Un libro al giorno. “Archeologia della performance musicale e della danza in Magna Grecia e nella Sicilia greca. Rituali, spazi e contesti” di Angela Bellia che analizza come le attività musicali e coreutiche abbiano plasmato l’identità sociale e religiosa in Magna Grecia e nella Sicilia greca

È uscito per i tipi degli Istituti editoriali e poligrafici internazionali il libro “Archeologia della performance musicale e della danza in Magna Grecia e nella Sicilia greca. Rituali, spazi e contesti” di Angela Bellia. Il libro esplora la pervasività della “song culture” nell’Occidente greco, analizzando come le attività musicali e coreutiche abbiano plasmato l’identità sociale e religiosa in Magna Grecia e nella Sicilia greca. Muovendo dal concetto di archeologia della performance, l’opera indaga l’inscindibile legame tra l’azione rituale e l’evidenza materiale, superando l’approccio puramente iconografico per restituire la dimensione multisensoriale e vissuta del rito. Attraverso l’analisi di strumenti musicali, coroplastica, pitture funerarie e architetture sacre, i contributi raccolti mirano a ricostruire i “sacred soundscapes” e i dancescapes dell’antichità, laddove il suono e il movimento non erano semplici ornamenti, ma elementi co-creatori dello spazio e dell’esperienza sacra e funeraria. Il lavoro affronta la sfida metodologica della “duplice immaterialità” di musica e danza, posizionando la cultura materiale come nucleo dell’indagine per accedere a significati antropologici profondi: dalla costruzione delle identità collettive ai riti di passaggio, fino alle ideologie escatologiche materializzate nei corredi e negli spazi del sepolcro. In questa prospettiva, il libro non solo offre una sintesi aggiornata sui reperti e sui contesti dell’Occidente greco, ma apre a nuove frontiere di ricerca interdisciplinare, integrando l’archeologia dei sensi con l’archeo-acustica e le tecnologie digitali per il recupero del patrimonio sonoro e performativo del passato.
Cabras (Or). Al museo civico Archeologico “Giovanni Marongiu” torna “Metti una sera al museo”: tre visite guidate in notturna accompagnate dal coro giovanile “G.P. da Palestrina”

“Metti una sera al museo” torna con tre appuntamenti speciali. Il museo civico Archeologico “Giovanni Marongiu” di Cabras (Or) propone tre visite guidate in notturna (il 6 e il 20 agosto, e il 2 settembre 2026), accompagnate dalle voci del Coro Giovanile “G.P. da Palestrina” di Cabras. Un’occasione per scoprire il museo e le sue collezioni in un’atmosfera unica e suggestiva. Due turni per ogni serata: 21 e 22.15. Ingresso gratuito. Prenotazione obbligatoria su Eventbrite al link: https://www.eventbrite.it/…/metti-una-sera-al-museo…
Un libro al giorno. “Il vischio e la luna. Una storia del popolo dei Celti” di Giuliana Borghesani

È uscito per i tipi di Dielle Editore il libro “Il vischio e la luna. Una storia del popolo dei Celti” di Giuliana Borghesani. La storia dei Celti spesso è confusa con quello che ancora oggi la tradizione “celtica” dei paesi anglosassoni ci racconta. Questi, invece, sono Celti che sono vissuti nella Pianura Padana. Il druido della teuta sente che si avvicinano tempi bui, ne ha ricevuto segni, lo sente nell’aria. All’inizio teme che si tratti della propria morte, o comunque della morte di qualcuno, ha visto un cervo, il messaggero del dio che trasporta nell’Aldilà le anime, in attesa della rinascita. Perché in questo credono i Celti, non temono la morte, anche quella in battaglia, perché subito ci sarà una rinascita, una reincarnazione. In realtà è l’unico figlio del loro rix, il signore della comunità, che, debole e fragile, non riuscirà a raggiungere l’età adulta. Il ragazzino avrà una sepoltura incredibile, degna non tanto di un bambino, quanto di un principe. E davvero la “tomba del principe” è stata ritrovata a Santa Maria di Zevio presso Verona. Il druido sa il dolore degli uomini e conosce i segnali degli dei, sarà la luna e sarà il vischio a tratteggiare il suo cammino.
Monasterace (RC). Agosto alla scoperta dell’Antica Kaulonia: visite guidate al museo e parco archeologico. Ecco il calendario

Agosto alla scoperta dell’Antica Kaulonia. Nel mese di agosto 2026 il museo e parco archeologico dell’Antica Kaulonia propone alle 18 un ricco calendario di visite guidate con gli archeologi, per conoscere da vicino la storia della colonia greca, i reperti custoditi nel Museo e le testimonianze archeologiche ancora visibili nel Parco. Un’occasione per passeggiare tra le tracce dell’antica città, approfondire la conoscenza dei suoi monumenti e lasciarsi affascinare dai celebri mosaici e dai ritrovamenti emersi lungo la costa di Monasterace. Le visite sono programmate il 5 agosto a cura di Maria Teresa Iannelli; 9 agosto a cura di Bernarda Minniti; 12 agosto a cura di Bernarda Minniti; 15 agosto a cura di Maria Teresa Iannelli; 20 agosto a cura di Lorenzo Chiricò; 21 agosto a cura di Maria Teresa Iannelli; 26 agosto a cura di Maria Teresa Iannelli; 27 agosto a cura di Maria Viscomi; 28 agosto a cura di Giuseppe Hyeraci. Inizio visite alle 18. Punto di ritrovo: ingresso del museo dell’Antica Kaulonia. La visita guidata è gratuita ed è inclusa nel costo del biglietto d’ingresso. Informazioni e prenotazioni: 0964 735154, e-mail: drm-cal.kaulon@cultura.gov.it.
Paestum (Sa). Al parco archeologico “L’alba degli Dei”: apertura straordinaria nelle prime ore del mattino con performance e prima colazione tra i templi
Ci sono momenti in cui la storia si risveglia insieme alla luce del giorno. Il 5 agosto 2026 al parco archeologico di Paestum (Sa) “L’Alba degli Dei”, un’esperienza unica che permette di scoprire il Santuario Meridionale di Paestum nelle prime ore del mattino (dalle 5 alle 8, chiusura biglietteria alle 7.15) e assistere al sorgere del sole tra le colonne del Tempio di Nettuno. Una performance originale tra teatro, danza e narrazione accompagnerà il pubblico in un viaggio tra mito e fondazione della città antica, fino al momento più atteso: la luce dell’alba che accende lentamente uno dei simboli più straordinari della Magna Grecia. L’esperienza è arricchita da una suggestiva performance artistica tra i templi e si conclude con una colazione da gustare in un contesto unico e senza tempo. La partecipazione all’evento “L’Alba degli Dei” non prevede alcuna prenotazione.
Marzabotto (Bo). L’eccezionale scoperta di un pozzo rituale etrusco, con manufatti integri e resti umani, ha chiuso la XXXIX campagna di scavo dell’università di Bologna nella città etrusca di Kainua. Questi preziosi reperti saranno visibili all’interno del nuovo percorso espositivo del MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto. Ecco la relazione tecnica della scoperta

La XXXIX campagna di scavo archeologico condotta dall’università di Bologna nella città etrusca di Kainua (Marzabotto) si è conclusa in questi giorni con l’eccezionale scoperta di un pozzo rituale con manufatti integri e resti umani, reperti che saranno visibili all’interno del percorso espositivo del MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto (Bo), da poco rinnovato. Le indagini, finanziate dalla direzione generale Musei, e dirette dalla prof.ssa Elisabetta Govi dell’università di Bologna – Alma Mater Studiorum, hanno portato alla luce un pozzo rituale dalle caratteristiche uniche, situato presso l’area sacra urbana dedicata alla dea Uni, restituendo reperti di straordinaria fattura in ottimo stato di conservazione.

Il riempimento del pozzo, scavato con la preziosa collaborazione sul campo del G.R.A. (Gruppo Ravennate Archeologico), ha rivelato sul fondo due statuette femminili in bronzo e un rarissimo piatto bronzeo che conservano ancora l’originario colore lucente del metallo. Si tratta di offerte votive deposte durante un solenne rito di fondazione del pozzo, inquadrabile cronologicamente tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. A.C., in concomitanza con la nascita stessa della città di Kainua. Riferibili invece a un atto rituale di chiusura del pozzo sono due scheletri umani di adulti che segnarono la fine dell’utilizzo della struttura. La scoperta dimostra che il pozzo non assolveva solo a una mera funzione di approvvigionamento idrico, ma rivestiva una profonda e complessa valenza sacra e rituale legata alla fondazione stessa della città e al culto dell’acqua.

Il pozzo si colloca nell’area sacra urbana a Kainua. In questo luogo sono stati rinvenuti due imponenti templi monumentali che le iscrizioni etrusche attribuiscono alla coppia divina suprema del pantheon: Tinia (corrispondente a Zeus/Giove greco-romano) e la sua consorte Uni (Hera/Giunone). Nell’area dedicata a Uni è documentato inoltre il culto di Vei (Demetra/Cerere), protettrice della fertilità agraria e umana. Proprio all’interno di questa cornice cultuale si inserisce il ritrovamento, arricchendo di nuovi, preziosi dettagli la conoscenza sulla religiosità e sui riti di fondazione delle città etrusche. Lo scavo – che l’università di Bologna conduce presso il Parco archeologico di Kainua dal 1988 – si basa su un modello di cooperazione virtuoso incentrato sul sostegno reciproco tra istituzioni, realizzato attraverso un finanziamento di 140mila euro da parte della direzione generale Musei del ministero della Cultura, sostenuto dal DiVA – Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale. Il finanziamento si inserisce all’interno dell’accordo quadro sottoscritto nel 2023 tra il MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto e l’università di Bologna che prevede anche l’erogazione di contributi finanziari. Proprio la possibilità di prolungare le regolari attività di scavo (per ulteriori due settimane nel corso del 2026), ha reso possibile il ritrovamento del pozzo.

Questo traguardo corona una collaborazione proficua e consolidata tra la Musei nazionali di Bologna-direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna diretti da Luigi Gallo, il MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto diretto da Denise Tamborrino e l’università di Bologna. Una sinergia virtuosa che unisce in un unico flusso continuo la ricerca scientifica sul campo, la tutela ministeriale e la valorizzazione museale. La portata culturale di questa scoperta trova subito spazio nell’innovativa visione museologica del MNEMA, di cui è stato presentato il nuovo allestimento lo scorso giugno. Recentemente riaperto al pubblico, dopo un profondo intervento e un ripensamento delle sue funzioni e della sua identità, il museo si rivolge al presente, non limitando la sua funzione all’idea di contenitore statico della “collezione storica”. Grazie a questo nuovo concept, il museo è già pronto ad accogliere i nuovi reperti appena rinvenuti negli scavi a Kainua, non appena gli approfondimenti scientifici lo consentiranno. Visitando il museo, il pubblico non assisterà più a un’esposizione immutabile nel tempo, ma potrà ammirare in tempo reale i risultati delle ricerche in corso, stabilendo un contatto diretto e pulsante con lo scavo archeologico.


Scoperta del pozzo rituale della città etrusca di Kainua (Marzabotto): il contesto. Il santuario urbano ospita due monumentali templi, che le iscrizioni etrusche ci rivelano dedicati alla coppia divina più importante: Tinia (il corrispettivo di Zeus/Giove) e la consorte Uni (Hera/Giunone). Nell’area sacra della dea Uni è venerata anche la dea Vei (Demetra/Cerere) che, assieme a Uni protettrice delle nascite e del matrimonio, tutela la fertilità umana e agraria. Nell’ambito di questo orizzonte cultuale, ricostruibile grazie alla eccezionale documentazione epigrafica, all’ottimo stato di conservazione delle strutture murarie di fondazione dei templi e alle tracce di una ritualità soprattutto declinata al femminile, negli ultimi anni di indagini archeologiche non sono mancate le novità significative, come la scoperta delle due terrecotte votive femminili, una testa e un busto riconducibili al culto di divinità femminili, da poco esposte nel Museo, rinnovato nell’allestimento.



Il pozzo. Nel 2026 presso il santuario della dea Uni è stato messo in luce un pozzo, che è stato possibile scavare grazie allo straordinario lavoro del G.R.A., Gruppo Ravennate Archeologico, un’associazione di volontari con una esperienza pluriennale di indagini di pozzi antichi e di reti idriche: la loro grande professionalità e passione ha consentito di svuotare in sicurezza il riempimento della struttura, rivestita con una camicia di ciottoli e profonda 4,40 m, nonostante le difficoltà determinate dalla presenza dell’acqua di falda. Il pozzo ha un diametro della bocca di 0,80 m e un rivestimento che raggiunge lo spessore di 0,80 m, costituito dalla camicia di ciottoli e da uno strato di ghiaia compatta. La struttura approfondendosi si allarga fino a raggiungere la marna, la roccia sedimentaria impermeabile, nella quale è ricavato un pozzetto. Sono ancora visibili le tracce degli strumenti utilizzati dagli Etruschi per scavare la parte più profonda che si allarga fino ad un diametro di 1,76 m. Il modello digitale del pozzo consente di studiarne la struttura. Opera molto impegnativa, il pozzo appena scoperto si aggiunge ai più di 50 pozzi finora noti e scavati nella città di Kainua, che aveva un efficiente sistema di gestione delle acque. Questo pozzo però racconta una storia diversa perché ha una funzione rituale e non solo di approvvigionamento idrico. Più in generale, è uno dei rari casi in cui è possibile ricostruire quasi integralmente il rito di fondazione di un pozzo etrusco. Si tratta quindi di un pozzo sacro, che si colloca alle origini della città.


Il riempimento del pozzo per circa 3,5 m ha restituito una quantità considerevole di sassi e di terra, buttati nella cavità per colmarla. Verso il fondo sono stati rinvenuti due scheletri di individui adulti, che ad una prima analisi condotta dalla Prof.ssa M.G. Belcastro dell’Università di Bologna, possono essere ricondotti ad una donna anziana e ad un uomo giovane. Non è la prima volta che nei pozzi di Marzabotto si rinvengono scheletri umani, che in passato sono stati interpretati come deposizioni della fase di occupazione celtica della città. Questa scoperta, cui sarà dedicato uno specifico progetto di ricerca interdisciplinare che metterà in campo le più avanzate metodologie di indagine scientifica (analisi del radio carbonio (C14), del DNA, isotopiche), consentirà di dare risposte ai molti quesiti sollevati, a partire dalla datazione di questa deposizione che decretò la fine del pozzo e forse anche della città, alla natura forse rituale di questo seppellimento.


Il rito di fondazione. Nello strato più profondo del pozzo, a contatto col pozzetto sono stati recuperati molti oggetti, alcuni forse caduti, altri deliberatamente deposti. Infatti, vi sono le tracce di un rito di fondazione del pozzo. Il pozzo, una struttura che si approfondisce nel terreno per diversi metri, di fatto è un dispositivo che mette in comunicazione l’uomo con le divinità della terra. Due statuette di bronzo di pregevole fattura sono state deposte sul fondo del pozzo. Si tratta di figure femminili abbigliate con tunica e mantello che scende sul petto con due lembi e sulla schiena. Sono fratturate e mancano alcune parti, ma sono eccezionalmente conservate nel colore originario del metallo, perché non hanno subito il processo di ossidazione essendo immerse nell’acqua. Sulla testa il diadema, decorato con un motivo a foglie e onde, fuoriesce dal mantello. Il volto è stato deformato da un colpo accidentale. Il gesto, ricorrente in queste statuette, è quello di tenere con la mano sinistra un lembo della veste (Fig. 10), mentre l’altra è portata in avanti per l’offerta di un fiore o di un frutto. La produzione delle cosiddette Korai, cioè le fanciulle, è ben nota a Marzabotto, grazie a rinvenimenti ottocenteschi e anche degli scavi più recenti. Quelle ora scoperte nel pozzo rientrano nel tipo più raffinato sia per il livello elevato dei dettagli incisi sulla superficie e sia per le dimensioni, che dovevano raggiungere l’una almeno 25 cm, l’altra 20 cm circa. Ragguardevole anche la quantità di metallo utilizzato per realizzarle: più di 1400 gr. per quella più grande e circa 650 gr. per la più piccola. Le statuette sono state realizzate tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C. e probabilmente sono state deposte quando il pozzo “sacro” fu realizzato, cioè nella fase di fondazione della stessa città.

Il rito di fondazione del pozzo, oltre all’offerta di queste raffinate statuette in metallo, ha comportato anche la deposizione di vasi utilizzati durante la cerimonia, per lo più brocche di argilla ma anche un eccezionale piatto di bronzo, anch’esso perfettamente conservato. Si tratta di un rinvenimento rarissimo, che conferma la sacralità del rito dedicato ad una dea, il cui nome è scritto su un frammento di una coppa di bucchero: la dea che per definizione è la fanciulla e la figlia, la Persefone del mondo greco figlia di Demetra, la Cavatha etrusca, figlia di Vei. Questa nuova iscrizione riporta l’attenzione sulla coppia della madre e della figlia, già documentata nel tempio vicino e probabilmente raffigurate nelle terrecotte votive come paradigmi divini della parabola esistenziale della donna. Il riferimento alla dea, che nella mitologia greca è sposa di Ade, sembra inoltre confermare il legame con le profondità della terra e con l’elemento naturale dell’acqua che è fondamento della ritualità etrusca. Possibile offerta è anche l’applique di un vaso di bronzo, decorata con due figurine di cavalli alati, così come una chiave perfettamente conservata.

Il significato di questa scoperta è poi amplificato dalla quantità considerevole di resti vegetali (persino foglie) e animali. Ossi di animali di molte specie, dai mammiferi agli uccelli, sono stati restituiti dallo scavo del pozzo che li ha preservati intatti per secoli. Lo studio di questo materiale consentirà quindi di ricostruire il paesaggio e l’ambiente naturale nel quale il pozzo e la città furono costruiti. La cavità del pozzo fu definitivamente colmata durante la fase di occupazione romana del pianoro di Marzabotto, come dimostra un frammento di anfora romana rinvenuto nel riempimento di terra più alto, presso l’imboccatura. La struttura diviene così uno straordinario palinsesto del sito. La scoperta apre una nuova stagione di ricerche sul santuario urbano di Kainua e sui rituali che accompagnarono la fondazione di una delle città etrusche meglio conservate d’Italia.
Un libro al giorno. “Gerico. La città millenaria” di Lorenzo Nigro: “la più antica città del mondo” nel racconto dell’archeologo che lì ha scavato dal 1997 a oggi

È uscito per i tipi di Hoepli Editore il libro “Gerico. La città millenaria” di Lorenzo Nigro. La storia di Tell el-Sultan, l’antica Gerico in Palestina, “la più antica città del mondo”, attraverso il racconto dell’archeologo che lì ha scavato dal 1997 a oggi. Il libro attraversa diecimila anni di storia urbana e culturale, dalle prime comunità fino all’epoca islamica, raccontando lo sviluppo di un sito che fu centro religioso, economico e politico nel cuore della Mezzaluna fertile. Gerico è il luogo dove per la prima volta gli umani sono diventati agricoltori e allevatori, hanno inventato il mattone, la ruota, la famiglia, il culto per gli antenati e la religione, hanno sperimentato diverse forme di organizzazione sociale e hanno sviluppato un nuovo modello di città, adatto all’ambiente dell’oasi e della valle del Giordano. Attraverso un approccio multidisciplinare, il libro presenta i risultati delle indagini archeologiche condotte dall’Università di Roma “La Sapienza” e dal Ministero del Turismo e delle Antichità palestinese e riassume anche i risultati delle precedenti missioni tedesca e britanniche. Il testo unisce rigore scientifico e narrazione coinvolgente, offrendo un ritratto completo di Gerico come crocevia di civiltà e simbolo di resilienza e adattamento umano. Impreziosiscono il volume immagini e tavole fuori testo inedite e realizzate ad hoc dall’autore.
Aquileia (Ud). Il libro “Il tempo delle viole” di Elena Commessatti e il film “Quello che resta” di Marco d’Agostini chiudono la XVII edizione dell’Aquileia Film Festival, organizzato dalla Fondazione Aquileia

Martedì 4 agosto 2026, alle 21, si chiude la diciassettesima edizione dell’Aquileia Film Festival, organizzato dalla Fondazione Aquileia, con una serata che intreccia letteratura e cinema, raccontando il Friuli attraverso le sue storie, la memoria e le comunità.

Ad aprire l’ultima serata saranno Paolo Mosanghini, condirettore del Messaggero Veneto ed Elena Commessatti, giornalista e scrittrice, autrice di “Aquileia una guida” edito da Odòs,che presenta il suo romanzo Il tempo delle viole, edito da Newton Compton, best seller in Friuli Venezia Giulia. Ambientato tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, tra Udine e le colline friulane, Il tempo delle viole restituisce voce e centralità alle vicende femminili, intrecciando storia locale, trasformazioni sociali e desiderio di emancipazione. È un intenso romanzo corale che racconta la forza dell’amicizia tra donne, sullo sfondo di una terra attraversata dal Tagliamento, il “re dei fiumi alpini”, custode silenzioso di destini, memorie e cambiamenti. Nel suo romanzo Elena Commessatti “racconta l’invisibile”, portando alla luce le storie spesso dimenticate delle donne, le loro relazioni, i desideri di emancipazione e quella trama silenziosa di affetti, sacrifici e memorie che attraversa la storia senza trovare sempre spazio nei racconti ufficiali.

A seguire sarà proiettatoil film “Quello che resta”, documentario conclusivo del Festival diretto da Marco D’Agostini e prodotto da SNAIT Società Cooperativa. Il film accompagna il pubblico in un viaggio attraverso tre comunità del Friuli Venezia Giulia -le Valli del Natisone, la Valcellina e la Carnia – unite da un patrimonio rituale ancora vivo e condiviso. Il film intreccia la preparazione e lo svolgersi di tre ritualità diverse per origine e forma, ma profondamente affini nel loro significato collettivo. Quello che resta nasce dal desiderio di osservare ciò che resiste nel tempo, lontano da ogni forma di nostalgia. I rituali che attraversano il film non sono testimonianze di un passato immobile, ma pratiche vive, continuamente rinnovate da chi le custodisce e le attraversa nel presente. Il regista osserva rituali e tradizioni che non appartengono a un passato immobile, ma continuano a essere vissuti e reinterpretati dalle comunità locali. È proprio questa la dimensione dell’invisibile che il film porta sullo schermo: una memoria condivisa che continua a vivere nel presente, trasformandosi e rinnovandosi di generazione in generazione.






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