di glutine e il basso indice glicemico. “La maggior parte dei granuli di amido è stata attribuita a poaceae, cioè graminacee, e molti di essi ad avena, molto probabilmente avena barbata, una pianta che cresce spontanea in Italia”, spiega Annamaria Ronchitelli, direttrice degli scavi a Grotta Paglicci. “Si tratta al momento della prima testimonianza dell’uso di questo cereale. Sono stati rinvenuti anche pochi amidi riconducibili a farina di ghiande di quercia. Dagli studi è stato possibile comprendere che gli antichi cacciatori-raccoglitori di Grotta Paglicci, che sono vissuti in un periodo climatico più freddo dell’attuale, avevano sviluppato tecnologie complesse di lavorazione della pianta prima della macinazione. Per la prima volta, infatti, è stata trovata prova di un pretrattamento termico delle cariossidi – come ancora oggi viene fatto, per migliorarne le proprietà alimentari e organolettiche -, non si sa se attraverso bollitura, tostatura o arrostimento, al fine di rendere più agevole la macinazione, facilitando l’allontanamento del rivestimento esterno dei grani e garantendo una maggiore conservabilità della farina e, nel caso dell’avena, sviluppando il particolare aroma che non è presente nel prodotto fresco”.

Annamaria Ronchitelli dell'università di Siena all'interno della Grotta Paglicci

Annamaria Ronchitelli dell’università di Siena all’interno della Grotta Paglicci

Cambia così lo scenario delle conoscenze sull’economia e la vita di 30mila anni fa e molte sono le implicazioni di questa scoperta. Dalla possibilità di conservare e trasportare un alimento altamente energetico, alla elaborazione di «ricette», necessarie per rendere digeribili i carboidrati attraverso vari tipi di cottura, fino a ricostruire una complessa gestione delle risorse del territorio. Queste scoperte mettono anche in evidenza l’importanza della raccolta, attività tradizionalmente svolta dalle donne, e quindi degli alimenti vegetali nella dieta umana fin dal Paleolitico. Si ridimensiona così il ruolo finora attribuito alla caccia dovuto al fatto che gli animali costituivano il soggetto principale dell’arte rupestre paleolitica e che le loro ossa si conservano molto meglio dei resti vegetali. “Questo studio, nell’anno dell’EXPO – conclude la professoressa Ronchitelli – espande le nostre informazioni sulle piante alimentari utilizzate per la produzione di farina in Europa durante il Paleolitico e sulle origini di una tradizione alimentare, cioè l’utilizzo dell’Avena e delle ghiande, che persiste fino ad oggi nel bacino del Mediterraneo”.

Scoperti nel tempio R di Selinunte i frammenti di un aulos. Ora la musica della Magna Grecia di 2500 anni fa può rivivere grazie a una stampa 3D: la presentazione a Granada a fine mese

La ricostruzione 3D dell'aulos di Selinunte i cui frammenti sono stati trovati nel tempio R

La ricostruzione 3D dell’aulos di Selinunte i cui frammenti sono stati trovati nel tempio R

L'aulos in osso di cervo da Paestum

Gli auloi in osso di cervo da Paestum

I suoni perduti della musica antica potrebbero rivivere grazie alla tecnologia 3D. Così chi fosse incuriosito dal conoscere alcune caratteristiche degli strumenti musicali antichi, tra cui l’acustica, la morfologia piuttosto che l’intonazione, ora può farsi un’idea grazie alla ricerca compiuta da Angela Bellia, Marie Curie Researcher dalla New York University e dall’università Alma Mater di Bologna, che è riuscita a ricostruire un antico “aulos” attraverso l’impiego della stampa 3D, trasferendolo poi in una copia artificiale tridimensionale in polimero creata dall’Officina 3D Lab. I primi risultati della ricostruzione virtuale di un aulos – antico strumento a fiato – ritrovato nell’estate del 2012 sotto il Tempio R di Selinunte saranno presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, in Spagna, dal 28 settembre al 2 ottobre. Il reperto – scoperto da Clemente Marconi, direttore della Missione Americana dell’Institute of Fine Arts della New York University – è composto da due frammenti di un aulos «early type», risalente al VI secolo a.C., simile ad altri strumenti a fiato rinvenuti in Grecia e nell’Occidente greco: il più famoso è il ritrovamento di Paestum.

Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

Il tempio R di Selinunte. Situato nel settore meridionale del Santuario principale urbano, il cosiddetto Megaron, il Tempio R si trova a sud del Tempio C e ad ovest del Tempio B, e con lo stesso orientamento orientale del Tempio C. Costruito nel primo quarto del VI secolo a.C., è il primo tempio monumentale costruito a Selinunte, e uno dei primi nell’architettura dell’Europa occidentale monumentale greca. Edificio non periptero (cioè non circondato da colonne) aveva un profondo pronao e una cella, simili al pressoché contemporaneo Tempio S, così come una terza camera con ingresso indipendente meridionale. Due colonne poste nel pronao, e forse una terza nella cella, allineate sull’asse centrale, sostenevano il tetto dell’edificio.

L’ indagine condotta sul Tempio R dall’equipe guidata dal prof. Clemente Marconi dell’Institute of Fine Arts dell’Università di New York è iniziata nell’estate 2011 con uno scavo nella zona antistante la porta, sul lato orientale dell’edificio. È stata identificata una sequenza stratigrafica intatta che va dal periodo ellenistico della fondazione fino al periodo orientale(fenicio-punico). I reperti dei livelli più profondi includono la trincea della fondazione del Tempio R. La trincea era piena di pezzi di calcare di intonaco provenienti dai blocchi dei conci, insieme ad alcuni ceramiche, usati per riempire ed elevare la base della costruzione, che permette di fornire una prima datazione archeologica del Tempio R. Nei livelli stratigrafici più alti del Tempio R, datato al tardo periodo classico, è stato rinvenuto un gruppo di sculture in terracotta, in alcune delle quali si conservano tracce della policromia originale. Ed è qui che appunto, nel 2012, sono stati trovati i due frammenti di aulos.

Atena suona gli auloi: pittura vascolare da Taranto

Atena suona il doppio aulos: pittura vascolare da Taranto

Per suonare questa tipologia di auloi, caratterizzati dall’assenza di meccanismi di azione sui fori e per la produzione sonora, il musicista usava esclusivamente le dita che coprivano, alternandosi o contemporaneamente, i fori posti nella parte superiore delle due canne e, quando presente, il foro per i pollici posto nel lato posteriore dei tubi. Le canne degli auloi «early type» erano di solito di osso e di diversa lunghezza. Grazie alla ricostruzione virtuale dello strumento è possibile non solo analizzare nel dettaglio le sue caratteristiche acustiche e morfologiche e, se possibile, a scoprirne l’intonazione, ma anche migliorare la ricerca scientifica, superando le limitazioni causate dalla fragilità dello strumento.

Il congresso di Granada

Il congresso di Granada

I risultati dello studio, che si inseriscono nell’ambito di Telestes, un progetto finanziato dalla Comunità Europea dal programma di ricerca Marie Curie Actions, dedicato alla cultura musicale di Selinunte, tra le più famose polis della Magna Grecia, saranno ufficialmente presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, dal 28 settembre al 2 ottobre.

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia non chiuderà le domeniche: garantita l’apertura grazie all’accordo Polo museale-soprintendenza-ministero

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia continuerà ad essere visitabile anche nelle domeniche

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia continuerà ad essere visitabile anche nelle domeniche

Quando il 10 settembre scorso il direttore del Polo museale del Friuli-Venezia Giulia aveva annunciato che, per carenza di personale, il museo Archeologico nazionale di Aquileia sarebbe rimasto chiuso di domenica e nei giorni festivi fino al 31 dicembre 2015, si era temuto il peggio tra le numerose critiche e proteste, non solo da parte di operatori commerciali locali, ma anche da parte della stessa amministrazione regionale. Il pericolo sembra scongiurato, almeno per ora. Grazie all’impegno congiunto di soprintendenza Archeologia e del Polo Museale del Friuli-Venezia Giulia e al sostegno del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, la struttura rimarrà aperta anche nelle giornate festive. Lo annunciano in una nota Luca Caburlotto, direttore del Polo Museale Fvg e il soprintendente archeologia Luigi Fozzati. “Grazie al supporto degli organi centrali del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo – spiegano – la soprintendenza Archeologia e il Polo Museale del Friuli-Venezia Giulia garantiranno stabilmente, congiungendo le proprie risorse, l’apertura del museo Archeologico nazionale di Aquileia per tutte le giornate festive. L’apertura, che non era stata in discussione per i giorni feriali, è immediatamente ripristinata nella sua interezza per le domeniche e per le festività. La felice conclusione delle criticità riscontrate non elimina il grave problema della carenza di organico nei musei italiani, ma vuole costituire la base per il rilancio del museo Archeologico nazionale di Aquileia nell’ambito dell’importante riforma voluta dal ministro Dario Franceschini, che sta dando nuova linfa ai musei statali sia a livello organizzativo che a livello finanziario. Si ricordi che il museo aquileiese è stato proprio di recente destinatario di un finanziamento straordinario, nel contesto del piano completamento dei musei nazionali, della somma di 1,5 milioni di euro”.

La sezione della Statuaria al museo Archeologico nazionale di Aquileia

La sezione della Statuaria al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia, istituito nel 1882 come “Imperial-regio Museo dello stato” con il patrocinio dell’imperatore Francesco Giuseppe, in Villa Cassis Faraone, costruita tra il 1812 e il 1825, accoglie le collezioni storiche, ricevute in dono o acquistate dalle più illustri famiglie aquileiesi, integrate dai risultati delle ricerche condotte fra ‘800 e ‘900 soprattutto ad opera dei suoi direttori storici, Enrico Maionica, Giovanni Battista Brusin e Luisa Bertacchi. L’ordinamento dell’esposizione, articolata fin dall’origine secondo temi, risale nella sua attuale disposizione agli anni ’50 del secolo scorso: i materiali sono scanditi per classi, a partire dalla statuaria (ritratti, funeraria, sacra), per passare alla ceramica, ai metalli, ai vetri, alle gemme, agli oggetti di ornamento (in particolare ambre), che rispecchiano le attività economiche e la vita quotidiana della città. Le gallerie lapidarie, avviate negli anni ’30 e ampliate negli anni ’50 del ‘900, ospitano iscrizioni e monumenti pubblici e funerari e preziosi mosaici. Nuovi spazi espositivi sono stati ricavati nei magazzini, con le sale dedicate alla via Annia, mentre una sezione ospita la Julia Felixl, l’imbarcazione rinvenuta a Monfalcone nell’area del Lacus Timavi.

Il museo Archeologico di Aquileia fu istituito nel 1882

Il museo Archeologico di Aquileia fu istituito nel 1882

“La ripresa degli orari festivi del museo di Aquileia – concludono Caburlotto e Fozzati – ha avuto una spinta eccezionale sia dalla grande disponibilità dimostrata da tutto il personale di custodia, nella consapevolezza dell’importanza della propria missione culturale, sia dallo straordinario attaccamento dei cittadini per lo storico Museo, viva espressione del territorio e del suo passato, che da più di centotrenta anni racconta la grandiosa storia dell’Aquileia antica”.

La modernità di Giacomo Boni, grande archeologo (anche se poco noto) a cavallo tra Otto e Novecento. Due giornate di studi all’Istituto veneto di Scienze lettere e arti di Venezia

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d'adozione: l'Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d’adozione: l’Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio

Due giornate di studio per recuperare la valenza e la modernità di un archeologo veneziano dii nascita e romano di adozione: Giacomo Boni. Ci ha pensato l’Istituto veneto di Scienze lettere ed arti che il 18 e 19 settembre 2015 a Palazzo Franchetti a Venezia organizza il convegno “Tra Roma e Venezia, la cultura dell’antico nell’Italia dell’Unità. Giacomo Boni e i contesti”. Giacomo Boni, (Venezia, 1859 – Roma, 1925) è stato infatti uno dei più celebri archeologi italiani, noto soprattutto per una straordinaria stagione di scavi archeologici a Roma. In precedenza era stato anche ispettore per i monumenti per l’Italia meridionale per conto del Ministero della Pubblica istruzione, e ancora prima, a Venezia, assistente disegnatore nel cantiere di Palazzo Ducale. Si era infatti formato come architetto presso l’Accademia di Belle Arti per trasferirsi poi a Roma e rientrare a Venezia solo brevemente in seguito al crollo del campanile di San Marco nel 1902. Fu anche socio precoce della Deputazione di Storia Patria per le Venezie, e attraverso quest’organo rappresentativo dello Stato centrale trovò la strada per il ministero. “Non è esagerazione affermare che Giacomo Boni è stato uno dei più grandi archeologi di sempre”, assicura Myriam Pilutti Namer dell’università Ca’ Foscari di Venezia e relatrice al convegno. “Cresciuto nella seconda metà dell’Ottocento a Venezia, crocevia di civiltà e fervente cantiere sperimentale dove si incontravano e scontravano diverse concezioni della modernità, raggiunse l’apice della sua carriera a Roma. Da funzionario ministeriale di nemmeno trent’anni divenne direttore degli scavi ai Fori imperiali, portando alla luce aree e reperti di straordinaria importanza per la civiltà romana. Tra questi vi fu anche il Lapis niger, la celebre “pietra nera” iscritta che data al VI secolo a.C., una delle più antiche testimonianze scritte in lingua latina. Il convegno si propone, per la prima volta nella storia degli studi archeologici, di indagare il contesto in cui Boni operò – tra tradizione e innovazione -, e di ricostruirne la figura, il pensiero e le attività per intero. Un convegno di storia dell’archeologia, quindi, cui partecipano studiosi affermati del settore, organizzato all’insegna di quel legame che era per Boni imprescindibile tra impegno civile, divulgazione scientifica e attività sul campo, con annesse sperimentazioni tecniche. Ed è in questo intreccio peculiare, frutto di un percorso tutt’altro che “anomalo” e invece felicemente compiuto in un contesto complesso ma fertile e ricco di opportunità, che si spiegano l’uomo e il professionista, il Maestro e il modello. Furono, queste, tutte declinazioni che contribuirono alla creazione di un vero e proprio, intramontabile, mito”.

L'archeologo Giacomo Boni dal Palatino mostra il Foro romano alle autorità

L’archeologo Giacomo Boni dal Palatino mostra il Foro romano alle autorità

La parabola della sua carriera, le vicende personali, le importanti conseguenze scientifiche del suo operato, la tradizione storiografica di oblio e restaurazione della sua memoria rendono Boni figura meritoria di un’analisi che per la prima volta nelle giornate di studio di Venezia si propone di comprenderne l’attività e il pensiero per intero, collocandoli nello spaccato culturale e politico più ampio dell’Italia unita, dove si discuteva con vis polemica sulle caratteristiche e sulle modalità della conservazione di antichità e monumenti, oggi “beni culturali”; tema sul quale il pensiero e l’opera di Boni sono tuttora degni di attenzione e considerazione.

L'archeologo Giacomo Boni

L’archeologo Giacomo Boni

Intenso il programma della due giorni. Venerdì 18 settembre 2015, alle 9.30, saluti e introduzione ai lavori di Albert Ammerman (Colgate University). Apre gli interventi, moderati da Gherardo Ortalli (Ca’ Foscari di Venezia), Roberto Balzani (Università di Bologna) su “Vis polemica. Le tradizioni preunitarie nella rappresentazione del patrimonio fra ‘800 e ‘900”; seguono: Bruno Zanardi (Università di Urbino) su “La cultura della conservazione nell’Italia post-unitaria”; Myriam Pilutti Namer (Ca’ Foscari) su “Giacomo Boni: costruzione del mito e storia”; Carlo Franco (Ca’ Foscari) su “La Venezia di Giacomo Boni: temi locali e prospettive nazionali”. I lavori riprendono alle 15 con Albert Ammerman moderatore. Apre Sandro G. Franchini (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “Giacomo Boni e l’impegno per la salvaguardia di Venezia”; seguono: Irene Favaretto (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “L’impresa di Ferdinando Ongania per San Marco e il contributo di Giacomo Boni”; Ettore Vio (Procuratoria di San Marco) su “Il contributo di Giacomo Boni sui resti del Campanile crollato”.

Giacomo Boni in sopralluogo alle macerie del campanile di san Marco

Giacomo Boni in sopralluogo alle macerie del campanile di san Marco

“La grande passione per l’antico”, anticipa Vio, “spinse Giacomo Boni veneziano, già avviato ad una strepitosa carriera di archeologo di valore internazionale, nel 1903, a studiare i resti della fondazione dell’antica torre della sua città. Le cronache tramandano che alla morte del doge Pietro Tribuno nel 912 d.C., le fondazione del futuro campanile di san Marco erano ultimate. La prima chiesa di san Marco voluta dal doge Giustiniano Particiaco che fece utilizzare per la sua erezione le pietre non usate per sant’Ilario, aveva poco più di ottant’anni. Per tutte le opere edili importanti si recuperavano i resti di Altino distrutta e le spolia di edifici tardo antichi, crollati nel susseguirsi delle invasioni barbariche che sconvolsero il nord est nei secoli dal V al VII. Boni, sicuro della eredità romana dell’area lagunare, ricerca nelle fondazioni del campanile testimonianze che ne attestino la presenza. Oggi nel lapidario della basilica di san Marco esistono pochi significativi documenti lapidei e laterizi di allora. Nel riordino della loggetta del Sansovino è augurabile che si possano esporre Questi reperti assieme ad altri documenti, come modelli della ricostruzione del Campanile e copie (del 1903) delle statue del Sansovino che ornano la Loggetta. Un coinvolgente apparato fotografico del crollo della torre meglio illustrerà le vicende di quell’evento”.

 

Veduta della basilica Emilia durante gli scavi di Giacomo Boni

Veduta della basilica Emilia durante gli scavi di Giacomo Boni

Sabato 19 settembre 2015, si iniziano i lavori alle 9.30. Modera Irene Favaretto. Inizia Daniele Manacorda (Università di Roma Tre) su “Boni e il metodo della ricerca archeologica un secolo dopo”. “La figura di Giacomo Boni”, sintetizza Manacorda, “resta nella storia dell’archeologia italiana in una posizione di primi piano e di primato per le sue descrizioni del metodo di scavo, le sue splendide documentazioni grafiche, la sua attenzione a diversi periodi storici, non escluso il Medioevo. Queste caratteristiche del suo lavoro aiutano a comprendere come mai l’archeologia italiana abbia trovato in lui un punto di riferimento fondamentale nel momento in cui avviava quella rivoluzione stratigrafica che oggi possiamo considerare acquisita, almeno mentalmente, nella immagine professionale dell’archeologo. Nel frattempo, la grande quantità di studi che ha investito la storia dell’archeologia italiana e la figura di Boni in particolare, ne hanno ridimensionato alcuni aspetti e messo meglio a fuoco la sua partecipazione al clima culturale complessivo dell’inizio del XX secolo, con le sue ombre e le sue luci. Una generazione dopo la riscoperta di Boni, la sua figura liberata di alcuni stereotipi non perde nulla della sua centralità e la sua lezione a tutto campo resta valida, nel momento in cui si prende maggiore coscienza della importanza di un approccio multidisciplinare ai contesti storico-archeologici, che Boni nella sua dimensione di architetto prestato all’archeologia, di lettore dei testi classici aperto alle scienze naturali, di tecnico d’avanguardia attratto dal fascino della valorizzazione dei ruderi coltivò con risultati che ancora oggi invitano alla riflessione ed alla ammirazione”. A Manacorda seguono Patrizia Fortini (Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma) su “Gli scavi al Comitium-Lapis Niger. Documentazione storica a confronto con i dati delle nuove indagini”; Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Il Comitium e  il lapis niger : modalità dello scavo e discussioni dell’epoca”; Albert Ammerman (Colgate University) su “Boni’s Work and Ideas on the Origins of the Forum in Rome”. Dopo la pausa pranzo, si riprende alle 14.30 con Carmine Ampolo moderatore. Primi a intervenire sono Federico Guidobaldi (Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana) e Andrea Paribeni (Università di Urbino) su “L’archivio Boni-Tea dell’Istituto Lombardo: dalla scoperta all’edizione”; seguono Christopher Smith (British School at Rome) su “Boni and British scholarship”. Quindi la tavola rotonda conclusiva coordinata da Carmine Ampolo.