Parma. All’auditorium dei Voltoni la conferenza “L’Uomo di Neanderthal e la transizione a Homo Sapiens” con Davide Delpiano (UniFe), quarto appuntamento con le conferenze di Arkheoparma

Giovedì 26 marzo 2026, alle 17, all’Auditorium dei Voltoni del Complesso monumentale della Pilotta a Parma, la conferenza “L’Uomo di Neanderthal e la transizione a Homo Sapiens” con il paleontologo Davide Delpiano dell’università di Ferrara, quarto appuntamento con le conferenze di Arkheoparma dedicate ai molteplici temi dell’archeologia. Un viaggio tra passato e ricerca contemporanea, tenuto da studiosi ed esperti del settore, pensato per avvicinare tutta la cittadinanza alla conoscenza del patrimonio archeologico in modo chiaro, accessibile e coinvolgente. Ingresso gratuito fino ad esaurimento dei posti (100 persone).

 

Negrar di Valpolicella (Vr). A Villa Albertini di Arbizzano la prima del film “Armonia dissonante – le pietre della Valpolicella” di Lorenzo Vanzan. Ne parla il produttore Stefano Zampini

Giovedì 26 marzo 2026, alle 21, nella sala cinema di Villa Albertini ad Arbizzano di Negrar di Valpolicella (Vr), la prima del documentario “Armonia dissonante – le pietre della Valpolicella” (Italia 2025, 86’), prodotto da Stefano Zampini per l’Associazione Culturale Pagus, scritto da Stefano Zampini e Lorenzo Vanzan, diretto da Lorenzo Vanzan, nato da un’idea di Davide Canteri, terzo documentario del progetto “Figli della stessa Terra”. Il documentario, attraverso le interviste a scalpellini, imprenditori, scultori, insegnanti, geologi, racconta delle pietre della Valpolicella: quella che si cava nella zona di Sant’Anna, la cosiddetta Pietra di Prun e quella che si cava a Sant’Ambrogio. Come gli altri episodi il taglio è storico, ma non solo: si parla del presente e del futuro della pietra e della sua lavorazione in Valpolicella.

“Tra gli intervistati – racconta Stefano Zampini – un amico di lunga data, lo scultore Gabriele Gottoli che ci ha fatto conoscere persone interessanti come Anna Ferrari, Anna Trevisani, le quali ci hanno presentato Otello Viviani, Fabio Coltri (Marmi Santa Caterina) , Giuseppe Gandini, Dario Marconi, Domenico Gandini. E grazie a tutti loro abbiamo potuto riprendere nella cava sul Monte Pastello, quella che tutti in Valpolicella vedono ogni giorno là in alto; nelle cave sul Monte Loffa, quelle che qualcuno non vorrebbe più vedere, ma intanto ci sono. Poi abbiamo ripreso nella Basilica di San Zeno, grazie all’associazione Chiese Vive e all’Abate Mons. Giovanni Ballarini; nella Chiesa di San Bernardino; nell’edificio della Scuola del marmo di Sant’Ambrogio e nelle aziende Ganmar e Marmi Santa Caterina, dove abbiamo scoperto chi ha lavorato con Carlo Scarpa alla realizzazione della sede della Banca Popolare di Verona… Un progetto che si nutre delle relazioni costruite in tre anni di lavoro”.

Ferrara. Al museo Archeologico nazionale, con apertura straordinaria serale, seconda lezione-concerto con Alessandro Perpich su “Le Partite e le Sonate per violino di Johann Sebastian Bach”

La musica di Bach risuona al MANFe con apertura straordinaria serale. Giovedì 26 marzo 2026, alle 17, al museo Archeologico nazionale di Ferrara il secondo appuntamento del ciclo di lezioni-concerto nato dalla collaborazione tra la Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi” e il conservatorio “Girolamo Frescobaldi” di Ferrara, un progetto che mette in dialogo teologia e musica. Con Alessandro Perpich al violino protagoniste saranno “Le Partite e le Sonate per violino di Johann Sebastian Bach”, capolavori assoluti in cui spiritualità ed espressività si intrecciano in un dialogo senza tempo. Per l’occasione il Museo resterà aperto fino alle 21 (ultimo ingresso ore 20.30). Concerto incluso nel biglietto di visita del Museo. Intero 6 euro, agevolato 2 euro, gratuità di legge e possessori MyFE Card.

 

Treviso. Al museo di Santa Caterina la conferenza “Culti, immagini e nomi di divinità nel Veneto preromano” con Anna Marinetti e Carla Pirazzini, secondo appuntamento del ciclo di conferenze diffuso in dialogo con la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a Venezia

Giovedì 26 marzo 2026, alle 17, in sala Coletti al museo di Santa Caterina di Treviso, la conferenza “Culti, immagini e nomi di divinità nel Veneto preromano” con Anna Marinetti e Carla Pirazzini, massime esperte di linguistica ed antichità venetiche, secondo appuntamento del ciclo di conferenze diffuso che da marzo a settembre 2026, in dialogo con la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a Palazzo Ducale di Venezia fino al 29 settembre 2026, si terrà nei luoghi coinvolti dal progetto espositivo. ​Gli incontri accompagnano il pubblico lungo una geografia ampia e connessa, toccando Venezia e Adria, fino a Marzabotto, Milano, Ferrara e San Casciano dei Bagni: un’occasione per approfondire temi e contesti della mostra direttamente nei territori, tra musei e siti che ne condividono la trama di ricerche, prestiti e relazioni (vedi Venezia. Con la conferenza “Stranieri e lupi nel santuario del dio Altino” con Chiara Squarcina e Margherita Tirelli a Palazzo Grimani inizia il ciclo di conferenze diffuso in dialogo con la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a Palazzo Ducale. Margherita Tirelli presenta il progetto espositivo | archeologiavocidalpassato). Le due archeologhe parleranno dei culti e della divinità tra onomastica e immagini nel Veneto preromano, illustrando gli aspetti della religiosità nel mondo dei Veneti antichi, quali i caratteri del culto e le divinità, sulla base della documentazione archeologica (reperti, figurazioni) ed epigrafica (iscrizioni votive), anche alla luce di recentissimi rinvenimenti nel territorio trevigiano.

Disco in lamina di bronzo figurato (IV sec. a.C.) con figura femminile riccamente abbigliata attorniata da un cane-lupo e un uccello, proveniente da Montebelluna-Treviso e conservata ai musei civici di Treviso (foto graziano tavan)

I Musei Civici di Treviso figurano tra le istituzioni coinvolte nella mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia ed aperta al pubblico nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre 2026. I Musei Civici di Treviso partecipano a questa grande iniziativa con il prestito di uno dei reperti più iconici della collezione archeologica, il disco figurato con figura femminile ammantata e affiancata da due animali (ambito veneto, IV sec. a.C.) a lamina in bronzo sbalzata e rifinita a cesello, proveniente dal mercato antiquario di Montebelluna e acquistato da Luigi Bailo a inizio ‘900 insieme ad altri quattro analoghi dischi votivi. L’esposizione propone un confronto inedito tra due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti, indagando il ruolo fondativo dell’acqua nel mondo del sacro e nello sviluppo delle società del I millennio a.C. Mari, fiumi, sorgenti e acque termali emergono come luoghi di culto, guarigione, scambio e costruzione dell’identità collettiva.

 

Firenze. Al museo Archeologico nazionale per “I Pomeriggi all’Archeologico” incontro con Caterina Parigi dell’università di Genova su “Le sculture della Galleria di Arazzi e Tessuti antichi nel Palazzo della Crocetta: una storia travagliata”

Al museo Archeologico nazionale di Firenze per “I Pomeriggi dell’Archeologico”, giovedì 26 marzo 2026, alle 17, la conferenza “Le sculture della Galleria di Arazzi e Tessuti antichi nel Palazzo della Crocetta: una storia travagliata” con Caterina Parigi dell’università di Genova. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria scrivendo a: man-fi@cultura.gov.it. Il rinvenimento casuale della dicitura Galleria degli Arazzi” all’interno dell’inventario del 1914 delle Gallerie degli Uffizi, in corrispondenza di un nucleo di 52 sculture, ha dato avvio a una specifica indagine archivistica. L’attività di ricerca è stata finalizzata all’identificazione dei singoli esemplari e alla ricostruzione dei loro passaggi collezionistici e, tra le tappe fondamentali emerse dallo studio, si segnala la permanenza delle opere nella Galleria di Arazzi e Tessuti antichi del Palazzo della Crocetta durante gli ultimi anni dell’Ottocento. L’intervento presenterà l’esito delle ricerche effettuate, ripercorrendo le complesse vicende storiche e conservative che hanno interessato questo gruppo di sculture.

Caterina Parigi (Dafist, UniGe)

Caterina Parigi si è laureata in Archeologia e Storia dell’Arte greca all’università di Firenze con una tesi su “La Tholos e gli edifici del settore sud-occidentale dell’Agora di Atene” e ha poi conseguito il Dottorato di ricerca all’università di Roma Tor Vergata con la tesi “Atene e il sacco di Silla: distruzioni, restauri e ricostruzioni fra l’86 a.C. e il 27 a.C.”. Attualmente è ricercatrice a tempo determinato in Archeologia classica al dipartimento di Antichità, filosofia e storia (DAFIST) dell’università di Genova.

Roma. Alle Terme di Diocleziano presentazione del libro “Le forme del sacro. Il riflesso delle pratiche religiose nell’epigrafia” a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, David Nonnis, Silvia Orlandi, secondo appuntamento del ciclo di conferenze “Il Museo che legge” promosso dal museo nazionale Romano

Mercoledì 25 marzo 2026, alle 17, alle Terme di Diocleziano a Roma, presentazione del libro “Le forme del sacro. Il riflesso delle pratiche religiose nell’epigrafia” a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, David Nonnis, Silvia Orlandi (edizioni Quasar), secondo appuntamento nell’ambito del nuovo ciclo di conferenze “Il Museo che legge” a cura di Antonella Ferraro, Maria Letizia Caldelli e Giulia Cirenei, promosso dal museo nazionale Romano. Introduce Federica Rinaldi, direttrice del museo nazionale Romano. Modera Sara Colantonio. Presentano Giorgio Ferri (Sapienza università di Roma) e Cecilia Ricci (università del Molise). Ingresso libero sino ad esaurimento posti. Prenotazione obbligatoria al link: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/…/il…/.

Copertina del libro “Le forme del sacro. Il riflesso delle pratiche religiose nell’epigrafia” a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, David Nonnis, Silvia Orlandi

Le forme del sacro. Il focus è dedicato alle iscrizioni sacre, come riflesso delle pratiche religiose, con un’attenzione alla specificità dei contesti: studiare la religione significa infatti studiare la pratica religiosa, e cioè soprattutto le iscrizioni sacre, che consentono di intravedere quello che è il nucleo essenziale della religione romana (e non solo): il rituale.  Leges sacrae, commentarii, acta, solo per citare alcune tipologie di testi, offrono una vasta messe di dati a partire dai quali si può tentare di ricostruire la pratica effettiva del culto; accanto al loro valore documentario, inducono a riflettere sulla funzione della scrittura nel contesto cultuale, che può avere anche il ruolo specifico di comunicare e fissare nella memoria, caratteristica della scrittura esposta.

 

Roma. Riaperta al pubblico l’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci (I sec. a.C. – V sec. d.C.), nel quartiere di Spinaceto, dopo i lavori di restauro e valorizzazione del PNRR

L’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci, nel quartiere di Spinaceto a Roma (foto roma capitale)

È di nuovo aperta al pubblico l’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci, nel quartiere di Spinaceto, oggetto di lavori di restauro e valorizzazione curati dalla soprintendenza speciale Abap di Roma e dalla Sovrintendenza Capitolina nell’ambito del programma PNRR – Caput Mundi. La villa – esempio significativo di residenza suburbana il cui arco di vita si estende dalla tarda età repubblicana (I sec. a.C.) alla fine dell’età imperiale (V sec. d.C.) – è visitabile il 25 marzi 2026 nell’ambito degli appuntamenti dedicati ai singoli cittadini. Il settore residenziale della villa si articola in tre parti: un atrio porticato che doveva fungere da ingresso, l’ala di rappresentanza posta subito dietro l’atrio porticato e un impianto termale situato al centro del complesso.

I percorsi attrezzati per il pubblcio nell’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci (foto roma capitale)

La prima fase edilizia (I secolo a.C.) è caratterizzata dalle murature in opus reticulatum, come si osserva nei tramezzi del portico all’ingresso della villa. Seguono le fasi di età imperiale (I-III secolo d.C.), caratterizzate da murature in opus latericium e da pavimenti a mosaico geometrico in tessere bianche e nere. A questo periodo risalgono gli ambienti dell’impianto termale, con vasche rivestite di lastre marmoree, per il bagno in acqua calda (calidarium) e fredda (frigidarium).

Sarcofago dall’area archeologica della villa romana di Tor de’ Cenci a Roma (foto roma capitale)

A nord del settore residenziale si estendeva l’area destinata alle sepolture: ai proprietari della villa era di certo riservato il monumentale edificio funerario di età tardoantica (IV-V secolo d.C.), con murature in opus latericium e in opus listatum. Esso presenta un’aula rettangolare, preceduta da un atrio “a forcipe” (ovvero con due absidi alle estremità) e conclusa da un’abside: una pianta basilicale che ne fa ipotizzare un uso di culto cristiano. Qui furono rinvenuti nel 1933 tre sarcofagi marmorei: uno di essi, ora nel Museo Nazionale Romano, mostra il busto del defunto al centro della fronte. Intorno si estendeva un’area sepolcrale con tombe a fossa, destinata al personale di servizio della villa.

 

Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li)

L’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena presenta il vino in anfora, tra archeologia e produzione, sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

C’è un tipo di vinificazione che viene da lontano e ha radici nella storia antica: è il vino in anfora. E sull’isola d’Elba si tocca con mano questa continuità tra archeologia (con lo scavo della villa di San Marco, divenuta famosa per la cella vinaria) e produzione locale (con vini bianca in anfora). Ma l’Elba è stata anche testimone della sperimentazione del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, amato da Giulio Cesare. Nel viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso isola d’Elba”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), e la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompei (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso Pompei” dove col progetto “Coltivare la storia” si creerà una vera e propria vigna “archeologica” di 6 ettari con produzione di vino grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio. Ne hanno parlato l’ing. Vincenzo Calvanese e l’arch. Claudia Bonanno del parco archeologico di Pompei, e Ilaria Zanardini, project manager di Feudi di San Gregorio | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino. Li hanno illustrati ad archeologiavocidalpassato.com l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li).

“Le indagini nel sito di San Marco sull’isola d’Elba, in località San Giovanni”, spiega Laura Pagliantini (UniSi) ad archeologiavocidalpassato.com, “sono state avviate nel 2012 da parte dell’università di Siena e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno. Gli scavi si sono protratti per otto campagne nel corso delle quali è emersa una villa romana costruita alla fine del II sec. a.C. straordinariamente conservata. La villa era costruita in argilla cruda, perciò un incendio l’ha distrutta. In un certo senso questo incendio l’ha praticamente conservata intatta.

Elaborazione grafica della villa di San Marco sull’isola d’Elba a cura di M.T. Sgromo e C. Mendolia (foto graziano tavan)

La villa era articolata in una serie di stanze al piano inferiore dedicate alla preparazione degli alimenti, alla conservazione delle derrate alimentari, e una serie di stanze invece poste al piano superiore riservate al soggiorno dei proprietari quando venivano sull’isola d’Elba. Si tratta di stanze riccamente affrescate e affacciate verso il mare. Le stanze che sono poste al piano terra gravitavano attorno a quella che noi chiamiamo la cella vinaria, che era una stanza caratterizzata con cinque dolia a fossa interrati che servivano alla conservazione del vino.

Villa romana di San Marco sull’isola d’Elba: cantina con dolia (foto graziano tavan)

Il ritrovamento di questi dolia è stato eccezionale sia perché erano eccezionalmente conservati ma anche perché abbiamo recuperato su alcune pareti dei numerali incisi che ci hanno indicato approssimativamente la capacità contenuta, quindi circa 1600 litri per dolio, ma soprattutto abbiamo recuperato il nome del produttore di questi orci, quindi rivelando una proprietà all’isola d’Elba della gens Valeria.

Villa romana di San Marco sull’isola d’Elba: cantiere aperto al pubblico (foto graziano tavan)

“Quello che abbiamo cercato di raccontare oggi – continua Pagliantini – è che al di là del cantiere, nato come uno scavo universitario destinato alla formazione degli studenti, quello che intendiamo invece a sottolineare è che nel giro di pochi anni questo cantiere si è trasformato in un cantiere aperto al pubblico. Abbiamo fortemente voluto rendere questi scavi aperti alla cittadinanza e la cittadinanza è stata quella che per prima si è proposta anche come finanziatrice degli scavi, attiva, promotrice, e quindi negli anni tutta una serie di associazioni, imprese e imprenditori locali, si sono avvicinati con curiosità e interesse a quello che stavamo facendo.

La fabbrica di orci in terracotta a Impruneta (foto graziano tavan)

“Quindi a partire dal 2013 – sottolinea Pagliantini – abbiamo avuto l’opportunità di stringere una collaborazione con l’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) nella persona di Antonio Arrighi, che già da alcuni anni, tra i primi in Toscana, aveva cominciato ad affinare il vino all’interno di grandi orci di terracotta fabbricati a Impruneta. Quindi il ritrovamento di questi orci nello scavo dell’isola d’Elba, un territorio dove il vino viene fatto da duemila anni, una tradizione fortemente radicata nell’economia e nella struttura del territorio, questo ritrovamento ha fatto sì che questa collaborazione prendesse il via in un dialogo molto proficuo e stimolante, anche in uno scambio reciproco di valore. Noi abbiamo fornito quello che è la cornice storica e quello che avveniva nell’isola d’Elba duemila anni fa, e la vicinanza con Antonio ha permesso a noi archeologi di capire molto meglio quelle che appunto erano le tecniche di vinificazione.

I bianchi Tresse, Hermia e Valerius, vini in anfora, prodotti sull’isola d’Elba (foto graziano tavan)

“Da questa sinergia – conclude Pagliantini – sono nati tre vini in anfora, il Tresse e successivamente l’Hermia e il Valerius, che son dei vini bianchi, fermentati e affinati all’interno delle anfore di terracotta. E questo vino porta il nome dello schiavo e del padrone della villa di San Marco, quindi un voluto richiamo a quella che sono dei nomi emersi dalla terra, dall’archeologia, che hanno un forte legame con il territorio, un forte legame identitario. Questo, secondo noi, è l’esempio emblematico di quello che si può fare tra archeologia e cultura, e una vitivinicultura contemporanea e locale attenta e anche vogliosa di mettersi alla prova”.

“L’idea dell’esperimento del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, il vino degli dei che Giulio Cesaree aveva utilizzato anche in banchetti”, spiega Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro ad archeologiavocidalpassato.com, “è nata ascoltando in un convegno il prof. Attilio Scienza, la cui ricerca appunto era partita per capire perché questo vino aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri vini dell’Egeo. E nell’ascoltarlo ho chiesto se aveva già messo in pratica questa ricerca, mi sono proposto, e così è nato l’esperimento.

Antonio Arrighi presenta l’esperimento del vino marino sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

Siamo nel 2018, in settembre abbiamo immerso le uve del vitigno di uva ansonica a 10 metri di profondità in ceste di vimini. Tutto è nato dal fatto di cercare di fare un vino più naturale possibile senza utilizzare tecnologie. Dopo l’immersione, le uve sono state poste due giorni al sole ad asciugare dall’acqua di mare, quindi si è passati alla spremitura manuale in anfora per 6 mesi. Quindi per 6 mesi l’uva a macerare nelle anfore. È stato interessantissimo perché così il vino non aveva solfiti, non sono stati aggiunti solfiti, non sono stati aggiunti lieviti selezionati, né stabilizzazione, filtrazione: niente di tutto questo. Semplicemente un vino con il sale del mare. Quindi il sale come antisettico, disinfettante. Questo era l’obiettivo, questa era un’idea che poi con l’università di Pisa, le varie analisi, è finita in un convegno. Non avevamo calcolato che negli ultimi duemila anni non lo aveva mai fatto nessuno per cui c’è stato un interesse a livello mondiale. Ora continuiamo a farlo in piccole quantità, ma continuiamo”.

 

 

Napoli. Al museo Archeologico nazionale è partita “l’operazione Parthenope”. Nell’atrio l’artista Francisco Bosoletti ha iniziato l’installazione di “Parthenope” partecipata col pubblico, in dialogo da aprile con la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” con oltre 250 opere dall’VIII sec. a.C. all’epoca contemporanea

L’artista Francisco Bosoletti al lavoro nell’atrio de Mann per l’opera site specific “Parthenope” (foto mann)

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, con l’artista Francisco Bosoletti nell’atri del Mann (foto mann)

Al museo Archeologico nazionale di Napoli è partita “l’operazione Parthenope”. Martedì 24 marzo 2026, alle 11.45, l’artista Francisco Bosoletti, nell’Atrio del MANN, ha iniziato l’installazione di “Parthenope”: fino al 3 aprile 2026, in una dimensione partecipata con il pubblico, Bosoletti lavorerà su 45 mq di tela bianca per costruire la propria visione creativa della Sirena. È un’opera site specific dedicata al tuffo suicida di Partenope, evento generativo della città. L’installazione di Bosoletti dialogherà con “Parthenope. La Sirena e la città”, la grande mostra che, dal 3 aprile al 6 luglio 2026, presenterà al Museo oltre 250 opere dall’VIII sec. a.C. all’epoca contemporanea. Il visitatore andrà alla scoperta delle Sirene e di una sirena in particolare, Parthenope: le opere esposte rappresenteranno un mito che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

Il progetto espositivo conta su più di 250 opere, datate dall’VIII secolo a.C. all’età contemporanea.  Di grande rilevanza e prestigio sono i prestiti concessi da più di quaranta Musei non solo italiani, ma anche europei e americani. La mostra si avvale di un Comitato scientifico multidisciplinare e ha potuto contare sul fattivo coinvolgimento delle Soprintendenze e degli Atenei presenti sul territorio campano. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Partenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. Come spesso accade quando un personaggio o un tema diventa patrimonio comune, però, la sua conoscenza si sfuma e si perde in rivoli e varianti. Il percorso espositivo si propone dunque in primo luogo di fare chiarezza sulla forma delle Sirene e sulla progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri attraversano nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello e poi, nell’Alto Medioevo, a donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

Un articolato apparato multimediale accompagnerà l’esposizione dei materiali, al fine di comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. Ampio spazio sarà dato alla storia dell’abitato di Partenope sul promontorio di Pizzofalcone, con la presentazione di materiali fino ad ora mai esposti, in parte provenienti da collezione privata e in parte restituiti dai recenti scavi per la Metropolitana, che permettono di datare la fondazione del sito all’VIII secolo a.C. e di precisare la rete di scambi commerciali e culturali in cui questo era inserito. La mostra accompagna poi il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova” fondata a poca distanza da Partenope alla fine del VI secolo a.C., e il permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

 

Milano. A Palazzo Moriggia presentazione del progetto di valorizzazione culturale “La Storia di Milano lungo la Linea Blu” con incontri e visite guidate gratuite tra archeologia, tutela del patrimonio e riqualificazione urbana, promosso da M4 S.p.A., Comune di Milano e soprintendenza, in collaborazione con l’università di Milano. Ecco il programma

Nasce “La Storia di Milano lungo la Linea Blu”: incontri e visite guidate gratuite tra archeologia, tutela del patrimonio e riqualificazione urbana. La realizzazione della nuova linea metropolitana M4 di Milano non è stata soltanto una grande opera infrastrutturale, ma anche un’occasione straordinaria per esplorare, documentare e valorizzare la storia della città, strato dopo strato, dalla profondità del sottosuolo fino alla superficie delle sue strade e piazze. Con l’obiettivo di raccontare questo lungo percorso di ricerca, studio e lavoro sul campo nasce “La Storia di Milano lungo la Linea Blu”, un progetto di valorizzazione culturale promosso da M4 S.p.A., Comune di Milano e soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano, in collaborazione con l’università di Milano. L’iniziativa vuole restituire alla cittadinanza il patrimonio di conoscenze, scoperte e trasformazioni urbane emerse durante la realizzazione della Linea Blu, mettendo in luce il valore pubblico di un’opera che ha saputo coniugare mobilità, tutela del patrimonio e riqualificazione dello spazio urbano. Il progetto si articolerà in due momenti: un primo ciclo di incontri aperti al pubblico e, a seguire, una serie di visite guidate nei luoghi più significativi toccati dai lavori. Martedì 24 marzo 2026, alle 15, a Palazzo Moriggia a Milano, presentazione del calendario di incontri e visite guidate aperti alla cittadinanza, dedicati alla scoperta dei beni culturali – archeologici, architettonici e storico-artistici – emersi, tutelati e valorizzati nel corso dei lavori di realizzazione della Linea Blu della metropolitana di Milano. Alla presentazione interverranno i rappresentanti degli enti coinvolti, che racconteranno il lavoro svolto in questi anni e il valore culturale delle scoperte e delle attività di valorizzazione nate grazie alla realizzazione della linea M4. Tutti gli appuntamenti — conferenze e visite guidate — sono gratuiti e aperti alla cittadinanza, con iscrizione attraverso il sito della Soprintendenza:
https://www.architettonicimilano.lombardia.beniculturali.it/category/eventi/.

Ritrovamenti archeologici nel cantiere della Linea Blu della metro di Milano (foto sabap-met-mi)

Il primo dei quattro incontri, aperto ai cittadini e alle cittadine, si svolgerà il 25 marzo 2026, nella sede della Soprintendenza e sarà dedicato alle scoperte archeologiche emerse grazie agli scavi della M4, tra cui strutture monumentali della fortificazione medievale della città e una necropoli frequentata dall’età romana fino a quella medievale nei pressi di Sant’Ambrogio.

Il secondo incontro, in programma il 18 aprile 2026, illustrerà gli approfondimenti antropologici sui resti umani rinvenuti nelle necropoli antiche, affidati al LABANOF – Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’università di Milano. L’appuntamento si terrà nella sede di via Mangiagalli 37 a Milano.

Ritrovamenti archeologici nel cantiere della Linea Blu della metro di Milano (foto sabap-met-mi)

Il 13 maggio 2026 si terrà il terzo incontro, alla Soprintendenza di Milano, dedicato all’attento lavoro di salvaguardia messo in campo durante i lavori per proteggere e valorizzare il patrimonio monumentale incontrato lungo il percorso della M4 in città: le basiliche di San Nazaro, San Lorenzo, Sant’Ambrogio e San Vittore al Corpo, la Ca’ Granda, oltre ad alcuni elementi storici dello spazio pubblico milanese, come la colonna del Verziere e il busto di Cesare Correnti.

L’ultimo appuntamento, in calendario a settembre, sarà invece dedicato ai progetti di sistemazione superficiale, con un focus sulle scelte architettoniche e materiche che hanno ridisegnato strade, piazze e spazi pubblici nel segno della qualità urbana e della sostenibilità.

Ritrovamenti archeologici nel cantiere della Linea Blu della metro di Milano (foto sabap-met-mi)

A questo ciclo di incontri si affiancheranno, da maggio a ottobre, visite guidate gratuite condotte da esperti di archeologia, architettura e storia dell’arte, che accompagneranno i cittadini nei luoghi storicamente e archeologicamente più rilevanti lungo il tracciato della M4. Ogni tappa racconterà una stazione e la storia che la circonda. Si partirà il 21 maggio 2026 con la stazione di Sant’Ambrogio, con la visita ai resti dell’argine monumentale del Fossato medievale, emerso durante i lavori e oggi musealizzato nel corridoio di collegamento tra M4 e M2, oltre alla nuova uscita della stazione verso la basilica, che ha consentito la riqualificazione dello spazio già esistente intorno alla Pusterla di Sant’Ambrogio. A giugno sarà la volta della stazione De Amicis, dove sono stati rinvenuti tratti degli argini del fossato collegati alla Pusterla dei Fabbri, oggi conservati nella stazione, e i resti di una torre medievale, recuperata ed esposta nel nuovo Parco dell’Anfiteatro. All’esterno della stazione è stato inoltre restaurato e ricollocato nel paesaggio urbano rinnovato il busto di Cesare Correnti. Le tappe successive, tra giugno e ottobre, interesseranno la Basilica di San Vittore al Corpo, la stazione Vetra e la Basilica di San Lorenzo, l’area di piazza San Babila, il tratto compreso tra la stazione Sforza-Policlinico e la Ca’ Granda, fino a concludersi a San Cristoforo, percorrendo la nuova passerella ciclopedonale.

Alessandro Lamberti, presidente M4

“La M4 è nata per migliorare in modo concreto la vita quotidiana delle persone, rendendo Milano più accessibile, sostenibile e connessa”, spiega Alessandro Lamberti, presidente M4. “Lungo il tracciato della Linea Blu, insieme al Comune di Milano, alla Soprintendenza e all’Università, abbiamo avuto anche l’opportunità di contribuire a restituire alla città un patrimonio prezioso di conoscenze, luoghi e memorie. Questa iniziativa racconta il senso più profondo di una grande infrastruttura pubblica: non solo mobilità efficiente, ma anche tutela del patrimonio, qualità urbana e nuove occasioni di partecipazione e conoscenza per i cittadini. È questo il contributo che M4 vuole lasciare a Milano: un’opera utile ogni giorno e capace di generare valore duraturo per la comunità”.

Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano

“La Soprintendenza – ricorda Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano – ha seguito la realizzazione della nuova linea metropolitana milanese per diversi ambiti di competenza, sia quello archeologico sia quello architettonico-paesaggistico. Dopo l’esperienza di tanti anni è doveroso raccontare alla comunità il percorso condiviso con i principali attori dell’opera e valorizzare i risultati culturali di questa avventura”.

Marina Brambilla, rettrice dell’università di Milano

“La partecipazione del LABANOF al progetto La storia di Milano lungo la Linea Blu – interviene Marina Brambilla, rettrice dell’università di Milano – rappresenta un elemento strategico per la piena valorizzazione scientifica e culturale degli scavi della M4, grazie alle competenze consolidate del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della Statale che, esaminando i resti umani attraverso gli strumenti della medicina e dell’antropologia, hanno restituito testimonianze capaci di modificare profondamente la narrazione della storia di Milano lungo un arco di circa duemila anni. Ma il lavoro che la Statale ha condotto va oltre la ricerca: i reperti confluiscono nella sua Collezione Antropologica, arricchendo un patrimonio unico che supporta studio e formazione, e sono accessibili al pubblico grazie alla loro esposizione al MUSA – il Museo Universitario delle Scienze Antropologiche, Mediche e Forensi per i Diritti Umani, favorendo una riflessione condivisa sul loro valore umano, storico e sociale”.