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“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella quinta clip del museo Egizio protagonista Novara e Stefano Molli, l’architetto che servì la causa dell’egittologia italiana dopo l’incontro con Ernesto Schiaparelli

Quinta tappa, Biella. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Asti con la terza delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La quinta puntata è dedicata a Novara e Stefano Molli, l’architetto che servì la causa dell’egittologia italiana, raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. L’architetto Stefano Molli nasce a Borgomanero nel 1858. A legarlo alla storia del museo Egizio fu l’incontro con Ernesto Schiaparelli, dal quale nacque una stretta e proficua collaborazione che si concretizzò nella realizzazione di edifici per l’ANSMI, l’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Italiani in Egitto e in altri paesi dell’Africa settentrionale.

L’architetto Stefano Molli da Borgomanero (No) (foto museo Egizio)

Novara, primi mesi del 1887. Intorno alla basilica di San Gaudenzio c’è una grande folla. Tengono tutti il naso all’insù per ammirare la magnifica cupola che l’architetto Alessandro Antonelli ha finalmente ultimato e che il vescovo si appresta a inaugurare. Stefano Molli (1858 – 1916) si è alzato all’alba per arrivare puntuale e quei 121 metri d’altezza lo lasciano senza fiato: quell’inno alla verticalità lo mette in soggezione, è una struttura tra le più ardite mai concepite che, sopra ad ogni altra cosa, gli fa desiderare di diventare un bravo architetto. A 4 anni, il suo primo gioco è stata una scatola di tocchetti di legno per le costruzioni: a Borgomanero, dove è nato ed è rimasto fino al ginnasio, ci passava i pomeriggi componendo città immaginarie, fatte di tanti piccoli edifici: case, scuole, ospedali e chiese con gli immancabili e altissimi campanili. Per lui è naturale e appassionante laurearsi in Ingegneria civile a Torino, dove rimane per studiare anche ornato e figura presso l’Accademia di Belle Arti. Molli è un uomo curioso e a Torino visita il museo Egizio dove incontra il suo direttore, un uomo schivo ma dalla progettualità travolgente. L’egittologo Ernesto Schiaparelli è anche un illuminato filantropo che, da meno di un anno, ha fondato l’ANSMI, associazione per soccorrere i missionari italiani all’estero. I due scoprono di avere punti di interesse comuni: Schiaparelli racconta della necessità di ristrutturare le sedi delle opere assistenziali, della mancanza di scuole, ospedali e ospizi in Egitto e in tutta l’Africa Settentrionale e in Medio Oriente, e Molli inizia a fantasticare di progetti. Ha la competenza e l’entusiasmo che servono. Dal 1890 l’Ansmi diventa il più importante promotore italiano di attività costruttive all’estero. Molli riceve numerosi incarichi che lo portano in Terrasanta, Siria, Libano ed Egitto, dove a Luxor realizza una scuola maschile e una femminile. Un progetto replicato ad Assiut due anni più tardi. Questi edifici e altri destinati ai missionari sono vicini agli scavi archeologici diretti da Schiaparelli, e talvolta ospitano i reperti per ricoverarli e imballarli nelle casse prima del trasporto in Italia. Dei sette figli di Stefano Molli, il secondogenito Piero ha la stessa passione del padre per l’architettura e nel 1906, appena laureato in Ingegneria a Torino, partecipa con Ernesto Schiaparelli alla Missione Archeologica Italiana ad Assiut. Nel 1920, quattro anni dopo la morte dell’adorato padre, Piero Molli è già uno stimato progettista: in Egitto valuta le strutture esistenti, individua terreni edificabili, costruisce scuole e ospedali. Ma un altro lutto lo colpisce. Il caro amico di  famiglia Ernesto Schiaparelli muore nel 1928. L’ANSMI gli sopravvive e prosegue la sua attività ed è proprio Piero Molli a realizzare un seminario francescano a Giza, dove Schiaparelli aveva iniziato i suoi scavi.

Parco archeologico del Colosseo presenta tre “Lezioni di archeologia” tenute dal prof. Andrea Carandini, che fa parte del comitato scientifico del PArCo. Nella prima “lezione” il grande archeologo spiega lo scavo stratigrafico

L’archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

Tre “Lezioni di Archeologia” con il prof. Andrea Carandini promosse dal Parco archeologico del Colosseo, di cui l’eminente professore e famoso archeologo è membro del comitato scientifico. Le lezioni spazieranno dalla storia delle origini dello scavo stratigrafico, la cui definizione lo ha visto direttamente protagonista, alle indagini da lui stesso condotte sul Palatino, che hanno ampliato le conoscenze sulla storia della città di Roma e della sua fondazione, fino ad un approfondimento sul tema del “Natale di Roma“. Con la prima lezione, dunque, il prof. Carandini spiega lo scavo stratigrafico.

“Quando ero giovane”, spiega Carandini, “lo scavo archeologico era semplicemente una praticaccia dilettantistica. Ognuno se la cavava come poteva, e di fatto non faceva altro che sterrare con una certa attenzione magari per astratti livelli orizzontali, ma era sempre uno sterro. Grandi scavatori italiani nell’amministrazione e nell’accademia non sono mai esistiti. Giacomo Boni era un uomo molto semplice, Nino Lamboglia anche, erano persone semplici e abili in un qualcosa che va al di fuori delle pratiche normali. E io ho imparato da Lamboglia i primi rudimenti dello scavo. Che cos’è uno scavo stratigrafico? L’esempio più semplice è quello fornito dal gioco di Shanghai. Vince chi sposta un’asta senza smuoverne altre. Così è lo scavo archeologico. Bisogna togliere tutti gli strati che coprono altri strati, ma che non sono coperti e quindi sono gli ultimi, i più tardi. E così smontando il terreno esattamente nell’ordine inverso in cui si è formato, quindi andando indietro come i gamberi nel tempo, si riesce a dipanare questo che appare un caos complicato e che invece ha un ordine assolutamente certo purché lo si sappia riconoscere. Come si può distinguere uno scavo dall’altro? è come distinguere un volto da un altro, anche se gli scavi sono più difficili da distinguere. Gli scavi hanno la loro compattezza, il loro colore, le loro caratteristiche e quindi vanno ben puliti per poterli ben definire, delimitare, distinguere, documentare e poi togliere. Perché la terra fa parte di un monumento, fa parte di un’architettura. Gli strati non sono che pavimenti o strati di abbandono o strati di preparazione alla vita, e anche i muri verticali sono strati compatti. Gli strati – continua Carandini – sono di due tipi: positivi e negativi. Se si apporta del materiale è uno strato positivo che si può delimitare, prendere e togliere. Ma se è uno strato negativo come una buca non si può assolutamente toccare perché è un’assenza di strato, ma che ha una forma particolare molto significativa. Per esempio, le capanne sono fatte da pali e di essi rimangono soltanto i buchi nel terreno che formano una chiazza un po’ più scura di quella del terreno normale, per cui questi buchi sono appunto assenze di materiali e non presenze. Ma sono molto importanti per indicare la presenza un tempo, un dì, di pali che formavano una struttura capannicola. Quindi lo scavare non è semplicemente una pratica, è esattamente una filologia: la filologia è l’arte di ricostruire i testi antichi confrontando i vari codici che ci sono rimasti per avere un testo più fedele possibile di Omero, di Stesicoro, di Livio o di Cassiodoro. La filologia applicata alle cose è appunto la stratigrafia. Gli strati contengono dentro di loro della ceramica. La ceramica più tarda è quella che data lo strato, che dà un termine post quem allo strato. Quindi lo strato si data attraverso i suoi reperti se sono in una quantità sufficiente da non essere residui, cioè oggetti casualmente presenti e che non indicano chiaramente l’epoca. Per cui bisogna stare attenti a non farsi ingannare. Per imparare a scavare bisogna avere bene in testa il metodo dello scavo. Io, per esempio, ho scritto un manuale di scavo che si chiama “Storia dalla terra” pubblicato da Einaudi, e soprattutto bisogna avere avuto un bravissimo maestro che ti ha insegnato a farlo. Io, per esempio, ho un allievo, che si chiama Mattia Ippoliti, che è un virtuoso dello scavo. Naturalmente è più facile scavare un edificio costruito con dei grandi muri che non un edificio costruito con pali, con argilla: l’argilla si scioglie, i pali sono di legno e si corrompono- E quindi restano delle ombre, ma ombre sufficienti per chi le sa leggere, indizi sufficienti per ricostruire la capanna dell’VIII secolo. Sono come quegli indizi minimi, come una cicca di sigaretta, che possono aiutare un investigatore a individuare un criminale”.

ArcheocineMANN: al via la seconda edizione, tutta on line, tutta gratuita, con dieci film in concorso e quattro prime nazionali. Ecco il programma

Siete pronti? Tutti all’archeocineMANN con…un semplice click! Dieci film in concorso per il Premio Mann con quattro prime nazionali. E poi film, fuori concorso, della produzione del museo Archeologico nazionale di Napoli. Una serata speciale. E incontri con i protagonisti. Tutto on line. Tutto gratuito per la seconda edizione di archeocineMANN, il festival internazionale del cinema di Archeologia, Arte e Ambiente, organizzato da museo Archeologico nazionale di Napoli in collaborazione con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm. L’appuntamento si rinnova online, per non perdere la preziosa occasione di far dialogare arti  solo apparentemente diverse: da mercoledì 2 a domenica 5 dicembre 2020 archeocineMANN arriva in streaming (con accesso gratuito). E dal 6 al 10 dicembre 2020 on demand. Con un semplice click (necessario registrarsi sul portale www.streamcult.it) si potrà assistere, senza barriere spazio-temporali, al meglio della produzione cinematografica dedicata a momenti e civiltà del passato che hanno fatto la storia. La definizione del programma di archeocineMANN, così come l’organizzazione dell’infrastruttura informatica e delle riprese, sono a cura dei Servizi Educativi del Museo (Lucia Emilio, responsabile, con Elisa Napolitano ed Antonio Sacco) insieme ad Archeologia Viva, Firenze Archeofilm. Il supporto tecnico è di Fine Art Produzioni. Ricco il programma, come ricorda il direttore Paolo Giulierini: “Da Olimpia a Canne, dall’Egitto delle Piramidi alla Arles dei  Gladiatori, da Stonehenge al Perù, dai draghi del Medioevo alle ultime ore di Pompei: il museo Archeologico di Napoli vi invita a un viaggio nel tempo e nello spazio partendo dai nostri capolavori”. Vediamo il programma.

Si inizia mercoledì 2 dicembre 2020, alle 10, con due film che concorrono per il Premio Mann: “Olimpia, alle origini dei Giochi” di Olivier Lemaitre (Francia, 52’), e “Apud Cannas”, regia e supervisione 3D di Francesco Gabellone (Italia, 16’). Alle 15, per la sezione “Mann fuori concorso”, “La genesi del MANN. Un viaggio con il Cartastorie” di Damiano Falanga Alcubierre. Produzione: MANN. Realizzazione: Fondazione Il Cartastorie. Quattro episodi: “Scavando tra le carte”, “Il passeggero artista”, “Il tempo dell’Impero Venuti”, “Le stanze vuote”. Segue un’altra produzione MANN: trailer di “Thalassa. Il Racconto”, di Antonio Longo. Testi Antonio Longo e Salvatore Agizza. Alle 16, altri due film per il Premio Mann: “Gladiatori, il ritorno” di Emmanuel Besnard, Gilles Rof (Francia, 26’) e in prima nazionale “Il mondo di Cheope” di Florence Tran (Francia, 52’). Tra i due film, l’incontro / intervista con Patrizia Piacentini, ordinario di Egittologia dell’università Statale di Milano.

Seconda giornata, giovedì 3 dicembre 2020. Alle 10, per il Premio Mann, il film “Mesopotamia in memoria: appunti su un patrimonio violato. La stagione dei grandi Imperi” di Alberto Castellani (Italia, 60’). Alle 15, per la sezione “Mann fuori concorso”, “La genesi del MANN. Un viaggio con il Cartastorie” di Damiano Falanga Alcubierre. Produzione: MANN. Realizzazione: Fondazione Il Cartastorie. Quattro episodi: “Scavando tra le carte”, “Il passeggero artista”, “Il tempo dell’Impero Venuti”, “Le stanze vuote”. Segue un’altra produzione MANN: trailer di “Thalassa. Il Racconto”, di Antonio Longo. Testi Antonio Longo e Salvatore Agizza. Alle 16, per il Premio Mann, due film in prima nazionale: “Stonehenge. Un grande cimitero” di Nick Gillam-Smith (Austria, 50’) e “Gli ultimi segreti di Nazca” di Jean Baptiste Erreca (Francia,  52’). Tra i due film, l’incontro / intervista con Giuliano Volpe, archeologo e scrittore, dell’università di Bari.

Giovedì 3 dicembre 2020, serata speciale “Giovedì sera al Mann”. Alle 20.45, il film “La Signora Matilde. Gossip dal Medioevo” di Marco Melluso, Diego Schiavo (Italia, 50’). Interviene Syusy Blady (Maurizia Giusti) autrice conduttrice televisiva e “turista per caso”, protagonista del film nei panni di Matilde di Canossa.

Frame del film “Le ultime ore di Pompei” di Pierre Stine

Terza giornata, venerdì 4 dicembre 2020. Alle 10, per il Premio Mann, il film “Mostri e miti” di Carsten Gutschmidt (Germania, 52’). ). Alle 15, per la sezione “Mann fuori concorso”, “La genesi del MANN. Un viaggio con il Cartastorie” di Damiano Falanga Alcubierre. Produzione: MANN. Realizzazione: Fondazione Il Cartastorie. Quattro episodi: “Scavando tra le carte”, “Il passeggero artista”, “Il tempo dell’Impero Venuti”, “Le stanze vuote”. Segue un’altra produzione MANN: trailer di “Thalassa. Il Racconto”, di Antonio Longo. Testi Antonio Longo e Salvatore Agizza. Alle 16, per il Premio Mann, in prima nazionale il film “Le ultime ore di Pompei” di Pierre Stine (Francia, 90’).

Ultima giornata, sabato 5 dicembre 2020. Alle 11, attenzione: solo diretta streaming, il film “Agalma”, vita al museo Archeologico nazionale di Napoli,  film documentario scritto e diretto da Doriana Monaco con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni, selezionato alla 17.ma edizione delle Giornate degli Autori di Venezia 77. Il film è  frutto  di tre anni di lavoro sulla quotidianità  di uno dei più importanti musei del mondo, che ha aperto le porte alla giovane regista allieva di FilmaP – Atelier di cinema del reale di Ponticelli.  “Agalma” è anche un omaggio al classico  “Viaggio in Italia” di  Roberto Rossellini, oggi più che mai significativo: al centro del racconto c’è  il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana, ma anche il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del museo. Tutto fa emergere il Mann come un grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale. In squadra con la regista, i fonici Filippo Puglia e Rosalia Cecere, il compositore Adriano Tenore, gli aiuti regia Marie Audiffren ed Ennio Donato e per la post produzione la montatrice Enrica Gatto e la colorist Simona Infante. Il film ha ricevuto la menzione speciale al Perso Lab 2019.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro

Alle 16, per il Premio Mann, il film “Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 26’). Segue l’incontro / intervista con Pierfrancesco Callieri, ordinario di Archeologia dell’Iran preislamico all’università di Bologna – ISMEO. Quindi si procede alla cerimonia di consegna del Premio Mann seconda edizione. Chiude archeocineMANN il film fuori concorso “Scritto sulla pietra” di Farhad Pakdel (Iran, 17’).  

Torino. Greco tiene la conferenza (on line) del museo Egizio con l’Acme su “Un monumento dimenticato a Tebe: la tomba di Ramose (TT132), responsabile del tesoro del sovrano Taharqa”. Diretta streaming

“Un monumento dimenticato a Tebe: la tomba di Ramose (TT132), responsabile del tesoro del sovrano Taharqa” è il tema affrontato dal direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, nella nuova conferenza egittologica on line promossa dal museo Egizio in collaborazione con ACME, Amici e Collaboratori del Museo Egizio. Appuntamento il 1° dicembre 2020, alle 18. La conferenza sarà in lingua italiana e verrà trasmessa in streaming sul profilo YouTube e sulla pagina Facebook del museo Egizio.

La decorazione della camera sepolcrale della Tomba di Ramose (TT132) a Tebe Ovest (foto museo Egizio)

La camera sepolcrale della tomba di Ramose (TT 132) descrive in modo accurato il sapere cosmografico dell’antico Egitto. Le immagini e i testi dipinti sulle pareti forniscono al defunto tutte le nozioni necessarie per compiere con successo il suo rito di passaggio. Il defunto raggiunge la camera sepolcrale nel suo stato pre-liminale. Ha abbandonato il mondo dei viventi ed entra nell’aldilà. Nel suo stato liminale viene associato ad Osiride, ed il suo corpo necessita di essere protetto durante la veglia notturna. L’iconografia della camera sepolcrale rappresenta gli episodi cruciali per la rinascita del defunto. Nel suo stato post-liminale, dopo il risveglio dal torpore della morte ascende al cielo, entra nel grembo di Nut ed inizia il viaggio assieme al dio sole.

Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco (foto museo Egizio

Christian Greco. Nato nel 1975 ad Arzignano (VI), Christian Greco è direttore del museo Egizio dal 2014. Ha guidato e diretto il progetto di ri-funzionalizzazione, il rinnovo dell’allestimento e del percorso espositivo, concluso il 31 marzo 2015, che ha portato alla trasformazione dell’Egizio, da museo antiquario a museo archeologico. Formatosi principalmente in Olanda, è un egittologo con una grande esperienza in ambito museale: ha curato moltissimi progetti espositivi e di curatela in Olanda (Rijksmuseum van Oudheden, Leiden; Kunsthal, Rotterdam; Teylers Museum, Haarlem), Giappone (per i musei di Okinawa, Fukushima, Takasaki, Okayama), Finlandia (Vapriikki Museum, Tampere), Spagna (La Caixa Foundation) e Scozia (National Museum of Scotland, Edimburgh). Alla direzione del museo Egizio ha sviluppato importanti collaborazioni internazionali con musei, università ed istituti di ricerca di tutto il mondo. La sua forte passione per l’insegnamento lo vede coinvolto nel programma dei corsi dell’università di Torino e di Pavia, della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, della New York University di Abu Dhabi e della Scuola IUSS di Pavia con corsi di cultura materiale dell’antico Egitto e di museologia. Il lavoro in campo archeologico è particolarmente importante: è stato membro dell’Epigraphic Survey of the Oriental Institute of the University of Chicago a Luxor e, dal 2015, è co-direttore della missione archeologica italo-olandese a Saqqara. Al suo attivo ha molteplici pubblicazioni divulgative e scientifiche in diverse lingue e numerose partecipazioni a convegni internazionali di egittologia e di museologia come key-note speaker.

Direzione Generale Musei. Massimo Osanna presenta il Sistema museale nazionale, piattaforma che mette in rete i musei italiani, per conoscersi e farsi conoscere

Archeologo operativo, professore stimato, manager di successo, lo abbiamo conosciuto come direttore generale del parco archeologico di Pompei sempre attento a comunicare al grande pubblico ogni intervento e scoperta nell’area archeologica vesuviana più famosa al mondo. Da qualche mese il ministro Dario Franceschini lo ha chiamato alla Direzione Generale Musei del Mibact. Ed è in questa veste che presenta il “Sistema museale nazionale”, progetto iniziato dal suo predecessore Antonio Lampis, e che ora entra nella fase operativa.

“La Direzione Generale Musei ha lavorato negli ultimi anni per creare il Sistema museale nazionale”, spiega Osanna. “È un progetto ambizioso bellissimo che eredito da chi mi ha preceduto, Antonio Lampis, che ha lavorato con grande passione insieme a dirigenti e funzionari di questa amministrazione da Talitha Vassalli ad Annarita Orsini. E ora grazie a questo lavoro siamo in dirittura d’arrivo. La piattaforma è ormai disponibile, comincia il lavoro di accreditamento. Accreditarsi significa essere un museo degno di questo nome, che quindi può accedere non solo ai finanziamenti, a cominciare da quelli regionali oltre ovviamente quelli statali. Significa lavorare anche su una accessibilità globale, e questo è uno dei requisiti fondamentali. I musei devono essere accessibili: perché hanno un linguaggio idoneo, perché non ci sono barriere architettoniche, perché parlano a tutte le categorie anche a quelle svantaggiate. Questo sarà fatto con le Regioni che hanno lavorato moltissimo a un tavolo comune non solo per elaborare i requisiti ma anche per elaborare tutto il sistema museale nazionale. E quindi adesso la sfida dei prossimi mesi, del prossimo anno, sarà proprio quello di rendere riconoscibili i nostri musei, riconoscibili perché hanno uno standard minimo comune. Questo avviene grazie a una piattaforma che è stata varata proprio in questi giorni, una piattaforma informatica che si è realizzata grazie al sostanziale lavoro di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), questa piattaforma diventa appunto non solo un enorme archivio informatizzato dove i musei accreditati hanno un loro spazio, ma anche un archivio che permette ai musei di entrare in rete. Questo vuol dire portare nel mondo contemporaneo i nostri musei che spesso sono stati percepiti – anche perché, diciamocelo, forse lo era – come dei luoghi polverosi contenitori di oggetti che non parlano, non sanno esprimere, comunicare emozioni e significati. È questo il lavoro che ci aspetta, ci aspetta sia come Direzione Generale Musei sia come singole Regioni che, chi in maniera autonoma perché ha già un programma di accreditamento, chi invece direttamente in connessione con il nostro sistema nazionale elaborato, collaborerà e contribuirà in maniera fattiva a rendere appunto i nostri musei all’altezza di questo nome”.

Fondazione Scuola Beni culturali: nel primo seminario on line rafforzato il ruolo internazionale dell’Italia per l’area del Mediterraneo nella gestione del patrimonio

Progettare il futuro nella gestione del patrimonio: la dimensione internazionale. Con un seminario online dal titolo “Programme follow-up: twinnings and skills sharing” (Aggiornamento del programma: gemellaggi e condivisione delle competenze) si è conclusa, alla presenza del ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, la prima edizione della International School of Cultural Heritage, il programma di scambio e aggiornamento professionale per l’area del Mediterraneo lanciato nel novembre 2019 dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali. Un appuntamento di lavoro basato sul reciproco ascolto e sulla condivisione di esperienze, con il quale si è voluto valorizzare il cospicuo investimento realizzato dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, allo scopo di rafforzare il ruolo internazionale dell’Italia nel campo della gestione del patrimonio e condividere con i Paesi partecipanti il know how italiano. Le indicazioni e le valutazioni emerse durante il seminario conclusivo costituiranno una base di partenza condivisa per la programmazione di attività future: è già prevista per la fine del 2021 una seconda edizione del Programma, e l’avvio di accordi e gemellaggi tra istituzioni italiane e dei Paesi coinvolti. La vice ministra MAECI Marina Sereni e l’Assistant Director-General per la Cultura dell’UNESCO, Ernesto Ottone Ramirez, hanno portato i loro saluti confermando l’interesse e la piena disponibilità delle loro istituzioni a continuare nel lavoro comune. Al seminario hanno preso parte i rappresentanti di alcuni dei partner coinvolti, che hanno ospitato i referenti stranieri nelle loro esperienze sul campo in Italia: Parco archeologico di Paestum, Parco Archeologico dell’Appia Antica, Coopculture, Museo Egizio di Torino, CNR – Istituto di scienze per il patrimonio culturale, Museo Etrusco di Villa Giulia, Fondazione Brescia Musei. Sono intervenuti poi i responsabili apicali delle istituzioni dell’area mediterranea che hanno aderito al Programma, da Algeria, Egitto, Etiopia, Giordania, Iraq, Israele, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia e Turchia. Il confronto è stato coordinato da Mounir Bouchenaki, archeologo algerino già Vice-Direttore dell’UNESCO per la Cultura e Direttore Generale di ICCROM, attualmente consulente esperto per l’UNESCO.

La prima edizione della International School ha visto la partecipazione di diciannove tra archeologi, architetti, esperti e gestori di musei provenienti da diverse aree del Mediterraneo e dall’Etiopia coinvolti in un corso residenziale della durata di cinque mesi, con il titolo “Gestione del patrimonio archeologico mediterraneo: sfide e strategie”. I professionisti hanno partecipato, in un primo tempo, alla parte teorica del programma: lezioni, visite tematiche e visite di studio a siti e istituzioni culturali, workshop, casi di studio e incontri, si sono susseguiti offrendo un vasto panorama di tematiche legate alla conservazione e alla ricerca, alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio archeologico. Successivamente, e fino allo scorso marzo, ogni partecipante si è poi dedicato individualmente a uno specifico progetto sul campo presso enti e istituzioni in tutta la Penisola: da Brescia ad Agrigento, Torino, Roma, Napoli, Paestum, Ercolano e Pompei, collaborando con i colleghi italiani appartenenti a istituzioni, musei e parchi archeologici. Durante il lavoro sul campo, i partecipanti stranieri hanno potuto studiare i modelli e le pratiche delle istituzioni ospitanti e sviluppare un proprio progetto applicabile al contesto di provenienza.

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Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali


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Maria Alessandra Vittorini, direttore Fondazione Scuola Beni e Attività culturali

“Grazie al contributo delle istituzioni archeologiche italiane già coinvolte nel Programma”, spiega Vincenzo Trione, presidente della Fondazione, “è già in corso la costruzione di una offerta formativa, al momento online, di profilo internazionale: una serie di webinar, in lingua inglese, come occasione di formazione per i partecipanti stranieri e come momento di “promozione” delle istituzioni italiane”. E il direttore Alessandra Vittorini: “L’iniziativa odierna, che ha visto partecipazioni di alto profilo e interessanti riconoscimenti sui risultati conseguiti, rafforza la Fondazione, nel suo impegno volto a contribuire alla costruzione di una rete permanente per l’aggiornamento e l’accrescimento dei professionisti del patrimonio culturale, puntando prevalentemente sullo scambio di esperienze di eccellenza e la condivisione di modelli di lavoro”. “Oggi abbiamo constatato un grande interesse nel modello di scambio della International School e nella proposta di lavorare su possibili gemellaggi tra istituzioni italiane e Paesi stranieri”, conclude Andrea Meloni, membro del Consiglio di Gestione della Fondazione e delegato per i rapporti internazionali, aggiungendo che “tutti i colleghi dei Paesi esteri hanno confermato il pieno apprezzamento per il lavoro fatto e si sono dichiarati fortemente interessati a continuare a lavorare per progetti di collaborazione nel prossimo futuro”.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli lancia la seconda edizione di archeocineMANN in streaming gratuito dal 2 al 5 dicembre, e on demand dal 6 al 10. Film e interviste per capire tutto sul nostro passato più antico. Al termine il “Premio MANN” e il “Premio Scuole”

L’emergenza sanitaria non ferma la seconda edizione di archeocineMANN, il festival internazionale del cinema di Archeologia, Arte e Ambiente, organizzato da museo Archeologico nazionale di Napoli in collaborazione con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm. L’appuntamento si rinnova online, per non perdere la preziosa occasione di far dialogare arti solo apparentemente diverse: da mercoledì 2 a domenica 5 dicembre 2020 archeocineMANN arriva in streaming (con accesso gratuito). Con un semplice click (necessario registrarsi sul portale www.streamcult.it) si potrà assistere, senza barriere spazio-temporali, al meglio della produzione cinematografica dedicata a momenti e civiltà del passato che hanno fatto la storia. La definizione del programma di archeocineMANN, così come l’organizzazione dell’infrastruttura informatica e delle riprese, sono a cura dei Servizi Educativi del Museo (Lucia Emilio, responsabile, con Elisa Napolitano ed Antonio Sacco) insieme ad Archeologia Viva, Firenze Archeofilm. Il supporto tecnico è di Fine Art Produzioni.

Dietro le quinte: le riprese per il docu-film “Agalma” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

“Il Mann come un portale dell’archeologia internazionale”, commenta il direttore dell’Archeologico, Paolo Giulierini. “Da Olimpia a Canne, dall’Egitto delle Piramidi alla Arles dei  Gladiatori, da Stonehenge al Perù, dai draghi del Medioevo alle ultime ore di Pompei: il museo Archeologico di Napoli vi invita a un viaggio nel tempo e nello spazio partendo dai nostri capolavori. Avevamo immaginato la seconda edizione di archeocineMANN come una festa nel nuovo auditorium. Abbiamo deciso di confermare le date annunciate e diffondere il grande cinema archeologico internazionale in streaming gratuito, perché crediamo nell’importante valenza culturale di questo appuntamento organizzato con Archeologia Viva e Firenze Archeofilm. E lo facciamo anche con un particolare impegno per la didattica a distanza, offrendo materiali di altissima qualità che possono essere di supporto agli insegnanti e sicuramente affascineranno spettatori di ogni età. Tra il Mann e il cinema, come è noto, il rapporto è strettissimo: nelle nostre sale sono stati girati film celebri (da ‘Cadaveri eccellenti’ a ‘Napoli velata’), videoclip d’autore, documentari, ma non solo. Il Museo è anche produttore di audiovisivi per il web, a partire dal progetto Obvia e dall’incontro con il mondo dell’animazione napoletana, fino a opere per il grande schermo, dai corti ‘Antico Presente’  ad ‘Agalma’, che ci ha portato all’ultimo Festival di Venezia. La nostra proposta è, quindi, quella di scoprire sempre più il cinema archeologico, che affida la divulgazione scientifica alla forza dell’immagine e alla suggestione del racconto. Vi aspettiamo numerosi nella nostra sala virtuale”.

“Al Mann presentiamo le migliori opere cinematografiche prodotte di recente a livello mondiale e ancora mai proposte al grande pubblico”, dice Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva. “Sono opere che documentano le ricerche più aggiornate sul rapporto fra l’uomo e il pianeta dalle origini della specie fino alle civiltà storiche. Si tratta di un rapporto molto controverso, soprattutto quando si parla di coabitazione e condivisone delle risorse, che dobbiamo tenere ben presente, perché può insegnarci tante cose utili in questa fase critica per tutta l’umanità, apparentemente disorientata riguardo a un futuro che si annuncia preoccupante. Ancora una volta non possiamo capire dove vogliamo andare se non sappiamo chi siamo e da dove veniamo”.

Frame del film “Olimpia, alle origini dei Giochi” di Olivier Lemaitre
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Frame del film “Mesopotamia in memoria” di Alberto Castellani

Tante le anteprime che accompagneranno il pubblico a spasso nel tempo, viaggiando alla volta dei luoghi più remoti del pianeta: si potrà entrare, così, nei cunicoli della Piramide di Cheope, dove una missione internazionale condurrà gli spettatori alla scoperta di una nuova misteriosa cavità; ancora, nel documentario ‘Apud Cannas’, in animazione su base 3D, saranno svelati gli aspetti inediti della celebre Battaglia di Canne. La storia millenaria della città di Olimpia starà tutta nel film girato laddove nacquero i più prestigiosi giochi dell’antichità, che ancora portano il nome di quel luogo famoso: le Olimpiadi, appunto. È invece di un italiano, Alberto Castellani, ‘Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato. La stagione dei grandi imperi’: nel documentario, l’indagine archeologica si accompagnerà all’analisi dell’attuale stato dei siti iracheni, dopo i danni operati dall’Isis (e non solo).

Frame del film “Stonehenge. Un grande cimitero” di Nick Gillam-Smith
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Frame del film “Le ultime ore di Pompei” di Pierre Stine

Spazio, poi, al Medioevo, “rivisto e corretto” con grande ironia, nel film che vede nei panni di Matilde di Canossa l’ex “turista per caso” Syusy Blady (alias Maurizia Giusti). E ancora, lontano dalle fantasiose narrazioni hollywoodiane, ecco il (vero) mondo dei gladiatori, in un’anticipazione ideale della grande mostra che il Mann ospiterà nel marzo 2021. Non mancheranno novità sul sito megalitico più famoso di tutti i tempi, Stonehenge, identificato dal team dell’archeologo Mike Parker Pearson con un grande cimitero, così come un focus sulle ultime ore di Pompei, attraverso le scoperte recenti di un’equipe di studiosi francesi. Per gli appassionati di folclore e tradizioni millenarie, spazio di approfondimento su draghi e mostri nell’immaginario dei popoli del passato; da non perdere, infine, il film capolavoro dedicato alla grande capitale achemenide Persepoli.

La locandina del film documentario “Agalma” di Doriana Monaco

Arricchiranno il programma le più apprezzate produzioni cinematografiche del Mann: sarà possibile vedere il documentario ‘Agalma’ della giovane regista Doriana Monaco, che racconta, con le voci di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco, la vita “dietro le quinte” del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il film, selezionato per la 17esima edizione delle Giornate degli Autori di Venezia 77, è stato prodotto da Antonella Di Nocera (Parallelo 41 produzioni) e Lorenzo Cioffi (Ladoc) con il Mann. Ancora, in streaming, saranno presentati i cortometraggi de “La genesi del MANN. Un viaggio con il Cartastorie in quattro video” e il trailer del documentario “Thalassa. Il racconto”.

Pierfrancesco Callieri co-direttore a Tol-e Ajori (Persepoli, Iran) con Alireza Askari Chaverdi

Non solo film, ma anche racconti ed esperienze vissute: gli spettatori virtuali avranno l’opportunità di conoscere da vicino i grandi nomi della ricerca e divulgazione archeologica con interviste a Patrizia Piacentini (egittologa, direttrice della Missione di scavo ad Assuan), Pierfrancesco Callieri (direttore degli scavi italiani a Persepoli), Giuliano Volpe (archeologo e scrittore), Syusy Blady (attrice e conduttrice televisiva).

Frame del film “Apud Cannas” di Francesco Gabellone

Dopo la conclusione dello streaming e l’assegnazione del “Premio MANN” al film scelto dalla giuria di esperti della rassegna, archeocineMANN continuerà on demand dal 6 al 10 dicembre 2020: un’occasione importante, rivolta anche a professori e studenti per intrecciare contenuti e temi, tra archeologia, arte e cinema. Il Festival si proporrà, così, come una vera e propria “piattaforma” di approfondimento per le scuole superiori: il MANN metterà a disposizione gratuitamente  i film, tra cui quattro anteprime nazionali, corti, interviste e contenuti extra. Anche quest’anno, in collaborazione con l’Associazione Moby Dick, sarà assegnato il “Premio Scuole” al miglior film, selezionato da una giuria composta da oltre 200 allievi degli istituti superiori napoletani.​

Il museo Egizio di Torino partecipa all’evento “Sharper – La Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori 2020”: focus sulla mostra temporanea “Archeologia Invisibile”

Il museo Egizio di Torino partecipa all’evento “Sharper – La Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori 2020”, con un programma dedicato a studenti, appassionati e curiosi, con l’obiettivo di raccontare approfondimenti e segreti delle ricerche realizzate sui reperti del museo. SHARPER è il nome di uno dei 7 progetti italiani sostenuti dalla Commissione Europea per la realizzazione della Notte Europea dei Ricercatori nel 2020. SHARPER significa SHAring Researchers’ Passions for Evidences and Resilience e ha l’obiettivo di coinvolgere tutti i cittadini nella scoperta del mestiere di ricercatore e del ruolo che i ricercatori svolgono nel costruire il futuro della società attraverso l’indagine del mondo basata sui fatti, le osservazioni e l’abilità nell’adattarsi e interpretare contesti sociali e culturali sempre più complessi e in continua evoluzione. SHARPER si svolge il 27 novembre 2020 nelle città di Ancona, Cagliari, Camerino, Catania, L’Aquila, Macerata, Nuoro, Palermo, Pavia, Perugia, Terni, Torino e Trieste per raccontare la passione, le scoperte e le sfide dei ricercatori di tutta Europa attraverso mostre, spettacoli, concerti, giochi, conferenze e centinaia di altre iniziative rivolte al grande pubblico. Nell’ambito della sezione dedicata alle scuole “Good morning Torino” il museo è intervenuto con la lezione “La moda senza tempo dei Faraoni”, tenuta dalla curatrice Alessia Fassone: un viaggio nella storia dell’abbigliamento nell’antico Egitto, con esempi tratti dai reperti conservati al Museo Egizio, e una dimostrazione-laboratorio per imparare a vestirsi come veri egizi, con l’uso di stoffe presenti in tutte le case.

All’interno del programma pubblico “Finestre sulla ricerca” il focus è stato invece sulla mostra temporanea “Archeologia Invisibile”: com’è cambiata nel tempo l’attività di scavo e di ricerca sul campo? Oggi si lavora sempre di più tenendo conto dell’importanza della biografia che ogni oggetto ha. Lo scavo è il punto di contatto tra la prima vita e la seconda vita di un oggetto, cioè quando esso a far parte di una collezione, vengono restaurati, esposti e studiati. L’esposizione rivela come la chimica, la fisica, la radiologia e altre discipline scientifiche lavorano a fianco dell’egittologia per restituire preziose informazioni sui reperti della collezione, su chi li hai creati, sul loro uso, sul loro ritrovamento e sulla loro conservazione. Per esplorare queste ricerche è possibile vedere una serie di interviste a ricercatori, curatori e restauratori, disponibili sul canale YouTube del Museo all’interno della playlist “Archeologia Invisibile”.

Notte dei Ricercatori (on line). Il museo Archeologico nazionale di Napoli presenta il restyling del Giardino della Vanella (da giugno 2021 aperto gratuitamente al pubblico) e gli studi diagnostici della Quadriga di Ercolano

napoli_logo-mannIl Giardino della Vanella, cuore verde del museo Archeologico nazionale di Napoli, sarà uno dei temi approfonditi dal Mann nella Notte dei Ricercatori, venerdì 27 e sabato 28 novembre 2020, che quest’anno sarà solo on line sui canali social. Scopo della programmazione social, infatti, sarà mostrare progetti ed idee che, con studio e competenza, stanno ridando luce ai tesori del Mann. Il claim dei post sulle pagine Facebook ed Instagram dell’Archeologico adottato dal Mann per la Notte dei Ricercatori è un pensiero dello scrittore austriaco Robert Musil: “Non è vero che il ricercatore insegue la verità; è la verità che insegue il ricercatore”.

Simulazione del prospetto del Giardino della Vanella al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Si partirà venerdì 27 novembre 2020, alle 20, con un approfondimento dedicato al restyling del terzo cuore verde dell’Archeologico, il Giardino della Vanella, che sarà aperto a tutti i cittadini, senza ticket di ingresso, a partire da giugno 2021. Il progetto di allestimento, curato dall’arch. Silvia Neri, sarà presentato con un’ “anteprima”: tramite le simulazioni condivise online, si avrà un’overview sull’assetto futuro dello spazio. Il Giardino, completamente rinnovato, manterrà intatti i suoi elementi principali: il Mausoleo di Caivano, la peschiera voluta da Maiuri, i muretti in mattoni di inizio Novecento. Così, si potrà nuovamente ammirare il Mausoleo di Caivano: lo straordinario monumento funerario del I sec. d.C., riscoperto nella cittadina del napoletano nel 1923 e “trasportato” al museo Archeologico nazionale di Napoli, è chiuso da decenni; i delicati e preziosi affreschi contenuti al suo interno, dopo il restauro, saranno “restituiti” ai visitatori, anche con un sistema di presentazione digitale per chi non potrà percorrere i gradini di accesso agli ambienti chiusi.

Simulazione della planimetria rivisitata del Giardino della Vanella al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Eppure il Giardino della Vanella sarà non soltanto uno scrigno di tesori, ma anche uno spettacolo “a cielo aperto”: al centro dell’area, infatti, sarà recuperata la peschiera voluta da Amedeo Maiuri nella prima Sezione Tecnologica, allestita al Museo negli anni Trenta del Novecento. La peschiera è la riproduzione in scala ridotta di un modello romano, presente in una villa di Formia: la struttura serviva, nell’antichità, per allevare pesci, quindi era una vasca di tipo prettamente tecnico. Il progetto di recupero, voluto dal Mann, lascerà la peschiera nella medesima posizione in cui era stata creata, considerandola “parte esterna” della rinnovata Sezione Tecnologica: suggestivi giochi d’acqua si inseriranno in un armonico contesto, disegnato con il verde per accrescere il fascino del percorso di visita. ​Saranno circa trenta, infatti, le tipologie di alberi, arbusti e piante erbacee del Giardino: sarà predominante la candida Rosa Iceberg, che ben si armonizzerà con i colori della facciata del Braccio Nuovo; per gli eventi pomeridiani e serali, la Vanella sarà illuminata con luce calda, diffusa da lampade in acciaio corten. Dopo una proiezione nel prossimo futuro, il Mann dedicherà anche un post (sabato 28, alle 12) agli studi che, negli scorsi anni, hanno guidato il restyling dei Giardini delle Camelie e delle Fontane.

Scansione 3D di una statuetta della Quadriga di Ercolano (foto Mann)

Un’incursione nei nuovi allestimenti delle collezioni del Museo concluderà questo itinerario social dedicato alla ricerca: sabato 28 novembre 2020 (alle 20) saranno postate alcune immagini fornite dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo-ISMed CNR di Napoli dedicate alle attività di diagnostica sulla Quadriga di Ercolano. Il gruppo scultoreo in bronzo (età imperiale), che sarà inserito (giugno 2021) nel nuovo allestimento della  Sezione Campania Romana, era collocato nel Foro della città vesuviana. Durante gli scavi in età borbonica, l’opera fu estratta in frammenti: ricostruito un cavallo (il celebre “cavallo Mazzocchi”), il resto del gruppo deve essere sottoposto a restauro, dopo la ricerca realizzata grazie alle più innovative metodologie di rilevamento digitale dei singoli pezzi ed alle possibilità offerte dalla grafica 3D. Per questa fase diagnostica, il Mann ha stipulato un accordo con l’ISMed-CNR.​

Paestum. Tempio di Nettuno: con l’ArtBonus finanziato un progetto di monitoraggio dei micro-movimenti con sensori di tecnologia avanzata. E un nuovo scavo svela la storia del lungo cantiere, tra il VI e V sec. a.C., tra progettazione e ripensamenti

Veduta aerea del Santuario Meridionale a Paestum con il tempio di Nettuno e la Basilica (foto pa-paeve)
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Il progetto ArtBonus “Il tempio di Nettuno si muove – partecipa ad un viaggio unico al mondo!” premiato alla XVI edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali 2020 perché nella top ten dei progetti ArtBonus più votati (foto pa-paeve)

Sensori di tecnologia avanzata per rilevare micro-movimenti del tempio di Nettuno, il monumento più famoso dell’area archeologica di Paestum, un vero e proprio emblema del mondo classico: progetto innovativo grazie alla co-progettazione tra Parco archeologico e Dipartimento di Ingegneria Civile dell’università di Salerno, e alla campagna di raccolta fondi sul portale “ArtBonus”. In tutto 18 sensori sul tempio di Nettuno a Paestum che stanno dando i primi risultati. Per ora si tratta di test eseguiti da un team di esperti coordinati dal direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, e dal prof. Luigi Petti dell’università di Salerno. Il progetto mira a monitorare il comportamento dinamico del monumento per comprendere meglio come esso potrà essere tutelato in futuro – non solo in caso di sisma, ma anche da agenti atmosferici e condizioni meteorologiche nel contesto più ampio dei cambiamenti climatici. L’intervento, incentrato sul meglio conservato e più famoso monumento dell’antica Poseidonia-Paestum, costruito nel V sec. a.C., è stato finanziato con l’aiuto di sostenitori privati attraverso la piattaforma ArtBonus del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo: le donazioni di due importanti mecenati, D’Amico D&D Italia Spa e Sorrento Sapori e Tradizioni Srl, che hanno aderito al progetto ArtBonus “Il tempio di Nettuno si muove – partecipa ad un viaggio unico al mondo!”, con una donazione complessiva di 110mila euro nel 2019. Lo scorso 8 ottobre 2020, il progetto di raccolta fondi è stato premiato alla XVI edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali 2020 rientrando nella top ten dei progetti ArtBonus più votati su scala nazionale.

L’installazione dei sensori sul tempio di Nettuno a Paestum (foto pa-paeve)

Dopo la fase test, ora si lavora a una rete di controllo con l’installazione di altri sensori lungo il basamento del tempio. Il sistema è in grado di misurare movimenti, anche minimi, del monumento, come per esempio vibrazioni create dal vento o dal traffico stradale e ferroviario. Oltre allo studio dell’effetto immediato delle condizioni meteorologiche, antropiche, geologiche e sismiche sul tempio, i dati serviranno a elaborare un modello che aiuterà a prevenire possibili deterioramenti strutturali. Il montaggio del sistema è affiancato da attività di scavo stratigrafico volte a rispondere ad alcuni punti interrogativi che ancora oggi riguardano il monumento più emblematico dell’antica Paestum. “Una volta completato il sistema”, annuncia il direttore, “i dati saranno messi a disposizione di tutti sulla rete. Da qualsiasi posto nel mondo, con un pc o uno smartphone si potranno seguire in tempo reale i micro-movimenti e vibrazioni del tempio di Nettuno. Si tratta di un esempio di un’integrazione virtuosa tra tutela, ricerca, fruizione e partecipazione di donatori e sostenitori. Tutto ciò è stato possibile grazie a un lavoro a più mani che ha coinvolto oltre ai funzionari del Parco, anche Università italiane e straniere, istituti di ricerca e imprenditori locali che hanno finanziato buona parte del progetto e a cui va il nostro ringraziamento”.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, davanti al tempio di Nettuno (foto pa-paeve)

“Il progetto è anche un’occasione per tornare sulla storia complessa del tempio nell’antichità, in particolare riguardo eventuali presenze più antiche”, commenta il direttore. “L’ultimo saggio stratigrafico sulle fondazioni del tempio risale a più di 60 anni fa e all’epoca non è stato documentato secondo gli standard di oggi. I nuovi scavi sono pertanto fondamentali per approfondire la nostra conoscenza del monumento, anche alla luce di recenti riletture dell’alzato, che suggeriscono l’esistenza di un più antico progetto architettonico, che pare sia stato cambiato in corso d’opera. Ma sono ipotesi che attendono una precisazione attraverso indagini stratigrafiche”.

Delle problematiche ancora aperte e dei primi risultati dei nuovi scavi ci parla il direttore Gabriel Zuchtriegel in un video di inizio novembre 2020. “Il tempio di Nettuno – ricorda – è uno dei più famosi monumenti del mondo classico, ma come a volte accade con questi monumenti emblematici si pensa siano molto studiati. In realtà non è così. Ci sono ancora tante domande aperte. I nuovi scavi che stiamo facendo in questo momento cercano di contribuire a dare qualche risposta. E le domande che ci sono, oltre la questione a quale divinità era dedicato il tempio, perché anche questo non lo sappiamo ancora, sono legate soprattutto alla storia del monumento. Noi vediamo un tempio, però stiamo scoprendo sempre più che in realtà qui dentro si nascondono più templi. Se vogliamo c’è un primo progetto, poi ci sono ripensamenti, ci sono cambiamenti di progetto, e quello che vediamo alla fine – il grande tempio di Nettuno – sta alla fine di un lungo processo di vari decenni, probabilmente di idee, di riprogrammazioni, di cambiamenti, e questa affascinante storia del cantiere è quella che cerchiamo di recuperare con gli scavi ma anche attraverso degli studi dell’architettura. Un primo indizio di questa lunga storia del cantiere del tempio di Nettuno – continua – lo abbiamo nel podio. E questa è una recente scoperta dell’archeologo Peter Mertens che nessuno aveva mai visto. In realtà il livello superiore del podio, quello ultimo, è costituito di solito da un grande blocco più o meno quadrato sotto la colonna e poi una lastra intermedia e così via. Al di sotto però c’è un ritmo totalmente diverso con dei lunghi blocchi: perché questo livello è legato a un primo progetto – come ha dimostrato Mertens – che prevedeva che sopra le giunture dell’ultimo livello c’erano le colonne, ed erano 8 colonne per 19. Questa è un’ipotesi ha bisogno ancora di verifiche, però era probabilmente quanto rimaneva di un primo progetto molto più simile ai templi della fase precedente, per esempio il tempio di Atena. Ovviamente la forma del tempio era completamente diversa, perché se c’erano più colonne sulla stessa lunghezza vuol dire che le colonne erano più piccole e tutto il tempio era un po’ più basso e aveva un’altra proporzione complessiva”.

Il saggio di scavo aperto nell’area di scavo del tempio di Nettuno a Paestum (foto pa-paeve)

Lo scavo al tempio di Nettuno promette di diventare sempre più interessante. “Abbiamo i tre gradini del podio – riprende Zuchtriegel – al di sotto dei quali doveva essere il livello di calpestio antico. Tutto quello che viene al di sotto di quel livello era la fondazione: lo scavo ha rivelato fino a sette livelli di blocchi, parte dei quali non si vedevano perché erano sotto terra. Insieme al tempio è cambiata anche un po’ la topografia del luogo. In antico c’era un piano di calpestio che dovrebbe corrispondere a quello evidenziato dallo scavo, ma necessitano ancora verifiche col prosieguo delle ricerche. A un certo punto gli antichi abitanti di Paestum decidono di costruire il tempio e quindi scavano una trincea di fondazione, dove sono stati posti i blocchi della fondazione che escono fuori dal piano di calpestio fino al settimo livello. Al di sopra ci sono i tre gradini del podio, sull’ultimo dei quali poggiano le colonne. Per completare l’opera devono portare il livello di calpestio all’altezza del settimo livello dei blocchi. E questo spiegherebbe perché tutto intorno al tempio di Nettuno e anche alla cosiddetta Basilica c’è come una piccola salita che crea come una collinetta su cui sorge il tempio. Per fare questo riempimento viene portato materiale: terra, pietre e un po’ di ceramica che era materiale di scarto, e che noi abbiamo ritrovato nello scavo nella Us8, che sta per Unità stratigrafica 8. Studiando questi materiali di risulta dovremmo avere un’indicazione su quando è avvenuta questa azione, e ci dà un termine post quem ovviamente per la fondazione: cioè vuol dire che dopo questa azione è stato terminato il tempio. Ora guardando lo stile del tempio siamo verso la metà del V secolo, cioè nella fase classica. Sono soprattutto le colonne, i capitelli, la forma dei capitelli, quindi la parte superiore delle colonne che ci danno la datazione paragonandoli ad altri e, come ho detto prima, arriviamo verso il 470-60 a.C. E cosa ci dicono i materiali ritrovati? Dovrebbero spiegarci la lunga storia del cantiere. Tra i materiali recuperati dallo scavo dell’US8 c’è soprattutto ceramica, ma anche ossa e altri materiali che vengono da questi strati. C’è una lekythos a fondo piatto di produzione corinzia. Ce lo dice soprattutto l’argilla di questo colore particolare, ma anche la decorazione che si vede ancora un po’, ed è un vaso abbastanza antico così come questa coppetta che ci porta nel VI secolo. Però è sempre l’oggetto più recente che data uno strato. Immaginate lo strato come un sacco chiuso in un certo momento e l’ultimo pezzo che metto nel sacco mi dice quando è stato chiuso. Nel caso dell’Us8 – lo studio è ancora in corso – direi che potrebbe dare un’indicazione una coppa, quindi un vaso aperto per bere con due anse, una coppa di tipo ionico B2 direi che ci porta un po’ più giù cronologicamente: verso la fine del VI – inizi V sec. a.C. Ma siamo ancora qualche decennio prima del momento in cui probabilmente hanno fatto i capitelli. Quindi questi materiali sono importanti non solo perché sono belli ma soprattutto per la storia che ci raccontano del cantiere che inizia probabilmente – stando ai dati che abbiamo finora – nella fase tardo-arcaica, la stessa fase in cui viene costruito il tempio di Atena, il tempio di Hera alla foce del Sele, la tomba del Tuffatore, e si progetta un grande tempio secondo Mertens con 8 per 19 colonne. Questi materiali sono di quella fase. Poi quando hanno già costruito almeno la parte delle fondazioni, cambiano idea e dicono: noi vogliamo un tempio più moderno, 6 colonne per 14 colonne. Il tempio diventa più alto, cambia un po’ tutta l’immagine, l’estetica dell’edificio, ed ecco il nostro tempio di Nettuno”.