Roma. Alle Terme di Traiano, sul Colle Oppio, riaperta al pubblico la galleria sotterranea con l’affresco della Città Dipinta e il Grande Mosaico, restaurati e valorizzati con gli interventi di riqualificazione nell’ambito del PNRR – Caput Mundi

Dettaglio del Grande Mosaico nella galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)
Il sindaco Roberto Gualtieri col sovrintendente capitolino Claudio Parise Presicce davanti all’affresco della Città dipinta (foto wps)

C‘è un nuovo tesoro da ammirare a Roma. Alle Terme di Traiano, sul Colle Oppio, torna accessibile la galleria sotterranea che conserva il Grande Mosaico e la cosiddetta Città Dipinta, dopo gli interventi di restauro e valorizzazione realizzati nell’ambito del PNRR – Caput Mundi. I lavori hanno interessato gli spazi superiori dell’esedra e la galleria sotterranea, con l’obiettivo di migliorare la conservazione, l’accessibilità e la fruizione di uno dei complessi archeologici più importanti del Colle Oppio. L’apertura al pubblico inizia in via sperimentale, solo per alcune giornate e in piccoli gruppi, per poter monitorare e valutare l’impatto della presenza antropica sulla conservazione delle delicate opere. Per il mese di settembre, a partire da sabato 12 e domenica 13 settembre 2026, la galleria sotterranea e l’esedra sono aperte al pubblico nel fine settimana con visite guidate gratuite, in lingua italiana e su prenotazione. Poi, a partire dal 2 ottobre 2026, le visite si svolgeranno dal venerdì alla domenica. Per ciascuna giornata sono previsti sei turni, alle 10, 11, 12, 13, 14 e 15 per un massimo di 15 partecipanti per fascia oraria. Prenotazione consigliata allo 060608. “Con questo intervento”, dichiara il sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri, “restituiamo alla città e rendiamo finalmente fruibile un luogo meraviglioso, nel cuore del Colle Oppio, recuperando e valorizzando testimonianze uniche della storia di Roma. Il restauro della Città Dipinta e del Grande Mosaico, insieme alle nuove scoperte emerse dagli scavi, racconta anche la straordinarietà di una città in cui ogni intervento sul patrimonio può riportare alla luce nuovi frammenti di storia e arricchire la conoscenza del nostro passato. È questo uno degli obiettivi più importanti di Caput Mundi, un programma che ci ha consentito di intervenire in maniera diffusa sul patrimonio archeologico e culturale della Capitale, coniugando tutela, ricerca e accessibilità e restituendo a romani e visitatori luoghi per troppo tempo poco conosciuti o non accessibili. Le Terme di Traiano sono un nuovo importante tassello di questo grande lavoro di cura e valorizzazione della storia millenaria di Roma”.

L’esedra delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)

Le Terme di Traiano furono costruite per volontà dell’imperatore Traiano su progetto di Apollodoro di Damasco, il più celebre architetto dell’epoca, e inaugurate il 22 giugno del 109 d.C. Esteso su circa 60.000 metri quadrati, il complesso sorse su un ampio terrazzamento del Colle Oppio, inglobando strutture più antiche, tra cui ambienti della Domus Aurea. Attorno al corpo termale si apriva una vasta area verde porticata, destinata non solo alla cura del corpo, ma anche allo sport, allo svago e alla cultura. L’esedra sud-occidentale delle Terme di Traiano, di circa trenta metri di diametro, conserva ancora la memoria della sua funzione culturale: le due file di nicchie erano probabilmente destinate ad armadi per libri e documenti, mentre i gradoni dovevano accogliere chi partecipava a letture e riunioni pubbliche. Davanti all’esedra correva il portico sorretto dalla galleria sotterranea che custodisce la Città Dipinta e il Grande Mosaico. Una stratificazione unica, nella quale si leggono, nello stesso luogo, le diverse fasi della storia monumentale del Colle Oppio, dall’età neroniano-flavia al grande impianto termale traianeo (I-II secolo d.C.).

L’affresco della Città dipinta nella galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)

Tra gli esiti più suggestivi del progetto c’è il recupero dell’affresco della Città Dipinta e del Grande Mosaico: due straordinarie opere del mondo antico che, per qualità stilistica e superficie conservata, rappresentano un unicum nel panorama archeologico romano, che il pubblico potrà adesso ammirare da vicino. Il restauro ne ha migliorato la leggibilità e la conservazione grazie a un trattamento biocida preventivo, alla rimozione dei depositi superficiali, al consolidamento e alle necessarie stuccature. La Città Dipinta è un affresco di circa dieci metri quadrati che raffigura, in una suggestiva veduta a volo d’uccello, una città cinta da mura e torri, con edifici rappresentati in prospettiva. La decorazione appartiene a un edificio precedente alla costruzione delle Terme di Traiano ed è databile al I secolo d.C.

Il Grande Mosaico nella galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)
Dettaglio del Grande Mosaico nella galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)
Dettaglio del Grande Mosaico nella galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)

Il Grande Mosaico è un’imponente decorazione parietale appartenente a un’ampia sala sulla quale si affaccia un ninfeo. Sulle pareti, messe in luce per circa cinque metri di altezza, il mosaico disegna una raffinata struttura architettonica identificata come una scaenae frons teatrale, articolata in due registri nei quali compaiono statue e personaggi reali. Le indagini archeologiche e l’approfondimento dello scavo, condotti nell’ambito del progetto PNRR, hanno consentito di acquisire elementi inediti sulla complessa stratificazione dell’area e di riportare alla luce un’ulteriore fascia decorata a mosaico, con una veduta di città portuale formata da una serie di edifici probabilmente affacciati sul mare e riconducibili al motivo delle cosiddette “ville marittime”. Più in profondità, al di sotto della decorazione musiva, sono stati inoltre individuati i resti di un rivestimento a grandi lastre marmoree e, al centro della parete, una nicchia, anch’essa decorata in marmo e alta circa 2,20 metri. Questi rinvenimenti permettono di ricostruire con maggiore precisione le imponenti dimensioni dell’ambiente, le cui pareti, riccamente decorate, dovevano raggiungere circa dodici metri di altezza. Anche questo complesso è databile alla seconda metà del I secolo d.C.

Il sindaco Roberto Gualtieri col sovrintendente capitolino Claudio Parise Presicce dall’alto della galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)
La galleria sotterranea delle Terme di Traiano sul Colle Oppio a Roma (foto wps)

Alla valorizzazione delle decorazioni e all’ampliamento degli scavi si affiancano gli interventi pensati per accompagnare il pubblico nella visita e rendere più accogliente l’intero complesso, dalla galleria alla sovrastante esedra. L’ambiente adiacente all’ingresso della galleria ospita un punto di accoglienza e un bookshop. È stata inoltre realizzata una passerella di collegamento tra le due parti della galleria, al di sopra del vano del Grande Mosaico, mentre un ampio ambiente triangolare custodisce le fistulae (tubature) in piombo appartenenti all’antica rete di approvvigionamento idrico delle Terme. Nell’area dell’esedra sono state condotte indagini sulla vulnerabilità sismica e strutturale, anche attraverso prove di carico sulla volta della galleria sottostante. Sono stati inoltre realizzati nuovi percorsi pedonali e aree di sosta panoramiche, risistemati gli spazi verdi e installato un nuovo impianto di illuminazione, destinato sia agli spazi per il pubblico sia alla valorizzazione delle strutture archeologiche. La valorizzazione dell’area comprende anche un nuovo sistema di sedute a cavea, ideato per accogliere concerti, conferenze ed eventi, un collegamento verticale meccanizzato tra il livello superiore e quello inferiore e nuovi allestimenti didattici per arricchire l’esperienza dei visitatori.

Roma. Al teatro di Palazzo Altemps lo spettacolo “ARTEMISIA CLASSICA. flauto, violino, viola, violoncello. Mozart”, primo appuntamento del ciclo “Il Museo in scena”. Ecco tutto il programma

Per il ciclo “Il Museo in scena” promosso da museo nazionale Romano, lunedì 14 settembre 2026, alle 18, nel teatro di Palazzo Altemps, aperto straordinariamente dalle 15.30 alle 22.30, con biglietto speciale a 5 euro, il primo appuntamento: lo spettacolo “ARTEMISIA CLASSICA. flauto, violino, viola, violoncello. Mozart”, con Elisa Papandrea violino, Domenica Pugliese viola, Daniela Petracchi violoncello, Luisa Sello flauto. In programma musiche di W.A. Mozart: Quartetto in do maggiore KV 285b (Allegro, Andantino con variazioni, Rondò); Quartetto in re maggiore KV 285 (Allegro, Andante, Presto). Prenotazione nel limite dei posti disponibili su Eventbrite: https://www.eventbrite.it/…/biglietti-il-museo-in-scena….

Col mese di settembre 2026 parte dunque “Il Museo in scena”, la nuova rassegna al museo nazionale Romano, con una serie di appuntamenti dedicati alla musica e alle arti performative. Realizzata in collaborazione con Luisa Sello, presidente e direttrice artistica dell’associazione Amici della Musica di Udine ETS nell’ambito del progetto ARTI PARALLELE, la rassegna “Mostly Mozart” intende rafforzare il legame dell’espressione artistica, coinvolgendo i visitatori del Museo con ‘La Grande Musica Classica’, permettendo così di scoprire forme d’arte analoghe. La scelta di Mozart è legata a un importante episodio storico: il 29 aprile 1770 il giovane compositore si esibì proprio a Palazzo Altemps, ospite del principe Baldassarre Odescalchi. Un’occasione speciale per riscoprire il fascino di un luogo ricco di storia attraverso un’esperienza che unisce arte, architettura e musica. Il programma continua venerdì 23 ottobre 2026, alle 19, col PENDERECKI STRING QUARTET in “Oltre” con Jeremy Bell violino, Jerzy Kapłanek violino, Christine Vlajk viola, Katie Schlaikjer violoncello, Luisa Sello flauto; sabato 7 novembre 2026, alle 19, con DUO AURA flauto e chitarra in “Percorsi classici” con Maria Francesca Arcidiacono chitarra, Luisa Sello flauto; mercoledì 23 dicembre 2026, alle 19, con LUISA SELLO flauto e voce, in “Affabulazione”.

Varese. Alla nona edizione dii Varese Archeofilm il film “Maasai Eunoto” di Kire Godal vince sia il premio del pubblico “Città di Varese” sia quello della critica “Angelo e Alfredo Castiglioni”

Varese Archeofilm 2026: la proclamazione dei film vincitori (foto museo castiglioni)
Frame del film “Maasai Eunoto” di Kire Godal

La nona edizione di Varese Archeofilm, evento organizzato da Comune di Varese, in collaborazione con Museo Castiglioni, Ass. Conoscere Varese, Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, Ce.R.D.O., con il patrocinio di Università Insubria, un’edizione ricca di ospiti, documentari meravigliosi e un pubblico attento e molto numeroso, si chiude con un film pigliatutto: il bellissimo documentario “Maasai Eunoto” di Kire Godal (Kenya 2024, ’34) vince sia il premio del pubblico “Città di Varese” sia quello della critica “Angelo e Alfredo Castiglioni”. Gli indigeni Masai lottano ancora oggi per mantenere vive le loro tradizioni. Attraverso le voci di guerrieri e anziani durante il loro emotivo rito di passaggio nel 2022, il film segue il passaggio del guerriero Masai allo stadio di anziano, rivelando il passato e il presente nascosti di una delle cerimonie di iniziazione culturale più importanti dell’Africa.

Varese Archeofilm 2026: Giulio Rossini, Marco Castiglioni e Giulia Pruneti col premio “Angelo e Alfredo Castiglioni” (foto museo castiglioni)

I giurati Giulio Rossini, Matteo Inzaghi, Diego Pisati e Maurizio Fantoni Minnella premiano questo pregevole lavoro etnografico per qualità visiva. Ricco di informazioni etnografiche, commovente in alcune scene, come quando i ragazzi, piangendo, vengono rasati perdendo per sempre i lunghi capelli tipici dello status di guerriero. Il film restituisce con grande efficacia e coinvolgimento l’orgoglio di un popolo che cerca di mantenere vive le sue radici più antiche che, con lo scorrere del tempo, saranno destinate inesorabilmente a scomparire.

Varese Archeofilm 2026: i due premi in palio, quello del pubblico e quello della giuria (foto museo castiglioni)

Per il pubblico varesino il podio si compone come segue. Al terzo posto (media voti 4,261) “Roma sotterranea, una metro nella storia” per la regia di Laurent Portes, al secondo (media voti 4,483) il plurimo premiato nei vari Archeofilm “Vitrum – il vetro dei Romani” per la regia di Marcello Adamo e al primo posto con una media voti di 4,578 “Masaai Eunoto”. Gli organizzatori danno appuntamento al 2027 per la decima edizione.

Lentini (Sr). Dal 13 settembre al museo Archeologico regionale è nuovamente in mostra il celebre Kouros (V sec. a.C.)

Da domenica 13 settembre 2026 è nuovamente in mostra nelle sale del museo Archeologico regionale di Lentini (Sr) il celebre Kouros, torso e testa in pregevole marmo dell’isola di Paros, risalenti al primo decennio del V sec. a. C. e ritrovati nel territorio di Lentini, in provincia di Siracusa, in differenti periodi. Nel dettaglio la statua del giovane greco è costituita dalla cosiddetta “testa Biscari” proveniente dalla collezione del principe Biscari, confluita al Museo civico di Castello Ursino a Catania, e dal “torso di Leontinoi”, esposto al Museo Paolo Orsi di Siracusa. I due reperti sono stati assemblati nel 2018 dopo accurate indagini archeometriche e petrografiche volute dall’archeologo e assessore pro tempore Sebastiano Tusa. Da allora il “Kouros ritrovato” è stato ospitato a rotazione dai musei di Catania e Siracusa, da quello di Lentini (nel 2024) e ad Atene nel 2021/22.

“Bene il ritorno a casa del Kouros, un’opera profondamente legata alla storia e all’identità di Lentini”, commenta l’assessore ai Beni culturali e all’identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato. “La sua presenza nel museo rappresenta un valore aggiunto per la valorizzazione e l’attrattività del territorio, arricchendone l’offerta culturale e dando a cittadini e visitatori l’opportunità di riscoprire un’importante testimonianza del suo passato. Valorizzare il nostro patrimonio significa anche rafforzare il legame tra i beni culturali e i luoghi di cui raccontano la storia”. E Agostino Messana, direttore del Parco archeologico di Leontinoi e Megara, sottolinea: “Da mesi, con lo staff del Museo di Lentini, lavoriamo per questo giorno. Il rientro a Lentini del Kouros, i cui due elementi sono stati recuperati proprio in questo territorio, restituisce un frammento della storia, di Lentini e delle sue radici greche. Sarà l’occasione per guardare al futuro del museo: il Kouros già nel 2024 si è rivelato un grande richiamo per turisti e appassionati di archeologia. Un vero motore per incentivare le attività economiche del territorio”.

Velia (Sa). Al parco archeologico “Kéramos – le terrecotte architettoniche veline”, il laboratorio di ceramica promosso dai parchi archeologici di Paestum e Velia

Dare forma alla storia, a partire dall’argilla. Il 13 settembre 2026, alle 11, al parco archeologico di Velia, torna “Kéramos – le terrecotte architettoniche veline”, il laboratorio di ceramica promosso dai parchi archeologici di Paestum e Velia dedicato alla conoscenza e alla reinterpretazione delle tecniche e delle forme della tradizione antica. Protagoniste dell’incontro saranno le terrecotte architettoniche ritrovate a Elea-Velia, elementi legati in particolare alla copertura degli edifici sacri e pubblici. I tetti erano costituiti da tegole, coppi e antefisse in terracotta, elementi decorativi collocati lungo la linea di gronda, a chiusura delle testate dei coppi. Le antefisse, realizzate a stampo, potevano presentare motivi differenti: palmette, girali, volti umani, menadi, satiri e figure mostruose. Queste ultime avevano anche una funzione apotropaica, legata alla volontà di proteggere l’edificio dagli influssi negativi e dal malocchio. Durante il laboratorio, i partecipanti potranno conoscere queste testimonianze della città antica e lasciarsi ispirare dalle loro forme e decorazioni per realizzare attraverso l’argilla una propria interpretazione delle terrecotte architettoniche veline. Un’esperienza che mette in dialogo archeologia, manualità e creatività, permettendo di avvicinarsi al patrimonio attraverso un gesto antico come quello di modellare la terra. Biglietto per la partecipazione al laboratorio 2 euro (dai 6 anni in poi) che si aggiunge al costo del biglietto di ingresso ai Parchi (ove previsto) e all’abbonamento Paestum&Velia e che può essere acquistato presso le biglietterie dei Parchi oppure online: http://vivaticket.com/it/ticket/keramos-laboratori-di-ceramica/304047.

Adria (Ro). Gran finale per Adrikà – la rassegna del cinema archeologico Adria Delta del Po: nella terza giornata masterclass “Quando l’archeologia fa notizia”, ultimi film in concorso, incontro con Angela Ruta, Cinema e Note, e assegnazione del Premio Città di Adria al film più gradito al pubblico

Gran finale per Adrikà – la rassegna del cinema archeologico Adria Delta del Po che termina il suo viaggio ad Adria (Ro). La terza e ultima giornata ha la mattina impegnata in due sedi: al museo Archeologico nazionale di Adria alle 10.30, la masterclass “Quando l’Archeologia fa notizia. Ricerca e divulgazione sui giornali, tra Tutankhamon e Indiana Jones. E uno sguardo al web” col giornalista Graziano Tavan: seminario approvato dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, valido per l’acquisizione dei crediti della formazione continua dei giornalisti. Al termine del seminario gli iscritti potranno partecipare a una visita guidata alla sezione museale della barca “cucita” di Corte Cavanella. Evento aperto a tutti.

Frame del film “Army of Lovers”

Al teatro Politeama, dalle 10, una nuova sezione di film in concorso: apre il film “Abiseo, il bosco culturale dei Chachapoya” di Rosemarie Lerner (Perù 2025, 21’); segue il film “L’esercito degli amanti” di Lefteris Charitos (Grecia, Austria 2025, 53’); quindi il film “Saria. Isole ai margini” di Yorgos Savoglou, Dionysia Kopana (Grecia 2022, 27’); chiude la sessione il film “La colonna” di Antonio Cofano (Italia 2025, 15’).

Copertina del libro “Le donne sono così” di Angela Ruta

Nel pomeriggio si torna al museo Archeologico nazionale di Adria: alle 16, per INCONTRI CON L’ANTICO, presentazione del libro “Sono così. Le donne nel Veneto preromano” di Angela Ruta Serafini. Interviene: Angela Ruta Serafini, archeologa, già direttrice del museo nazionale Atestino di Este. Dialoga con l’autrice Micol Andreasi, giornalista. Alle 16.30, presentazione della mostra “E l’immagine prese vita” di Silvia Nonnato.

Nuovo trasferimento al teatro Politeama dove alle 17, inizia l’ultima sessione di PROIEZIONI CINEMATOGRAFICHE. Si inizia con il film “Sardegna. La misteriosa civiltà dei Nuraghi” di Thomas Marlier (Francia 2024, 52’); quindi “Metabolè” di Lorenzo Scaraggi (Italia 2026, 65’).

Alle 19, CINEMA E NOTE: proiezione di film muti di inizio Novecento musicati dall’Ensemble del Dipartimento Jazz del Conservatorio di Musica “Antonio Buzzolla” di Adria, diretto dal Maestro Simone Serafini.

Alle 20, CERIMONIA DI PREMIAZIONE: assegnazione del premio del pubblico “Città di Adria”. Consegnano il premio: Alberta Facchi, direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria, ed Emanuela Finesso, presidente del Circolo del Cinema di Adria “Carlo Mazzacurati”

Taranto. Al museo Archeologico nazionale visita guidata alla mostra “L’arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo”

Domenica 13 settembre 2026, alle 11 e alle 13, al museo Archeologico nazionale di Taranto, visita guidata alla mostra “L’arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo”, mostra che racconta lo sport nel Mediterraneo antico attraverso reperti e testimonianze legate alle pratiche atletiche, con l’Atleta di Taranto come protagonista d’eccezione. Massimo 20 partecipanti per turno. Attività gratuita compresa nel costo del biglietto d’ingresso al Museo. Prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti al numero 099 4532112, indicando nome e cognome, email, recapito telefonico e numero di partecipanti.

Aquileia (Ud) apre la mostra “IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”. Per la prima volta insieme, dopo sette secoli, i tre frammenti originali del Vangelo di Marco: espositivo il Codex Forojuliensis, conservato a Cividale del Friuli, e i preziosi frammenti del Vangelo marciano provenienti da Praga e Venezia. Previsti itinerari nei luoghi della vicenda marciana, dalla cripta degli affreschi della Basilica di Aquileia, a Grado e a San Canzian d’Isonzo

Cripta degli Affreschi, Basilica di Aquileia, Storie di Marco (Courtesy Fondazione So.Co.Ba. © V. Makovac)

Per la prima volta dopo sette secoli, le tre parti originali del Vangelo di Marco, oggi conservate a Cividale del Friuli, Venezia e Praga, vengono presentate ad Aquileia, luogo in cui la loro storia ebbe origine. Il racconto del manoscritto è ricomposto in una prospettiva d’insieme. Sabato 12 settembre 2026, alle 17, nella Basilica di Aquileia (Ud) si inaugura la mostra “IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”, ospitata a Palazzo Meizlik fino al 25 aprile 2027, che narra un capitolo significativo della storia religiosa e politica dell’Europa attraverso le vicissitudini di un manoscritto che la tradizione riteneva vergato di suo pugno dall’Evangelista. Attorno a ciò che resta dell’antico codice si ricostruiscono le vicende legate alla sua fortuna attraverso i secoli e si approfondiscono la figura di Marco, la tradizione marciana e il ruolo centrale di Aquileia nel periodo tardoantico e nel medioevo. Il progetto è accompagnato da un catalogo in quattro lingue (italiano, ceco, tedesco e inglese) pubblicato da Gaspari Editore e si completa con un sistema di itinerari nei luoghi della vicenda marciana, dalla cripta degli affreschi della Basilica di Aquileia, a Grado e a San Canzian d’Isonzo.

Curata da Martina Dlabajová, Cristiano Tiussi e Luca Villa, promossa e organizzata da Fondazione Aquileia l’esposizione è il punto d’arrivo di un intenso lavoro di diplomazia culturale intrapreso dalla Fondazione, che ha messo in dialogo istituzioni civili, religiose e museali italiane e ceche attraverso una collaborazione scientifica, istituzionale e diplomatica. Il risultato è un’operazione senza precedenti. La mostra è resa possibile grazie alla collaborazione con il Comune di Aquileia, la Basilica di Aquileia, l’Arcidiocesi di Gorizia, il museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli afferente al Museo storico e Parco del Castello di Miramare – Direzione regionale Musei nazionali del Friuli Venezia Giulia, la Procuratoria di San Marco di Venezia, il Capitolo Metropolitano di San Vito di Praga, l’Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria della Presidenza della Repubblica Ceca e l’Arcidiocesi di Praga, istituzioni strettamente legate alla storia e alla vicenda del Vangelo di Marco. Per il suo alto prestigio la mostra “IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo” ha ottenuto la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana e il patrocinio del Presidente della Repubblica Ceca ed è stata realizzata con il sostegno del ministero della Cultura, della Regione Friuli Venezia Giulia e di PromoTurismo FVG.

La cripta degli affreschi nella Basilica di Aquileia (foto eye-studio)

L’iniziativa promossa da Fondazione Aquileia ha come scopo di ricomporre, dopo sette secoli e per il tempo di una mostra, una delle pagine fondative del continente europeo. Roberto Corciulo, presidente di Fondazione Aquileia: “Una mostra come questa non nasce da un’intuizione isolata, ma dalla capacità di tenere insieme per anni istituzioni distanti per storia, lingua e giurisdizione: intese internazionali costruite nel tempo, prestiti negoziati con enti che rispondono a ordinamenti giuridici diversi, un comitato scientifico chiamato a far dialogare competenze lontane fra loro. È il compito che la Fondazione Aquileia ha scelto di assumere: non soltanto custodire un patrimonio, ma metterlo in relazione. Aquileia è stata, nei secoli, uno dei luoghi in cui si è costruita l’idea di un’Europa fatta di rapporti tra popoli e territori, prima ancora che di confini. Che i Presidenti Sergio Mattarella e Petr Pavel abbiano voluto riconoscere questo progetto non è un atto formale: è il segno che due Stati vi leggono un valore che oltrepassa i confini nazionali”. Emanuele Zorino, sindaco di Aquileia: “Aquileia è una città dell’anima e della memoria: porto e soglia sull’Adriatico, ha intrecciato per secoli rotte di arte, fedi e idee tra Mediterraneo, Europa e Oriente. Oggi, Patrimonio UNESCO, riconferma la sua vocazione di luogo d’incontro: la mostra riunisce dopo quasi un millennio le tre parti originali dell’Evangeliario di San Marco, ricomponendo una storia che attraversa Friuli, Venezia, Praga, il mondo slavo. Non è solo una riunione di pagine, ma il ritorno di un messaggio: Aquileia torna ponte vivo dove il passato dialoga con il presente. Un’idea radicata ma latente nella nostra identità. Ringraziamo la Fondazione Aquileia per averla tramutata in realtà”.

Profeta con cartiglio (VII o XI-XII secolo) conservato nelle Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco (foto Comune di Milano)

Martina Dlabajová, curatrice della mostra: “I tre frammenti del manoscritto di san Marco sono stati separati dalla storia, ma non hanno mai smesso di appartenere allo stesso racconto. Riunirli oggi ad Aquileia, dopo sette secoli, è un momento storico e per me motivo di grande orgoglio. Non siamo soltanto osservatori del passato, ma diventiamo l’anello presente di una lunga catena di trasmissione. In questo ritrovo anche l’essenza dell’Europa: identità diverse che, messe in relazione, acquistano un significato nuovo e più profondo”. Cristiano Tiussi, direttore di Fondazione Aquileia, curatore: “Non esponiamo soltanto una reliquia celebre: raccontiamo come un libro abbia costruito identità e legittimato poteri, da Aquileia a Venezia a Praga. Le ricerche confluite nel catalogo, dall’origine ravennate del codice alla probabile identificazione di San Canzian d’Isonzo come suo luogo di custodia altomedievale, restituiscono a questo manoscritto tutta la sua densità storica, oltre il mito dell’autografo”. Luca Villa, curatore della mostra: “Il Liber vitae vergato ai margini dell’Evangeliario è un unicum: oltre millecinquecento nomi che fotografano l’Europa carolingia in movimento, dai sovrani franchi ai principi slavi. La mostra restituisce anche il paesaggio di questa storia, da San Canzian d’Isonzo alla laguna, attraverso itinerari che proseguono oltre le sale espositive”.

Veduta della Basilica di Aquileia da sud ovest (foto eye-studio)

Conosciuta come Splendida civitas in epoca romana, in seguito all’introduzione della libertà di culto a partire dal 313, Aquileia divenne un importante centro di diffusione del Cristianesimo in Europa centrale e nei Balcani. La Basilica di Aquileia ne conserva ancora oggi la testimonianza. Tra i monumenti più celebri e più ricchi d’arte dell’Occidente cristiano e non solo, dal 1998 la Basilica è entrata a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Particolare del Documento con cui Carlo IV, re dei Romani e di Boemia, dona alla chiesa di Praga (la cattedrale dei santi Vito, Venceslao e Adalberto) due quaterni del Vangelo di Marco, ricevuti in dono ad Aquileia, impartendo disposizioni per la venerazione della reliquia, Feltre, 31 ottobre 1354. Documento rilasciato a corredo del frammento del manoscritto del Vangelo di Marco, Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria del Presidente della Repubblica Ceca, Praga (foto Eye-studio)

Il Codex Forojuliensis, o Evangeliario Forogiuliese, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli, contiene i Vangeli di Matteo, Luca e Giovanni: in origine comprendeva anche quello di Marco. Risalente al VI secolo, il codice giunse ad Aquileia verso la metà del IX secolo, probabilmente all’epoca del patriarca Teodemaro (851-872), che vi appose la propria firma. Da allora fu uno dei più importanti libri liturgici della Chiesa aquileiese, e resta ancora oggi una delle opere fondamentali per comprendere la storia e la spiritualità del Patriarcato. Fu probabilmente tra il XII e il XIII secolo che il Libro di Marco venne estratto dall’Evangeliario Forogiuliese, di cui restano oggi in quella posizione soltanto le pagine di apertura e di chiusura, per cominciare una vita autonoma. Venerato come autografo dell’Evangelista, il libro rafforzava una tradizione antichissima: quella che riconosceva in san Marco, discepolo di Pietro, il primo evangelizzatore della regione nord-adriatica.

Particolari del Documento con cui Nicola, patriarca di Aquileia, attesta di aver donato con il consenso del capitolo una parte del Vangelo di san Marco (Cim 1) a Carlo IV, re dei Romani e di Boemia, Udine, 17 ottobre 1354. Documento rilasciato a corredo del frammento del Vangelo di Marco, Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria del Presidente della Repubblica Ceca, Praga (foto Eye-studio)

Fu proprio la sua natura di reliquia a determinare un ulteriore smembramento del Vangelo di Marco. La fama leggendaria del Libro marciano si era ormai diffusa in tutto l’Occidente latino: nel 1354 il re Carlo IV di Boemia, di passaggio in Friuli durante il viaggio verso Roma per ricevere la corona imperiale, chiese al fratellastro Nicolò di Lussemburgo, allora patriarca di Aquileia, alcune pagine del Vangelo per la Cattedrale di Praga. Lo attestano i documenti di accompagnamento esposti in mostra. La richiesta era insieme il riconoscimento del prestigio che circondava il manoscritto e un segno tangibile del suo peso spirituale e politico: un valore che lo Stato patriarcale aveva saputo sfruttare, anche in chiave di rivendicazione, nei contenziosi con le altre sedi, in particolare con Grado e Venezia. Un aspetto che a Venezia, l’altro luogo marciano per antonomasia, era ben chiaro. All’indomani della conquista del Patriarcato, la Serenissima prese possesso di quanto restava del Vangelo di Marco e il 24 giugno 1420 lo fece trasferire nella Basilica di San Marco. Con quell’atto simbolico si sanciva la sottomissione di Aquileia a Venezia e si preparava la nascita della funzione metropolitica veneziana, che sarebbe stata istituita in seguito alla soppressione del patriarcato di Grado, nel 1451. La mostra mette in luce anche un altro aspetto del codice. Tra la seconda metà del IX e gli inizi del X secolo, prima dello smembramento, l’Evangeliario aveva assunto la funzione di Liber Vitae, o Libro dei Viventi: sulle sue pagine sono vergati centinaia di nomi di persone (più di millecinquecento) giunte da un’area vastissima e dalle regioni più lontane, dall’Alemagna alla Baviera, dalla Carantania alla Pannonia, dalla Moravia alla Croazia, dalla Bulgaria a Bisanzio. Questi straordinari documenti, collegati alle vicende della Chiesa di Aquileia, costituiscono un elemento fondamentale per comprendere la sua sfera d’influenza nell’area dell’Alpe-Adria e dell’Europa orientale. Il Patriarcato di Aquileia fu una delle istituzioni ecclesiastiche più vaste e influenti dell’Europa medievale. Svolse a lungo una funzione di mediazione con il mondo slavo e, più in generale, con l’Europa orientale e balcanica, fino all’affermarsi della Repubblica di Venezia. La città stessa è sempre stata sospesa tra Occidente e Oriente, tra l’Italia, i Balcani e il resto d’Europa: crocevia e luogo d’incontro tra culture e popoli. Prima come città romana, poi come sede metropolitana cristiana e capitale del suo Patriarcato, Aquileia ha occupato una posizione centrale nelle dinamiche di evoluzione del continente.

Sigillo di cera del Patriarca Nicolo II di Lussemburgo relativo al Documento con cui Nicola, patriarca di Aquileia, attesta di aver donato con il consenso del capitolo una parte del Vangelo di san Marco (Cim 1) a Carlo IV, re dei Romani e di Boemia, Udine, 17 ottobre 1354, Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria del Presidente della Repubblica Ceca, Praga (foto Eye-studio)

Per tutti questi motivi, il Codex Forojuliensis e il Vangelo di Marco costituiscono una delle testimonianze più vive delle complesse vicende e relazioni che hanno contribuito a costruire una tradizione comune e un profondo legame tra i popoli d’Europa.

Riunire ad Aquileia, per la prima volta dopo circa sette secoli, le tre parti superstiti del Vangelo di Marco, tutte in originale, costituisce un evento unico. Significa rendere nuovamente visibile un legame che la storia ha interrotto, ma non cancellato.

Venezia, Tesoro di San Marco. Coperta della teca del Vangelo di san Marco conservato nel Tesoro della basilica (foto fondazione aquileia)

Attorno ai due frammenti del Vangelo di Marco e all’Evangeliario di Cividale, il percorso di Palazzo Meizlik accosta opere di eccezionale rilievo: otto formelle della Cattedra eburnea di San Marco di Grado, capolavoro del VII secolo in prestito dal Castello Sforzesco di Milano, presentate con una ricostruzione virtuale; l’architrave della pergula realizzata dal patriarca Giovanni II (tra l’806 e il 810) per la Cappella di san Marco in Sant’Eufemia, la più antica iscrizione occidentale nota con il nome di san Marco, Roma esclusa; la capsella reliquiario dei martiri Canziani; i documenti originali praghesi del 1354 con i sigilli del patriarca Nicolò e la firma di Carlo IV; le pale d’altare di Giovanni Antonio Guardi e Augusto Tominz. Un’installazione interattiva consente di “sfogliare” virtualmente i codici, mentre una sala immersiva ricostruisce l’evoluzione millenaria del complesso basilicale di Aquileia. I fogli in pergamena del Vangelo di Marco e dell’Evangeliario di Cividale sono materiali estremamente fragili, che l’esposizione prolungata alla luce e ai raggi ultravioletti può danneggiare in modo irreversibile. Per ragioni di tutela e nel rispetto delle condizioni stabilite dagli enti prestatori, gli originali di Praga e di Cividale saranno esposti nelle prime sei settimane di apertura della mostra, per poi cedere il posto a riproduzioni digitali ad alta risoluzione; la teca-reliquiario veneziana resterà invece visibile per l’intera durata dell’esposizione.

Torino. Arte, musica e cultura fino a mezzanotte con la “Notte bianca” al museo Egizio in occasione della riapertura al pubblico di via Roma pedonalizzata

Arte, musica e cultura fino a mezzanotte con la “Notte bianca” al museo Egizio di Torino. In occasione della riapertura di via Roma a Torino, il museo Egizio partecipa ai festeggiamenti con una speciale apertura serale. Sabato 12 settembre 2026, dalle 20 alle 24, sarà possibile visitare il museo Egizio gratis e senza prenotazione. L’ingresso sarà consentito fino al raggiungimento della capienza di sicurezza. L’iniziativa si inserisce in un programma di festeggiamenti che coinvolgerà il centro di Torino con negozi aperti, attività culturali, musica e iniziative nelle strade e nei musei, per celebrare la restituzione di via Roma alla città. Durante la serata, oltre alla possibilità di fruire liberamente di tutti gli spazi museali, il museo Egizio in collaborazione con il conservatorio G. Verdi di Torino propone un blitz jazz negli spazi di “Materia. Forma del tempo” alle 21.30. L’esibizione dal titolo “Pas de Duo” vedrà protagonisti Carlotta Maggia al flauto e Valentino Voster alla chitarra, con la partecipazione della Scuola di musica da camera con Francesca Gosio. Gli artisti proporranno al pubblico un viaggio tra epoche e linguaggi musicali differenti attraverso un repertorio internazionale con brani di Béla Bartók, Manuel De Falla, da Celso Machado ad Astor Piazzolla. Una serata speciale per scoprire il museo Egizio e unirsi ai festeggiamenti per la riapertura di via Roma, tra arte, musica e cultura. 

Torino: la centralissima via Roma pedonalizzata (foto comune di Torino)

“Con la conclusione dei lavori di pedonalizzazione dell’ultimo tratto, compreso tra piazza Castello e piazza Carlo Felice”, dichiara il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, “via Roma ha completato la sua trasformazione come spazio urbano interamente dedicato a chi la attraversa, la vive e la frequenta. Restituirla alla piena fruizione ha significato valorizzare uno degli assi più importanti del centro cittadino per renderlo ancora più piacevole, accessibile e attrattivo. Per festeggiare questo momento abbiamo in programma una festa diffusa, con un ricchissimo calendario di iniziative. Musica, cultura, spettacolo, negozi e musei aperti fino a tarda sera, animazione e attività per tutte le età accompagneranno torinesi e visitatori in un programma pensato per stare insieme e vivere pienamente questo spazio. Una festa che vuole essere anche un invito a vivere Via Roma con uno sguardo nuovo: passeggiando senza fretta, incontrandosi, fermandosi sotto i portici, entrando nei negozi e nelle attività che contribuiscono ogni giorno all’energia e all’attrattività della nostra Torino”.

Santa Marinella (Roma). All’antiquarium di Pyrgi nel castello di Santa Severa apre la mostra “I Colori che ritornano. Un patrimonio ritrovato. Le lastre dipinte etrusche riunite nel loro territorio” che vede riunite in un’unica esposizione le lastre dipinte da Cerveteri oggetto di recenti recuperi da parte dei Carabinieri TPC e della Guardia di Finanza

Sabato 12 settembre 2026, alle 18, al Castello di Santa Severa, negli spazi della Manica Lunga, Antiquarium di Pyrgi, apre la mostra “I Colori che ritornano. Un patrimonio ritrovato. Le lastre dipinte etrusche riunite nel loro territorio” che vede riunite in un’unica esposizione le lastre dipinte da Cerveteri oggetto di recenti recuperi da parte dei Carabinieri TPC e della Guardia di Finanza, testimoni di una particolare corrente pittorica tra il VI ed il V sec. a.C. che ebbe negli artigiani di Cerveteri il suo centro produttivo. Il mondo ideale dell’aristocrazia etrusca di Caere del VI secolo a.C. è racchiuso, tutto, nei preziosi frammenti di terracotta recuperati negli ultimi anni dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e dalla Guardia di Finanza nell’ambito di complesse indagini. Si tratta di uno dei recuperi di opere d’arte più significativi degli ultimi decenni per la quantità e soprattutto per la rarità dei reperti, oltre che per la complessità delle scene figurate rappresentate e della tecnica utilizzata per la loro realizzazione. Quasi contemporaneamente al rientro in Italia e al recupero è stato sottoscritto a Roma, nel 2016, un accordo di cooperazione culturale con la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, che ha comportato la restituzione, dalla Danimarca all’Italia, di reperti consistente, tra gli altri, in una serie di 110 frammenti di lastre dipinte ceretane.

La presentazione al museo Archeologico nazionale di Firenze delle quattro lastre dipinte da Cerveteri con la Guardia di Finanza e il direttore Daniele Maras (foto maf)

Complessivamente il corpus delle lastre qui presentate riunite in un’unica esposizione si data tra 530 e 480 a.C.; l’uso di dipingere su lastre di terracotta, applicate alle pareti degli edifici e affiancate in fregi continui, ha avuto nell’antica Caere, la più filo-ellenica delle città etrusche, una fortuna tutta particolare, collegata all’arrivo di artigiani provenienti dalla Grecia orientale nelle città etrusche a partire dalle fasi iniziali del VI secolo a.C.  La tecnica di produzione di queste lastre fittili era simile a quella di altre terrecotte architettoniche, offrendo però ai decoratori ampie superfici modulari, adatte a ospitare fregi pittorici che a volte si potevano estendere su intere pareti, valicando lo stretto spazio di un’unica lastra. Da un punto di vista spaziale, le lastre erano disposte l’unica accanto all’altra in fregi continui che proseguivano lungo le pareti, a volte con un sistema decorativo unitario che si dipanava su diverse lastre dipinte, altre volte utilizzando i singoli esemplari come quadri indipendenti, ciascuno con proprio soggetto autonomo. Sono stati identificati dipinti a tema mitologico, coreutico-musicale, simposiaco, atletico-sportivo, militare e rituale, come nella contemporanea pittura parietale e vascolare, a testimoniare la varietà e la vivacità della pittura nei luoghi di rappresentanza degli Etruschi.

Per garantire un ottimale svolgimento dell’evento, prenotare a: 0766/570194 (Antiquarium di Pyrgi) https://shorturl.at/5BSNC.