Torino. Al museo Egizio, per Salone OFF 2026, presentazione del libro “Platone. Una storia d’amore” di Matteo Nucci (Feltrinelli Editore) con Christian Greco, direttore del museo Egizio

Giovedì 14 maggio 2026, alle 18, in sala conferenze del museo Egizio di Torino (ingresso da via Maria Vittoria 3M), presentazione del libro “Platone. Una storia d’amore” di Matteo Nucci (Feltrinelli Editore) nell’ambito del programma del Salone OFF 2026. Matteo Nucci, scrittore e studioso del mondo antico, autore di saggi e romanzi in cui i classici sono riletti con uno sguardo contemporaneo, converserà con Christian Greco, direttore del museo Egizio. Un racconto che intreccia filosofia e narrazione per fare emergere il pensiero di Platone attraverso il tema dell’amore, inteso come forza centrale della sua riflessione e come chiave per comprendere il rapporto tra desiderio, conoscenza e verità. Il dibattito con l’autore sarà aperto dagli studenti e dalle studentesse del Collegio Universitario Einaudi di Torino che, tramite Matteo Nucci, sottoporranno al celebre filosofo greco alcune “domande impossibili”, mettendo alla prova l’atemporalità delle sue teorie di fronte a questioni di attualità. Durante la presentazione, ampio spazio sarà dedicato anche al dialogo con il pubblico. L’evento è gratuito con prenotazione obbligatoria al link https://www.eventbrite.it/…/platone-una-storia-damore….

Copertina del libro “Platone. Una storia d’amore” di Matteo Nucci

Platone. Una storia d’amore. È un mattino d’estate del 415 a.C. e su un masso che sporge sopra il porto del Pireo sono appollaiati quattro ragazzini. Il canto delle cicale copre il brusio della folla. C’è aria di festa, ma la guerra incombe, e i quattro tacciono, assorti. Tra loro c’è un dodicenne dallo sguardo febbrile. Si chiama Aristocle e, cinque anni più tardi, per via delle ampie spalle, prenderà un nome destinato all’eternità: Platone. Accanto a lui, in quel mattino decisivo, l’uomo che ne racconta la storia. Questa storia. Una storia d’amore. È un romanzo di verità, quello che avete in mano. Un romanzo che per la prima volta ripercorre la vita del più grande filosofo di sempre. Bambino timido e facile all’ira, all’inizio. Sofferente per la morte prematura del padre, dominato da una madre onnipresente, e accudito da una sorella che lo accompagna nel mondo senza darlo a vedere, il ragazzo scruta le vicende del suo tempo con occhi onnivori e assiste attonito alla sconfitta di Atene contro Sparta. Gli zii lo invitano a partecipare a un’operazione politica sanguinaria, ma resiste. Ha conosciuto Socrate, infatti, l’uomo più strano di Atene, e con lui si consegna alla filosofia. La filosofia però non basta, Socrate viene condannato a morte. Platone allora parte verso Cirene e l’Egitto per trovare la sua strada. Sarà una strada retta e tortuosa assieme. Ciò che la segna, tuttavia, è l’eros, l’amore sensuale vissuto con ragazzi lascivi e uomini dalla mente brillante, e l’amore totalizzante, la passione sublime, il motore più potente dell’animo umano. Con il suo stile inconfondibile, Matteo Nucci ci regala un romanzo fuori dal tempo, frutto di anni di studio e di sana ossessione, con cui riesce a farci superare di nuovo la linea d’ombra della letteratura, rendendo la nostra esperienza di lettori un capitolo di vita epico, erotico, illuminante. Scopriamo in Platone un uomo sempre in lotta per realizzare giustizia e felicità, un “atleta dell’anima”. Seguendone dolori, fallimenti e amori, alla fine di questa lettura travolgente, ci ritroveremo diversi: cambiati nel profondo da uno scrittore filosofico capace di sfidare ogni luogo comune pur di dare a noi la possibilità di rimettere sempre in gioco il nostro modo di vivere il tempo che ci è concesso.

Paestum. Al via “Nel cuore del restauro. Visite ai cantieri”: ogni giovedì i parchi aprono eccezionalmente al pubblico i cantieri di restauro, offrendo la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei restauratori

Cosa significa davvero prendersi cura di un patrimonio che attraversa i millenni? Ai parchi archeologici di Paestum e Velia la tutela non è qualcosa che accade dietro le quinte. È un lavoro quotidiano, fatto di studio, attenzione, esperienza e gesti pazienti che permettono ai luoghi della storia di continuare a vivere nel presente. Per questo motivo i parchi, insieme al team di manutenzione programmata di ALES S.p.A., aprono eccezionalmente al pubblico i cantieri di restauro, offrendo la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei restauratori e di entrare in contatto con una dimensione del patrimonio culturale che raramente è visibile ai visitatori. Al via “Nel cuore del restauro. Visite ai cantieri” a Paestum, ogni giovedì alle 11, a partire dal 14 maggio 2026. Costo della visita 2 euro (dai sei anni in su), in aggiunta al regolare biglietto d’ingresso o all’abbonamento. Il biglietto per la visita ai cantieri può essere acquistato direttamente presso le biglietterie dei Parchi archeologici di Paestum e Velia oppure online sul sito di Vivaticket al seguente link. Le visite non sono su prenotazione, ma la capienza massima è di 30 persone. Punto di incontro sarà la biglietteria del museo Archeologico nazionale di Paestum. Per informazioni scrivere a pa-paeve.promozione@cultura.gov.it. Non una semplice visita guidata. Ma un’esperienza immersiva nel “Dietro le quinte” dell’archeologia e della conservazione. Un’occasione per vedere il patrimonio nel suo momento più fragile e, forse proprio per questo, più autentico.

Tra i cantieri visitabili vi è quello dedicato al restauro di un prezioso pavimento mosaicato in opus signinum ornato con tessere bianche che disegnano raffinati cerchi intrecciati, situato nel quartiere abitativo romano di Paestum, all’interno dell’isolato In (N-2). Ci troviamo in uno spazio straordinario non solo per il livello di conservazione degli apparati decorativi, ma anche per la sua storia: un ambiente che probabilmente univa funzione abitativa e attività artigianale, testimonianza concreta della vita quotidiana nella Paestum romana. La sala interessata dal restauro, identificata come ambiente S.V.6, sembrerebbe essere stata destinata all’accoglienza e al ricevimento degli ospiti. Ancora oggi conserva dettagli decorativi di grande fascino: lastre in calcare rosato, una soglia in cocciopesto decorata con tessere bianche disposte a “zampe di gallina” e bordature nere che incorniciano l’ingresso dell’ambiente. Durante la visita sarà possibile osservare i restauratori mentre eseguono dal vivo le principali operazioni conservative: dalla rimozione dei depositi superficiali alla disinfezione biologica, fino alla pulitura manuale e alle delicate stuccature realizzate con materiali compatibili con quelli originali. 

Accanto a questo intervento, i visitatori potranno scoprire anche il cantiere di restauro dell’Anfiteatro di Paestum, uno dei luoghi più suggestivi e meno conosciuti dell’area archeologica. L’Anfiteatro, oggi visibile solo nella sua metà occidentale a causa del taglio operato dalla strada moderna costruita in epoca borbonica, racconta due diverse fasi costruttive dell’edificio: quella più antica in blocchi di travertino e quella successiva, realizzata nel I secolo d.C., caratterizzata dalla presenza di pilastri in laterizio e grandi pavimentazioni in bipedali, gli antichi mattoni quadrati romani. Qui il lavoro di restauro assume quasi il ritmo di un’opera di ricostruzione paziente: le pavimentazioni, compromesse dal tempo, dalla vegetazione infestante e dal degrado, vengono smontate, pulite, consolidate e ricollocate una ad una nella loro posizione originaria. Durante il percorso i partecipanti potranno assistere direttamente alle operazioni di restauro della pavimentazione in laterizio dell’Anfiteatro, osservando tecniche, strumenti e materiali utilizzati dagli addetti ai lavori per garantire il rispetto delle caratteristiche storiche e materiche dell’antico monumento. 

Partecipare a queste visite significa entrare in una dimensione normalmente invisibile. Significa comprendere che il patrimonio culturale non è qualcosa di immobile o distante, ma un organismo vivo, che necessita di cura costante, competenze specialistiche e attenzione continua. Ogni superficie pulita, ogni frammento ricollocato, ogni tessera recuperata racconta infatti un gesto di responsabilità verso il passato, ma soprattutto verso il futuro. Perché conservare un sito archeologico non vuol dire soltanto proteggere delle rovine. Vuol dire custodire storie, identità, memoria collettiva ed emozioni che appartengono a tutti noi. E poter assistere da vicino a questo lavoro significa vivere Paestum in un modo completamente nuovo: non soltanto come visitatori, ma come partecipi di un processo di tutela che continua ogni giorno, davanti ai nostri occhi.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la conferenza “Il Rinascimento ritrovato. Il cantiere di restauro di Villa Giulia” con Luana Toniolo e Miriam Lamonaca, secondo appuntamento con il ciclo di conferenze “Costruire il futuro: i restauri di Villa Giulia”

Giovedì 14 maggio 2026, alle 17, in sala Fortuna del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la conferenza “Il Rinascimento ritrovato. Il cantiere di restauro di Villa Giulia” con Luana Toniolo, direttrice del Museo, e Miriam Lamonaca, restauratrice e direttore dei lavori, che per il secondo appuntamento con il ciclo di conferenze “Costruire il futuro: i restauri di Villa Giulia” a cura della direttrice Luana Toniolo, portano i partecipanti nel cuore dei restauri di Villa Giulia. La facciata rinascimentale è oggi al centro di un intervento delicato e affascinante: tra puliture, rimozione di vecchie stuccature e recupero dei materiali originari, la superficie torna a respirare, ritrovando equilibrio e autenticità. Dettagli dimenticati riaffiorano, raccontando nuove storie e restituendo al pubblico una bellezza che il tempo aveva nascosto. Questo cantiere è solo l’inizio di una trasformazione più ampia: il Museo si prepara a diventare un rinnovato polo culturale, aperto a nuove visioni e prospettive nel cuore di Roma. Ingresso gratuito. Prenotazione all’indirizzo mail: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it.

Padova. Al Complesso Beato Pellegrino presentazione del gioco da tavolo “Venezia da salvare”, una specie di Monopoli per riflettere sulla sua condizione attuale e per immaginarne possibili scenari futuri

In occasione del Festival dello Sviluppo sostenibile il gruppo di ricerca ERC VeNiss del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova presenta il gioco da tavolo “Venezia da salvare”, realizzato in collaborazione con il Laboratorio DARWIN dell’università di Firenze. Appuntamento mercoledì 13 maggio 2026, alle 17.30, nell’aula 14 del Complesso Beato Pellegrino, in via Beato Pellegrino 28 a Padova. Ispirato alla struttura del celebre Monopoli, “Venezia da salvare” sposta la sua ambientazione nella laguna veneziana per riflettere sulla sua condizione attuale e per immaginarne possibili scenari futuri. Programma. Ludovica Galeazzo, Martina Massaro, Federico Panarotto (università di Padova, DBC) presentano il progetto di ricerca “Venice’s Nissology. Reframing the Lagoon City as an Archipelago”; Gianlorenzo Dellabartola (università di Firenze, DIDA) “Dalla cartografia storica al game design: alla riscoperta delle isole della laguna veneziana”. Seguirà una dimostrazione pratica del gioco con una serie di partite. Per partecipare è richiesta la registrazione: https://www.eventbrite.com/…/venezia-da-salvare-un…

Nella tradizione storica, Venezia è una città senza mura né porte, e quindi priva di sobborghi. VeNiss ribalta questo stereotipo esaminando i modelli urbani, politici e culturali che collegano la capitale al suo arcipelago lagunare attraverso una mappa 3D interattiva sul web, pensata sia per i ricercatori che per il grande pubblico. Si tratta di un’infrastruttura semantica geospaziale che, come una sorta di Google Maps storico, permette un viaggio nel tempo e nello spazio per scoprire e visualizzare le storie stratificate delle oltre sessanta isole “domestiche” di Venezia, che ne costituiscono il dettagliato entroterra.

VeNiss racconta una storia lunga mezzo millennio, che inizia nel Cinquecento, il momento storico che segnò l’emergere di una coscienza critica riguardo allo status arcipelagico della città. A partire dal XVI secolo, la Repubblica di Venezia incluse deliberatamente i suoi numerosi insediamenti lagunari in una più ampia visione territoriale, trasformandoli in luoghi cruciali per l’approvvigionamento alimentare, la difesa, la sanità e i rituali civici della città. Gli intrecci culturali talvolta aggiravano la città, poiché nuove soluzioni artistiche e architettoniche lagunari si diffondevano nella penisola italiana grazie all’azione delle comunità religiose. Atlanti e libri sulle isole pubblicati a Venezia e in città contribuirono a consolidare il pensiero arcipelagico della città in un quadro coerente.

Consentendo agli utenti di navigare nella laguna storica digitale, la piattaforma di ricerca riporta in vita le isole, un tempo densamente popolate, sia nel loro aspetto fisico che nella loro organizzazione sociale. Attraverso modelli digitali interoperabili in 2D e 3D, intrecciati con informazioni storiche pertinenti, l’infrastruttura online aiuta a indagare, interpretare e rappresentare le dinamiche di lunga data dei rapporti centro-periferia di Venezia, fondendo le dimensioni fisiche e funzionali e mostrandole come un flusso continuo. Riconfigurando la laguna come una “periferia urbana” su larga scala, questo progetto rivaluta l’arcipelago veneziano come tessuto connettivo fondamentale delle pratiche politiche, socio-economiche e culturali della città.

Venosa (Pz). Al museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” di Venosa (Pz), seminario pubblico “Matera, Melfi, Bradanica: paesaggi, archeologie, reti di conoscenza” nell’ambito del progetto “Grand Tour Diversions. Redesigning Tourism Flows towards Sustainable Cultural Itineraries”

Il 13 maggio 2026, alle 15.30, nella sala conferenze del museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” di Venosa (Pz), seminario pubblico “Matera, Melfi, Bradanica: paesaggi, archeologie, reti di conoscenza”, dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione di nuovi itinerari culturali lungo l’asse bradanico tra Matera, Venosa e Melfi, nell’ambito del Progetto di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) “Grand Tour Diversions. Redesigning Tourism Flows towards Sustainable Cultural Itineraries”, una ricerca biennale finanziata dal ministero dell’università e della Ricerca e sviluppata da cinque unità di ricerca appartenenti a università italiane: Sapienza università di Roma (capofila), IUAV Venezia, università di Ferrara, università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e università di Camerino. Programma del seminario. Alle 15.30, saluti istituzionali: Tommaso Serafini, direttore dei musei e parchi archeologici di Melfi e Venosa; Francesco Mollica, sindaco di Venosa; Giuseppe Maglione, sindaco di Melfi; Giuseppe Mecca, sindaco di Avigliano; Giuseppe Candela, sindaco di Irsina; 16, introduzione: Fabrizio Toppetti, Ettore Vadini, Ludovico Romagni, Marino Borrelli su “Grand Tour Diversions. Matera, Melfi, Bradanica”; 16.30, interventi: Tommaso Serafini (musei e parchi archeologici di Melfi e Venosa) su “Castelli, musei e parchi archeologici nazionali del Vulture: strategie e percorsi di valorizzazione”; Antonio Bixio (università della Basilicata) “Borghi rurali lucani in divenire”; Antonio Elettrico (fondazione Matera Basilicata 2019) su “Infrastrutture culturali e narrazione: la creazione di itinerari medievali nelle aree interne lucane”; 17.30, tavola rotonda: dialogo tra i partecipanti e chiusura seminario.

Promossa dalle Unità di Ricerca e dai Laboratori di Pre-Laurea coordinati dal prof. Ettore Vadini e dal prof. Ludovico Romagni della Scuola di Architettura e Design dell’università di Camerino, in collaborazione con l’istituto autonomo Musei e Parchi archeologici di Melfi e Venosa, l’iniziativa prevede un articolato programma di visite studio nei luoghi-patrimonio dell’Alto Bradano e un seminario pubblico conclusivo. Saranno coinvolti trenta studenti laureandi del corso di laurea in Scienze dell’Architettura della SAAD di Ascoli Piceno, accompagnati da docenti, ricercatori, tutor e guide. Il gruppo sarà impegnato nell’esplorazione di significativi patrimoni della modernità e dell’antichità tra Matera e Melfi, tra cui borghi della Riforma, castelli medievali, centri storici e siti archeologici.

L’obiettivo del progetto è indagare le condizioni di sfruttamento turistico di alcuni luoghi-simbolo del territorio italiano e, parallelamente, individuare nuove opportunità di sviluppo per contesti limitrofi ad alto potenziale. I casi studio includono Venezia e la Riviera del Brenta fino ai Colli Euganei, Roma e la costa nord da Fiumicino a Civitavecchia, Pescara e la costa dei Trabocchi con i parchi dell’Appennino centrale, e Matera con l’area interna bradanica verso il Vulture Melfese. In un contesto segnato dalle criticità dell’overtourism, il progetto intende promuovere un approccio multidisciplinare capace di valorizzare la diversità dei territori e di superare i limiti della monocultura turistica. Attraverso la costruzione di un solido quadro conoscitivo e lo sviluppo di progetti sperimentali a diverse scale, “Grand Tour Diversions” mira a delineare nuove funzioni e forme a supporto di itinerari culturali sostenibili.

Milano. Alla Fondazione Luigi Rovati apre la mostra “Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso” a cura di Salvatore Settis che intreccia archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine. Per la prima volta esposta la fronte di un sarcofago romano (collezione Brenta-Torno) con i due rilievi laterali (museo Archeologico nazionale di Firenze)

Il 13 maggio 2026 alla Fondazione Luigi Rovati di Milano apre “Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso”, una mostra a cura di Salvatore Settis che intreccia archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine. Il cuore della mostra è un gesto: quello della disperazione, con le braccia protese all’indietro. Un’immagine che nasce in età romana, scompare per oltre un millennio e riemerge nel XIII secolo, arrivando fino alla modernità. Per la prima volta esposta al pubblico la straordinaria fronte di un sarcofago romano (170-180 d.C.) della collezione Brenta-Torno, un racconto scolpito che attraversa la caccia al cinghiale di Calidone, il conflitto familiare e la tragica morte di Meleagro. Nella mostra sono esposti anche i due rilievi laterali originali, oggi conservati al museo Archeologico nazionale di Firenze, proponendone per la prima volta il confronto diretto con la fronte principale. Questa ricomposizione consente di verificare l’unità originaria del monumento e di comprenderne appieno la costruzione narrativa. Un ulteriore elemento di rilievo è lo studio dell’iscrizione del XIII secolo, che attesta il riutilizzo medievale del sarcofago e ne consente una più precisa contestualizzazione storica.

Dettaglio del fronte del sarcofago col mito di Meleagro con “il gesto” della disperazione (foto daniele portanome)

Accanto alla dimensione archeologica, la mostra sviluppa una riflessione sulla “biografia” di un gesto: una figura, generalmente femminile, che irrompe nella scena con le braccia protese all’indietro, espressione codificata di disperazione. Nato in età romana e attestato in un vaso d’argento da Pompei, esposto in mostra e proveniente dal museo Archeologico nazionale di Napoli, questo gesto scompare per oltre un millennio, per riemergere improvvisamente nel XIII secolo. La sua ricomparsa è documentata in opere fondamentali della storia dell’arte, dalla Strage degli Innocenti di Nicola Pisano alla Lamentazione di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, fino alle reinterpretazioni moderne, tra cui Guernica di Pablo Picasso, documentata in mostra attraverso una selezione di disegni preparatori e il manifesto della storica esposizione milanese del 1953 a Palazzo Reale. Nel percorso, infine, un riferimento al pensiero di Aby Warburg, che individuò in questo gesto un caso emblematico di trasmissione delle forme espressive dell’antico, sintetizzato nel concetto di Pathosformel. Pur concentrandosi su un riuso più tardo, in un monumento funebre (ca. 1485) attribuito a Giuliano da Sangallo per la Cappella Sassetti in Santa Trinita a Firenze, Warburg fu tra i primi a riconoscere nella figura dolente dei sarcofagi di Meleagro una fonte decisiva per la riattivazione di questo stesso gesto dopo un lungo oblio. Questo passaggio è rappresentato in mostra nelle tre tavole del Bilderatlas Mnemosyne, nella più recente ricostruzione di Axel Heil e Roberto Ohrt. La mostra “Storia di un gesto” propone dunque un’indagine che unisce archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine, offrendo al pubblico una prospettiva inedita sulla continuità e trasformazione dei linguaggi figurativi dall’antichità al contemporaneo.

La ricompisizione del fronte e dei due rilievi laterali del sarcofago col mito di Meleagro nella mostra “Storia di un gesto” alla Fondazione Luigi Rovati (foto daniele portanome)

Il restauro conservativo dei tre rilievi con il mito di Meleagro, originariamente parte di un unico sarcofago romano e oggi divisi tra la collezione Brenta-Torno e il museo Archeologico nazionale di Firenze, ha restituito leggibilità e unità visiva al monumento dopo secoli di vicende conservative differenziate. L’intervento, a cura dello studio Anna Lucchini e di Francesca Siena e frutto di approfondite indagini storico-scientifiche e di una pulitura selettiva delle superfici, ha consentito di recuperare l’integrità materica delle opere e di far riemergere dettagli iconografici e tecnici finora compromessi dal degrado e da restauri precedenti. Un’operazione che rappresenta anche un importante momento di studio, capace di ricostruire nuove pagine della storia del sarcofago e dei suoi riusi nel tempo.

La Coppa con Semele Morente in prestito dal museo Archeologico nazionale di Napoli (foto daniele portanome)

La mostra è stata l’occasione anche per un intervento di restauro per la Coppa con Semele Morente in prestito dal museo Archeologico nazionale di Napoli. L’intervento, a cura di Artes, ha restituito piena leggibilità al manufatto, rimuovendo le sostanze degradate e stabilizzando le fratture. L’opera è stata consolidata e protetta con materiali reversibili, assicurando il mantenimento del suo stato di conservazione ottimale.

Torino. Al museo Egizio, per Salone OFF 2026, presentazione del libro “Micenei e Ittiti. Due imperi a confronto” di Louis Godart e Stefano De Martino (Giulio Einaudi Editore) con Federico Zaina (museo Egizio)

Mercoledì 13 maggio 2026, alle 18, in sala conferenze del museo Egizio di Torino (ingresso da via Maria Vittoria 3M), presentazione del libro “Micenei e Ittiti. Due imperi a confronto” di Louis Godart e Stefano De Martino (Giulio Einaudi Editore) nell’ambito del programma del Salone OFF 2026. Con Stefano De Martino converserà Federico Zaina (museo Egizio). Il libro mette a confronto due grandi civiltà del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente nella tarda età del Bronzo, analizzandone assetti politici, strutture amministrative, relazioni diplomatiche e dinamiche di conflitto. Un quadro sintetico ma aggiornato per comprendere analogie e differenze tra il mondo miceneo e quello ittita. Durante la presentazione, ampio spazio sarà dedicato anche al dialogo con il pubblico. L’evento è gratuito con prenotazione obbligatoria al link https://www.eventbrite.it/…/micenei-e-ittiti-tickets…

Copertina del libro “Micenei e Ittiti. Due imperi a confronto” di Louis Godart e Stefano De Martino

Micenei e Ittiti. Due imperi a confronto. Durante la seconda metà del II millennio a.C. due grandi realtà politicamente e geograficamente distinte segnarono la storia della Grecia, dell’Egeo e dell’Anatolia: l’Impero miceneo e l’Impero ittita. Micenei e Ittiti fanno parte della vasta gamma dei popoli indo-europei. I Micenei occuparono il Sud della penisola balcanica alla fine del III millennio a.C. Nel XVII secolo a.C., a contatto con la brillante civiltà minoica, ne impararono le arti e la scrittura prima di imporsi ai loro maestri e di conquistare l’isola di Creta nel 1450 a.C. Gli Ittiti, approdati in Anatolia a loro volta nel III millennio a.C., ebbero con le comunità hattiche locali un rapporto di forte interazione che può essere paragonato a quello riscontrabile fra la cultura minoica e quella micenea. Per la prima volta un volume propone un’analisi delle due società, quella micenea e quella ittita, dal momento della nascita dei due stati a quello che vide i due imperi confrontarsi per il controllo di alcune città anatoliche, tra cui Mileto e probabilmente Troia, per arrivare alla crisi che, alla fine del XIII secolo a.C., portò alla loro dissoluzione.

Napoli. Nell’atrio del museo Archeologico nazionale presentazione dell’allestimento “L’eco di Artemide”, frutto della collaborazione tra il Mann e il Museo e Real Bosco di Capodimonte

Mercoledì 13 maggio 2026, alle 11.30, nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli, sarà inaugurato l’allestimento “L’eco di Artemide”, frutto della collaborazione tra il Mann e il Museo e Real Bosco di Capodimonte. L’esposizione, che sarà visibile sino all’8 giugno 2026, mette in dialogo la statua dell’Artemide Efesia con un biscuit appena acquisito da Capodimonte. Interverranno Francesco Sirano (direttore del Mann) e Eike Schmidt (direttore di Capodimonte).

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia l’incontro “Beppe Sebaste. Seppe ebbe sta. Liberi ricordi”, dedicato alla memoria di Beppe Sebaste, poeta scrittore e giornalista

Martedì 12 maggio 2026, alle 17, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia “Beppe Sebaste. Seppe ebbe sta. Liberi ricordi”, evento dedicato alla memoria di Beppe Sebaste. Poeta, scrittore e giornalista scomparso il 6 aprile scorso. Occasione imperdibile per conoscerlo attraverso le parole delle persone con cui ha condiviso arte e vita che, nel suo caso, spesso coincidevano. Interverranno Stefano Crocelli, Paolo Parisi Presicce, Emanuele Trevi, Andrea Cortellessa, Elena Stancanelli, Paolo di Paolo, Claudio Damiani, Luca Succhiarelli, Rossella Or, Giancarlo de Cataldo, Stefano Catucci, Silvia Bordini, Sergio Zuccaro, Pierre Sebaste. L’evento è ad ingresso gratuito su prenotazione all’indirizzo mail festadellaletturaroma@gmail.com

Roma. Per le “Passeggiate romane” alle Mura Aureliane visita guidata al “Bastione Ardeatino tra storia e campagna romana” con Gianfranco Manchia promossa dalla sovrintendenza capitolina ai Beni culturali

Il Bastione Ardeatino alle Mure Aureliane a Roma (foto sovrintendenza capitolina)

All’interno delle Mura Aureliane di Roma è visitabile un’area che offre una bucolica visione di come un tempo doveva essere la campagna romana. La si può percorrere il 12 maggio 2026 per il ciclo Passeggiate romane, intitolato Il “Bastione Ardeatino tra storia e campagna romana”, organizzato dalla sovrintendenza capitolina ai Beni culturali in collaborazione con Zetema Progetto Cultura. Appuntamento alle 15.15, al termine di via Lucio Fabio Cilone. Massimo 15 partecipanti. Attività gratuita con ingresso a tariffazione vigente. Ingresso gratuito per i residenti a Roma e nell’area metropolitana, per i sordi e per i possessori MIC card. Attività non adatta a persone con difficoltà motorie. Si consigliano calzature chiuse e comode. L’incontro prevede traduzione in Lingua dei segni italiana-LIS, grazie alla collaborazione del dipartimento Politiche Sociali e Salute (Direzione Servizi alla Persona) e della cooperativa sociale onlus Segni di Integrazione – Lazio. Prenotazione obbligatoria allo 060608 attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19. Visita a cura di Gianfranco Manchia. Durata 90 minuti.

Passeggiata al Bastione Ardeatino alle Mure Aureliane a Roma (foto sovrintendenza capitolina)

L’itinerario inizia dal cancello alla fine di via Lucio Fabio Cilone, raggiungibile dopo aver percorso via di Villa Pepoli, che si apre con un arco su viale Giotto. Si costeggia l’interno del tracciato delle Mura Aureliane fino alla cesura, causata dall’abbattimento di 400 metri di mura romane, dove inizia il Bastione Ardeatino, costruito tra il 1537 e il 1542 dall’architetto Antonio da Sangallo, su ordine di Papa Paolo III. Lungo il percorso emergono cumuli di frammenti architettonici, alcuni di grandi dimensioni, esito dello sventramento risalente al 1939 del settore urbano della Spina di Borgo, dovuto alla nuova via della Conciliazione. Di particolare suggestione la visita di una delle tre casematte della fortificazione e la successiva discesa, tramite la scala originale di collegamento, alla galleria di scarpa e al cancelletto di uscita su via di Porta Ardeatina.