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Rovereto. In bici “Pedalando verso l’isola dei tesori” tra archeologia e natura fino al sito archeologico dell’isola di Sant’Andrea a Loppio con gli esperti della Fondazione museo civico Rovereto

La locandina dell’iniziativa “Pedalando verso l’isola dei tesori” della Fondazione museo civico di Rovereto

In bici, un percorso a tappe, pedalando in mezzo alla natura, con una speciale visita guidata alla scoperta dei segreti del Castrum dell’Isola di Sant’Andrea, a Loppio, la piccola isola del tesoro del territorio roveretano. Nuova attività all’aria aperta organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, in questa estate 2020. Appuntamento con “Pedalando verso l’isola dei tesori” domenica 2 agosto e domenica 27 settembre 2020. Ritrovo al parcheggio vicino al Ponte delle Zigherane (via delle Zigherane, Borgo Sacco – Rovereto) alle 9. Durata circa 4 ore. Rientro libero. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il Comune di Rovereto ed è gratuita, ma con posti contingentati per rispettare le normative legate all’emergenza Covid-19. Prenotazione obbligatoria entro le 17 del giorno precedente. In caso di maltempo l’attività è annullata. Si raccomanda abbigliamento adatto all’attività. In merito alle normative legate all’emergenza Covid-19, è obbligatorio l’uso della mascherina qualora non si potesse mantenere la distanza di almeno 1 metro. Info e prenotazioni: Fondazione Museo Civico di Rovereto, tel. 0464452800.

Il castrum dell’area archeologica di Loppio sull’isola di Sant’Andrea (foto Fmcr)

Un percorso a tappe in sella alla bicicletta tra archeologia e natura da Rovereto fino al sito archeologico dell’Isola di Sant’Andrea a Loppio lungo la pista ciclabile. Durante la pedalata gli esperti della Fondazione aiuteranno i partecipanti a osservare il paesaggio naturale, individuare gli elementi che lo compongono e capire come l’uomo nel tempo ha saputo trasformarlo, sfruttarlo e rispettarlo. All’arrivo all’alveo del Lago di Loppio ci sarà la visita guidata al sito archeologico dell’Isola di Sant’Andrea.

Il sito archeologico di Loppio visto dal drone di Alessandro Dardani

L’isola è situata in un affascinante scenario, a tutt’oggi naturalisticamente intatto, nel punto più stretto di una valle di origine glaciale. Prosciugato nel 1956 durante la costruzione della galleria Adige-Garda, oggi costituisce una delle più estese riserve naturali provinciali. Inoltre ha nascosto fino ai recenti scavi dei veri tesori archeologici.  Quindici secoli fa fu la sede fortificata – in posizione soprelevata e protetta per il controllo della via tra la Vallagarina e il Garda – di un contingente di soldati e delle loro le famiglie. La visita a questo straordinario sito è condotta dagli esperti della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la cui Sezione Archeologia ne ha svelato i segreti con scavi che hanno portato alla luce un sito con testimonianze che vanno dalla preistoria al Castrum di origine ostrogota e longobarda (VI- VII secolo), alla chiesa romanica del XII secolo, per giungere fino a reperti risalenti alla prima guerra mondiale.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli presentata in diretta Fb la raccolta di saggi sulla mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” (prorogata fino al 31 agosto) e lanciato il trailer del documentario per raccontare i tesori sommersi dal Mediterraneo

La locandina della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” prorogata al 31 agosto 2020

Cosa accomuna un’impegnativa raccolta di saggi (trecento pagine e oltre quattrocento illustrazioni) ed un suggestivo trailer di un documentario? Di certo il viaggio di scoperta della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, in proroga al museo Archeologico nazionale di Napoli sino al 31 agosto 2020: al MANN, Paolo Giulierini (direttore del Museo), Salvatore Agizza e Luigi Fozzati (curatori dell’esposizione), Cherubino Gambardella e Simona Ottieri (responsabili dell’allestimento), Antonio Longo (direttore del documentario dedicato all’exhibit) hanno ripercorso, in diretta Facebook, le caratteristiche di un progetto scientifico che non si ferma al momento espositivo, ma scommette su diversi strumenti della comunicazione per narrare il Mare nostrum.

Alla presentazione dei saggi su “Thalassa” non era potuta essere presente, così Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare della Regione Siciliana e moglie del compianto Sebastiano Tusa, promotore della mostra “Thalassa”, ) ha mandato un suo messaggio al Mann.

Una tavola dell’originale racconto illustrato “Thalassa, tra mare e stelle” (ideazione: Servizi Educativi del MANN)

Agli esperti, naturalmente, è destinata la silloge scientifica, edita da Electa a completamento del ciclo di pubblicazioni già lanciate con la guida breve; tante le tematiche affrontate nel corposo volume: dall’archeologia subacquea alla geologia marina, dai musei del mare alla storia della navigazione, dai commerci alla pirateria, dalla vita di bordo all’esistenza ai margini del Mediterraneo, dalla storia alla mitologia. E se la mostra ha scommesso sulle nuove generazioni con l’originale racconto illustrato “Thalassa, tra mare e stelle” (ideazione: Servizi Educativi del MANN), è il documentario, di cui è stato presentato il trailer, un nuovo spazio di approfondimento sulle avventure, storiche e moderne, dell’archeologia subacquea. Diretto da Antonio Longo e scritto dallo stesso Longo a quattro mani con Salvatore Agizza, il documentario “Thalassa, il racconto” (uscita prevista nel 2020) è un’occasione per ripercorrere le emozioni degli scavi subacquei nel Mediterraneo, anche grazie alle nuove frontiere di ricerca in acque profonde. Se i filmati delle Teche Rai ricostruiscono l’esperienza dei pionieri novecenteschi dell’archeologia subacquea, è il ricordo di Sebastiano Tusa, promotore della mostra scomparso tragicamente nel marzo 2019, a narrare quanto la ricerca abbia bisogno di grandi maestri per segnare nuovi traguardi.

“Thalassa, il racconto”. Di primo acchito, fermi sulla superficie del tempo, non si scorge niente. Ci vuole pazienza, ma anche questa da sola può non bastare. A volte nemmeno un occhio attento è sufficiente se si sta cercando qualcosa in territori inesplorati, bui e profondissimi. Ed ecco che improvviso e leggero come un alito di vento irrompe il caso e svela quello che era addormentato e nascosto solo un po’ più in là, ma da tutto il tempo possibile. Così comincia l’avventura, giovanissima ed eterna dell’archeologia subacquea nelle acque del Mediterraneo. Partendo dall’esperienza della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, il documentario “Thalassa, il racconto”, diretto da Antonio Longo e scritto con Salvatore Agizza, già curatore della mostra, comincia proprio dal caso e dai primi ritrovamenti subacquei a narrare le storie dei suoi protagonisti. Grazie ai filmati provenienti dall’archivio delle Teche Rai, alternando passato e presente alle testimonianze dei pionieri dell’archeologia sottomarina del Novecento, con le osservazioni di coloro che hanno curato il progetto scientifico e l’allestimento, si raccontano le storie di tesori sommersi; nel documentario è presente un omaggio al compianto Sebastiano Tusa, noto archeologo e fondatore della soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. “Thalassa, il racconto” propone allo spettatore la possibilità di scoprire la storia dell’archeologia subacquea partendo dai reperti in mostra fino alla nuova frontiera della ricerca in acque profonde. Per la prima volta un documentario racconta la storia e le suggestioni dell’archeologia subacquea nel Mezzogiorno d’ Italia. Il nuovo, crescente e meritato interesse per questa branca dell’archeologia è testimoniato dalla recente istituzione della Soprintendenza Nazionale per il patrimonio culturale subacqueo.

Paestum, XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico: ecco le 5 scoperte archeologiche (in Cambogia, Iraq, Israele e due in Italia) candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Anche il pubblico può votarle su Facebook per lo “Special Award”

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Le cinque scoperte archeologiche del 2019, candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Cambogia, la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; Iraq, nel Kurdistan presso il sito di Faida, a 50 km da Mosul, dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia; Israele, a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; Italia, a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; Italia, nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Lo hanno annunciato la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. La cerimonia di consegna si svolgerà venerdì 20 novembre 2020 in occasione della XXIII BMTA, a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 1° giugno – 30 settembre 2020 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto-rodrigo-pacheco-ruiz)

Edizioni precedenti. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo, alla presenza di Fayrouz, la figlia archeologa di Khaled al-Asaad.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal prima della sua distruzione

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla sesta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Così lo ricorda l’archeologo Paolo Matthiae: “Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira. Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta, Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava”. E conclude: “Khaled era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinari per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo”.

Scoperta in cambogia la città perduta di Mahendraparvata, capitale dell’impero Khmer (foto Bmta)

Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor. Grazie alla tecnica di telerilevamento laser aviotrasportata (LIDAR) e spedizioni sul campo, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della ADF Archaeology & Development Foundation di Londra è riuscito a far emergere nella sua interezza la spettacolare città perduta di Mahendraparvata, che nel IX secolo d.C. si estendeva per ben 50 kmq, tratteggiandone una mappa dettagliata e scoprendo numerosi altri siti nascosti. La Fondazione sin dal 2008 è impegnata nel “Phnom Kulen Program” a stretto contatto con la National Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap (APSARA National Authority) e i colleghi dell’Ecole Française d’Extreme-Orient di Parigi. Jean-Baptiste Chevance assieme a Damian Evans dell’University of Sydney’s Overseas Research Centre a Siem Reap-Angkor, fu il primo a scoprirla sepolta sotto la foresta della Cambogia per secoli, incastonata sul massiccio collinare di Phnom Kulen, a nord-est del sito archeologico di Angkor. L’antica città perduta fu una delle prime capitali del potente Impero Khmer, che dominò tra IX e il XV sec. nel Sud-Est asiatico. La sua influenza si estese oltre l’attuale Cambogia, abbracciando anche una porzione estesa del Vietnam, del Laos e della Thailandia. Benché fiorente, Mahendraparvata non durò a lungo come capitale dell’Impero Khmer. I regnanti decisero, infatti, di spostare rapidamente la capitale ad Angkor, che si trovava in un luogo più pianeggiante e dunque decisamente più favorevole per la coltivazione dei prodotti alimentari e l’allevamento del bestiame.

Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei delal Mesopotamia (foto Bmta)

Iraq: nel Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia. Presso il sito archeologico di Faida, 20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul 10 rilievi rupestri assiri dell’VIII-VII secolo a.C. portati alla luce, dal team di archeologi “Land of Nineveh Archaeological Project”, coordinato da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine con la direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/10/grandi-dei-e-sovrani-scolpiti-nella-roccia-lungo-un-imponente-canale-dirrigazione-la-grande-scoperta-delluniversita-di-udine-nel-kurdistan-iracheno-illustrata-a-roma-il-team-di-dan/). Si tratta di pannelli imponenti, grandi 5 mt e larghi 2 mt, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo quasi 7 km, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, oggi sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti, rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero. La mitologia assira raffigurata sulla roccia è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone.

A Motza in Israele è stata scoperta una metropoli neolitica di 9mila anni fa (foto Bmta)

Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9mila anni fa. È la prima volta che in Israele si scopre un sito di questa portata, circa 4.000 mq, risalente al periodo neolitico, dove vivevano 2/3.000 residenti e per gli standard dell’epoca possiamo parlare di una vera e propria metropoli. Grandi edifici residenziali con pavimenti in gesso, strutture pubbliche, spazi dedicati al culto e sepolture, con la presenza di vialetti, testimonianza di un livello di pianificazione architettonica e urbanistica avanzata e ariosa. Le case erano costruite con mattoni di terra, disintegrati da molto tempo, ma le fondamenta degli edifici in grandi mattoni di pietra sono ancora visibili. Dai reperti si evince che gli abitanti avevano relazioni commerciali e culturali con popolazioni dell’Anatolia, dell’Egitto e della Siria. Alla luce luoghi di sepoltura, che si trovavano dentro e tra le case, nei quali erano collocate varie offerte funerarie, strumenti utili o preziosi: oggetti di ossidiana (vetro vulcanico nero) proveniente dall’Anatolia e di conchiglie dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, braccialetti in pietra calcarea e in madreperla, medaglioni e monili d’alabastro lunghi 2,5 cm provenienti, probabilmente, dal vicino antico Egitto. I resti del villaggio indicano anche la presenza di magazzini contenenti una grande quantità di semi di legumi, soprattutto lenticchie in buono stato di conservazione, che prova il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva. Le ossa di animali domestici, essenzialmente capre, evidenziano che la popolazione locale si era sempre più specializzata nell’allevamento, a scapito della caccia. La scoperta del sito è avvenuta in occasione di importanti lavori stradali, per cui il progetto è stato finanziato dalla Società Israeliana delle Infrastrutture e dei Trasporti “Netivei Israel” con la direzione di Hamoudi Khalaily e Jacob Vardi dell’IAA Israel Antiquities Authority.

La Sala delal Sfinge scoperta nella Domus Aurea a Roma (foto Bmta)

Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge. Sontuosa e interamente decorata torna alla luce dopo 2000 anni, durante il restauro della volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 dell’immensa dimora diffusa che l’imperatore Nerone si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all’altro della capitale dell’Impero Romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/22/iorestoacasa-gli-artisti-del-rinascimento-tra-cui-raffaello-scoprirono-le-pitture-della-domus-aurea-attraverso-unapertura-lo-stesso-e-capitato-anche-agli-archeologi-moderni/). La scoperta è il frutto della strategia dedicata alla tutela e alla ricerca scientifica, e messa a punto dal Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. Larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch’essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell’odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, in quanto per ragioni di stabilità non è prevista per il momento la rimozione della terra. Quello che emerge racconta già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco, sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all’epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.

Scoperta a Vulci una statua di un leone alato del VI sec. a.C. di produzione etrusca (foto Bmta)

Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Vulci, una delle più grandi città-stato dell’Etruria con un forte sviluppo marinaro e commerciale nel territorio di Canino e di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale, regala una nuova scultura durante l’ultima campagna di scavo alla necropoli dell’Osteria. Gli archeologi hanno rinvenuto una statua raffigurante un leone alato risalente al VI secolo a.C. La scoperta è avvenuta durante la fase di evidenziazione della stratigrafia orizzontale del terreno, in prossimità di alcune strutture funerarie sepolte nella necropoli. Il leone per il popolo etrusco era considerato fiero, possente e apotropaico, ossia aveva la funzione di allontanare dalle tombe profanatori, gli dei avversi e il fato. La scultura è una raffinata testimonianza di quella che fu una tradizione propria della produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune. I lavori di scavo diretti da Simona Carosi della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale si sono svolti presso l’area della necropoli dell’Osteria, dove a fine 2011 fu trovata la Sfinge di Vulci.

Firenze Archeofilm, nuovo rinvio: il lungo lockdown costringe gli organizzatori a spostare il festival del Cinema di Archeologia Arte Ambiente da giugno a ottobre 2020

Il manifesto dell’edizione 2020 di Firenze Archeofilm

“Cari amici, il lungo periodo di blocco delle attività ci ha costretto a rinviare ancora la terza edizione del Firenze Archeofilm al 21 -25 ottobre 2020”. Un messaggio stringato, quasi un “cinguettio” quello mandato oggi da Dario Di Blasi, direttore artistico del grande Festival Internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente, ma che trasmette tutte le difficoltà, le incertezze, le frustrazioni sopportate quando non subite dagli organizzatori di eventi culturali in questi mesi di lockdown. L’edizione 2020 di Firenze Archeofilm già aveva subito un rinvio dalla prima programmazione dall’11 al 15 marzo 2020 a un periodo che, a fine febbraio, sembrava già sicura, dall’8 al 12 giugno 2020. Non è stato sufficiente. Ha vinto il coronavirus. Se ne riparlerà dunque a ottobre, da mercoledì 21 a domenica 25 ottobre 2020. Lo ha deciso Archeologia Viva (Giunti Editore) che promuove la kermesse con Dario Di Blasi direttore artistico, e Giuditta Pruneti direttore editoriale. Firenze Archeofilm 2020 si terrà sempre al Cinema La Compagnia di Firenze con proiezioni mattina, pomeriggio e sera. In programma la proiezione di 70 film in concorso, 10 film in versione originale, con 20 prime visioni nazionali. E la domenica anche incontri con registi e produttori. Tre i premi in palio: Premio “Firenze Archeofilm”, Premio “Università di Firenze”, Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi”.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli riapre il 2 giugno in tutta sicurezza: prezzi ridotti, fasce orarie e tre percorsi di visita. Prorogate le mostre “Thalassa”, “Lascaux” e “Cambiamento climatico”. Apre quella sugli Etruschi. Novità le sale degli Affreschi con restyling e aggiornamento

“Il Mann ricomincia da te” è lo slogan proposto per la prima campagna di comunicazione digitale

Il museo Archeologico nazionale di Napoli riapre. In tutta sicurezza, a prezzi ridotti, a fasce orarie, e con percorsi di visita. La Festa della Repubblica al museo Archeologico nazionale di Napoli diventerà anche Festa dell’Arte: il Mann, infatti, riaprirà al pubblico martedì 2 giugno 2020. “Il Mann ricomincia da te. Dai cittadini, dalla comunità dei nostri abbonati, dal territorio, dagli operatori della cultura”, spiega il direttore Paolo Giulierini. “Ricomincia da dove ci eravamo lasciati, dalle università, da chi sta lavorando per far ripartire le scuole e le attività per l’infanzia. Per più di ottanta giorni il portone del Museo è rimasto chiuso, ma non ci siamo mai fermati, la nostra bellezza e la nostra identità hanno viaggiato, sia pur virtualmente, per il mondo. Con emozione ci prepariamo ora alla riapertura nella simbolica data del 2 giugno, con una proposta di fruizione in assoluta sicurezza, ingressi scontati e una offerta più ricca, a partire dagli “Etruschi e il Mann”, una accoglienza speciale per le famiglie. Sarà un piacere per noi salutare i visitatori di questa prima giornata con un piccolo omaggio. Voglio ricordare che chi sceglierà l’abbonamento, ad un costo davvero simbolico, potrà organizzarsi al meglio per godere di tutti i percorsi, in più volte. Ci siamo, quindi. Guardiamo ai prossimi mesi con ottimismo e grande responsabilità. Il passato lo abbiamo subito e affrontato. Il finale però, adesso, lo scegliamo noi. Vi aspettiamo”.

Piccolo calderone dalla tomba Bernardini di Palestrina: sarà esposto alla mostra “Gli Etruschi e il Mann” dal 12 giugno 2020 (foto Mann)

Per dialogare con il pubblico ed informare sulle novità dell’estate, il primo claim della campagna di comunicazione digitale sarà proprio “Il MANN ricomincia da te”. E sicurezza sarà la parola chiave per la ripartenza: in una prima previsione temporale legata all’attuale situazione sanitaria, per visitare il Mann sarà obbligatoria la prenotazione, da effettuare, a partire dal 29 maggio 2020, tramite i siti web http://www.museoarcheologiconapoli.it e http://www.coopculture.it. Il visitatore potrà scegliere, in una specifica fascia oraria di riferimento, fra tre itinerari di scoperta del Museo: il Percorso Classico (Collezione Farnese, Mosaici e Gabinetto Segreto, Collezione Oggetti della vita quotidiana nelle città vesuviane, Tempio di Iside e Sale degli Affreschi); le Nuove Collezioni (Sezione Egizia ed Epigrafica, Magna Grecia, Preistoria e Protostoria); le Mostre Temporanee (“Gli Etruschi e il MANN”, in programma dal 12 giugno 2020; “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, in proroga sino al 21 giugno 2020; “Lascaux 3.0”, visitabile fino al 2 luglio 2020; “Capire il cambiamento climatico”, in calendario sino al 31 agosto 2020). Previa disponibilità di posti nell’orario prescelto, il visitatore avrà modo anche di sommare tutte le opzioni di tour museale.

I reperti dal relitto di Antikytera esposti alla mostra “Thalassa” (foto Mann)

Le procedure organizzative garantiranno la sicurezza del pubblico: il biglietto sarà esclusivamente digitale; all’ingresso del Museo, una telecamera termica consentirà la rilevazione della temperatura corporea, indicando come soglia limite per l’ingresso i 37.5°C; all’interno dell’edificio, sarà indispensabile indossare dispositivi di protezione individuale; nell’itinerario di visita, saranno allestiti pannelli informativi e indicatori per il distanziamento; in alcuni punti degli ambienti, presenti dispenser con gel disinfettante. Le novità procedurali riguarderanno non soltanto i visitatori singoli ed eventuali gruppi, ma anche i titolari di abbonamento OpenMANN: i possessori di card, infatti, dovranno prenotare ogni accesso al Museo; dal 2 giugno 2020, per chi attiverà un’offerta OpenMANN, le tessere annuali saranno esclusivamente vendibili online e disponibili in formato elettronico. Visitare l’Archeologico non sarà soltanto sicuro, ma anche vantaggioso: dal 2 giugno al 31 dicembre 2020, infatti, i prezzi per accedere al Museo saranno sensibilmente ridotti. Ferme restando le gratuità previste dalla legge, saranno queste le tariffe praticate, senza alcun onere aggiuntivo per la prenotazione obbligatoria: biglietto intero, 8 euro; biglietto due adulti over 25 anni: 12 euro; biglietto ridotto: 4 euro; biglietto per cittadini UE dai 18 ai 25 anni non compiuti: 2 euro. Anche l’abbonamento Openmann diventerà sempre più conveniente: l’opzione adulti costerà 10 euro, le card Young (18-25 anni) e Academy (per studenti di qualsiasi corso di laurea e scuola di specializzazione, senza limiti di età) prevederanno un prezzo di 5 euro, la card Family (due adulti over 25) sarà acquistabile a 16 euro. Per I titolari di tessera in corso di validità, sarà garantito un recupero di tre mesi per compensare la mancata fruizione del Museo nel periodo di chiusura: questa dilazione temporale sarà registrata dal sistema in automatico.

“Eracle e Onfale”, affresco scelto per il nuovo allestimento delle sale degli Affreschi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Novità della riapertura, la possibilità di fruire, dal 2 giugno 2020, del restyling delle sale degli Affreschi del Mann: nell’ambito delle attività di riallestimento delle collezioni permanenti anche questa sezione ha richiesto un aggiornamento dei pannelli e delle didascalie, per conseguire una maggiore essenzialità di comunicazione e coordinarsi con la nuova immagine grafica del Museo. Al suo interno, tuttavia, si sono rese necessarie alcune modifiche dovute allo spostamento di alcuni affreschi (due nella sala 68 provenienti dalla Basilica di Ercolano e altri nove nella sala 78 con scene di vita quotidiana dai Praedia di Iulia Felix di Pompei) da collocare nella futura sezione dedicata alla Scultura campana, al piano terra dell’ala occidentale del Museo, per ricomporvi i complessi figurativi di alcuni edifici pubblici di Pompei ed Ercolano. In sostituzione di questi sono stati selezionati dai depositi tre affreschi da Ercolano, da esporre nella sala 68, e specificamente due con prospetti architettonici e un altro con il mito Fedra e Ippolito. Per la sala 78 sono stati scelti sei “ritratti”, con espressivi volti di giovani e donne, nonché i busti di Ercole e di Ercole e Onfale particolarmente notevoli dal punto di vista stilistico.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. alll’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann

La collezione di affreschi e stucchi dipinti provenienti dalle città sepolte dal Vesuvio nel 79 d.C., vanto unico del museo Archeologico nazionale di Napoli, deve essere considerata il più ampio e importante repertorio di pittura romana conservato al mondo, composto da circa 1500 esemplari, e fu esposta nell’edificio monumentale sin dal 1826. L’attuale allestimento della sezione Affreschi, realizzato nel 2009, disegna con oltre 300 esemplari un quadro della pittura romana tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. secondo canoni sia cronologici che storico-artistici, presentando, al contempo, alcuni contesti pittorici significativi per ricostruirne la visione e l’aspetto originari. Dopo la sala 66 introduttiva con la storia della collezione e l’esposizione di oggetti e opere riguardanti la tecnica della pittura antica, segue la sala 68, dedicata ai primi rinvenimenti durante gli scavi borbonici nei siti vesuviani nella seconda metà del Settecento, ove sono mostrati anche alcuni dipinti su marmo, il primo affresco trovato con festoni, il quadretto con la Venditrice di amorini, i pannelli staccati con danzatrici, Satiri funamboli e Centauri e Centauresse. Nella sala 67 sono presentati, invece, gli splendidi apparati pittorici dalla villa di P. Fannius Synistor a Boscoreale in II stile, con la famosa scena di corte ellenistica. Seguono le sale 69, 70 e 71 con esempi pittorici in III stile, databili tra il 15 a.C. e il 45 d.C., provenienti da vari edifici di Pompei ed Ercolano. Fra di essi si segnalano i monocromi dalla villa presso la Reale Scuderia di Portici, gli eleganti affreschi dalla villa di Agrippa Postumo di Boscotrecase, e quelli dalla Casa di Giasone di Pompei. Gli intonaci e gli stucchi dipinti in IV stile dalle case di Meleagro e dei Dioscuri sono presentati nella sala 72. Ai temi mitologici è dedicata la sala 73 con gli affreschi dalle case del Poeta Tragico e di Gavio Rufo, mentre nella sala 74 sono esposti le nature morte e i paesaggi, con la parete dipinta e vari frammenti con pitture di genere dai Praedia di Iulia Felix. Alle pitture di larario è dedicata la sala 75, mentre nella sala 77 sono illustrati gli affreschi dalla Villa Arianna di Stabiae con le famose vignette dal cubicolo raffiguranti la Flora, Leda con il cigno, Medea e Artemide. Infine alla pittura cosiddetta popolare e ai ritratti è riservata la sala 78, ove emerge la famosa scena con la Rissa tra Pompeiani e Nucerini nell’Anfiteatro, rinvenuta in una casa privata di Pompei.

Eugene, Oregon (Usa): il 17.mo The Archeology Channel International Film Festival non sarà in sala causa emergenza coronavirus. Ma sarà visibile on-line con un ticket simbolico. Ecco i 26 film selezionati

Il logo di “The Archeology Channel International Film Festival”

Quattro giorni di cinema archeologico on-line, in inglese, al costo di 5 dollari. L’invito a seguire The Archaeology Channel International Film Festival viene direttamente da Rick Pettigrew, responsabile del festival di cinema archeologico che si tiene a Eugene in Oregon (Usa). Ce lo fa sapere Dario Di Blasi, direttore artistico del Firenze Archeofilm che del festival statunitense è gemello: “Ci invita a vedere in lingua inglese dal 13 al 17 maggio i film del loro festival che non possono proiettare in sala cinematografica a causa dell’epidemia anche in quel Paese”.

Rick Pettigrew, responsabile del festival di cinema archeologico che si tiene a Eugene in Oregon (Usa

“Il nostro evento, la 17a edizione annuale di The Archeology Channel International Film Festival”, scrive Pettigrew, “si svolgerà dal 13 al 17 maggio 2020. Tuttavia, a causa della pandemia di coronavirus, abbiamo abbandonato i piani per tutti i nostri incontri pubblici. La buona notizia è che continueremo il Festival online. Tutto il mondo può vederli! Proporremo la maggior parte dei film del nostro concorso online nel periodo dal 13 al 17 maggio. Aiutateci a spargere la voce sulle nostre proiezioni online! Per guardare tutti i film di questa mostra nel periodo del TAC Festival, dal 13 al 17 maggio 2020, il costo è minimo: solo 5 USD per un biglietto virtuale. Il link di iscrizione è disponibile all’indirizzo http://bit.ly/TACIFF. Puoi vedere l’elenco dei titoli lì e ottenere maggiori informazioni su di loro in questo momento e persino guardare i trailer (anteprime) per decidere quali vorresti guardare”.

È già possibile vedere in un promo-video le anteprime dei 26 film selezionati. Ecco i titoli: “Art at War” di Davide Becattini (Italia, 55’); “Becoming Singapore” di Tom St. John Gray (Singapore, 48’); “The Boy with the Nikon” di Lucio Rosa (Italia, 33’); “Bronze. A Forgotten Tresaure” di Nivitra Devi D/O Hari (Singapore, 49’); “Cedar: Tree of Life” di Odessa Shuquaya (Canada, 12’); “First Horse Warriors” di Niobe Thompson (Canada/Usa, 53’); “Hafez and Goethe” di Farshad Fereshteh Hekmat (Iran, 78’); “The last Bonesetter” di Adam Booher, Kathryn Oths (Perù, 27’); “The Last Tribes” di Ebru Cakirkaya (Turchia, 54’); “The Lions of Lissa” di Nicolò Bongiorno (Italia/Croazia, 77’); “Lost Cities with Albert Lin: Stonehenge” di Mathew Thompson (Regno Unito, 46’); “Mayan Time: Archaeo-astronomical Phenomena” di Alberto Bross (Messico, 9’); “Neanderthal: The Mistery of Bruniquel Cave” di Luc-Henri Fage (Francia, 54’); “Papua New Guinea: The Fire Dance” di Agnes Molia and Mikael Lefrancois (Francia, 27’); “Pyramids Builders New Clues” di Florence Tran (Francia, 54’); “Remains. The Search for SFC Samuel J. Padgett” di Jose H. Rodriguez and Joe Day (Usa, 41’); “The Ring People” di Anthony Koelker (Usa, 30’); “River of Tresaures” di Marcin Jamkowski and Konstanty Kulik (Polonia, 74’); “Samurai in the Oregon Sky” di Ilana Sol (Usa, 49’); “Saving places” di Joseph Daniel (Usa, 65’); “Stout Hearted: George Stout and the Guardians Art” di Kevin Kelley (Usa, 81’); “Theirstory” di Sarah Cahian (Usa, 23’); “Vars” di Gianmarco D’Agostino (Iran, 53’); “Versailles Rediscovered: The Sun King’s Vanished Palace” di Marc Jampolsky (Francia, 53’); “We, The Voyagers: Our Vaka” di Marianne “Mimi” George (Usa, 60’); “Yam Festival, Ghana” di James Dalrymple (Ghana, 5’).

#iorestoacasa. “La produzione del vetro nel Nord Italia dall’età del Bronzo al Medioevo”: col progetto “Sleeping beauty” viaggio tra le raccolte dei musei archeologici di Fratta Polesine, Adria, Este, Altino, Venezia, Concordia, Aquileia e Cividale del Friuli alla scoperta dei vetri antichi. Una storia lunga più di duemila anni

Il progetto “Sleeping Beauty” del Mibact

Il progetto del ministero per i Beni e le attività culturali e il Turismo è del 2015. Si chiama “Sleeping Beauty” e si propone di far riemergere il grande patrimonio storico-artistico conservato nei musei italiani. In questo contesto e in tempo di emergenza da coronavirus, la Direzione generale Musei propone un video “La produzione del vetro nel Nord Italia dall’età del Bronzo al Medioevo” che illustra il progetto sui vetri antichi dell’Alto Adriatico, dove fondamentali sono le raccolte dei musei Archeologici nazionali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, da Adria a Fratta Polesine, da Este ad Altino, da Venezia a Concordia, da Aquileia a Cividale del Friuli. Una storia lunga più di duemila anni. “Nei magazzini dei musei spesso si conservano oggetti poco studiati o mai valorizzati”, spiega l’archeologo Enrico Giannichedda. “Guardare a questi oggetti con l’ottica dell’archeologia della produzione significa chiedersi non solo come sono stati prodotti, ma anche quale era il sapere tecnico degli artigiani, quali erano i rapporti sociali tra artigiani e consumatori, come gli oggetti erano utilizzati. E quindi anche come sono arrivati in museo”.

Il tesoretto al museo archeologico di Fratta Polesine

L’età del Bronzo finale: la prima produzione di vetro in Europa (XII-X sec. a.C.). I ritrovamenti, frutto di quasi 40 anni di ricerche in Polesine, forniscono informazioni straordinarie sull’inizio della produzione del vetro in Europa. Testimonianza dei villaggi che popolavano l’antico fiume Po come Frattesina sono i crogioli con residui di lavorazione del vetro e migliaia di perle di vetro custoditi dal museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine, nelle barchesse di villa Badoer progettata da Andrea Palladio.

La famosa vetrina dei vetri antichi al museo Archeologico nazionale di Adria

L’età preromana: i veneti e gli etruschi (VII – II sec. a.C.). La fondazione delle città di Este e Adria, la presenza etrusca e l’influenza greca consentono di comprendere chiaramente la presenza di materiali importati e nuove produzioni locali. Un periodo caratterizzato da un forte dinamismo delle antiche popolazioni venete, celte ed etrusche. Nei musei Archeologici nazionali di Adria e di Este si possono ammirare preziosi oggetti di vetro utilizzati nei rituali funebri.

Pisside in pasta vitrea di età augustea conservata al Man di Aquileia (foto di Alessandra Chemollo)

Il periodo romano: l’età della fioritura (I sec. a.C. – IV sec. d.C.). Lo sviluppo del commercio in tutto il Mediterraneo aumentò durante il periodo romano. La produzione del vetro in questo momento raggiunge esiti altissimi come testimoniano le collezioni di Adria, Altino, Aquileia, Concordia Sagittaria e Cividale del Friuli. La soffiatura del vetro è una tecnica che si afferma a partire dall’età augustea e diviene lo standard universale di trasformazione del vetro. Aquileia è l’esempio più completo di città romana nell’ambito del Mediterraneo, patrimonio dell’Umanità. Nel museo Archeologico nazionale di Aquileia è conservata una delle collezioni più importanti di vetri romani riferiti alla tecnologia antica: contenitori, piccole bottiglie di profumo come urne cinerarie si combinano con materiali di lusso come il vetro cameo a mosaico e a fascia d’oro. Il museo Archeologico nazionale di Altino e il museo Archeologico nazionale di Venezia presentano straordinari vetri a mosaico. Questo tipo di lavorazione ha segnato il successo per un’industria creativa che ancora oggi è un marchio di eccellenza di Venezia e Murano.

Corno potorio longobardo proveniente dal museo Archeologico nazionale di Cividale

L’Alto Medioevo (VI – VII sec. d.C.). La produzione del vetro non si fermò nemmeno durante il periodo critico dell’Alto Medioevo. Collane di perle di vetro, piccole bottiglie, e calici ritrovati nelle tombe longobarde di Cividale del Friuli dimostrano lavorazioni altamente complesse e di grande pregio.

#iorestoacasa. “Passeggiata archeologica” da Nord a Sud con i video promossi dal Mibact per portare il patrimonio culturale nella casa degli italiani in piena emergenza da coronavirus: “La cultura non si ferma”

#iorestoacasa è l’invito che da qualche settimana è chiesto a tutti noi, un mantra che ci accompagna in ogni comunicazione ufficiale. Lo ha recepito molto bene il ministero per i Beni e le Attività culturali che però assicura: “La cultura non si ferma”. E lancia una serie di brevi video promozionali per far conoscere, stando a casa, le bellezze del nostro patrimonio culturale. Ecco una breve carrellata di immagini, da Nord a Sud, che diventa una vera e propria “passeggiata archeologica”.

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia è tra le principali e più antiche istituzioni museali del Friuli Venezia Giulia. Inaugurato il 3 agosto del 1882, e rinnovato il 3 agosto 2018, è parte del Polo museale del Friuli Venezia Giulia e conferito in uso alla Fomdazione Aquileia. Il complesso museale, con la sua notevole estensione e l’ingente ed eccezionale collezione archeologica, fortemente legata al territorio e alle indagini archeologiche effettuate nel sito, rappresenta una delle più importanti istituzioni museali dell’Italia settentrionale.

Museo Archeologico nazionale del Mare di Caorle. La visita inizia con “TERREDACQUE da mostra a museo”, allestita già nel 2014 dall’allora Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto. In queste sale, situate al primo piano del Museo, sono stati esposti i reperti più significativi rinvenuti a Caorle e in siti limitrofi, databili in un ampio arco cronologico che va dall’età del Bronzo recente (XIII—prima metà XII secolo a.C.) all’epoca moderna. Nelle sale al piano terra è invece raccontata la storia del brick Mercurio, un’imbarcazione da guerra a due alberi, armata con due vele quadre e una vela trapezoidale con un solo ponte, costruita in età napoleonica e ceduta dai Francesi alla flotta italiana. Il vascello saltò in aria il 22 febbraio del 1812, perché colpito al Santa Barbara, cioè nelle polveri poste a poppa, durante la battaglia di Grado, combattuta dagli Italo-francesi contro gli Inglesi.

Museo Archeologico nazionale di Ferrara. Allestito nel cinquecentesco palazzo tradizionalmente attribuito a Ludovico Sforza detto il Moro, Duca di Milano, appartenne in realtà ad Antonio Costabili, segretario di Ludovico e personalità di spicco della corte del Duca Ercole I d’Este, palazzo progettato da Biagio Rossetti per Antonio Costabili, il museo conserva le testimonianze della necropoli e dell’abitato di Spina, il fiorente porto commerciale etrusco che tra il VI e il III sec. a.C. rappresentò uno dei centri focali della regione. Sono esposti alcuni dei corredi ritrovati nelle oltre 4.000 tombe, reperti di impressionante bellezza tra cui spicca un’imponente raccolta di vasi attici a figure rosse del V sec. a.C. Recentemente ampliato e riallestito con apparati all’avanguardia, il museo vanta una Sala del Tesoro affrescata dal Garofalo, la Sala delle Piroghe, imbarcazioni monossili di età tardo romana (III-IV secolo d.C.), e la Sala degli Ori con gioielli d’oro, argento, ambra e pasta vitrea risalenti al V e IV sec. a.C. Al piano terra, quattro sale – di cui due affrescate dal Garofalo e dalla sua scuola – sono dedicate “alla città dei vivi”, all’abitato di Spina, ai culti e ai miti, ai popoli e alle scritture. Chiude il percorso una delle “biblioteche virtuali” che introduce alla necropoli. Il piano nobile, in consonanza con l’originario allestimento degli anni Trenta, è dedicato alla necropoli della città etrusca e annovera capolavori della pittura vascolare attica, bronzi etruschi, preziosi oggetti di importazione da tutto il Mediterraneo.

Il Colosseo, il Foro e il Palatino risplendono in questo video realizzato in piena emergenza coronavirus per permettere alle persone di continuare a godere del patrimonio culturale nazionale. Dall’attenzione alle famiglie con le numerose attività e laboratori per bambini e ragazzi alle attività di studio e ricerca, con la possibilità di ammirare luoghi meno noti come la domus di Scauro; dagli scavi realizzati insieme a studenti e specializzandi per la formazione specialistica sul campo ai percorsi multimediali attraverso i luoghi di Nerone, Augusto e Livia; dalle opere di manutenzione e restauro all’Arco di Tito, con l’inconsueto accesso a una scala interna al monumento trionfale, al lavoro quotidiano del personale nel Parco Archeologico del Colosseo. Questo e molto altro è visibile nel video che illustra uno dei luoghi iconici del patrimonio culturale mondiale, pronto ad accogliere nuovamente appena possibile chi vorrà godere dal vivo dei suoni e delle luci che animano le memorie più preziose della nostra storia.

“Classico pop”: curioso video con i tesori del museo nazionale Romano. Nato nel 1889 come uno dei principali centri di cultura storica ed artistica dell’Italia unita, oltre ad accogliere ed esporre le opere di collezioni storiche passate allo Stato e le numerose antichità che emergevano dai lavori di adeguamento di Roma al suo nuovo ruolo di Capitale del Regno d’Italia, il Museo era destinato ad accrescere il patrimonio storico ed artistico della città e contribuire con esso nel modo più efficace all’incremento della cultura. Circa un secolo dopo la sua istituzione nelle Terme di Diocleziano, il Museo è stato riorganizzato in quattro sedi distinte: alle Terme si sono aggiunti Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e la Crypta Balbi.

Le Terme di Diocleziano, che fanno parte del museo nazionale Romano, rivivono in questa ricostruzione 3D, che mostra gli straordinari resti del grande impianto d’età imperiale come appariva ai Romani del IV secolo d.C.

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica si sviluppa da Porta Capena sino alla località di Frattocchie nel comune di Marino, tra la via Ardeatina e l’Appia Nuova, includendo la Valle della Caffarella e l’area di Tormarancia. Il Parco Archeologico ha in consegna un ampio tratto dell’antica via Appia, di proprietà del Demanio dello Stato, dal civico n. 195 fino alla località di Frattocchie, con i monumenti sui lati, e i siti di Cecilia Metella e Castrum Caetani, Capo di Bove, Villa dei Quintili e Santa Maria Nova, il Parco delle Tombe della via Latina, il complesso degli Acquedotti, la Villa dei Sette Bassi, l’Antiquarium di Lucrezia Romana.

Museo e parco archeologico Nazionale di Egnazia. Il museo, intitolato a Giuseppe Andreassi, direttore del museo e dell’area archeologica dal 1976 al 1985 e Soprintendente Archeologo della Puglia dal 1990 al 2009, sorge all’esterno delle mura di cinta dell’antica Gnathia, nell’area della necropoli messapica. La città, citata dagli autori classici per la sua posizione geografica privilegiata, fu scalo commerciale strategico nel collegamento tra Occidente e Oriente. Della fase messapica di Egnazia restano le poderose mura di difesa e le necropoli, con tombe a fossa, a semicamera e le monumentali tombe a camera. Della città romana si possono ammirare i resti della Via Traiana, della Basilica Civile con l’aula delle Tre Grazie, del Sacello delle divinità orientali, della piazza porticata, del criptoportico e delle terme. Tra gli edifici di culto cristiano, sorti tra il IV ed il VI sec. d.C., si segnalano la Basilica Episcopale con il battistero e la Basilica Meridionale, originariamente pavimentate con mosaici. Il nuovo museo è stato inaugurato nel luglio 2013. Il percorso espositivo, diviso in 7 sezioni, narra le vicende che hanno caratterizzato la ricerca archeologica ad Egnazia e l’evoluzione storica del sito dal XVI sec. a.C. fino al XIII secolo d.C., epoca dell’abbandono.

Anfiteatro Romano di Lecce. Collocato nel cuore di Lecce, in piazza S. Oronzo, l’Anfiteatro romano testimonia l’importanza raggiunta dall’antica Lupiae in epoca imperiale. Scoperto agli inizi del Novecento, dell’edificio originario è oggi visibile circa un terzo, con parte dell’arena e della cavea, mentre la restante porzione è celata al di sotto della piazza e dei fabbricati prospicenti.

Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia è stato istituito nel 1969 e intitolato al conte Vito Capialbi (1790-1853). Erudito del luogo animato da spirito antiquario, per primo raccolse e custodì le testimonianze della vita della città, ricostruendone la storia dalla fondazione della colonia locrese di Hipponion alla costituzione della colonia romana di Valentia. Dal 1995 il Museo ha sede nel Castello Normanno-Svevo della città che, nella sua struttura originaria e più antica, risale all’epoca di Federico II. I materiali esposti provengono dagli scavi effettuati nella città e nel suo territorio a partire dalle prime ricerche effettuate da Paolo Orsi nel 1921. Accanto ai reperti rinvenuti nelle indagini archeologiche, sono presenti quelli provenienti dalle prestigiose raccolte Capialbi, Cordopatri e Albanese. Le collezioni del Museo illustrano la storia e l’archeologia del territorio, dalla preistoria (primo piano) all’età greca (piano terra e primo piano) e a quella romana e medioevale (piano terra). L’allestimento, basato su criteri cronologici e topografici, ha inizio con manufatti di età protostorica e con reperti provenienti dagli scavi condotti nelle aree sacre della città magnogreca. L’area sacra di Scrimbia ha restituito manufatti databili tra la fine del VII e la fine del V secolo a.C. Il piano terra espone reperti ritrovati nelle necropoli di Hipponion (fine VII – IV secolo a.C.), tra i quali spicca una laminetta aurea attestante il culto orfico con un’iscrizione in dialetto dorico-ionico che fornisce consigli per il passaggio del defunto nel mondo dei morti. L’itinerario prosegue con i materiali di età romana. All’archeologia subacquea è dedicata ampia attenzione: tra i vari reperti viene presentata la ricostruzione parziale della chiglia di un’imbarcazione e alcune anfore e ancore di diverse epoche rinvenute in buona parte nei fondali vibonesi.

Con i bronzetti nuragici del museo Archeologico nazionale “Giorgio Asproni” di Nuoro alcuni consigli per chi è costretto a stare a casa. Il museo è stato inaugurato nel 2002, nel palazzo ottocentesco appartenuto a Giorgio Asproni, intellettuale e uomo politico sardo del XIX secolo. L’esposizione offre un’intensa testimonianza del ricco patrimonio paleontologico e archeologico proveniente dalla provincia di Nuoro: dalle testimonianze di vertebrati del Monte Tuttavista e della Grotta Corbeddu, ai reperti del Paleolitico di Ottana ed alla collezione di oggetti di vita quotidiana del Neolitico. Seguono i materiali delle culture dell’Età del Rame di Filigosa, Abealzu, Monte Claro, del vaso Campaniforme e della cultura di Bonnanaro, a cui si data lo scheletro di Sisaia, ritrovato nell’omonima grotta. Gli oggetti del periodo nuragico, l’età del Bronzo e del Ferro provengono da importanti siti quali Su Tempiesu ad Orune, Sa Sedda ‘e Sos Carros, ad Oliena; la collezione include inoltre la ricostruzione della fonte sacra di Oliena.

Firenze. A Tourisma presentato il nuovo Servizio gestione parchi della Sicilia: in tutto sono 14, diffusi su tutto il territorio regionale organizzati attorno alle grandi realtà archeologiche e siti Unesco. Parello: “Una sfida ambiziosa”

Patrimonio archeologico della Sicilia: in alto, la mappa dei 14 grandi archeologici; sotto, i 14 nuovi parchi archeologici (foto Graziano Tavan)

Vent’anni. Sono passati vent’anni dall’istituzione del sistema regionale dei parchi archeologici con la legge regionale 20/2000 ma finalmente in Sicilia qualcosa si sta muovendo per giungere alla sua applicazione. “In termini anche migliorativi”, assicura Giuseppe Parello intervenuto a Tourisma 2020 nella nuova sezione “A Spasso nel tempo” dedicata alle nuove proposte per la fruizione dei parchi archeologici e ambientali. “Se oggi possiamo parlare di sistema parchi siciliani dobbiamo ringraziare l’opera preziosa di Sebastiano Tusa, scomparso prematuramente nel disastro aereo in Etiopia nel marzo 2019”, spiega Parello, già direttore del parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, ora dirigente del neonato Servizio gestione parchi e siti Unesco della Regione Siciliana. E proprio dalla denominazione dell’ente si capisce la novità e l’evoluzione rispetto al dettato originario della legge 20/2000: l’inclusione dei siti Unesco nel parco archeologico di riferimento. “Complessivamente abbiamo individuato ben 14 parchi regionali, diffusi capillarmente sull’intero territorio dell’isola, una vera sfida per il Servizio gestione parchi che ha il compito di gestione e coordinamento; orientamento e monitoraggio delle attività degli istituti sul territorio; razionalizzazione e ottimizzazione delle proposte e delle risorse; elaborazione di modelli, standard e linee guida in materia di gestione e valorizzazione, nonché di parametri qualitativi e quantitativi diretti a valutare la qualità dei servizi erogati; costruzione di un piano strategico di sviluppo regionale”. Per capire come cambia la gestione del patrimonio archeologico regionale basta guardare la cartina “aggiornata” della Sicilia dove ai 14 punti corrispondenti alle altrettante grandi realtà archeologiche, ora compaiono una serie di punti, aggregati a quei 14 poli e distinti da diversi colori: è il nuovo sistema parchi. “Il vero problema da risolvere”, ammette Parello, “è che il sistema deve funzionare dal punto di vista economico, e al momento sono in pochi a poterlo garantire, cioè Agrigento, Taormina, Piazza Armerina…. E questo fa capire quanto la nostra sia una sfida ambiziosa”. Ecco dunque come sono organizzati i nuovi 14 parchi regionali della Regione Siciliana da cui si capisce la portata della sfida.

Una visione d’insieme della famosa Valle dei Templi ad Agrigento

1. Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi (Agrigento). Il parco comprende il museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento; l’area archeologica e il museo di Sant’Angelo Muxaro; la villa Romana di Realmonte; l’area archeologica, l’antiquarium e il teatro di Eraclea Minoa; l’area archeologica di Monte Adranone a Sambuca di Sicilia; l’antiquarium di monte Kronio a Sciacca; la necropoli di Contrada Tranchina a Sciacca; il museo archeologico regionale della Badia a Licata; l’area archeologica di Monte Sant’Angelo a Licata; l’area archeologica di contrada Canale a Naro; l’area archeologica di Monte Saraceno a Ravanusa; il museo archeologico “Lauricella” di Ravanusa; il museo archeologico “Palazzo Panitteri” a Sambuca di Sicilia; l’antiquarium “Di Pisa Guardì” a Castetermini.

Orecchini d’oro conservati al museo archeologico regionale di Gela

2. Parco archeologico di Gela – Mura Timoleontee – Acropoli – Molino a Vento. Il parco comprende il museo archeologico regionale di Gela; l’area archeologica Bagni Greci a Gela; il Bosco Littorio a Gela; il museo archeologico di Marianopoli; il museo interdisciplinare di Caltanissetta.

Le fondamenta del tempio di Atena conservate nel museo archeologico regionale di Camarina (foto Regione Siciliana)

3. Parco archeologico di Kamarina e Cava d’Ispica. Il parco comprende l’area archeologica Caucana di Santa Croce Camerina; il parco Forza a Ispica; il museo regionale e area archeologica di Camarina (Ragusa); il museo archeologico Ibleo a Ragusa; il convento della Croce a Scicli; l’abitato e la necropoli sicula di Castiglione (Ragusa); la villa rustica dei Margi a Giarratana; la necropoli arcaica di contrada Rifriscolaro di Camarina; le miniere di asfalto di Castelluccio di Ragusa; l’abitato e la necropoli sicula di contrada di Monte Casasta a Monterosso Alma.

Veduta dall’alto del parco archeologico della Neapolis a Siracusa, dominato dal teatro greco

4. Parco archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro. Il parco comprende il ginnasio romano di Siracusa; il castello Eurialo di Siracusa; il museo archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa; il tempio di Giove a Siracusa; l’area archeologica di Akrai e Palazzo Cappellani di Palazzolo Acreide; la villa del Tellaro a Noto.

Il manifesto del museo archeologico di Leontinoi

5. Parco archeologico di Leontinoi. Il parco comprende il museo archeologico di Lentini; area archeologica di monte San Basilio a Lentini; area archeologica di Megara Hyblaea ad Augusta.

Una veduta aerea del centro di Catania: ben visibili le strutture romane antiche

6. Parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci, teatro antico e Odeon. Il parco comprende l’anfiteatro romano di Catania; le terne della Rotonda a Catania; le terme dell’Indirizzo a Catania; l’ipogeo romano a Catania; la mostra permanente Katane a Catania; l’area archeologica Santa Venera al Pozzo di Acicatena; il museo della Ceramica di Caltagirone; l’area archeologica e il museo di Adrano; il Dongione Normanno di Adrano; le mura dionigiane di Adrano.

Il teatro greco nel sito archeologico di Morgantina (Aidone, Enna)

7. Parco archeologico di Morgantina e della Villa Romana del Casale. Il parco comprende il museo archeologico di Aidone; il museo interdisciplinare di Enna; l’area archeologico di Sofiana.

Suggestiva veduta del teatro antico di Taormina (foto parco archeologico Naxos Taormina)

8. Parco archeologico di Naxos e Taormina. Il parco comprende il museo archeologico di Naxos e Giardini Naxos; l’arsenale navale di Naxos a Giardini Naxos; il teatro antico di Taormina; l’Odeon di Taormina; Castel Tauro a Taormina; le Terme di Taormina; l’Isola Bella a Taormina; il monastero e la chiesa basiliana dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò a Casalvecchio; l’area archeologica di Francavilla di Sicilia.

L’area archeologica di Tindari (foto Regione Siciliana)

9. Parco archeologico di Tindari. Il parco comprende l’area archeologica Halaesa Arconidea e Antiquarium di Tusa; Antiquarium, casermette ed ex quartieri spagnoli a Milazzo; l’area archeologica di Viale dei Cipressi villaggio preistorico a Milazzo; l’area archeologica di Capo d’Orlando; la villa romana di Patti Marina; la villa romana di San Biagio – 7 Terme di Vigliatore; l’area archeologica Antica Apollonia a San Fratello; la necropoli in contrada Cardusa a Tripi; il sito archeologico di Gioiosa Guardia a Gioiosa Marea; la Grotta San Teodoro ad Acquedolci; l’area archeologica dell’antica Caronia Kalé Akté.

Le acque blu del mare dell’isola di Lipari nell’arcipelago delle Eolie in Sicilia

10. Parco archeologico delle isole Eolie. Il parco comprende il Castello e museo “Luigi Bernabò Brea” di Lipari; area archeologica contrada Diana a Lipari; le Saline di Lingua a Salina; le terme San Calogero a Lipari; il villaggio archeologico Filo Bracco a Filicudi; il villaggio preistorico di Punta Milazzese a Panarea; contrada Barone a Salina; il sito neolitico di Rincedda a Salina; il museo “Luigi Bernabò Brea” a Filicudi; il villaggio preistorico Capo Graziano a Filicudi.

La statua di Zeus conservata al museo archeologico regionale “Antonio Salinas” di Palermo

11. Parco archeologico di Himera, Solunto e Iato. Il parco comprende l’area archeologica di Solunto; l’area archeologica di Monte Iato; l’antiquarium e museo “Pirro Marconi” a Termini Imerese; l’antiquarium di Solunto; l’area archeologica di Monte Maranfusa a Roccamena; l’area archeologica del villaggio dei Faraglioni a Ustica; l’area archeologica Montagnola – museo della Valle dell’Eleuterio al Castello Beccadelli Bologna a Marineo. All’interno del parco c’è poi il museo archeologico regionale “Antonio Salinas” di Palermo che ha una propria autonomia.

Il tempio greco di Segesta

12. Parco archeologico di Segesta. Il parco comprende la grotta Scurati di Custonaci; l’area archeologica di San Miceli a Salemi; l’area archeologica di Mokarta a Salemi; l’area archeologica di Monte Castellazzo a Poggioreale; la Rocca di Entella a Contessa Entellina.

La sala del museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala che ospita la nave punica

13. Parco archeologico di Lilibeo-Marsala. Il parco comprende il museo archeologico di Lilibeo “Baglio Anselmi” a Marsala; la grotta del Pozzo a Favignana.

Il cosiddetto Tempio C nel parco archeologico di Selinunte

14. Parco archeologico di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria. Il parco comprende il museo del Satiro nella chiesa di Sant’Egidio a Mazara del Vallo; il castello Grifeo a Partanna; le Cave di Cusa a Campobello di Mazara.

Museo Archeologico nazionale di Napoli: riapre dopo vent’anni, con un nuovo allestimento e ben 3mila reperti, la sezione Preistoria e Protostoria che racconta il popolamento della regione dal Paleolitico all’Età del Ferro

L’invito alla presentazione della rinnovata sezione Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli

Tremila reperti, disposti negli ambienti prospicienti il Salone della Meridiana, costituiscono il ricco nucleo della rinnovata sezione di Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli che viene riaperta, dopo vent’anni, venerdì 28 febbraio 2020. I reperti esposti ricostruiranno le caratteristiche delle civiltà che popolarono non soltanto la Campania, ma anche alcuni siti del Mezzogiorno d’Italia, a partire dal Paleolitico Inferiore (tra 450mila e 130mila anni fa) sino all’Età del Ferro (dal X al VII sec. a.C.). La sezione Preistoria e Protostoria ripercorre le vicissitudini, spesso complesse, legate al popolamento della regione dal Paleolitico fino all’Età del Ferro. In vista della sua prossima apertura, c’è stato il restyling dell’allestimento. La realizzazione di nuove didascalie e pannelli didattici e la definizione di un nuovo percorso di visita contribuiranno a incrementare le suggestioni del percorso museale, adeguandolo ai nuovi standard della ricerca scientifica. La sezione, presentata in ultimo allestimento nel 1995 e non più fruibile da oltre un ventennio, è stata infatti aggiornata nel criterio espositivo e nella comunicazione dei contenuti; saranno visibili, inoltre, per la prima volta, alcuni reperti conservati nei depositi e provenienti da siti dell’area interna della Campania. L’apertura della sezione Preistoria e Protostoria è anche l’occasione per presentare la mostra “Moebius. Alla ricerca del tempo”, che sarà in calendario negli ambienti della Sezione a partire dal prossimo 30 aprile: l’esposizione, a cura di Comicon, confermerà la collaborazione con il Salone del Fumetto. Se il 2019, infatti, è stato l’anno di Corto Maltese al MANN, il 2020 sarà dedicato a Jean Giraud: noto come Moebius, il fumettista ed illustratore francese ha scritto pagine indimenticabili del genere fantastico e fantascientifico.