Firenze. Nel 60mo dell’alluvione del 1966, aprono due mostre: “Salvati dal fango. Il recupero dell’archeologia a Firenze” al museo Archeologico nazionale, e “L’alluvione del 1966 in piazza Santissima Annunziata: gli Innocenti e l’Archeologico tra acqua, fango e salvataggi” al museo degli Innocenti. Contributi per “archeologiavocidalpassato.com” del direttore Maras e della curatrice Claudia Noferi

Il pannello che annuncia la mostra “Salvati dal fango” all’ingresso del museo Archeologico nazionale di Firenze: nella foto dell’Archivio MAF si intravvede l’Urna del Bottarone (foto graziano tavan)

“Verso le 10.30 del 4 novembre (1966, ndr) le acque dell’Arno dilaganti in Firenze cominciarono a entrare nei locali terreni della sovrintendenza alle Antichità da via della Pergola”, comincia così il racconto, drammatico, di quel giorno annotato da Guglielmo Maetzke, fresco direttore del museo Archeologico di Firenze. “Il personale di servizio tentò di creare degli sbarramenti, e come questi venivano rapidamente superati cercò di opporne altri, più interni per impedirne l’ingresso nel museo. Poi la piena premette sulle volte e il pavimento della seconda sala si gonfiò, si sollevò, e finalmente scoppiò con un rumore sordo, facendo capovolgere una grande vetrina e l’acqua irruppe liberamente nel museo salendo fino a un metro e mezzo di altezza. Cominciò a defluire verso le 9 di sera. Per circa nove ore quest’acqua fangosa, sporca di innumerevoli detriti, ricca di imprevedibili e inconoscibili reagenti, su cui galleggiavano larghe chiazze di nafta, tenne sommerse le collezioni del museo Topografico dell’Etruria, e i Gabinetti fotografico e di restauro, e tutti i magazzini sotterranei. Immersi in quel bagno, vasi di bronzo e ceramiche si mossero, galleggiarono se interi, o si sfasciarono se restaurati per la dissoluzione delle colle. Le vetrine centrali, più leggere, si rovesciarono. I palchetti in legno delle vetrine più grandi si sollevarono, si scollarono, e versarono sui piani inferiori gli oggetti che avevano sostenuti per anni. Da tutti gli oggetti decine di migliaia di cartellini inventariali si staccarono e si dispersero. Quando finalmente le acque si furono ritirate, rimase su tutto la coltre di marmo vischioso e maleodorante”.

Piazza Santissima Annunziata a Firenze (foto graziano tavan)

Da quel giorno sono passati 60 anni. E non sono passati invano. E Firenze vuole ricordare. Il museo Archeologico nazionale di Firenze e l’Istituto degli Innocenti, le due istituzioni culturali affacciate sulla piazza della Santissima Annunziata di Firenze, ricordano il drammatico evento con il progetto “Curare il passato e proteggere il futuro: Storie del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e dell’Istituto degli Innocenti” sviluppato in due esposizioni parallele ma distinte – per materiali ed estensione – nelle due sedi museali: dal 4 novembre 2026 al 7 marzo 2027, al museo Archeologico nazionale di Firenze, la mostra “Salvati dal fango. Il recupero dell’archeologia a Firenze”; dal 4 novembre al 31 dicembre 2026, al museo degli Innocenti, la mostra “L’alluvione del 1966 in piazza Santissima Annunziata: gli Innocenti e l’Archeologico tra acqua, fango e salvataggi”, che propongono proiezioni video realizzate con fotografie d’archivio, testimonianze dei protagonisti e una vasta selezione di oggetti e documenti dell’epoca. Il progetto è curato da Daniele Federico Maras e Claudia Noferi per il museo Archeologico e da Arabella Natalini per l’Istituto degli Innocenti. Le mostre intendono proporre un’opera di ricostruzione e restituzione di quanto accadde in quei giorni nelle due istituzioni. L’alluvione non rappresentò infatti solo uno spartiacque nella storia generale della città, ma segnò profondamente entrambi gli enti che, per riparare ai danni subiti, diedero il via a importanti interventi: al museo Archeologico si diede avvio a una straordinaria azione di salvataggio e recupero, che portò anche al potenziamento del laboratorio di restauro già esistente, divenuto eccellenza a livello internazionale mentre agli Innocenti si rafforzò l’urgenza di intraprendere l’opera di ricostruzione della Fabbrica e di riallestimento della Galleria d’arte al terzo piano.

“L’alluvione di Firenze è stato un momento drammatico, tragico, ma anche identitario per Firenze, che si è riconosciuta unita di fronte a una tragedia”, spiega Daniele F. Maras, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze, ad archeologiavocdalpassato.com, “per la solidarietà, per l’impegno dei cittadini, e che ha scoperto una grande solidarietà e impegno da parte di tutta l’Italia, di tutte le istituzioni. Lo Stato italiano ha mobilitato le proprie risorse. È nata la Protezione civile. Sono state introdotte delle borse di studio. Gli angeli del fango, giovani che da tutto il mondo si sono mossi per salvare il patrimonio di Firenze.

L’effetto dell’alluvione del 1966 sulle collezioni del museo Archeologico nazionale di Firenze (foto archivio Maf)

“Qui nel museo Archeologico – continua Maras – Firenze ha visto anche la nascita di un centro di eccellenza, perché non era mai successo che un patrimonio archeologico così vasto fosse messo a repentaglio. E quindi fu istituito presso il museo Archeologico il Centro di restauro archeologico della Toscana che divenne presto un centro di eccellenza con apparecchiature avanzatissime all’epoca, la propria macchina a Raggi X, attrezzature per analisi chimico-fisiche. Quindi diciamo che il restauro moderno archeologico ha cambiato da prima a dopo l’alluvione.

“Quindi è un momento in cui Firenze può essere orgogliosa del proprio impegno, delle proprie capacità, quella che oggi chiameremmo resilienza, e di produrre qualcosa di eccezionale a partire da una tragedia. E grazie a questo impegno il museo Archeologico vuole rinnovare l’abbraccio con la sua città, perché questo museo è la casa dei fiorentini”.

“Il progetto Curare il passato, proteggere il futuro”, illustra ad archeologiavocidalpassato.com il direttore del MAF Daniele F. Maras, “è un progetto che vuole mettere insieme realtà del territorio di Firenze, di questa parte di Firenze in particolare intorno alla piazza della Santissima Annunziata: e infatti ci siamo alleati, associati con l’Istituto degli Innocenti che nel suo museo ospita un’altra parte di questa mostra, una doppia mostra che è diffusa su due istituti, per raccontare quella che fu una tragedia cittadina che vide diverse realtà colpite. Nel loro caso non furono tanto le opere d’arte quanto i mezzi di sostentamento degli orfani, dei bambini ospitati nell’istituto. Noi ospitiamo qui alcune testimonianze dell’istituto colpito, vicino ai materiali archeologici colpiti dall’alluvione. E la stessa cosa succede presso l’istituto degli Innocenti dove viene raccontato di più il momento del colpo, della tragedia. Diciamo che qui, presso il museo Archeologico, raccontiamo il dopo, ciò che è successo subito dopo. In questo modo riallacciamo il rapporto con la città attraverso le sue istituzioni gloriose, potremmo dire, storiche, che uniscono tutti i cittadini di Firenze”.

“La mostra”, spiega Daniele F. Maras, direttore del MAF, ad archeologiavocdalpassato.com, “racconta diversi momenti a partire dalle voci dei protagonisti dell’epoca. Era appena divenuto soprintendente Guglielmo Maetzke che si trovò subito a fronteggiare una tragedia e un momento così drammatico. Ci fu l’impegno di archeologi e ispettori come Anna Talocchini che si mise immediatamente a catalogare i materiali e a recuperare tutto quello che si riusciva a recuperare dal giorno dopo la fine dell’alluvione. O Emilio Pecorella che salvò il patrimonio fotografico insieme a tutto un gruppo di fotografi.

Il cinerario col defunto disteso e il demone femminile Vanth, dopo l’alluvione e dopo il restauro (foto graziano tavan)

“Noi – continua Maras – abbiamo voluto raccontare la storia di persone che si sono impegnate, ma non hanno semplicemente salvato il salvabile di fronte a una situazione così drammatica, ma hanno costruito un futuro migliore mettendo tutte le risorse a disposizione. La storia viene raccontata dal momento in cui c’è l’alluvione che colpisce, devasta, distrugge: basti pensare che ha riempito gli scantinati e i depositi sotterranei fino a far saltare i pavimenti per aria e buttando giù tutte le vetrine. Quindi la situazione era un bombardamento alla fine dell’alluvione. Dopodiché c’è stato un lavoro meticoloso di ricostruzione, e il personale all’epoca ebbe la prontezza d’animo di salvare i registri inventariali grazie ai quali si è potuto poi ricostruire e mettere insieme tutto il resto. Questo lungo lavoro, quasi uno scavo archeologico all’interno di un museo coperto di fango, ha permesso di ricostruire un patrimonio che oggi possiamo ancora vedere grazie a quegli eroi”.

Arredi dall’archivio alla mostra “Salvati dal fango” al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

“La mostra Salvati dal fango è sicuramente anche un racconto della storia di questo museo. Abbiamo attinto dagli archivi: l’archivio documentario, che il visitatore trova all’inizio della mostra; l’archivio fotografico, che invece è la guida dell’intero percorso espositivo”, spiega l’archeologa del MAF Claudia Noferi, curatrice della mostra, ad archeologiavocidalpassato.com. “E abbiamo attinto anche dalle cantine, dai magazzini, perché il visitatore troverà dei mobili, dei complementi di arredo, degli oggetti, che veramente hanno fatto parte della vita di quegli anni, dell’alluvione e del post alluvione. Il visitatore quindi potrà svolgere un percorso a tutto tondo all’interno di quello che è stato l’alluvione del 4 novembre del 1966 a Firenze, al museo Archeologico e anche di come il museo Archeologico e il personale ha reagito a questa immensa tragedia”.

La stele del dio Arno proveniente dal foro romano di Firenze (foto graziano tavan)

“In questa mostra”, illustra la curatrice Claudia Noferi, “si troveranno ancora degli oggetti che sono stati conservati a futura memoria con le tracce del fango dell’alluvione. E si troverà addirittura una stele che rappresenta proprio il dio Arno, che viene dal Foro di Firenze, quindi dal centro, dallo storico cinema Gambrinus per noi fiorentini, adesso Hard Rock Cafè, che a inizio mostra ci ricorda proprio il rapporto tra l’Arno e i fiorentini nella storia”.

“Il museo Topografico dell’Etruria”, ricorda Daniele F. Maras, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze, ad archeologiavocidalpassato.com, “fu quello che è stato colpito di più dall’alluvione perché all’epoca era disposto al pian terreno e quindi fu duramente devastato.

Oggetti in mostra a “Salvati dal fango” lasciati ancora con le tracce del fango a memoria dell’alluvione (foto graziano tavan)

Dopo d’allora ci sono stati vari momenti di recupero e di ripresentazione. In questo momento il museo Topografico dell’Etruria è in corso di riallestimento: prima ristrutturazione degli spazi e poi riallestimento, grazie anche a una donazione internazionale che consentirà l’allestimento del nuovo Topografico. I lavori sono in corso. È difficile, in un edificio storico, riuscire a prevedere le date per cui avevo sperato di poter arrivare in tempo per questo appuntamento (4 novembre 2026, ndr). Ma siamo ancora al lavoro e quindi l’anno prossimo dovrebbe essere quello buono, ma non voglio dare date visto che possono esserci sempre delle sorprese. Quello che stiamo facendo però è costruire un rapporto tra il museo Topografico dell’Etruria, anche quando è chiuso, e il resto del mondo. In questo momento a Cabras in Sardegna c’è una mostra con i materiali che saranno esposti nel Topografico, che sono stati spostati in Sardegna temporaneamente per una mostra di Etruschi e Sardi a confronto in collaborazione con la Fondazione Mont’e Prama (vedi Cabras (Or). Alla vigilia della grande mostra “Tyrrhenòs e Sardò. Principi Etruschi e Guerrieri Nuragici: storia di due popoli e del mare che li unisce” a cura di Paolo Giulierini, Daniele Maras, Giorgio Murru e Raimondo Zucca, al museo “Marongiu”, il direttore Maras fa qualche anticipazione e invita tutti a visitarla – archeologiavocidalpassato(. Prima c’era stata un’occasione del genere a Vetulonia (vedi Vetulonia. Il principe etrusco Raku Kakanas torna a casa: apre la mostra “Il ritorno del condottiero. Principi etruschi nella Tomba del Duce di Vetulonia” (con passeggiata alla Tomba del Duce), con il ricco corredo scoperto nella tomba a circolo nel 1886 da Isidoro Falchi. È la prima iniziativa dell’accordo tra Maf e Muvet – archeologiavocidalpassato). Quindi il museo esce dai propri spazi. Il Piombo di Magliano in questo momento è a Magliano in Toscana (vedi Magliano in Toscana (Gr). Al museo Archeologico aperta la mostra “Il Piombo di Magliano. Nel labirinto della lingua etrusca”: il museo Archeologico nazionale di Firenze porta il Piombo di Magliano dopo oltre 140 anni nel luogo del suo ritrovamento – archeologiavocidalpassato). Sono tutte occasioni in cui il museo – come dovrebbe essere – è un centro nazionale: quindi esce dal proprio spazio per poter presentare quello che ha, anche quando una parte del museo è chiuso per rinnovamento a tutto il mondo”.

4 novembre: per la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate accesso gratuito ai musei, alle aree archeologiche e ai complessi monumentali dello Stato

Il 4 novembre 2026, in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il ministero della Cultura dispone l’accesso gratuito ai musei, alle aree archeologiche e ai complessi monumentali dello Stato: è la terza data ad accesso gratuito, insieme al 25 aprile e al 2 giugno, come previsto sin dal 2023 dal ministero della Cultura in occasione di ricorrenze dall’alto significato storico. L’iniziativa rappresenta un’importante occasione per favorire la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale nazionale, offrendo ai cittadini la possibilità di accedere liberamente alle collezioni e ai siti d’interesse storico del territorio.

Feltre (Bl). Nell’area archeologica sotto la cattedrale è tornato Esculapio: realizzata una copia con scansione 3D dell’originale, conservato nel museo civico, e posta dove la statua fu scoperta nel 1974

La statua di Esculapio, scoperta nel 1974 sotto il sagrato della cattedrale di Feltre, e conservato nel museo civico Archeologico di Feltre (foto sabap-bl)

A più di cinquant’anni dalla sua scoperta la statua di Esculapio è tornato nell’area archeologica sotto il sagrato della cattedrale di Feltre, dove era stato ritrovato nel 1974. Ma senza spostare dal museo civico Archeologico di Feltre (Bl) l’originale, datato tra il 100 e il 120 d.C., dove può essere tutelato dalle variazioni di temperatura e umidità. Nell’area archeologica è sì tornato Esculapio, ma in copia. La Tryeco 2.0 srl ha infatti realizzato una copia in scala 1:1 della statua romana di Esculapio, dio della medicina e della guarigione.

La scansione 3D della statua di Esculapio realizzata dalla Tryeco 2.0 (foto sabap-bl)

“Il nostro lavoro”, raccontano alla Tryeco 2.0, “è partito dalla scansione 3D ad alta definizione della statua originale. Abbiamo poi elaborato il modello digitale e realizzato la riproduzione, alta 190 cm, attraverso stampa 3D in PLA in tre parti. Dopo l’assemblaggio, siamo intervenuti manualmente con stuccatura, finitura e verniciatura per eliminare giunture e layer di stampa e ottenere una resa il più possibile fedele all’originale. La copia è stata infine collocata nell’area archeologica della Feltre sotterranea, nella stessa posizione in cui la statua era stata rinvenuta più di cinquant’anni fa. Un progetto in cui tecnologia e lavorazione artigianale diventano strumenti per rendere il patrimonio storico nuovamente visibile nel suo contesto originario”.

Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico di Licodia Eubea (Ct): a meno di un mese dall’inizio, presentata l’immagine simbolo della XVI edizione. Alessandra Cilio: “L’immagine nasce da una riflessione precisa, che ha determinato l’architettura di questa edizione e che può essere racchiusa nella parola-chiave (R)EVOLUTION”

Meno di un mese. Tanto manca all’inaugurazione della XVI edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico: a Catania dal 1° al 3 dicembre e a Licodia Eubea dal 4 al 6 dicembre 2026. Sembra ieri che i direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele annunciavano che per la prima volta il festival sdoppiava la sede: non più solo Licodia Eubea, dove è nato e diventato grande, ma anche Catania. Dal paese alla grande città allargando pubblico e orizzonti. E invece è già passato un anno. E a ricordarci che la macchina organizzativa è a pieno regime per ottimizzare proiezioni, incontri, accoglienza, sono i social dove, da qualche giorno, in attesa del programma definitivo (è questione di giorni) con le date del Festival ha fatto capolino la nuova locandina con l’immagine simbolo della XVI edizione: opera di Pierluigi Longo, pregiatissimo illustratore che da tre anni a questa parte firma le locandine del FCCA. “La silhouette è quella di un cratere. Una forma riconoscibile, fedele al suo modello antico”, spiega Alessandra Cilio. “La decorazione, però, viene dal futuro. O forse dall’idea romantica del futuro che George Lucas ci ha consegnato con Star Wars: un androide dai tratti essenziali, occhi meccanici nei quali cerchiamo d’istinto qualcosa di umano. Dal vaso si sprigiona una luce potente. Quella di un proiettore cinematografico, forse. Oppure l’energia del passato che torna a vivere, assumendo nuovi significati nel presente e suggerendo qualcosa sul nostro domani. Questa immagine, che suggerisce molteplici letture, nasce da una riflessione precisa, che ha determinato l’architettura di questa edizione e che può essere racchiusa nella parola-chiave (R)EVOLUTION”.

Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, direttori artistici del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico di Licodia Eubea (Ct) (foto graziano tavan)

E così scopriamo anche il tema su cui rifletterà il XVI Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico. “Ci interessano i cambiamenti che attraversano la vita dell’essere umano”, continua Cilio, “ne modificano il corpo, le abitudini, le relazioni, il modo di pensare. Le trasformazioni sociali e politiche, le rivoluzioni tecnologiche, le invenzioni che hanno cambiato il corso della storia. Ogni trasformazione porta con sé possibilità e perdite, entusiasmi e resistenze. Può generare crescita, produrre un arretramento, costringere a ripensare il significato stesso della parola progresso. In questo discorso, il rapporto fra essere umano e tecnologia ha un posto centrale. È un rapporto antico e complesso, anche se oggi tendiamo a viverlo come una questione tutta contemporanea. Ci affascina ciò che possiamo creare e, al tempo stesso, ci preoccupa la possibilità che sfugga al nostro controllo, che diventi autonomo, che possa persino prendere il nostro posto. Le civiltà del passato avevano già immaginato qualcosa di simile, affidando a miti e racconti domande che riconosciamo ancora come nostre”.

“In un tempo in cui l’azione umana incide così profondamente sugli equilibri del pianeta”, sottolinea Cilio, “vale la pena chiederci a quale punto della nostra evoluzione ci troviamo. La relazione con la macchina, sempre più intima e quotidiana, accresce anche la nostra capacità di comprendere? Ci aiuta a scegliere con maggiore consapevolezza? E quali conseguenze siamo disposti a riconoscere nelle trasformazioni che promuoviamo? L’intelligenza artificiale rende questo confronto particolarmente urgente. Entra nel lavoro, nella ricerca, nella produzione delle immagini e dei racconti. Apre possibilità e solleva questioni che riguardano la conoscenza, l’autorialità, la responsabilità delle nostre scelte. Che cosa sta cambiando nel cinema? Quali strumenti offre alla ricerca archeologica? Come interviene nella lettura, nella ricostruzione e nella comunicazione del patrimonio culturale? È l’attualità di queste domande ad averci spinti in questa direzione – conclude Cilio -. Un festival dedicato al cinema del patrimonio culturale è un evento solo apparentemente di nicchia: le storie che racconta attraversano il nostro tempo e ci riguardano da vicino. Il cinema, insieme alla riflessione sul passato e sulle sue tracce tangibili e intangibili, ci offre la possibilità di rinnovare lo sguardo sul presente e sul futuro, esercitando quel senso critico del quale abbiamo sempre più bisogno”.

Appuntamento il 1° dicembre 2026 al Palazzo della Cultura in via Vittorio Emanuele II 119 a Catania; e poi, dal 4 dicembre 2026 al Teatro della Legalità in piazza Papa Giovanni XXIII 40 a Licodia Eubea (Ct). E intanto ricordiamo i momenti più belli della XV edizione scorrendo il video diario da Catania a Licodia Eubea.

Pontecagnano (Sa). Al museo Archeologico nazionale “Gli Etruschi di frontiera” prorogata la mostra “Cavalieri e Sirene. Nuove storie dalla terra” che accende i riflettori sullo straordinario contesto funerario della Tomba 10188

Allestimento della mostra “Cavalieri e Sirene. Nuove storie dalla terra” al museo Archeologico nazionale di Pontecagnano “Gli Etruschi di frontiera” (foto sabap-sa-av)

Visto il grande interesse del pubblico, l’esposizione temporanea “Cavalieri e Sirene. Nuove storie dalla terra”, allestita al museo Archeologico nazionale di Pontecagnano “Gli Etruschi di frontiera”, è prorogata fino al 15 novembre 2026. Inaugurata il 27 settembre 2026 in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2026, la mostra, curata dalla soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino in collaborazione con la direzione regionale Musei nazionali della Campania, accende i riflettori sullo straordinario contesto funerario della Tomba 10188, una rarissima tomba “a cubo” risalente alla prima metà del VI secolo a.C., rinvenuta di recente a Pontecagnano durante scavi di archeologia preventiva (vedi Pontecagnano Faiano (Sa). Al museo Archeologico nazionale “Gli Etruschi di frontiera” aperta la mostra “Cavalieri e sirene: nuove storie dalla terra” col contesto funerario di eccezionale rilievo della Tomba 10188 (VI sec. a.C.) del tipo “a cubo” scoperta nei mesi scorsi durante un intervento di archeologia preventiva – archeologiavocidalpassato).

Cinerario della Tomba 10188, un cratere figurato di produzione corinzia (foto sabap-sa-av)

La mostra presenta un contesto funerario di eccezionale rilievo, rinvenuto nei mesi scorsi durante un intervento di archeologia preventiva a Pontecagnano Faiano. Nel settore meridionale del lotto è stato individuato un gruppo di quattro sepolture databili alla prima metà del VI secolo a.C., purtroppo in parte distrutte da un impianto fognario moderno. Tra queste si distingue, per eccezionalità, la Tomba 10188 costituita da un cratere figurato – prodotto a Corinto – che ospitava le ossa combuste del defunto. La Tomba 10188, risalente alla prima metà del VI secolo a.C., appartiene alla tipologia “a cubo”, piuttosto rara nel sito, costituita da un blocco in travertino posto a protezione di un vaso utilizzato come urna cineraria. Nel caso della Tomba 10188 il cinerario è costituito da un cratere figurato di produzione corinzia, decorato con cavalieri al galoppo, su un lato, e con una sirena affiancata da cavalieri affrontati sull’altro. Numerosi elementi indicano che la sepoltura appartenesse a un personaggio di rango elevato nell’ambito della comunità dell’antico centro etrusco: la particolare tipologia della struttura della tomba, l’uso come cinerario del cratere, elemento centrale del simposio destinato alla mescita del vino, il rituale funerario dell’incinerazione nonché la decorazione figurata del vaso importato direttamente dalla Grecia.

Melfi-Venosa (Pz). Prorogata al 3 gennaio 2027 la mostra diffusa “Salvati. Storia di un sequestro” che spazia da raffinati vasi a figure rosse a preziosi gioielli in ambra e oro, fino a sculture e a un grande mosaico policromo, sottratti allo scavo clandestino e restituiti alla fruizione pubblica grazie all’azione investigativa e alla rete istituzionale

Nuova proroga dell’apertura della mostra diffusa “Salvati. Storia di un sequestro” sarà visitabile fino a domenica 3 gennaio 2027, allestita in contemporanea al museo Archeologico nazionale “Massimo Pallottino” (Castello di Melfi, Pz) e il museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” (Castello di Venosa, Pz): percorso espositivo diffuso, tra Melfi e Venosa, che spazia da raffinati vasi a figure rosse a preziosi gioielli in ambra e oro, fino a sculture e a un grande mosaico policromo. Nata dalla sinergia strategica con il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) e con la Direzione Generale Musei, l’itinerario si snoda tra reperti di straordinario valore storico e scientifico, sottratti allo scavo clandestino e restituiti alla fruizione pubblica grazie all’azione investigativa e alla rete istituzionale. Programmata inizialmente dal 17 luglio al 27 settembre 2026, era stata una prima volta prorogata fino al 1° novembre 2026. La visita alla mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso ordinario secondo gli orari di apertura dei Musei.

Allestimento della mostra diffusa “Salvati. Storia di un sequestro” tra Melfi e Venosa (foto musei melfi venosa)

L’esposizione è dedicata al recupero di circa 140 reperti archeologici sottratti all’Italia da scavi clandestini e reimmessi sul mercato clandestino internazionale. Il cruciale rientro, finalizzato nel maggio 2023 al termine di un lungo e complesso negoziato con la società di diritto inglese in liquidazione Symes Ltd – appartenuta al noto trafficante d’arte Robin Symes –, è stato reso possibile grazie alla complessa attività investigativa del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma. L’operazione ha visto il fondamentale coinvolgimento dell’Avvocatura Generale dello Stato, dell’Ambasciata d’Italia a Londra e dei Dipartimenti del Ministero della Cultura dedicati alla Tutela e alla Valorizzazione del patrimonio. A seguito del recupero, il Ministero della Cultura ha avviato un’attenta ridistribuzione territoriale dei beni: il lotto assegnato ai Musei e parchi archeologici di Melfi e Venosa comprende vasi a figure rosse, ornamenti in ambra e oro, sculture, oggetti di uso quotidiano e un grande mosaico policromo. La mostra intende accendere i riflettori su un fenomeno drammatico che colpisce il nostro patrimonio culturale. Strappati brutalmente ai contesti di provenienza, questi reperti erano stati ridotti a meri oggetti d’arredo per il collezionismo clandestino. L’esposizione si configura quindi come una profonda riflessione sulla legalità e sulla congiunta azione di tutela e valorizzazione del patrimonio.

A Cerveteri prorogata a gennaio 2027 la mostra “Veder greco in Etruria. Le idrie di Cerveteri” al museo Archeologico nazionale Cerite. A Tarquinia prorogata a novembre 2027 la mostra “In viaggio nel Regno delle Ombre” al museo Archeologico nazionale

Si allunga il tempo disponibile per visitare le due mostre, “Veder greco in Etruria” al museo Archeologico nazionale Cerite di Cerveteri, e “In viaggio nel Regno delle Ombre”, al museo Archeologico nazionale di Tarquinia, promosse dal parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, sono prorogate fino al 2027. Per la precisione, la prima dal 31 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027; la seconda dal 15 novembre 2026 al 30 novembre 2027.

Allestimento della mostra “Veder greco in Etruria” al museo Archeologico nazionale Cerite di Cerveteri (foto pact)

MOSTRA “VEDER GRECO IN ETRURIA. LE IDRIE DI CERVETERI” a cura di Vincenzo Bellelli e Patrizio Fileri, prorogata fino al 31 gennaio 2027, al museo Archeologico nazionale Cerite di Cerveteri (Vt), coinvolge prestigiosi partner nazionali e internazionali, quali il Louvre, il British Museum, i musei Vaticani, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia e i musei Capitolini, cui si aggiungono numerosi altri prestatori italiani. La mostra esalta il ruolo internazionale di Cerveteri in età arcaica e il suo rapporto speciale con il mondo greco-orientale, attraverso l’esposizione di una ampia varietà di ceramiche di importazione ionica e di opere che ne dimostrano l’influsso sulla produzione locale. Esempi significativi di questi contatti si ritrovano tanto nella pittura vascolare che nelle terrecotte decorative impiegate nell’architettura, produzioni di cui Cerveteri, nella seconda metà del VI secolo a.C. risulta protagonista assoluta, sia in quanto centro di importazione privilegiato, che come centro di incubazione e sviluppo di nuove tendenze artistiche.

Allestimento della mostra “Veder greco in Etruria” al museo Archeologico nazionale Cerite di Cerveteri (foto pact)

Focus della mostra sono le hydriai (contenitori per acqua) ceretane: una classe di ceramiche dipinte eccezionali per qualità, rarità e raffinatezza, di stile greco-orientale, ma rinvenute esclusivamente a Cerveteri. Il pubblico può ammirare, tra le altre, la celeberrima hydria della Polledrara, conservata al British Museum, e la “regina” dei vasi ionici rinvenuti in Etruria, ovvero l’hydria Ricci, due capolavori assoluti della ceramografia antica. Insieme alle hydriai sono esposti per l’occasione numerosi materiali poco noti o inediti che illustrano le connessioni dell’ambiente artistico locale con questi straordinari vasi istoriati.

Allestimento della mostra “Veder greco in Etruria” al museo Archeologico nazionale Cerite di Cerveteri (foto pact)

Tariffe. Per visitare la mostra temporanea “Veder greco in Etruria. Le idrie di Cerveteri” allestita al secondo piano del museo Cerite è previsto un supplemento di 2 euro al costo del biglietto cumulativo e di quello di tipologia “circuito”, pertanto non è possibile visitare esclusivamente la mostra pagando solo 2 euro. In occasione delle domeniche gratuite, viceversa, l’accesso a museo e necropoli sarà gratuito e chi vorrà visitare la mostra pagherà soltanto 2 euro. Le gratuità di legge restano valide.

Allestimento della mostra “In viaggio nel Regno delle Ombre” al museo Archeologico nazionale di Tarquinia (foto pact)

MOSTRA “IN VIAGGIO NEL REGNO DELLE OMBRE. CAPOLAVORI DELLA PITTURA ETRUSCA FRA TARQUINIA E ORVIETO” a cura di Vincenzo Bellelli e Maria Cristina Tomassetti, prorogata fino al 30 novembre 2027, al museo Archeologico nazionale di Tarquinia (Vt), nasce dalla volontà dei Musei nazionali di Tarquinia e Orviero di fare sistema per valorizzare il patrimonio delle tombe dipinte di Tarquinia e di Orvieto mettendone in luce le caratteristiche specifiche e approfondendo lo studio dei rapporti che legavano in antico due delle più importanti metropoli etrusche, attraverso una collaborazione istituzionale che renda fruibili le tombe Golini durante il periodo di riallestimento del MAN-OR, quando avrebbero dovuto essere ricoverate in un deposito temporaneo e sottratte alla fruizione per diversi mesi. L’occasione permette di approfondire aspetti ancora poco noti del fenomeno della pittura parietale etrusca in epoca tardoclassica ed ellenistica, anche con l’esposizione della tomba Bruschi per la prima volta rimontata nel museo di Tarquinia, gettando nuova luce sui rapporti tra i due centri e valorizzando allo stesso tempo i luoghi della cultura del parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia e della direzione regionale Musei nazionali dell’Umbria. Ospitare a Tarquinia le tombe Golini consente inoltre di approfondire e comunicare al pubblico gli aspetti che riguardano la conservazione dei dipinti, tematica trattata attraverso specifici apparati multimediali nella Sala delle Tombe Dipinte di recente sottoposta a un suggestivo riallestimento allo stesso secondo piano del museo.

Allestimento della mostra “In viaggio nel Regno delle Ombre” al museo Archeologico nazionale di Tarquinia (foto pact)

Protagoniste dunque le tombe Golini, capolavori che parlano di tecniche, colori e storie antiche, insieme alla tomba Bruschi, riassemblata per la prima volta, e, nella rinnovata Sala delle Tombe Dipinte (nuova illuminazione, strumenti per l’accessibilità e tavolo multimediale per un racconto senza tempo) le Tombe del Triclinio, delle Bighe, della Nave e delle Olimpiadi. Esposti anche reperti straordinari: la panoplia completa ritrovata vicino alle Golini, l’anfora dei Centauri dalla Golini I e una preziosa testina in bronzo, probabilmente dalla tomba Bruschi. Fondamentale il contributo scientifico dell’Istituto Centrale per il Restauro, che ha prestato il prototipo del primo telaio a espansione, strumento chiave per la conservazione e il riallestimento delle tombe.

Allestimento della mostra “In viaggio nel Regno delle Ombre” al museo Archeologico nazionale di Tarquinia (foto pact)

Tariffe. Per visitare la mostra temporanea “In viaggio nel Regno delle Ombre. Capolavori della pittura etrusca fra Tarquinia e Orvieto” allestita al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Tarquinia è previsto un supplemento di 2 euro al costo del biglietto cumulativo e di quello di tipologia “circuito”, pertanto non è possibile visitare esclusivamente la mostra pagando solo 2 euro. In occasione delle domeniche gratuite, viceversa, l’accesso a museo e necropoli sarà gratuito e chi vorrà visitare la mostra pagherà soltanto 2 euro. Le gratuità di legge restano valide.

Cabras (Or). Al museo civico “Giovanni Marongiu” prorogata a gennaio 2027 la mostra “Tyrrhenòs e Sardò. Principi Etruschi e Guerrieri Nuragici: storia di due popoli e del mare che li unisce” a cura di Paolo Giulierini, Daniele Maras, Giorgio Murru e Raimondo Zucca, promossa dalla Fondazione Mont’e Prama

Allestimento della mostra “Tyrrhenòs e Sardò. Principi Etruschi e Guerrieri Nuragici: storia di due popoli e del mare che li unisce” al museo civico “Giovanni Marongiu” di Cabras (Or) (foto castangia / fondazione mont’e prama)

“Tyrrhenòs e Sardò. Principi etruschi e guerrieri nuragici” non si ferma: la mostra “Tyrrhenòs e Sardò. Principi Etruschi e Guerrieri Nuragici: storia di due popoli e del mare che li unisce” a cura di Paolo Giulierini, Daniele Maras, Giorgio Murru e Raimondo Zucca, nella nuova sala del museo civico “Giovanni Marongiu” di Cabras (Or), da sabato 18 luglio a lunedì 9 novembre 2026, è prorogata fino al 10 gennaio 2027. “Dal 18 luglio 2026 a oggi”, comunica la Fondazione Mont’e Prama, “ben 36.411 visitatori hanno varcato le porte del museo per scoprire l’incontro, i dialoghi e gli scambi tra due delle più affascinanti civiltà del Mediterraneo antico. Un risultato straordinario che premia la qualità del progetto scientifico e l’entusiasmo del pubblico. Un traguardo reso possibile dalla preziosa e rinnovata disponibilità di tutti gli enti prestatori e delle istituzioni museali partner, che hanno accordato l’estensione dei prestiti consentendo ai reperti di rimanere esposti ancora per i prossimi mesi. A tutti loro va il nostro più sincero e sentito ringraziamento per la collaborazione e la condivisione di questo percorso. Per chi non l’ha ancora visitata — o per chi desidera tornare — c’è tempo per tutto il periodo delle festività, fino al 10 gennaio 2027”.

I Greci la chiamavano “l’Isola dalle vene d’argento”: la Sardegna era una terra ricca di risorse minerarie, al centro delle rotte che attraversavano il Mediterraneo antico. Proprio il commercio dei metalli rappresentò una delle principali connessioni tra Sardegna ed Etruria. Navi, uomini e merci solcavano il Tirreno dando vita a una fitta rete di relazioni. È da questo dialogo che prende forma la mostra che, promossa dalla Fondazione Mont’e Prama, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Firenze e il Comune di Cabras, propone un percorso che racconta il legame tra due grandi civiltà del Mediterraneo attraverso reperti, manufatti e testimonianze archeologiche (vedi Cabras (Or). Alla vigilia della grande mostra “Tyrrhenòs e Sardò. Principi Etruschi e Guerrieri Nuragici: storia di due popoli e del mare che li unisce” a cura di Paolo Giulierini, Daniele Maras, Giorgio Murru e Raimondo Zucca, al museo “Marongiu”, il direttore Maras fa qualche anticipazione e invita tutti a visitarla – archeologiavocidalpassato).

Appia Antica (Roma). Per la #domenicalmuseo il parco archeologico apre le porte serali del casale di Santa Maria Nova con visite guidate alla mostra “L’Ingegnere Volante. Taruffi torna sulla Via Appia Antica”

Al casale di Santa Maria Nova nel parco archeologico dell’Appia Antica (Roma) mostra “L’Ingegnere Volante. Taruffi torna sulla Via Appia Antica” (foto parco archeologico appai antica)

Domenica 1° novembre 2026, in occasione della #domenicalmuseo, il casale di Santa Maria Nova, con ingresso in via Appia Antica 251 a Roma, apre straordinariamente le porte al pubblico in orario serale, con ingresso gratuito dalle 19.30 alle 22.30, per la mostra “L’Ingegnere Volante. Taruffi torna sulla Via Appia Antica”. Alle 19.30 e alle 21, il personale del parco archeologico dell’Appia Antica (Roma) accompagnerà i visitatori in due visite dedicate all’esposizione. Diari, progetti tecnici, modelli per la galleria del vento e fotografie: l’archivio privato di Piero Taruffi, presentato per la prima volta sull’Appia, racconta come la regina viarum sia diventata il laboratorio a cielo aperto di uno degli ingegneri e piloti più visionari della storia dell’automobilismo. Il biglietto gratuito “Domenica al Museo | Mostra L’ingegnere volante. Apertura serale” è disponibile sul sito di Musei Italiani, tramite app oppure, il giorno stesso, presso i totem all’ingresso dei siti.

#domenicalmuseo: il 1° novembre ingresso gratuito a musei e parchi archeologici statali

Domenica 1° novembre 2026 si rinnova l’appuntamento con #domenicalmuseo, l’iniziativa del Ministero della Cultura che consente l’ingresso gratuito, la prima domenica del mese, in tutti i musei e parchi archeologici statali.