A Licodia Eubea, in Sicilia, la quinta Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica con focus sulla musica nel mondo antico: 18 film, 4 incontri, due premi, laboratori, visite guidate

Il manifesto della quinta rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Catania)
La musica nel mondo antico è il tema della V rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea, in provincia di Catania, dal 22 al 25 ottobre 2015, importante punto di riferimento nel territorio, per gli operatori del settore come documentaristi, case di produzione, studiosi e archeologi, e per il grande pubblico, contribuendo a “comunicare” l’archeologia ed a rendere attraente e “vicino” il lavoro dell’archeologo. “La musica nel mondo antico è un tema tanto complesso quanto affascinante, dal momento che la vita stessa dell’uomo è sempre stata scandita da suoni e vibrazioni musicali, e lo è ancora oggi”, spiegano Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, direttori artistici della rassegna. “Difficile immaginare un passato muto: sarebbe come immaginare il mondo antico in bianco e nero, quando lo sappiamo denso di colori e sfumature. Simona Rafanelli, direttrice del museo Archeologico Isidoro Falchi di Vetulonia, e Giuseppe Severini, liutaio esperto in storia della musica, ci offriranno una sintesi dei numerosi progressi compiuti dagli studi sulla comprensione e ricostruzione della musica antica negli ultimi anni, incantandoci con il fascino di suoni che credevamo persi negli eoni del tempo”.
Il programma della V rassegna di Licodia Eubea si preannuncia molto ricco: diciotto filmati, quattro incontri di archeologia con ospiti d’eccezione (tra cui la regista e conduttrice televisiva Syusy Blady, il direttore della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto Dario di Blasi, la regista Giovanna Bongiorno e lo storico del cinema Sebastiano Gesù) tutti coordinati dal direttore artistico Alessandra Cilio, due premi, laboratori, visite guidate alla scoperta del territorio ed ancora una mostra fotografica ed una sezione dedicata ai ragazzi. La rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica è organizzata nell’ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, suggestivo edificio storico nel cuore del paese, da Archeoclub d’Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto” e da Fine Art Produzioni insieme alla Scuola di Specializzazione in Beni archeologici di Catania con il patrocinio del Mibact, della soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Catania e della Rassegna del Cinema Archeologico di Rovereto. Ma alla rassegna si parlerà anche dei nuovi linguaggi adottati nella comunicazione archeologica e del ruolo del volontariato nell’ambito dei beni culturali, “argomenti solo apparentemente distanti – interviene Cilio – giacché entrambi perseguono un obiettivo comune: un sempre più diretto coinvolgimento della società nella conoscenza della nostra memoria storica”. Davide Tanasi, professore di Studi classici e Archeologia all’Arcadia University di Siracusa, parlerà di computer grafica e digital storytelling e ancora si parlerà del ruolo del volontariato nella valorizzazione e tutela del patrimonio culturale insieme ad Alessandra Mirabella, presidentessa dell’Archeoclub d’Italia di Aidone.
“Il programma di quest’anno”, spiegano ancora Cilio e Daniele, “prevede una prevalenza di film italiani: questo ci fa particolarmente piacere, non per spirito di campanilismo ma perché nel Bel Paese qualcosa finalmente si muove sul fronte della produzione audiovisiva archeologica”. Per esempio, giovedì 22 ottobre 2015 il palinsesto propone “Pompei. Una storia sepolta” di Maria Chiffi; venerdì 23 ottobre, “La città di Posidonia, Paestum” di Franco Viviani; sabato 24 ottobre, “L’alba degli etruschi. Aspetti e testimonianze della cultura villanoviana” di Corrado Re, e “The lost sound. Il suono perduto” di Elena Alessia Negriolli. Anche stavolta ci sarà una finestra sulla documentaristica siciliana in memoria di Francesco Alliata, uno dei grandi pionieri di questo settore a livello internazionale: “Agrigentum. Storia e archeologia della città romana” di Corrieri e Sanfilippo (23 ottobre); “Storie sepolte. Riti, culti e vita quotidiana all’alba del IV millennio a.C.” di Nicolangelo De Bellis (24 ottobre); “Le acque segrete di Palermo” di Stefania Casini (25 ottobre). Nello Correale, regista e direttore del Festival Internazionale Cinema di Frontiera aprirà una “finestra” sul documentario siciliano e presenterà “La voce di Rosa”, proiezione fuori concorso dedicata alla figura della celebre cantante siciliana Rosa Balistreri. Fuori concorso sarà anche il docufilm “Un giorno la storia passò dal Parco dell’Etna”, e “Tà gynaikeia. Cose di donne”, appena insignito della menzione speciale Archeoblogger 2015 alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/15/ta-gynaikeia-cose-di-donne-di-alessandra-cilio-vince-il-premio-archeoblogger-vera-novita-della-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-incarna-il/).
Ritorna anche quest’anno il premio “Antonino Di Vita”, istituito in onore dell’illustre professore, archeologo di fama internazionale e appassionato comunicatore fortemente legato al piccolo borgo licodiano. Il premio viene annualmente riconosciuto a quanti abbiano speso la propria vita professionale nella promozione della conoscenza del patrimonio culturale, in particolare attraverso l’uso del mezzo cinematografico. Durante la serata finale verrà inoltre assegnato il premio “Archeoclub D’Italia” al film che avrà ottenuto maggiori consensi dal pubblico della Rassegna. Per tutta la durata della manifestazione sarà possibile visitare la mostra fotografica “La pittura romana a Sabratha (Libia)” a cura dell’università di Macerata.
“L’eredità botanica dell’antica Roma”: a FuoriMostra passeggiata culturale alla scoperta dei giardini delle ville romane
“L’eredità botanica dell’antica Roma” è il tema affrontato dal terzo incontro per il pubblico promosso dall’università di Milano per il “FuoriMostra” di “Mito e natura. Dalla Grecia a Pompei”, l’esposizione aperta fino al 10 gennaio 2016 al Palazzo Reale di Milano. Appuntamento martedì 20 ottobre 2015, alle 17.30, al museo civico di Storia naturale di Milano con Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale, che introduce Mami Azuma, conservatore del museo civico di Storia Naturale. Mami Azuma apre una finestra temporale sulla conoscenza botanica dall’antica Roma ai giorni nostri, a partire dalla riflessione sulle specie arboree riprodotte nelle opere in mostra a Milano come nelle pitture di giardino della sala Il giardino incantato. Il giardino delle ville romane, riparato dai venti e dalla curiosità dei vicini, era oggetto di una cura meticolosa. Crescevano con simmetria erbe e fiori: predominavano le rose, le viole, i gigli. Ovunque erano disseminate piccole opere d’arte, statue, colonne, lastre con rilievi. Il terreno intorno alla villa era adibito a hortus e si alternavano boschetti di piante di lusso, lauri, platani, pini, con aiuole e siepi tagliate geometricamente. Attraverso l’osservazione del paesaggio, lo studio dei ritrovamenti negli scavi archeologici, l’esame delle opere d’arte, la fonti letterarie, la storia di popoli e di culture è stato possibile riconoscere i materiali botanici, forestali e agricoli conosciuti tra Roma e Pompei. Una particolare attenzione è dedicata alla storia delle specie vegetali: il pesco, il castagno e l’esemplare caso del cipresso, con un’indagine sui metodi di utilizzo dei boschi e del legno.
Il FuoriMostra di Mito e Natura è organizzato dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Comune di Milano ‐ Cultura, Palazzo Reale ed Electa. Inaugurato il 22 settembre propone 13 incontri dal titolo Dalla mostra alla città fino a dicembre 2015 aperti gratuitamente al pubblico. Specialisti ed esperti archeologi, con il coordinamento di Gemma Sena Chiesa, dialogano con il pubblico sui temi dell’arte tra mito e natura nel mondo greco e romano e dell’eredità botanica dell’antica Roma nella natura che ci circonda. Il progetto FuoriMostra si avvale anche di un canale di comunicazione web interamente animato da specializzandi in archeologia dell’Università Statale con la guida di Federica Giacobello: all’iniziativa collaborano sette archeo‐blogger che partendo dal loro lavoro e dalla passione che li motiva studiano con tenacia il passato guardando verso il futuro, divisi tra scavi archeologici e smartphone e tablet con cui raccontano la loro esperienza e la loro conoscenza professionale attraverso il blog (http://www.mostramitonatura.it/it/blog.html).
Dalla manna al grano dei faraoni, dal vino cotto degli antichi romani al grano monococco della mummia del Similaun: Coldiretti porta a Expo la mostra “No farmers No Party” con i prodotti antenati del “made in Italy” salvati dagli agricoltori italiani

Il grano monococco, la manna e l’idromele: tre prodotti dell’antichità che Coldiretti presenta a Expo Milano nella mostra “No farmers, no party”
C’è la biblica manna nel racconto di Mosè o il vino cotto apprezzato dagli antichi romani, il fagiolo del borgo di Cortereggio o il grano di saragolla noto anche come grano dei faraoni. Coldiretti porta a Expo i cibi più antichi della tradizione italiana, gli antenati del made in Italy, che rischiavano di scomparire e sono stati salvati dagli agricoltori: è la prima esposizione dedicata a prodotti salvati nei secoli dagli agricoltori italiani nel Padiglione Coldiretti “No Farmers No Party” all’inizio del cardo sud. Come nel caso del fagiolo piemontese del borgo di Cortereggio, che in passato, per la sua qualità, era utilizzato come bene di scambio per acquistare l’uva del Monferrato, che serviva per fare il vino. Scomparso dai mercati italiani già negli anni ’80 del secolo scorso è stato salvato da un agricoltore che ne ha consegnato qualche chilo all’Università di Torino per conservarne il germoplasma. Oggi la Piattella, che può dunque essere prodotta con la stessa qualità di una volta, è entrata addirittura nel menù dell’astronauta italiana Samantha Cristoforetti. “Quello che esponiamo con orgoglio è il risultato di generazioni di agricoltori”, sottolinea il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, “impegnati a difendere la biodiversità sul territorio e le tradizioni alimentari”.
Tra i cibi in mostra il più noto è forse la manna, che deve la sua fama all’episodio riportato nella Bibbia: gli Ebrei guidati da Mosè erravano nel deserto del Sinai, piegati dagli stenti e dalla fame quando ricevettero da Dio questi fiocchi bianchi e dolci dal gusto di miele. A salvarla dall’estinzione sono stati gli agricoltori siciliani, che la estraggono dal frassino per utilizzarla come dolcificante per i diabetici, nelle cure dimagranti e nelle terapie disintossicanti. Viene, invece, dall’antica Roma il vino cotto, bevanda marchigiana prodotta facendo bollire il mosto di uve bianche o rosse in caldaie di rame e lasciata quindi a fermentare e riposare in botti di legno per anni. I patrizi e gli imperatori romani concludevano i loro succulenti banchetti con calici di cotto proveniente dalle campagne picene, tanto che Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., ne descrive il metodo di preparazione e la considera tra le bevande più ricercate d’Italia.
Risale addirittura a 23mila anni fa – spiega Coldiretti – il grano monococco (Triticum monococcum), la specie geneticamente più semplice e antica di grano coltivato, originario della zona centro-settentrionale della Turchia. Anche l’esame della famosa mummia del Similaun (3350-3310 a.C.) ha accertato la presenza del grano monococco a base della dieta nell’età del Rame. La coltivazione di questo cereale scompare però alla fine dell’età del Bronzo (1000-900 a.C.), ma in Lombardia alcuni agricoltori hanno deciso di recuperarla, valorizzandone le caratteristiche dietetico-nutrizionali, grazie all’ottima composizione della sua farina, al basso livello di glutine e al limitato impatto ambientale della sua produzione. Dalle Piramidi deriva, invece, il grano saragolla, conosciuto anche come Grano degli Egizi o del Faraone, che oggi si coltiva in Abruzzo dove fu introdotto nel 400 d.C. Quasi abbandonata con l’avvio delle importazioni di grano dall’estero, la coltivazione del saragolla è stata salvata dai piccoli agricoltori della zona collinare del basso Adriatico. I Muscari, oggi conosciuti come lampascioni, – prosegue Coldiretti – erano particolarmente amati dai Romani che nei pranzi nuziali erano soliti offrirli come cibo augurale per la fecondità degli sposi. Ricercati fin dall’antichità sia per le proprietà benefiche per stomaco e intestino, sia per i loro presunti effetti afrodisiaci, ebbero un posto di rilievo nei trattati di medicina nonché nelle diete proposte dai più famosi personaggi dell’antichità come Galeno, Plinio il Vecchio, Pedanio e persino da Ovidio. La loro coltivazione è stata recuperata in Basilicata. Anche l’idromele, bevanda a base di miele – evidenzia la Coldiretti – era molto noto nell’antichità come “la bevanda degli dei” che Omero chiamava ambrosia. Secondo alcuni si tratta addirittura della bevanda fermentata più antica del mondo, più della birra. Era tradizione, in molte parti d’Europa, che alle coppie appena sposate fosse regalato idromele sufficiente per la durata di una luna, un periodo di tempo di quasi un mese. Il termine “luna di miele” deriva proprio dal fatto che per la durata di una luna la coppia godeva del consumo di questa deliziosa bevanda.
È nato, invece, dall’incontro tra la cultura agroalimentare friulana e quella germanica il Prosciutto di Sauris Igp. La tecnica di produzione, infatti, è legata alla tradizione delle popolazioni tedesche, insediatesi in Friuli Venezia Giulia nel secolo XIII, di lavorare e conservare, attraverso l’affumicatura, la carne e le cosce suine, Da allora, il metodo dell’affumicatura viene tutt’oggi effettuata con le stesse modalità, per assicurare al prodotto le caratteristiche inconfondibili per le quali è conosciuto e apprezzato anche al di fuori dei confini regionali e nazionali. Anche il mais sponcio ha una storia che risale al 1500, quando viene introdotto nelle zone montane di Belluno. Presenta spighe affusolate a tutolo bianco, con semi dalla inconfondibile forma a punta (rostro), da cui il nome dialettale sponcio, cioè che punge, ed è la base della tradizionale polenta gialla di montagna: densa, soda, forte e profumata, con le caratteristiche pagliuzze marroni. Ma è ripresa anche – conclude la Coldiretti – la coltivazione del farro, uno dei primissimi cereali coltivati dall’uomo, proveniente dalla Mesopotamia, da cui, attraverso l’antico Egitto e il Mediterraneo, arrivò nella penisola italica. Molto coltivato nell’antichità, con tracce che risalgono al 7000 a. C., menzionato anche nella bibbia (Ezechiele 4-9), ebbe grande prestigio durante il periodo romano e i legionari ne portavano sempre delle scorte con sé nei loro movimenti da un territorio all’altro.
Il vino, il simposio, il bere insieme nell’antica Roma: aperitivo al museo Archeologico nazionale di Altino con visita guidata e assaggio della birra Kykeon
Terzo “Aperitivo al Museo Archeologico Nazionale di Altino”, nella sede di recente inaugurata: dopo i successi di pubblico e di partecipazione di luglio e settembre, il 16 ottobre 2015 focus su “Il vino, il simposio, il bere insieme” in epoca preromana, temi sui quali si vuole porre l’attenzione in occasione della Giornata Mondiale dell’alimentazione. Alle 17.15 Franco Marzatico, soprintendente per i Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento, terrà una conversazione su “Le vie del vino. Fra Oriente e Occidente, simposio e banchetto prima di Roma”. Subito dopo, dalle 18, inizierà la visita guidata del museo Archeologico nazionale di Altino a cura delle archeologhe dell’Associazione Studio D.
La nuova sede museale si trova nella cosiddetta ex Risiera, caratterizzata da spazi ampi ed indivisi: 180 mq espositivi, su un’area disponibile di 1500. Il percorso museale attualmente si snoda dal piano terreno al primo piano, seguendo un itinerario cronotematico con l’esposizione di materiale proveniente esclusivamente dal centro altinate: preistoria del territorio e protostoria dell’abitato indigeno al piano terra, la città romana nelle sue diverse espressioni al primo piano. Fa eccezione a tale criterio solo la sezione preistorica dove è esposta una campionatura di materiali, databili dal mesolitico all’età del bronzo finale, provenienti più in generale dalla gronda lagunare. Con il X – IX secolo a. C. ossia con la fase di passaggio dall’età del bronzo all’età del ferro, si apre la sezione protostorica che illustra i diversi aspetti della vita quotidiana dell’insediamento preromano, delle prime attestazioni epigrafiche in lingua venetica, delle espressioni di culto. Segue quindi il settore dedicato alle necropoli, in cui è esposta un’ampia campionatura dei corredi funerari a partire dalla fine del VII secolo a.C. fino alle soglie della romanizzazione, con una suggestiva ricostruzione di alcuni contesti tra i più significativi. Uno spazio particolare è riservato alle sepolture di cavalli, attestate ad Altino in numero ben maggiore che nelle altre necropoli venete: sono esposte tre inumazioni di cavalli, a suo tempo asportate dallo scavo in cassoni appositamente predisposti per la fruizione museale. La visita proseguirà quindi, salendo al primo piano, con la sezione dedicata alla romanizzazione dell’insediamento, illustrata nei suoi diversi aspetti: architettonici, rituali, epigrafici, funerari. Il percorso si articola quindi attraverso una serrata successione di sezioni volte a restituire un panorama, il più completo possibile, dell’aspetto urbanistico-architettonico, dell’articolazione sociale, delle espressioni artistiche, degli aspetti devozionali, delle transazioni commerciali, della documentazione numismatica e della vita quotidiana in generale del municipio altinate nei primi secoli dell’età imperiale.
Il programma si concluderà con l’assaggio di Kykeon, la birra ideata da Gabriella Cinelli, Archeochef, e dal libum (focaccia) elaborato da Pane Dolci & Golosità di Mestre. L’aperitivo è realizzato con il contributo dell’azienda Bisol, Viniviticoltori in Valdobbiadene e della Trattoria Antica Altino. L’iniziativa promossa dalla direzione del Museo, è curata da Francesca Lamon e Marta Sperandio. Per l’evento, a pagamento (10 euro), informazioni e prenotazioni: companatiche@gmail.com. L’evento è sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/events/1622297988024169/
“Tà gynaikeia. Cose di donne” di Alessandra Cilio vince il premio Archeoblogger, vera novità della XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: “Incarna il senso di fare ricerca archeologica oggi”

XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: Antonia Falcone legge ad Alessandra Cilio la motivazione del premio Archeoblogger al film “Tà gynaikeia. Cose di donne””
Il regista Lorenzo Daniele lo ha intitolato “Cose di donne” perché di donne si parla nel film della FineArtProduzioni presentato nella sezione “Archeologia & Etnografia” della XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, film che non è sfuggito all’attento pubblico che lo ha votato come secondo miglior film del percorso parallelo alle proiezioni principali. Forse quelle storie di donne (una fotografa vicina all’ottantina, una carismatica enologa, un’anziana educatrice, una popolare scrittrice, una giovane archeologa, una famosa attrice) hanno fatto propendere gli organizzatori della rassegna più per il film etnografico che per il documento archeologico. Eppure quel termine “greco”, “Tà gynaikeia” che completa il titolo del film, avrebbe dovuto per lo meno insospettire che dietro quelle storie di donen dei giorni nostri ci fossero storie ben più antiche, che affondano nelle radici e nel mito della Sicilia. Un passaggio colto dai giovani e agguerriti archeoblogger del gruppo “Archeologi al cinema” che – vera novità della XXVI rassegna di Rovereto – hanno proposto di istituire un premio speciale, una menzione degli archeoblogger, e si sono visti tutto il centinaio di film in programma, scegliendo e premiando proprio “Tà gynaikeia. Cose di donne”. Il premio è stato consegnato sul palco dell’auditorium Melotti di Rovereto da Antonia Falcone, archeoblogger del sito Professione archeologo, a un’altra donna, tanto per restare in tema, la giovane archeologa Alessandra Cilio che del film è la consulente scientifica. E le motivazioni sono particolarmente impegnative: “Dal passato prossimo al passato remoto. Un viaggio al contrario che guarda a tutto tondo al mondo femminile. Per noi questo è Cose di Donne. Ci è piaciuto il suo sguardo innovativo sul passato, che percepisce la storia come patrimonio condiviso. I ricordi personali delle protagoniste rischiarano di una luce contemporanea, forte e capace di suscitare grande empatia, le testimonianze dei resti archeologici che si scrollano di dosso la loro polvere secolare e divengono vivi e attuali, comprensibili, segni tangibili di vite reali. Il documentario diventa così una storia corale, di ricerca e sacrificio, una continua domanda di senso, una riflessione aperta sulla donna di ieri e di oggi. Lo abbiamo molto amato: come archeologi e comunicatori crediamo che Cose di Donne rappresenti bene il senso di fare ricerca archeologica oggi ed incarni perfettamente le ragioni per cui la conservazione e la tutela del nostro patrimonio culturale sono di fondamentale importanza per la definizione stessa della nostra identità di cittadini e di società”.

In “Tà gynaikeia” le donne sono protagoniste nei panni di divinità, di numi tutelari, ma anche semplici figlie, spose e madri, fedeli devote
Ma cerchiamo di saperne di più di questo film prodotto nel 2015 dalla casa di produzioni cinematografiche di Augusta (Sr) “Fine Art Produzioni srl”, cofinanziato dalla Film Commission della Regione Sicilia, con la collaborazione della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’università degli studi di Catania. Cosa lega queste figure tra loro? “Il fatto di essere donne. E quello di essere siciliane”, risponde Alessandra Cilio, vera anima del film di cui ha curato i testi. “Che si tratti di volti noti al pubblico o meno, il rapporto che ciascuna di esse ha costruito con i suoi luoghi d’origine è esclusivo e personale. Sono storie soggettive, le loro, e come tali uniche e irripetibili. Storie personali, diverse l’una dall’altra, rivolte ora al passato, ora al futuro. Eppure, questi frammenti insieme, costruiscono un unico racconto, che porta con sé un’eredità comune, quella dell’essere femmine in Sicilia, un luogo che, nel suo concedersi e negarsi, nella sua capacità di nutrire e allevare, nel suo essere amabile e odiosa al tempo stesso, mostra una natura tutta femminile. Lo testimonia la grande varietà di miti, leggende e culti legati all’universo femminile, che nel tempo si sono avvicendati e in parte sovrapposti, divenendo elemento di coesione per tutte quelle popolazioni che hanno occupato la nostra Isola: dalle tribù indigene ai Greci; dai Romani ai Bizantini; dagli Arabi ai Cristiani”. Protagoniste, le donne, nei panni di divinità, di numi tutelari, ma anche semplici figlie, spose e madri, fedeli devote: “Entità pressoché silenti – continua Cilio-, eppure fondamentali per il benessere e la crescita di una comunità, ieri come oggi. Ne deriva un’analisi incrociata su più livelli, sia dal punto di vista storico che antropologico, capace di offrire interessanti spunti di riflessione sul ruolo della donna all’interno della famiglia e della società: un ruolo spesso complesso, oggi più che mai ricco di contraddizioni, in continuo divenire”.
Per chi non ha avuto la possibilità di vedere il film a Rovereto, “Tà gynaikeia. Cose di donne” verrà proiettato il prossimo 25 ottobre a Licodia Eubea (Ct), alla V Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica. Ma per il pubblico siciliano ci saranno anche altre opportunità. È infatti in programmazione una serie di presentazioni nelle città di Agrigento, Siracusa, Palermo, Vittoria, Troina e Gela, cioè in quei paesi dove le storie sono ambientate, ma è prevista anche la distribuzione del film in alcune sale cinematografiche dell’isola.
Dai misteri di Petra alle palafitte del Basso Garda ai primi Homo sapiens in Australia: la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto ha decretato i film vincitori

La premiazione della regista iraniana Mahvash Sheikholeslami, vincitore del concorso Paolo Orsi del 2011 col film “Kool Farah”
Gli organizzatori della XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto hanno aspettato che si svegliasse, dall’altra parte dell’oceano, per dargli la buona notizia: il suo film “Petra. Lost city of stone” aveva vinto il premio Città di Rovereto – Archeologia Viva del pubblico. E lui, il regista Gary Glassman, visibilmente soddisfatto, da Rhode Island, nell’East coast degli Stati Uniti, ha ringraziato con un videomessaggio la platea roveretana. Anche questo è la Rassegna di Rovereto che si è chiusa sabato 10 ottobre 2015 con le premiazioni dei migliori film in concorso. Secondo e terzo classificato “Australie: l’aventure des premiers hommes. Les grands nomades/Australia: l’avventura dei primi uomini. I grandi nomadi” e “Les génies de la grotte Chauvet/I grandi maestri della grotta Chauvet”. Invece il premio biennale “Paolo Orsi”, assegnato da una qualificata giuria internazionale, è stato assegnato ex aequo ad “Australie: l’aventure des premiers hommes” e a “Carpentieri e falegnami nell’età del bronzo. Tecniche costruttive, strutture abitative di una popolazione vissuta migliaia di anni fa nei Siti Unesco di Bande di Cavriana e Castellaro Lagusello”, dunque alle case di produzione Contact Films e Zefiro Film-Museo Archeologico Alto Mantovano. La menzione speciale Archeoblogger 2015 e la menzione speciale CinemAMoRe 2015, novità di quest’anno, sono andate rispettivamente a “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele e a “Mustang – The hidden kingdom/Mustang, il regno nascosto” di Patrice Landes. La presenza, nella giuria internazionale, della regista iraniana Mahvash Sheikholeslami, ha permesso finalmente agli organizzatori – a distanza di quattro anni – di consegnarle il premio “Paolo Orsi” che le era stato assegnato appunto nel 2011 per il film “Kool Farah” ma non aveva mai avuto la possibilità di ricevere.
http://www.dailymotion.com/video/x2jt3gn
Ma vediamo meglio i film premiati. “Petra – Lost city of stone. Petra – perduta città di pietra” di Gary Glassman, prodotto da Providence Pictures nel 2015, descrive la città perduta di Petra al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, città che rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre vent’anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Due i vincitori del XII premio Paolo Orsi. “Australie: l’aventure des premiers hommes” di Martin Butler e Bentley Dean, prodotto nel 2013 da Contact Films. 60mila anni fa, un ostinato gruppo di Homo Sapiens, dopo aver percorso la costa sud dell’Asia, compie la prima grande traversata oceanica e giunge in Australia. Al lago Mungo sono stati scoperti il più vecchio sito di incinerazione, la più vecchia ascia lucidata e la più vecchia mappa del mondo. Mutate condizioni climatiche causano condizioni di vita estremamente dure a cui il gruppo risponde con un’esplosione di arte e di progresso tecnologico. La giuria lo ha premiato per “le qualità tecniche di quest’opera che sommate al forte valore di testimonianza ci consegnano eccellente e toccante film”. Ex aequo il film “Carpentieri e falegnami nell’età del bronzo. Tecniche costruttive, strutture abitative di una popolazione vissuta migliaia di anni fa nei Siti Unesco di Bande di Cavriana e Castellaro Lagusello” di Mario Piavoli, prodotto nel 2015 da Zefiro Film-Museo Archeologico Alto Mantovano. Sulla base di quanto rinvenuto e documentato nel corso degli scavi condotti sulla palafitta di Bande di Cavriana e nell’abitato lacustre di Castellaro Lagusello (di recente inseriti nel patrimonio Unesco), il film illustra le fasi di lavoro, le tecniche costruttive e la fedele ricostruzione di alcuni elementi delle strutture abitative di una popolazione vissuta nell’entroterra meridionale del lago di Garda migliaia di anni fa. La giuria ha apprezzato proprio le immagini di questo film italiano: “Alcuni uomini costruiscono una casa come se non avessero mai fatto altro… e noi gli siamo accanto, migliaia di anni fa”.
L’avventura di Giancarlo Ligabue, l’eccezionale coraggio di Khaled Asaad a Palmira, le distruzioni in Mesopotamia dalla guerra del Golfo all’Isis: così chiude alla grande la XXVI rassegna del cinema archeologico di Rovereto

La rassegna del cinema archeologico di Rovereto è un omaggio a Giancarlo Ligabue fondatore e anima del Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia
La straordinaria avventura di Giancarlo Ligabue, gli effetti della guerra in Mesopotamia e un’eccezionale intervista a Khaled Asaad, il direttore di Palmira decapitato in agosto dalla furia dei miliziani di Isis sono il piatto forte di sabato 10 ottobre 2015, giornata conclusiva della XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto. Ad aprire il calendario delle proiezioni pomeridiane “Il meteorite di Saaremaa” di Maurizia Giusti, in arte Siusi Blady, che percorre un’ipotesi affascinante: che i miti baltici abbiano influenzato anche i miti del Mediterraneo. “L’età del Bronzo del Baltico”, spiega, “è più antica di quella del Mediterraneo, e la traccia lasciata dalle sepolture lungo i fiumi ci fa pensare che questi popoli passassero da lì”. Insomma “L’Odissea e l’Iliade potrebbero avere origine Baltica”. Quindi due film dagli archivi del Centro studi e ricerche Ligabue, “Nelle steppe di Gengis Khan” (spedizione sulle piste seguite da Gengis Khan nel XIII secolo) e “I segreti del Karakoum” (la ricerca di una città inghiottita dalle sabbie del deserto del Turkmenistan cinquemila anni fa), introducono l’incontro delle 18 su “L’avventura di Giancarlo Ligabue. Una grande passione per la scienza” con due profondi conoscitori dell’imprenditore-archeologo-esploratore-paleoantropologo, Davide Domenici e Adriano Favaro. L’evento sarà ripreso dall’équipe televisiva di Controcampo.

All’archeologo Khaled Asaad, decapitato dall’Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico
Particolarmente ricco anche il programma della serata a fare da cornice alla tradizionale cerimonia di premiazione del film scelto dal pubblico e soprattutto del film vincitore del XII premio “Paolo Orsi” indicato da una qualificata giuria internazionale. Si inizia con la proiezione del film di Lucio rosa “Bambinga, piccoli uomini della foresta” dedicata ai pigmei che abitano la foresta equatoriale africana, superstiti testimoni di epoche antichissime, oggi costretti a un violento impatto con altre civiltà. E poi “Khaled Asaad, quel giorno a Palmira”, un instant movie di Alberto Castellani che ha recuperato un’intervista straordinaria all’ex direttore del sito Unesco di Palmira realizzata nel 2004 cui questa edizione della Rassegna dedica un particolare omaggio. E infine “Iraq”, proposta del servizio cinematografico realizzato per il Centro produzione Rai di Napoli dal giornalista Luigi Necco: i monumenti della Mesopotamia com’erano e come sono ora, dopo le sistematiche distruzioni attuate dall’Isis. Il drammatico confronto è reso possibile dal servizio di Luigi Necco, che subito dopo la prima guerra del Golfo ha percorso tutto il Paese, da Ur a Mossul, per verificare quali danni avessero subito i monumenti della Mezzaluna fertile. Erano quasi tutti intatti: oggi Nimrud, la capitale degli Assiri scavata da Max Mallowan e Agata Christie non esiste più. Per la prima volta visibili i reperti di Aleppo e Damasco sfuggiti alla distruzione perché nascosti in luoghi segreti.
Cibo e alimentazione nell’antichità. In un convegno a Roma cento specialisti su “Preistoria del cibo”, dal Paleolitico alla prima Età del Ferro
Cibo e alimentazione nell’antichità. Come si nutrivano i nostri antenati? Qual era la dieta dell’uomo cacciatore-raccoglitore, nel Paleolitico? Come è cambiata nei millenni quando l’uomo è diventato sedentario, coltivatore e allevatore? Domande importanti cui sta tentando di dare una risposta in questi giorni a Roma al museo nazionale Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” il convegno, che chiude il 9 ottobre 2015, su “Preistoria del cibo” durante il quale la presentazione e la discussione di ricerche e studi di carattere specialistico si alternano a conferenze dedicate a un pubblico più ampio tenute da archeologi, archeozoologi, antropologi, geo-archeologi, nutrizionisti ed etnologi.
Oltre cento studiosi italiani e stranieri con i loro risultati di ricerche sul tema dell’alimentazione in una prospettiva pluridisciplinare che propone visioni di sintesi accanto ai risultati di nuove ricerche. Nel convegno promosso promosso dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria che vi dedica la sua 50ma Riunione Scientifica e organizzato in collaborazione con la soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dal Polo Museale del Lazio – museo nazionale Preistorico Etnografico “L. Pigorini”, si va dalla preistoria più antica, a partire dal Paleolitico, fino all’età del Ferro e alle soglie dell’età storica. Le sessioni di studio riguardano soprattutto l’Italia, anche se non mancano interventi sull’area vicino-orientale. L’obiettivo del convegno è illustrare la ricchezza delle risposte messe in essere dalle comunità del passato più antico in rapporto con il ciclo dell’alimentazione, proponendosi come spunto per un dibattito attuale. La scelta di dedicare la 50ma Riunione Scientifica dell’IIPP all’alimentazione nella preistoria e nella protostoria è stata dettata dall’attualità del tema: l’Expo Universale in corso a Milano sul tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ha creato infatti un’occasione imperdibile per mettere in relazione un argomento di interesse generale con i temi della ricerca pre-protostorica, coniugando il consueto profilo scientifico dei convegni dell’IIPP con l’intento di interessare anche un pubblico più ampio.
L’archeologia in zone di guerra protagonista a Rovereto alla rassegna del cinema archeologico e poi un “intrigo biblico” e i segreti sotterranei di Verona romana
L’archeologia in zone di guerra. Giovedì 8 ottobre 2015, nel terzo giorno di programmazione la rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto con la conversazione alle 17.45 affronta con Savino di Lernia, docente all’università La Sapienza di Roma al lavoro nel deserto libico, il tema della salvaguardia del patrimonio storico nelle zone di conflitto con particolare riguardo per l’archeologia attuale nel Sahara, dove numerose sono le spedizioni di squadre di studiosi italiani.
La conversazione chiude un pomeriggio molto intenso aperto con la proiezione di “Mustang, il regno nascosto”. Si tratta di un viaggio attraverso una regione isolata del Tibet, un museo all’aria aperta nel grande ventre del paese, popolato da settemila abitanti che continuano a vivere come per secoli hanno fatto i loro antenati. Da quando la Cina ha invaso il Tibet, nel 1950, i nuovi governanti hanno bandito molte delle antiche usanze, distruggendo tanta parte di una cultura unica. Il documentario, incredibilmente raro ed eccezionale, mostra quella che è la dura e quotidiana sfida della popolazione per mantenere vive le proprie identità culturali nel mondo moderno. A seguire, “La grotta dipinta di Pont d’Arc: vers un fac-similé”: interessante contributo anche per quanto riguarda gli aspetti tecnici legati alla ricostruzione. dedicato a un tesoro di recente entrato nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. A partire da quest’anno il grande pubblico ha l’opportunità di scoprirne i pregi visitando la sua replica costituita da una ventina di pannelli.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali
Un “intrigo biblico” attira l’interesse degli appassionati nel programma del mattino: “Biblical conspiracies: secrets of the crucifixion” si interroga sulle modalità della crocifissione a seguito della scoperta archeologica a Gerusalemme dei resti fisici di Mattathiah figlio di Giuda e dell’analisi scientifica di una mano crocefissa: lo studio di questo reperto – si chiedono i registi – potrà dirci come è stato crocefisso Gesù? Invece il programma della serata valorizza il lavoro di Stefania Casini, attrice,conduttrice, ma anche regista delle “Acque segrete di Palermo”. Il documentario svela il volto della capitale del Mediterraneo precedente la cementificazione,quando Palermo era un enorme giardino alimentato da canali sotterranei di origine araba. Merita di essere menzionato pure il lavoro “Alla scoperta di Verona sotterranea. Il sito archeologico di Corte Sgarzerie”, che sviluppa un tema poco noto – quello della Verona Romana – valendosi di tre tipi di tecnica cinematografica: il documentario, il docudramma, la ricostruzione virtuale. In chiusura di serata, un affondo sui “Segreti del Colosseo”. Archeologi e storici svelano i retroscena di questo autentico strumento mediatico del potere imperiale: un contributo quanto mai attuale, alla luce delle moderne polemiche sulla destinazione d’uso del monumento.
























Commenti recenti