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Torino. Al museo Egizio tre visite guidate col curatore alla mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”. Intervista a Enrico Ferraris che si racconta e descrive il reperto scelto per il ciclo “Nel laboratorio dello studioso”

L’ingresso della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Martedì 27 luglio, 17 e 24 agosto 2021, alle 16.30, il museo Egizio di Torino organizza una visita guidata con il curatore della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, realizzata nell’ambito del ciclo espositivo “Nel laboratorio dello studioso” (vedi Torino. Al museo Egizio “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, seconda mostra del ciclo “Nel laboratorio dello studioso” dedicata all’osservazione del firmamento nell’Antico Egitto e sui sistemi sviluppati per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste | archeologiavocidalpassato). Il curatore Enrico Ferraris accompagnerà i visitatori alla scoperta dell’osservazione del firmamento nell’antico Egitto e dei sistemi sviluppati dalla cultura nilotica per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste. Al centro della visita la decifrazione della tavola stellare di Mereru, protagonista della mostra. Durata: 60 minuti. Prezzo: 7 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione online obbligatoria: https://egizio.museitorino.it/eventi/visita-guidata-con-curatore-museale/ I partecipanti saranno inseriti in gruppi di massimo 20 persone. A ogni partecipante sarà consegnata una radio guida con auricolari monouso per rispettare le distanze di sicurezza.

Enrico Ferraris, curatore del Museo Egizio e della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, parte del ciclo espositivo “Nel Laboratorio dello studioso”, ci racconta il suo percorso per diventare un curatore del Museo dal 2013. “In realtà non ho fatto questa scelta”, spiega. “All’epoca l’accesso al mondo del lavoro nei musei, per quello che riguardava le collezioni egittologiche, in Italia erano collegate prevalentemente alle soprintendenze. C’erano dei concorsi che si aprivano quando capitava, anche a distanza di 10-15 anni. E per questo il museo non era esattamente un orizzonte verosimile. Per chi si formava in Egittologia era più che altro l’università. L’attività di scavo archeologico però è capitata un po’ casualmente. Proprio durante la mia seconda stagione di scavo a cui partecipavo con l’università di Torino ad Alessandria d’Egitto, di ritorno da una giornata di lavoro, ricordo il mio professore Paolo Gallo che riceve una telefonata dalla sua professoressa Edda Bresciani, la compianta Edda Bresciani, che proponeva un progetto di collaborazione Italia-Egitto per la nascita del nuovo museo Egizio del Cairo a Giza. E quando iniziai a lavorare al Cairo – continua – fu una svolta. Improvvisamente quello che avevo studiato trovava dei nuovi agganci e soprattutto mi si rivelavano delle nuove lacune che dovevano essere colmate. Soprattutto il lavoro con gli oggetti, la dimensione storica di un museo, il progettare e selezionare degli oggetti che dovevano narrare una storia, sono tutte esperienze che ho iniziato a fare lì, dove ho scoperto di avere effettivamente un particolare affetto per questo tipo di lavoro, cioè quello della narrazione. Sono passati alcuni anni, ed è venuto fuori un concorso al museo Egizio di Torino”. E rivela: “Se non avessi fatto il curatore, avrei fatto il veterinario. Grazie ai racconti dei miei genitori, intorno ai 5 anni manifestai il desiderio di fare il veterinario perché mentre le persone sono in grado di dire dove ti fa male gli animali no, e allora per loro bisogna avere un’attenzione un po’ più particolare”.

La tavola stellare di Mereru al centro della mostra “Ad Astra” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

“Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”. Per il ciclo espositivo “Nel laboratorio dello studioso” Enrico Ferraris ha scelto la tavola stellare dipinta sulla parte interna del coperchio del sarcofago del Medio Regno appartenuto a un personaggio che si chiamava Mereru. “Qui in museo ne abbiamo due di queste tavole stellari e sono conservate nella medesima vetrina. L’ho scelta per due ragioni. La prima è perché è un argomento a me molto caro, proprio perché ho dedicato il mio dottorato di ricerca alle stelle. La seconda è perché è un tipo di oggetto molto raro (ne esistono soltanto una trentina di esempi in tutto il mondo, tra integri e frammenti) ed è difficile da spiegare e dunque questa nostra piccola mostra bimestrale rappresenta un po’ una sfida per riuscire a far passare un tipo di informazione che altrimenti è storicamente relegato nell’ambito delle scienze esatte e dunque poco popolare, poco leggibile”. E continua: “Questo reperto ci parla di una storia che non siamo altrimenti in grado di raccontare, ovverossia una storia di generazioni di sacerdoti astronomi che si impegnano a osservare a occhio nudo il firmamento, a registrare, a prendere nota e a selezionare in un processo che tuttavia ci è totalmente oscuro. Non ci sono infatti testimonianze a mostrarci i passaggi formativi a tenere nota e a selezionare stelle, proprio quelle della cintura dei 36 decani, trasmettendo le conoscenze via via apprese alle generazioni successive fino a codificare una tabella che di per sé è a sua volta una nuova sfida. Ovverossia prima hanno raccolto i dati con uno sforzo davvero gigantesco, dopodiché hanno cercato un modo per rappresentare in maniera facile da consultare queste informazioni e si sono inventati una specie di Excel, perciò una griglia, con le ore della notte per le righe, e per le colonne invece le decadi, e anche in queste perciò abbiamo uno sforzo di astrazione, di organizzazione dell’informazione. E in più quando noi poi vediamo queste tabelle sul sarcofago, come quello appunto in mostra, assistiamo a un ulteriore passaggio: quando queste tabelle che venivano di fatto utilizzate per vari scopi anche religiosi, non solo funerari, approdano nel mondo appunto del rituale funerario, diventano una rappresentazione, è una visione che però è anche una speranza per la vita nell’aldilà”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale di Napoli aperto il Baby Pit Stop, promosso da Unicef e Soroptimist Italia. Accanto alla poltrona Big Mama, tre reperti permettono un approfondimento sul significato dell’allattamento nel corso dei secoli

La poltrona Big Mama per il Baby Pit Stop al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
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Bronzetto di età tolemaica (332-30 a.C.): donna porta su una spalla il simulacro della dea gatta Bastet, legata alla fecondità, alla maternità (foto mann)

Il Baby Pit Stop fa tappa al Mann: dal 15 luglio 2021 (ore 19.30), in occasione della programmazione culturale dei giovedì sera, il museo Archeologico nazionale di Napoli allestisce uno spazio dedicato all’allattamento. Il progetto Baby Pit Stop è promosso da Unicef e Soroptimist International d’Italia, l’associazione mondiale di donne che sono impegnate nel sostegno all’avanzamento della condizione femminile nella società e nel mondo del lavoro, per contribuire alla creazione, all’interno del Mann, di uno spazio permanente dedicato alle donne e ai bambini, secondo quanto prevede la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Soroptimist Italia ha donato al Museo una poltrona di design, dal nome non casuale “Big Mama”: il Baby Pit Stop del Museo, così, si configura non solo come spazio riservato per le mamme, ma anche come un angolo di approfondimento, per scoprire, attraverso l’arte antica, il significato dell’allattamento nel corso dei secoli.

Bronzetto della collezione Borgia con Iside lactans (tardo periodo dinastico, 664-332 a.C.) (foto mann)
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Gruppo votivo in bronzo di età romana (I sec. a.C. – I sec. d.C.), con una gatta che allatta dei cuccioli (foto mann)

In prossimità della postazione, infatti, sono presentati in vetrina tre reperti: si tratta di opere poco note, provenienti dai depositi o sottoposte a restauro. In mostra, in ordine cronologico, il bronzetto della collezione Borgia raffigurante Iside lactans, risalente al tardo periodo dinastico (664-332 a.C.): la dea in trono allatta il figlio Horus/Arpocrate; ancora, un bronzetto di età tolemaica (332-30 a.C.), raffigurante una donna che porta su una spalla il simulacro della dea gatta Bastet, legata alla fecondità, alla maternità e alla tutela della sfera riproduttiva; infine, un gruppo votivo in bronzo di età romana (I secolo a.C. – I secolo d.C.), con la rappresentazione di una gatta che allatta dei cuccioli, ancora una volta immagine della dea Bastet nel suo aspetto di madre e nutrice.

il direttore del Mann Paolo Giulierini, la presidente Soroptimist Italia Mariolina Coppola e la presidente Unicef Campania Emilia Narciso alla presentazione del Baby Pit Stop (foto mann)

Archeologia e non solo: con il prossimo restyling dell’Atrio, il Baby Pit Stop sarà arricchito da una libreria, con volumi per l’infanzia donati dall’azienda Coelmo. Nella serata inaugurale dell’allestimento del Baby Pit Stop, il direttore del Mann Paolo Giulierini, la presidente Soroptimist Italia Mariolina Coppola e la presidente Unicef Campania Emilia Narciso hanno illustrato al pubblico le caratteristiche del progetto con un focus, tratteggiato dagli esperti del Museo, sulla simbologia dell’allattamento fra passato e presente.

Al via il 3° Roselle Archeofilm con proiezioni serali nell’area archeologica, e pomeridiane a Grosseto nel Polo culturale Le Clarisse e al museo di Storia Naturale. In programma otto film e tre conversazioni con protagonisti dell’archeologia

Tre serate sotto le stelle per viaggiare nel tempo e nello spazio restando comodamente seduti in poltrona. Dopo il successo delle scorse edizioni, dal 16 al 18 luglio 2021, “va in scena” il terzo appuntamento con Roselle ArcheoFilm – Premio “O. Fioravanti”, ingresso gratuito, prenotazione consigliata. Ricco e coinvolgente il programma di questa edizione che attraverso sapienti regie e grandi produzioni internazionali permette al pubblico di entrare in contatto con storie, uomini e civiltà che hanno fatto la storia o meglio le storie. Tra i temi del Festival le ultime scoperte sulla piramide di Cheope, le più antiche tracce dei Celti, la nascita delle città in Mesopotamia e la ri-nascita del museo di Baghdad, il rinvenimento di alcune sulle vette dell’Himalaya, la ricostruzione in 3D della straordinaria Selinunte “Ripartire dalla cultura”. Soddisfazione da parte del sindaco di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna che commenta: “Anche quest’anno il Comune promuove e contribuisce alla realizzazione di Roselle Archeofilm – Premio O. Fioravanti. Un appuntamento che s’inserisce perfettamente tra le nostre iniziative per incoraggiare la cultura in questa importante stagione di ripartenza”.

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

E Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm: “Anche in questa edizione di Roselle Archeofilm – Premio “O. Fioravanti abbiamo proposto opere cinematografiche provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto rappresentative di realtà storico-archeologiche diversissime. Gran parte di questi film sono stati premiati in festival internazionali. Tra questi è recentissima la menzione speciale al film Il popolo delle dune, del regista David Geoffroy, al TAC International Film Festival in Oregon (Usa) per la sensibilità verso i mutamenti climatici (a Roselle il film è in programma sabato 17 luglio 2021, alle 21.15). Proponiamo queste opere non solo per aggiungere virtute e canoscenza a favore di un pubblico sempre più numeroso, ma per aumentare la sensibilità verso il territorio, il paesaggio storico e il patrimonio archeologico, quest’ultimo troppo spesso interessato da trafugamenti che alimentano il mercato clandestino. E la Toscana ne ha subito purtroppo le conseguenze per secoli, impreziosendo i grandi musei, non ultimo il Louvre”.

L’area archeologica di Roselle in una panoramica dall’alto (foto archelogia viva)
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Roselle Archeofilm nell’area archeologica (foto roselle archeofilm)

In programma tre serate (alle 21.15) nell’area archeologica di Roselle e due proiezioni pomeridiane (alle 18.15) a Grosseto, negli spazi del Polo culturale Le Clarisse e al museo di Storia Naturale. La manifestazione è organizzata da Archeologia Viva/Firenze Archeofilm con direzione regionale Musei della Toscana / Area archeologica nazionale di Roselle e Associazione M.Arte. Il Festival, sostenuto da Santina Grotto, si svolge con il patrocinio di Comune di Grosseto in collaborazione con museo Archeologico e d’Arte della Maremma, fondazione Grosseto Cultura; con il contributo di fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e la partecipazione di Conad e Banca Tema. Ogni sera in programma oltre ai film, anche una conversazione con i protagonisti dell’archeologia tra cui Susanna Sarti, direttore area archeologica nazionale di Roselle; Chiara Valdambrini, direttore museo Archeologico e d’Arte della Maremma; Eva Degl’Innocenti, direttore museo Archeologico nazionale di Taranto; Simona Rafanelli, direttore museo Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia. Informazioni: 0564.402403 (area Archeologica nazionale di Roselle), 0564.488752 (museo Archeologico e d’Arte della Maremma).

Frame del film “Il mondo di Cheope” di Florence Tran
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Susanna Sarti, direttore dell’area archeologica nazionale di Roselle (foto mibact)

Programma serale. Venerdì 16 luglio 2021, alle 21.15. Apre il film “Il mondo di Cheope” di Florence Tran (Francia, 52’).  La piramide di Cheope. La grandiosità dell’edificio affascina ma suscita anche le teorie più irrazionali, basate sulla negazione di due secoli di ricerca. È il momento di raccontare i fatti scientifici, mostrarli, fornire le chiavi di lettura che permettano di coinvolgere, allo stesso tempo, la passione e lo spirito critico degli spettatori. Segue il film “Selinunte, città tra due fiumi” di Antonino Pirrotta, Alessandra Ragusa (Italia, 22’). Com’era Selinunte nel periodo del suo massimo splendore? Le ricostruzioni 3D dell’acropoli che si alternano alle riprese dal vero, danno un’idea di come doveva apparire prima della sua distruzione. Un racconto ricco di storia dove si intrecciano arte, cultura, mitologia e culti arcaici e nel quale Selinunte, anche se virtualmente, ritrova il suo antico splendore. Conversazione con Susanna Sarti, direttore dell’area archeologica nazionale di Roselle.

Il film “Il popolo delle dune” di David Geoffroy ha vinto tra l’altro il XIV premio “Paolo Orsi” alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico
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Chiara Valdambrini, direttore del museo Archeologico e d’Arte della Maremma (foto maam)

Programma serale. Sabato 17 luglio 2021, alle 21.15. Apre il film “I popoli delle dune” di David Geoffroy (Francia, 52’). Su una spiaggia normanna, alcune scoperte archeologiche senza precedenti guidano una squadra di archeologi sulle orme di un popolo celtico la cui cultura sembra differire da quella dei loro vicini del resto della Gallia. Ma non c’è tempo da perdere: l’erosione del mare rischia di distruggere per sempre le ultime tracce della vita degli uomini e delle donne che vissero qui tra II e I secolo a.C. Segue il film “La memoria di un filo” di Franco Zaffanella (Italia, 30’). Il film nasce dalla curiosità atavica di ripercorrere un percorso sperimentale di vita primitiva, consapevoli che la sperimentazione diretta è la chiave necessaria per capire la cultura di un popolo. L’obiettivo prefissato è la realizzazione di un indumento, partendo dalla semina di piantine di lino. Conversazione con Chiara Valdambrini, direttore del museo Archeologico e d’Arte della Maremma.

Una scena del film “Mesopotamia. In memoriam” di Alberto Castellani
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Simona Rafanelli, direttrice del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, all’inaugurazione della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” (foto MArTa)

Programma serale. Domenica 18 luglio 2021, alle 21.15. Apre il film “Mesopotamia in memoria. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 50’). Il film è un’indagine sul “passato” e sul “presente” della Mesopotamia e sulla stagione della nascita della cultura urbana in Iraq. Grazie al secolare apporto della ricerca archeologica emerge una lunga storia fatta di insediamenti e di figure entrate nel mito. Segue l’assegnazione del premio “Olivo Fioravanti” 2021. Segue il corto “The Sound of that Beat Nazione” di Mirko Furlanetto (Italia, 5”). Una madre accompagna per la prima volta il figlio a visitare il Museo Nazionale di Baghdad, con lo scopo di spiegargli l’importanza di questo luogo. In un territorio in “ripartenza”, la valorizzazione e la conservazione del patrimonio archeologico e artistico rappresentano il “battito” di una Nazione. Conversazione con Eva Degl’Innocenti, direttore del museo Archeologico nazionale di Taranto, e Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia.

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Il regista Olivier Vandersleyen

Programma pomeridiano. Proiezioni fuori concorso in collaborazione con il museo Archeologico e d’Arte della Maremma. Venerdì 16 luglio 2021, alle 18.15: Grosseto, museo di Storia naturale della Maremma (str. Corsini 5). Film “I primi uomini dell’Himalaya” di Clark Liesl (Regno Unito, 50’). In Nepal migliaia di grotte ospitano tombe con mummie estremamente ben conservate, oltre a manoscritti, ceramiche e gioielli. Ma la scoperta più incredibile si trova nel DNA rinvenuto che spiega come questi homo sapiens sapiens siano riusciti ad adattarsi e sopravvivere a un clima estremo e a tale altitudine. Sabato 17 luglio 2021, alle 18.15: Grosseto, Polo culturale Le Clarisse (via Vinzaglio 27). Il film “La Stele della Tempesta” di Olivier Vandersleyen (Belgio, 64’). Cinquant’anni fa l’egittologo Vandersleyen tradusse una stele rinvenuta in Egitto poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. La stele descrive la terribile tempesta che invita chiaramente a badare alle Piaghe d’Egitto, come descritto nel libro dell’Esodo…

Torino. Al museo Egizio quattro visite guidate speciali con il curatore Enrico Ferraris in un affascinante viaggio “stellare” alla scoperta della decifrazione proprio della tavola stellare di Mereru, protagonista della nuova mostra “Ad Astra”

La tavola stellare di Mereru al centro della mostra “Ad Astra” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
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L’egittologo Enrico Ferraris, curatore al museo Egizio di Torino

Cosa c’è di più bello che ascoltare le storie degli oggetti dalla viva voce di chi fa ricerca ogni giorno? Ogni reperto può celare mille storie e gli studiosi possono rivelarcele in modo appassionante e coinvolgente e farci sentire più vicini ai tesori che il museo Egizio di Torino custodisce nelle sale e nei magazzini. Vi siete mai chiesti come, in un mondo ancora da comprendere, gli antichi misurassero il tempo? Oggi sarebbe impossibile vivere senza orologio, ma in antichità era il cielo ad essere utilizzato per seguire la ciclicità delle stagioni, l’alternanza del giorno e della notte: un vero e proprio orologio cosmico. Questa delicata alternanza vita/morte della natura divenne presto emblema del ciclo vitale umano. Per questa ragione, Sirio e i decani entrarono a far parte dei cicli funerari attraverso sarcofagi e tavole stellari, come la protagonista della nuova mostra del ciclo espositivo “Nel laboratorio dello studioso”: la tavola stellare di Mereru (vedi Torino. Al museo Egizio “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, seconda mostra del ciclo “Nel laboratorio dello studioso” dedicata all’osservazione del firmamento nell’Antico Egitto e sui sistemi sviluppati per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste | archeologiavocidalpassato). E in quattro visite guidate speciali l’egittologo Enrico Ferraris, curatore al museo Egizio di Torino, che vi guiderà in un affascinante viaggio “stellare” alla scoperta della decifrazione proprio della tavola stellare di Mereru. Quando? Fissate bene queste date sulla vostra agenda: il 13 e 27 luglio, e il 17 e 24 agosto 2021, alle 16.30. Costo: 7 euro a persona (escluso il biglietto di ingresso). I partecipanti saranno inseriti in gruppi di massimo 20 persone. A ogni partecipante sarà consegnata una radio guida con auricolari monouso per rispettare le distanze di sicurezza.

Torino. Al museo Egizio l’egittologo Luigi Prada su “I geroglifici dei Cesari: un caso di appropriazione culturale nell’antichità?”. Conferenza on line in collaborazione con Acme

Sembra un paradosso, ma oggigiorno ci sono più obelischi eretti a Roma di quanti ce ne siano in qualunque altra città al mondo, persino in Egitto. Martedì 13 luglio 2021 alle 18 il museo Egizio di Torino, in collaborazione con ACME, presenta la conferenza online “I geroglifici dei Cesari: un caso di appropriazione culturale nell’antichità?”, tenuta da Luigi Prada. La conferenza si terrà in italiano e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. L’evento verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo.

L’obelisco egizio al Pincio a Roma (foto museo egizio)

A cominciare dall’imperatore Augusto, i Romani rimossero dal suolo egiziano decine di obelischi, per esibirli a Roma e in altre località dell’impero come monumenti al proprio potere. Ma i Romani usarono gli obelischi egizi non solo come mezzi di propaganda politica. In alcuni casi, imperatori e anche cittadini facoltosi commissionarono nuovi obelischi, facendoli ricoprire con iscrizioni geroglifiche composte su misura per celebrare il nuovo mondo dell’impero romano attraverso il filtro della cultura antico-egizia. Questi monumenti si ergono non come banali spoglie di guerra, ma come espressioni di un progetto di appropriazione culturale, che fece uso delle tradizioni linguistiche, religiose, e artistiche dell’Egitto antico per il tornaconto di Roma. La conferenza presenterà in dettaglio specifici esempi di obelischi romani, fra cui la celebre coppia di quelli eretti a Benevento in onore della dea Iside e dell’imperatore Domiziano.

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L’egittologo Luigi Prada

Luigi Prada è egittologo specializzato nello studio della lingua, religione, e letteratura antico-egizia, con focus particolare sul Periodo Tardo e Greco-Romano. Formatosi all’estero, è stato membro dei dipartimenti di Egittologia alle Università di Oxford, Heidelberg, e Copenhagen, e di recente è stato promosso ad assistant professor in Egittologia all’università di Uppsala. Vice-direttore della missione egittologica di Oxford ad Elkab, nell’Alto Egitto, partecipa anche a spedizioni nel Deserto Sudanese. Uno dei suoi progetti al momento include lo studio degli obelischi romano-egizi. Come parte di questa ricerca, ha preparato un nuovo studio degli obelischi di Benevento per il Getty Museum di Los Angeles.

Torino. Al museo Egizio “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, seconda mostra del ciclo “Nel laboratorio dello studioso” dedicata all’osservazione del firmamento nell’Antico Egitto e sui sistemi sviluppati per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste

L’ingresso della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Dopo la statua di Hel, secondo appuntamento del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso”, dedicato all’attività scientifica che quotidianamente si svolge sugli oggetti esposti nelle sale e custoditi nei magazzini del museo Egizio di Torino.  Dal 2 luglio al 29 agosto 2021 c’è la nuova mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”. Il tema al centro di questa mostra è l’osservazione del firmamento nell’antico Egitto e i sistemi sviluppati dalla cultura nilotica per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste. L’esposizione dedicata alla tavola stellare di Mereru è a cura di Enrico Ferraris, curatore al museo Egizio dal 2013. All’interno del Dipartimento Collezione e Ricerca, Ferraris è responsabile del programma di analisi archeometriche dei reperti della tomba intatta di Kha e Merit, denominato TT8 Project (2018-2023). E ha curato la mostra temporanea “Archeologia Invisibile” (attualmente in corso). Nel mese di luglio e agosto 2021 sono inoltre in programma quattro visite guidate con il curatore della mostra, che porterà i visitatori alla scoperta della decifrazione della tavola stellare di Mereru: le visite sono programmate per martedì 13 luglio, martedì 27 luglio, martedì 17 agosto e martedì 24 agosto 2021, sempre alle 16.30. La partecipazione è consentita a un massimo di 20 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso). 

La tavola stellare di Mereru al centro della mostra “Ad Astra” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

In particolare, a costituire il centro dell’esposizione è la tavola stellare di Mereru: il reperto, risalente Medio Regno (2000 a.C. circa) e rinvenuto nel 1908 dalla Missione Archeologica Italiana nella necropoli di Assiut, ha l’aspetto di una griglia nella quale trovano posto i nomi di 36 stelle appositamente selezionate per scandire, con il loro sorgere, le dodici ore della notte nel corso dell’anno. La loro sequenza, che nelle tavole stellari assume un andamento diagonale, era caratterizzata in particolare dalla levata di Sirio, che a fine luglio annunciava l’arrivo della piena del Nilo e l’avvio del nuovo anno agricolo e la promessa di rinascita per gli spiriti dei defunti. Una rappresentazione che testimonia da una parte un processo di registrazione e traduzione grafica dei moti delle stelle, e dall’altra la peculiare concezione circolare del tempo che permea la tradizione religiosa antico egiziana. 

Mostra “Ad Astra” al museo Egizio di Torino: nelle vetrine oggetti che illustrano la rappresentazione della volta celeste (

Questi temi vengono ripresi anche nelle restanti quattro vetrine, che espongono, tra gli altri, stele, strumenti rituali e frammenti decorati che raffigurano le modalità di rappresentazione della volta celeste, concepita come un’immensa distesa d’acqua, e le tradizioni religiose legate alla concezione ciclica del tempo. Le didascalie e un pannello dedicato accompagnano inoltre il visitatore nella lettura e comprensione delle tavole stellari.

La copertina del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso” del museo Egizio di Torino

“Nel laboratorio dello studioso” è un ciclo di mostre per mettere sotto la lente di ingrandimento una serie di reperti della collezione torinese e offrire ai visitatori un approfondimento inedito sulle storie che custodiscono e sulle ricerche realizzate dal museo Egizio di Torino. Ecco il calendario delle prossime mostre che saranno realizzate nello spazio della mostra: SETTEMBRE-NOVEMBRE 2021:  Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha (a cura di Paolo Marini); NOVEMBRE 2021 – GENNAIO 2022: Gatti, falchi e anguille. I bronzi votivi per mummie animali (a cura di Johannes Auenmüller); GENNAIO – MARZO 2022: Un santuario portatile per la dea Anuket (a cura di Paolo Del Vesco); MARZO – MAGGIO 2022: Il Libro dei Morti di Baki, Scriba del Signore delle Due Terre (a cura di Susanne Töpfer)

Torino. Il museo Egizio apre la nuova sala “Alla ricerca della vita” con una teca allestita per contenere 91 mummie. Tra queste, sei scelte per raccontare le varie fasi dell’esistenza, dalla gravidanza all’età avanzata, nell’Antico Egitto. Riflessione sull’esposizione di resti umani e implicazioni etiche

“Alla ricerca della vita”, la nuova sala espositiva del museo Egizio di Torino dedicata alle mummie (foto museo egizio)

Sei storie per raccontare una vita. Sei “protagonisti”, appositamente scelti di età differenti per mostrare le varie fasi dell’esistenza, da quella nemmeno sbocciata di un feto, fino all’avanzata maturità di una donna cinquantenne. Tracce di storie intime, frammenti di esistenze lontane nel tempo, riaffiorano dal passato per raccontare la vita nell’Antico Egitto, attraverso sei individui che hanno cessato il proprio cammino terreno a età diverse fra loro, ma accomunati dall’averlo proseguito per l’aldilà affidando il proprio corpo al rito della mummificazione. A svelarle è la nuova sala con cui il museo Egizio di Torino amplia il suo percorso di visita, conducendo il pubblico in un autentico itinerario a ritroso “Alla ricerca della vita” – nome con cui è stato battezzato il nuovo spazio articolato su due piani. A costituire il fulcro dell’esposizione è una teca allestita per contenere 91 mummie che fanno parte della collezione del Museo: grazie a una speciale pellicola sei di queste mummie sono svelate al pubblico, a rappresentare le tappe fondamentali della vita. La speciale teca assolve alla doppia funzione di vetrina e deposito, ed è stata quindi progettata per garantire i massimi standard conservativi per resti umani ed organici estremamente fragili. Realizzata con l’importante sostegno della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, la sala “Alla ricerca della vita”, collocata al primo piano del Museo, esplora e approfondisce quindi il tema della vita nell’antico Egitto, il rapporto della cultura nilotica con la mummificazione e il concetto di aldilà, partendo dallo studio dei resti umani e dei corredi che in alcuni casi li accompagnano.

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Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco (foto museo Egizio)

“Questo progetto nasce da un’esigenza conservativa ma, in linea con la volontà di rendere i magazzini del museo accessibili ai visitatori, intende fornire un “affaccio” sui reperti qui custoditi e sulle ricerche condotte su di essi, ripercorrendo una vita ideale dalla nascita all’età avanzata”, spiega Christian Greco, direttore museo Egizio. “Gli spazi di ‘Alla ricerca della vita’ rappresentano non solo un nuovo spazio a disposizione dei visitatori, ma inaugurano un nuovo capitolo della riflessione del Museo sullo studio e l’esposizione dei resti umani della nostra collezione, anche in dialogo con il pubblico. Chi accederà alla sala potrà infatti farci conoscere il proprio punto di vista sul tema compilando il questionario, che abbiamo creato ad hoc, compilabile in tempo reale da smartphone attraverso un QR Code dedicato. Allo stesso modo tutti i contenuti multimediali della sala sono liberamente accessibili attraverso il nostro sito, per dare l’opportunità a tutti di fruirne, e di espandere l’esperienza anche al di fuori della sala”.

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Evelina Christillin, presidente del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

“Poter aprire al pubblico queste nuove sale permanenti è per noi una grande gioia, e in particolare poterlo fare in questo giorno di festa”, interviene Evelina Christillin, presidente museo Egizio. “L’inaugurazione odierna è inoltre segno di come il Museo abbia saputo affrontare i mesi difficili della pandemia senza mai rinunciare ai progetti propri di un’istituzione museale, ossia, oltre alla ricerca, il rinnovamento espositivo. Obiettivi che trovano una perfetta sintesi negli spazi de ‘Alla ricerca della vita’, un progetto ambizioso la cui realizzazione è stata resa possibile, oltre che dall’impegno del personale della Fondazione, anche dall’importante e generoso sostegno della Consulta di Torino, e da quello che i nostri Soci Fondatori continuano ad accordarci: a tutti va il mio e nostro ringraziamento, per aver reso possibile un altro significativo tassello del rinnovamento e ampliamento del Museo inaugurato nel 2015, e che prosegue in vista del bicentenario del 2024”.

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Giorgio Marsiaj, presidente della Consulta di Torino

“Le aziende e gli enti Soci della Consulta”, assicura il presidente Giorgio Marsiaj, “da 34 anni si prendono cura del patrimonio storico-artistico del territorio, preziosa risorsa per comprendere il presente e costruire il futuro. La nostra collaborazione con il museo Egizio inizia nel 2018 – anno europeo dedicato al Patrimonio Culturale – con la partecipazione al progetto ‘Anche le statue muoiono’. La sala ‘Alla ricerca della Vita’ che oggi inauguriamo e alla cui realizzazione siamo onorati di aver preso parte, è un ideale percorso offerto al visitatore, attraverso le diverse fasi dell’esistenza. Si tratta di uno straordinario esempio di nuova forma di narrazione, sostenuta da studi approfonditi, da collaborazioni scientifiche di alto livello, dall’innovazione tecnologica e da un profondo senso etico di rispetto per la Vita”.

Sala “Alla ricerca della vita” nel museo Egizio di Torino: una delle sei mummie scelte e studiate per presentare le varie fasi della vita nell’Antico Egitto (foto museo egizio)

“Alla ricerca della vita” in sei storie. È quindi idealmente una vita intera, dalla nascita alla vecchiaia, quella che si ricompone dall’insieme delle sei mummie, esposte in un ambiente raccolto e intimo per un’esperienza di confronto ravvicinata e al contempo riguardosa nei confronti di questi esseri umani vissuti fra i 4mila e i 2mila anni fa. Un modo per restituire al visitatore il profondo rispetto per la vita che caratterizza la civiltà antico egiziana, così come l’idea di una eterna esistenza dell’individuo dopo la morte.

Il primo reperto esposto è una scatola di legno risalente alla fine del Secondo Periodo Intermedio (1550-1450 a.C.) contenente i resti scheletrici di un feto: una testimonianza di quanto la gravidanza fosse non solo una fase delicata della vita, ma anche legata a precisi rituali, come dimostrano diversi papiri medici e formule magiche del medesimo periodo.

A parlarci dell’infanzia nell’antico Egitto sono poi le informazioni che emergono dal corredo funebre e dalla mummia di un bambino di circa 4 – 5 anni, vissuto in epoca Tolemaica e probabilmente di sesso maschile. L’accurata mummificazione e il sudario riccamente decorato suggeriscono l’appartenenza del fanciullo a una famiglia di alto rango e, di conseguenza, il suo probabile avvio ai primi rudimenti dell’istruzione, benché resti l’elemento del gioco quello che più caratterizzava questa fase della vita.

Dall’infanzia all’adolescenza – periodo che per durata e dinamiche si differenzia molto dal concetto contemporaneo – si passa a Meres, una ragazza di circa 13 anni e perciò prossima all’ingresso nella vita adulta. Testimonianze risalenti allo stesso periodo confermano la presenza, seppur in rari casi, di donne che sapevano leggere e scrivere e che dovevano quindi aver ricevuto un’istruzione da scriba, tipicamente riservata agli uomini: vista la sua età ed il livello sociale medio-alto, anche Meres avrebbe potuto accedere, magari in famiglia, ai primi rudimenti della scrittura oppure essere avviata ad una professione più tipicamente femminile, come quella di balia, governante, oppure tessitrice, mugnaia o sacerdotessa. La mummia risale al 2100 a.C. circa ed è adagiata sul fianco sinistro, com’era usanza all’epoca, adornata da una maschera funeraria in cartonnage. A protezione della giovane e del suo viaggio nell’aldilà erano state sicuramente predisposte delle formule scritte sulla cassa lignea che doveva ospitare il corpo e che non è però purtroppo giunta fino a noi, ma anche un amuleto, individuato al di sotto delle bende grazie alle analisi condotte con l’ausilio della TAC.

Appartiene invece già all’età adulta, seppur nelle sue prime fasi, la quarta vita raccontata nella sala: è quella di una sedicenne, il cui sarcofago faceva parte della collezione acquistata da Bernardino Drovetti nel 1824. La datazione al carbonio 14 e studi stilistici hanno però messo in luce come i due elementi appartengano a periodi che distano circa 300 anni l’uno dall’altro, ossia il V secolo a.C. nel caso del sarcofago, che indica il nome di Menrekhmut, e il II secolo a.C. nel caso della giovane donna anonima: ci troviamo dunque di fronte alla testimonianza di vita di due donne diverse. La mummia, in particolare, reca i segni di una imbalsamazione molto accurata, comprendente anche l’asportazione degli organi ad eccezione del cuore, considerato sede dell’intelletto e dello spirito del defunto.

Tra le mummie di età adulta conservate al museo Egizio, alcune appartengono a personaggi con ruoli di particolare importanza: è il caso di Imhotep, alto funzionario della corte del faraone Thutmosi I, di cui sono esposti i resti e il corredo funebre. La tomba di Imhotep, in vita alto poco più di un metro e sessanta centimetri e deceduto a circa 40 anni, fu ritrovata nella Valle delle Regine dall’allora direttore del Museo Egizio, Ernesto Schiaparelli, insieme a Francesco Ballerini, nei primi mesi del 1904. Come è evidente dalle condizioni del corredo funerario e dallo stato di conservazione del defunto, la tomba fu saccheggiata. L’importanza del ruolo di Imhotep, che nelle iscrizioni del sarcofago viene indicato come “visir” (secondo, cioè, solo al faraone), è confermata dal fatto che circa 200 anni dopo la sua morte il sacerdote Userhat I lo farà ritrarre, insieme al padre e al figlio, all’interno della propria tomba.

Seppur basata su parametri anagrafici assai differenti rispetto a quelli dei giorni nostri, l’età avanzata godeva di grande considerazione all’interno della società e nei nuclei familiari dell’antico Egitto: era così per la donna di circa 50 anni che va a chiudere l’esposizione della sala “Alla ricerca della vita”, appartenuta quasi certamente a un’alta classe sociale ma della quale non conosciamo né il nome né la provenienza. La datazione al carbonio 14 ci permette tuttavia di farla risalire alla XXII Dinastia, durante il Terzo Periodo Intermedio (945-712 a.C. circa) e, dal confronto con altri reperti della medesima epoca, possiamo supporre che provenisse dall’area di Tebe. La maturità corrispondeva per i più alla fine dell’attività lavorativa, col conseguente intervento dei figli per il sostentamento.

L’area audiovisivi della nuova sala espositiva “Alla ricerca della vita” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Sotto il profilo scientifico, lo studio antropologico dei corpi di queste persone e quello egittologico degli oggetti deposti nelle loro sepolture e di altri documenti materiali e testuali ad essi contemporanei, permettono di ricostruire in parte le storie dei singoli individui e di conoscere alcuni aspetti della loro vita. Il ricco corpus di informazioni, restituite ai visitatori attraverso i testi e i video presenti in sala, è frutto del lavoro di ricerca realizzato dallo staff scientifico del Museo, nonché della collaborazione con gli esperti del partner scientifico esterno, l’Eurac Research di Bolzano. Gli studi, sia antropologici che conservativi, condotti su tutte le mummie e i resti umani della collezione del Museo, hanno permesso di raccogliere una vasta mole di dati e di realizzare veri e propri “sbendaggi virtuali”, consentendo inoltre di osservare aspetti perlopiù invisibili all’occhio umano e di scoprire dettagli inediti sulla vita e le patologie di esseri umani vissuti anche più di 4000 anni fa.

Uno spazio particolare è dedicato inoltre all’imbalsamazione e ai suoi significati simbolici e religiosi: tale pratica serviva a far sì che il defunto giungesse nell’aldilà completo di tutte le componenti di cui era costituito in vita. Tali elementi sono, in vita, riuniti insieme a formare la persona, ma alla morte tale unità si perde. Per garantire l’eterna esistenza del defunto nell’aldilà e per consolidare la sua identità nelle tre sfere del cosmo (il cielo, la terra e l’aldilà) queste componenti devono essere nuovamente riunite: ecco l’obiettivo della mummificazione. Un tema fondamentale e complesso, che è affrontato nella nuova sala permanente del museo anche in prospettiva diacronica: l’evoluzione di tale usanza negli oltre tre millenni di storia dell’antico Egitto è mostrata al pubblico attraverso un’ampia infografica che ne restituisce i principali cambiamenti, oltre che tramite un video di approfondimento che i visitatori possono trovare in un apposito spazio allestito al piano superiore e raggiungibile direttamente dalla sala.

L’ingresso della nuova sala “Alla ricerca della vita” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Esporre i resti umani. La sala “Alla ricerca della vita” non si confronta solo con lo studio dei resti umani, ma anche con il tema della loro esposizione e le implicazioni etiche che la caratterizzano. Una questione di grande complessità, che vede il Museo impegnato in un confronto costante, da una parte con il proprio pubblico, dall’altra con la comunità scientifica nazionale e internazionale. Questa riflessione coinvolge l’istituzione su più livelli e si riflette proprio in questi spazi: già a partire dal nuovo allestimento inaugurato nel 2015, la scelta del Museo fu quella di esporre alcune mummie e resti umani della collezione, ma sviluppando una segnaletica specifica che potesse avvertire i visitatori della presenza di resti umani in una vetrina, e allo stesso tempo invitandoli ad accostarsi ad essi con il dovuto rispetto. Fra settembre e ottobre del 2019 inoltre il Museo Egizio ha deciso di commissionare all’istituto di ricerca Quorum un sondaggio per investigare l’opinione dei propri pubblici riguardo al tema dell’esposizione dei resti umani in un contesto museale. Una prima analisi dei dati raccolti ha confermato un interesse positivo dei visitatori nei confronti dei reperti umani esposti e, anche la stessa modalità di presentazione di tali resti è stata giudicata positivamente: nel 44,7% dei casi, infatti, il metodo di esposizione è stato ritenuto educativo e nel 50,7% affascinante, e oltre il 70% degli intervistati ha ritenuto l’esposizione adeguata.

Torino. Al museo Egizio Stephen Quirke (Petrie Museum e UCL), su “Middle Kingdom birth tusks, and an enigmatic coffin in Turin: troubling authenticity”: oggetti autentici o interpretazioni moderne?. Conferenza on line in collaborazione con Acme

Le zanne della nascita (“birth tusks“) sono oggetti distintivi dell’arte sacra del Medio Regno, formate rimuovendo lo strato esterno ruvido di una zanna di ippopotamo e tagliandone una metà per produrre una zanna liscia e lucente. Delle birth tusks parla il prof. Stephen Quirke, venerdì 9 luglio 2021, alle 18,  al museo Egizio di Torino nella conferenza egittologica online “Middle Kingdom birth tusks, and an enigmatic coffin in Turin: troubling authenticity”, realizzata in collaborazione con ACME. La conferenza, in lingua inglese, sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. E verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo.

Il sarcofago enigmatico conservato al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Oltre settanta esempi di birth tusks lavorate sono documentati da scavi dal 1860 in Egitto, Nubia e Levante. Si sa che ne furono acquistati altri cento fino al 1973, comprese moderne imitazioni attestate già nel 1888. La maggior parte reca una processione di figure divine, e alcune iscrizioni invocano la loro protezione per donne e bambini. Gli egittologi James Breasted e Flinders Petrie hanno pubblicato degli studi su due zanne non provate con figure che sono in uno stile altrimenti ineguagliabile e potrebbero essere aggiunte moderne. Tuttavia, una visita a Torino ha rivelato figure altrettanto sconcertanti su un’enigmatica bara esposta al museo Egizio. Conferma di autenticità? O ancora il segno di una mano moderna? A seconda della risposta, questi tre oggetti possono estendere e cambiare la nostra immagine di una finestra unica sul passato. Nel corso della conferenza Stephen Quirke illustrerà le zanne di nascita come tipo di oggetto, e quindi affronta il dilemma curatoriale: come incorporare nella nostra ricerca e mostrare i manufatti museali non provati senza paralleli dagli scavi. La loro storia è un racconto dell’antico Egitto o di sogni moderni?

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L’egittologo Stephen Quirke

Stephen Quirke ha studiato Egittologia all’università di Cambridge, specializzandosi in scrittura ieratica del Medio Regno con un focus sulla storia sociale. Ha lavorato per nove anni come curatore al dipartimento di Antichità Egiziane del British Museum, prima di trasferirsi all’University College di Londra per diventare curatore al Petrie Museum of Egyptian Archaeology. Dal 2013 lavora come insegnante all’Istituto di Archeologia dell’UCL. Le sue pubblicazioni includono, con Mark Collier, The UCL Lahun Papyri (2002-2006), Hidden Hands: Egyptian Workforces in Petrie Excavation Archives, 1880-1924 (2010), Exploring Religion in Ancient Egypt (2014) e Birth tusks: the armoury of health in context – Egypt 1800 BC (2016). Attualmente sta lavorando a uno studio sulle migliaia di acquisti in Egitto dell’archeologo Flinders Petrie dal 1880 al 1920.

Notte europea dei Musei al museo delle Civiltà a Roma-Eur: visita guidate sulla collezione sudarabica; sull’arte copta; sul grande cammino delle Ande; visita guidata-caccia al tesoro “verso l’Oriente”

Il museo delle Civiltà a Roma-Eur aderisce all’iniziativa Notte europea dei Musei con l’apertura straordinaria di sabato 3 luglio 2021, dalle 19 alle 22, con ingresso a 1 euro.

Foto d’epoca della missione archeologica in Yemen (foto muciv)

Alle 20, al museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, visita guidata sul tema “Cultura e Diplomazia tra l’Italia e lo Yemen. La collezione sudarabica del Museo e la sua nascita”. La visita guidata accompagnerà i visitatori alla scoperta di un’importante selezione di opere sudarabiche del museo Orientale. A partire dalle opere si ripercorrerà inoltre la storia della collezione che deve la sua nascita al lavoro di diplomati, medici ed orientalisti italiani attivi nello Yemen negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.

Fibula copta conservata al museo delle Civiltà a Roma-Eur (foto aditum-muciv)

“Arte copta: l’arte dei Cristiani d’Egitto”: visita guidata di Aditum Cultura. Durata: 1 ora e 30 minuti circa. Visite guidate su prenotazione per un massimo di 14 persone. Prezzo: 8 euro per adulti e bambini, più il biglietto di ingresso di 1 euro. Prenotazione: è previsto un diritto di prenotazione, di 10 euro, se si tratta di visita fuori da calendario. Durante la visita guidata va mantenuto il distanziamento dei partecipanti, e gli operatori AditumCultura saranno forniti di apposite mascherine e DPI di protezione. Per arte “copta” si intende l’arte della chiesa cristiana d’Egitto che ebbe i suoi momenti più fulgidi tra il V e l’VIII d.C. Il percorso di visita ci porterà alla scoperta della collezione copta, che raccoglie rilievi e tessuti dall’epoca romana fino a quella islamica. Durante la visita si avrà modo di conoscere questo repertorio decorativo, che spazia dalla cultura greco-romano alla religione cristiana fino al mondo orientale.

Arte orientale al museo delle Civiltà a Roma-Eur (foto aditum-muciv)

“Caccia al tesoro: verso l’Oriente”: visita guidata di Aditum Cultura. Durata: 1 ora e 30 minuti circa. Visite guidate su prenotazione per un massimo di: 10 persone. Prezzo: 12 euro per adulti e bambini, più il biglietto di ingresso di 1 euro. Durante la visita guidata va mantenuto il distanziamento dei partecipanti, e gli operatori AditumCultura saranno forniti di apposite mascherine e DPI di protezione. Una visita che si trasforma in una ‘caccia al tesoro’… Chi sarà il più scaltro a risolvere gli enigmi? Chi sarà il più abile a guardare? Nelle sale del museo ci sono tutti gli indizi per completare il percorso utilizzando capacità di osservazione, memoria e spirito di squadra.

Qhapaq, il cammino delle Ande, al museo delle Civiltà di Roma-Eur (foto aditum-muciv)

“Qhapaq Ñan: il grande cammino delle Ande”: visita guidata di Aditum Cultura. Durata: 1 ora e 30 minuti circa. Visite guidate su prenotazione per un massimo di 14 persone. Prezzo: 8 euro per adulti e bambini, più il biglietto di ingresso di 1 euro. Prenotazione: è previsto un diritto di prenotazione, di 10 euro, se si tratta di visita fuori da calendario. Durante la visita guidata va mantenuto il distanziamento dei partecipanti, e gli operatori AditumCultura saranno forniti di apposite mascherine e DPI di protezione. Migliaia di chilometri di strade, ponti, stazioni e fortificazioni si snodano attraverso sei diverse nazioni dell’America del Sud. Oggi più che mai, ripercorrendo questo cammino, se ne può apprezzare, oltre alla grandezza monumentale, l’importanza come elemento generatore di incontri, contatti, comunicazione, in una parola cultura che travalica i confini, per essere un fattore di coesione transnazionale ed universale.

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 14: “AMASILI PROJECT IN ROSETTA” (Egitto) con il restauro del complesso ottomano di Casa Amasili

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Quattordicesimo contributo: “AMASILI PROJECT IN ROSETTA – Michele Asolati, Mohamed Kenawi, Cristina Mondin”.

La città di Rosetta (al-Rashid), nota soprattutto per il rinvenimento della famosa stele, è sede di numerosi edifici storici, tra i quali spicca il complesso architettonico ottomano di Casa Amasili. Su questo dal 2018 s’incentra un progetto di conservazione e valorizzazione da parte dell’università di Padova, in concorso con il ministero delle Antichità egiziano e l’American Research Center in Egitto, con lo scopo di creare un centro culturale e un’area espositiva dedicata all’archeologia del Delta occidentale del Nilo.

The city of Rosetta (al-Rashid), best known for the discovery of the famous stele, is home to numerous historical buildings, among which the Ottoman architectural complex of Amasili House stands out. This is the focus of a conservation and enhancement project by the University of Padua since 2018, in association with the Egyptian Ministry of Antiquities and the American Research Center in Egypt, with the aim to create a cultural center and an exhibition area dedicated to the archaeology of the western Nile Delta.

(14 – continua)