Museo Archeologico nazionale di Taranto. La direttrice Eva Degl’Innocenti presenta un gruppo in terracotta con scena erotica del I sec. a.C.: “Un pezzo eccezionale per fattura, scoperto nei depositi, e restaurato. Recuperate tracce di colore. Sarà presto esposto”

“Presentiamo oggi, dopo un accurato restauro, una statuetta in terracotta di pregevole fattura. Si tratta di un rarissimo reperto che raffigura una coppia nel compimento di un atto erotico. Un manufatto probabilmente risalente al I secolo a.C. che racconta anche di una storia più recente di Taranto e di una Italia appena unificata”: così Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, ci introduce alla scoperta di un altro tesoro svelato, conservato all’interno dei deposti del Museo. Questo reperto, infatti, ritorna alla luce grazie al progetto di studio e ricerca, catalogazione, riordino e di digitalizzazione dei materiali dei depositi curato dalla direttrice. “Secondo le indicazioni documentarie, la statuetta erotica si trova nel Museo dal 10 aprile del 1884. Ritrovata nell’area di Santa Lucia, oggi in parte sede dell’Arsenale Militare, è legata alla storia della città ed in particolare alla ricostruzione topografica della Taranto ottocentesca. Nel 1882, con due atti distinti, e differente dote finanziaria, il Governo dell’epoca, infatti, promulgò contemporaneamente la legge per la costruzione a Taranto dell’Arsenale Militare e l’istituzione dell’Ufficio Scavi che secondo il volere di Giuseppe Fiorelli, al tempo direttore generale per le antichità e le belle arti, avrebbe dovuto sovraintendere alle aree di scavo che caratterizzavano la nascita del futuro insediamento industriale militare. Una città nuova che nasceva su quello che un tempo era stata la necropoli greca e romana e sull’antico porto: questo reperto è infatti un importante documento storico anche per la storia ottocentesca di Taranto, per il rinvenimento da parte di Luigi Viola e per il grande progetto urbanistico di quegli anni”, dice la direttrice Eva Degl’Innocenti. “Sono gli anni del recupero e purtroppo anche della dispersione del patrimonio archeologico della città, del mercato antiquario clandestino e illegale. Questo importante reperto verrà presto esposto e restituito alla pubblica fruizione”. Non sappiamo se fu la censura, operata a quei tempi anche sui siti archeologici di Pompei che ritraevano scene erotiche nelle antiche dimore o nei lupanari, a preservare questa statuetta dai predatori di antichità, ma il progetto avviato dalla direttrice Eva Degl’Innocenti di conservazione preventiva, studio, catalogo e digitalizzazione dei reperti dei depositi del MArTA consente anche di effettuare ricerche più puntuali sulla contestualizzazione urbanistica e storica del reperto in quell’area di grande rilievo archeologico. Il reperto, che è stato subito sottoposto ad intervento da parte del laboratorio di restauro del MArTA, è stato modellato a mano da un ignoto artista e, oltre all’ingobbio bianco, presenta delle tracce di colore sui capelli della donna, sui cuscini e nell’intelaiatura del letto che ospita la coppia di amanti. “Un reperto”, spiega Eva Degl’Innocenti, “su cui sappiamo ancora ben poco. Potrebbe trattarsi di una scena propiziatoria, ma non è esclusa la valenza funeraria, visto il luogo del ritrovamento. Potrebbe infatti essere legato ad un contesto funerario della necropoli. La statuetta erotica dei due amanti sarà presto esposta all’interno del museo Archeologico nazionale di Taranto”.

Villa Adriana a Tivoli. Un’équipe spagnola ha scoperto una sala per banchetti acquatica, un triclinio in marmo, sul quale si poteva banchettare semisdraiati ma a pelo d’acqua: struttura originale e unica espressione del lusso di Adriano

Panoramica aerea dell’area di Villa Adriana a Tivoli dove opera l’équipe spagnola che ha scoperto il triclinio a pelo d’acqua (foto villae)

Una sala per banchetti acquatica, struttura caratterizzata da originalità e assoluta novità, è la nuova scoperta a Villa Adriana, sito afferente all’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este – Villae, annunciata e illustrata dal professor Rafael Hidalgo Prieto dell’università Pablo de Olavide di Siviglia nel recente webinar “Villa Adriana. Il potere dell’architettura: un’archeologia olistica per il terzo millennio” nell’ambito della collaborazione con l’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia. “Villa Adriana”, dichiara il direttore delle Villae, Andrea Bruciati, “è oggi più che mai un attivo cantiere di studi e una fucina di saperi e novità. L’équipe spagnola ha rinvenuto un elemento architettonico germinale che sarà poi sviluppato nel complesso Canopo-Serapeo. Illuminato e ambizioso, l’imperatore ha preferito dedicarsi ad una progettualità costruttiva fatta di grandi e meravigliose opere, da cui è disceso l’insieme straordinario e vario della villa, in continuo movimento e tensione fra le parti, protesa verso un’idea di perfezione e completezza. L’eccezionalità del sito ne fa un palinsesto cangiante e primario al contempo, ispirando nell’Istituto un progetto di gestione e valorizzazione del patrimonio archeologico, monumentale e naturalistico improntato all’interdisciplinarietà e alla trasversalità”.

La ricostruzione del lussuoso triclinio a pelo d’acqua scoperto a Villa Adriana a Tivoli (foto villae)

La scoperta dell’équipe spagnola è avvenuta nell’area di Palazzo, dove peraltro si conserva il nucleo di una villa repubblicana a partire dalla quale è stata edificata la residenza adrianea. La novità è un triclinio in marmo, sul quale si poteva banchettare semisdraiati, secondo l’uso antico, ma a pelo d’acqua, poiché la struttura costituiva una vera e propria isola di marmo in una sorta di ninfeo. L’unicità, il lusso e l’esclusività del triclinio, inquadrato da fontane e prospettante su un’area sistemata a giardino, suggeriscono senza dubbio la frequentazione imperiale. Il contesto è rappresentativo di quel gusto della ricerca e della sperimentazione in campo architettonico che caratterizzarono la sensibilità dell’imperatore Adriano e si espressero nella magnificenza della villa. Alla preziosità dell’ambiente dovevano associarsi le sonorità, i profumi, le declinazioni climatiche dei giardini e dell’acqua, creando uno spazio raffinato e sfarzoso, che doveva esaltare la sensorialità dei frequentatori.

Villa Adriana di Tivoli è sito Unesco dal 1999

Dichiarata nel 1999 Patrimonio dell’Umanità UNESCO, Villa Adriana costituisce la lussuosa residenza dell’imperatore Adriano, costruita tra il 118 e 138 d.C. in un territorio verdeggiante e ricco di acque nei pressi Tivoli, l’antica Tibur, a una trentina di chilometri da Roma. I resti della dimora si estendono su un’area di almeno centoventi ettari, comprendente strutture residenziali, terme, ninfei, padiglioni e giardini. Straordinaria era la ricchezza della decorazione architettonica e scultorea che è stata oggetto di sistematiche ricerche a partire dal Rinascimento volte ad incrementare le collezioni delle famiglie più facoltose del tempo. Oggi quasi tutti i principali musei e collezioni di Roma e del resto d’Italia, nonché del mondo, annoverano tra le loro opere esemplari provenienti da Villa Adriana.

Nuova eccezionale scoperta nella lussuosa villa di Civita Giuliana (Pompei): scoperto un carro da parata (pilentum) integro, con decorazioni erotiche, forse per una cerimonia nuziale. Osanna: “Un unicum in Italia. Grazie all’intesa Parco archeologico di Pompei e Procura di Torre Annunziata per contrastare le attività dei tombaroli”

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Il carro da parata, un unicum in Italia, scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)


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Particolare della decorazione a tema erotico sul carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Elegante, raffinato, prezioso: è lo straordinario carro da parata, con elementi in legno e ferro, dipinto di rosso, e decorazioni a tema erotico in stagno e bronzo, l’ultima eccezionale scoperta dagli scavi della villa suburbana di Civita Giuliana a un passo da Pompei. Sotto il portico della villa, a ridosso della stalla dove meno di tre anni fa erano stati trovati tre cavalli, uno ancora con le ricche bardature in bronzo, il carro era pronto forse per un rito legato a culti propiziatori come potevano essere quelli di Cerere o di Venere, forse – più probabilmente – per una cerimonia nuziale promossa dal ricco proprietario della villa. Nozze ed eros: riportano a scene di vita quotidiana e di festa delle élite. Lo scavo di Civita Giuliana continua dunque a stupire: solo due mesi fa ha restituito i corpi integri di due fuggiaschi, una scena – in quel caso – di morte e disperazione (vedi Eccezionale scoperta a Pompei. Nella villa suburbana di Civita Giuliana ritrovati i corpi integri di due fuggiaschi, il padrone col suo schiavo, vittime dell’eruzione: la tecnica ottocentesca della colatura di gesso restituisce “l’impronta del dolore”, una scena di morte e disperazione | archeologiavocidalpassato). La scoperta è stata annunciata oggi, 27 febbraio 2021, dal Parco Archeologico di Pompei e dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata: “Rinvenuto un reperto straordinario, emerso integro dallo scavo della villa suburbana in località Civita Giuliana, a nord di Pompei, oltre le mura della città antica, nell’ambito dell’attività congiunta, avviata nel 2017 e alla luce del Protocollo d’Intesa sottoscritto nel 2019, finalizzati al contrasto delle attività illecite ad opera di clandestini nell’area (vedi Scavi clandestini, saccheggio e traffico di reperti archeologici: da Pompei parte un modello pilota. Firmato un protocollo d’intesa con il Tribunale di Torre Annunziata. Il caso di Civita Giuliana | archeologiavocidalpassato)”.

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La posizione della villa suburbana di Civita Giuliana (pallino giallo) rispetto al sito di Pompei (reticolato giallo) (foto aerea parco archeologico di Pompei)

Un grande carro cerimoniale a quattro ruote, con i suoi elementi in ferro, le bellissime decorazioni in bronzo e stagno, i resti lignei mineralizzati, le impronte degli elementi organici (dalle corde a resti di decorazioni vegetali), è stato rinvenuto quasi integro nel porticato antistante alla stalla dove già nel 2018 erano emersi i resti di 3 equidi, tra cui un cavallo bardato. Un ritrovamento eccezionale, non solo perché aggiunge un elemento in più alla storia di questa dimora, al racconto degli ultimi istanti di vita di chi abitava la villa, e più in generale alla conoscenza del mondo antico, ma soprattutto perché restituisce un reperto unico – mai finora rinvenuto in Italia – in ottimo stato di conservazione. Il progetto di scavo in corso ha una duplice finalità: da un lato cooperare nelle indagini con la Procura di Torre Annunziata, per arrestare il depredamento del patrimonio culturale ad opera di clandestini che nella zona avevano praticato diversi cunicoli per intercettare tesori archeologici; dall’altro portare alla luce e salvare dall’azione di saccheggio una delle ville più significative del territorio vesuviano. Gli scavi, che hanno permesso di verificare anche l’estensione dei cunicoli dei clandestini e i danni perpetrati al patrimonio, sono stati accompagnati costantemente da attività di messa in sicurezza e restauro di quanto emerso via via. Lo scavo, infatti, ha mostrato fin dall’inizio una notevole complessità tecnica-operativa in quanto gli ambienti da indagare sono in parte al di sotto e a ridosso delle abitazioni moderne, con conseguenti difficoltà sia di tipo strutturale che logistico.

“Pompei continua a stupire con le sue scoperte, e sarà così ancora per molti anni con venti ettari ancora da scavare”, commenta il ministro della Cultura, Dario Franceschini. “Ma soprattutto dimostra che si può fare valorizzazione, si possono attrarre turisti da tutto il mondo e contemporaneamente si può fare ricerca, formazione e studi, e ora un giovane  direttore come Zuchtriegel valorizzerà questo impegno. Quella che viene annunciata oggi è una scoperta di grande valore scientifico. Un plauso e un ringraziamento al Parco Archeologico di Pompei, alla Procura di Torre Annunziata e ai Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale per la collaborazione che ha scongiurato che reperti così straordinari fossero trafugati e illecitamente immessi sul mercato”.

Il carato da parata, un pilentum, scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto Luigi Spina)
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Il direttore generale Massimo Osanna tra i resti dei cavalli riemersi a Civita Giuliana (foto di Cesare Abbate, Ansa)

“Una scoperta straordinaria per l’avanzamento della conoscenza del mondo antico”, dichiara Massimo Osanna, direttore uscente del Parco archeologico. “A Pompei sono stati ritrovati in passato veicoli per il trasporto, come quello della casa del Menandro, o i due carri rinvenuti a Villa Arianna (uno dei quali si può ammirare nel nuovo Antiquarium stabiano), ma niente di simile al carro di Civita Giuliana. Si tratta infatti di un carro cerimoniale, probabilmente il Pilentum noto dalle fonti, utilizzato non per gli usi quotidiani o i trasporti agricoli, ma per accompagnare momenti festivi della comunità, parate e processioni. Mai emerso dal suolo italiano, il tipo di carro trova confronti con reperti rinvenuti una quindicina di anni fa all’interno di un tumulo funerario della Tracia (nella Grecia settentrionale, al confine con la Bulgaria). Uno dei carri traci è particolarmente vicino al nostro anche se privo delle straordinarie decorazioni figurate che accompagnano il reperto pompeiano. Le scene dei medaglioni che impreziosiscono il retro del carro rimandano  all’eros (Satiri e ninfe), mentre le numerose borchie presentano eroti. Considerato che le fonti antiche alludono all’uso del Pilentum da parte di sacerdotesse e signore, non si esclude che potesse trattarsi di un carro usato per rituali legati al matrimonio, per condurre la sposa nel nuovo focolare domestico. Se l’intera operazione non fosse stata avviata grazie alla sinergia con la Procura di Torre Annunziata, con la quale è stato sottoscritto un protocollo di intesa per il contrasto al fenomeno criminale di saccheggio dei siti archeologici e di traffico dei reperti e opere d’arte, avremmo perso documenti straordinari per la conoscenza del mondo antico”.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)
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La firma del protocollo d’intesa tra il procuratore del Tribunale di Torre Annunziata, procuratore Pierpaolo Filippelli, e il Parco archeologico di Pompei, dg Massimo Osanna (foto parco archeologico di Pompei)

“Costante è stata in questi anni l’attenzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata alla tutela dell’immenso patrimonio archeologico presente nel territorio di competenza”, spiega il Procuratore Capo di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso. “Il contrasto alla spoliazione dei siti archeologici, all’interno e fuori l’area urbana dell’antica Pompei, è sicuramente uno degli obiettivi prioritari dell’azione dell’Ufficio. In questo contesto si colloca il protocollo sottoscritto nel 2019 da questa Procura con il Parco Archeologico di Pompei, che rappresenta a pieno titolo un “accordo pilota” nel campo della sinergia tra le Istituzioni per la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale. La collaborazione tra la Procura della Repubblica di Torre Annunziata e il Parco Archeologico di Pompei si è rivelata uno strumento formidabile non solo per riportare alla luce reperti e testimonianze di eccezionale valore storico ed artistico, ma anche per interrompere l’azione criminale di soggetti che per anni si sono resi protagonisti di un sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio archeologico custodito nella vasta area, ancora in gran parte sepolta, della villa di Civita Giuliana, del quale sono una testimonianza i recenti eccezionali ritrovamenti”.

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I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri (foto parco archeologico di Pompei)

“Le attività criminali di cui aveva notizia la Procura di Torre Annunziata”, continua Fragliasso, “e che dovevano essere pienamente accertate – vale a dire la realizzazione di una ramificata rete di tunnel e cunicoli ad oltre 5 metri di profondità, con saccheggio e distruzione parziale degli ambienti clandestinamente esplorati – richiedevano una attività investigativa che non poteva essere realizzata se non attraverso una vera e propria campagna di scavi archeologici, che andava condotta quindi unitamente al Parco Archeologico di Pompei. Le operazioni di scavo svolte sul sito dal Parco Archeologico di Pompei con l’ausilio, ai fini investigativi, dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e dei Carabinieri del Gruppo di Torre Annunziata, sotto il costante coordinamento del Procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli, hanno consentito di acquisire prove decisive ed inconfutabili della commissione di gravi e reiterate condotte illecite di trafugamento di preziosi reperti archeologici poste in essere dai “tombaroli”. È stato accertato, tra l’altro, che proprio il carro portato ora alla luce è miracolosamente scampato all’azione di saccheggio dei tombaroli, essendo stato letteralmente sfiorato da due cunicoli scavati da questi ultimi ad oltre 5 metri di profondità. Proprio in questi giorni è in corso di svolgimento, davanti al Tribunale di Torre Annunziata, il processo penale a carico di due imputati ritenuti gli artefici materiali di tale attività criminale, la cui abitazione tuttora insiste sul sito della antica villa romana depredata. Le indagini hanno consentito di accertare che proprio dalla proprietà dei due imputati si diramava una rete di cunicoli di oltre 80 metri utilizzata per il sistematico saccheggio dell’area archeologica. Anche nei prossimi anni l’impegno di questo Ufficio nella tutela del patrimonio artistico, archeologico e culturale del territorio sarà costante e prioritario, riservando una particolare attenzione all’attività finalizzata al recupero dei preziosi reperti archeologici trafugati, esportati all’estero, e alla loro restituzione al patrimonio nazionale”.

Villa suburbana di Civita Giuliana (Pompei): il solaio in legno di quercia decidua sotto il quale c’era, ancora integro, il carro da parata (foto parco archeologico di Pompei)

Lo scavo. Gli interventi portati avanti nel corso degli ultimi mesi hanno richiesto un’attenta pianificazione da parte di un team interdisciplinare che ha coinvolto archeologi, architetti, ingegneri, restauratori, vulcanologi, operai specializzati ma anche, man mano che lo scavo procedeva, archeobotanici ed antropologi. Si è quindi proceduto a uno scavo che ha raggiunto i 6 metri di profondità rispetto al piano stradale, mettendo in sicurezza sia i fronti di scavo che le possenti strutture murarie – conservate fino a 4 metri – che emergevano nel corso delle indagini. Lo scavo dell’ambiente, dove si è rinvenuto il carro, ha mostrato fin dall’inizio la sua eccezionalità: si tratta infatti di un portico a due piani, aperto su una corte scoperta, che conservava in tutta la sua interezza il solaio ligneo carbonizzato con il suo ordito di travi. Nell’ottica interdisciplinare adottata costantemente negli scavi del Parco Archeologico di Pompei si sono condotte analisi archeobotaniche del legno che hanno mostrato come il solaio fosse stato realizzato in legno di quercia decidua (Quercus sp. – cfr. roburfarnia), un legno frequentemente utilizzato in età romana per realizzare elementi strutturali. Anche la porta sul lato sud della stanza, che metteva in comunicazione il portico  con la stalla dove negli scorsi anni si sono rinvenuti 3 equidi, conservava la sua struttura in legno carbonizzato che è stato analizzato e identificato come faggio. Il solaio ligneo è stato accuratamente consolidato, pulito e rimosso dall’area di scavo per permettere il proseguimento delle indagini.

Il carro da parata affiora dalla cenere nel portico della villa di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Il 7 gennaio 2021 è emerso dalla coltre di materiale vulcanico che aveva invaso il portico, proprio al di sotto del solaio ligneo rimosso, un elemento in ferro che dalla forma lasciava ipotizzare  la presenza di un manufatto di rilievo sepolto. Lo scavo proseguito lentamente nelle settimane successive – per la fragilità degli elementi che si progressivamente emergevano, ha portato alla luce un carro cerimoniale, risparmiato miracolosamente sia dai crolli delle murature e delle coperture dell’ambiente sia dalle attività clandestine, che con lo scavo di due cunicoli lo hanno sfiorano su due lati, senza averne compromessa la struttura.

La decorazione in bronzo del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Sin dal momento della sua individuazione lo scavo del carro si è rivelato particolarmente complesso per la fragilità dei materiali e le difficili condizioni di lavoro; si è quindi dovuto procedere con un vero e proprio microscavo condotto dalle restauratrici del Parco specializzate nel trattamento del legno e dei metalli. Parallelamente, ogni volta che si rinveniva un vuoto, è stato colato del gesso per tentare di preservare l’impronta del materiale organico non più presente. Così si è potuto conservare il timone e il panchetto del carro, ma anche impronte di funi e cordami, restituendo così il carro nella sua complessità.

Restauratrici all’opera durante lo scavo del carro da parata di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Considerata l’estrema fragilità del carro e il rischio di possibili interventi e danneggiamenti di clandestini per la fuga di notizie, il team ha lavorato anche tutti i fine settimana a partire dalla metà di gennaio, sia per garantirne la conservazione che per dare un segno forte dell’azione di tutela sul Patrimonio esercitata dal Parco in sinergia con la Procura di Torre Annunziata ed i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, coadiuvati da investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata. Questa collaborazione ha portato anche alla partecipazione di tecnici del Parco al processo in corso contro i presunti scavatori clandestini che negli ultimi anni hanno così pesantemente colpito questa villa.

Rilievo con il laser scanner degli ambienti della villa di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Terminato il microscavo in situ, attualmente i vari elementi del carro sono stati trasportati in laboratorio all’interno del Parco archeologico di Pompei, dove le restauratrici stanno procedendo a completare la rimozione del materiale vulcanico che ancora ingloba alcuni elementi metallici e a iniziare i lunghi lavori di restauro e ricostruzione del carro. Quanto emerso è stato sistematicamente documentato mediante accurata documentazione fotografica e tramite rilievo con laser scanner.

Una fase dello scavo del carro da parata di Civita Giuliana: emergono le ruote (foto Luigi Spina)

Il carro è stato ritrovato all’interno di un portico a due livelli che affacciava probabilmente su una corte scoperta, nei pressi della stalla già indagata, con la quale comunicava attraverso una porta. La coltre di cinerite che ha sigillato il carro ha permesso la conservazione delle dimensioni originarie e delle singole parti che ne scandiscono la struttura in connessione. Si tratta di un carro a quattro ruote, probabilmente identificabile sulla base delle notizie tramandate dalle fonti e dei pochi riscontri archeologici ad oggi noti con un pilentum, un veicolo da trasporto usato nel mondo romano dalle élites in contesti cerimoniali.

Una delle ruote del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)
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Uno dei medaglioni con scene a sfondo erotico nella decorazione del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Su alte ruote in ferro, connesse tra loro da un sistema meccanico di avanzata tecnologia, si erge il leggero cassone (0.90 x 1.40 m), parte principale del carro, su cui era prevista la seduta, contornata da braccioli e schienale metallici, per uno o due individui.  Il cassone è riccamente decorato sui due lati lunghi con l’alternanza di lamine bronzee intagliate e pannelli lignei dipinti in rosso e nero, mentre sul retro termina con un complesso e articolato sistema decorativo che prevede tre distinti registri con una successione di medaglioni in bronzo e stagno con scene figurate. Questi, incastonati nelle lamine bronzee e contornati da motivi decorativi in esse ricavati, rappresentano figure maschili e femminili a rilievo ritratte in scene a sfondo erotico. La lamina bronzea è inoltre decorata nella parte superiore con piccoli medaglioni, sempre in stagno, che riproducono amorini impegnati in varie attività. Nella parte inferiore del carro si conserva una piccola erma femminile in bronzo con corona. Anche in questo caso si sono svolte analisi archeobotaniche che hanno mostrato come il legno impiegato per realizzare le strutture laterali e il retro del carro a cui sono fissati mediante piccoli chiodi e grappe gli elementi decorativi in bronzo sia faggio, particolarmente adatto a questo tipo di lavorazione.

Il calco integro dell’equino dalla stalla della villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Questo tipo di carro è un vero e proprio unicum in Italia non solo per il livello di conservazione, in quanto non abbiamo solo le singole decorazioni ma l’intero veicolo, ed anche perché non è un carro da trasporto per i prodotti agricoli o per le attività della vita quotidiana, già attestati sia a Pompei che a Stabia. Nella stalla adiacente già indagata, ricordiamo che era stato possibile realizzare oltre al calco della mangiatoia, il calco di un cavallo di grande taglia, che presentava ricche bardature in bronzo (vedi Pompei. Eccezionale scoperta nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli: nella stalla trovato un terzo cavallo di razza da parata con bardature militari. Osanna: “Nel 2019 fondi per esproprio terreni, completare lo scavo e aprire il sito al pubblico” | archeologiavocidalpassato).

La stalla della villa suburbana di Civita Giuliana dove sono stati trovati i resti di tre cavalli di razza (foto parco archeologico di Pompei)

Nello stesso ambiente si rinvennero altri due cavalli, uno riverso sul fianco destro e uno sul fianco sinistro, di cui non è stato possibile realizzare il calco, a causa dei danni causati dai tunnel dei tombaroli e alla conseguente cementificazione delle cavità, che ne avevano distrutto il contesto di ritrovamento. Sono state tuttavia rinvenute altre bardature in bronzo, pertinenti ad una sella e altri elementi da parata, di sicura correlazione con il carro rinvenuto (vedi Pompei. Osanna contro le fake news: “Ecco la descrizione scientifica delle eccezionali scoperte nella villa suburbana di Civita Giuliana, nel settore per fortuna non danneggiato irrimediabilmente dai tombaroli: trovate una stalla con cavalli di razza e una mangiatoia, e una sepoltura di età imperiale posteriore all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.” | archeologiavocidalpassato).

Dopo Venezia 77, il film di Doriana Monaco “Agalma”, vita al museo Archeologico nazionale di Napoli, in prima visione su Sky Arte e on demand su NOW TV

Poster del film “Agalma” di Doriana Monaco in prima visione su Sky Arte e on demand su NOW TV

Un vortice di attività ci conduce nel museo Archeologico nazionale di Napoli attraverso un racconto intimo in cui le opere d’arte del mondo antico si rivelano come materia viva. Il luogo dove l’umanità che ha creato un patrimonio inestimabile incontra l’umanità impegnata a preservarlo. È il film “Agalma”, vita al museo Archeologico nazionale di Napoli, film documentario scritto e diretto da Doriana Monaco con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni: già selezionato alle 17esima edizione delle Giornate degli Autori di Venezia 77 (vedi Il film documentario di Doriana Monaco “Agalma”, vita al museo Archeologico nazionale di Napoli, in anteprima nella sala “Notti Veneziane – L’Isola degli Autori” alla 17.ma edizione delle Giornate degli Autori di Venezia 77 | archeologiavocidalpassato), sarà trasmesso in prima visione domenica 28 febbraio 2021 su Sky Arte (Canali 120 e 400) alle 22.15 e in streaming su NOW TV, dal 1° marzo 2021 disponibile on demand.

Doriano Monaco regista del film documentario “Agalma” (foto Angelo Antolino)

Prodotto da Antonella Di Nocera (Parallelo 41 Produzioni) e Lorenzo Cioffi (Ladoc) con il museo Archeologico nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, produzione esecutiva di Lorenzo Cioffi e Armando Andria, con il contributo di Regione Campania e la collaborazione di Film Commission Regione Campania, il film è frutto di tre anni di lavoro sulla quotidianità  di uno dei più importanti musei del mondo, che ha aperto le porte alla giovane regista allieva di FilmaP – Atelier di cinema del reale di Ponticelli.  Agalma è anche un omaggio al classico Viaggio in Italia di Roberto Rossellini: al centro del racconto c’è il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana, ma anche il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del Museo. Tutto fa emergere il Mann come un grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale. In squadra con la regista Doriana Monaco, i fonici Filippo Puglia e Rosalia Cecere, il compositore Adriano Tenore, gli aiuti regia Marie Audiffren ed Ennio Donato e per la post produzione la montatrice Enrica Gatto e la colorist Simona Infante. Il film ha ricevuto la menzione speciale al Perso Lab 2019. 

Sinossi: “Agalma” (dal greco “statua”, “immagine”) coglie la bellezza del museo Archeologico nazionale di Napoli non solo nell’evidenza dei suoi incantevoli tesori di arte classica, ma anche nelle relazioni intime e invisibili che si realizzano al suo interno. Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico che ospita il Museo, un vortice di attività offre nuovo respiro a statue, affreschi, mosaici e reperti di varia natura. Il film osserva ciò che accade ogni giorno negli ambienti del Museo, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori, alle prese con interventi delicatissimi che necessitano di cura e tempo, e manutenzione costante. Le opere che vivono e vibrano da secoli sono monitorate come corpi viventi. Tutto ciò accade mentre giungono visitatori, sotto l’occhio apparentemente impassibile delle opere che sono protagoniste e spettatrici a loro volta del grande lavorio umano. 

Sul set del film documentario “Agalma” sul Mann di Doriana Monaco (foto di Angelo Antolino)

“Dopo tanti documentari prodotti in questi 20 anni di attività”, spiegano i produttori Antonella Di Nocera e Lorenzo Cioffi, “siamo molto felici che sia un’opera prima realizzata da una donna e da una equipe di giovani talenti a raggiungere una visibilità importante e una diffusione nazionale su Sky Arte. È ancora più importante per noi perché l’autrice, Doriana Monaco, è stata scoperta nell’ambito di un percorso formativo, la FilmaP – Atelier di cinema del reale. Agalma è un documentario di osservazione e creazione che rivela la vita del museo nel suo farsi, applicando un rigore estetico non comune nel cinema documentario. Il progetto rappresenta un cerchio che si chiude perché unisce due compagini produttive, espressione del territorio e di un coerente lavoro sul documentario, ma con forti legami internazionali, il contributo della Legge cinema regionale, la crescita dei giovani e la valorizzazione di un luogo fiore all’occhiello del patrimonio culturale campano”.

Il direttore Paolo Giulierini sul set del film “Agalma” di Doriana Monaco (foto Angelo Antolino)

“Il progetto Agalma è stato realizzato nell’ambito del nostro piano di digitalizzazione, poco prima della chiusura dei musei imposta dalla pandemia nel 2020”, interviene Paolo Giulierini, direttore Mann. “Abbiamo voluto raccontare il museo Archeologico nazionale di Napoli, custode delle meraviglie di Pompei ed Ercolano, della collezione Farnese, delle armi dei Gladiatori, dei tesori della Magna Grecia, come una comunità viva nel cuore della città, una vera e propria fabbrica della cultura. Realizzato con immensa passione da Doriana Monaco, impreziosito dalle voci importanti di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni, Agalma può rappresentare idealmente il grande lavoro di tutti musei italiani, invitandoci a riflettere sul loro ruolo centrale nella ripartenza del Paese”.

Verona da oggi arricchisce il percorso archeologico con l’apertura dell’area sotterranea di via San Cosimo, nel cuore della città antica grazie all’accordo tra Sabap-Vr e associazione Archeonaute: conserva testimonianze delle mura urbane di Verona romana e di una ricca domus

L’area archeologica sotterranea di via San Cosimo a Verona viene aperta al pubblico (foto Sabap-Vr)

verona_archeonaute_logosoprintendenza-verona_logoUn nuovo tassello della Verona romana è ora a disposizione del pubblico: è l’area archeologica sotterranea di via San Cosimo, nel cuore della Verona antica, a ridosso delle mura urbiche, e a un tiro di schioppo dall’Arena. È stato presentato oggi, venerdì 26 febbraio 2021, l’accordo sottoscritto tra la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e l’associazione culturale Archeonaute per la valorizzazione e la fruizione dell’area archeologica di via San Cosimo a Verona. Erano presenti Vicenzo Tinè, soprintendente ABAP di Verona; Francesca Rossi, direttrice dei Musei Civici di Verona; Federica Gonzato, direttrice del museo Archeologico nazionale di Verona; Morena Tremonti, presidente dell’associazione Archeonaute; suor Letizia Iacopucci, rappresentante dell’Istituto Figlie di Gesù; Brunella Bruno, responsabile dell’area funzionale archeologia della Soprintendenza.

La domus romana nell’area archeologica sotterranea di San Cosimo a Verona (foto Sabap-Vr)

Scoperte nel 1971 in seguito ad alcuni lavori di servizio, le strutture antiche vennero scavate e messe in sicurezza tra il 1974 e il 1975 dall’allora Soprintendenza alle Antichità delle Venezia che volle realizzare un’area archeologica. Ma finora, tuttavia, l’area non era accessibile se non previo accordo con la Soprintendenza e con l’Istituto religioso. Da oggi il sito diventa fruibile dal grande pubblico e una nuova area archeologica viene restituita alla città di Verona, incrementando in tal modo l’offerta culturale e creando un vero e proprio “percorso archeologico” a disposizione dei cittadini e dei turisti.

I tratti delle mura antiche nell’area archeologica di via San Cosimo a Verona (foto Sabap-Vr)

Nell’area archeologica si conservano importanti testimonianze della Verona romana relative alle mura urbane della città e alla porzione di una ricca domus costruita non lontano dalla cinta. I resti, in ottimo stato di conservazione, permettono di comprendere chiaramente come erano costruite le mura della città, a partire dalla prima fase di metà I secolo a.C. fino agli sviluppi successivi quando vennero dotate di torri e speroni. A circa 10 metri dalle queste mura più antiche, l’area ospita un tratto delle mura di V secolo d.C., erette da re Teodorico, mediante l’utilizzo di molto materiale di reimpiego, come epigrafi e frammenti architettonici lavorati. Nell’area sono inoltre visibili alcuni ambienti di una domus, decorati con pregiati pavimenti a mosaici e intarsi marmorei e affreschi alle pareti.

I partecipanti alla presentazione dell’accordo Sabap-Vr e ass. Archeonaute per la gestione dell’area archeologica di via San Cosimo a Verona (foto da http://www.pantheon.veronanetwork.it)

Dopo i lavori di restauro, condotti dalla soprintendenza con fondi ministeriali nel 2016, che hanno riguardato la pulitura delle strutture antiche, nonché la messa in sicurezza del sito, la realizzazione di un nuovo impianto di illuminazione e l’istallazione di un efficace apparato di pannelli illustrativi, è stato stipulato l’accordo con Archeonaute onlus per la gestione dell’area archeologica ubicata all’interno dell’Istituto Suore Figlie di Gesù in via san Cosimo 3, che garantirà, d’intesa con l’istituto religioso, l’apertura gratuita dell’area tutte le settimane, oltre allo svolgimento di visite guidate e attività didattiche e fornirà un servizio di segreteria e prenotazione per i visitatori. “Il sito di via San Cosimo si aggiunge all’area archeologica di Corte Sgarzerie e alla villa romana di Valdonega di cui gestiamo aperture e visite guidate”, ricorda Morena Tramonti, presidente di Archeonaute. “Quest’area permette di mostrare l’evoluzione del sistema difensivo della città dal momento della sua fondazione intorno alla seconda metà del II secolo a.C. con le mura di età municipale ben conservate all’età medio e tardo imperiale con l’aggiunta di torri e speroni difensivi”, sottolinea Brunella Bruno della soprintendenza. “Di certo vale la visita la visione delle mura di Teodorico, costruire a pochi metri di distanza dalle mura municipali esclusivamente con materiali di reimpiego di edifici in rovina”.

Al museo nazionale Atestino di Este dal 1° marzo disponibile l’abbonamento myATESTINO e il biglietto famiglia

Al museo nazionale Atestino di Este disponibile l’abbonamento annuale myATESTINO

Dal 1° marzo 2021 sarà disponibile “myATESTINO”, la museum card del museo nazionale Atestino di Este che, al prezzo di 15 euro, consentirà al visitatore di avere accesso illimitato, per un anno, al Museo e a tutte le iniziative organizzate in esso. L’abbonamento nasce dalla volontà di offrire differenti ed ulteriori modalità di fruizione non solo della prestigiosa collezione museale, ma anche una più agevole partecipazione alle attività di valorizzazione e didattica  proposte periodicamente al pubblico. Sarà possibile acquistare “myATESTINO” alla biglietteria del museo nazionale Atestino; è nominale, non cedibile e ha validità di un anno dal giorno in cui è stato emesso. Consente al visitatore di accedere a mostre temporanee e iniziative che non prevedano un ingresso specifico. Il titolare della card potrà anche usufruire di una speciale scontistica sugli acquisti effettuati al bookshop del museo. Sempre dal 1° marzo 2021 sarà possibile acquistare al museo nazionale Atestino un “biglietto famiglia”, pensato per una coppia di adulti con minori al seguito, al costo di 4 euro per ogni adulto.

Aquileia. Tutti i venerdì “Passeggiata con il Direttore” alla Domus di Tito Macro, una delle più grandi dimore romane del Nord Italia. Iniziativa gratuita, prenotazione obbligatoria. Il programma di marzo

La domus di Tito Macro ad Aquileia (foto fondazione Aquileia)

Tutti i venerdì “passeggiata con il Direttore” alla Domus di Tito Macro ad Aquileia:  l’archeologo Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, accompagnerà cittadini e visitatori alla scoperta di una delle più grandi dimore di epoca romana tra quelle scoperte nel Nord Italia. La nuova struttura di protezione e valorizzazione, che si estende per 1700 metri quadrati, ripropone i volumi della dimora che tra I sec. a.C. e I sec. d.C. dovette appartenere da un certo Tito Macro, facoltoso abitante di Aquileia.  Guidati dal direttore i visitatori scopriranno com’era la vita in una ricca domus romana e come si disponevano gli ambienti con i meravigliosi pavimenti a mosaico. Programma marzo 2021 “Passeggiata con il Direttore” alla Domus di Tito Macro: tutti i venerdì, 5/03 – 12/03 – 19/03 – 26/03, alle 14.30. L’iniziativa è gratuita, con prenotazione obbligatoria: tel. 320-0342258, mail: domus.titomacro@gmail.com.

L’area archeologica di Aquileia riaperta in sicurezza (foto fondazione Aquileia)

Con la riapertura dei luoghi della cultura, Aquileia è pronta ad accogliere tutti nel pieno rispetto di tutte le norme del distanziamento sociale. Dal lunedì al venerdì sono aperte le aree archeologiche, la Basilica di Aquileia con il Battistero e la Südhalle, la Domus e il Palazzo episcopale, il museo Archeologico nazionale di Aquileia e l’info-point di PromoTurismoFvg. Tutti le informazioni sugli orari al link www.fondazioneaquileia.it/it/visita-aquileia. Norme di sicurezza Covid-19: è vietata la partecipazione alle visite guidate a tutte le persone con temperatura corporea oltre i 37,5 °C o che presentino sintomi influenzali; la partecipazione alla visita guidata è consentita per un numero massimo di 20 persone; è obbligatorio mantenere la distanza di sicurezza di almeno 1 metro; è obbligatorio indossare sempre una mascherina, anche in stoffa, per la protezione del naso e della bocca; è obbligatorio l’uso del gel igienizzante messo a disposizione presso le entrate. Per ragioni di sicurezza sanitaria è necessario lasciare i propri dati che verranno conservati per 15 giorni e poi eliminati. Il personale della Fondazione Aquileia vi richiederà pertanto nome cognome e recapito telefonico.

Bologna. Con la Regione in arancione, musei chiusi. All’Archeologico incontro on line con l’archeologa Laura Minarini su “I Celti a Bologna”, tra la Felsina etrusca e la Bononia romana

Fino al permanere della Regione Emilia-Romagna in zona arancione tutti i musei dell’Istituzione Bologna Musei rimarranno chiusi, salvo ulteriori disposizioni governative, in ottemperanza al Dpcm del 14 gennaio 2021 e all’Ordinanza del ministro della Salute del 19 febbraio 2021. Sono inoltre sospesi anche gli eventi programmati negli stessi musei, mentre proseguono le attività fruibili online. Intanto si possono sostenere le attività dell’Istituzione Bologna Musei effettuando una donazione mediante bonifico bancario sul seguente conto corrente: codice IBAN: IT 32 J 02008 02435 000102464044 intestato a: Istituzione Bologna Musei. Il bonifico dovrà riportare la causale “Donazione per la valorizzazione e la tutela del patrimonio museale IBM”. Il ricavato della raccolta fondi sarà reimpiegato in attività di valorizzazione e tutela del patrimonio museale cittadino e nella diffusione della conoscenza del patrimonio stesso. La donazione non rientra tra gli oneri deducibili previsti dall’art.10 del Tuir.

Reperti dei Celti in una vetrina del museo civico Archeologico di Bologna (foto Roberto Serra / Iguana)

Domenica 28 febbraio 2021, alle 17.30, incontro online sulla piattaforma Google Meet “I Celti a Bologna”. Il museo civico Archeologico propone un incontro online per il pubblico adulto a cura di Laura Minarini, archeologa del museo. Tra gli splendori di Felsina etrusca e lo stanziamento di Bononia romana, c’è una lunga parentesi della storia di Bologna che vede protagonisti i Celti, formidabili guerrieri d’Oltralpe. Le loro armi temibili e tecnologicamente avanzate misero in seria difficoltà anche gli eserciti più organizzati dell’antichità. Durante l’incontro si andrà alla scoperta di questo popolo e delle sue abitudini con l’archeologa del museo Laura Minarini. L’incontro si terrà tramite la piattaforma Google Meet. Prenotazione obbligatoria solo online (entro le 14 di venerdì 26 febbraio) al seguente link: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfPpOkMZyLRg5mexOa_kuinbqK_yf-XeZbtKVMk9t3OsgxGWw/viewform. Per permettere uno svolgimento ottimale dell’incontro dopo le ore 17.40 non saranno ammessi partecipanti. Info: www.museibologna.it/archeologico.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 18.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano ci guida tra gli ambienti di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum: la Casa dell’Atrio a mosaico. Prima parte: l’atrio, la piccola basilica, il giardino, la grande esedra

La Casa dell’Atrio a mosaico, una delle più grandi di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Con la 18.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci guida tra gli ambienti di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum, la Casa dell’Atrio a mosaico, che con i suoi dettagli architettonici ci lascia senza fiato. In questa prima parte: l’atrio, la piccola basilica, il giardino, la grande esedra.

La Casa dell’Atrio a mosaico è una delle case più grandi dell’antica Herculaneum: 1200 metri quadrati solo al pianterreno e una parte della casa presentava anche un piano superiore. “All’ingresso ci colpisce la presenza di un mosaico bianconero con una serie di quadrati riempiti di forme geometriche con schemi differenziati”, spiega Sirano. “Alle pareti dipinti del cosiddetto IV stile che – laddove possibile – sono stati integrati all’epoca della scoperta per dare un’idea dell’interezza della decorazione. Su questo ambiente si aprivano la cella ostiaria, dove c’era il custode, e la culina (la cucina). All’età dell’imperatore Augusto i proprietari di questa casa acquistarono vari lotti di terreno e unirono tre o quattro case più piccole in un’unica grande dimora che riproduce la cosiddetta villa urbana come la quasi gemella casa dei Cervi che si trova qui vicino”.

Il pavimento “ondulato” dell’atrio della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

L’atrio, così come lo vediamo oggi, presenta questo caratteristico mosaico a scacchiera bianconero con una strana ondulazione. “È dovuta al fatto”, interviene Sirano, “che durante il cataclisma per l’eruzione del Vesuvio con le scosse telluriche il piano di preparazione del pavimento ha ceduto, perché al di sotto ci sono anche le strutture, i muri delle case precedenti che erano state demolite per creare la sistemazione attuale. È molto interessante anche notare che l’impluvio, la vasca per raccogliere le acque piovane, non è perfettamente centrato con la porta. E per camuffare questo il mosaicista che ha decorato l’atrio ha fatto una cornice asimmetrica più larga da una parte e più stretta dall’altra per cercare di ricomporre il disegno in un quadro unitario”.

Il direttore Francesco Sirano nella sala a basilica della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

Nella Casa dell’Atrio a mosaico in luogo del tablino, l’ufficio del proprietario, siamo accolti da una sala grandiosa che ha uno schema molto particolare. Infatti è caratterizzata da una grande aula e due piccole navate. “Si tratta di una vera e propria piccola basilica all’interno di una casa”, continua Sirano. “Gli studiosi hanno pensato che questa sia la realizzazione architettonica di quello che Vitruvio chiama la sala all’Egiziana. Aveva anche il piano superiore ed è caratterizzata dalla presenza di pilastri che determinano le due navate laterali e quella centrale nella quale ci troviamo. La decorazione dei pilastri era di stucco a colonnette, poi la parete ha una decorazione – ultima fase del cosiddetto IV stile – a fondo bianco con architetture molto esili e con le caratteristiche tipiche figure fluttuanti. Sul coronamento dell’edicola centrale sono visibili due cariatidi con in mano un vaso per le offerte che sono di particolare eleganza. Al centro una maschera teatrale. Molto interessante è il pavimento in marmi colorati che formano dei disegni geometrici con delle grandi fasce di marmo grigio laterali. Le mancanze sono dovute al passaggio degli scavatori borbonici”.

Il giardino della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

La casa è articolata in tre quartieri: la zona dell’atrio, la zona del giardino e la zona dell’affaccio a mare. “La zona del giardino”, riprende Sirano, “era circondata su tre lati da un colonnato che, negli ultimi momenti di vita della casa, era stato chiuso in forma di criptoportico, cioè un porticato chiuso con delle finestre che prendevano aria e luce dal giardino. Al centro del giardino una vasca, e sul lato Est si aprivano una serie di ambienti di soggiorno che in qualche maniera integravano la loro mancanza nella zona dell’atrio, dove sappiamo si aprivano di norma in una casa romana. E qui caratteristica è la presenza di una veranda in legno che è uno dei ritrovamenti più eccezionali di Ercolano. Particolare cura era stata data all’integrazione tra gli spazi all’aperto e gli spazi al chiuso. La zona della veranda era una sorta di punto di passaggio. Essa infatti sorgeva su un parapetto che presentava al suo interno una fioriera per creare proprio un passaggio naturale dalla zona dedicata al giardino alla zona dedicata al soggiorno”.

Il quadretto con Diana e Atteone nell’esedra della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

La grande esedra con pavimenti a mosaico e pareti a fondo azzurro si affacciava direttamente sul giardino. “Mancano una parte dei quadretti mitologici”, fa notare Sirano. “Sono stati strappati, come parte del pavimento, durante gli scavi borbonici. I quadretti che sono rimasti presentano dei temi mitologici molto interessanti. In uno vediamo la dea Diana che si sta lavando a una fonte e che viene spiata dal giovane Atteone, che poi viene punito, trasformato in cervo e attaccato dai suoi cani. È molto interessante il modo di narrare questo episodio perché nello stesso quadro abbiamo due momenti differenti: prima Atteone che vede Diana; poi Atteone che viene punito. Nell’altro quadretto mitologico conservato, si vedono i gemelli Anfione e Zeto che stanno punendo Dirce – la cui figura qui non è più molto ben conservata – con il toro che poi la dilanierà per vendicare la loro madre Antiope maltrattata da Dirce. Questi due temi sono molto interessanti perché tutti e due parlano della mancanza di misura, una sorta di tracotanza che spesso gli esseri umani possono avere. Da un lato la mancanza di misura e dei propri limiti da parte di Atteone che guarda la dea nuda che si sta facendo il bagno, e dall’altro una parente Dirce che non tratta bene una sua consanguinea e che provocherà poi l’ira dei suoi figli, futuri re di Tebe. I fondali, tra un’architettura e un’altra, erano occupati da tondi con dei volti femminili con intenti quasi ritrattistici”.

Pompei. Restaurato il grande affresco del giardino della Casa dei Ceii: tornano al loro splendore le scene di caccia, i paesaggi egittizzanti con i Pigmei e la fauna del Delta

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Affresco del giardino della Casa dei Ceii a Pompei: dettaglio dei Pigmei (foto parco archeologico di Pompei)

Torna a splendere nei suoi intensi colori, il grande affresco del giardino della Casa dei Ceii a Pompei al termine di un importante restauro sugli apparati decorativi, diretto da Stefania Giudice, con Luana Toniolo direttore operativo archeologo, e Raffaella Guarino direttore operativo restauratore, e curato dalla RWS di Padova. Come una pellicola sbiadita dal tempo e restaurata, così riprende vita, in tutto il suo fulgore e  vividezza, la grande pittura  che orna la parete di fondo del giardino di questa casa, con la scena di caccia con animali selvatici, assieme alle scene di paesaggi egittizzanti popolati di Pigmei e animali del Delta del Nilo raffigurati sulle pareti laterali. L’intervento è stato realizzato con fondi ordinari del parco archeologico di Pompei.

Interno della Casa dei Ceii a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

La Casa dei Ceii, scavata tra il 1913 e il 1914, rappresenta uno dei rari esempi di dimora antica di età tardo-sannitica (II sec. a.C.). La proprietà della domus è stata attribuita al magistrato Lucius Ceius Secundus, sulla base di un’iscrizione elettorale dipinta sul prospetto esterno della casa. La facciata della domus, con il suo rivestimento a riquadri in stucco bianco e l’alto portale coronato da capitelli cubici, è esemplificativa dell’aspetto severo che doveva avere una casa di livello medio d’età tardo sannitica (II sec. a.C.). Al centro dell’atrio tetrastilo peculiare è la vasca dell’impluvio, realizzata con frammenti di anfore posti di taglio, secondo una tecnica diffusa in Grecia ma che Pompei trova solo un altro confronto nella Casa della Caccia Antica (vedi Pompei. Dal 1° novembre aprono al pubblico la Casa dei Ceii e i Praedia di Giulia Felice, che si aggiungono alle altre importanti dimore che si possono visitare tutti i giorni | archeologiavocidalpassato).

Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei prima del restauro (foto parco archeologico di Pompei)
Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei dopo il restauro (foto parco archeologico di Pompei)
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Nel nuovo allestimento della Casa dei Ceii anche il calco del mobilio (foto parco archeologico di Pompei)

La domus era stata oggetto negli anni passati, nell’ambito del Grande progetto Pompei, di interventi di  riqualificazione, regimentazione delle acque meteoriche e manutenzione delle coperture, resisi necessari a causa di una progressiva perdita di funzionalità delle stesse, che negli anni stava esponendo ad un serio rischio degrado gli ambienti sottostanti, caratterizzati da intonaci decorati e pavimenti di grande pregio. Nella casa era stato riproposto parte dell’allestimento originario della dimora, con la ricollocazione del tavolo in marmo e della vera di pozzo nell’atrio, dove è anche visibile il calco di un armadio e il calco della porta di accesso della casa. Mentre nella cucina è visibile una piccola macina domestica.

Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei: dettaglio della caccia (foto Luigi Spina)

Apparati decorativi. Si trattava di soggetti spesso ricorrenti  nella decorazione dei muri perimetrali dei giardini pompeiani, al fine di ampliare illusionisticamente le dimensioni di tali spazi ed evocare all’interno degli stessi un’atmosfera idilliaca e suggestiva. In questo caso, con ogni probabilità, il tema delle pitture testimoniava anche un legame e un interesse specifico che il proprietario della domus aveva per il mondo egizio e per il culto di Iside, particolarmente diffuso a Pompei negli ultimi anni di vita della città.

“Negli anni a causa della mancanza di una adeguata manutenzione e all’utilizzo di pratiche di restauro non idonee”, spiega Stefania Giudice, “si è assistito a un progressivo degrado dei dipinti e al danneggiamento degli affreschi, soprattutto nelle parti basse dove maggiormente influisce l’umidità. Grazie ad un intervento, molto complesso, si è potuti addivenire ad una pulitura della pellicola pittorica anche mediante l’utilizzo del laser, che ha permesso di ripulire porzioni importanti del dipinto, soprattutto nella parte relativa alla decorazione botanica dell’affresco. Le parti abrase del dipinto sono state recuperate attraverso un ritocco pittorico puntuale. Tutto l’ambiente è stato chiuso per evitare, per il futuro, infiltrazioni di acqua piovana e preservarne adeguatamente l’area”.

“In questo momento sto effettuando il ritocco pittorico sulle parti abrase dell’affresco”, spiega Paola Zoroaster, restauratrice RW, “e lo sto facendo in modo puntuale; dove invece abbiamo fatto una stuccatura di dimensioni maggiori rispetto alle abrasioni, realizzata con una malta naturale composta da calce e parti di pietra, andiamo a fare una ricostruzione cromatica sempre puntinata in modo che la superficie stuccata sia comunque uniforme al resto dell’affresco che, essendo stato precedentemente oggetto di vari interventi e avendo una certa età, è già molto mosso e abraso”.