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Al museo Archeologico al Teatro Romano di Verona la mostra “Il fascino dei vetri romani” con oggetti da scavi sul territorio (necropoli di Raldon) e da raccolte confluite al museo

Il teatro romano di Verona sovrastato dall’ex convento di San Girolamo, sede del museo Archeologico

Vetri romani esposti nella mostra “Il fascino dei vetri romani” al museo Archeologico del Teatro Romano di Verona

“Il fascino dei vetri romani” al museo Archeologico al Teatro Romano di Verona. La mostra, a cura di Margherita Bolla, è promossa dal Comune di Verona – Assessorato alla Cultura – Direzione Musei civici, ed è realizzata in concomitanza con l’esposizione “Carlo Scarpa. Vetri e disegni 1925-1931”, in corso al museo di Castelvecchio. Un’occasione per vedere dal vivo i parallelismi che intercorrono fra le opere dell’architetto veneziano e gli antichi vasi che, per molti aspetti, sono stati i modelli ispiratori di molte creazioni vetrarie del Novecento. Di particolare interesse, dunque, visitare entrambe le esposizioni per trovare i riscontri che legano questi differenti periodi storici e la rispettiva produzione vetraria. “Il fascino dei vetri romani” è il ventesimo appuntamento di una serie di esposizioni temporanee realizzate, a partire dal 1998, con i materiali appartenenti alle collezioni restaurate del Museo. I vetri – in parte provenienti dal territorio, in parte appartenenti a raccolte confluite nel Museo – sono presentati al pubblico nei rinnovati spazi dell’Archeologico, in una esposizione che va ad integrare la collezione degli oggetti romani in vetro presenti nell’allestimento permanente del Museo. I vetri antichi, e romani in particolare, hanno sempre suscitato grande interesse, per l’eleganza e la funzionalità delle forme e per la valenza estetica delle colorazioni. L’esposizione ne illustra le molteplici funzioni: recipienti per balsami e profumi, vasi per alimenti liquidi e solidi, ma anche contenitori per le ossa cremate dei defunti e oggetti di ornamento. Una sezione è poi dedicata agli oggetti scoperti in una necropoli romana scavata nel territorio veronese – a Raldon – nel Settecento, un’altra a vetri di pregio prodotti e usati a Roma in ambito cristiano.

Paestum. A corollario della mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici” l’artista Alessandra Franco interpreta i cambiamenti climatici con l’opera Metamorfosi, un’installazione video che usa come tela-schermo il Tempio di Nettuno

La locandina della mostra “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici” a museo Archeologico nazionale di Paestum dal 4 agosto 2019 al 31 gennaio 2020

“In una lettura archetipica del fenomeno del cambiamento climatico innescato dal global warming”, scrive Adriana Rispoli in Water Mapping- Mapping the Water, “potremmo leggere i devastanti fenomeni naturali, dalle inondazioni alla siccità, come la divina punizione per la Hybris dell’uomo. Possiamo ciecamente rassegnarci ancora al capriccio di un Dio potente e terribile, salvifico quanto devastatore quale Poseidone andando ciecamente incontro ad un “futuro nuovo medio evo” della civiltà o millenni di progressi scientifici aiuteranno a prevedere la storia? In questo ancestrale disegno si innesca la riflessione alla base della mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici”, curata da Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum, Paul Carter e dalla stessa Rispoli, e aperta al museo Archeologico nazionale di Paestum fino al 31 gennaio 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/30/a-paestum-la-mostra-poseidonia-citta-dacqua-archeologia-e-cambiamenti-climatici-che-racconta-i-disastri-ambientali-futuri-scavando-nel-passato-remoto-e-la-storia-del-terri/).

Un piatto da pesce dal museo Archeologico nazionale di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

“Poseidonia, poi latinizzata in Paestum, antica città della Magna Grecia leggendariamente dedicata al dio del Mare”, continua Rispoli, “è un esempio tangibile dell’influenza delle acque nella sua evoluzione urbanistica e sociale. Inscritta nella lista Unesco dei beni artistici a rischio per l’innalzamento del livello del mare, più volte nella sua storia la città cilentana ha visto oscurare la sua sorte per l’influenza nefasta delle acque, marine e fluviali, come la lettura archeologica ci suggerisce. È in questo inscindibile legame tra passato e futuro, nel temerario accostamento delle arti – dalla perfezione della classicità alla visionarietà della contemporaneità – che risiede l’originalità della mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici”.

Il tempio di Nettuno con la video installazione “Metamorfosi” di Alessandra Franco (foto parco archeologico paestum)

“All’interno di un percorso che ricostruisce in maniera diacronica il rapporto della città con l’acqua attraverso materiali eclettici – da reperti archeologici a dati scientifici passando per le bizzarre rappresentazioni pittoriche dei viaggiatori del Settecento che rappresentarono i Templi sommersi dalle acque in una sorta di nefasta premonizione – il compito di interpretare i nostri tempi è attribuito all’artista visiva Alessandra Franco con l’opera Metamorfosi, un’installazione video che usa come tela-schermo il Tempio di Nettuno. Generando un unicum inseparabile, inscindibile, tra l’evanescenza della luce e la pietra imperitura, il tempio si trasforma in una media façade, divenendo democratico palinsesto di un viaggio onirico nell’evoluzione della storia. La scelta particolarissima di un così nobile supporto non può che influenzare la dinamica progettuale dell’artista che sfrutta la ieratica fisicità del tempio, testimone silenzioso di 26 secoli delle vicende della città, per gettare un ponte tra passato, presente e futuro, per scuotere le coscienze di un pubblico in transito che attraversa il sito archeologico senza necessariamente varcare la soglia del museo”.

“Il soggetto multiforme e sfaccettato dell’opera è l’acqua rappresentata nella sua duplice forma indispensabile e salvifica quanto terribile e distruttrice, proprio come la divinità che la incarna e a cui leggendariamente è legato il nome della città cilentana. Attraverso lenti e a tratti meditativi processi di metamorfosi o interventi apocalittici repentini, Alessandra Franco dipinge con la luce una narrazione basata su un flusso ciclico come è l’acqua e come è la stessa Storia. Mappare l’acqua_ mapping the water_ è dunque una contraddizione in termini, un ossimoro: “L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”, asseriva sempre Leonardo riprendendo la filosofia del panta rei di Eraclito secondo cui tutto scorre nulla si distrugge ma tutto si trasforma. L’artista sfrutta le stupefacenti tecnologie del videomapping per visualizzare questo processo di trasformazione immergendo lo spettatore in un’atmosfera liquida, sinuosa: dalle origini del travertino – pietra calcarea locale con cui è stato edificato il tempio che ancora porta sulla “pelle” i segni del lento processo di litificazione manifestando le origini acquifere del territorio – alle apocalittiche fantasie settecentesche, fino a farsi scenografia dei nostri tempi. La mappa delle calotte polari si sovrappone all’arsura dei deserti, l’ipnotico moto ondoso delle meduse si assimila al fluttuare della plastica, i pesci si ibridano col packaging e il tempio stesso in wireframe futuristico implode in una gabbia”. “Poseidonia – scrive l’artista Alessandra Franco – è qui sospesa, ferma immobile si mostra, eppure tutto intorno muta da secoli dal principio stesso della sua formazione: acqua diventa pietra…pietra sommersa dall’acqua…acqua che torna che trasforma, che si estingue e che abbonda”.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli apre la mostra “Lascaux 3.0”: per la prima volta in Italia la copia della grotta di Lascaux, la “Cappella Sistina” dell’arte paleolitica, scoperta nella valle della Vézère (Dordogna) nel 1940

La locandina della mostra “Lascaux 3.0” al Mann dal 31 gennaio al 31 maggio 2020

I lavori di allestimento della mostra “Lascaux 3.0” al Mann (foto Di Blasi)

La “Cappella Sistina” dell’arte paleolitica arriva in Italia, a Napoli. E per il museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Lascaux 3.0” sarà una prima volta eccezionale. Grazie a una collaborazione con la società pubblica “Lascaux – L’esposizione internazionale”, il Dipartimento di Dordogne-Pèrigord e la Regione della Nouvelle Aquitaine, venerdì 31 gennaio 2020 apre al Mann la mostra “Lascaux 3.0” che si presenta come un viaggio nel passato. Grazie alle moderne tecnologie saranno riprodotti nelle sale del Mann ambienti e pitture rupestri delle famose Grotte di Lascaux scoperte in Francia nel 1940. L’esposizione, visitabile sino al 31 maggio 2020, sarà anche un piccolo anticipo per l’imminente riapertura il 28 febbraio 2020 della collezione “Preistoria e Protostoria”.

Lo sciamano: una delle pitture più famose della grotta di Lascaux nella valle della Vézère

Era il 12 settembre 1940 quando, per recuperare il cagnolino Rabot che sembrava essere stato inghiottito dal buio, in una fessura tra i ginepri, quattro ragazzi, Marcel Ravidat, Jacques Marsal, Georges Agniel e Simon Coencas, si addentrano nel cunicolo che porta a una profondità misteriosa. È lì che scoprono per caso numerose pitture rupestri, che si sarebbe rivelato uno dei tesori più importanti dell’arte pittorica mondiale: oltre 600 pitture rupestri di quasi 18mila anni fa, capolavoro dell’Uomo di Cromagnon. Ecco buoi, vacche rosse, orsi, bisonti, cavalli, cervi, un rinoceronte, un liocorno, armi e trappole e un uomo-sciamano mascherato con la testa da uccello. Uno spettacolo incantevole. Maurice Thaon, sotto la direzione dell’Abate Breuil, professore del Collège de France e grande esperto d’arte parietale, esegue i primi disegni e schizzi delle pareti affrescate. La grotta di Lascaux avrebbe aperto al pubblico nel 1948. E è subito un successo. Ma il grande afflusso di turisti lascia il segno: l’anidride carbonica emessa danneggia rapidamente le fragili pareti rupestri del sito. Per salvaguardare e preservare le opere d’arte, André Malraux, l’allora Ministro della Cultura, costituisce una commissione scientifica della grotta di Lascaux e ne decide la chiusura il 18 aprile del 1963.

Il museo Lascaux dietro la collina dove si apre la grotta originale

Vent’anni dopo, nel 1983, la prima svolta. Per il pubblico viene realizzata “Lascaux II”, copia perfetta di una sezione della grotta, ricostruita non lontano dall’originale. Da allora, ha accolto 280mila visitatori l’anno. Dal 15 dicembre 2016 il Centro internazionale d’arte parietale ha aperto Lascaux IV, che riproduce l’intero insieme del sito originario (eccetto una sezione minima quasi inaccessibile), ovvero i 900 metri quadri affrescati e incisi. Le cronache la descrivono così: una gigantesca fotocopia 1:1 realizzata da una trentina di artigiani che per tre anni hanno lavorato nel paleolitico, attraversando quotidianamente lo spazio millenario dalle carezze dell’aria alle tenebre della roccia, ricordando un grande poeta, René Char, che rese omaggio al mistero di Lascaux.

La vacca: una delle centinaia di raffigurazioni dipinte nella grotta di Lascaux

Dario Di Blasi e Paolo Giulierini (al centro) durante la loro trasferta con esperti del Mann a Lascaux

Ma dal 31 gennaio 2020 per avere un’idea immersiva della Grotta di Lascaux non sarà necessario andare in Dordogna-Perigord. Basterà andare a Napoli. “Insisto ancora sul sentimento di sorpresa che si prova a Lascaux”, scriveva lo scrittore, antropologo e filosofo francese George Bataille nel 1955 nella sua famosa opera Lascaux ou La naissance de l’art, tradotta da Eveline Busetto (Lascaux. La nascita dell’arte, a cura di Susanna Mati, Milano 2007). “Questa straordinaria caverna non cesserà mai di sbalordire: non finirà mai di corrispondere a quella brama di miracolo, che è, nell’arte come nella passione, l’aspirazione più profonda della vita. L’uomo di Lascaux creò dal nulla il mondo dell’arte, nel quale ebbe inizio la comunicazione tra spiriti. Situata nella valle della Vézère, a due chilometri dalla località di Montignac, la grotta Lascaux non è semplicemente la caverna più bella o la più ricca di dipinti; essa è colta all’origine, la prima testimonianza sensibile che ci sia pervenuta dell’uomo e dell’arte”. “Queste citazioni dal libro di Georges Bataille”, scrive Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm, che ha fatto incontrare le autorità della Dordogna con la direzione del Mann per concretizzare il progetto della mostra “Lascaux 3.0”, “rendono l’idea di quanto sia importante questa grotta scoperta in Dordogna nel 1940. che tanti artisti ha ispirato. Le immagini dipinte di Altamira, Lascaux, Chauvet, Cosquer hanno ispirato una sorta di timore reverenziale nei grandi artisti del ‘900 tanto che Pablo Picasso affermò Da Altamira in poi tutto è decadenza”.

Roma. A Palazzo Altemps i capolavori scultorei dell’antichità classica dialogano con le opere del grande artista del Novecento, Medardo Rosso, con la prima mostra monografica a lui dedicata, che mette in luce una delle specificità del percorso artistico di Rosso: la citazione dell’antico e il tema della copia

Palazzo Altemps a Roma ospita la mostra monografica “Medardo Rosso” (foto Palazzo Altemps)

Medardo Rosso nello studio di boulevard des Batignolles nel 1890 (foto Archivio Rosso)

“Quanti ‘grandi maestri’ sarebbero sconosciuti e non avrebbero prodotto nulla, se gli antichi non li avessero preceduti?”, scriveva Medardo Rosso. E proprio a questo grande artista del Novecento italiano il museo nazionale Romano apre le rinascimentali sale di Palazzo Altemps di Roma, dove sono esposti capolavori scultorei dell’antichità classica, dopo aver consolidato negli anni recenti l’accoglienza di progetti che hanno messo in relazione l’arte contemporanea con gli spazi del museo. Fino al 2 febbraio 2020 è aperta a Palazzo Altemps la mostra “Medardo Rosso”, la prima mostra monografica dell’artista a Roma, organizzata con il Polo Museale di Milano per l’arte moderna e contemporanea, che documenta come il grande artista abbia posto le basi, tra il 1890 e il 1910, al pensiero moderno sull’idea di copia non più intesa come riproduzione, ma come interpretazione: anticipando le avanguardie artistiche del Novecento. Il confronto con le opere della collezione di sculture antiche di Palazzo Altemps ha consentito ai curatori – Paola Zatti, conservatrice della Galleria d’Arte Moderna di Milano, e Francesco Stocchi, curatore del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam – di mettere in luce una delle specificità del percorso artistico di Rosso: la citazione dell’antico e il tema della copia. “Le opere in cera, gesso e bronzo”, scrive Daniela Porro, direttore del museo nazionale Romano, “i materiali più congeniali a Rosso nella rappresentazione di quello che egli stesso definì “spazio fuggitivo della frazione di un secondo” vengono esposte accanto alle fotografie realizzate dall’artista. A partire soprattutto dalla fine dell’Ottocento, la fotografia assume per Rosso il senso di una ricerca autonoma e compiuta, occasione di uno studio sulla materia e sulla luce, ormai svincolato dal confronto con il vero. Ma il carattere originale dell’esposizione è conferito dal tema del dialogo con l’antichità”.

“Ecce puer” gesso di Medardo Rosso del 1906 (foto Comune di Milano)

“Antioco III” gesso di Medardo Rosso del 1903 (foto archivio Rosso)

“Nel primi cinque anni del Novecento, viaggiando per l’Europa (Lipsia, Berlino, Dresda)”, continua Porro, “il Maestro scopre collezioni da cui attinge ed esegue copie dall’antico seguendo i costumi dell’epoca, secondo una pratica che ha origini secolari. L’artista riproduce copie da più di venticinque modelli, realizzando oltre cento sculture, prevalentemente in cera e bronzo, a testimonianza dell’attenzione che portava nei confronti dell’antichità e di quei caratteri moderni inviolabili nei secoli. Il problema della copia rappresenta infatti un carattere centrale nella storia dell’arte classica, al punto che per buona parte della sua storia si è identificato con essa”. Nell’Ottocento nacque proprio in Germania una vera e propria scienza nella scienza che prese il nome di Kopienkritik, diventato presto l’approccio metodologico dominante rispetto allo studio di sculture romane classiche. La pratica di Rosso nei confronti dell’antico si iscrive in questo clima storico, in cui l’artista è consapevole di eseguire per lo più copie di copie di opere dell’antichità fino al Rinascimento, inserendole in contesti innovativi. La mostra intende approfondire questi aspetti, dimostrando al tempo stesso come la citazione di Rosso dell’antico non si limiti a un esercizio di mera copia: la sua è piuttosto da intendersi come opera autonoma e consapevole, posta di sovente a confronto diretto con l’originale antico, o più spesso proponendo innovative forme di presentazione di sue opere affiancate a copie dall’antico da lui stesso realizzate. Tali soluzioni allestitive, oltre a rispondere a specifiche esigenze di “miseen-scène” tipicamente appartenenti al concetto di scultura di Rosso, avevano come fine ultimo di creare un confronto serio tra le sue opere e quelle di artisti antichi e contemporanei, dimostrando come il lavoro di alcuni di essi fosse realmente radicato nei canoni dell’arte antica. Ciò a testimonianza, come affermava Rosso stesso, che “le opere della seconda Grecia, sua succursale, del Rinascimento, sottosuccursale di questa (senza parlare della sotto-sottosuccursale di queste catalogata giustamente come “Impero”, completamente fermacarte del signor Antonio Canova) sono tra le epoche più chiuse nell’oggettivismo”.

L’Enfant malade nell’atelier in bouleverd des Batignolles, 1898 circa (foto archivio Rosso)

Bambina ridente – Rieuse – Grande rieuse – Enfant au soleil – Enfant juif – Enfant malade – Uomo che legge – Ecce puer sono i modelli selezionati per seguire l’elaborazione del soggetto che con Medardo Rosso prende vita, in rapporto con la luce e con la materia, divenendo ogni volta un’opera a se stante: un originale. I soggetti dall’antico Antioco III – Niccolò da Uzzano – Memnone – Vitellio – San Francesco, creano invece un rimando incrociato con le antiche sculture custodite a Palazzo Altemps, portando anche su queste nuova luce. Le opere di Rosso spingono a una rilettura della pratica della copia in epoca antica e della storia del collezionismo nel Rinascimento e nell’età barocca, narrata dalla raccolta del Museo. Come avviene per alcuni grandi pittori e scultori tra Otto e Novecento (si pensi in particolare a Degas e Brancusi), esporre le fotografie di Rosso accanto alle sue opere in bronzo, cera o gesso non ha solo un valore documentario ma rappresenta un supporto alla comprensione della sua idea di scultura. La fotografia era per Rosso occasione di manipolazione della materia e della luce, ormai svincolata dal confronto col reale: Rosso fotografa le sue opere per intervenire poi con viraggi, ingrandimenti, scontornature, collages, tracce di materia pittorica, tagli e abrasioni, fino ad accettare l’intervento del caso e dell’errore. Esposte nelle sue mostre accanto alle sculture e pubblicate in libri e riviste, le fotografie devono essere considerate a tutti gli effetti vere e proprie opere di Rosso, e consegnano alla storia un artista che ha saputo vedere ben al di là del suo tempo, verso le manipolazioni dell’immagine che caratterizzano la nostra contemporaneità.

Collezioni pompeiane ed ercolanesi al museo Archeologico nazionale di Napoli: per febbraio 2020 sarà ultimato il restyling della sezione degli oggetti della vita quotidiana nelle città vesuviane; per fine anno apre la sezione Tecnologica pompeiana, e per l’estate 2021 raddoppia lo spazio per gli oggetti pompeiani

Il fauno in bronzo, tra i pezzi più famosi della collezione pompeiana al Mann (foto Graziano Tavan)

Collezioni pompeiane ed ercolanesi: il 2020 porta grandi novità al museo Archeologico nazionale di Napoli. Iniziato prima di Natale, il restyling della sezione degli oggetti dedicati alla vita quotidiana nelle città vesuviane dovrebbe concludersi per la metà di febbraio 2020. L’obiettivo della direzione del Mann è infatti quello di presentare al pubblico per il 13 febbraio 2020 l’allestimento rinnovato nei criteri e nella selezione dei reperti in mostra: saranno restaurate le vetrine e le sale, sarà migliorato l’impianto di illuminazione, saranno aggiornati i pannelli didattici. L’intento finale dei lavori, che comportano una temporanea limitazione di accesso (sale 85/90), sarà l’ampliamento delle opere fruibili dai visitatori.

Un elmo in bronzo dei gladiatori conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Uno scudo da gladiatore conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Il riordino complessivo delle collezioni di oggetti pompeiani e ercolanesi continuerà, poi, con un’attività di studio, restauro, riflessione museografica che coinvolgerà importanti materiali custoditi nei depositi ed al momento visibili solo in occasione delle esposizioni temporanee: entro l’estate 2021 sarà infatti raddoppiata la superficie espositiva delle celeberrime raccolte di oggetti dell’area vesuviana. Troveranno allora definitiva sistemazione le armi gladiatorie, i reperti organici, i commestibili, le argenterie, le oreficerie, gli antichi arredi domestici, sia in marmo che in bronzo.

Il Braccio Nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli con l’ampliamento a monte

Entro la fine dell’anno, 2020, nei locali del Braccio Nuovo sarà aperta al pubblico la Sezione Tecnologica pompeiana, ispirata a quella inaugurata da Amedeo Maiuri nel 1932; la sezione presenterà al pubblico i principali strumenti e tecnologie in uso nel mondo romano (dall’agricoltura all’idraulica, dalla costruzione all’illuminazione) con un allestimento che sarà arricchito tanto da reperti antichi quanto da ricostruzioni e video esplicativi. La sezione sarà allestita in collaborazione con il museo Galileo di Firenze.

Roma. Incontro-evento alla Curia Iulia a margine della mostra “Carthago. Il mito immortale“ col direttore del Limes Lucio Caracciolo su “Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?”: occasione di confronto sulla realtà geopolitica del bacino del Mediterraneo

La locandina dell’incontro con Lucio Caracciolo sul tema “Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?” alla Curia Iulia di Roma

“Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?” è il tema proposto dal parco archeologico del Colosseo nell’incontro con Lucio Caracciolo alla Curia Iulia, sabato 18 gennaio 2020, alle 11.30. Con questo evento speciale a inizio 2020 riprende l’articolato programma di incontri che il Parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, in collaborazione con Electa, ha avviato nell’ambito della mostra “Carthago. Il mito immortale” aperta al Colosseo e al Foro Romano fino al 29 marzo 2020. L’iniziativa incrementa ulteriormente il calendario di iniziative che ormai contraddistingue il monumentale spazio della Curia Iulia, diventato luogo di dibattito e incontro tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura. Un dialogo che dall’antichità prosegue sino ai nostri giorni coinvolgendo la città.

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

L’appuntamento di sabato 18 gennaio 2020, alle 11.30, vede protagonista – come detto – Lucio Caracciolo, direttore di Limes, che interverrà sul tema “Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?”: occasione di confronto sulla realtà geopolitica del bacino del Mediterraneo. Un tema di grande attualità il cui spunto è offerto dalla mostra in corso al Colosseo e al Foro Romano, fino al 29 marzo. Cartagine, padrona dei mari e regina dei commerci, con la sua storia consente di affrontare il problema dell’interazione culturale tra popoli di tradizione e lingue diverse. Lucio Caracciolo, nato a Roma nel 1954, e laureato in Filosofia all’Università di Roma, è direttore della Rivista Italiana di Geopolitica Limes dal 1993, e dal 2000 di Heartland, rivista eurasiatica di geopolitica. Giornalista professionista, ha lavorato per La Repubblica e per MicroMega. Collabora con numerosi media italiani e stranieri. Commentatore per la Repubblica e per L’Espresso. Numerose le pubblicazioni, oltre a saggi e articoli pubblicati su riviste scientifiche italiane, tedesche, americane e francesi.

Il parco archeologico di Paestum ospita per la seconda volta la scrittrice Andrea Marcolongo con il nuovo libro “Alla fonte delle parole. 99 etimologie che ci parlano di noi”: incontro con gli studenti e dialogo con il direttore Zuchtriegel

La locandina del doppio incontro con la scrittrice Andrea Marcolongo al parco archeologico di Paestum

Quale il valore delle parole al tempo degli hashtag e delle emoticon? A interrogarsi è la scrittrice Andrea Marcolongo che presenterà al museo Archeologico nazionale di Paestum il suo nuovo libro “Alla fonte delle parole. 99 etimologie che ci parlano di noi”, venerdì 17 gennaio 2020. L’autrice di bestseller venduti e tradotti in tutto il mondo torna nel sito magno-greco con un doppio appuntamento per ritrovare i ragazzi dei licei campani e per emozionare il pubblico in una conversazione con il direttore Gabriel Zuchtriegel, insieme al gruppo musicale ATAMMUSÌA. Andrea Marcolongo, nata nel 1987 e laureata in Lettere classiche presso l’Università degli Studi di Milano, è una scrittrice italiana attualmente tradotta in 27 paesi. Autrice de “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco” (Laterza, 2016) e de “La misura eroica” (Mondadori, 2018), scrive per TuttoLibri de “La Stampa”. Traduttrice dal greco, visiting professor presso l’Universidad de Los Andes di Bogotà e l’UNAM di Città del Messico e presidente 2019 del Festival de l’Histoire de Blois, è stata finalista in Francia al Prix des Lecteurs. Ora vive a Parigi.

Il direttore Gabriel Zuchtriegel e la scrittrice Andrea Marcolongo al tempio di Nettuno (foto parco archeologico Paestum)

Per la seconda volta in meno di un anno Andrea Marcolongo sarà a Paestum. “Sono felice di tornare in un luogo che amo molto”, scrive l’autrice nella sua pagina Instagram. “A Paestum vi racconterò l’etimologia numero 100: quella di classico”. Per una studiosa del mondo antico, il Parco Archeologico di Paestum rappresenta il contesto ideale per far rivivere la voce del passato, consapevole che il greco non è una lingua morta, ma memoria di ciò che eravamo. “Le parole sono il nostro modo di pensare il mondo”, dichiara Andrea Marcolongo. “Sono il mezzo che abbiamo per definire ciò che ci sta intorno e quindi, inevitabilmente, per definire noi stessi. Ogni volta che scegliamo una parola diamo ordine al caos, diamo contorni e corpo al reale; ogni volta che pronunciamo una parola essa è riflesso di noi. Ci rivela. Senza il linguaggio non faremmo altro che brancolare scomposti nella confusione, incapaci di dire la realtà e ciò che sentiamo. Proprio per questo delle parole dobbiamo avere estrema cura. Sono un giardino da coltivare con pazienza ogni giorno, da mantenere fertile e vivo, fino alle sue radici”.

Il libro “Alla fonte delle parole” di Andrea Marcolongo

99 parole per riappropriarci del mondo. 99 parole per ritrovare una voce che altrimenti rischia di farsi troppo flebile e perdersi tra la fretta e la sciatteria di questo nostro nuovo secolo. 99 parole per ribellarci alla confusione e al buio che ci travolgono quando rimaniamo muti di fronte al presente. 99 parole per ritrovare noi stessi. Andrea Marcolongo ha scelto le sue personali 99 parole. E di ognuna di esse, con eleganza e leggerezza e al tempo stesso infinita cura, ricostruisce il viaggio. Le parole sono il nostro modo di pensare il mondo, il mezzo che abbiamo per definire ciò che ci sta intorno e quindi, inevitabilmente, per definire noi stessi. Ogni volta che scegliamo una parola diamo ordine al caos, diamo contorni e corpo al reale, ogni volta che pronunciamo una parola essa è riflesso di noi. Ci rivela. Senza il linguaggio non faremmo che brancolare scomposti nella confusione, incapaci di dire la realtà e ciò che sentiamo. Proprio per questo delle parole dobbiamo avere estrema cura. Sono un giardino da coltivare con pazienza ogni giorno, da mantenere fertile e vivo, fino alle sue radici. Ma come ci si prende cura delle parole? Innanzitutto riappropriandoci della storia, appunto, delle loro radici, dei loro significati originari, seguendo il viaggio che un termine ha percorso per arrivare fino a noi, seguendo le sfumature di senso, gli slittamenti che nel corso dei secoli e attraverso i luoghi esso ha subito, ricostruendo così la storia di noi e del nostro leggere e rappresentare il mondo. Tutt’altro che sterile e fine a se stessa è dunque l’arte di ricostruire le etimologie. È lente per mettere a fuoco chi siamo stati, chi siamo. E chi vogliamo essere. Quanto ha viaggiato una parola prima di arrivare fino a noi? Da dove è partita? Quanti luoghi ha toccato influenzando altre lingue e quanto è stata a sua volta modificata? Forse non c’è lezione migliore di quella che ci offrono le parole, per loro natura «viaggianti», che di movimento e mescolanza da sempre fanno una ragione di sopravvivenza.

La scrittrice Andrea Marcolongo (da http://www.toscanalibri.it)

La mattinata di venerdì 17 gennaio 2020 sarà dedicata all’incontro con gli alunni dei licei campani, futuri custodi delle parole e veri protagonisti del dibattito, trasmesso anche in diretta radiofonica sulle frequenze di Radio Castelluccio. “Gli studenti del liceo classico di Eboli hanno molta familiarità con i libri della Marcolongo”, spiega la professoressa Rosa Caponigro, “li portano nello zaino insieme al libro di grammatica perchè sono strumenti che aiutano a comprendere meglio questa “lingua geniale”: il greco. Grazie ad Andrea, i ragazzi vanno al di là della sintassi e delle traduzioni e apprezzano la lingua antica quale espressione di un mondo che in fondo gli è proprio, ma ancora non lo sanno. La principale difficoltà che trovano gli alunni è comprendere i tempi verbali, spesso senza comparazione nelle lingue moderne. La Marcolongo spiega che i Greci non si ponevano la domanda quando avviene un’azione, ma come avviene. Questo colpisce molto l’attenzione degli studenti perché riescono a dare un senso alle cose che studiano, non percependole come inutili”. Nel pomeriggio, dalle 17, gli spazi del museo si arricchiranno di parole e di musica. I protagonisti saranno l’autrice e il gruppo ATAMMUSÌA, moderatore il direttore Gabriel Zuchtriegel. Dopo l’incontro, Paestum dà il via agli aperitivi 2020, a cura dell’Associazione Amici di Paestum.