Archeologia in lutto. Si è spento a 88 anni il prof. di Lorenzo Quilici, insigne archeologo e maestro della topografia antica. Unanime il cordoglio di enti culturali, studiosi e allievi

Il prof. Lorenzo Quilici è morto a 88 anni (foto parco archeologico appia antica)

Archeologia in lutto. Il 13 agosto 2026 si è spento a 88 anni il prof. di Lorenzo Quilici, “insigne archeologo e maestro della topografia antica”, lo ricorda il ministro della Cultura Alessandro Giuli. “Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua vita alla ricerca, contribuendo in maniera determinante agli studi archeologici e alla conoscenza dell’Italia antica. A Simone Quilici, Direttore del Parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bene giungano le mie sentite condoglianze”. Era nato il 1° gennaio 1938. Unanime il cordoglio di enti culturali, studiosi e allievi.

Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica, ha insegnato dal 1990 al 2010 nell’università di Bologna, dove è stato direttore dell’Istituto di Archeologia e coordinatore del dottorato in Topografia antica. Numerosi i progetti dei quali è stato responsabile scientifico, direttore di ricerca e coordinatore nazionale (progetti di rilevante interesse nazionale del ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica; progetto finalizzato Beni culturali del Consiglio nazionale delle Ricerche), volti allo studio e ricostruzione diacronica della forma del territorio e alla redazione di Carte archeologiche. Ricercatore del Consiglio nazionale delle Ricerche dal 1969 al 1990, ha svolto la propria attività prima nell’Istituto per gli Studi egeo anatolici, poi nel Centro di studio per l’Archeologia etrusco-italica. Ha condotto ricerche e studi storici, di topografia antica, di urbanistica e analisi di monumenti soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, nonché in Turchia e nell’isola di Cipro, in un arco cronologico che va dall’età del Bronzo al Rinascimento, ma precipuamente focalizzati al mondo italico e romano. Ha diretto scavi a Roma e nel Lazio, in Etruria, nel Molise, in Basilicata, in Calabria, a Cipro. Ha diretto e condotto studi, programmazioni e pianificato attività di restauro, tutela e valorizzazione di monumenti, di parchi archeologici, tra i quali in particolare quello della via Appia nella Valle di S. Andrea, tra Itri e Fondi. Ha organizzato o collaborato a numerose mostre e convegni, con ministeri e soprintendenze archeologiche, Regioni, Comunità Montane, Comuni, Istituzioni di urbanistica e di attività culturali.

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA. Il parco archeologico dell’Appia Antica ricorda Lorenzo Quilici. Topografo dell’Italia antica, professore all’università di Bologna, fondatore e direttore dell’Atlante tematico di Topografia antica, nel 2020 insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Alla via Appia Lorenzo Quilici ha dedicato una parte essenziale del proprio lavoro. I suoi studi sul tracciato della Regina Viarum restano lo strumento di riferimento per chiunque se ne occupi: una base di conoscenza su cui si fondano ancora oggi la tutela, la ricerca e il racconto di questa strada. La sua vicinanza al Parco non è stata soltanto scientifica. Ha firmato un contributo nel catalogo di Patrimonium Appiae. Depositi emersi, la prima grande esposizione archeologica promossa dal Parco, e ha collaborato alla realizzazione della mostra immersiva Via Appia. La strada che ci ha insegnato a viaggiare, accompagnando con rigore e generosità il lavoro di chi oggi custodisce questi luoghi. Un abbraccio affettuoso a Stefania “Stefanella” Quilici Gigli, compagna di vita e di ricerca, anche lei amica dell’Appia.

PARCO ARCHEOLOGICO DEL COLOSSEO. Il parco archeologico del Colosseo esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di Lorenzo Quilici, figura di primo piano dell’archeologia italiana e studioso che ha dedicato la propria attività alla conoscenza della topografia antica, della viabilità, degli insediamenti e della formazione storica dei territori. Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, dove ha insegnato dal 1990 al 2010, Quilici aveva alle spalle una lunga esperienza di ricerca maturata anche presso il CNR. La sua attività scientifica si è sviluppata attraverso lo studio diretto dei territori, le ricognizioni, il rilievo, l’indagine archeologica e una costante attenzione alle relazioni fra città, infrastrutture, paesaggio e ambiente. È soprattutto in questa capacità di leggere il territorio come documento storico che risiede uno dei tratti più importanti della sua eredità scientifica. A questa prospettiva ha contribuito in modo significativo anche il suo impegno nella ricerca territoriale e nella costruzione della documentazione archeologica. Le numerose indagini condotte insieme a Stefania Quilici Gigli hanno interessato diversi territori dell’Italia antica, dal Lazio alla Campania e all’Italia meridionale, affrontando temi che spaziano dalla viabilità alla pianificazione urbana, dalle fortificazioni ai santuari, dall’organizzazione delle campagne alla trasformazione del paesaggio. Fondamentale è stata inoltre la sua attività editoriale. Nel 1992 Lorenzo Quilici fondò e diresse l’Atlante tematico di Topografia antica, affiancato da Stefania Quilici Gigli: una collana divenuta negli anni un importante punto di riferimento per gli studi sulla forma delle città e dei territori dell’Italia antica. Accanto alla vasta produzione scientifica resta dunque il lascito di un metodo e, soprattutto, di uno sguardo capace di superare il singolo monumento per restituire all’archeologia la dimensione del territorio, delle relazioni e delle trasformazioni che lo hanno prodotto. Al nostro direttore Simone Quilici, alla famiglia e a quanti gli sono stati vicini nel lungo percorso umano e scientifico giunga la partecipazione del PArCo al dolore per la sua scomparsa.

PARCO DEGLI ACQUEDOTTI. Apprendiamo con dispiacere della scomparsa del prof. Lorenzo Quilici, uno dei maestri della topografia antica italiana e uno dei grandi studiosi del Suburbio romano e della Campagna Romana. Per il Parco degli Acquedotti il suo nome ha un significato particolare. Quilici ha studiato e documentato a lungo questo settore della città e molti dei luoghi che fanno parte della storia del nostro Parco. Nel 1974 pubblicò La Campagna Romana come suburbio di Roma antica e nel 1978 La Via Latina da Roma a Castel Savelli, ancora oggi un’opera fondamentale per conoscere la Via Latina e il territorio che attraversava. Nelle sue pagine ritroviamo Tor Fiscale, Campo Barbarico, le Vignacce, Roma Vecchia, gli acquedotti, le ville e i numerosi monumenti funerari della Via Latina. Ma ritroviamo anche una Campagna Romana molto diversa da quella attuale. Quilici ebbe infatti la possibilità di vedere, fotografare, rilevare e descrivere strutture che negli anni successivi furono trasformate o andarono definitivamente perdute. Per questo una parte della sua documentazione costituisce ormai una testimonianza insostituibile del paesaggio archeologico del nostro territorio. Due anni fa, in occasione del suo 86mo compleanno, avevamo voluto ricordarlo proprio attraverso La Via Latina da Roma a Castel Savelli. Avevamo pubblicato la fotografia di un sepolcro laterizio a due piani, tagliato dalla costruzione della ferrovia e oggi scomparso. Scrivevamo allora che le testimonianze lasciate dal Prof. Quilici sui monumenti del Parco erano «un tesoro immenso per riuscire a capire la ricchezza del territorio in cui ci troviamo». Oggi quelle parole acquistano per noi un significato ancora maggiore. Professore all’università di Bologna, fondatore e direttore dell’Atlante Tematico di Topografia Antica, Quilici ha dedicato la propria vita allo studio delle città, delle strade e dei territori dell’Italia antica. Fondamentali sono stati anche i suoi studi sulla Via Appia, ai quali devono ancora fare riferimento quanti si occupano della Regina Viarum. Nel 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo aveva insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Una lunga vita di studio e di ricerca condivisa con la Prof.ssa Stefania Quilici Gigli, compagna di vita e di lavoro, alla quale, insieme alla famiglia, agli allievi e a quanti gli sono stati vicini, rivolgiamo le nostre più sentite condoglianze. Il Parco degli Acquedotti perde uno dei suoi grandi studiosi. Grazie, Professore, per quello che ci ha lasciato.

CONFEDERAZIONE ITALIANA ARCHEOLOGI Con la scomparsa di Lorenzo Quilici, l’archeologia italiana e la topografia antica perdono uno dei loro interpreti più rigorosi, appassionati e illuminati. Prima ricercatore al CNR, poi professore ordinario di Topografia antica all’università di Bologna, Lorenzo Quilici è stato uno studioso instancabile. Non si contano i centri dell’Italia antica debitori del suo lavoro, così come vanno ricordati il suo profondo interesse per le vie consolari, a partire dalla sua amata Appia, gli studi minuziosi sul Latium Vetus, su Geronium e Cipro oltre a quelli dedicati alle monumentali fortificazioni in opera poligonale dell’Italia centrale. Con l’ideazione dell’Atlante Tematico di Topografia Antica e Orizzonti, condivise con la moglie e compagna di vita Stefania Quilici Gigli, ha consegnato a generazioni di studiosi degli strumenti scientifici imprescindibili. Ci piace ricordare che, secondo lui, non esiste «rischio archeologico»: semmai esiste la «fortuna archeologica» di scoprire un nuovo sito. Lorenzo lascia un ricordo indelebile e generazioni di studenti che si sono appassionati al mondo antico grazie a lui. Era un vero luminare, eppure la sua straordinaria caratura scientifica non metteva mai in ombra la gentilezza, la passione e quella simpatia che trasparivano in ogni gesto. Un uomo di rara umanità.

Il visto si stampi dei direttori Lorenzo e Stefania Quilici all’Atlante Tematico di Topografia Antica N. 34, 2024 (foto l’erma di bretschneider)

L’ERMA DI BRETSCHNEIDER. Tutta L’Erma è profondamente addolorata per la scomparsa di Lorenzo Quilici, archeologo e tra i massimi studiosi della topografia antica italiana degli ultimi cinquant’anni. Professore di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, ha dedicato la vita alla ricostruzione dei paesaggi e delle città del mondo romano, fondando insieme a Stefania Quilici Gigli la rivista Atlante Tematico di Topografia Antica, da lui diretta fin dal 1990 e pubblicata da L’Erma di Bretschneider. Condividiamo un ricordo personale del nostro editore Roberto Marcucci: “La prima volta che ho visto e conosciuto Lorenzo Quilici e Stefania Gigli (forse non ancora sposati) è stata nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Etruschi. Ero lì per incontrare Massimo Pallottino. Era intorno al 1990, forse prima. Entrando, li ho visti entrambi vicini e assorti nell’esaminare alcuni documenti. Dal loro atteggiamento ho colto una forte vicinanza e un interesse comune. Nel 1990 abbiamo iniziato a collaborare con la collana/rivista Atlante Tematico di Topografia Antica e i Supplementi ATTA. Una collaborazione professionale sempre amichevole e coinvolgente. Lorenzo è stato per molti anni anche membro della Giuria Scientifica del Premio L’Erma di Bretschneider, seguendo con rigore e generosità il lavoro dei giovani ricercatori e mettendo sempre la sua esperienza al servizio di chi iniziava. Ricordo con affetto le cene a casa sua e di Stefania, nella loro bella casa con giardino, sempre piacevolmente coinvolgenti e interessanti. Lorenzo amava mangiare e bere con gli amici, e poi, nel periodo natalizio, con orgoglio ci mostrava il suo presepe, tutto lavorato e costruito a mano: bellissimo, con una varietà di personaggi e paesaggi. Se ne va uno studioso straordinario. Ma io perdo soprattutto un amico. Mi mancherà l’amico. Un abbraccio forte a Stefania, in questo momento di dolore”.

MUSEO NAZIONALE ROMANO. Anche il museo nazionale Romano ricorda Lorenzo Quilici e si stringe nel cordoglio attorno alla famiglia, in particolare alla moglie, la Professoressa Stefanella Quilici Gigli, e al nipote Simone Quilici. Per molti anni ricercatore al CNR e in seguito professore ordinario di Topografia dell’Italia antica presso l’università di Bologna, dove è stato anche Direttore dell’Istituto di Archeologia, Lorenzo Quilici è stato tra i massimi studiosi della topografia antica italiana. La sua attività scientifica, le sue ricerche e il suo insegnamento hanno lasciato un segno indelebile nello studio e nella conoscenza del territorio e hanno contribuito alla formazione di generazioni di archeologi. Di lui ricorderemo sempre il rigore scientifico ma anche la simpatia e la gentilezza.

MUSEI ITALIANI. Ci ha lasciato oggi a Roma il prof. Lorenzo Quilici, tra i più autorevoli archeologi italiani e maestro della topografia antica. Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua attività alla conoscenza dell’Italia antica attraverso lo studio dei territori, della viabilità, delle città e dei paesaggi, con particolare attenzione alla Via Appia e all’Italia centro-meridionale. Professore all’università di Bologna e già ricercatore del CNR, ha lasciato una vastissima produzione scientifica e un metodo di ricerca fondato sulla conoscenza diretta dei luoghi, sul rigore dell’analisi e sull’attenzione alla tutela del patrimonio. Alla prof.ssa Stefanella Quilici Gigli, a Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli sono stati vicini giunge il cordoglio della comunità dei Musei italiani.

L’archeologo Lorenzo Quilici (foto drm-basilicata)

DIREZIONE REGIONALE MUSEI NAZIONALI DELLA BASILICATA. I Musei nazionali di Matera – direzione regionale Musei nazionali di Basilicata partecipano commossi al dolore per la perdita del professore Lorenzo Quilici. Archeologo e insigne studioso, maestro indiscusso della Topografia dell’Italia antica, fu ricercatore del CNR e poi professore ordinario all’Alma Mater Studiorum – università di Bologna. Fin dagli anni ’60 si occupò di studi e ricerche in Basilicata, regione che aveva particolarmente a cuore, attraverso indagini e ricognizioni sul territorio che hanno portato all’edizione del volume “Siris-Heraklea” nella collana della Forma Italiae. A cavallo tra gli anni ’90 e 2000 coordinò e diresse, insieme alla sua compagna di vita e di studi, Stefania Quilici Gigli, il progetto “Carta archeologica della Valle del Sinni”, edito all’interno della collana da lui ideata “Atlante Tematico di Topografia Antica”. Numerosi i suoi progetti di ricerca in Basilicata, come quello a Valsinni – Monte Coppola, sempre finalizzati a ricostruire l’assetto del territorio nelle diverse epoche. Rilevanti anche i suoi lavori volti alla valorizzazione della Via Appia, per la cui tutela cui ha dedicato un profondo impegno non solo scientifico. L’insegnamento alla tutela del paesaggio archeologico e alla lettura delle tracce antiche nelle persistenze attuali resta vivo nei suoi numerosissimi allievi. Un abbraccio a Stefanella Quilici Gigli e ai familiari.

Ricordo del prof. Lorenzo Quilici della Sabap per la città metropolitana di Bari

SOPRINTENDENZA APAB PER LA CITTÀ METROPOLITANA DI BARI. Oggi l’archeologia italiana perde Lorenzo Quilici, maestro della topografia antica, che ha insegnato a generazioni di archeologi a leggere le tracce del passato nella complessità dei territori e dei paesaggi. All’Appia dedicò una parte fondamentale della sua ricerca, definendone la costruzione “un’impresa di Civiltà”. Nel suo sguardo la strada non era mai soltanto un tracciato, ma una trama di città, insediamenti, monumenti e paesaggi, legati dal cammino degli uomini. Scriveva che l’Appia “venne a percorrere tutta l’Italia antica, allacciando il mare Tirreno all’opposto mare”. In quelle parole ritroviamo anche la nostra Puglia: una terra attraversata dalla 𝘙𝘦𝘨𝘪𝘯𝘢 𝘝𝘪𝘢𝘳𝘶𝘮 fino a Brindisi, dove il lungo viaggio dell’Appia incontrava l’Adriatico e l’orizzonte si allargava al Mediterraneo, ai suoi approdi e alle culture che per secoli lo hanno attraversato e unito. Ci resta impresso il suo modo di guardare il territorio: leggere le tracce, riconoscere le relazioni, comprendere nel paesaggio il lungo intreccio tra uomini, luoghi e culture. Un orizzonte di ricerca che continuerà ad accompagnare chi quei territori li studia, li tutela e li racconta. Le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia.

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA. Il Parco si unisce nel cordoglio per la scomparsa di Lorenzo Quilici. “Non ho davvero parole per esprimere tutta la mia tristezza e il mio dolore per la perdita di Lorenzo Quilici”, scrive il direttore del Parco, Alessandro D’Alessio. “Semplicemente, con lui scompare una parte enorme e insostituibile della nostra Disciplina. Smisurato, profondissimo e parimenti umano il suo lascito. A Stefanella le mie e nostre più sincere, sentite e addolorate condoglianze”.

Il prof. Lorenzo Quilici, maestro della Topografia antica (foto archeologia aerea)

ARCHEOLOGIA AEREA / PROGETTO VIA TRAIANA / LABTAF UNISALENTO / AQUINUM. “Stamattina ci ha lasciato Lorenzo Quilici, uno dei grandi Maestri dell’Archeologia e della Topografia antica italiana”, scrive Giuseppe Ceraudo. “È difficile per me ricordarlo soltanto attraverso i suoi tanti meriti scientifici, perché appartiene profondamente anche alla mia storia personale e alla mia formazione di archeologo e topografo. Lorenzo Quilici ha rappresentato per oltre mezzo secolo una delle espressioni più alte di quella Scuola romana di Topografia antica nella quale anch’io ho avuto la fortuna di formarmi e della quale ho sempre sentito forte l’eredità e il senso di appartenenza. Ha dedicato la sua vita allo studio della città, del territorio, della viabilità e dell’architettura del mondo antico. Roma, il Lazio, la Campania e tanti altri luoghi d’Italia e del Mediterraneo conservano il segno delle sue ricerche. I suoi libri, le riviste e le collane che ha fondato, i tanti progetti che ha promosso hanno contribuito in maniera determinante alla crescita della nostra disciplina e hanno formato generazioni di archeologi. Ma ciò che oggi sento soprattutto il bisogno di ricordare è il Maestro. Rigoroso ed essenziale, elegante nei modi come nella scrittura, sapeva unire alla grande autorevolezza scientifica una rara liberalità intellettuale. Non aveva bisogno di far pesare il proprio sapere: lo metteva a disposizione. Amava il confronto, era curioso delle nuove ricerche, ascoltava, discuteva e soprattutto sapeva dare spazio agli altri e ai più giovani. È una qualità che ho sempre profondamente apprezzato in lui e che considero uno dei suoi insegnamenti più preziosi. In Lorenzo ho sempre riconosciuto una concezione dell’archeologia nella quale mi sono sentito profondamente a casa: quella di una disciplina che parte dal terreno, dalla conoscenza diretta dei luoghi e dalla capacità di leggere il paesaggio nella sua complessità; un’archeologia nella quale ricerca, tutela e valorizzazione non possono essere separate, perché appartengono alla medesima responsabilità nei confronti del patrimonio e della collettività. Per questo la sua scomparsa mi addolora profondamente. Con Lorenzo se ne va un protagonista dell’archeologia italiana e uno degli ultimi grandi rappresentanti di una stagione straordinaria della Topografia antica. Ma per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di condividere con lui studi, incontri, discussioni e momenti di vita accademica, se ne va soprattutto un Caposcuola e un punto di riferimento. Rimangono i suoi libri e le sue ricerche. Rimangono le riviste, le collane e i progetti che ha creato. Rimane una scuola di studi alla quale ha dato moltissimo. E rimane, soprattutto, ciò che ha trasmesso alle tante generazioni di archeologi che hanno avuto il privilegio di incontrarlo lungo il proprio cammino. In questo momento così doloroso il mio pensiero e il mio affetto vanno a Stefanella, a Simone e a tutta la sua famiglia. Grazie Professor Quilici. Grazie Lorenzo, per quello che ci hai insegnato e per essere stato Maestro”.

Il prof. Lorenzo Quilici si è spento a 88 anni (foto ic-vepp)

ISTITUTO CENTRALE PER LA VALORIZZAZIONE ECONOMICA E LA PROMOZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE (IC-VEPP). Qualche ora fa ci ha lasciato il professor Lorenzo Quilici, decano dell’archeologia italiana e maestro per generazioni di archeologi classici. Allievo di Ferdinando Castagnoli, ha dedicato la sua vita alla topografia e all’architettura del mondo antico, lasciando opere scientifiche fondamentali e contribuendo in modo considerevole al progresso delle scienze archeologiche con la fondazione di riviste e collane. Elegante ed essenziale nei modi, ha rappresentato il meglio della Scuola romana di topografia tra la metà del secolo scorso e i primi decenni di quello attuale, promuovendo sempre, con innata liberalità, lo scambio, il confronto e la collaborazione intergenerazionale tra colleghi italiani e stranieri. Resta fondamentale il suo costante impegno civile per la tutela e la divulgazione, nello spirito disinteressato ed esemplare del servitore dello Stato. Da molti suoi lavori su Roma, il Lazio, la Campania e tanti altri luoghi d’Italia e del Mediterraneo, sono nati progetti di conoscenza, tutela e valorizzazione, che ancora testimoniano la perenne vitalità dei suoi insegnamenti. Il ministero della Cultura e il dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale si stringono attorno alla professoressa Stefanella Quilici Gigli, al nipote Simone Quilici e a tutta la famiglia. Grazie professore, per esserci stato Maestro”.

SOPRINTENDENZA ABAP PER LA CITTÀ METROPOLITANA DI VENEZIA. La Soprintendenza apprende con profondo dispiacere la notizia della scomparsa di Lorenzo Quilici, uno dei grandi maestri della topografia antica italiana. Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, ha dedicato la sua vita allo studio delle città, delle strade e dei paesaggi del mondo romano. Attraverso le ricerche sul campo, le pubblicazioni e l’insegnamento ha formato generazioni di archeologhe e archeologi, trasmettendo un modo rigoroso e insieme concreto di leggere il territorio. Alla straordinaria autorevolezza scientifica univa una grande umanità, qualità preziosa e mai scontata nelle figure di così alto profilo accademico. Per tutti noi che oggi studiamo e tuteliamo le antiche vie di comunicazione nel territorio tra Padova, Altino e Concordia, il suo lavoro continua a essere un riferimento imprescindibile. Non possiamo osservare i tracciati della viabilità romana, i ponti, i rilevati e i segni spesso fragili che ancora sopravvivono nel paesaggio senza ricordare i suoi insegnamenti. Con Lorenzo Quilici l’archeologia italiana perde un grande studioso e un maestro. Rimane la sua lezione: guardare il territorio con attenzione, ricomporne le tracce e trasformare la conoscenza in uno strumento concreto di tutela. La Soprintendenza si unisce al cordoglio del mondo dell’archeologia ed esprime la propria vicinanza alla famiglia, ai suoi allievi e a quanti hanno condiviso con lui il percorso umano e scientifico.

Il prof. Lorenzo Quilici (foto sabap caserta-benevento)

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER LE PROVINCE DI CASERTA E BENEVENTO. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento apprende con profondo cordoglio la scomparsa del professor Lorenzo Quilici, insigne archeologo e maestro della topografia antica. Studioso rigoroso e appassionato, Lorenzo Quilici ha lasciato un segno profondo nella ricerca archeologica italiana e nella conoscenza dei territori antichi. Il suo lungo percorso scientifico ha incontrato da vicino anche la Campania settentrionale e la Terra di Lavoro, attraverso gli studi dedicati a Cales, a Capua e alla Via Appia e il costante dialogo con l’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Un rapporto con il nostro territorio costruito attraverso la ricerca, l’insegnamento e la condivisione della conoscenza, che costituisce oggi una parte importante della sua eredità scientifica. Alla professoressa Stefania Quilici Gigli, compagna di vita e di ricerca, a Simone Quilici e a tutta la famiglia, il soprintendente e il personale della soprintendenza esprimono la più sentita vicinanza e le sincere condoglianze. Il suo insegnamento e il suo metodo continueranno a vivere negli studi e nei paesaggi che ha contribuito a conoscere e a raccontare.

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER L’ETRURIA MERIDIONALE. Ci uniamo al cordoglio del mondo scientifico e del nostro Ministero per la scomparsa di Lorenzo Quilici, pilastro della Topografia antica e dello studio a tutto tondo dei territori. La sua attività scientifica si è sviluppata attraverso lo studio diretto dei luoghi, le ricognizioni, il rilievo, la ricerca archeologica, l’editoria e una costante attenzione alle relazioni fra città e paesaggio. Alla Tuscia e l’agro falisco, insieme a Stefania Quilici Gigli, ha apportato un approccio pionieristico con contributi alla viabilità secondaria, alle infrastrutture, all’analisi del rapporto tra opere dell’uomo e contesto. Di lui resta un grande patrimonio d’eredità, soprattutto nel metodo, capace di abbandonare l’analisi del singolo fenomeno per abbracciare una conoscenza ampia e interconnessa.

PARCHI ARCHEOLOGICI DI CROTONE E SIBARI. Se n’è andato il prof. Lorenzo Quilici, maestro di topografia antica per generazioni di archeologi. Ricordiamo i suoi studi su Kroton e sulla piana di Sibari, che hanno posto le basi scientifiche della ricerca contemporanea. Lo ricordiamo, grati per tutto quel che ci ha insegnato.

Roberto Pietraggi. Anche Lorenzo Quilici ci ha lasciato. La sua vita è stata spesa alla ricerca della verità, per ricostruire la storia dei nostri Antichi Antenati. Non è stata, dunque, vissuta invano. Condoglianze a Stefanella, ai familiari, agli amici e a tutti quelli che lo hanno conosciuto e che lo ricordano con stima, con rispetto, con affetto.

Giuseppina Renda. Sono affranta… caro professore

Francesca Romana Paolillo. Nel ricordo profondamente grato del professor Lorenzo Quilici, maestro e studioso insigne, punto di riferimento imprescindibile nella formazione di tanti di noi, esprimo la mia più sincera vicinanza alla professoressa Stefanella Quilici Gigli, al Direttore Simone Quilici e a tutta la famiglia.

Valentino Nizzo. Ho amato questo libro al punto da volerne avere due copie, da leggere col sottofondo del meraviglioso sceneggiato RAI coevo sull’Eneide. Ho ammirato sempre il suo approccio e la straordinaria capacità di farsi promotore con l’amata Stefanella di imprese che avrebbero spaventato chiunque, salvo forse qualche antichista tedesco dell’Ottocento. L’ho solo sfiorato qualche volta. Con l’emozione di vedersi materializzare un mito per molti della mia generazione. Temo che gli studenti di oggi non abbiano riferimenti di analogo livello.

Rita Paris. Lorenzo Quilici non c’è più. Le stelle cadenti dell’ultima estate se lo sono portato via. Ci mancherà molto ma ci lascia anche una grande eredità.

Il prof. Lorenzo Quilici con Francesco Rinaldi (foto profilo FB francesco rinaldi)

Francesco Rinaldi. Trent’anni fa ho avuto la fortuna di conoscere il professore Lorenzo Quilici, incontro che ha influito non poco sulla mia vita. Partecipai da studente d’archeologia “aggregato” poiché non ero né studente dell’università di Bologna, né di Santa Maria Capua Vetere, ma un valsinnese, studente dell’università della Basilicata, che partecipava alla realizzazione della Carta Archeologica della Valle del Sinni. Fu un’esperienza bellissima dove alla formazione di un giovane studente in una vera e propria missione archeologica si aggiunse la conoscenza di tante bellissime persone e di mia moglie. L’amato professore Quilici non perdeva occasione di raccontare pubblicamente, solo come lui sapeva fare, che uno dei risultati della Carta archeologica, oltre ai 10 volumi, era anche il mio matrimonio. Mi mancherà la sua ironia, la sua capacità di inventare storie, le nostre lunghe ricognizioni per la Valle del Sinni dove, dalla sua borsa di cuoio, estraeva il taccuino e la matita e, come un grande pittore paesaggista, schizzava ciò che vedeva, oppure tirava fuori un biscotto per i cani randagi o addirittura prendeva una vecchia camicia e realizzava uno spaventapasseri. Quando ero ragazzo e mi avvicinavo all’archeologia i vecchi pastori e contadini lucani mi raccontavano di un ragazzo che negli anni sessanta andava in giro per i monti a cercare “antiche città”; quel ragazzo era il professore Quilici che di lì a poco pubblicava, nel 1967, Siris-Heraclea, un volume illuminante su uno dei territori più importanti della Basilicata. Insieme a Dinu Adamesteanu penso che il professore sia stato uno degli archeologi più importanti per l’archeologia non solo lucana e un topografo come non se ne vedranno più. Grazie Professore.

Paolo Liverani. Tristissima notizia, ha segnato profondamente gli studi topografici, se ne va un pezzo della nostra storia, non è facile rimanere all’altezza. Senza contare la straordinaria carica umana.

Il prof. Lorenzo Quilici con Paolo Storchi (foto profilo FB paolo storchi)

Paolo Storchi. È difficile esprimere il senso di smarrimento che ti assale quando perdi il tuo Maestro e l’Autore. È ancora più forte quando questi è Lorenzo Quilici: un luminare è dire poco, eppure incredibilmente umano. Ha ammaliato non so quanti studenti con il suo sapere sconfinato, che dispensava fra una diapositiva e l’altra, alternando descrizioni raffinatissime di ponti e viadotti romani a episodi della sua vita, alle incredibili avventure a Cipro, o all’ interpretazione di riti ancestrali con fave che volavano fuori dalle aule insieme a formule latine arcaiche. Fra i pochi giorni davvero memorabili della vita, io annovero sempre quel pomeriggio di luglio 2007 in cui andai a visitare l’Appia alle gole di Itri. Dopo i racconti del prof riguardo quella strada così perfetta, sulla natura rigogliosa della zona, con ancora nelle orecchie le storie dei briganti che infestavano il territorio e del demonio costruttore di ponti… come potevo non andarci? Ebbene, appena arrivato, vidi sull’Appia antica un signore chino con il metro a stecca in mano che misurava i basoli nel caldo infernale. Era proprio lui! Un caso incredibile. Un segno quasi, pensavo. C’è un risvolto ancora più buffo in questa storia, ma quello lo serbo per me, e lo racconterò solo davanti a una birra. Ricorderò sempre le gite a Roma, quando a oltre settant’anni pareva un uomo bionico e noi poveri ventenni arrancavamo… O quella carpetta rossa nell’armadio davanti al suo ufficio che riportava la dicitura “DOCUMENTI SEGRETISSIMI” (In realtà erano le dispense, ma voleva usare la psicologia inversa per incuriosire tutti!). Una persona meravigliosa. Mi raccontò che Castagnoli gli diceva che d’estate poteva tranquillamente andare al mare: tanto era certo che persino sul lettino avrebbe continuato a pensare alla Topografia Antica. “E tu sei come me!”, mi disse. Credo che ci sia molto di lui nel modo in cui scrivo e in come sono diventato. Gli sarò sempre debitore. Tutti i miei colloqui pre-tesi si concludevano con la formula “Cerchi, cerchi. Scriva, scriva!”. Ne ho fatto un mantra. E adesso mi ci butto, che è meglio non pensare. Da oggi viviamo tutti in un mondo un po’ più triste.

Claudio Calastri. Mentre passeggio per le vie assolate di Benevento fotografando spolia di età romana nei muri della città medievale e rinascimentale, mi raggiunge la notizia della morte di Lorenzo Quilici. Il pensiero va a trent’anni esatti fa, l’estate della mia tesi, di cui Quilici fu correlatore. In quei mesi imparai a fondere insieme l’approccio “padano” alla topografia antica, quello del mio relatore Pier Luigi Dall’Aglio, con quello “centro-italico” di Quilici. La mia storia di ricerca post lauream mi ha di fatto portato ad approfondire e fare mio il secondo, plasmando il mio sguardo e la mia visione delle tracce dell’antico fra i monti della Basilicata, nella valle del Sinni, e in Campania, con Stefanella Gigli. Scompare un maestro, un gentleman, un grande archeologo. Porto nel cuore i paesaggi della Lucania esplorati con lui, in un’indimenticabile stagione di formazione umana e scientifica, e abbraccio con affetto Stefanella Gigli.

Un libro al giorno. “La necropoli dell’età del Bronzo di Franzine Nuove di Villa Bartolomea (Verona). Scavi 1968-1983” di Alessandra Aspes e Marisa Morelato, sugli scavi condotti tra il 1968 e il 1983

Copertina del libro “La necropoli dell’età del Bronzo di Franzine Nuove di Villa Bartolomea (Verona). Scavi 1968-1983” di Alessandra Aspes e Marisa Morelato

È uscito per il museo di Storia naturale di Verona il libro “La necropoli dell’età del Bronzo di Franzine Nuove di Villa Bartolomea (Verona). Scavi 1968-1983” di Alessandra Aspes e Marisa Morelato, della collana Memorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, 2ª serie, Sezione Scienze dell’Uomo, n. 18 – 2025. Il libro documenta per la prima volta in modo sistematico gli scavi condotti tra il 1968 e il 1983 nella necropoli di Franzine Nuove, un sito di riferimento per la media e la recente età del Bronzo nella pianura veronese. La necropoli è particolarmente significativa per il biritualismo funerario, con la coesistenza di inumazioni e cremazioni, un fenomeno raro nel quadro delle altre aree della pianura padana.

Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale per “Estate al MarRC” la conferenza “I monasteri di rito greco di Stilo dal periodo bizantino al periodo spagnolo” con Giorgio Barone Adesi

Venerdì 14 agosto 2026, alle 20.30, per “Estate al MarRC”, sulla terrazza panoramica del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria la conferenza “I monasteri di rito greco di Stilo dal periodo bizantino al periodo spagnolo” con Giorgio Barone Adesi, già docente di Diritto Bizantino nelle università di Catanzaro e Reggio Calabria e custode del Monastero di San Giovanni Therestis in Stilo. L’incontro dedicato ai monasteri di epoca bizantina e spagnola di San Giovanni Therestis nella valle dello Stilaro, promosso in collaborazione con l’Associazione Calabria-Spagna sarà un’occasione per approfondire le radici bizantine della Calabria e il filo sottile che lega da secoli le due sponde del Mediterraneo. Apertura serale del Museo dalle 20 alle 23. Biglietto serale ridotto: 5 euro (comprensivo di visita al Museo e partecipazione alla conferenza). Accesso all’evento senza prenotazione, fino a esaurimento posti.

Un libro al giorno. “Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200)” di Francesco Borri: rare testimonianze che ci consentono di gettare uno sguardo su pratiche, credenze e divinità

Copertina del libro “Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200)” di Francesco Borri

È uscito per i tipi di Carocci Editore il libro “Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200)” di Francesco Borri. Dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l’Irlanda, donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticando potenti rituali e immolando agli dèi. I cristiani li chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti laconici e incerti, tra fascinazione e biasimo. Sono tracce sbiadite che conducono in luoghi distanti: le zone d’ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta. Rare testimonianze che ci consentono di gettare uno sguardo su pratiche, credenze e divinità: scorgiamo i grandi fuochi accesi sui campi nel cuore dell’inverno, il legame che univa le streghe, la luna e i lupi, i cruenti sacrifici officiati nelle paludi del Nord, il fosco Wodan e la sinistra schiera di numi senza nome. Il volume ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro ma rischiarato da frammenti che, preziosi, scintillano nel buio.

Francesco Borri (UniVe)

Francesco Borri insegna Storia medievale all’università Ca’ Foscari Venezia. Si è occupato di barbari, marinai e monaci volanti. Su questi e altri temi ha scritto libri, articoli e curato volumi miscellanei.

PNRR, il ministero della Cultura traccia un bilancio: 400 milioni di euro di investimenti, oltre 1200 progetti e interventi, più di 800 luoghi della cultura coinvolti

Con un video riassuntivo il ministero della Cultura restituisce la portata nazionale di un grande lavoro corale e l’eredità di una stagione di investimenti destinata a durare: 400 milioni di euro di investimenti. Oltre 1200 progetti e interventi. Più di 800 luoghi della cultura coinvolti. Sono i numeri di una trasformazione che, negli ultimi cinque anni, ha attraversato l’Italia. Il PNRR ha reso possibile una vera e propria rivoluzione, fondata sulla sostenibilità e sull’accessibilità, nelle loro diverse dimensioni. Per un patrimonio davvero aperto a tutti, condiviso e vissuto, nel quale ciascuno possa riconoscersi. Dagli spazi agli allestimenti, dai percorsi agli strumenti digitali, gli interventi hanno migliorato l’accoglienza, le forme di mediazione dei contenuti e la qualità della visita. Alle opere si sono affiancati nuovi servizi, attività di formazione e competenze professionali.

Paestum (Sa). Al parco archeologico “Mito”, secondo appuntamento della rassegna “I racconti della luna” dei parchi archeologici di Paestum e Velia, passeggiate tematiche accompagnate dopo il tramonto seguite da un brindisi e performance originale

Secondo appuntamento della rassegna “I Racconti della Luna”, dedicato al “Mito”. Il 13 agosto 2026, dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso ore 23.15), il parco archeologico di Paestum apre le sue porte di sera per un’esperienza immersiva tra archeologia, narrazione e performance artistiche. Accompagnati da Tiziana D’Angelo, direttore, e dagli archeologi dei Parchi, i visitatori attraverseranno l’antica Poseidonia seguendo un percorso ispirato ai grandi racconti del mito, tra i templi illuminati e la magia della notte. Al termine della visita, un calice di vino e una performance originale completeranno una serata pensata per vivere il patrimonio con uno sguardo nuovo. Prenotazione obbligatoria. Quattro i turni disponibili: ore 20.30, 21.15, 21.30, 21.45. Biglietto di ingresso by night 15 euro. Per gli eventi estivi serali è disponibile una navetta gratuita che collega Paestum e Velia. Per usufruire del servizio è necessario ritirare il ticket navetta presso le biglietterie dei Parchi entro le 18.30 del giorno dell’evento. È comunque consentito visitare liberamente le aree archeologiche di Paestum (area del Tempio di Nettuno e della Basilica) e di Velia (parte basa della città) dalle 20 fino a mezzanotte con ultimo ingresso alle 23.15.

Un libro al giorno. Aldo Schiavone, “I giuristi. Roma. La storia. Scritti scelti” a cura di Cristina Giachi, Valerio Marotta, Fara Nasti, Iolanda Ruggiero, Emanuele Stolfi e Francesca Tamburi: selezione degli ‘scritti minori’ di Storia e di diritto romano di Aldo Schiavone, uno dei più autorevoli studiosi della disciplina

Copertina del libro di Aldo Schiavone “I giuristi. Roma. La storia. Scritti scelti” a cura di Cristina Giachi, Valerio Marotta, Fara Nasti, Iolanda Ruggiero, Emanuele Stolfi e Francesca Tamburi

È uscito per i tipi de L’Erma di Bretschneider il libro di Aldo Schiavone “I giuristi. Roma. La storia. Scritti scelti”, a cura di Cristina Giachi, Valerio Marotta, Fara Nasti, Iolanda Ruggiero, Emanuele Stolfi e Francesca Tamburi. Un’occasione di confronto dedicata al rapporto tra diritto, storia e mondo romano attraverso gli scritti di uno dei più autorevoli studiosi della disciplina. Il libro raccoglie una selezione degli ‘scritti minori’ di Storia e di diritto romano di Aldo Schiavone, uno storico che – negli ultimi sessant’anni – ha lasciato un’impronta indelebile sulle discipline antichistiche, le cui opere sono state tradotte in tutto il mondo e in varie lingue, dall’inglese all’arabo. Sul piano culturale, l’obiettivo è di mettere a disposizione degli studiosi una serie di contributi spesso di difficile reperibilità. Gli scritti di Aldo Schiavone hanno sempre intercettato l’interesse di un pubblico molto ampio, interessato ad approfondire lo studio della cultura giuridica del mondo antico.

Aldo Schiavone è uno degli storici italiani più tradotti nel mondo. Ha insegnato presso l’università di Firenze. È membro dell’American Academy of Arts and Sciences e dell’Institute for Advanced Study. Tra i suoi libti pubblicati si ricorda Spartaco. Le armi e l’uomo (Einaudi, 2011), Ponzio Pilato (Einaudi, 2016) e Ius. L’invenzione del diritto in Occidente (Einaudi, 2017).

Roma. Sul Celio scoperto un edificio di età imperiale con mosaici e affreschi, durante i lavori PNRR di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana: una residenza aristocratica forse parte della caserma della V Coorte dei Vigiles. Necessarie ulteriori analisi di strutture e materiali per chiarire la destinazione d’uso

Veduta da drone dell’edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma (foto fabio caricchia / mic)

Otto ambienti decorati con mosaici e affreschi di grande pregio, un edificio di età imperiale rimasto nascosto per secoli e un ritrovamento che potrebbe ridefinire la conoscenza di uno dei settori più importanti del Celio antico. È questo il risultato degli scavi condotti dalla soprintendenza speciale di Roma del ministero della Cultura nell’ambito degli interventi finanziati dal PNRR, durante i lavori di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana a Roma.

Veduta da drone dell’edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma (foto fabio caricchia / mic)

“L’intervento di Villa Celimontana dimostra in modo esemplare la capacità del ministero di utilizzare le risorse del PNRR”, sottolinea il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, in un messaggio letto dal Capo di Gabinetto del MiC, Valentina Gemignani: “Un cantiere nato per consolidare un muro di sostruzione romano si è trasformato, grazie alla scoperta di un importante edificio del II secolo d.C., in un cantiere di ricerca archeologica. È la dimostrazione di come tutela, ricerca e valorizzazione possano procedere insieme”.

Edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma: mosaici con soggetti marini (foto fabio caricchia / mic)
Edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma: rivestimenti in opus sectile (foto fabio caricchia / mic)

Le indagini hanno portato alla luce cinque ambienti completamente scavati e altri tre parzialmente conservati, appartenenti a un edificio costruito nel II secolo dopo Cristo e riorganizzato nel III secolo. Tra i ritrovamenti più significativi figurano un grande mosaico con un emblema marino raffigurante un delfino, un pesce, un’aragosta e un granchio intorno a un cratere, frammenti di un precedente pavimento musivo di età antonina, ampie porzioni del soffitto affrescato e numerosi rivestimenti in opus sectile, testimonianza dell’elevato livello decorativo del complesso. L’edificio, costruito nel II secolo e riorganizzato nel III, fu abbandonato tra V e VI secolo e parzialmente distrutto per la costruzione della loggia seicentesca di Villa Mattei.

Edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma: mosaici (foto fabio caricchia / mic)

“Roma continua a stupirci”. dichiara la soprintendente speciale di Roma, Daniela Porro, “restituendo testimonianze capaci di ampliare la conoscenza della città antica. La Soprintendenza è riuscita con i fondi del Pnrr per mettere in sicurezza un muraglione antico, a fare anche una scoperta archeologica di grande valore scientifico, che spinge ad aprire nuove prospettive di ricerca e valorizzazione”.

Edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma: frammenti di affreschi (foto fabio caricchia / mic)
Edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma: frammenti di mosaici (foto fabio caricchia / mic)
Edificio di età imperiale scoperto sul Celio a Roma: frammenti di opus sectile (foto fabio caricchia / mic)

La natura dell’edificio resta al momento oggetto di studio e apre un’affascinante questione interpretativa. I raffinati mosaici e gli affreschi sembrano raccontare la storia di una residenza aristocratica, mentre la collocazione dell’edificio e alcuni elementi emersi durante lo scavo potrebbero indicare che facesse parte della caserma della V Coorte dei Vigiles. Se questa seconda ipotesi fosse confermata, il ritrovamento contribuirebbe a ridefinire l’estensione di uno dei più importanti complessi militari della Roma imperiale. “Lo scavo ha restituito un insieme di dati di straordinario interesse, ma la fase più delicata e complessa comincia adesso. Saranno l’analisi delle strutture, dei materiali e del contesto a permetterci di verificare le diverse ipotesi interpretative e di comprendere la reale funzione dell’edificio”, conclude Simona Morretta, responsabile scientifica dello scavo.

Gran finale del “Mese dei Bronzi di Riace”: a Riace lo spettacolo “Tra Arte e Mito – Storie di Eroi” del Teatro Carlo Magno, al MarRC il concerto-spettacolo “Note a margine” del Premio Oscar Nicola Piovani

Si avvicina il momento culminante il “Mese dei Bronzi di Riace. La Calabria del Mito”, il programma promosso dalla Regione Calabria che, attraverso spettacoli, musica, teatro e valorizzazione del patrimonio culturale, ha trasformato i Bronzi di Riace nel fulcro di una grande rete culturale diffusa sull’intero territorio regionale. Dopo il successo delle prime tappe del Mese dei Bronzi di Riace 2026, la Calabria si prepara a vivere gli ultimi due appuntamenti di un programma che, nelle scorse settimane, ha coinvolto migliaia di persone tra siti archeologici, musei, luoghi della cultura e scenari di straordinaria bellezza paesaggistica. L’iniziativa, promossa dalla Regione Calabria e realizzata dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria grazie alla collaborazione tra istituzioni culturali, enti territoriali e operatori del settore, sta confermando la capacità dei Bronzi di Riace di essere non soltanto un simbolo identitario, ma anche un motore di partecipazione, promozione culturale e valorizzazione del territorio.

Mercoledì 12 agosto 2026, alle 21.30 a Riace (RC), luogo simbolo del ritrovamento dei due celebri capolavori, nella suggestiva piazza Bronzi di Riace, il teatro incontrerà uno dei simboli più potenti della storia e dell’identità del Mediterraneo. Lo spettacolo “Tra Arte e Mito – Storie di Eroi”, del Teatro Carlo Magno, si inserisce nel programma del Mese dei Bronzi di Riace 2026 creando un ideale dialogo tra le due celebri opere e l’antica arte del teatro di figura. Da oltre cinquant’anni i Bronzi custodiscono a Riace la memoria silenziosa di un universo popolato da guerrieri, imprese, viaggi e miti. Sul palcoscenico, quello stesso immaginario tornerà a vivere attraverso figure armate, cavalieri e combattimenti, mossi dalla sapienza dei pupari e accompagnati dalla forza della narrazione teatrale. Il filo che unisce i Bronzi allo spettacolo è proprio la figura dell’eroe. Da una parte il bronzo, immobile e monumentale, capace di attraversare i millenni; dall’altra il teatro, che restituisce all’eroe gesto, voce, movimento e racconto. Due linguaggi differenti che appartengono a una comune memoria mediterranea e continuano, ancora oggi, ad affascinare generazioni diverse. “Tra Arte e Mito – Storie di Eroi” diventerà così un ponte tra patrimonio artistico e tradizione teatrale: un modo per immaginare che, per una sera, i guerrieri custoditi dalla storia possano tornare simbolicamente a muoversi e a raccontare le proprie imprese.

Il percorso si concluderà domenica 16 agosto 2026 a Reggio Calabria, nel giorno del 54° anniversario del ritrovamento dei Bronzi di Riace, avvenuto il 16 agosto 1972 nelle acque del Mar Ionio reggino. Una data che rappresenta una delle pagine più significative della storia culturale italiana e che continua a richiamare l’attenzione del pubblico nazionale e internazionale. Per celebrare l’anniversario, il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria ospiterà in piazza De Nava il concerto-spettacolo “Note a margine” del Premio Oscar Nicola Piovani, accompagnato sul palco da Marina Cesari, Marco Loddo e Vittorino Naso e dalle suggestive immagini e i disegni di Milo Manara. Sogni, miti e suggestioni prenderanno vita sulla facciata di Palazzo Piacentini, trasformando il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria in un grande scenario narrativo a cielo aperto. Musica, immagini e racconto si fonderanno così in un evento di forte impatto emotivo e simbolico, pensato per rendere omaggio ai Bronzi di Riace e al loro straordinario legame con la storia, l’arte e l’identità della Calabria. Il concerto rappresenterà il momento culminante di un mese di iniziative che ha saputo trasformare la celebrazione dei Bronzi in una grande festa diffusa della cultura, confermando il valore della collaborazione tra istituzioni e il ruolo centrale del patrimonio culturale come strumento di crescita, conoscenza e partecipazione.

Siccità e alluvioni: l’università di Padova, partner del progetto europeo WatHer, sperimenta sul campo l’utilità idraulica del “modello romano”. L’ingegneria romana di duemila anni fa torna utile per la crisi idrica attuale

L’ingegneria romana di duemila anni fa torna utile per la crisi idrica attuale. Così l’università di Padova, partner del progetto europeo WatHer, sperimenta sul campo l’utilità idraulica del “modello romano”. WatHer – Water Heritage in European Rural Mediterranean è un progetto cofinanziato dal programma Interreg Euro-MED, coordinato dal Politecnico di Milano e attivo da settembre 2025 a febbraio 2029. Coinvolge 12 partner di otto Paesi e dieci siti pilota: dai canali irrigui a gravità di Spagna, Portogallo, Francia e Albania alle marcite lombarde e alla centuriazione padovana, dalle pozze pastorali della Croazia e della Slovenia ai sistemi idraulici di Cipro. Il progetto è articolato in tre fasi – studio, sperimentazione e trasferimento dei risultati – che confluiranno in una strategia comune per i territori rurali mediterranei, con l’obiettivo di rispondere al problema della siccità riscoprendo, recuperando e rafforzando i sistemi storici di gestione dell’acqua.

Siccità e alluvioni: semplificazione agraria con scomparsa di siepi e fossi (foto unipd)

Quella del 2026 si prospetta come l’estate più calda registrata dal 1992. Un primato certificato dagli ultimi dati Arpav: nei mesi di giugno e luglio la temperatura media regionale ha raggiunto 23,1 gradi frantumando i record del 2003 (22,7) e del 2022 (22,7). Le altissime temperature e l’assenza di precipitazioni degli ultimi mesi hanno costretto la Regione del Veneto a dichiarare lo stato di emergenza regionale per deficit idrico con l’Ordinanza n. 72 del 1° luglio 2026. Le principali criticità includono un calo delle precipitazioni del 28% con un deficit di 2,4 miliardi di metri cubi d’acqua, la portata del fiume Adige ridotta del 21% e il rischio di ingresso del cuneo salino. Di fronte a questa crisi idrica senza precedenti la storia può insegnarci qualcosa? E la risposta a questa crisi potrebbe arrivare dall’eredità del nostro passato?

Progetto europeo WatHer: Borgoricco e Mirano sono il caso di studio dell’università di Padova (foto unipd)

La centuriazione: c’era una volta, o c’è ancora? C’erano una volta le centuriazioni romane, i fossi di scolo e le siepi campestri, che per secoli hanno modellato e protetto il paesaggio rurale padovano. In particolare il Graticolato Romano si estendeva nell’area a nord-est della città, tra le attuali province di Padova e Venezia. Nate come opere idrauliche antiche (risalenti al I secolo a.C.), recentemente patrimonializzate (con il museo della Centuriazione a Borgoricco e un Osservatorio del paesaggio del Graticolato), ma anche in parte cancellate dall’urbanizzazione e dall’agricoltura intensiva, oggi tornano a candidarsi come risposta concreta alle emergenze climatiche del XXI secolo. È questo il cuore di WatHer (Water Heritage in European Rural Mediterranean), il progetto di cooperazione transnazionale co-finanziato per 3 milioni di euro dal programma Interreg Euro-MED a cui partecipa l’università di Padova, e che vede coinvolti 12 partner da otto Paesi del Mediterraneo, coordinati dal Politecnico di Milano, con l’obiettivo di recuperare la “saggezza” dei sistemi storici di gestione dell’acqua per rafforzare la resilienza del territorio. Il principal investigator per l’università di Padova è il professor Mauro Varotto che unitamente alla ricercatrice Tanja Kremenić del dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità hanno concentrato la loro ricerca sui territori comunali di Mirano e Borgoricco compresi nei 200 km quadrati di estensione dell’intera centuriazione.

Mauro Varotto, geografo e coordinatore del progetto WatHer per l’università di Padova (foto unipd)

Il “trilemma dell’acqua” e la centuriazione patavina. WatHer si propone di elaborare e applicare a fossi e siepi dell’agro centuriato un modello eco-idrologico che possa rispondere al “trilemma dell’acqua” nel Mediterraneo, ovvero le tre sfide da affrontare per il prossimo futuro: siccità prolungate e scarsità d’acqua, precipitazioni estreme e repentini rischi di alluvione, degrado della qualità idrica causato dall’inquinamento della falda superficiale. Le tre criticità sono strettamente interconnesse e quindi necessitano di un approccio congiunto per essere affrontate. “Si tratta di immaginare per il futuro una terza centuriazione”, dice Mauro Varotto, geografo e coordinatore del progetto per l’università di Padova, “in continuità ma diversa dalle precedenti: la prima era principalmente vocata alla produzione agricola, la seconda è diventata una città diffusa con il paesaggio dei capannoni che conosciamo, la terza deve essere una centuriazione verde-blu, una infrastruttura ambientale e idraulica capace di affrontare le sfide del cambiamento climatico. Per fare questo serve un nuovo modello di governance per queste millenarie linee d’acqua, oggi frammentate in miriadi di proprietà private prive di una cabina di regia”. Questa porzione di territorio è particolarmente indicata per studiare il “trilemma dell’acqua”: il caso di studio padovano si concentra sulla rete degli scoli minori che caratterizza lo storico paesaggio centuriato per denunciare la scomparsa negli ultimi cinquant’anni di molti fossi e delle relative siepi alberate, fenomeno che ha ridotto la capacità del territorio di mitigare le piene e contrastare la siccità. Se il cambio di paradigma del dopoguerra rispondeva alla logica di estendere i terreni coltivati, migliorare la produttività degli stessi e implementare la meccanizzazione “senza barriere”, come le siepi, oggi a fronte dell’aumento di precipitazioni intense e prolungati periodi di siccità il recupero del concetto idrologico legato alla centuriazione romana non è un mero ritorno al passato.

La ricercatrice Tanja Kremenić del dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’università di Padova (foto unipd)

“Le analisi GIS del Comune di Borgoricco, cuore simbolico della centuriazione, mostrano che, tra il 2008 e il 2022, la rete dei fossi si è ridotta in media di circa 2,4 chilometri l’anno e quella delle siepi, nello stesso periodo, di circa 1,8 chilometri l’anno”, sottolinea Tanja Kremenić. “Nonostante alle priorità produttive dei decenni del boom economico si siano recentemente affiancate norme di maggiore tutela ambientale, la perdita continua ancora oggi. WatHer nasce da questa emergenza e sperimenta su piccola scala la fattibilità e i benefici della reintegrazione del sistema fosso-siepe, riproponendo l’eredità culturale come risorsa idraulica e climatica”. Da questa analisi risulta evidente che il patrimonio della centuriazione romana non consiste soltanto nella divisione agraria in centurie per ripartire terreni agricoli tra coloni, ma si rivela prima di tutto imponente e strategica opera di ingegneria idraulica e bonifica territoriale. La griglia ortogonale di strade e canali era stata pensata soprattutto per distribuire l’acqua, e favorirne il deflusso seguendo la naturale inclinazione della pianura, un sistema sapiente che proprio per la sua efficacia è giunto fino a noi, drenando le acque in eccesso e convogliandole fino all’Adriatico. Il progetto WatHer mette in dialogo la conoscenza ancestrale dei gromatici antichi con i più avanzati strumenti tecnologici: dati LiDAR e analisi cartografiche in ambiente GIS, sensori ambientali di monitoraggio sul campo, che serviranno ad elaborare piani d’azione co-progettati con le amministrazioni e le comunità locali (i Comuni di Borgoricco e Mirano sono partner associati del progetto), con il supporto tecnico del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive.

Siccità e alluvioni: allagamenti per mancata manutenzione dei fossati (foto unipd)

Il progetto WatHer alla prova pratica. Da settembre 2026 saranno individuati alcuni tratti pilota di scoli, nei quali il progetto intende intervenire con il ripristino del sistema integrato fosso-siepe, paesaggio storico della maglia di origine romana, potenziandone le funzioni di collettore d’acqua, mitigazione climatica e corridoio ecologico, allargando lo scavo del fosso e aggiungendo la siepe alberata con funzione di ombreggiamento anti-evaporazione. La riqualificazione di questi elementi in un sistema integrato offrirà nel tempo molteplici vantaggi: aiuterà a rallentare i picchi di piena, a stoccare acqua per la ricarica della falda, a fitodepurare con la vegetazione riparia gli inquinanti prima che raggiungano i fiumi, a ridurre l’evaporazione grazie all’ombra portata dalle siepi, e a creare corridoi ecologici e isole climatiche anche per la fauna. Insieme agli altri siti pilota distribuiti tra Spagna, Portogallo, Italia, Croazia, Slovenia, Cipro, Albania e Francia, l’esperienza di Padova servirà a dimostrare che attraverso una gestione sapiente dei sistemi bimillenari di irrigazione tradizionale si possono ottenere molteplici benefici: garantire servizi ecosistemici misurabili, salvaguardare la risorsa acqua, mantenere il bel paesaggio celebrato da Goethe e, si spera, anche un ritorno economico nel medio-lungo termine. La centuriazione esce così dal museo e torna ad essere paesaggio vivo.