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Al via il 3° Roselle Archeofilm con proiezioni serali nell’area archeologica, e pomeridiane a Grosseto nel Polo culturale Le Clarisse e al museo di Storia Naturale. In programma otto film e tre conversazioni con protagonisti dell’archeologia

Tre serate sotto le stelle per viaggiare nel tempo e nello spazio restando comodamente seduti in poltrona. Dopo il successo delle scorse edizioni, dal 16 al 18 luglio 2021, “va in scena” il terzo appuntamento con Roselle ArcheoFilm – Premio “O. Fioravanti”, ingresso gratuito, prenotazione consigliata. Ricco e coinvolgente il programma di questa edizione che attraverso sapienti regie e grandi produzioni internazionali permette al pubblico di entrare in contatto con storie, uomini e civiltà che hanno fatto la storia o meglio le storie. Tra i temi del Festival le ultime scoperte sulla piramide di Cheope, le più antiche tracce dei Celti, la nascita delle città in Mesopotamia e la ri-nascita del museo di Baghdad, il rinvenimento di alcune sulle vette dell’Himalaya, la ricostruzione in 3D della straordinaria Selinunte “Ripartire dalla cultura”. Soddisfazione da parte del sindaco di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna che commenta: “Anche quest’anno il Comune promuove e contribuisce alla realizzazione di Roselle Archeofilm – Premio O. Fioravanti. Un appuntamento che s’inserisce perfettamente tra le nostre iniziative per incoraggiare la cultura in questa importante stagione di ripartenza”.

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

E Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm: “Anche in questa edizione di Roselle Archeofilm – Premio “O. Fioravanti abbiamo proposto opere cinematografiche provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto rappresentative di realtà storico-archeologiche diversissime. Gran parte di questi film sono stati premiati in festival internazionali. Tra questi è recentissima la menzione speciale al film Il popolo delle dune, del regista David Geoffroy, al TAC International Film Festival in Oregon (Usa) per la sensibilità verso i mutamenti climatici (a Roselle il film è in programma sabato 17 luglio 2021, alle 21.15). Proponiamo queste opere non solo per aggiungere virtute e canoscenza a favore di un pubblico sempre più numeroso, ma per aumentare la sensibilità verso il territorio, il paesaggio storico e il patrimonio archeologico, quest’ultimo troppo spesso interessato da trafugamenti che alimentano il mercato clandestino. E la Toscana ne ha subito purtroppo le conseguenze per secoli, impreziosendo i grandi musei, non ultimo il Louvre”.

L’area archeologica di Roselle in una panoramica dall’alto (foto archelogia viva)
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Roselle Archeofilm nell’area archeologica (foto roselle archeofilm)

In programma tre serate (alle 21.15) nell’area archeologica di Roselle e due proiezioni pomeridiane (alle 18.15) a Grosseto, negli spazi del Polo culturale Le Clarisse e al museo di Storia Naturale. La manifestazione è organizzata da Archeologia Viva/Firenze Archeofilm con direzione regionale Musei della Toscana / Area archeologica nazionale di Roselle e Associazione M.Arte. Il Festival, sostenuto da Santina Grotto, si svolge con il patrocinio di Comune di Grosseto in collaborazione con museo Archeologico e d’Arte della Maremma, fondazione Grosseto Cultura; con il contributo di fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e la partecipazione di Conad e Banca Tema. Ogni sera in programma oltre ai film, anche una conversazione con i protagonisti dell’archeologia tra cui Susanna Sarti, direttore area archeologica nazionale di Roselle; Chiara Valdambrini, direttore museo Archeologico e d’Arte della Maremma; Eva Degl’Innocenti, direttore museo Archeologico nazionale di Taranto; Simona Rafanelli, direttore museo Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia. Informazioni: 0564.402403 (area Archeologica nazionale di Roselle), 0564.488752 (museo Archeologico e d’Arte della Maremma).

Frame del film “Il mondo di Cheope” di Florence Tran
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Susanna Sarti, direttore dell’area archeologica nazionale di Roselle (foto mibact)

Programma serale. Venerdì 16 luglio 2021, alle 21.15. Apre il film “Il mondo di Cheope” di Florence Tran (Francia, 52’).  La piramide di Cheope. La grandiosità dell’edificio affascina ma suscita anche le teorie più irrazionali, basate sulla negazione di due secoli di ricerca. È il momento di raccontare i fatti scientifici, mostrarli, fornire le chiavi di lettura che permettano di coinvolgere, allo stesso tempo, la passione e lo spirito critico degli spettatori. Segue il film “Selinunte, città tra due fiumi” di Antonino Pirrotta, Alessandra Ragusa (Italia, 22’). Com’era Selinunte nel periodo del suo massimo splendore? Le ricostruzioni 3D dell’acropoli che si alternano alle riprese dal vero, danno un’idea di come doveva apparire prima della sua distruzione. Un racconto ricco di storia dove si intrecciano arte, cultura, mitologia e culti arcaici e nel quale Selinunte, anche se virtualmente, ritrova il suo antico splendore. Conversazione con Susanna Sarti, direttore dell’area archeologica nazionale di Roselle.

Il film “Il popolo delle dune” di David Geoffroy ha vinto tra l’altro il XIV premio “Paolo Orsi” alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico
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Chiara Valdambrini, direttore del museo Archeologico e d’Arte della Maremma (foto maam)

Programma serale. Sabato 17 luglio 2021, alle 21.15. Apre il film “I popoli delle dune” di David Geoffroy (Francia, 52’). Su una spiaggia normanna, alcune scoperte archeologiche senza precedenti guidano una squadra di archeologi sulle orme di un popolo celtico la cui cultura sembra differire da quella dei loro vicini del resto della Gallia. Ma non c’è tempo da perdere: l’erosione del mare rischia di distruggere per sempre le ultime tracce della vita degli uomini e delle donne che vissero qui tra II e I secolo a.C. Segue il film “La memoria di un filo” di Franco Zaffanella (Italia, 30’). Il film nasce dalla curiosità atavica di ripercorrere un percorso sperimentale di vita primitiva, consapevoli che la sperimentazione diretta è la chiave necessaria per capire la cultura di un popolo. L’obiettivo prefissato è la realizzazione di un indumento, partendo dalla semina di piantine di lino. Conversazione con Chiara Valdambrini, direttore del museo Archeologico e d’Arte della Maremma.

Una scena del film “Mesopotamia. In memoriam” di Alberto Castellani
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Simona Rafanelli, direttrice del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, all’inaugurazione della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” (foto MArTa)

Programma serale. Domenica 18 luglio 2021, alle 21.15. Apre il film “Mesopotamia in memoria. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 50’). Il film è un’indagine sul “passato” e sul “presente” della Mesopotamia e sulla stagione della nascita della cultura urbana in Iraq. Grazie al secolare apporto della ricerca archeologica emerge una lunga storia fatta di insediamenti e di figure entrate nel mito. Segue l’assegnazione del premio “Olivo Fioravanti” 2021. Segue il corto “The Sound of that Beat Nazione” di Mirko Furlanetto (Italia, 5”). Una madre accompagna per la prima volta il figlio a visitare il Museo Nazionale di Baghdad, con lo scopo di spiegargli l’importanza di questo luogo. In un territorio in “ripartenza”, la valorizzazione e la conservazione del patrimonio archeologico e artistico rappresentano il “battito” di una Nazione. Conversazione con Eva Degl’Innocenti, direttore del museo Archeologico nazionale di Taranto, e Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia.

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Il regista Olivier Vandersleyen

Programma pomeridiano. Proiezioni fuori concorso in collaborazione con il museo Archeologico e d’Arte della Maremma. Venerdì 16 luglio 2021, alle 18.15: Grosseto, museo di Storia naturale della Maremma (str. Corsini 5). Film “I primi uomini dell’Himalaya” di Clark Liesl (Regno Unito, 50’). In Nepal migliaia di grotte ospitano tombe con mummie estremamente ben conservate, oltre a manoscritti, ceramiche e gioielli. Ma la scoperta più incredibile si trova nel DNA rinvenuto che spiega come questi homo sapiens sapiens siano riusciti ad adattarsi e sopravvivere a un clima estremo e a tale altitudine. Sabato 17 luglio 2021, alle 18.15: Grosseto, Polo culturale Le Clarisse (via Vinzaglio 27). Il film “La Stele della Tempesta” di Olivier Vandersleyen (Belgio, 64’). Cinquant’anni fa l’egittologo Vandersleyen tradusse una stele rinvenuta in Egitto poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. La stele descrive la terribile tempesta che invita chiaramente a badare alle Piaghe d’Egitto, come descritto nel libro dell’Esodo…

“Sardegna isola megalitica: dai menhir ai nuraghi. Storie di pietra nel cuore del Mediterraneo”: Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli sono le tappe (dal 1° luglio 2021 all’11 settembre 2022) di una straordinaria mostra dedicata alle antichissime culture megalitiche della Sardegna, compresa quella nuragica, per la prima volta al centro dell’attenzione internazionale. La presentazione dei promotori e dei direttori dei musei coinvolti

Prendete una cartina dell’Europa, segnate con delle bandierine la posizione di Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli. Poi idealmente collegatele con una linea. Si formerà un arco il cui fuoco finisce su una grande isola nel cuore del Mediterraneo: la Sardegna, cui oggi sempre più viene riconosciuto dagli studiosi internazionali un ruolo di primo piano in età preistorica e protostorica nei contatti e negli incroci di civiltà, sia nell’ambito del Mare Nostrum, sia nei rapporti con il Centro e Nord Europa e con il Levante. Un’isola che ha visto svilupparsi, millenni or sono, culture e civiltà originali, capaci di dar vita a testimonianze ed evidenze monumentali. Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli sono state scelte come tappe di una straordinaria mostra dedicata alle antichissime culture megalitiche della Sardegna, compresa quella nuragica, per la prima volta al centro dell’attenzione internazionale: “Sardegna Isola Megalitica. Dai menhir ai nuraghi: storie di pietra nel cuore del Mediterraneo” è la mostra-evento promossa dalla Regione Sardegna-assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio con il museo Archeologico nazionale di Cagliari e la Direzione Regionale Musei della Sardegna, con il patrocinio del MAECI e del MIC, la collaborazione della Fondazione di Sardegna e il coordinamento generale di Villaggio Globale International. La mostra ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica. È questa l’ultima tappa di un articolato progetto di Heritage Tourism finanziato dall’Unione Europea, sull’archeologia sarda nel contesto del Mediterraneo, preparata nel 2017 da un ampio convegno internazionale sul tema (vedi “Le civiltà e il Mediterraneo”: in un eccezionale convegno internazionale i grandi musei si confrontano a Cagliari sul Mediterraneo, per secoli crocevia di culture culla delle più significative civiltà antiche. Così la Sardegna riafferma il suo ruolo centrale nella storia del Mediterraneo e la ricchezza della civiltà nuragica | archeologiavocidalpassato) e nel 2019 dall’esposizione a Cagliari “Le Civiltà e il Mediterraneo” (vedi Apre a Cagliari la mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo”: 550 reperti tra ceramiche, armi e utensili, oggetti di culto e antichi idoli, monili e, soprattutto, straordinari oggetti in bronzo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione | archeologiavocidalpassato), presenti i musei che ora ospiteranno la nuova importante mostra: il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria di Berlino (dal 1° luglio 2021 al 30 settembre 2021), il museo statale Ermitage di San Pietroburgo (dal 19 ottobre 2021 al 16 gennaio 2022), il museo Archeologico di Salonicco (dall’11 febbraio 2022 al 15 maggio 2022) e il museo Archeologico nazionale di Napoli (dal 10 giugno 2022 all’11 settembre 2022).

La locandina della mostra “Sardegna isola megalitica”: prima tappa a Berlino dal 1° luglio al 30 settembre 2021
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Giovanni Chessa, assessore della Regione Sardegna

“C’è una certezza che da tanti anni abbiamo dentro di noi”, interviene Giovanni Chessa, assessore del Turismo, Artigianato e Commercio, Regione Autonoma della Sardegna. “E ogni qualvolta guardiamo alla nostra regione, alla sua storia, alla sua dimensione culturale, ai suoi musei, ai suoi parchi archeologici questa sensazione si rafforza e diviene realtà. La Sardegna è il cuore della civiltà del Mediterraneo. E non lo è in maniera statica o isolata. Non lo è soltanto per la “propria” dimensione. È punto di riferimento nel grande mare che bagna le coste dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Ma è anche luogo di relazioni che contaminano il Centro ed il Nord Europa con il Levante. Questa coscienza non è solo antica, non è storia sepolta degna del pensiero e della ricerca degli studiosi. Questo modo di vedere la Sardegna è nel senso della vita di ciascuno di noi, è nell’aspirazione ad un futuro importante che veda le nostre genti protagoniste di un nuovo sviluppo. È per questo che abbiamo voluto questa mostra”.

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Francesca Lissia della Regione Sardegna

E Francesca Lissia, Autorità di Gestione PO FESR Sardegna 2014-2020: “Il Progetto espositivo La Civiltà Nuragica e millenaria della Sardegna, che nei prossimi mesi e fino al mese di settembre del 2022 sarà visitabile in quattro tra le più importanti e suggestive città europee, segna il ritorno dell’isola e del suo immenso patrimonio archeologico, tra i più numerosi al mondo se rapportato alla popolazione e alla sua dimensione geografica, all’interno dei cartelloni culturali internazionali. Lo fa ancora una volta, e lo sottolineo non senza orgoglio, grazie al contributo decisivo delle risorse comunitarie – in particolare del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – che consentiranno alla Regione Autonoma della Sardegna di rafforzare il quadro delle iniziative culturali promosse dall’Italia all’estero in una fase di ripresa, di rilancio e di grande entusiasmo”.

L’eccezionale panorama che si gode dall’alto della torre di Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)
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Il soprintendente Bruno Billeci

“Attualità e fragilità del patrimonio nuragico in Sardegna. La meraviglia accompagna ogni descrizione delle testimonianze antiche di Sardegna”, assicura Bruno Billeci, soprintendente per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro, “esse vengono collocate in un passato lontano statico e sostanzialmente sospeso rispetto alle processualità successive. In modo lapidario Tacito ha affermato sui resti del passato: omnia […] quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere, ma questa considerazione non sembra trasparire nelle parole di nessuno degli storici antichi o dei viaggiatori che, tra Ottocento e Novecento, hanno descritto i resti archeologici dell’isola e tra i primi lo Spano, importante esponente della cultura sarda nell’epoca della nascita dell’interesse verso la storia antica locale. E questa meraviglia è oggi intatta e presente ogni volta che siamo al cospetto delle architetture e dei manufatti preistorici e nuragici che costituiscono una delle peculiarità del paesaggio culturale sardo denso di stratificazioni e di testimonianze”.

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Francesco Muscolino, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari

Il museo Archeologico nazionale di Cagliari, autonomo dal dicembre 2019, ma attivo come nuovo istituto solo dal novembre 2020, ha “ereditato” e portato avanti alcuni progetti già avviati dalla Direzione Regionale Musei Sardegna, cui il Museo afferiva prima dell’autonomia. Tra questi progetti, emerge per importanza la mostra – promossa dalla Regione Autonoma della Sardegna – che, nonostante il comprensibile ritardo causato dalla pandemia, trova finalmente coronamento con la pubblicazione del catalogo. “Per il “nuovo” Museo di Cagliari”, sottolinea Francesco Muscolino, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari e direttore ad interim della Direzione Regionale Musei Sardegna, “sarà un’ottima occasione per avviare e, in alcuni casi, corroborare e continuare i rapporti con altri prestigiosi musei, anche in vista di future iniziative comuni di esposizione e di ricerca. In un anno che si spera possa segnare l’avvio della progressiva uscita dalla crisi pandemica, un’iniziativa culturale come questa, complessa e di alto profilo, in fattiva condivisione di intenti con altre istituzioni, può sicuramente offrire un importante apporto alla auspicabile ripresa, contribuendo a far conoscere sempre meglio lo straordinario patrimonio archeologico sardo, anche nei suoi aspetti meno noti al grande pubblico. È importante sottolineare come il Museo di Cagliari non sia solo un ente prestatore, che contribuisce in maniera determinante alla mostra con centinaia di reperti, ma abbia predisposto e coordinato, grazie all’impegno dei suoi funzionari e in collaborazione con la Direzione Regionale Musei, il progetto scientifico del catalogo e dell’esposizione, oltre a curare le necessarie procedure amministrative e i delicati aspetti conservativi”.

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Matthias Wemhoff, direttore del museo per la Preistoria e Protostoria di Berlino

La mostra “Sardegna – Isola Megalitica” segna un’altra tappa significativa della collaborazione tra il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria, gli Staatliche Museen zu Berlin (Musei nazionali di Berlino) e i Musei Archeologici della Sardegna e la Regione Autonoma della Sardegna. “In questo progetto, sostenuto dall’Unione Europea e dalla Regione Autonoma della Sardegna, il nostro museo non solo ha partecipato con prestiti, insieme ad altri musei di fama internazionale”, sottolinea Matthias Wemhoff, direttore del museo per la Preistoria e Protostoria di Berlino e Archeologo di Stato, “ma ha anche messo a disposizione uno dei due curatori di questa mostra, Manfred Nawroth, che desidero ringraziare di cuore per il suo grande impegno profuso anche per la realizzazione della tappa espositiva di Berlino. È un piacere che il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria di Berlino possa non solo partecipare alla mostra, ma addirittura essere il primo museo ad ospitare l’esposizione. E, in fin dei conti, il nostro museo è legato alla Sardegna da decenni. Da questo punto di vista resta indimenticabile la mostra “Kunst und Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit” (“Arte e cultura della Sardegna dal Neolitico alla fine del periodo nuragico”), in cui quasi 300 prestiti, tra cui alcuni provenienti dai musei di Cagliari e Sassari, furono presentati nel 1980 nell’allora museo nazionale per la Preistoria e per la Protostoria di Berlino Ovest, e in occasione della quale fu pubblicato un catalogo riccamente illustrato. Ad oltre 40 anni di distanza, rivolgiamo nuovamente uno sguardo più ampio a questo paesaggio culturale così speciale. Per mostrare anche fattivamente il nostro apprezzamento per il progetto abbiamo liberato per questa esposizione speciale alcune delle nostre sale storiche più belle, in cui normalmente presentiamo reperti importanti quali la collezione di antichità troiane di Heinrich Schliemann. Al Neues Museum intendiamo non solo far conoscere la cultura della Sardegna nell’estate del 2021 alla gente di Berlino, ma ci auguriamo – se la situazione pandemica lo permetterà – di presentarla nuovamente anche a un pubblico internazionale”.

Arzachena (SS), le tombe di giganti di Li Lolghi (foto Teravista di Giovanni Alvito)
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Michail Piotrovsky, direttore generale del museo dell’Ermitage

“Il mar Mediterraneo, con le sue isole, sembrerebbe essere stato attraversato, solcato dalle navi in lungo e in largo, studiato e descritto in ogni sua parte”, sottolinea Michail Piotrovskj direttore generale del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo. “Tuttavia, fortunatamente, oggi, sia nelle isole famose che in quelle dimenticate, l’immaginazione di visitatori e studiosi è risvegliata da monumenti poco o per niente conosciuti, pieni di fascino oscuro, che emanano mistero per viaggiatori e ricercatori. La Sardegna è un luogo che in particolar modo crea suggestioni, che incanta e fa sorgere molteplici teorie sulla natura e sull’origine delle sue antiche culture, sui destini dei popoli del mare. A volte sembra sorprendente che non tutti i libri di testo scolastici raccontino delle meraviglie dell’età del Bronzo mediterranea: delle gigantesche tombe di pietra, delle enormi statue di guerrieri in pose da combattimento e di quelle incredibili torri monumentali, i nuraghi, antenati dei castelli medievali. Per non parlare di piccole statuette di bronzo aggraziate, probabilmente ispirate agli dei, di guerrieri con scudi, arcieri, donne con bambini, animali con le corna, brocche dalle forme incomprensibili… La grazia severa della ‘cultura nuragica’, di recente nuovamente glorificata dai ritrovamenti e dal restauro di statue monumentali (una delle quali vedremo esposta a San Pietroburgo), è diventata oggetto di studio ed esposizione in una splendida mostra realizzata dagli sforzi di esperti e leader museali provenienti da Italia, Germania, Grecia e Russia. E la Russia – conclude – ha una sua tradizione nazionale di studio della storia antica della Sardegna, che riceve attraverso questa mostra un nuovo stimolo tangibile per il suo sviluppo, e che le torri di pietra e il bronzo ricorderanno ancora una volta l’archeologia esotica del mar Nero e del Caucaso. Il nostro mondo è tanto unito, quanto variegato”.

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Angeliki Koukouvou, vicedirettore del museo Archeologico di Salonicco

E Angeliki Koukouvou, vicedirettore del museo Archeologico di Salonicco: “Accogliamo con grande piacere e soddisfazione l’organizzazione di una grande mostra che rinnova la consolidata sinergia creativa tra il museo Archeologico di Salonicco e la Regione Autonoma e i musei archeologici della Sardegna. La mostra verrà presentata in quattro importanti musei, affiancandosi alle loro collezioni e mettendo in evidenza le affinità eclettiche delle antiche civiltà che un tempo si incrociavano nei porti del Mediterraneo, il grande mare di comunicazione e coesione. Il museo archeologico di Salonicco è particolarmente grato al ministero della Cultura italiano, alla Regione Autonoma della Sardegna e ai suoi musei che ci hanno affidato molti dei loro più celebri tesori. Sia i capolavori già famosi che i ritrovamenti più recenti saranno messi in risalto dal più ampio contesto archeologico in cui vengono presentati. Siamo entusiasti che il nostro museo sia stato scelto come sede in Grecia di questo evento senza pari. Auspichiamo che il magico universo sardo e il suo profumo mediterraneo catturino i nostri cuori e ispirino molti altri emozionanti viaggi”.

Soldato con stocco e scudo; bronzetto dell’Età del Ferro conservato al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto man cagliari)
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Il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini (foto mann)

“Abbiamo tutti abbastanza presente la classica suddivisione della storia della Sardegna”, esordisce Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli: “la fase prenuragica e quella dei nuraghi e delle tombe dei giganti; il successivo periodo in cui si concentra la produzione di raffinati bronzetti nuragici, forse la più rappresentativa espressione dell’ethnos sardo, e il successivo arrivo dei Fenici e dei Cartaginesi che perfezionano nell’isola il modello dei centri urbani; la romanizzazione finale, a prezzo anche di gravi episodi di violenza da parte dell’Urbe e di una scarsa integrazione delle popolazioni dell’interno. Nel corso di studi consolidati nel tempo e di una bella mostra intitolata “Le Civiltà e il Mediterraneo”, alla quale anche il Mann ha partecipato, si è anche chiarito la posizione baricentrica della Sardegna per tutti coloro che, fin dall’età del Bronzo, dovessero intraprendere rotte o scali commerciali da Oriente a Occidente: fossero essi mercanti Micenei, Fenici, Ciprioti e, più tardi, Cartaginesi o Etruschi, avidi soprattutto di metalli. Forse è meno chiaro al grande pubblico – continua Giulierini – come, nel corso di molti millenni, il popolo sardo si riplasmi di continuo, assorbendo i nuovi arrivati e rielaborando, talora attivamente, talora in forma coercitiva, ulteriori stimoli culturali. L’idea di formazione del popolo etrusco, rispetto ai rigidi criteri della provenienza in blocco di un popolo da una sola area geografica, sviluppata da Massimo Pallottino, potrebbe in effetti tranquillamente allargarsi ai Sardi ma, a ben vedere, un po’ a tutti i popoli dell’Italia antica. Basti pensare alla stessa Campania che vede, dopo sporadiche incursioni micenee nell’età del Bronzo che avviano connessioni con le popolazioni locali, un arrivo massiccio, a partire dal IX secolo a.C., di Greci lungo le coste, Etruschi, Campani e altri popoli italici in molti centri dell’interno. E, a ben guardare, anche le stesse cornici geografiche, pur determinando con i fiumi, le fonti, le risorse naturali in genere o le conformazioni geologiche alcune caratteristiche di base degli insediamenti, mutano in parte e vengono riplasmate da questo infinito numero di uomini e donne che, conoscendosi, incrociandosi, talora combattendosi, formano quegli ethnoi che, pur se costretti a parlare nel tempo la lingua dei nuovi padroni, in realtà conservano “sotto traccia” caratteristiche definite fino ai giorni nostri. Andare alla scoperta dei mattoncini di questo DNA culturale – conclude – è, credo, la cosa più stimolante che possa fare una mostra”.

Barumini. La mostra “Humanum. La Sardegna e la Campania da Su Nuraxi a Pompei” racconta i legami tra Sardegna e Campania. La vernice nell’ambito del 7° Expo del Turismo Culturale in Sardegna con le eccellenze culturali, l’artigianato artistico e l’enogastronomia nell’area archeologica Su Nuraxi, laboratori e incontri nel centro “G. Lilliu”

Una fase dell’allestimento della mostra “Humanum. La Sardegna e la Campania da Su Nuraxi a Pompei” (foto fondazione barumini / mann)
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La locandina della mostra La mostra “Humanum. La Sardegna e la Campania da Su Nuraxi a Pompei”, dal 2 luglio 2021 al 10 gennaio 2022, al Centro “Giovanni Lilliu” a Barumini

La mostra “Humanum. La Sardegna e la Campania da Su Nuraxi a Pompei”, dal 2 luglio 2021 al 10  gennaio 2022, al Centro di Comunicazione e Promozione del Patrimonio Culturale “G.Lilliu” a Barumini vicino all’area archeologica “Su-Nuraxi”, racconta i legami tra Sardegna e Campania. La Fondazione Barumini Sistema Cultura e il Comune di Barumini, nonostante il momento di grave difficoltà per i noti fatti che hanno colpito l’Italia e il Mondo, decidono comunque di mantenere viva la propria offerta culturale, e di contribuire alla ripartenza con una mostra di grande prestigio scientifico. Un sforzo importante per mettere a disposizione dei turisti, ma soprattutto, di tutti gli studenti della Sardegna, contenuti che danno riscontro di traiettorie che hanno caratterizzato la Storia della civiltà mediterranea. E in questo contesto, la Fondazione rinnova il profilo delle sue attività non soltanto riguardo alla gestione di “Su Nuraxi”, sito archeologico Patrimonio Unesco e meta di migliaia di turisti l’anno, ma anche per quanto riguarda il Centro di Promozione G. Lilliu, su cui verranno concentrate sempre più iniziative che ne rinforzeranno il ruolo di promozione della divulgazione scientifica e di offerta culturale secondo una programmazione costante e attenta alle esigenze dei cittadini della Sardegna soprattutto, ma sempre in un’ ottica di rilancio dell’identità a livello nazionale. Fondamentale è il contributo del museo Archeologico nazionale di Napoli. Il direttore Paolo Giulierini ha sposato con entusiasmo la proposta di collaborazione della Fondazione, dimostrando così flessibilità e visione che ne sanciscono il riconosciuto successo, e riuscendo in pochi mesi a programmare un prestito di reperti di altissimo livello scientifico.

L’allestimento della mostra “Humanum. La Sardegna e la Campania da Su Nuraxi a Pompei” (foto fondazione barumini / mann)

La mostra, a cura di Andreina Ghiani e Marialucia Giacco con la collaborazione scientifica di Antonio M. Corda (università di Cagliari), Caterina Lilliu (Fondazione Barumini Sistema Cultura), Gianfranca Salis (soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna), si apre con una sezione dedicata alla Sardegna con reperti databili tra la seconda metà del ferro e l’età imperiale romana. Si rappresenta il processo di trasformazione e l’incontro delle culture indigene che hanno animato la storia della Sardegna fino all’incontro con il mondo romano. Frammenti e vasi punici, testimonianze della frequentazione di Su Nuraxi fino all’ esempio emblematico del tempio di Antas, un luogo sacro dedicato al dio Sardus Pater Babai,   o Sid Addir per i cartaginesi, figlio di Melkart identificato con Ercole, e ancora abilitato a culto fino a Caracalla. L’incontro fra i popoli dunque, come ci mostrano le iscrizioni che arrivano direttamente dalla Campania in osco e in volsco e che ci raccontano di un territorio, quello delle città vesuviane, frequentato prima dell’arrivo dei romani da popolazioni che hanno scritto la storia del Mediterraneo.

Bronzi romani alla mostra “Humanum. La Sardegna e la Campania da Su Nuraxi a Pompei” (foto mann)

Ci si addentra poi nel cuore della mostra, per arrivare a Pompei tra scene di vita quotidiana: Pompei nella ricostruzione del suo splendore e rappresentata in tutta la sua umanità conservata intatta nel momento in cui il grande gigante decise di suggellare con la sua colata lavica una storia. Per gentile concessione del parco archeologico di Pompei e del direttore Gabriel Zuchtriegel sarà esposto al pubblico la copia di un calco di vittima dell’eruzione del 79 d.C.

La locandina del 7° Expo del Turismo culturale in Sardegna a Barumini

La mostra “Humanum” apre all’interno della due giorni del 7° Expo a Barumini. Dopo un anno di stop a causa della pandemia da Covid 19, torna a Barumini l’Expo del Turismo Culturale in Sardegna, uno degli eventi più importanti per la promozione del turismo culturale in Sardegna e per la commercializzazione dell’offerta turistica sarda in Italia e all’estero. Giunta alla sua settima edizione, la manifestazione si propone come occasione di scambio tra gli operatori culturali e gli altri settori e comparti produttivi della Sardegna legati al turismo, ponendo le basi per la costruzione di una valida e reale alternativa al modello di turismo balneare, fortemente localizzata e stagionale, a favore del turismo nelle zone interne, fruibile durante tutto l’anno. Il 2 e 3 luglio 2021 nella suggestiva cornice dell’area archeologica SU NURAXI saranno in mostra le eccellenze dei beni culturali, all’artigianato artistico e all’enogastronomia della Sardegna e al Centro GIOVANNI LILLIU si terranno importanti convegni e laboratori. Per info e prenotazioni: 070 9368128, amministrazione@fondazionebarumini.it, expo@fondazionebarumini.it.

Il nuraghe Su Nuraxi a Barumini (foto mae-mic)
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Il Centro di Comunicazione e Promozione del Patrimonio Culturale “Giovanni Lilliu” a Barumini (foto fondazione Barumini)

Il programma di venerdì 2 luglio 2021. Alle 10, apertura degli stand espositivi nell’area archeologica Su Nuraxi. Sempre alle 10, al Centro “G. Lilliu”, laboratori didattici a cura della Fondazione Barumini Sistema Cultura, e la tavola rotonda “Musei e luoghi della cultura a confronto. I nuovi strumenti di comunicazione”. Francesco Muscolino, direttore della Direzione regionale Musei Sardegna e direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari; Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; Valentino Nizzo, direttore museo nazionale Etrusco di Villa Giulia; e Maura Picciau, soprintendente per l’Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e sud Sardegna, si confronteranno sul tema  “identità culturale e gli scambi” fra i popoli e le civiltà che hanno animato la storia dell’Italia più antica, in un approfondimento del progetto scientifico della mostra. Ma quali sono le aspettative e i cambiamenti nei Beni Culturali nel campo della valorizzazione e della digitalizzazione verso soprattutto il nuovo pubblico? Ne parleranno due prestigiosi professionisti nonché autori di best seller del settore. Il prof. Ludovico Solima, autore di saggi di economia e professore ordinario di Economia e gestione delle imprese , titolare della cattedra di Management delle imprese culturali all’università della Campania “Luigi Vanvitelli”, insegna anche Management dei musei all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli; ed Elisa Bonacini, autrice di saggi e Courtesy Visiting Adjunct Professor Institute for Digital Exploration (IDEx), Department of History, University of South Florida – Board of Fellows IEMEST – Euro-Mediterranean Institute of Science and Technology, Palermo. Pomeriggio al centro “G. Lilliu”: alle 16, laboratorio del gusto “Colori, sapori e valori delle erbe officinali e aromatiche della Sardegna” a cura di Slow Food Sardegna; alle 18, inaugurazione della mostra archeologica “Humanum. Sardegna e Campania da Su Nuraxi a Pompei” in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, con il patrocinio del Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’università di Cagliari; alle 18, laboratorio del gusto “Profumi e colori dei mieli della Sardegna” a cura di Slow Food Sardegna; alle 19, presentazione del nuovo impianto di illuminazione notturna nel sito Unesco Su Nuraxi a cura della Direzione Regionale Musei Sardegna. La giornata si conclude alle 21.30, nell’area archeologica Su Nuraxi, concerto Nuragika con Gavino Murgia trio (Gavino Murgia – Marcello Peghin – Alessandro Garau) e la partecipazione di Luigi Lai -Marcello Floris – Tenore Gòine di Nuoro.

Una sala del Centro di Comunicazione e Promozione del Patrimonio Culturale “Giovanni Lilliu” (foto fondazione barumini)
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Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini è sito Unesco dal 1997

Programma di sabato 3 luglio 2021. Alle 10, all’area archeologica Su Nuraxi, apertura degli stand espositivi; alle 10, ma al centro “G. Lilliu”, laboratori didattici a cura della Fondazione Barumini Sistema Cultura; alle 10.30, webinar sui valori Unesco: Management del patrimonio mondiale per lo sviluppo turistico-culturale a cura dell’UNINT; alle 12.30, laboratori didattici a cura della Fondazione Barumini Sistema Cultura; alle 17, animazione per bambini a cura di Kecco Spettacoli; alle 17.30, presentazione del catalogo della mostra “Mario Cesare. Dalla tela dipinta alla forma scolpita” a cura dell’associazione Mario Cesare. Infine, all’area archeologica Su Nuraxi, alle 19.30, Photowalk al tramonto; alle 19.30, Wine Festival, con intrattenimento musical; alle 21, inaugurazione e apertura al pubblico delle visite guidate notturne nel sito Unesco Su Nuraxi.

Venezia. Nel 1600 anniversario della fondazione di Venezia e nel decennale del sito Unesco “Siti preistorici palafitticoli dell’arco alpino”, apre a Palazzo Corner Mocenigo la mostra “Vivere tra terra e acqua” – Dalle palafitte preistoriche a Venezia” che avvicina la storia di Venezia e la cultura degli insediamenti palafitticoli

La locandina della mostra “Vivere tra terra e acqua” – Dalle palafitte preistoriche a Venezia” a Palazzo Mocenigo di Venezia dal 25 giugno al 31 ottobre 2021

unesco_siti-palafitticoli-preistorici-dell-arco-alpino_logovenezia-1600_logoNel corso del 2021 si celebra l’anniversario dei 1600 anni della fondazione di Venezia, avvolta in tratti mitici, della città costruita sull’acqua, e al contempo si conta il primo decennale di un altro sito UNESCO, che celebra i “Siti preistorici palafitticoli dell’arco alpino”. È in questo contesto che va inserita la mostra “Vivere tra terra e acqua. Dalle palafitte preistoriche a Venezia” che avvicina la storia di Venezia, la città che sorge su pali infitti nel terreno limoso della laguna e la cultura degli insediamenti palafitticoli sepolti nei depositi torbosi di antichi laghetti. Due siti Unesco, separati da migliaia di anni, uniti dalla medesima spinta a costruire e vivere l’ambiente umido. L’inaugurazione venerdì 25 giugno 2021 alle 11, a Palazzo Corner Mocenigo in Campo San Polo 2128/a a Venezia, sede del Comando Regionale Veneto della Guardia di Finanza. La mostra “Vivere tra terra e acqua” – Dalle palafitte preistoriche a Venezia” (25 giugno 2021 – 31 ottobre 2021) è promossa proprio dal Comando Regionale Veneto della Guardia di Finanza, in collaborazione con la Direzione Regionale Musei Veneto, e in partnership con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza, sulla scorta del relativo Protocollo d’Intesa sottoscritto in data 24 febbraio 2021.  

Il sito palafitticolo di Fiavè in Trentino (foto archeotrentino)
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Tracce di palafitte conservate sotto la superficie dell’acqua (foto comando regionale guardia di finanza)

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Il sito palafitticolo del laghetto della Costa ad Arquà Petrarca (Pd) (foto parco colli euganei)

Venezia vanta una lunga storia e la sua formazione, quale insediamento umano, è dovuta ad un “sinecismo” degli abitati sorti sulle altre strisce di terra della laguna in seguito alle invasioni barbariche che spinsero la popolazione ad individuare opportuno rifugio nella piccola isola che sarà l’anima della Serenissima. Patrimonio mondiale dell’umanità, l’impianto urbano di Venezia poggia su fondazioni in legno, pali infitti nel terreno morbido e limoso, che ancor oggi sorreggono le piattaforme sulle quali si innalzano i palazzi veneziani, con il loro patrimonio di storia e cultura. Una tecnica all’altezza di importanti sfide ingegneristiche, ma che affonda le sue origini a partire dal Neolitico. La mostra di Palazzo Corner Mocenigo mette a confronto la storia e la cultura di Venezia che sorge su fondazioni in legno di pali infitti nel terreno morbido e limoso e gli insediamenti palafitticoli sepolti nei depositi torbosi di antichi laghetti o corsi fluviali. Ed espone gli aspetti salienti del grande tema del costruire e vivere in ambienti umidi, proponendo un percorso che illustri, grazie ai dati scientifici provenienti dalle più aggiornate ricerche e all’osservazione diretta dei reperti esposti, gli aspetti salienti di un fondamentale momento della nostra storia: il mondo palafitticolo.

La mappa delle palafitte censite nel sito Unesco “Siti preistorici palafitticoli dell’arco alpino” (foto mic-unesco)
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Il laghetto del Frassino vicino a Peschiera (Vr) (foto drm-veneto)

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Ricerche archeologiche subacquee nelle acque del laghetto del Frassino vicino a Peschiera (foto drm-veneto)

Gli insediamenti palafitticoli sono sepolti nei depositi torbosi di antichi laghetti, o corsi fluviali, o sommersi in specchi d’acqua. Eppure, per l’UNESCO, meritano di far parte del Patrimonio dell’umanità. Le palafitte alpine hanno permesso agli specialisti di ricostruire, come in nessun’altra regione del mondo, la vita nelle società di agricoltori e allevatori tra il V e il I millennio a.C. Lungo l’arco alpino si conoscono circa 1000 siti con strutture “su palafitta”. Sono diffusi in Svizzera, Germania meridionale, Austria, Slovenia, Italia settentrionale e Francia orientale. Sono collocati per lo più presso le rive dei laghi, nelle zone di torbiera e, più raramente, lungo i fiumi. Grazie alla loro posizione in terreni saturi d’acqua, si sono conservati gli elementi strutturali in legno, i resti di cibo, gli utensili in legno e persino i tessuti. Proprio per questo motivo i resti di questi insediamenti permettono di gettare uno sguardo sulla vita del tempo: rappresentano infatti la fonte più importante per lo studio delle più antiche società contadine europee. Il sito UNESCO “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” è stato iscritto nel 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, è un sito seriale transnazionale che coinvolge sei nazioni europee: Austria, Francia, Germania, Italia, Svizzera e Slovenia e comprende 111 villaggi palafitticoli, 19 dei quali si trovano in Italia, di cui 4 in Veneto: Peschiera del Garda-Belvedere; Peschiera del Garda-Frassino; Cerea-Tombola; Arquà Petrarca – Laghetto della Costa.

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 11: “Missione Archeologica ISMEO in Turkmenistan” per lo studio nella regione del fiume Murghab (Turkmenistan meridionale) del fenomeno urbano in relazione all’antico sistema idrico

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Undicesimo contributo: “Missione Archeologica ISMEO in Turkmenistan”.

Dal 1990 la Missione Archeologica italo-turkmena è impegnata nella regione del fiume Murghab (Turkmenistan meridionale) in numerosi progetti di ricerca. Tali progetti mirano allo studio del fenomeno urbano in relazione all’antico sistema idrico del conoide alluvionale del fiume tra la media età del Bronzo e l’inizio del Ferro (2400-900 a.C.), mediante lo studio della cartografia antica, lo scavo stratigrafico e la ricognizione di superficie. La Margiana dell’età storica è stata spesso considerata a torto un’area storicamente e archeologicamente marginale, posta tra due grandi civiltà, quella dell’Indo a Est e quella mesopotamica a Ovest. In tale regione, la Missione ha proceduto all’analisi e alla ricognizione di un’area di oltre 20mila km2, registrando circa 2000 siti che datano dalla media età del Bronzo al periodo islamico (3° millennio a.C.- 7° – 8° secolo d.C.). Il progetto iniziale, congiunto tra l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO) di Roma, la Turkmen State University (TSU) e l’Institute of Archaeology of the USSR Academy of Sciences (IARAN) si è concluso nel 2009. Nel 2014 nasce il nuovo progetto TAP – Togolok Archaelogical Project, che ha come obiettivo principale lo studio del complesso urbano di Togolok 1. Tra il Bronzo Finale (1500 – 1300 a.C.) e l’inizio dell’età del Ferro (1300 – 900 a.C.) la regione del Murghab è interessata da un graduale abbandono dei territori e delle aree urbane più settentrionali e dallo spostamento degli insediamenti più a sud, a causa di un importante fenomeno di inaridimento climatico. Tali aree, parzialmente convertite a pascolo, cominciano ad essere occupate da una popolazione semi-nomade, archeologicamente affine alle culture “Andronovo” delle steppe poste a Nord. Infatti, gli scavi e le ricognizioni portate avanti finora attestano la presenza di due gruppi apparentemente distinti, che convivono negli stessi territori e sfruttano le medesime risorse per la loro sopravvivenza. Lo scavo del sito urbano di Togolok 1, posto in una di queste aree di maggiore interazione interculturale, diviene fondamentale per la comprensione di tale fenomeno. Ad oggi, le campagne di scavo condotte sul sito hanno evidenziato nella fase finale di vita dell’insediamento un’occupazione pastorale semi-stagionale, caratterizzata da strutture leggere, quali tende o semplici ripari, L’interazione con la cultura sedentaria locale si evidenzia chiaramente dalla ricca cultura materiale e dai resti archeobotanici ed archeozoologici che attestano un’economia mista molto complessa. L’indagine dell’insediamento urbano di Togolok 1 pone quindi in una nuova luce il fenomeno di interazione/integrazione tra la popolazione sedentaria e quella semi-nomade e sulla fase di transizione tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro nella Margiana preistorica. La comprensione del complesso processo insediativo e di adattamento all’ambiente da parte delle popolazioni che hanno abitato la Margiana dell’età del Bronzo rimane infatti uno degli obiettivi principali della Missione Archeologica italo-turkmena nella regione centroasiatica.

(11 – continua)

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 8: MELKA KUNTURE – Missione archeologica italo-spagnola (Etiopia)”

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Ottavo contributo: “MELKA KUNTURE – Missione archeologica italo-spagnola (Etiopia)”.

In occasione dell’edizione 2021 dell Giornate Europee dell’Archeologia, l’ICA condivide volentieri il video realizzato dalla Missione italo-spagnola Melka Kunture e Balchit. Melka Kunture è una vasta area archeologica con siti che documentano 2 milioni di anni di evoluzione umana fuori dall’ambiente di savana. A 2000m di quota sull’altopiano etiopico, il clima è relativamente fresco e umido. La Missione archeologica italo-spagnola con scavi e ricerche di laboratorio indaga tutte le principali fasi dell’attività umana nella preistoria, dall’Olduvaiano, all’Acheuleano, al Middle Stone Age e al Late Stone Age, lavorando in sintonia con la popolazione locale.

(8 – continua)

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 5: “Betlemme (Palestina) – Le indagini archeologiche della Sapienza Università di Roma”

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Quinto contributo: “Betlemme (Palestina) – Le indagini archeologiche della Sapienza Università di Roma”.

La missione congiunta italo-palestinese, tra Sapienza Università di Roma e il locale dipartimento delle antichità, missione archeologica italiana all’estero finanziata dal MAECI, è attiva dal 2015 e opera nello scavo, scavo d’emergenza, salvataggio e monitoraggio dell’area urbana di Betlemme e della vasta area cimiteriale che si estende a Sud della città a breve distanza dalla Chiesa della Natività. Le necropoli salvaguardate e monitorate sono quelle di Khalet al-Jam’a (Bronzo Antico IV e Bronzo Medio e Età del Ferro), la necropoli di Jebel Dhaher (Bronzo Antico IV e Bronzo Medio), e la necropoli di Bardhaa (Bronzo Antico IV e Bronzo Medio).

(5 – continua)

Giornate europee dell’Archeologia. Al museo delle Civiltà a Roma-Eur si presenta live il numero 100 del BPI – Bullettino di Paletnologia Italiana in tre tomi con gli Atti del Convegno di Studi dedicato al bicentenario della nascita di Gaetano Chierici tenutosi a Reggio Emilia (19-21 settembre 2019). E sui canali social interventi sull’archeologia in Iran, Siria, India, Yemen, Tajikistan

Le copertine dei tre tomi del numero 100 del Bullettino di Paletnologia con gli Atti del convegno per il bicentenario di Gaetano Chierici (foto muciv)
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La locandina che promuove le iniziative per il bicentenario della nascita di Gaetano Chierici

In occasione delle Giornate Europee dell’Archeologia il museo delle Civiltà a Roma-Eur presenta al pubblico le attività del mondo archeologico delle diverse sezioni del MuCiv. Venerdì 18 giugno 2021, alle 11, viene presentato il numero 100 del BPI – Bullettino di Paletnologia Italiana, prestigiosa rivista dedicata agli studi di preistoria ed etnografia fondata nel 1875 da Gaetano Chierici, Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel. Nei tre tomi, a cura di Mauro Cremaschi, Roberto Macellari e Giuseppe Adriano Rossi, sono raccolti gli Atti del Convegno di Studi dedicato al bicentenario della nascita di Gaetano Chierici tenutosi a Reggio Emilia (19-21 settembre 2019). Numerosi studiosi hanno contribuito ad approfondire la complessa figura di Gaetano Chierici (1819-1886), “scienziato” che ha tracciato il solco per la successiva ricerca preistorica in Italia, inserito a pieno titolo nel dibattito culturale del suo tempo. Studioso dalla mente aperta, convinto della correttezza di un approccio multidisciplinare, Gaetano Chierici può e deve ancora ispirarci; i suoi studi non lo separarono mai dall’impegno civile e politico, era insegnante, sacerdote e convinto sostenitore della nascita del nuovo stato. Evento in diretta sul canale YouTube https://youtu.be/Y9u-QEbJVzE. Interverranno: Maria Antonietta Fugazzola Delpino (già direttrice del Bullettino di Paletnologia Italiana), Roberto Macellari (coordinatore del Comitato Scientifico del Convegno), Giuseppe Adriano Rossi (coordinatore del Comitato Promotore delle Celebrazioni, presidente della Deputazione Reggiana), Monica Miari (presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria), Paolo Boccuccia (coordinatore della redazione tecnico-scientifica della rivista).

Vaso in terracotta dipinto: esempio di arte iranica dell’Età del Bronzo (foto muciv)

‍Social e web. Sul canale YouTube del Muciv, disponibili dalle 9 del 18 giugno 2021: Paola D’Amore su “Scavi italiani a Tell Afis/Hazrek (Siria settentrionale)” (https://youtu.be/QGEyd-x8Ix4); Michael Jung su “L’architettura islamica dello Yemen: gli studi della Missione Archeologica Italiana 1983-1989 e il nuovo progetto di ricerca” (https://youtu.be/UcLSST1_MMU); Paola Piacentini su “Arte iranica dall’Età del Bronzo ai Sasanidi” (https://youtu.be/zxSBve7NnRU).

Architettura rupestre brahmanica dell’India occidentale (foto muciv)

Nella sezione “Ultime dal Muvic” (https://museocivilta.beniculturali.it/category/ultime-dal-muciv/) disponibili dalle 9 del 18 giugno 2021: “Pitture murali della grotta 17 di Ajanta” di Laura Giuliano; “Architettura rupestre brahmanica dell’India occidentale” di Laura Giuliano; “Il progetto di ricerca archeologica in Tajikistan” di Giovanni Lombardo; “Shahr-i Sokhta, la città bruciata” di Giovanna Lombardo.

Preistoria. Team di Ca’ Foscari, guidato da Elena Ghezzo, sulle tracce dell’orso delle caverne nella Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo, in Lessinia: dove per 10mila anni (tra 30 e 20mila anni fa) sono convissuti uomo e animali

Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo (Vr): una delle due aree indagate negli scavi della seconda metà del Novecento (foto unive)

C’è una cavità carsica, a Nord di Verona, nell’area collinare nota per il vino Valpolicella e il parco della Lessinia, ricca di resti fossili, studiati solo parzialmente, che possono raccontare molto dei millenni di convivenza tra uomo e fauna e dell’ambiente dell’area prima, durante e dopo l’ultimo evento glaciale. Si tratta della Grotta di Veja, sovrastata dal più noto Ponte di Veja e attualmente frequentata da una delle più grandi colonie di pipistrelli del Veneto. La cavità ha avuto origine in un periodo più recente di 38 milioni di anni fa per l’azione di acque ipogee. Sedimenti l’hanno riempita per tutta la sua lunghezza durante il Quaternario, con tempi e modi ancora sconosciuti. Campagne svolte oltre quarant’anni fa hanno di fatto solo iniziato a raccogliere dati e fatto conoscere l’abbondanza di reperti fossili presenti, ma molto resta da studiare. Un team di ricerca guidato da Elena Ghezzo, ricercatrice “Marie Curie” a Ca’ Foscari, vuole finalmente far luce sulla quantità di fossili presenti, datarli, comprendere come e perché i resti animali si siano conservati in tutta la lunghezza della grotta.

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Elena Ghezzo dell’università Ca’ Foscari

Gli scavi della Grotta di Veja sono possibili grazie alla collaborazione del proprietario della grotta, Bruno Lavarini, il Comune di Sant’Anna d’Alfaedo, il parco naturale regionale della Lessinia, la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza e il ministero della Cultura MiC che hanno concesso lo scavo. Inoltre, fondamentale è il contributo dei volontari che hanno partecipato alle attività di vaglio e supporto alla logistica, in particolar modo l’associazione Museo Camposilvano e il museo Paleontologico e Preistorico di Sant’Anna d’Alfaedo. Le attività di scavo sono supportate dal progetto europeo Marie Curie “Refind”, finanziato nell’ambito del programma europeo Horizon 2020 e condotto da Elena Ghezzo tra l’università dell’Oregon e il dipartimento di Scienze ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari. La ricercatrice fa quindi parte della numerosa comunità cafoscarina di vincitori di questi finanziamenti europei rivolti a ricercatrici e ricercatori di alto livello e impegnati in tematiche interdisciplinari.

Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo (Vr): lavaggio del sedimento dal team di Ca’ Foscari (foto unive)

Focus su 10mila anni cruciali. Il primo passo è ricostruire il contesto temporale e spaziale della presenza di uomo e animali in un periodo compreso tra 30 e 20 mila anni fa. La prima campagna di scavo si è svolta nei giorni scorsi. La prossima si svolgerà a inizio 2022. “Quello tra 30 e 20mila anni fa”, spiega Elena Ghezzo, “è stato un periodo caratterizzato dalla presenza di specie iconiche ed estinte come l’orso delle caverne (Ursus spelaeus) e la iena (Crocuta crocuta spelaea), ma anche non più presenti nell’area della Lessinia come lo stambecco (Capra ibex) e il lupo (Canis lupus). Queste specie si alternavano e vivevano in competizione con l’uomo che era già diffusamente presente ed organizzato nella regione. Con il materiale raccolto puntiamo a realizzare la prima datazione assoluta del deposito e verificare la stratigrafia di dettaglio degli affioramenti”. Nuovi reperti dell’orso delle caverne sono effettivamente tra i rinvenimenti di questa prima campagna, assieme a micro-mammiferi e carboni. Il lavoro dei paleontologi è servito anche a ripulire parte dell’area di scavo da vetri, lattine, accendini e altra spazzatura abbandonata negli ultimi anni da frequentatori non autorizzati.

Sardegna nuragica. I parchi archeologici di Losa e Santa Cristina ripartono con Realtà Virtuale e Intelligenza Artificiale. I primi cortometraggi cinematografici in realtà virtuale girati in Sardegna e un gioco interattivo per visitare i parchi archeologici in un modo tutto nuovo e sicuro

Attivati due progetti di Nabui per arricchire la visita dei parchi archeologici di Losa e Santa Cristina in Sardegna con la realtà virtuale (foto nabui)

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Veduta aerea del nuraghe Losa (foto paleotur)


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Veduta aerea del pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilatino (foto pozzo santa cristina)

In Sardegna i parchi archeologici di Losa e Santa Cristina ripartono con un progetto digitale. È infatti ora possibile fruire di spazi e contenuti in modo innovativo e del tutto sicuro, grazie a intelligenza artificiale e realtà virtuale. Il progetto, realizzato da Nabui Società Benefit nell’ambito del proprio programma di rilancio culturale “Heritage Tourism Programme”, ha previsto la realizzazione di alcuni contenuti inediti, prodotti a partire dalla studio delle comunità del luogo. Due cortometraggi in realtà virtuale, fruibili attraverso visori a uso personale disponibili presso il bookshop, senza rischio di contagio, e due chatbot story, sistemi di messaggistica realizzati grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e fruibili tramite il proprio smartphone personale, accompagneranno i visitatori alla scoperta dei segreti del Nuraghe Losa e del Pozzo Sacro di Santa Cristina. “Abbiamo iniziato un percorso sperimentale indirizzato verso nuovi modi di raccontare il Pozzo Sacro di Santa Cristina”, afferma Massimo Muscas, presidente della Cooperativa Archeotour di Paulilatino. “Con questo progetto intendiamo sostenere buone pratiche di fruizione, proponendo punti di vista inediti della nostra comunità millenaria”. “Abbiamo il compito di raccontare il Nuraghe Losa alle nuove generazioni e ai visitatori del futuro e vogliamo farci trovare pronti”, sostiene Dario Vinci, presidente della Cooperativa Paleotur di Abbasanta. “L’emergenza ci ha spinto ad accelerare i nostri processi di innovazione e a proporre nuove soluzioni per il turismo culturale in Sardegna”. “Stiamo lavorando a un programma aperto, in evoluzione, pensato per favorire il turismo culturale in Sardegna attraverso il coinvolgimento delle comunità”, afferma Roberta Falcone, responsabile del Heritage Tourism Programme di Nabui. “Losa e Santa Cristina sono i primi luoghi culturali che partecipano al nostro programma, ma contiamo di creare una rete di collaborazione e di scambi con altre zone sensibili dell’Isola”. Il progetto è stato finanziato attraverso la misura “CultureLAB2018” della Regione Sardegna. 

Tramonto al nuraghe Losa (foto paleotur)

“Il nuraghe Losa ci racconta anche la storia dell’archeologia in Sardegna”, scrive l’archeologo Alessandro Usai della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Cagliari sul sito di Paleotur che gestisce il parco archeologico. “Infatti fu il primo ad essere indagato sistematicamente con l’obiettivo della ricerca archeologica e della valorizzazione, che però si è realizzato nell’arco di più di un secolo. Nel 1893 lo Stato acquisì il nuraghe e una striscia di terreno circostante e avviò la prima campagna di scavo. Il grande nuraghe diroccato, che per secoli aveva visto solo pastori e greggi e per un certo periodo era stato disturbato a distanza dai costruttori della “strada reale” di Carlo Felice (1821-1825), ora veniva invaso fin nelle viscere da una turba di operai. Nel 1915, il soprintendente Antonio Taramelli allargò le trincee ed esplorò in estensione le fasce a Sud e ad Est del monumento, avanzando a Nord e Nord-ovest fino al cortile posteriore. Dal 1970 a oggi, soprattutto per opera dei soprintendenti Ferruccio Barreca e Vincenzo Santoni, il nuraghe Losa e la vasta area archeologica circostante sono stati recuperati e offerti alla fruizione del più vasto pubblico con numerosi interventi di scavo scientifico, studio, restauro e valorizzazione. Un ruolo importante è stato svolto anche dall’Amministrazione comunale di Abbasanta, che ha acquisito le aree circostanti all’originario nucleo statale, costituendo un vasto parco archeologico; inoltre l’accordo stipulato nel 2001 dalla Soprintendenza e dal Comune ha consentito l’avvio della gestione turistico-culturale integrata a cura della cooperativa Paleotur”.

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Suggestivo scorcio dell’interno del nuraghe Losa (foto paleotur)

“Scorgiamo il nuraghe Losa, quasi un panettone sulla tavola, mentre percorriamo le superstrade Cagliari – Porto Torres o Abbasanta – Olbia e le rampe degli svincoli”, racconta ancora l’archeologo Alessandro Usai. “Lo guardiamo, isolato e maestoso, mentre a passi svelti attraversiamo il cancello e la breccia di un grande muro di pietra che solo per un attimo lo nascondono. E lo guardiamo ancora, senza badare a dove mettiamo i piedi, mentre percorriamo il sentiero leggermente accidentato. Ci avviciniamo incuriositi a quello che sembra l’ingresso, e invece è un grosso edificio rotondo antistante. Andiamo oltre, lo aggiriamo; arriviamo sotto il bastione ciclopico quasi verticale, come l’alta prua di una nave; saliamo di corsa pochi gradini e siamo alla porta. Guardiamo dentro l’oscurità dell’interno, quasi per chieder permesso a chi è già dentro, anzi a chi è dentro da sempre. (…) Ricordiamo che abbiamo visto una rampa: saliamo. (…) Dall’alto abbracciamo un paesaggio sconfinato a 360 gradi. Anche se quello che vediamo non è più il paesaggio dei tempi nuragici, la sua potenza evocativa è enorme: in qualche modo, qualcosa di simile osservavano i protagonisti di quella storia umana, lontana e sempre viva, quando, forse con orgoglio, ammiravano i campi coltivati e i pascoli, le messi e il bestiame, gli uomini e le donne al lavoro, gli altri nuraghi e i villaggi della tribù, i boschi, i fiumi e le sorgenti, le vie e i confini”.

È il più grande capolavoro nuragico. Parliamo del tempio a pozzo sacro di Santa Cristina, massima espressione architettonica della civiltà nuragica risalente a circa 3000 anni fa, ma che sembra costruito oggi, con i suoi massi squadrati, perfettamente incastrati con una geometria perfetta. Il monumento è orientato da NNO a SSE e si compone di tre distinte parti accuratamente scalpellate: vestibolo o atrio, vano scala e camera ipogeica a tholos. I due perimetri esterni non presentano alcuna lavorazione e sono realizzati con pietre e fango. Il vestibolo è la parte antistante la scalinata nel quale venivano deposte le offerte votive per la divinità. Il vano scala, oltre a consentire l’accesso alla camera ipogeica ed a rivestire un’importante funzione estetica, permetteva di raggiungere l’acqua che nei vari periodi dell’anno aveva un livello non costante. Situato nei pressi di Paulilatino, è il pozzo sacro più rappresentativo dell’Isola dove storie, leggende e verità si intrecciano tra loro. Nel mese di settembre dal 21 al 23 alle 12 e nel mese di marzo dal 18 al 21 alle 11 in occasione degli equinozi il sole illumina perfettamente il fondo del pozzo passando per il vano scale. Il sole, con i suoi raggi, si riflette dentro il pozzo sino a toccare l’acqua. In questa circostanza l’osservatore, mentre guadagna gli ultimi 6 scalini interni, viene accompagnato da due ombre: una si proietta nell’acqua, l’altra discende dalla camera a tholos a testa in giù.

Backstage con l’attrice Marta Alfonso che impersona Cristina nel corto in realtà virtuale al pozzo sacro di Santa Cristina (foto nabui)

Il processo di ricerca di Nabui Società Benefit. Per la realizzazione del progetto i due parchi sono stati oggetto di una ricerca condotta da Nabui sulle comunità del luogo. La ricerca ha portato alla luce due storie mai raccontate e che rischiavano di andare perse: quella di Cristina, bambina che secondo la tradizione orale ha dato origine al parco, e quella dei bambini della comunità di Losa che, negli anni precedenti all’apertura del parco archeologico, si incontravano al nuraghe con le loro famiglie per condividere insieme momenti di socialità e di gioco. Due storie che, affiancandosi alle informazioni storiche e archeologiche, arricchiscono di una nuova sfumatura la narrazione di questi luoghi unici al mondo, recuperando e valorizzando il patrimonio immateriale delle comunità, altrimenti destinato a perdersi.

Un momento delle riprese a 360 gradi per la realizzazione dei corti in virtual reality nei parchi archeologici di Losa e Santa Cristina (foto nabui)

I corti in realtà virtuale. Non dei semplici virtual tour. I parchi archeologici di Losa e Santa Cristina diventano protagonisti di due cortometraggi in realtà virtuale girati dal regista emergente Girolamo Da Schio attraverso l’uso di telecamere e tecniche di ripresa a 360 gradi. Grazie al virtual reality, infatti, lo spettatore potrà fare un’esperienza di cinema immersivo e ritrovarsi al fianco di Cristina e fuggire con lei dalle grinfie del padre o con i bambini di Losa, impegnati nei loro giochi.

Backstage del corto al nuraghe Losa con l’attore Gianluigi Moreddu (foto nabui)

Chatbot stories. Non solo chatbot game. Ma anche e soprattutto “chatbot stories”. Attraverso l’intelligenza artificiale il visitatore del parco potrà chattare e interagire su Facebook Messenger con i personaggi delle storie di Losa e Santa Cristina che li condurranno tra i segreti dei due parchi archeologici. Basterà collegarsi agli account messenger delle pagine Facebook @cristinaproject e @losaproject per godere di una visita guidata inusuale e interattiva durante la quale scoprire, oltre alle informazioni di carattere storico-archeologico, due storie inedite.

Backstage del corto al nuraghe Losa con i protagonisti, i gemelli Simone e Nicola Tocco (foto nabui)

Al Pozzo Sacro di Santa Cristina sarà Tzia Maria a fare da guida: si tratta della zia di Cristina, la panettiera di paese, l’unica in grado di raccontare quello che è successo alla povera Cristina, ma solo se il visitatore sarà in grado di farla parlare. Nel caso di Losa invece, Domenico cercherà di accompagnare i visitatori in giro per il parco ma sarà ostacolato dai gemelli Nanni e Didì e dai loro giochi d’infanzia.