Roma. Alle Terme di Diocleziano presentazione del libro “Le forme del sacro. Il riflesso delle pratiche religiose nell’epigrafia” a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, David Nonnis, Silvia Orlandi, secondo appuntamento del ciclo di conferenze “Il Museo che legge” promosso dal museo nazionale Romano
Mercoledì 25 marzo 2026, alle 17, alle Terme di Diocleziano a Roma, presentazione del libro “Le forme del sacro. Il riflesso delle pratiche religiose nell’epigrafia” a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, David Nonnis, Silvia Orlandi (edizioni Quasar), secondo appuntamento nell’ambito del nuovo ciclo di conferenze “Il Museo che legge” a cura di Antonella Ferraro, Maria Letizia Caldelli e Giulia Cirenei, promosso dal museo nazionale Romano. Introduce Federica Rinaldi, direttrice del museo nazionale Romano. Modera Sara Colantonio. Presentano Giorgio Ferri (Sapienza università di Roma) e Cecilia Ricci (università del Molise). Ingresso libero sino ad esaurimento posti. Prenotazione obbligatoria al link: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/…/il…/.

Copertina del libro “Le forme del sacro. Il riflesso delle pratiche religiose nell’epigrafia” a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, David Nonnis, Silvia Orlandi
Le forme del sacro. Il focus è dedicato alle iscrizioni sacre, come riflesso delle pratiche religiose, con un’attenzione alla specificità dei contesti: studiare la religione significa infatti studiare la pratica religiosa, e cioè soprattutto le iscrizioni sacre, che consentono di intravedere quello che è il nucleo essenziale della religione romana (e non solo): il rituale. Leges sacrae, commentarii, acta, solo per citare alcune tipologie di testi, offrono una vasta messe di dati a partire dai quali si può tentare di ricostruire la pratica effettiva del culto; accanto al loro valore documentario, inducono a riflettere sulla funzione della scrittura nel contesto cultuale, che può avere anche il ruolo specifico di comunicare e fissare nella memoria, caratteristica della scrittura esposta.
Roma. Riaperta al pubblico l’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci (I sec. a.C. – V sec. d.C.), nel quartiere di Spinaceto, dopo i lavori di restauro e valorizzazione del PNRR

L’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci, nel quartiere di Spinaceto a Roma (foto roma capitale)
È di nuovo aperta al pubblico l’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci, nel quartiere di Spinaceto, oggetto di lavori di restauro e valorizzazione curati dalla soprintendenza speciale Abap di Roma e dalla Sovrintendenza Capitolina nell’ambito del programma PNRR – Caput Mundi. La villa – esempio significativo di residenza suburbana il cui arco di vita si estende dalla tarda età repubblicana (I sec. a.C.) alla fine dell’età imperiale (V sec. d.C.) – è visitabile il 25 marzi 2026 nell’ambito degli appuntamenti dedicati ai singoli cittadini. Il settore residenziale della villa si articola in tre parti: un atrio porticato che doveva fungere da ingresso, l’ala di rappresentanza posta subito dietro l’atrio porticato e un impianto termale situato al centro del complesso.

I percorsi attrezzati per il pubblcio nell’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci (foto roma capitale)
La prima fase edilizia (I secolo a.C.) è caratterizzata dalle murature in opus reticulatum, come si osserva nei tramezzi del portico all’ingresso della villa. Seguono le fasi di età imperiale (I-III secolo d.C.), caratterizzate da murature in opus latericium e da pavimenti a mosaico geometrico in tessere bianche e nere. A questo periodo risalgono gli ambienti dell’impianto termale, con vasche rivestite di lastre marmoree, per il bagno in acqua calda (calidarium) e fredda (frigidarium).
A nord del settore residenziale si estendeva l’area destinata alle sepolture: ai proprietari della villa era di certo riservato il monumentale edificio funerario di età tardoantica (IV-V secolo d.C.), con murature in opus latericium e in opus listatum. Esso presenta un’aula rettangolare, preceduta da un atrio “a forcipe” (ovvero con due absidi alle estremità) e conclusa da un’abside: una pianta basilicale che ne fa ipotizzare un uso di culto cristiano. Qui furono rinvenuti nel 1933 tre sarcofagi marmorei: uno di essi, ora nel Museo Nazionale Romano, mostra il busto del defunto al centro della fronte. Intorno si estendeva un’area sepolcrale con tombe a fossa, destinata al personale di servizio della villa.
Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li)

L’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena presenta il vino in anfora, tra archeologia e produzione, sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
C’è un tipo di vinificazione che viene da lontano e ha radici nella storia antica: è il vino in anfora. E sull’isola d’Elba si tocca con mano questa continuità tra archeologia (con lo scavo della villa di San Marco, divenuta famosa per la cella vinaria) e produzione locale (con vini bianca in anfora). Ma l’Elba è stata anche testimone della sperimentazione del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, amato da Giulio Cesare. Nel viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso isola d’Elba”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), e la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompei (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso Pompei” dove col progetto “Coltivare la storia” si creerà una vera e propria vigna “archeologica” di 6 ettari con produzione di vino grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio. Ne hanno parlato l’ing. Vincenzo Calvanese e l’arch. Claudia Bonanno del parco archeologico di Pompei, e Ilaria Zanardini, project manager di Feudi di San Gregorio | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino. Li hanno illustrati ad archeologiavocidalpassato.com l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li).
“Le indagini nel sito di San Marco sull’isola d’Elba, in località San Giovanni”, spiega Laura Pagliantini (UniSi) ad archeologiavocidalpassato.com, “sono state avviate nel 2012 da parte dell’università di Siena e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno. Gli scavi si sono protratti per otto campagne nel corso delle quali è emersa una villa romana costruita alla fine del II sec. a.C. straordinariamente conservata. La villa era costruita in argilla cruda, perciò un incendio l’ha distrutta. In un certo senso questo incendio l’ha praticamente conservata intatta.

Elaborazione grafica della villa di San Marco sull’isola d’Elba a cura di M.T. Sgromo e C. Mendolia (foto graziano tavan)
La villa era articolata in una serie di stanze al piano inferiore dedicate alla preparazione degli alimenti, alla conservazione delle derrate alimentari, e una serie di stanze invece poste al piano superiore riservate al soggiorno dei proprietari quando venivano sull’isola d’Elba. Si tratta di stanze riccamente affrescate e affacciate verso il mare. Le stanze che sono poste al piano terra gravitavano attorno a quella che noi chiamiamo la cella vinaria, che era una stanza caratterizzata con cinque dolia a fossa interrati che servivano alla conservazione del vino.
Il ritrovamento di questi dolia è stato eccezionale sia perché erano eccezionalmente conservati ma anche perché abbiamo recuperato su alcune pareti dei numerali incisi che ci hanno indicato approssimativamente la capacità contenuta, quindi circa 1600 litri per dolio, ma soprattutto abbiamo recuperato il nome del produttore di questi orci, quindi rivelando una proprietà all’isola d’Elba della gens Valeria.
“Quello che abbiamo cercato di raccontare oggi – continua Pagliantini – è che al di là del cantiere, nato come uno scavo universitario destinato alla formazione degli studenti, quello che intendiamo invece a sottolineare è che nel giro di pochi anni questo cantiere si è trasformato in un cantiere aperto al pubblico. Abbiamo fortemente voluto rendere questi scavi aperti alla cittadinanza e la cittadinanza è stata quella che per prima si è proposta anche come finanziatrice degli scavi, attiva, promotrice, e quindi negli anni tutta una serie di associazioni, imprese e imprenditori locali, si sono avvicinati con curiosità e interesse a quello che stavamo facendo.
“Quindi a partire dal 2013 – sottolinea Pagliantini – abbiamo avuto l’opportunità di stringere una collaborazione con l’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) nella persona di Antonio Arrighi, che già da alcuni anni, tra i primi in Toscana, aveva cominciato ad affinare il vino all’interno di grandi orci di terracotta fabbricati a Impruneta. Quindi il ritrovamento di questi orci nello scavo dell’isola d’Elba, un territorio dove il vino viene fatto da duemila anni, una tradizione fortemente radicata nell’economia e nella struttura del territorio, questo ritrovamento ha fatto sì che questa collaborazione prendesse il via in un dialogo molto proficuo e stimolante, anche in uno scambio reciproco di valore. Noi abbiamo fornito quello che è la cornice storica e quello che avveniva nell’isola d’Elba duemila anni fa, e la vicinanza con Antonio ha permesso a noi archeologi di capire molto meglio quelle che appunto erano le tecniche di vinificazione.

I bianchi Tresse, Hermia e Valerius, vini in anfora, prodotti sull’isola d’Elba (foto graziano tavan)
“Da questa sinergia – conclude Pagliantini – sono nati tre vini in anfora, il Tresse e successivamente l’Hermia e il Valerius, che son dei vini bianchi, fermentati e affinati all’interno delle anfore di terracotta. E questo vino porta il nome dello schiavo e del padrone della villa di San Marco, quindi un voluto richiamo a quella che sono dei nomi emersi dalla terra, dall’archeologia, che hanno un forte legame con il territorio, un forte legame identitario. Questo, secondo noi, è l’esempio emblematico di quello che si può fare tra archeologia e cultura, e una vitivinicultura contemporanea e locale attenta e anche vogliosa di mettersi alla prova”.
“L’idea dell’esperimento del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, il vino degli dei che Giulio Cesaree aveva utilizzato anche in banchetti”, spiega Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro ad archeologiavocidalpassato.com, “è nata ascoltando in un convegno il prof. Attilio Scienza, la cui ricerca appunto era partita per capire perché questo vino aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri vini dell’Egeo. E nell’ascoltarlo ho chiesto se aveva già messo in pratica questa ricerca, mi sono proposto, e così è nato l’esperimento.

Antonio Arrighi presenta l’esperimento del vino marino sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
Siamo nel 2018, in settembre abbiamo immerso le uve del vitigno di uva ansonica a 10 metri di profondità in ceste di vimini. Tutto è nato dal fatto di cercare di fare un vino più naturale possibile senza utilizzare tecnologie. Dopo l’immersione, le uve sono state poste due giorni al sole ad asciugare dall’acqua di mare, quindi si è passati alla spremitura manuale in anfora per 6 mesi. Quindi per 6 mesi l’uva a macerare nelle anfore. È stato interessantissimo perché così il vino non aveva solfiti, non sono stati aggiunti solfiti, non sono stati aggiunti lieviti selezionati, né stabilizzazione, filtrazione: niente di tutto questo. Semplicemente un vino con il sale del mare. Quindi il sale come antisettico, disinfettante. Questo era l’obiettivo, questa era un’idea che poi con l’università di Pisa, le varie analisi, è finita in un convegno. Non avevamo calcolato che negli ultimi duemila anni non lo aveva mai fatto nessuno per cui c’è stato un interesse a livello mondiale. Ora continuiamo a farlo in piccole quantità, ma continuiamo”.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale è partita “l’operazione Parthenope”. Nell’atrio l’artista Francisco Bosoletti ha iniziato l’installazione di “Parthenope” partecipata col pubblico, in dialogo da aprile con la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” con oltre 250 opere dall’VIII sec. a.C. all’epoca contemporanea

L’artista Francisco Bosoletti al lavoro nell’atrio de Mann per l’opera site specific “Parthenope” (foto mann)

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, con l’artista Francisco Bosoletti nell’atri del Mann (foto mann)
Al museo Archeologico nazionale di Napoli è partita “l’operazione Parthenope”. Martedì 24 marzo 2026, alle 11.45, l’artista Francisco Bosoletti, nell’Atrio del MANN, ha iniziato l’installazione di “Parthenope”: fino al 3 aprile 2026, in una dimensione partecipata con il pubblico, Bosoletti lavorerà su 45 mq di tela bianca per costruire la propria visione creativa della Sirena. È un’opera site specific dedicata al tuffo suicida di Partenope, evento generativo della città. L’installazione di Bosoletti dialogherà con “Parthenope. La Sirena e la città”, la grande mostra che, dal 3 aprile al 6 luglio 2026, presenterà al Museo oltre 250 opere dall’VIII sec. a.C. all’epoca contemporanea. Il visitatore andrà alla scoperta delle Sirene e di una sirena in particolare, Parthenope: le opere esposte rappresenteranno un mito che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
Il progetto espositivo conta su più di 250 opere, datate dall’VIII secolo a.C. all’età contemporanea. Di grande rilevanza e prestigio sono i prestiti concessi da più di quaranta Musei non solo italiani, ma anche europei e americani. La mostra si avvale di un Comitato scientifico multidisciplinare e ha potuto contare sul fattivo coinvolgimento delle Soprintendenze e degli Atenei presenti sul territorio campano. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Partenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. Come spesso accade quando un personaggio o un tema diventa patrimonio comune, però, la sua conoscenza si sfuma e si perde in rivoli e varianti. Il percorso espositivo si propone dunque in primo luogo di fare chiarezza sulla forma delle Sirene e sulla progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri attraversano nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello e poi, nell’Alto Medioevo, a donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
Un articolato apparato multimediale accompagnerà l’esposizione dei materiali, al fine di comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. Ampio spazio sarà dato alla storia dell’abitato di Partenope sul promontorio di Pizzofalcone, con la presentazione di materiali fino ad ora mai esposti, in parte provenienti da collezione privata e in parte restituiti dai recenti scavi per la Metropolitana, che permettono di datare la fondazione del sito all’VIII secolo a.C. e di precisare la rete di scambi commerciali e culturali in cui questo era inserito. La mostra accompagna poi il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova” fondata a poca distanza da Partenope alla fine del VI secolo a.C., e il permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.
Milano. A Palazzo Moriggia presentazione del progetto di valorizzazione culturale “La Storia di Milano lungo la Linea Blu” con incontri e visite guidate gratuite tra archeologia, tutela del patrimonio e riqualificazione urbana, promosso da M4 S.p.A., Comune di Milano e soprintendenza, in collaborazione con l’università di Milano. Ecco il programma
Nasce “La Storia di Milano lungo la Linea Blu”: incontri e visite guidate gratuite tra archeologia, tutela del patrimonio e riqualificazione urbana. La realizzazione della nuova linea metropolitana M4 di Milano non è stata soltanto una grande opera infrastrutturale, ma anche un’occasione straordinaria per esplorare, documentare e valorizzare la storia della città, strato dopo strato, dalla profondità del sottosuolo fino alla superficie delle sue strade e piazze. Con l’obiettivo di raccontare questo lungo percorso di ricerca, studio e lavoro sul campo nasce “La Storia di Milano lungo la Linea Blu”, un progetto di valorizzazione culturale promosso da M4 S.p.A., Comune di Milano e soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano, in collaborazione con l’università di Milano. L’iniziativa vuole restituire alla cittadinanza il patrimonio di conoscenze, scoperte e trasformazioni urbane emerse durante la realizzazione della Linea Blu, mettendo in luce il valore pubblico di un’opera che ha saputo coniugare mobilità, tutela del patrimonio e riqualificazione dello spazio urbano. Il progetto si articolerà in due momenti: un primo ciclo di incontri aperti al pubblico e, a seguire, una serie di visite guidate nei luoghi più significativi toccati dai lavori. Martedì 24 marzo 2026, alle 15, a Palazzo Moriggia a Milano, presentazione del calendario di incontri e visite guidate aperti alla cittadinanza, dedicati alla scoperta dei beni culturali – archeologici, architettonici e storico-artistici – emersi, tutelati e valorizzati nel corso dei lavori di realizzazione della Linea Blu della metropolitana di Milano. Alla presentazione interverranno i rappresentanti degli enti coinvolti, che racconteranno il lavoro svolto in questi anni e il valore culturale delle scoperte e delle attività di valorizzazione nate grazie alla realizzazione della linea M4. Tutti gli appuntamenti — conferenze e visite guidate — sono gratuiti e aperti alla cittadinanza, con iscrizione attraverso il sito della Soprintendenza:
https://www.architettonicimilano.lombardia.beniculturali.it/category/eventi/.
Il primo dei quattro incontri, aperto ai cittadini e alle cittadine, si svolgerà il 25 marzo 2026, nella sede della Soprintendenza e sarà dedicato alle scoperte archeologiche emerse grazie agli scavi della M4, tra cui strutture monumentali della fortificazione medievale della città e una necropoli frequentata dall’età romana fino a quella medievale nei pressi di Sant’Ambrogio.
Il secondo incontro, in programma il 18 aprile 2026, illustrerà gli approfondimenti antropologici sui resti umani rinvenuti nelle necropoli antiche, affidati al LABANOF – Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’università di Milano. L’appuntamento si terrà nella sede di via Mangiagalli 37 a Milano.
Il 13 maggio 2026 si terrà il terzo incontro, alla Soprintendenza di Milano, dedicato all’attento lavoro di salvaguardia messo in campo durante i lavori per proteggere e valorizzare il patrimonio monumentale incontrato lungo il percorso della M4 in città: le basiliche di San Nazaro, San Lorenzo, Sant’Ambrogio e San Vittore al Corpo, la Ca’ Granda, oltre ad alcuni elementi storici dello spazio pubblico milanese, come la colonna del Verziere e il busto di Cesare Correnti.
L’ultimo appuntamento, in calendario a settembre, sarà invece dedicato ai progetti di sistemazione superficiale, con un focus sulle scelte architettoniche e materiche che hanno ridisegnato strade, piazze e spazi pubblici nel segno della qualità urbana e della sostenibilità.
A questo ciclo di incontri si affiancheranno, da maggio a ottobre, visite guidate gratuite condotte da esperti di archeologia, architettura e storia dell’arte, che accompagneranno i cittadini nei luoghi storicamente e archeologicamente più rilevanti lungo il tracciato della M4. Ogni tappa racconterà una stazione e la storia che la circonda. Si partirà il 21 maggio 2026 con la stazione di Sant’Ambrogio, con la visita ai resti dell’argine monumentale del Fossato medievale, emerso durante i lavori e oggi musealizzato nel corridoio di collegamento tra M4 e M2, oltre alla nuova uscita della stazione verso la basilica, che ha consentito la riqualificazione dello spazio già esistente intorno alla Pusterla di Sant’Ambrogio. A giugno sarà la volta della stazione De Amicis, dove sono stati rinvenuti tratti degli argini del fossato collegati alla Pusterla dei Fabbri, oggi conservati nella stazione, e i resti di una torre medievale, recuperata ed esposta nel nuovo Parco dell’Anfiteatro. All’esterno della stazione è stato inoltre restaurato e ricollocato nel paesaggio urbano rinnovato il busto di Cesare Correnti. Le tappe successive, tra giugno e ottobre, interesseranno la Basilica di San Vittore al Corpo, la stazione Vetra e la Basilica di San Lorenzo, l’area di piazza San Babila, il tratto compreso tra la stazione Sforza-Policlinico e la Ca’ Granda, fino a concludersi a San Cristoforo, percorrendo la nuova passerella ciclopedonale.
“La M4 è nata per migliorare in modo concreto la vita quotidiana delle persone, rendendo Milano più accessibile, sostenibile e connessa”, spiega Alessandro Lamberti, presidente M4. “Lungo il tracciato della Linea Blu, insieme al Comune di Milano, alla Soprintendenza e all’Università, abbiamo avuto anche l’opportunità di contribuire a restituire alla città un patrimonio prezioso di conoscenze, luoghi e memorie. Questa iniziativa racconta il senso più profondo di una grande infrastruttura pubblica: non solo mobilità efficiente, ma anche tutela del patrimonio, qualità urbana e nuove occasioni di partecipazione e conoscenza per i cittadini. È questo il contributo che M4 vuole lasciare a Milano: un’opera utile ogni giorno e capace di generare valore duraturo per la comunità”.

Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano
“La Soprintendenza – ricorda Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano – ha seguito la realizzazione della nuova linea metropolitana milanese per diversi ambiti di competenza, sia quello archeologico sia quello architettonico-paesaggistico. Dopo l’esperienza di tanti anni è doveroso raccontare alla comunità il percorso condiviso con i principali attori dell’opera e valorizzare i risultati culturali di questa avventura”.
“La partecipazione del LABANOF al progetto La storia di Milano lungo la Linea Blu – interviene Marina Brambilla, rettrice dell’università di Milano – rappresenta un elemento strategico per la piena valorizzazione scientifica e culturale degli scavi della M4, grazie alle competenze consolidate del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della Statale che, esaminando i resti umani attraverso gli strumenti della medicina e dell’antropologia, hanno restituito testimonianze capaci di modificare profondamente la narrazione della storia di Milano lungo un arco di circa duemila anni. Ma il lavoro che la Statale ha condotto va oltre la ricerca: i reperti confluiscono nella sua Collezione Antropologica, arricchendo un patrimonio unico che supporta studio e formazione, e sono accessibili al pubblico grazie alla loro esposizione al MUSA – il Museo Universitario delle Scienze Antropologiche, Mediche e Forensi per i Diritti Umani, favorendo una riflessione condivisa sul loro valore umano, storico e sociale”.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia per il ciclo ETRUlegge presentazione del libro “Papa Leone XIV. La biografia” di Elise Ann Allen (Mondadori)
Per il ciclo ETRUlegge, martedì 24 marzo 2026, alle 17.45, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia presentazione del libro “Papa Leone XIV. La biografia” di Elise Ann Allen (Mondadori). L’Autrice dialoga con Padre Giuseppe Pagano e Emilce Cuda. Ingresso libero in sala fortuna fino ad esaurimento posti. Prenotazione consigliata all’indirizzo mail: presentazioni11@yahoo.com.
Robert Francis Prevost è il primo papa americano della storia. Quando, l’8 maggio 2025, il suo nome risuona in un’affollata piazza San Pietro, sono in molti a restare sorpresi. La sua elezione come Leone XIV inaugura una nuova fase per la Chiesa cattolica. Ma chi è il nuovo pontefice? E quali sono i temi che ne orienteranno il cammino? In questa bella e accurata biografia, Elise Ann Allen, corrispondente vaticana, traccia un ritratto inedito dell’uomo che oggi siede sulla Cattedra di San Pietro. Lo fa attraverso i racconti delle persone a lui vicine, amici intimi e collaboratori che hanno avuto l’occasione di incontrarlo negli Stati Uniti, in Perú e a Roma, ma soprattutto attraverso le esclusive interviste che ha condotto con il Santo Padre. Ne emerge l’immagine di un uomo che, prima come priore agostiniano e poi come vescovo della diocesi peruviana di Chiclayo, povera e segnata da mille difficoltà, ha saputo svolgere pienamente il suo ruolo di pastore, capace di ascoltare i fedeli, di star loro accanto come una guida e come un fratello, senza paura di «sporcarsi le mani» per aiutare il popolo ad affrontare le prove quotidiane. Ed è lo stesso pontefice, con parole semplici e dirette, a ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita, dall’infanzia a Chicago alla formazione nell’Ordine di Sant’Agostino, dall’esperienza missionaria in America Latina, fino all’arrivo nel cuore della Città del Vaticano. Ma Leone XIV guarda anche avanti e apre più di uno spiraglio sul cammino di “costruttore di ponti” che sta intraprendendo, ben consapevole delle sfide poste da un mondo polarizzato e bellicoso, sempre più dominato dall’intelligenza artificiale. Un documento eccezionale, in cui il nuovo papa condivide le sue priorità, le sue profonde convinzioni e la sua visione per il futuro della Chiesa e dell’umanità.
Elise Ann Allen è una giornalista americana e corrispondente vaticana per Crux Now, nota per aver scritto la biografia autorizzata di Papa Leone XIV, Leo XIV Citizen of the World Missionary of the 21st Century (2025). Originaria di Denver, Colorado, si è laureata alla University of Northern Colorado nel 2010 e ha coperto ampiamente il Vaticano.
Verona. Al museo di Storia naturale l’incontro “Quando l’attività tettonica modella la superficie terrestre: il paesaggio come archivio di processi geologici di breve e lungo periodo”con Pierfrancesco Burrato (INGV di Roma) nuovo appuntamento con le conferenze dei Musei Civici 2025-2026
Martedì 24 marzo 2026, alle 17, nella sala “Sandro Ruffo” del museo di Storia naturale di Verona, nuovo appuntamento con le conferenze dei Musei Civici 2025-2026, l’incontro “Quando l’attività tettonica modella la superficie terrestre: il paesaggio come archivio di processi geologici di breve e lungo periodo” con Pierfrancesco Burrato dell’istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. L’attività tettonica è un fattore fondamentale nel modellare la superficie terrestre, creando montagne, valli e altri paesaggi attraverso l’interazione tra forze interne ed esterne. Il paesaggio conserva tracce di deformazioni passate che possono aiutarci a comprendere i processi in corso, come la presenza di faglie attive e le potenziali sorgenti di pericoli naturali. Tecniche avanzate come l’interferometria radar satellitare (InSAR) permettono di monitorare i movimenti della crosta terrestre con grande precisione. Inoltre, elementi naturali come rocce sedimentarie deformate e terrazzi marini registrano la storia geologica del passato. Analizzando questi dati, è possibile ricostruire l’evoluzione della crosta terrestre e migliorare le valutazioni di pericolosità sismica e vulcanica. Questi studi, che integrano geologia e geomorfologia, sono essenziali per ridurre i rischi naturali e aumentare la sicurezza delle aree abitate.
Sepino (Cb). Nel parco archeologico scoperta una domus di età imperiale caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo. Osanna: “Restituiti aspetti concreti della vita quotidiana e delle trasformazioni del paesaggio urbano nei secoli”
Scoperta una domus imperiale nel parco di Sepino in Molise. Le indagini condotte tra il 2023 e il 2025 stanno portando alla luce nuovi contesti urbanistici e monumentali, fondamentali per ricostruire la storia e l’evoluzione della città nel corso dei secoli, restituendo un’immagine più articolata e dinamica dell’antica Saepinum, l’area situata nella località di Altilia in provincia di Campobasso, tra i più suggestivi parchi del Sistema museale nazionale. Gli scavi, effettuati grazie sia ai fondi di Sviluppo e Coesione, sia ai finanziamenti del ministero della Cultura, tramite la direzione generale Musei, si sono concentrati innanzi tutto nel settore urbano di Porta Bojano, dove a metà degli anni Cinquanta il soprintendente Valerio Cianfarani aveva condotto le prime indagini sistematiche. Le nuove ricerche hanno permesso di riprendere lo studio di questo settore della città, riportando alla luce una domus di eccezionale rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano – una delle principali strade della città romana, orientata in direzione est-ovest – e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo.
L’edificio restituisce un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di vita, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C., ampliando in modo significativo le prospettive di ricerca sulla città. I limiti della struttura si estendono oltre l’attuale area di scavo, confermando le dimensioni monumentali già suggerite dalle indagini geofisiche. Proprio per questo il settore sarà oggetto di ulteriori indagini nella prossima campagna di scavo, con l’obiettivo di definire con maggiore precisione l’estensione della dimora e la sua organizzazione. La dimora testimonia l’adozione di modelli abitativi di alto livello, analoghi a quelli documentati nelle principali città romane dell’Italia centrale. Le fasi più antiche del complesso sono documentate da antefisse architettoniche e ceramiche di età augustea e tiberiana, che indicano l’alto livello della residenza nel I secolo d.C. Nella piena età imperiale e fino al III secolo d.C. prevalgono invece ceramiche comuni e sigillate africane d’importazione, a conferma dell’inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra IV e VI secolo d.C., i materiali segnalano un cambiamento nell’uso degli ambienti, destinati ora ad attività produttive o di stoccaggio.
Massimo Osanna, direttore generale Musei, commenta: “I risultati delle ricerche a Saepinum confermano l’importanza della ricerca archeologica come strumento fondamentale di conoscenza. Le nuove evidenze consentono non solo di acquisire dati inediti sulla storia della città, ma anche di restituire aspetti concreti della vita quotidiana e delle trasformazioni del paesaggio urbano nel corso dei secoli. Interventi come questo sono resi possibili anche grazie ai finanziamenti destinati alle campagne di scavo archeologico sul territorio nazionale, che permettono di sostenere in modo continuativo la ricerca e di ampliare le conoscenze sul nostro patrimonio. Questo avanzamento degli studi offre basi più solide per rafforzare i percorsi di valorizzazione del sito e per rendere sempre più consapevole e articolato il racconto di uno dei luoghi più significativi dell’archeologia italiana”. Per Enrico Rinaldi, direttore del Parco archeologico di Sepino: “Le recenti campagne di scavo stanno restituendo risultati di grande rilievo scientifico, permettendo di approfondire la conoscenza della città antica e delle sue trasformazioni nel lungo periodo. Le nuove scoperte confermano il ruolo centrale di Saepinum nella rete urbana dell’Italia romana e aprono nuove prospettive per lo studio e la valorizzazione del sito”.
Grazie ai fondi stanziati dal ministero della Cultura, attraverso la direzione generale Musei, per le campagne di scavo archeologico su tutto il territorio nazionale, sono inoltre ripresi, dopo oltre venti anni, gli scavi nel Foro, nell’area retrostante il cosiddetto Arco dei Nerazi. Le indagini e lo studio tridimensionale dei numerosi elementi architettonici presenti nell’area – circa quattrocento blocchi lapidei – stanno permettendo di approfondire la conoscenza del complesso monumentale di età imperiale e delle strutture più antiche. Le ricerche stanno facendo luce sul passaggio dall’insediamento sannitico di età ellenistica (II-I secolo a.C.) alla progressiva formazione della città romana. Accanto alle canalizzazioni della rete fognaria sono emersi ambienti e vasche riconducibili a un edificio produttivo di età tardo-repubblicana, probabilmente destinato alla lavorazione della lana. Accanto alle monete, il repertorio dei piccoli oggetti restituisce uno spaccato concreto della vita quotidiana: lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi anch’esso in terracotta, piccoli contenitori ceramici e oggetti personali in bronzo, tra cui anelli e una piccola chiave di scrigno.

Parco archeologico di Sepino: rinvenuto un grande contenitore in piombo appartenente a un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell’acqua (foto mic)
Di particolare rilievo è inoltre il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente a un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell’acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone. La scoperta, insieme ai frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello scavo, offre una rara testimonianza delle tecnologie idrauliche utilizzate nelle residenze di alto livello del mondo romano.

Frammento di iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell’imperatore Antonino Pio, rinvenuto a Sepino (foot mic)
Il quadro storico si è ulteriormente arricchito durante la campagna del 2025 con il recupero di frammenti architettonici in marmo e di un’importante iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell’imperatore Antonino Pio. L’epigrafe testimonia un intervento della casa imperiale in città, confermando il legame privilegiato tra Saepinum e l’amministrazione centrale dell’Impero.
Ulteriori risultati provengono infine dalle indagini archeologiche condotte nell’ambito dei lavori del PNRR per lo scavo e il ripristino dell’accessibilità del cardo massimo presso Porta Terravecchia. Il cardo era la principale strada della città romana orientata in direzione nord-sud. Le ricerche hanno permesso di ricostruire la sequenza stratigrafica dell’asse viario, documentandone la continuità d’uso anche nelle fasi successive alla fine dell’età antica. Una testimonianza particolarmente significativa è rappresentata dal rinvenimento di un tesoretto di monete databile al V secolo d.C., scoperto in un livello riferibile alla fase di occupazione bizantina della città. Queste nuove scoperte restituiscono un’immagine sempre più articolata della città antica e aprono nuove prospettive di ricerca su uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia centro-meridionale.
Altino (Ve). Al museo Archeologico nazionale la visita guidata “Paesaggio in movimento: risorse e viabilità nell’antica Altino” per #altinoapuntate

Dettaglio del bassorilievo con grande nave oneraria (I secolo d.C.) da Altino conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto parco archeologico altino)
Domenica 22 marzo 2026, alle 15.30, al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve), per il ciclo #altinoapuntate, la visita guidata “Paesaggio in movimento: risorse e viabilità nell’antica Altino” a cura dello staff del Parco, su prenotazione, gratuita per gli abbonati e inclusa nel biglietto d’ingresso per gli altri. Pietra, legname, cibo e altre materie prime giungevano ad Altino, anche da terre lontane, attraverso un’estesa ed efficiente rete viaria e “sicure” rotte marittime. Durante la visita si proverà a ricostruire il legame fra l’antica Altino e il Mediterraneo attraverso i reperti esposti. Info e prenotazioni: info.parcoaltino@cultura.gov.it, 0422789443.

























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