Roma. Da settembre al museo nazionale Romano riparte “Il mercoledì al Museo”, la rassegna del museo nazionale Romano che trasforma il mercoledì nel giorno dedicato al racconto al pubblico delle ricerche, le attività e gli studi condotti dal Museo

A settembre 2026 riparte “Il mercoledì al Museo”, la rassegna del museo nazionale Romano che trasforma il mercoledì nel giorno dedicato al racconto al pubblico delle ricerche, le attività e gli studi condotti dal Museo. E quest’anno la rassegna sarà arricchita da un nuovo ciclo: Il Museo che nasce. Ecco le quattro sezioni.

Il Museo che nasce. Analisi e riflessioni storiche, critica e metodologica sulla relazione tra spazio e collezioni nella prima età moderna (XV-XVIII secolo), a cura di Francesca Mattei e Federica Rinaldi.

Il Museo tra le righe. Studi e ricerche tra gli archivi e le raccolte del museo nazionale Romano, a cura di Giulia Cirenei e Antonella Ferraro.

Il Museo si trasforma. Presentazione e condivisione dei grandi cantieri e lavori del progetto URBS, Dalla città alla campagna romana, coordinato da Federica Rinaldi e Saveria Petillo.

Il Museo che legge. Presentazione di pubblicazioni legate al patrimonio archeologico del museo nazionale Romano, a cura di Antonella Ferraro, Maria Letizia Caldelli e Giulia Cirenei in collaborazione con Terra Italia onlus

Un libro al giorno. “Plants and Humans in the Ancient Near East. Roots of Multispecies Connections / Piante e esseri umani nell’antico Vicino Oriente. Radici delle connessioni multispecie” a cura di Silvana Di Paolo e Gioele Zisa, con un approccio multidisciplinare che integra archeologia, filologia, archeobotanica e storia delle religioni

Copertina del libro “Plants and Humans in the Ancient Near East. Roots of Multispecies Connections / Piante e esseri umani nell’antico Vicino Oriente. Radici delle connessioni multispecie” a cura di Silvana Di Paolo e Gioele Zisa

È uscito per i tipi di Zaphon editore il libro “Plants and Humans in the Ancient Near East. Roots of Multispecies Connections / Piante e esseri umani nell’antico Vicino Oriente. Radici delle connessioni multispecie” a cura di Silvana Di Paolo e Gioele Zisa. Questo libro esplora il ruolo delle piante nel Vicino Oriente antico attraverso un approccio multidisciplinare che integra archeologia, filologia, archeobotanica e storia delle religioni. Esamina l’importanza delle specie vegetali non solo come risorse economiche e alimentari (ruolo passivo), ma anche come elementi fondamentali nella co-produzione dello spazio con gli esseri umani per forgiare sistemi simbolici, pratiche religiose e rappresentazioni artistiche. Analizzando attentamente fonti testuali, prove archeologiche e iconografiche e resti archeobotanici, questo volume presenta studi di casi selezionati sulle interazioni tra le società umane e il mondo vegetale della regione. Negli ultimi anni, l’interesse accademico per le piante nel contesto del Vicino Oriente antico è cresciuto significativamente, in linea con lo sviluppo delle discipline umanistiche ambientali e l’emergere degli studi critici sulle piante. Questa prospettiva teorica e metodologica in evoluzione costituisce il fulcro di due iniziative di ricerca: il progetto BioANE (Biodiversità nell’Antico Vicino Oriente), diretto da Silvana Di Paolo (Cnr-Ispc) e Gioele Zisa (Sapienza università Roma), e il progetto PLANET (Piante nei testi antichi del Vicino Oriente), coordinato da Gioele Zisa. Questo volume si colloca all’incrocio di questi due progetti, offrendo nuove intuizioni su come le culture dell’antico Vicino Oriente percepissero, utilizzassero e rappresentassero le piante. Ma non solo: gli studi raccolti mettono in luce la complessità di queste relazioni, mettendo in discussione le prospettive antropocentriche e proponendo un’interpretazione che riconosce le piante come partecipanti attivi nella storia culturale e ambientale della regione. Esplorando le complesse relazioni tra esseri umani e piante nell’antico Vicino Oriente, questo libro mette in discussione le prospettive antropocentriche e mette in luce l’opera degli esseri vegetali nel plasmare i paesaggi culturali, religiosi ed economici. Così facendo, contribuisce a un crescente discorso accademico che ridefinisce la nostra comprensione del mondo naturale come partecipante attivo ai processi storici, spingendoci a ripensare i confini tra natura e cultura.

Firenze. Al museo Archeologico nazionale tornano i “Pomeriggi dell’Archeologico” che spaziano dall’Antico Egitto al Medioevo: ecco il programma da settembre a dicembre

Da settembre a grande richiesta riprendono al museo Archeologico nazionale di Firenze i “Pomeriggi dell’Archeologico”. Insieme a prestigiosi relatori e relatrici, verranno affrontati i temi più svariati spaziando dall’Antico Egitto al Medioevo, perché tante sono le anime dell’archeologia e del MAF. Si tratteranno pratiche della vita quotidiana, di ideologia funeraria, di storia dell’archeologia, di tutela del patrimonio durante le emergenze e di molto altro. Ecco l’elenco degli incontri in programma fino a dicembre 2026. Ingresso gratuito esclusivamente su prenotazione. Per informazioni: man-fi@cultura.gov.it, 055-2357717.

PROGRAMMA. 10 settembre 2026, “L’arte di illuminare presso gli Etruschi” con Vittorio Mascelli (musei Vaticani); 24 settembre 2026, “Non solo un affare di mummie: alle origini dell’Egittologia in Toscana” con Daniela Picchi (museo civico Archeologico di Bologna); 8 ottobre 2026, “La riscoperta della città medievale di Tusculum (Monte Porzio Catone): quando storia e archeologia da sorelle gelose si trasformano in alleate preziose per la ricerca” con Valeria Beolchini (EEHAR-CSIC); 19 novembre 2026, “La museruola di Kroton. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi Greci” con Gregorio Aversa (MAF); 26 novembre 2026, “Costantino e la Basilica di San Pietro in Vaticano” con Paolo Liverani (università di Firenze); 10 dicembre 2026, “Archeologia nel cratere del sisma. Tra ricostruzione, tutela e valorizzazione. Il caso della basilica di San Benedetto di Norcia” con Claudia Cenci (soprintendente), Gabriella Sabatini (MAF), Marco Cruciani (SABAP Umbria).

Reggio Calabria. Il festival “Il Settembre di Demetra” fa tappa al museo Archeologico nazionale con due conferenze: ecco il programma

Dal 31 agosto al 7 settembre 2026 Reggio Calabria celebra “Il Settembre di Demetra”, il Festival di Cultura, Identità e Rinascita, promosso da A.I.Par.C. Nazionale ETS con il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, la Città di Reggio Calabria, la Città metropolitana di Reggio Calabria e il Consiglio Regionale della Calabria. Giunto alla seconda edizione, il Festival torna a fare tappa al MArRC con due conferenze dedicate alla storia, all’archeologia e alla cultura classica, in programma il 1° e il 4 settembre.

Martedì 1° settembre 2026, alle 17.30, in sala conferenze al MarRC, l’incontro “Popolazioni indigene e coloni greci nel Reggino, tra IX e V secolo a.C.”, un viaggio tra Siculi e coloni euboici, nascita della 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑠 fino alla tirannide di Anassilao, con uno sguardo sulla topografia degli insediamenti indigeni nell’entroterra aspromontano. Introduce Rossella Agostino, direttrice del dipartimento Archeologia di A.I.Par.C. nazionale ETS. Relaziona Fabrizio Mollo, professore ordinario di Archeologia classica all’università di Messina. Ingresso gratuito. La partecipazione alla conferenza non prevede l’accesso al Museo.

Venerdì 4 settembre 2026, alle 20.30, sulla Terrazza del MarRC, l’incontro “Il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile (Eur. Ba. 1391)”: il ruolo del divino nelle tragedie classiche, dalla giustizia solenne di Eschilo alla volontà indecifrabile di Sofocle, fino agli dèi imprevedibili di Euripide. Un appuntamento che rientra nella programmazione Estate al MArRC 2026. Relatrici Mariangela Monaca e Auretta Sterrantino, università di Messina. La partecipazione alla conferenza è inclusa nel biglietto di ingresso al Museo (ridotto 5 euro). In occasione dell’appuntamento, il MArRC sarà straordinariamente aperto dalle 20 alle 23, con ultimo ingresso alle 22.30.

Roma. Per le “Passeggiate romane” visita guidata “Il Bastione Ardeatino tra storia e campagna romana” con Gianfranco Manchia promossa dalla sovrintendenza capitolina ai Beni culturali propone in collaborazione con Zetema progetto cultura

All’interno delle Mura Aureliane a Roma è visitabile un’area che offre una bucolica visione di come doveva essere la campagna romana, oltre alle tracce delle demolizioni della Spina di Borgo del 1939, costituite da depositi di frammenti architettonici. È il Bastione Ardeatino. Martedì 1° settembre 2026 per le “Passeggiate romane” la sovrintendenza capitolina ai Beni culturali propone in collaborazione con Zetema progetto cultura “Il Bastione Ardeatino tra storia e campagna romana”: visita a cura di Gianfranco Manchia. Appuntamento alle 9.30 in via Lucio Fabio Cilone (al termine della via) a Roma. Attività non adatta a persone con difficoltà motorie. Si consigliano calzature chiuse e comode. Prenotazione obbligatoria allo 060608 attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19. Massimo 15 partecipanti. In caso di disponibilità le persone possono aggiungersi anche il giorno stesso sul posto. Attività gratuita con ingresso a tariffazione vigente. Ingresso gratuito per i residenti a Roma e nell’area metropolitana (con documento di identità valido), e per i possessori MIC card.

Il Bastione Ardeatino lungo le Mura Aureliane a Roma (foto roma capitale)

L’itinerario inizia dal cancello alla fine di via Lucio Fabio Cilone, raggiungibile dopo aver percorso via di Villa Pepoli, che si apre con un arco su viale Giotto. Si costeggia l’interno del tracciato delle Mura Aureliane fino alla cesura, causata dall’abbattimento di 400 metri di mura romane, dove inizia il Bastione Ardeatino, costruito tra il 1537 e il 1542 dall’architetto Antonio da Sangallo, su ordine di Papa Paolo III. Lungo il percorso emergono cumuli di frammenti architettonici, alcuni di grandi dimensioni, esito dello sventramento risalente al 1939 del settore urbano della Spina di Borgo, dovuto alla nuova via della Conciliazione. Di particolare suggestione la visita di una delle tre casematte della fortificazione e la successiva discesa, tramite la scala originale di collegamento, alla galleria di scarpa e al cancelletto di uscita su via di Porta Ardeatina.

Un libro al giorno. “Questioni di stile. Le fibule a staffa di età gota in Italia” di Arancia Boffa, aggiornamento e una rilettura critica, con connessioni di respiro internazionale, dell’opera di Volker Bierbrauer

Copertina del libro “Questioni di stile. Le fibule a staffa di età gota in Italia” di Arancia Boffa

È uscito per i tipi di Sap Libri il libro “Questioni di stile. Le fibule a staffa di età gota in Italia” di Arancia Boffa, per la collana Archeologia Barbarica, curata dall’università Cattolica del Sacro Cuore – Milano in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli (Ud). A cinquant’anni dalla poderosa opera di Volker Bierbrauer, la monografia torna sulle fibule “a staffa” decorate a Kebschnitt di età gota in Italia per un aggiornamento e una rilettura critica, con connessioni di respiro internazionale. Le spille, comparse alla metà del V secolo in area pontico-danubiana, tra l’ultimo terzo del V e il VI secolo si diffusero in un ampio areale tra la Russia meridionale e la Penisola Iberica. La classificazione dei monili e lo studio della distribuzione, produzione, circolazione, cronologia e impiego dei reperti italiani e stranieri hanno contribuito alla ricostruzione della moda germanico-orientale in Italia e del profilo sociale delle donne che le indossavano. È stato possibile verificare come, nonostante le distanze geografiche, l’appartenenza alla koinè pontico-danubiana venne rivendicata e rinnovata per più di un secolo con modalità simili da individui femminili riferiti in letteratura alla compagine gotica.

Arancia Boffa è un’archeologa italiana, specializzata in Archeologia e cultrice della materia all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nota in particolare per i suoi studi sull’archeologia barbarica e altomedievale.

Pompei. Nel cantiere dell’Insula Meridionalis rinvenuti materiali e reperti ceramici del XV-XVI secolo che attestano la frequentazione nel Rinascimento dell’antica città sepolta dall’eruzione vesuviana. Il cantiere è visitabile su prenotazione. Tutti gli approfondimenti sull’E-journal del Parco

Il cantiere dell’Insula Meridionalis nell’antica Pompei (foto parco archeologico pompei)
Particolare del catino in ceramica smaltata di transizione rinvenuto nell’Insula Meridionalis di Pompei (foto parco archeologico pompei)

L’antica Pompei era stata cancellata dalla storia ormai da almeno 14 secoli sotto gli effetti dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e la sua scoperta sarebbe avvenuta un paio di secoli più tardi, nel 1748, dando inizio ufficialmente alla ricerca archeologica, che non era ancora propriamente scienza come la intendiamo noi. Eppure su quello che doveva essere il sito dell’antica città romana c’era della vita. Nell’area di cantiere dell’Insula Meridionalis, a Pompei, sono stati rinvenuti materiali e reperti ceramici del XV-XVI secolo, indizio della frequentazione nel periodo rinascimentale dell’antica città sepolta dall’eruzione vesuviana, che attestano fortemente questo legame e la continuità di una memoria storica che non si è mai interrotta nel tempo.

Ricostruzione 3D dell’area in abbandono di Pompei tra il XIV e il XVI secolo (foto cooperativa archeologia e de marco)

Nell’immaginario comune la storia di Pompei è spezzata in due blocchi netti e apparentemente separati tra loro: da un lato la città romana, cristallizzata nel tempo dall’eruzione del 79 d.C. e dall’altro la sua “seconda vita”, iniziata solo nel 1748 con gli scavi borbonici, dopo quasi diciassette secoli di totale oblio. Nel mezzo, uno spazio temporale in cui, tuttavia, la memoria della città sepolta non si era mai del tutto spenta, ma era stata custodita da una comunità rurale che in realtà non aveva mai abbandonato quel territorio. Tutti gli approfondimenti nell’E-journal del Parco al seguente link:  https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/

Il cantiere dell’Insula Meridionalis nell’antica Pompei (foto parco archeologico pompei)

È possibile visitare il cantiere dell’Insula Meridionalis insieme agli archeologi e restauratori del cantiere su prenotazione tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 11.00 alle 12.00chiamando al numero telefonico 327 2716666.

Ricostruzione 3D degli Horrea al Tempio di Venere nell’antica Pompei (foto cooperativa archeologia e de marco)
Frame del film “Pompei Fuori dal tempo” con Tom Hiddleston

“Il docu-drama Pompei Fuori dal tempo con Tom Hiddleston e lo studio dell’archeologo Steven Tuck”, spiega il direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, “mostrano come il tema dei sopravvissuti sta finalmente diventando oggetto di ricerche e di iniziative di divulgazione. Pompei dopo l’eruzione si presentò come un paesaggio post apocalittico, eppure troviamo tracce di persone che tornavano qui, e una frequentazione che si estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie, all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato spesso di essere dimenticate o cancellate”.

Frammento di ceramica smaltata rinvenuto nell’Insula Meridionalis di Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna e riscoperta recentemente nel Santuario della Beata Vergine di Pompei dove è conservata (foto parco archeologico pompei)

Oggi, la ricerca della “Pompei dopo Pompei” si rafforza con alcuni recenti ritrovamenti materiali e artistici. Alcuni reperti emersi durante le attività di scavo, restauro e messa in sicurezza della cosiddetta Insula Meridionalis, un quartiere ai margini meridionali della città, sono databili tra il XV e il XVI secolo, attestando così una frequentazione in quell’epoca, approssimativamente la stessa in cui venne realizzata la “Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna e riscoperta recentemente nel Santuario della Beata Vergine di Pompei. Il dipinto, di altissima qualità e a lungo ritenuto disperso, era documentato fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Con ogni probabilità, la tela giunse poi a Pompei negli ultimi decenni dell’Ottocento, proprio durante la fondazione del Santuario mariano. Identificato alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei, il capolavoro è esposto, dal novembre 2025, all’interno della nuova Pinacoteca del Santuario, al termine di un lungo e meticoloso restauro condotto presso i laboratori dei Musei Vaticani. Si tratta di vicende storicamente indipendenti, che però mostrano come la percezione e la presenza di questo luogo nel corso dei secoli siano state assai più articolate e interconnesse di quanto si era abituati a pensare.

Ricostruzione 3D del forno nell’area dell’Insula Meridionalis (foto inklink)
Frammento di fiaschetta invetriata rinvenuto nell’Insula Meridionalis di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748”, aggiunge Zuchtriegel, “bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo Civita, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria heritage community e se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei è risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva in questo territorio”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale nuova proroga, fino al 21 settembre, della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte

Francesco Sirano, direttore del mueo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

Ci sono stati due mesi in più per andare alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: ma la mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli inizialmente dal 3 aprile al 6 luglio 2026, e poi prorogata di due mesi, non chiuderà neppure il 31 agosto 2026, perché c’è un’ulteriore proroga fino al 21 settembre 2026: un’occasione in più per visitare le sale climatizzate al terzo piano: una piacevole sosta per scoprire i tanti significati del mito della sirena. Oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia.

Un libro al giorno. “Destinazioni d’uso dei beni archeologici. Tra storia e memoria: l’uso strumentale del passato nel dibattito contemporaneo” di Marilena Scuotto

Copertina del libro “Destinazioni d’uso dei beni archeologici. Tra storia e memoria: l’uso strumentale del passato nel dibattito contemporaneo” di Marilena Scuotto

È uscito per i tipi di Antiqua Res il libro “Destinazioni d’uso dei beni archeologici. Tra storia e memoria: l’uso strumentale del passato nel dibattito contemporaneo” di Marilena Scuotto. Affinché nuove identità politiche, economiche e religiose riuscissero a sopraggiungere e a trovare spazio, è stato necessario talvolta, cancellare e distruggere le tracce e i simboli delle culture o dei regimi precedenti. Si pensi alla distruzione deliberata e pianificata dei colossali Buddha che sorgevano nella valle di Bamiyan, in Afghanistan, da parte dei Talebani nel marzo 2001, agli attacchi al sito archeologico di Palmira in Siria ad opera dell’estremismo islamico, avvenuti nell’agosto 2015 o anche a ciò che sta accadendo in questo momento in Palestina: secondo l’UNESCO, dal 7 ottobre 2023 fino al 29 novembre 2024, settantacinque siti culturali e religiosi sono stati danneggiati o distrutti dallo Stato moderno di Israele nella Striscia di Gaza, di cui dieci luoghi di culto, quarantotto edifici storici e artistici, tre depositi di beni culturali mobili, sei monumenti, un museo e sette siti archeologici. Nonostante la nascita e il riconoscimento da parte del diritto internazionale del concetto di “Patrimonio mondiale”, la distruzione o l’uso improprio dell’archeologia, dei simboli, delle antichità e del patrimonio culturale in generale, continua ad essere una pratica ordinaria dei poteri emergenti e dominanti. Nei secoli, il potere si è servito della storia, dell’archeologia e del patrimonio culturale con finalità dirette alla propria legittimazione, alla propaganda, alla propria salvaguardia, al rafforzamento del consenso e al consolidamento della propria identità.

L’archeologa Marilena Scuotto (UniOr)

Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio 1985. Archeologa e direttore tecnico per l’Archeologia, dal 2004 ad oggi si occupa di scavo, documentazione e ricerca archeologica in ambito nazionale e internazionale. Vanta collaborazioni con i più prestigiosi Atenei italiani (università “L’Orientale” di Napoli, università di Pisa, Milano, Udine, Trieste, “Ca’ Foscari” di Venezia e “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara). Giornalista, scrittrice, e docente per le scuole superiori, è responsabile di diversi progetti didattici per l’inclusione e l’orientamento. Fa parte della rete di insegnanti “Docenti per Gaza” che dal 2023 si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese e per la sua autodeterminazione.

Sibari (Cs). Al parco archeologico, Vinitaly and the City – Follow Up chiude il percorso de “Il grano che unisce il Sud” con un cooking show sulla cucina calabrese con Catia Corbelli e Francesco Armentano e Daniele Campana

Al parco archeologico di Sibari, domenica 30 agosto 2026, alle 20, per Vinitaly and the City – Follow Up | Calabria, il percorso de “Il grano che unisce il Sud” si conclude con un cooking show che riunisce esperienze e territori differenti. Protagonisti dell’appuntamento saranno Catia Corbelli e Francesco Armentano dell’Osteria del Vicolo di Mormanno e Daniele Campana. Cucina calabrese, lavorazione della pizza e ricerca contemporanea si incontreranno in un confronto tra prodotti, tecniche e interpretazioni. Una giornata conclusiva dedicata ai modi in cui le tradizioni possono essere custodite, trasformate e raccontate attraverso la cucina. Introduce Luciano Pignataro. Modera Stefania Cavaliere. Info e prenotazioni al numero 3371603495