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Paestum. Sopralluogo nella galleria sotterranea tra il tempio di Nettuno e la Basilica per uno studio sistematico della grande cisterna antica. Trovati graffiti dell’Ottocento. Zuchtriegel: obiettivo aprirla al pubblico in futuro

Il sopralluogo nella galleria sotterranea tra il cosiddetto tempio di Nettino e la Basilica a Paestum (foto pa-paeve)

Alla scoperta di Paestum sotterranea: dall’ingegneria antica ai graffiti dell’Ottocento. Nota sin dall’Ottocento, come dimostrano numerosi graffiti, una grande galleria sotterranea che occupa lo spazio tra il tempio c.d. di Nettuno e il tempio noto come “Basilica”, nel santuario meridionale di Paestum, ora è oggetto di uno studio sistematico. Per la prima volta, si è proceduto a realizzare un rilievo dettagliato del monumento sotterraneo. La galleria, accessibile attraverso quattro pozzi chiusi con delle grate, ha una lunghezza di quasi cinquanta metri ed è tuttora percorribile, seppure al momento solo da tecnici muniti di appositi dispositivi di sicurezza. La presenza di malta idraulica che riveste interamente le pareti della struttura, lascia ipotizzare che la galleria servisse in antichità come una grande cisterna. “A Paestum l’approvvigionamento delle acque rappresentava una criticità”, spiega il direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel. “L’acqua del Capodifiume era malsana e i pozzi non risolvevano il problema perché l’acqua di falda tendeva a essere salmastra vista la vicinanza della città al mare. Così, raccogliere l’acqua piovana che scorreva dai tetti dei due templi più grandi della città in una grande cisterna poteva essere una buona idea, anche se ancora ci mancano dati precisi sulla cronologia della struttura”. Come sottolinea il funzionario archeologo del Parco, Francesco Scelza, la posizione della cisterna all’interno del grande santuario urbano della città antica non è casuale: “Nei riti antichi, l’acqua giocava un ruolo fondamentale, anche se, spesso, non è facile distinguerne un uso cultuale da un uso corrente. La cisterna ipogeica del santuario meridionale di Paestum era nota già dai primissimi scavi dell’inizio del ‘900 ma finora è stata esplorata solo in parte”.

Graffiti ottocenteschi trovati nella galleria sotterranea tra il cosiddetto tempio di Nettuno e la Basilica a Paestum (foto pa-paeve

Intanto, si sta già pensando al futuro: “Sarebbe bellissimo poter far visitare un giorno questa Paestum sotterranea a tutti”, dichiara il direttore, “ovviamente solo dopo un restauro attento della struttura e con tutte le misure di sicurezza. È un monumento che come pochi altri illustra come i templi fossero parte di una società, di un’economia e di una vita quotidiana nella quale la gestione delle acque rivestiva un ruolo centrale, dalla bonifica della piana da parte dei coloni greci fino all’impaludamento nell’Alto Medioevo. La storia di Poseidonia, come abbiamo raccontato in una mostra recente su archeologia e cambiamenti climatici, è anche la storia del rapporto tra la comunità e l’acqua”. Il sopralluogo nella cisterna tra i due templi, in data 28 ottobre 2020, al quale ha partecipato anche il direttore, oltre a importanti dettagli sulla costruzione del monumento antico, ha rivelato anche testimonianze molto più recenti: graffiti che viaggiatori dell’Otto e del Novecento hanno lasciato sulle pareti della galleria sotterranea, a volte datandoli. Il più antico finora riscontrato risale al 1855, il più recente al 1965.

Paestum. La Borsa mediterranea del turismo archeologico posticipata all’aprile 2021. Il direttore Picarelli: “Abbiamo voluto salvare la manifestazione per permettere a tutti di partecipare”

La XXIII edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum posticipata all’8-11 aprile 2021

Posticipare per salvare la manifestazione, per permettere a tutti di partecipare. La Borsa mediterranea del turismo archeologico riprogrammata per l’aprile dell’anno prossimo. Lo ha annunciato Ugo Picarelli, fondatore e direttore della Bmta, con un breve comunicato. “A seguito del Dpcm del 24/10 del Presidente del Consiglio dei Ministri – inizia Picarelli -, la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020 non potrà svolgersi. Pertanto, abbiamo ritenuto di non annullare la XXIII edizione e per assicurare a tutti i protagonisti soprattutto sicurezza, ma anche soddisfazione di risultati, posticiperemo la BMTA da giovedì 8 a domenica 11 aprile 2021, lasciando immutato il programma anche negli orari, come già da tempo pubblicato”. E continua: “La nostra gratitudine va ai 100 espositori che con il loro investimento qualificano il Salone, ai 250 relatori che con la loro confermata partecipazione contribuiscono al programma scientifico, ai buyer e agli operatori turistici che con la loro presenza danno vita all’incontro tra la domanda e l’offerta, ai giornalisti e ai media partner che divulgano i contenuti assicurandone il riscontro mediatico, ai partner istituzionali e alle prestigiose realtà che collaborano e conferiscono il patrocinio, consentendo la migliore realizzazione della BMTA. La nuova data – conclude – consentirà anche ai tanti visitatori e addetti ai lavori di vivere Paestum e la bellezza del Parco Archeologico, sito Unesco, con i colori della primavera, che, siamo certi, sancirà la definitiva ripartenza del nostro Bel Paese e del turismo in chiave più esperienziale e sostenibile, oltre che rivolto alla domanda di prossimità, tematiche tutte a cui la Borsa si è ispirata in questa edizione. Certi che plaudirete alla nostra scelta, Vi aspettiamo numerosi con un forte arrivederci a presto”.

Paestum. “Pentito” anonimo consegna 3 monete romane al parco archeologico di Paestum trovate trent’anni fa nell’area archeologica

Un altro pentito restituisce reperti di Paestum alla fruizione di tutti. Trovate circa trent’anni fa nell’area archeologica di Paestum, tre monete antiche di bronzo sono state consegnate il 27 ottobre 2020 in forma anonima al direttore del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel. I funzionari del Parco già stanno provvedendo al restauro e all’inventariazione degli oggetti tra i quali spicca quello che secondo una prima analisi sembra essere un Quadrante di II secolo a.C. con testa barbata del dio Nettuno su un lato e l’immagine di un delfino sull’altro. Sotto la rappresentazione del delfino si leggono le lettere PAIS, abbreviazione del nome romano Paistom/Paestum dell’antica colonia ellenica fondata intorno al 600 a.C. sulla costa tirrenica dell’Italia meridionale e chiamata Poseidonia dai Greci. Si tratta dell’ultima in una serie di restituzioni da parte di persone “pentite” che hanno deciso di consegnare al Parco archeologico materiali custoditi a casa propria per renderli fruibili al pubblico e alla comunità scientifica, spesso dopo molti anni. “Ringraziamo chi ha fatto un gesto del genere”, dichiara il direttore, “anche se ricordiamo che è preferibile segnalare subito ogni ritrovamento di carattere archeologico perché solo in questa maniera possiamo risalire al contesto originario degli oggetti che è fondamentale per la conoscenza e per l’inquadramento scientifico dei materiali”.

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Intanto continuano gli scavi stratigrafici nei pressi del c.d. tempio di Nettuno, il più grande e meglio conservato dei tre templi pestani ancora visibili sul sito. Il progetto di scavo, che si inserisce in un più ampio intervento volto a implementare un sistema di monitoraggio sismico sul tempio, potrebbe gettare luce su alcuni degli aspetti ancora poco chiari, quali per esempio la cronologia precisa e il culto connesso all’edificio. “Spesso le persone mi chiedono se c’è ancora qualcosa da scoprire in un sito come Paestum”, commenta il direttore. “La verità è che ci sono ancora tante domande aperte persino riguardo un monumento così emblematico e famoso come il tempio di Nettuno. La valorizzazione, come la intendiamo a Paestum e Velia, mira a rendere i siti vivi attraverso un’azione di condivisione e di apertura degli scavi al pubblico, anche attraverso la rete, all’insegna di un approccio di Public Archaeology. Inoltre, quest’ultimo progetto sul tempio si avvale di importanti finanziamenti privati arrivati tramite la piattaforma Artbonus tanto da considerarlo un modello esemplare nel creare un circuito virtuoso tra ricerca, tutela, valorizzazione e partecipazione di cittadini e aziende locali”.

Forlì. La mostra ”Ulisse. L’arte e il mito” è candidata alla settima edizione del Global Fine Art Awards (GFAA) in competizione con le esposizioni di British, Paul Getty, Metropolitan. A una settimana dalla chiusura ripercorriamo il viaggio di Ulisse dall’Odissea ai nostri giorni

La presentazione delle mostre in nomination nella sezione “Best ancient” del premio GFAA con “Ulisse. L’arte e il mito” di Forlì

La mostra ”Ulisse. L’arte e il mito” è candidata alla settima edizione del Global Fine Art Awards (GFAA). L’annuncio della nomination è arrivato nella serata del 18 ottobre 2020 in diretta Facebook da Parigi e New York, durante la quale sono stati presentati i 118 eventi artistici selezionati in rappresentanza di 6 continenti, 31 paesi e 68 città di tutto il mondo (vedi il video dell’annuncio https://www.facebook.com/watch/?v=790005045109144). L’esposizione forlivese, allestita fino al 31 ottobre 2020 ai musei San Domenico di Forlì, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, è stata nominata nella categoria ”Best Ancient”, al pari del British Museum di Londra (“Troy: Myth and reality”), del J. Paul Getty Museum di Los Angeles (“Mesopotamia: Civilization Begins”), del Metropolitan Museum di New York (“Crossroads”), del Museu d’Arqueologia de Catalunya di Barcellona (“Art primer. Artistes de la prehistoria”) e del Louvre di Abu Dhabi (“Furusiyya: The Art of Chivalry between East and West”), anch’essi in corsa per la stessa sezione. Il Global Fine Art Awards è il concorso internazionale d’arte che dal 2014 premia le mostre e le rassegne culturali più innovative e rilevanti dell’anno, attraverso una giuria internazionale di curatori e storici dell’arte. Il principio e l’obiettivo del programma GFAA è quello di sviluppare interesse e passione per le belle arti e di promuoverne il ruolo educativo nella società.

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La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Ancora una settimana per visitare la mostra “Ulisse. L’arte e il mito” che chiude il 31 ottobre 2020 (e data la grande affluenza di pubblico, l’ultimo giorno la mostra sarà visitabile fino alle 23). Per chi non ce la farà ad andare a Forlì, e per chi – pur avendola vista – vuole ripercorrerla idealmente, ecco una piccola visita guidata nelle diverse sezioni in cui si articola l’esposizione forlivese: un grande viaggio dell’arte, non solo nell’arte. Una grande storia che gli artisti hanno raccontato in meravigliose opere. La mostra narra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea. Il protagonista dell’Odissea è il più antico e il più moderno personaggio della letteratura occidentale. Egli getta un’ombra lunga sull’immaginario dell’uomo, in ogni tempo. L’arte ne ha espresso e reinterpretato costantemente il mito. Raccontare di Ulisse ha significato raccontare di sé, da ogni riva del tempo e raccontarlo utilizzando i propri alfabeti simbolici, la propria forma artistica, attribuendogli il significato del momento storico e del proprio sistema di valori.

Sezione: L’antefatto. Il Concilio degli dei. Troia è distrutta. Dopo dieci anni di guerra si cantano i nòstoi (i ritorni) degli eroi greci superstiti. Ogni re, ogni principe salpa con i suoi soldati verso il ritorno. L’Odissea è l’unico poema del ciclo dei ritorni che rimane. E conserva al suo interno le tracce di altri racconti. Nestore racconta a Telemaco, giunto a Pilo alla ricerca di notizie del padre, da dieci anni disperso, degli eroi cui gli dei e la guerra negarono il ritorno. Giacciono sulla piana di Troia Achille, Aiace, Patroclo, Antiloco. Felice ritorno hanno fatto Idomeneo, Filottete, Neottolemo (figlio di Achille), Menelao con Elena, sua sposa. Tragico il ritorno di Agamennone, ucciso nella casa da Clitennestra, sua sposa, e dal rivale Egisto. Di Ulisse (Odisseo) non si sa. La sua fama di distruttore di Troia è giunta ovunque. Egli è ripartito. È disperso. “Un dolce ritorno tu cerchi, glorioso Odisseo; amaro invece te lo farà un Dio”. Così gli ha profetizzato l’indovino Tiresia nell’Ade. Dopo l’ultimo naufragio, perduti tutti i compagni, Ulisse è da lungo tempo nell’isola di Ogigia, trattenuto dall’amore della ninfa Calipso. Atena, al Concilio degli dei, implora Zeus di farlo tornare, poiché il suo cuore piange il ritorno e la casa. Del Concilio degli dei si dice due volte nell’Odissea, all’avvio del libro primo e del quinto. Il dibattito attiene in primo luogo alla questio se sia lecito attribuire agli dei il destino nefasto degli uomini o se essi, protagonisti fondamentali del loro destino, non attribuiscano alla volontà degli dei una sventura colpevole. L’esempio è quello della sorte di Agamennone. Ma Atena solleva la causa di Ulisse e del suo ritorno. In quella terra incognita che è il mito si incontrano uomini e dei.

Il Concilio degli dei, oggi al castello di Praga, realizzato da Rubens per i Gonzaga, apre la mostra “Ulisse. L’arte e il mito” (foto Graziano Tavan)

L’arte si è occupata fin dall’antico del tema, sia in riferimento all’episodio omerico, sia come illustrazione delle principali divinità dell’Olimpo. L’occasione della mostra forlivese ha così consentito di mostrare alcuni capolavori tra le sculture dell’antichità: dall’Atena partenopea (copia romana da un originale greco del V secolo a.C.), raffigurata con l’elmo in testa e l’egida sul petto con gorgoneion centrale; alla Venere di Venafro; al Marte e alla Demetra in marmo nero (oggi agli Uffizi), copia romana di stupenda fattura di età imperiale; alla Era dei Capitolini; alla Venere callipigia del museo Archeologico di Napoli. E di particolare pregio è il Dodekatheon. Si tratta di un’ara circolare raffigurante le dodici divinità racchiuse tra due kymation. L’opera del I sec. a.C. è derivata da un originale di Prassitele. Dialoga con queste opere dell’antico la grande tela, realizzata da Rubens nei primi anni del soggiorno mantovano, presso la corte di Vincenzo I Gonzaga (oggi al castello di Praga). Rubens rielabora il Concilio degli dei dipinto da Raffaello sulla volta della loggia di Psiche a villa Farnesina.

Sezione: la nave e il viaggio. I Greci furono dei grandi viaggiatori, tutta la loro vita è proiettata sul mare, e Ulisse nell’immaginario collettivo di tradizione umanistica, incarna il viaggiatore per eccellenza. La sua peregrinazione è tutta sul mare. Quando lascia l’isola di Calipso lo fa su una zattera che costruisce lui stesso. E naviga seguendo in mare le vie indicategli dagli astri. Le fonti storiche e archeologiche per la ricostruzione degli aspetti e delle conquiste compiute dall’ars nautica nell’antichità non sono poche; e tuttavia, il loro reperimento è privo di sistematicità. Non disponendo per la nautica antica di un trattato tecnico al pari di quelli per l’agricoltura (Varrone e Columella) e per l’architettura (Vitruvio). I relitti – una parte irrisoria rispetto alle imbarcazioni realizzate – ne sono la fonte privilegiata. La Sicilia, per la sua posizione privilegiata, fu partecipe sin dalla preistoria delle principali rotte che attraversano il Mediterraneo. Le fonti letterarie, a partire da Omero, tramandano di figure mitologiche che segnano le tappe di questi primi viaggi pioneristici nel continente nesiotico siceliota: dai ciclopi ai Lestrigoni, a Eracle, a Minosse in cerca della reggia di Cocalo sulle tracce di Dedalo…

La nave greca arcaica di Gela, eccezionale reperto, tra i più antichi, qui in mostra per la prima volta grazie alla generosa collaborazione della Regione Siciliana, attesta sia l’intensità politico- commerciale dei rapporti, sia la qualità tecnica di realizzazione di una imbarcazione di 17 metri. Se i relitti rinvenuti nelle acque di Lilibeo (la nave punica e quella romana di Marausa di cui in mostra sono esposti i rostra), Camarina e Gela forniscono puntuali indicazioni circa i carichi e, quindi, i commerci e le rotte e la vita di bordo.

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Omero tipo “cieco ellenistico”, busto del II sec. d.C., conservato ai musei Capitolini di Roma (foto Graziano Tavan)

Sezione: Omero e l’elaborazione del mito nell’antichità. Sin dal primo verso dell’Odissea Ulisse è definito polytropos, cioè versatile. La sua figura sfugge a quella ristretta casistica di virtù guerriere nella quale sono incasellati tutti gli eroi greci venuti a combattere sotto le mura di Troia. Anche il suo fisico, minuto, ma imponente e largo di spalle, sembra rispecchiare il carattere contraddittorio di un uomo goffo e incerto nell’andare che però “quando faceva uscire dal petto la voce profonda / e le parole come fiocchi di neve d’inverno” (Il., 3, 221-223) non era secondo a nessuno. Ulisse sa essere un guerriero forte sul campo di battaglia, ma al suo carattere sono di gran lunga più congeniali le azioni compiute in notturna insieme a Diomede, come, ad esempio, il ratto del palladio. Il suo ruolo diventa indispensabile solo nel caso di ambasciate, riconciliazioni e mediazioni, occasioni nelle quali all’Ulisse aristocratico si sostituiva l’Ulisse politico che, nell’arte retorica, aveva la sua arma migliore. Se restituire in immagini le gesta di un guerriero è un’impresa relativamente facile, fare lo stesso con un eroe signore degli inganni e dell’arte della parola è assai più complesso. Non fu un caso che la prima impresa del re di Itaca a essere rappresentata nell’arte greca sia stata l’accecamento del ciclope. Seconda, in termini cronologici e di diffusione, fu la fuga di Ulisse e dei compagni legati sotto il vello degli arieti di Polifemo. La produzione ceramica attica a figure nere e rosse del VI e V secolo a.C. dette vita, infatti, a una produzione seriale di vasi ornati con questo motivo. Nella tradizione pittorica arcaica tanto l’episodio del ciclope che quello della fuga dall’antro sono un’azione corale nella quale la figura di Ulisse non è riconoscibile con certezza. Sarà, infatti, solo nella prima metà del V secolo a.C. che comincerà a definirsi un’iconografia di Ulisse costruita con attributi e caratteristiche fisionomiche ricorrenti: un aspetto maturo e barbato, una capigliatura mossa da riccioli, in testa un pileo, il berretto usato dai marinai e viaggiatori, e, come veste, l’exomide, una semplice tunica corta.

Sezione: la ripresa dei modelli antichi e l’eredità romana. La fortuna di Ulisse e del suo mito nella cultura romana coincide con la nascita stessa della letteratura latina. Il primo poema epico latino di cui si abbia notizia certa è infatti l’Odusia di Livio Andronico. Perché, sul finire del III secolo a.C., questo tarantino naturalizzato romano, abbia deciso di realizzare una traduzione d’autore proprio delle vicende di Ulisse, non è semplice spiegarlo. Forse una società come quella romana di quegli anni, in piena espansione commerciale e militare nel Mediterraneo centrale e orientale, era istintivamente propensa a identificarsi con un eroe che quelle terre e quei mari aveva attraversato affrontando ogni genere di pericoli e sfide. Sarà soprattutto l’episodio di Polifemo a suggestionare gli artisti che, forse già in età tardo-ellenistica, dettero vita a un modello figurativo destinato a influenzare profondamente il gusto di età successiva. Ad esempio, nella villa di Sperlonga, buen retiro dell’imperatore Tiberio, l’accecamento del ciclope era parte di una vera e propria antologia in scultura delle imprese di Ulisse, di cui faceva parte il gruppo detto del Pasquino, in questo contesto interpretato come Ulisse con il corpo di Achille, il ratto del palladio e la lotta dell’eroe contro i mostri marini Scilla e Cariddi. Il re di Itaca fu il primo motore di quella concatenazione dei tragici eventi troiani (i fatalia troiana) grazie ai quali Enea fu costretto ad abbandonare la sua patria e a dar inizio a quella stirpe Iulia di cui Tiberio era membro adottivo. Nella figura dell’imperatore sembravano confluire due destini strettamente legati fin dalla notte dei tempi: quello di Ulisse, il cui figlio Telegono avrebbe appunto fondato la città d’origine della gens claudia, e quello di Enea, ai cui discendenti era stato affidato lo scettro di Roma.

Sezione: le sirene del Medioevo. Cosa cantano le sirene? E come sono? Omero non lo dice. Né lo dice, l’altra grande tradizione, quella ebraica, Isaia: “Le sirene e i demoni staranno in Babilonia” (Is 13,21). Per i Greci erano donne-uccello. Donne seducenti con zampe e code d’uccello. Così sono raffigurate nell’antichità. L’analogia con gli uccelli deriva forse dalla melodia del canto. Nella mitologia, esse sono il risultato di una metamorfosi punitiva occorsa alle ninfe, distratte giovani ancelle, che vegliavano su Persefone il giorno che Plutone la rapì. Di certo, da Omero in poi esse cantano la morte. Una precisa menzione delle donne-pesce la troviamo nel Liber monstrorum de diversis generibus, un repertorio mitografico composto tra il VII e l’VIII secolo d.C., forse da Aldelmo di Malmesbury: donne-pesce bellissime che seducono i marinai. Molti bestiari si sono incaricati di tramandarne il mito: dal Physiologus alessandrino del II secolo d.C., a quello latino, appena successivo al Liber monstrorum, al Bestiaire di Gervaise, al Bestiaire d’Amours, fino ai componimenti di Brunetto Latini e Cecco d’Ascoli. Siamo nella visione medievale. Seduzione sessuale e minaccia mortale. Nell’arte romanica sono riprodotte ovunque, dai capitelli delle chiese, ai bassorilievi, ai mosaici, ai sarcofagi. Di solito sono bicaudate. I capelli sciolti, con la doppia coda aperta, alzata ai lati del corpo, in un atteggiamento sensuale. Di quella secolare visione del fantastico e del mostruoso che minaccia gli uomini si fa carico ancora Dante, che nel XIX canto del Purgatorio (vv. 19-24) ne mantiene la simbologia: “‘Io son’, cantava, ‘io son dolce serena / che’ marinai in mezzo mar dismago; / tanto son di piacere a sentir piena! / Io volsi Ulisse del suo cammin vago / al canto mio; e qual meco s’aùsa, / rado sen parte; sì tutto l’appago”.

Sezione: Dante, Inferno – XXVI Canto. Dante, che scrive duemila anni dopo il cosiddetto Omero, non usa direttamente la tradizione greca, ma quella latina (Cicerone, Stazio, Virgilio, Orazio, Ovidio), che a differenza dei post-omerici ha rivalutato le qualità umane di Ulisse. Nel canto XXVI dell’Inferno, Dante può conferire per questo a Ulisse una nuova e diversa centralità. Fino a sovrapporre il suo Ulisse a quello di Omero. Il suo Ulisse non appartiene più al ciclo dei nostoi, dei ritorni da Troia. Egli è semmai una figura aperta al nuovo mondo. Il suo protagonista non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, da una missione; egli è un viandante, spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per l’alto mare aperto”, verso il “folle volo”. Storia potente e controversa la versione dantesca di Ulisse, nella quale i due destini (Dante e Ulisse) si incontrano e si sovrappongono, poiché anche la Commedia è un viaggio – che coinvolge la visione cristiana del destino dell’uomo proprio nel confronto con l’etica antica. L’influsso di Dante e del suo Ulisse sull’arte è strettamente legato alla realizzazione dei cicli illustrati (tra manoscritti e prime edizioni a stampa) della Commedia. È inizialmente un interesse testuale, legato al corredo illustrativo, ma col passare del tempo si fa interpretativo. I capolavori illustrativi di Mariotto di Nardo e Guglielmo Giraldi della Biblioteca Apostolica Vaticana, o il Miniatore della Marciana, fino al Dante istoriato e illustrato di Botticelli e poi di Zuccari, segnano un influsso che autonomamente la pittura si incaricherà dapprima di accompagnare e in seguito, soprattutto nell’Ottocento (il vero secolo di Dante nell’arte), di sviluppare autonomamente, facendo vivere i singoli personaggi di storia propria, in una vicenda quasi staccata dal poema dantesco.

Il Trionfo della Castità, dipinto quattrocentesco su tela incollata su tavola, di Liberale da Verona, conservato al museo di Castelvecchio di Verona (foto Graziano Tavan)

Sezione: la visione moralizzata del Quattrocento. Nella vastità degli intrecci culturali e delle stratificazioni simboliche che l’arte e la cultura di ogni tempo hanno legato alla figura iconica di Ulisse, non si potevano non mostrare le narrazioni omeriche dipinte sui cassoni del Quattrocento. Essi appartengono in molta parte ancora al gusto di una letteratura tardo-gotica ed epi-cocortese, assai prossima ai poemi cavallereschi destinati a una fruizione d’evasione, e intenti a celebrare eventi nuziali di ricche famiglie mercantili (si tratta infatti per lo più di cassoni dotali), menzionati dallo stesso Huizinga nel suo Autunno del Medioevo. Se il Medioevo sedimenta nel Cristianesimo quella cultura di imitazione dei modelli classici, quali archetipi già avviati dalla letteratura e dall’arte della tarda latinità pagana, il Quattrocento porta a compimento un percorso integrativo e rinnovativo dei medesimi. Qui le storie di Ulisse, la figura di Penelope, la partenza e il ritorno dalla guerra di Troia, l’attesa fedele della sposa assurgono a modelli di una vicenda che è proposta, a un tempo, come familiare e sociale: la virtù d’amore e le responsabilità civiche, assieme.

Il giudizio di Paride e il Ratto di Elena nei due olii su tavola cinquecenteschi di Lambert Sustris conservati nel Musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Sezione: la virtù del Principe. Ulisse e l’ideale rinascimentale. Nella variegata tradizione interpretativa che i secoli hanno costruito intorno alla figura di Ulisse, l’arte nel Cinquecento – confortata dalla ripresa della lettura diretta di Omero, dal riaccostarsi alle fonti latine (Ovidio sopra tutti), dal permanere dell’esegesi dantesca e dalla stagione porfiriana del neoplatonismo – ne riscopre la figura come allegoria morale e politica. La sua odissea è una vasta prova che insegna a evitare il vizio e conduce alla virtù. Se il debito con la letteratura, quella antica e i revival contemporanei, rimane, gli artisti vedono in Ulisse, così come in Ercole, un simbolo affine alla loro arte: quello della faticosa ricerca della verità. La sapienza, la prudenza, l’astuzia vengo assurte a virtù generali, ma sono i tratti ideali della formazione del principe e del suo operare, in una corrispondenza inedita. Francesco I ed Enrico II di Francia, Cosimo de’ Medici, Ercole II d’Este e i Farnese, scienziati come l’Aldrovandi o cardinali come il Poggi: tutti si rispecchiano nel mito di Ulisse. Mitografia classica e mitologizzazione del proprio destino. Le storie di Ulisse divengono veri e propri programmi iconografici nelle realizzazioni di cicli pittorici delle loro dimore.

Laocoonte a confronto nella mostra di Folrì: davanti quello di Vincenzo De Rossi che si ispira al gruppo scultoreo del I sec. d.C. (qui un calco in gesso dell’originale ai Musei Vaticani) ritrovato a Roma nel

All’avvio del secolo, il ritrovamento a Roma (1506) del gruppo del Laocoonte – copia in marmo di un originale ellenistico in bronzo del 140 a.C., voluta da Tiberio prima del 31 d.C., legato al mito di Ulisse e all’inganno del cavallo, alla distruzione di Troia e alla nascita di Roma – rivoluzionerà le forme della scultura e influenzerà profondamente la pittura successiva. Il confronto tra il calco vaticano e l’opera di Vincenzo De Rossi, i disegni di Filippino Lippi e di Parmigianino ci portano a intendere la profondità che in alcuni passaggi storici ha avuto il rapporto tra l’arte e il mito ulissiaco. In questo caso la fortuna iconografica e l’ispirazione formale attraversano i secoli fino a percorrere il Novecento. Ma oltre alla rivoluzione formale che esso innesca (le versioni nuove di Bandinelli e De Rossi, il calco in bronzo di Primaticcio per Fontainebleau), il gruppo vaticano attesta anche il legame diretto col passato, in particolare attraverso i suoi autori – Atanadoro, Agesandro e Polidoro di Rodi –, che furono anche gli autori delle sculture del gruppo di Scilla della grotta di Tiberio a Sperlonga, presente in mostra con il volto di Ulisse.

La sala nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito” dedicata al mito di Ulisse nell’arte del Seicento (foto Graziano Tavan)

Sezione: umane passioni e natura ideale nel mito seicentesco. Con il passaggio dal Cinquecento al Seicento e alla temperie barocca l’interesse per i testi omerici crebbe notevolmente, in particolar modo per l’Odissea e i suoi protagonisti. Anche sulla scorta della fortuna della moderna epica cavalleresca dell’Orlando furioso e della Gerusalemme liberata, le trame avvincenti del viaggio di Ulisse tornarono a sollecitare fortemente l’immaginazione degli artisti. Come nella pittura da cavalletto, anche nell’affresco le vicende dell’Odissea trovarono un certo successo. Nella grande decorazione l’atto d’inizio di questa moda rinnovata, al passaggio dal vecchio al nuovo secolo, è rappresentato dagli affreschi del camerino di palazzo Farnese a Roma, realizzati da Annibale Carracci tra 1595 e 1597 per volere del cardinale Odoardo. Nelle intenzioni di Fulvio Orsini, bibliotecario di casa Farnese artefice del programma iconografico, le due lunette dedicate a Ulisse (al suo incontro con le sirene e con Circe) si intrecciavano al tema di Ercole in una fitta rete di rimandi allegorici che alludevano alle virtù del committente. Sulla scorta dei Carracci e del camerino Farnese le Storie di Ulisse furono affrescate anche in terra emiliana, dal Guercino in casa Pannini a Cento. I temi ulissiaci riscontrarono molta popolarità anche nel mondo fiammingo. Nelle Fiandre fu Pietro Paolo Rubens a inaugurare la mania di Ulisse con una serie di dipinti a soggetto omerico, tra cui l’Ulisse nell’isola dei Feaci. Ripercorrendo la fortuna dell’Odissea nel corso del Seicento si resta però davvero colpiti dalla quantità di opere che hanno trattato la figura di Circe. È come se il secolo delle scienze – il secolo di Galileo – avesse paradossalmente riscoperto il potere avvincente, misterioso e iniziatico del mondo della magia.

Sezione: dei ed eroi. le forme neoclassiche del mito. Il Parnaso, affrescato nel 1761 da Mengs su una volta di villa Albani a Roma, è considerato il manifesto del Neoclassicismo sia per il suo programmatico rigore formale, ispirato all’antico, nell’evidente ripresa dell’Apollo del Belvedere, sia perché la celebrazione delle Muse appare come l’invito a esplorare con un nuovo impegno morale i territori del mito e della storia in polemica con il disimpegno della pittura Rococò. I poemi omerici hanno rappresentato una inesauribile fonte di ispirazione per lo stile, la forza e la nobiltà dei loro contenuti. Ancora prima della diffusione della riforma neoclassica, un artista che la ha anticipata come Batoni ha esaltato, rappresentandone la fuga da Troia, la pietà filiale di Enea che porta in salvo il padre. Rispetto ai tradizionali temi dell’Odissea emergono quelli relativi al recupero dei legami familiari con il ritorno di Ulisse a Itaca. Un grande rilievo assumono le vicende di Telemaco. Rispetto alle peripezie del viaggio, relative a personaggi antagonisti come Circe che viene progressivamente a perdere dell’interesse goduto nei secoli precedenti, prevale il faticoso travaglio anche morale del ritorno a Itaca. Ma a questo punto entra in scena la figura di Penelope, che, individuata come esempio di fedeltà e virtù, diventa la “deuteragonista”. Pure la commovente vicenda della nutrice Euriclea che riconosce il padrone ha conosciuto una certa fortuna. Ma a questo Neoclassicismo sentimentale, basato sull’esaltazione degli affetti familiari attraverso un registro formale caratterizzato dalla grazia, si contrappone quella ricerca del sublime. I personaggi e le vicende dell’Odissea diventano occasione per esplorare i territori dell’irrazionale, specchio di un’umanità tormentata che si interroga sul proprio destino come nell’episodio privilegiato di Ulisse nell’Ade che chiede a Tiresia il suo futuro. Un altro grande interprete del mondo omerico è stato Hayez, quando ha rappresentato l’atroce ed eroica fine di Laocoonte o di Ajace, o quando ha preferito rendere la commozione di Ulisse alla narrazione di Demodoco sulla guerra di Troia.

La Sirena, olio su tela (1900) di John William Waterhouse conservata alla Royal Academy of Arts di LOndra (foto Graziano Tavan)

Sezione: il canto delle sirene. seduzione e morte. Nel mondo simbolista le sirene per metà donna e per metà pesce – una evoluzione dell’originario ibrido donna-uccello della Grecia antica – divennero le figure più popolari di una serie di creature femminili marine (nereidi, ondine, oceanine) in cui l’arretramento verso l’elemento acquatico rispondeva al nostalgico desiderio di una simbiosi totale tra l’uomo, liberato dalle costrizioni borghesi, e una natura rigeneratrice e immemorabile, ancorata ai miti semplici delle origini. Era poi nell’acqua, in cui Freud avrebbe visto una metafora dell’inconscio, che l’estetica simbolista individuava l’elemento in cui potevano concentrarsi traslati allegorici profondi, in bilico tra la vita e la morte. C’è un altro aspetto da considerare. Svincolate dalle trame narrative del mito, isolate in contesti enigmatici, alle soglie della modernità le sirene pisciformi, ma anche gli altri ibridi marini femminili, si fecero portatrici della multiforme complessità di un nuovo universo femminile in cui coesistevano il desiderio sessuale, la potenza dell’eros, la seduzione ingannevole, l’attrazione e la repulsione, l’elemento materno, la fierezza – talvolta crudele – della donna moderna, in grado di amare con libertà e consapevolezza e di soggiogare l’uomo.

Calypso, marmo del 1853 di Célestin-Anatole Calmels conservato al Musées d’Amiens

Sezione: dal Romanticismo alle inquietudini simboliste. Per quanto riguarda i temi privilegiati dell’Odissea esiste una continuità tra la grande stagione neoclassica e il nuovo clima del Romanticismo che impone in realtà nuove tematiche estranee al patrimonio figurativo e letterario dell’antichità. Per trovare un nuovo naturalismo romantico bisogna confrontarsi con un episodio, già molto rappresentato nel secolo precedente ma ora oggetto di un rinnovato e sempre più vivo interesse, che è il drammatico e commovente riconoscimento di Ulisse da parte della sua vecchia nutrice Euriclea. Un altro ricongiungimento fatale è quello tra Ulisse e Telemaco che ritroviamo tra i temi riproposti sino agli anni ottanta dell’Ottocento dall’École des Beaux-Arts di Parigi per il prestigioso Prix de Rome. Ma gli esiti più convincenti si devono alla scultura, che esalta il fascino di alcuni personaggi come la Calipso di Calmels rappresentata seduta sulla riva del mare, mentre esprime come una sorta di incarnazione romantica della malinconia tutto il suo struggimento per l’abbandono da parte di Ulisse; o che ferma nel bronzo di Grandi il protagonista nella tensione eroica della incipiente vendetta da cui sarà coronato il ritorno a Itaca e compiuto il suo riscatto. Ma nel clima decadente di fine secolo è inevitabile che ritrovi una prepotente attualità la figura di Circe destinata a diventare un tema emblematico della poetica e dell’ideologia del Simbolismo proprio per quanto riguarda la concezione della donna e la sua emancipazione. La Circe di Chalon, evocata in un dipinto che risente del linguaggio visionario e dell’atmosfera senza tempo di Moreau, appare come un idolo crudele e distante capace di annientare ogni volontà con la forza terribile della sua seduzione.

La grotta delle ninfe della tempesta, olio su tela del 1902 di Edward John Poynter conservato all’Hermitage Museum di Norfolk (foto Graziano Tavan)

Sezione: illustrare il mito. La cultura grafica europea a partire dal Neoclassicismo aveva distillato grandi interpreti dei poemi omerici, primo fra tutti John Flaxman le cui illustrazioni, dal contorno quasi cesellato e privo di volume e di profondità, determinarono fra la fine del Settecento e i primi del XIX secolo una rivoluzione dell’incisione e del disegno. La suggestione della tecnica flaxmaniana, senza chiaroscuri, avrà una rapida diffusione in tutta Europa stimolando ulteriori versioni incise dei poemi omerici, specialmente in ambito tedesco, la cui eco è riscontrabile in alcune incisioni del principale protagonista della grafica simbolista europea: Max Klinger. La maggior parte degli artisti europei tra Ottocento e Novecento perseguì però un approccio rabdomantico alle fonti classiche traducendo graficamente la narrazione omerica in una immagine stereotipata della grecità. Tracciando una sorta di geografia iconografica le avventure di Ulisse rivestirono infatti un ruolo relativamente defilato, suscitando una serie di reazioni profondamente individuali basate sull’eco della ricezione di Omero nelle diverse aree nazionali. In area francese emerse, ad esempio, un considerevole caleidoscopio di immagini collegate ad alcune mitiche figure femminili dell’Odissea che ben si adattavano al nuovo ideale di donna e la cui raffigurazione divenne il pretesto per l’identificazione con la femme fatale, sanguinaria e passionale: Circe e le sirene furono le portavoci di un’idea di femminilità ferina, crudele e malvagia, consentendo altresì di permeare i versi omerici di un’aurea di sottile e raffinato erotismo.

Sezione: narrami, o musa. Durante il XX secolo la rivisitazione del personaggio di Ulisse da parte di artisti e intellettuali si sviluppa lungo diverse trame, allineandosi perfettamente con lo spirito irrequieto tempi. Grazie al forte richiamo esercitato dall’ambiente artistico monacense, e alla presenza sul territorio italiano di molti artisti di area germanica, le letture tedesche del mito di Odisseo non faticano a diffondersi tra gli artisti italiani. Sono però i fratelli De Chirico, Giorgio e Alberto Savinio, a rinnovare considerevolmente tali modelli, con numerose opere a tema odisseico, spesso costruite d’après le invenzioni di Arnold Böcklin ma aggiornate sulla loro ricerca stilistica, e caricate di un tono fortemente autobiografico. La continua fascinazione per i personaggi femminili dell’Odissea più oscuri, poi, come Circe o le sirene, testimonia il perdurare dei modelli decadentisti della femme fatale, seducente e distruttiva, a fianco di esempi muliebri più malinconici e lirici, come Nausicaa, allusione all’amore sofferto e non detto. Ulisse sarà eletto a metafora della propria inquietudine esistenziale e artistica da molti artisti durante il Novecento. Nel 1922 l’Ulysses di Joyce fornirà un esempio cardinale di come un grande classico possa essere riformato con un linguaggio stilisticamente nuovo e audace, e calato nella quotidianità più contemporanea. Esiste nel Novecento una cultura, quella che si è riconosciuta sotto le insegne del cosiddetto “ritorno all’ordine”, che non si identifica e anzi rifugge dalle seduzioni della modernità e si proietta in un’antichità nostalgica, dove le antiche Muse e il canto di Omero diventano una guida nel faticoso viaggio dell’uomo contemporaneo, dopo lo smarrimento della Grande Guerra, alla ricerca della propria identità. Le silenziose divinità della pittura metafisica, le Muse inquietanti di De Chirico che si affacciano con i loro paludamenti classici su un palcoscenico in bilico, sullo sfondo delle torri del Castello Estense di Ferrara e delle ciminiere industriali, e la Musa borghese, anch’essa senza volto, di Carrà ci invitano, moderni Ulisse, a un nuovo viaggio di cui non appare ancora la meta. Il suo approdo non può essere che una terra desolata, quella che circonda la Solitudine di Sironi, intenta a fissare un punto lontano, al di là delle mitiche Colonne d’Ercole violate dall’eroe troppo umano, quello che ci appare nella antica testa di Sperlonga, la più iconica delle sue multiformi apparizioni. Lo sguardo che emerge potente dalle orbite incavate e la bocca socchiusa appaiono come una invocazione tremendamente attuale verso un recupero del senso della vita in un momento in cui sembra irrimediabilmente smarrito.

X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica: vincono Vanessa Tubiana-Brun e Francesco Di Martino, mentre il Premio “Antonino Di Vita” assegnato a Carmelo Malacrino. Il bilancio positivo di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele: bene in presenza e in streaming

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Il pubblico nel rispetto delle norme anti-Covid alla X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica (foto rassegna)


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La locandina della X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologia a Licodia Eubea dal 15 al 18 ottobre 2020

Sono mancati solo gli abbracci. Simpatia, calore, professionalità, amicizia sono stati quelli di sempre a Licodia Eubea (Ct) e se quest’anno quella della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica (15-18 ottobre 2020) doveva essere l’edizione speciale del decennale, causa Covid-19 è diventata l’edizione del coraggio e della sperimentazione: perché alle proiezioni in presenza (pur nel necessario contingentamento con prenotazione del posto) è stata affiancata la presentazione in streaming. Esperimento riuscito e rassegna promossa: parola di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, che in chiusura della quarta giornata di rassegna, e dopo le premiazioni, danno già appuntamento alla terza settimana di ottobre 2021 per l’XI edizione, che sarà in presenza e in streaming. “Mai come quest’anno”, raccontano, “abbiamo vissuto il peso dell’organizzare e svolgere un festival. Il motivo è chiaro: le misure di contenimento giustamente imposte dal Governo per contenere la diffusione del Covid-19 hanno dato all’evento una rigidità a cui non eravamo abituati. Sono mancati gli abbracci con chi ogni anno torna a Licodia Eubea per stare con noi ma anche per vivere quattro giorni in una dimensione serena e fuori dal tempo che solo questo piccolo paese ibleo sa offrire, gli “assembramenti” fuori dall’ex chiesa dove si svolgono le proiezioni per commentare i film in concorso e gli allegri aperitivi al museo. La partecipazione dal vivo è stata calmierata dall’introduzione di un biglietto su prenotazione tramite il portale Eventbrite, mentre chi non ha potuto essere fisicamente con noi ha potuto usufruire del sito www.streamcult.it per assistere allo streaming. La creazione e l’uso di una piattaforma dedicata allo streaming è stata un esperimento che, pare, abbia funzionato. Stiamo pensando seriamente di organizzare la diretta streaming anche il prossimo anno, assieme all’evento dal vivo, che rimane comunque insostituibile”.

La regista siciliana Alessia Scarso (a destra) intervistata da Alessandra Cilio (foto rassegna)

Domenica 18 ottobre 2020 giornata clou, come si diceva, con la consegna dei premi ai film più graditi al pubblico e alla giuria tecnica. Ma prima c’è stato ancora spazio per un appuntamento ormai divenuto un “must” della Rassegna iblea: la “Finestra sul documentario siciliano”, che quest’anno ha visto protagonista la regista Alessia Scarso con “Tra tradizione e sperimentazione. Il cinema di Alessia Scarso” intervistata da Alessandra Cilio. Alessia Scarso, siciliana doc, nata a Modica nel 1979 dove oggi vive quando non è a Roma, montatrice e coordinatrice postproduzione con diversi giornalisti, produttori e registi, debutta come regista nel 2011. Della regista siciliana alla Rassegna viene presentato il corto “Vasa Vasa” (12’, 2017). A Modica, in Sicilia, la Pasqua viene celebrata sotto il segno della Madonna, che ha vissuto inerme la Passione del Figlio. Il buio di una chiesa, dove il rito, inaccessibile, della vestizione della Madonna ha il senso definitivo del lutto. Un mantello nero, aprendosi, racconta l’emozione della vita, che dalla morte rinasce nel bacio di Maria al Figlio Risorto. Dodici, intensi, minuti di dolore, canto, devozione. Dodici, come l’ora dodicesima, quella in cui la Madonna vede Gesù trionfare sulle tenebre.

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L’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Alberto Samonà (foto rassegna)

Molti gli ospiti (ma gli organizzatori preferiscono chiamarli amici) che si sono avvicendati nel corso dei quattro giorni di proiezioni: dal sindaco di Licodia Eubea Giovanni Verga, all’assessore comunale ai Beni culturali Santo Cummaudo, dal presidente dell’Archeoclub di Licodia Eubea Giacomo Caruso (che “gioca in casa”, essendo co-organizzatore della Rassegna), al presidente dell’Archeoclub di Lentini Giuseppe Cosentino, all’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Alberto Samonà, che ha detto parole molto belle e appassionate nei confronti della manifestazione, impegnandosi per un suo ulteriore sviluppo già a partire dal prossimo anno. E finalmente le premiazioni: Vanessa Tubiana-Brun e Francesco Di Martino vincono la X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica; mentre il Premio “Antonino Di Vita” assegnato a Carmelo Malacrino.

Il regista siciliano Francesco Di Martino riceve il Premio “Archeoclub d’Italia” dal presidente dell’Archeoclub di Lentini, Giuseppe Cosentino (foto rassegna)

Premio “Archeoclub d’Italia”. È il regista netino Francesco Di Martino a vincere il Premio “Archeoclub d’Italia”, consegnato dal presidente dell’Archeoclub di Lentini, Giuseppe Cosentino, per il film “Prima che arrivi l’estate” (78’, 2019). L’opera è incentrata sulla figura di Italo, ex militante politico, ritiratosi a vivere quasi in solitudine a Saviore dell’Adamello, in Valcamonica. La sua vita è cambiata dopo l’incontro con alcuni gruppi di indigeni d’America, che ha avuto modo di ospitare: giunti da lontano, lungo strade differenti ma profondamente legate, i loro sguardi si riuniranno in un nuovo viaggio spirituale. L’attesa di questo incontro rende lo scorrere del tempo un viaggio in cui Italo vive lentamente le stagioni che si susseguono, assapora ogni attimo del freddo inverno, attende l’arrivo dell’estate e di un capo indiano. Al secondo posto il film cipriota “Cinira. Il sacerdote amato da Afrodite” di Stavros Papageorghiou (90’, 2019): la personalità di Cinira, sacerdote amato da Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l’animazione. Il documentario è un’elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui. Sul gradino più basso del podio, al terzo posto, il film iraniano “Alone among the rocks” di Arman Gholipour Dashtaki (21’, 2020): Baliti (Oak-man), che ora ha 70 anni, è una guardia fedele che ha imparato il cuneiforme dei rilievi rupestri di Kul-e Farah dall’archeologo francese Ghirshman. Per molti anni solo lui ha salvaguardato i monumenti. “Il film “Prima che arrivi l’estate” era inserito nella sezione “Cinema e Antropologia”, che abbiamo consolidato molto, riservandole lo spazio serale”, sottolinea Alessandra Cilio. “Una scelta che, abbiamo constatato, il pubblico mostra di apprezzare sempre molto. Non è un caso quindi che sia stato assegnato il primo premio proprio a uno dei film ospitati all’interno di questo spazio. Insomma, la lezione di vita che gli indiani Lakota e i loro “fratelli” della Val Camonica possono dare ha fatto presa più degli ultimi scavi a Pompei o dell’architettura nilotica!”.

La regista francese Vanessa Tubiana-Brun vincitrice del Premio “Archeovisiva” (foto rassegna)

Premio “Archeovisiva”. Il Premio “ArcheoVisiva”, assegnato dalla giuria di qualità, è stato conferito alla regista francese Vanessa Tubiana-Brun, per il suo film “Così parla Tāram-Kūbi. Corrispondenze assire” (46’, 2020). Il documentario è dedicato alla riscoperta, in Anatolia centrale, delle tavolette di argilla che documentano la corrispondenza di una donna assira, Tāram-Kūbi, con il fratello e il marito, offrendo uno spaccato della storia dell’insediamento commerciale dell’antica città di Kaneš. Circa 4000 anni fa, i mercanti assiri stabilirono infatti un insediamento commerciale nell’antica città di Kaneš, nell‘Anatolia centrale. Provenivano da Aššur, nel nord della Mesopotamia. Le tavolette d‘argilla, che hanno resistito al tempo, ci hanno fatto conoscere la loro storia. A consegnare il premio è stato l’assessore ai Beni culturali del Comune di Licodia Eubea, Santo Cummaudo.

Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, con il premio “Antonino Di Vita” , insieme a Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio (foto rassegna)

Premio “Antonino Di Vita”. Durante la serata è stato attribuito anche il Premio “Antonino Di Vita”, consegnato a Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. “Il suo arrivo”, si legge nella motivazione, “ha dato un impulso decisivo alla rinascita di un museo troppo a lungo chiuso e dimenticato. In meno di un anno, il MARRC è stato riconsegnato alla società profondamente rinnovato; nella voce, nell’immagine, nella credibilità, nella sua comunicazione mediatica. Grazie al suo intervento, i numerosi reperti custoditi in questo luogo, frutto di quasi due secoli di ricerca archeologica, sono divenuti protagonisti di narrazioni espositive di grande efficacia, e sono stati resi accessibili ad ogni tipo di utenza grazie all’uso delle più avanzate tecnologie digitali. In appena cinque anni ha saputo trasformare un luogo di conservazione in un vero e proprio hub culturale, contribuendo inoltre ad una riaffermazione del senso di appartenenza di una comunità, quella reggina, al suo territorio e alla sua storia”.

Visite guidate organizzate nell’ambito della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica (foto rassegna)

Il grazie di Alessandra e Lorenzo. “Quest’anno è stato più difficile del solito. Eppure, mai come quest’anno abbiamo potuto contare su uno staff attivo e motivato, che è stato determinante per la buona riuscita dell’edizione. Domenico Raina, nostro web specialist, è stato fantastico; Roberto Greco si è occupato della fotografia e dei video; Lorena Leonardi ha curato, egregiamente come sempre, il desk assieme al giovane Ortis Ternova, alla giovanissima Ludovica Gandolfo e all’immancabile Gaetano Interligi; Veronica Martini ha curato l’ospitalità; la logistica è stata gestita da Guido Sterlini; la comunicazione social e stampa da Fabio Fancello. Concetta Caruso si è occupata della didattica e delle visite guidate con grande professionalità e competenza, mentre Vinca Palmieri si è cimentato nella traduzione di buona parte delle opere in concorso. Sono ragazzi che ci conoscono da tempo, alcuni sono nostri amici, altri stanno adoperando la Rassegna come “palestra” per esercitare le loro competenze organizzative e importare il nostro modello nei loro paesi d’origine. Mi piace questa cosa. Ci piace l’idea che il festival dopo dieci anni sia diventato un punto di riferimento, non solo in ambito cinematografico, ma soprattutto dal punto di vista umano e sociale. E questo forse è il traguardo più bello che potevamo tagliare dopo un decennio di esperienza. Più bello di quanto non sarebbe stato, che ne so, avere Alberto Angela in sala. Ma arriveremo anche a questo, prima o poi: lo abbiamo promesso al nostro pubblico più affezionato!”.

TourismA 2021 posticipata all’ottobre 2021: “Scelta dettata dal senso di responsabilità e dalla voglia di garantire la partecipazione a tutti”

Meglio non rischiare. E così gli organizzatori di Archeologia Viva-Giunti Editore hanno cambiato la data di TourismA 2021 programmata inizialmente dal 26 al 28 marzo: “Considerata la grave emergenza sanitaria in corso, ci è sembrato opportuno posticipare la prossima edizione di TourismA: l’appuntamento sarà dal 22 al 24 ottobre 2021. Ci vediamo, come sempre, al Palacongressi di Firenze!”. E continuano: “Una scelta dettata prima di tutto dal senso di responsabilità e dalla preoccupazione che, siamo certi, condividerete. TourismA si conferma un unicum a livello europeo, oltre che per la ricchezza del programma, per l’imponente presenza di pubblico e operatori interessati alla comunicazione del passato e del turismo culturale. Esattamente così vogliamo che continui a essere! Avrebbe poco senso programmare una manifestazione tanto attesa e partecipata con i limiti imposti dalla pandemia. Vi diamo dunque appuntamento dal 22 al 24 ottobre 2021. Sarà un grande tourismA e la “macchina” è già in moto.
Gli interessati possono prenotare fin d’ora i propri spazi congressuali e fieristici”.

Paestum mette il suo patrimonio in rete: nasce il “Sistema Hera”, il nuovo catalogo digitale del parco archeologico di Paestum e Velia, sviluppato dalla stessa società della App Paestum, tra le applicazioni culturali più scaricate e usate in Italia

La locandina della presentazione del Sistema Hera Paestum

Si chiama “Sistema Hera”. È il nuovo catalogo digitale del parco archeologico di Paestum e Velia, sviluppato da una società specializzata in soluzioni tecnologiche, in rete da martedì 20 ottobre 2020. La presentazione del “Sistema Hera” sarà in videoconferenza sempre martedì 20 ottobre 2020 alle 11 (link gratuito https://zoom.us/s/94109339021). Il nuovo catalogo digitale è un sistema integrato GIS (Geographic Information System) in cui convergono le informazioni di catalogo, i documenti di archivio, il patrimonio monumentale e i dossier di progettazione, inseriti in un’architettura di sistema pensata per garantire il loro coordinamento e la gestione simultaneamente dei procedimenti a essi collegati. Il sistema consente di ricreare in ambiente digitale il legame contestuale dei reperti archeologici con i luoghi del loro rinvenimento, con le indagini che li hanno portati alla luce e con la documentazione ad essi riferita. Ogni elemento schedato è georeferenziato e mappato attraverso geometrie puntuali, lineari e areali. Tutti i dati presenti in “Hera” colloquiano tra loro mediante relazioni logiche e possono essere processati per finalità amministrative, progettuali e di fruizione, nonché essere integrati ai sistemi di catalogazione nazionali adottati dal ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum e Velia

Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Paestum e Velia, non esita  a definire il nuovo catalogo digitale – battezzato “sistema Hera”- uno “spartiacque”: “Con il nuovo sistema integrato che mette in rete collezioni, monumenti, archivio e processi di studio e monitoraggio, si alza il livello di tutela attraverso una moderna gestione del patrimonio, basata su un database georeferenziato che permette di rintracciare ogni oggetto sia per quanto riguarda il suo contesto di rinvenimento sia per quanto riguarda interventi di restauro, prestiti e studi. Aumentiamo anche l’accessibilità del patrimonio consentendo a utenti esterni da tutto il mondo di accedere a tutti i dati che non sono classificati come sensibili. Infine, l’accesso a archivi, relazioni di scavo, interventi di restauro e dati cartografici è anche un grande passo in avanti per la ricerca all’insegna di un approccio di Public Archaeology”.

Il Sistema Hera applicato nei depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)

Il sistema digitale di catalogazione, gestione e studio del patrimonio archeologico di Paestum è online dal 20 ottobre 2020 ed è stato sviluppato in collaborazione con Visivalab, una società specializzata in soluzioni tecnologiche che ha collaborato già in passato con il Parco Archeologico, sviluppando un’app gratuita per i visitatori dal nome “App Paestum”. Il sistema è aperto a tutti, non solo al personale interno, ed è accessibile mediante il sito-web del Parco archeologico (www.paestum.museum): studiosi, professionisti o semplici appassionati potranno consultare in tempo reale il database per mezzo di un sistema di autenticazione che organizza l’accesso in tre livelli. La scelta del Parco di investire in un sistema informativo risulta importante non solo nella gestione di una grande quantità di materiali, ma anche in fase di organizzazione del lavoro e programmazione delle attività e degli investimenti, al fine di ottimizzare le azioni di tutela, conservazione, fruizione e valorizzazione.

La struttura del Sistema Hera del parco archeologico di Paestum e Velia (foto pa-paeve)

“Il sistema Hera è un grande contenitore formulato su tecnologia GIS che parla di Paestum e Velia”, dichiara il funzionario archeologo, Francesco Uliano Scelza. “Grazie al lavoro di archeologi e collaboratori, è stato possibile raccogliere, digitalizzare e sistematizzare i materiali presenti negli archivi, nei depositi e nelle aree di competenza del Parco: dalle planimetrie e disegni ai documenti scientifici e amministrativi; dalle schede di restauro e manutenzione ai dati di scavo; dal materiale bibliografico a quello fotografico. Il risultato è un sistema circolare dove monumenti, reperti e indagini sono collegati tra loro attraverso relazioni logiche, topografiche e documentali. Le schede inserite nel sistema sono attualmente più di 15.000, ma il lavoro è in continuo divenire, anche alla luce dei nuovi scavi”.

La App Paestum è disponibile in sei lingue e in Lis (foto pa-paeve)

Il viaggio nel mondo del digitale del Parco Archeologico di Paestum e Velia è iniziato già qualche anno fa, in particolare in ambiente social, per poi consolidarsi progressivamente e offrire agli utenti una modalità di fruizione dei monumenti e delle collezioni museali innovativa e complementare a quella tradizionale. Da un anno il Parco archeologico ha una propria app scaricabile gratuitamente su Apple store e Android: è disponibile in 6 lingue ed in LIS ed è stata realizzata da VISIVALAB e ECCOM con l’Istituto Statale per Sordi. L’​App mobile che accompagna i visitatori alla scoperta della città dei templi con testi, audio, immagini e video di approfondimento, è stata aggiornata in questa primavera nel pieno dell’emergenza sanitaria da Covid-19, diventando così un’alleata per la gestione in sicurezza dei flussi dei visitatori grazie alla geolocalizzazione degli ospiti all’interno dell’area archeologica. Positivi i dati in merito all’App che nei mesi di luglio e agosto ha registrato un record di 10.190 download: circa il 18% dei visitatori giunti a Paestum hanno usufruito dell’applicazione per la visita al sito archeologico e ancora oggi sono 4mila gli utenti attivi che continuano ad avere l’applicazione sul proprio smartphone. Numeri che pongono l’App Paestum tra le applicazioni culturali più scaricate e usate in Italia.

Molteplici le funzioni della App Paestum (foto pa-paeve)

“Il nostro obiettivo è quello di migliorare la fruizione del Parco seguendo i principi dell’accessibilità universale anche attraverso il digitale”, commenta il direttore. “Stiamo dando seguito alle indicazioni della Direzione Generale Musei che mira a promuove la digitalizzazione e l’innovazione nei musei e nei luoghi della cultura. Il focus nel processo di digitalizzazione è il miglioramento dei servizi al pubblico ed è proprio quello a cui puntiamo a Paestum e a Velia”. Tra le novità in cantiere, al Parco Archeologico di Paestum e Velia si sta lavorando per la definizione di processi di digitalizzazione come la creazione di modelli in 3D, soluzioni di realtà aumentata ed esperienze di gaming. L’obiettivo è di essere presenti in maniera efficace su tutti i canali digitali con contenuti adeguati e in grado di coinvolgere sempre di più il pubblico, pur “non dimenticando che la prima esperienza che vogliamo far vivere ai nostri visitatori è quella sensoriale con la visita in presenza a Paestum e Velia”, come chiosano dal Parco.

Paestum. Aperta al museo Archeologico nazionale la mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini” che immortala gli angoli nascosti e le prospettive più belle dell’area archeologica con l’infrarosso andando oltre il visibile e toccando il punto in cui lo spettro dei colori è oramai cessato

La locandina della mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini” al museo Archeologico nazionale di Paestum

La maggior parte degli scatti di Marco Divitini è avvenuta nel giorno del solstizio d’estate a Paestum: alcune immagini celebrano la solenne magnificenza dei grandi alberi del Santuario meridionale (pini, cipressi, lecci), altre i colonnati dei templi dorici. Alle immagini di Paestum, Divitini ha poi aggiunto quelle di Porta Rosa a Velia. Sospeso in uno spazio e in un tempo che sembrano eterni, l’artista Marco Divitini esplora il mondo dell’archeologia pestana ed espone ventisette immagini realizzate con la tecnica dell’infrarosso nella mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini”, a cura di Dora Celeste Amato, aperta venerdì 16 ottobre 2020 al museo Archeologico nazionale di Paestum. La mostra offre ai visitatori l’opportunità di esplorare i monumenti dell’area archeologica andando oltre il visibile e toccando il punto in cui lo spettro dei colori è oramai cessato: l’infrarosso dà luce ai Templi di Paestum in ogni loro emozione attraverso la scenografia senza pari della natura circostante.

“È un grande onore per me poter varcare la soglia di Paestum e Velia, siti di unico valore da un punto di vista storico, artistico e architettonico”, interviene il maestro Marco Divitini. “Ho potuto immortalare gli angoli nascosti e le prospettive più belle, provandone a svelare il lato onirico. Ringrazio pertanto il direttore Gabriel Zuchtriegel, per aver creduto nella mia arte, per averne apprezzato il valore e, dunque, per avermi dato la possibilità di realizzare le mie opere. E un ringraziamento va alla curatrice della mostra, la dottoressa Dora Celeste Amato, per il supporto, l’impegno e la profonda competenza che ha profuso dedicandomi tempo ed energie”.

Il santuario Meridionale a Paestum nella magia della vegetazione (foto di Marco Divitini)

La mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini”, aperta fino al 16 gennaio 2021 (ingresso incluso nel biglietto di accesso al Parco, nell’abbonamento Paestum&Velia e nella card Adotta un Blocco), è racchiusa in un catalogo anch’esso curato dalla giornalista e scrittrice Dora Celeste Amato. Tra le pagine del volume, arricchito di altri scatti dell’artista non esposti in mostra, Divitini racconta la sua arte: guarda, vede, narra un modo passato e interiore di cui ognuno potrà sentirsi partecipe. “Un faro di luce onirica, le fotografie di Marco Divitini, un Tempo orizzontale che racchiude passato, presente, futuro”, sintetizza la curatrice Dora Celeste Amato.

 

Al via a Licodia Eubea (Ct) la X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica: 32 film, sette prime nazionali, che quest’anno si possono seguire anche in streaming. Basta un clic. Ecco il programma

La locandina della X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologia a Licodia Eubea dal 15 al 1

Siete comodi sul divano, pronti per un viaggio nello spazio e nel tempo con un semplice clic? Non stiamo parlando di “Ritorno al futuro” ma della X Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica organizzata dal 15 al 18 ottobre 2020 a Licodia Eubea (Ct) dall’associazione culturale Archeovisiva in collaborazione con Archeoclub d‘Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto”: quest’anno non solo ci sarà il festival in presenza, garantito con grande coraggio nel rispetto delle restrizioni, normative e problematiche, dovute all’emergenza sanitaria, ma per permettere a tutti gli appassionati di seguire la ricca programmazione ecco l’opportunità della rassegna in streaming. Basta registrarsi gratuitamente sulla piattaforma www.streamcult.it e accedere ai contenuti comodamente da casa. Per essere presenti in sala, invece, è necessario prenotare il proprio posto gratuitamente sul sito www.rassegnalicodia.it, dove è possibile scaricare il programma completo delle proiezioni e degli eventi.  

Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, direttori artistici della Rassegna di Licodia Eubea

“Lo scorso ottobre ci eravamo lasciati con la promessa che l’edizione 2020 del festival di Licodia Eubea sarebbe stata unica, speciale”, ricordano i direttori artistici del festival Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele. “Non immaginavamo che, nell’arco di pochi mesi, la nostra vita sarebbe stata stravolta dall’esperienza della pandemia e dalle sue inevitabili conseguenze. Più volte ci siamo interrogati sull’eventualità di un festival in formato ridotto, magari interamente on-line. L’idea di dover rinunciare a incontri e proiezioni in sala, però, non ci ha convinto del tutto e abbiamo deciso di optare per una soluzione ibrida: una manifestazione dal vivo, sebbene destinata ad una utenza ridotta, fruibile via streaming attraverso un portale ideato ad hoc. Non avremmo potuto fare diversamente. I festival cinematografici costituiscono un’occasione unica e irripetibile, per l’autore di un’opera filmica, di entrare in diretto contatto con i suoi spettatori e di confrontarsi con loro, e non volevamo rinunciarvi. Quella di quest’anno, dunque, sarà un’edizione pienamente sperimentale. Unica certezza, la qualità dei venti documentari selezionati: sono lavori in buona parte ancora inediti a livello nazionale, potenti e originali per approccio, tematiche, taglio narrativo. I film abbracciano un arco temporale di oltre seimila anni e comprendono Paesi come Italia, Serbia, Ungheria, Spagna, Grecia, Cipro e ancora Iran, Iraq ed Egitto”.

Trentadue pellicole in programma, tra documentari, docu-fiction, film di animazione e cortometraggi; otto film stranieri, sette prime nazionali, oltre quattordici ore di proiezioni, un ricco calendario di eventi collaterali e tante novità. “Minimo comune denominatore, il concetto di skills, che si tratti delle abilità sviluppate dalle popolazioni preistoriche per adattarsi ad un determinato ambiente, della capacità dei ceramisti contemporanei di ripercorrere le orme dei loro antenati del Bronzo antico, o delle competenze manageriali delle donne assire nel gestire casa e affari in assenza dei mariti, rendendolo noto attraverso una puntuale corrispondenza scritta. Ma sono anche quei saperi ormai quasi dimenticati, immortalati dalla pellicola perché possano sopravvivere nel tempo: sono canti, sono gesti, sono incastri perfetti di pietre, risultato di secoli di sperimentazioni, tentativi ed errori. Sono strumenti e saperi necessari allo sviluppo economico e tecnologico di un popolo, ma anche alla sua crescita spirituale e culturale. E se non si possiedono, bisogna imparare a costruirli, “sbagliando e riprovando, e ancora sbagliando e riprovando”. Ché in questo continuo, inesauribile percorso, sta il segreto della complessità del vivere umano, ma anche tutta la sua poetica bellezza”.

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Frame del film Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma Nazione” di Guido Fuganti

Vediamo un po’ il programma. Giovedì 15 ottobre 2020. Alle 17.30, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “In their hands Reshaping pottery of the European Bronze Age / Nelle loro mani. Rimodellare la ceramica dell’Età del Bronzo Europea” di Marcello Peres, Nicola Tagliabue, Thomas Claus, Csaba Balogh, Vladan Caricic Tzar (Spagna, Germania, Ungheria, Serbia; 2019, 32’); “Dig Life” di Chris Davies (Serbia, Australia; 2019, 46’). “Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma Nazione” di Guido Fuganti (Italia; 2020, 21’). Alle 19.30, per “INCONTRI DI ARCHEOLOGIA”, inaugurazione della mostra fotografica “Le pietre raccontano” a cura di “Augusta Photo Freelance“. Interviene Romolo Maddaleni, presidente di Augusta Photo Freelance. Durante le giornate del Festival, la mostra sarà visitabile dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Alla sera, alle 21, per “CINEMA E ANTROPOLOGIA”, i film “Lu recito” di Dario Lo Vullo (Italia; 2019, 19’): “Prima che arrivi l’estate” di Francesco Di Martino (Italia; 2019, 78’).

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Frame del film d’animazione “The Sound of that Beat / Il suono di quel battito” di Mirko Furlanetto

Venerdì 16 ottobre 2020. Alle 10.30, per “RAGAZZI E ARCHEOLOGIA”, sezione dedicata a film d’animazione, docufiction e attività didattiche pensate per il pubblico più giovane, condotte dall’archeologa Concetta Caruso: “La memoria di un filo” di Gian Maria Pontiroli (Italia; 2019, 28’); “The Sound of that Beat / Il suono di quel battito” di Mirko Furlanetto (Italia, Iraq; 2020, 5’); “ArcheoMovies. L’Archeologia al Cinema”: proiezione di 5 cortometraggi realizzati dagli studenti del IV I.C. “Domenico Costa“ di Augusta nell‘ambito del progetto “ArcheoMovies. L‘Archeologia al Cinema”, finanziato dal Piano Nazionale Cinema per la Scuola (Mibact-MIUR). Durata complessiva: 25 minuti. Anno: 2019. Alle 17.30, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “S.T.U.R.A. Storia del Territorio e dell’Uomo lungo le Rive e sull’Acqua” di Davide Borra (Italia; 2019, 20’); “Πήγα, είδα, άκουσα / Vai, guarda, ascolta” di Mary Bouli (Grecia; 2020, 24’); “Sicilia questa sconosciuta” di Pina Mandolfo, Maria Grazia Lo Cicero (Italia; 2019, 45’). Alle 19.15, per “INCONTRI DI ARCHEOLOGIA”, “Agli albori del viaggio moderno in Sicilia. Il grand tour di Thomas Cole e Samuel James Ainsley nel 1842”: interviene in video-conferenza Brian E. McConnell, docente di Storia dell‘Arte presso la Florida Atlantic University. Alla sera, alle 21, per “CINEMA E ANTROPOLOGIA”, i film “L‘uomo delle chiavi, sulla vecchiaia” di Matteo Sandrini (Italia; 2020, 45’); “Manufatti in pietra” di Michele Trentini (Italia; 2019, 33’).

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Il paletnologo Fabrizio Mori nel film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” (foto Lucio Rosa)

Sabato 17 ottobre 2020. Alle 17.30, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “Pompei, dopo il disastro” di  Sabine Bier (Italia, Germania; 2019, 52’); “Egypte: les temples sauves du Nil / Egitto: i templi salvati del Nilo” di Olivier Lemaitre (Francia; 2018, 53’); “Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence / Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire” di Vanessa Tubiana-Brun (Francia; 2020, 46’). Alla sera, alle 21, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “Fabrizio Mori, un ricordo” di Lucio Rosa (Italia; 2020, 20’); “ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας / Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite” di Stavros Papageorghiou (Cipro; 2019, 90’).

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La consegna del premio “Antonino Di Vita”: da sinistra, i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, e Francesca Spatafora con Maria Antonietta Rizzo

Domenica 18 ottobre 2020. Alle 17.30, pe “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli (Italia; 2019, 52’); “Alone among the rocks / Solo tra le rocce” di Arman Gholipour Dashtaki (Iran: 2020, 21’). Alle 19.30, per “FINESTRA SUL DOCUMENTARIO SICILIANO”, Tra tradizione e sperimentazione. Il cinema di Alessia Scarso: interviene la regista Alessia Scarso. Quindi il film “Vasa Vasa” di Alessia Scarso (Italia; 2017, 12’). Alle 20.30, la cerimonia di premiazione con l’intervento di Santo Cummaudo, assessore ai Beni Culturali del Comune di Licodia Eubea. Premio “Archeoclub d’Italia”: proclamazione del film più votato dal pubblico. Consegna il premio: Giuseppe Cosentino, presidente Archeoclub d’Italia di Lentini; Premio “ArcheoVisiva”: proclamazione del film migliore selezionato dalla giuria internazionale di qualità. Consegna il premio: Fabio Caruso, archeologo, ricercatore ISPC-CNR di Catania. Premio “Antonino Di Vita”: il premio, un‘opera dell‘artista Santo Paolo Guccione, viene assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico. Consegna il premio: Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e Antichità Italiche, università di Macerata.

Bolzano. “Libia, …uno sguardo verso il mare”, mostra fotografica di Lucio Rosa. Viaggio in 90 fotografie nel tempo e nella storia, dalla Cirenaica alla Tripolitania, con gli occhi di un innamorato di quel Paese

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Libia …uno sguardo verso il mare” alla galleria Espace La Stanza di Bolzano

bolzano_mostra-libia_lucio-rosaDalla Cirenaica alla Tripolitania, da est a ovest, seguendo il viaggio del sole e la costa bagnata dal Mediterraneo alla scoperta della Libia con gli occhi di un viaggiatore innamorato di quel Paese, che per anni ha visto e amato arrivando dal mare, e che stavolta immagina dal punto di vista di un antico abitante della Libia, terra strategica, crocevia fra l’Africa nera e il Mediterraneo, terra che nei millenni ha visto approdare sulle sue coste Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Turchi, Italiani… È questo l’obiettivo della mostra fotografica “Libia, …uno sguardo verso il mare” fino al 20 ottobre 2020 alla galleria Espace La Stanza in Bolzano, ultima fatica di Lucio Rosa, veneziano di nascita ma bolzanino d’adozione, da oltre 45 anni impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere. Lucio Rosa sa di non poter tornare per ora in quei luoghi, bloccato in questi anni per le problematiche politiche che hanno interessato molti Paesi arabi, e ora fermato anche dall’emergenza sanitaria per pandemia.  Ma questo non è un motivo sufficiente per stare “lontano” da quelle terre che tanto ama, lui il regista con “l’Africa nel cuore”. E così la Libia… l’ha portata a casa sua, a Bolzano, raccontandola con 90 fotografie a colori accompagnate da note in una sequenza fotografica suddivisa in 7 location: Al-Athrun, Apollonia, Qasr Libia, Cirene, Leptis Magna, Tripoli, Sabratha.

La cartina della Libia con le sette località lungo la costa mediterranea illustrate dalla mostra di Lucio Rosa

È un viaggio nel tempo e nella storia quello proposto da Lucio Rosa che inizia da est, da dove sorge il sole… “La storia non ha fine”, dice, “perché noi siamo gli eredi del passato e la portiamo dentro di noi. Luoghi come Tokra o Tolmeta, sono solo delle gocce, dei riflessi. Testimonianze di questo ricco insieme di culture sono oggi ancora visibili, si possono penetrare, riscoprire, anche se hanno subito il “torto” e lo “sfregio” del tempo e della storia. Il “respiro” degli uomini che un tempo calpestavano il suolo libico può ancora essere “udito” tra le mura delle città che hanno costruito ed è testimone della loro immortalità”.

La basilica occidentale nel sito di Al-Athrun in Libia (foto Lucio Rosa)
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Il sito di Al-Athrun (Libia) in un panorama mozzafiato (foto Lucio Rosa)

AL-ATHRUN Erano sicuramente dotati di buon gusto i sacerdoti bizantini che seppero scegliere, per le loro chiese solitarie, luoghi incantati. Tra l’intenso blu del Mediterraneo e la brulla costa della Cirenaica, nella località di Latrun, l’antica Erythron che fu un’importante sede vescovile, su una terrazza naturale spuntano le tracce di quelle che furono due basiliche bizantine datate V sec. d.C. Le due chiese furono costruite durante il regno dell’imperatore Giustiniano I (527-565). La basilica occidentale è la meglio conservata. Colpisce il susseguirsi di candidi marmi, come i plutei, su cui sono scolpiti a rilievo i simboli della cristianità. Una sinfonia di colonne, con ricchi capitelli, sorreggeva la volta delle tre navate oggi non più riconoscibili. L’ingiuria del tempo ha lasciato solo rovine del piano originale di quella che era stata la basilica orientale. L’imperatore Giustiniano negli anni 538-539, a protezione del confine meridionale, fortificò diversi porti anche in Cirenaica. Le basiliche, qui costruite, assicuravano che a marinai e soldati non sarebbe mai mancato l’aiuto divino.

Il teatro antico di Apollonia sulla costa libica (foto Lucio Rosa)
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Le terme romane ad Apollonia in Libia (foto Lucio Rosa)

APOLLONIA All’estremità orientale del sito si trova il teatro scavato in una pendenza naturale e rivolto verso il Mediterraneo. La prima costruzione risale al II secolo a.C. e la cavea, che aveva solo 13 file, fu ingrandita sotto Adriano. Il teatro, ricostruito poi dall’imperatore Domiziano, ci conduce a parlare di Apollonia, fondata nel VII secolo a.C. da coloni di stirpe ellenica. Apollonia è stata il porto di Cirene. Nel 331 a.C. Apollonia fu conquistata da Alessandro Magno restando, alla sua morte, nella sfera di influenza ellenistica del regno tolemaico. Nel I secolo Apollonia fu presa da Roma. Risalgono all’epoca romana le terme, volute dall’imperatore Adriano. Un terremoto nel 365 si abbatté su tutta la Cirenaica e distrusse la città che fu in gran parte inghiottita dal mare. Di epoca bizantina sono le tre basiliche (V secolo). Della stessa epoca, il palazzo del governatore, Dux, di cui è rimasto solo il piano inferiore. Il peristilio è circondato da portici ad archi. La conquista araba, del VII secolo, determinò lo spopolamento e il declino della città. Solo nel corso del XIX secolo la nuova Apollonia si ripopolò di musulmani, provenienti dall’isola di Creta, che le diedero il nome dell’attuale città araba Marsa Susa.

I resti della basilica occidentale a Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA Qasr Libia, a 50 km da Cirene, è identificabile con l’antica città di Olbia, sede vescovile nel periodo bizantino (V secolo). Del complesso religioso che qui esisteva sono rimaste le rovine di due basiliche paleocristiane. La meglio conservata è la basilica occidentale, la più recente, del VII secolo, rettangolare e a croce greca. La basilica orientale del V secolo è più piccola ed era arricchita da una straordinaria decorazione a mosaico suddivisa in 50 riquadri, in origine posta sul pavimento della navata.

Il mosaico con la rappresentazione del fiume Eufrate a Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA I mosaici Straordinaria la decorazione musiva che in origine era posta sul pavimento della navata centrale della basilica orientale. Un magistrale esempio di iconografia simbolica cristiana del VI secolo. I mosaici sono stati realizzati fra il 539 ed il 540 per volere dei vescovi Macario e Teodoro, come indica un’epigrafe. Ora sono esposti nel vicino museo. Raffigurano il mondo intero con i quattro fiumi che, come è citato nella Genesi, nascono nel Paradiso terrestre: Fison, Gheon, Eufrates e Tigris.

La raffigurazione del Faro di Alessandria in un mosaico di Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA Il faro di Alessandria Un unicum è il faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico. Una delle realizzazioni più avanzate della tecnologia ellenistica. Era stato costruito sull’isola di Pharos, di fronte al porto di Alessandria d’Egitto, negli anni tra il 300 e il 280 a.C. Vi si può scorgere l’imponente statua di Helios e il meccanismo a specchi che serviva per guidare le navi in porto. Da una imbarcazione, due naviganti sembrano guardare con una certa trepidazione verso il faro che segnala loro la giusta rotta. Il faro rimase in funzione per sedici secoli, ma nulla poté contro la forza ostile della natura. Nel 1303 e poi nel 1323, due terremoti lo danneggiarono irreparabilmente, distruggendolo.

Il teatro antico di Cirene in Libia (foto Lucio Rosa)

CIRENE Atene d’Africa Secondo Erodoto fu fondata nel VII secolo a.C. da coloni di Thera, l’odierna Santorini. Fu il responso dell’oracolo di Delfi a spingere duecento giovani, uno per famiglia, guidati da Batto, figlio di Aristotele, a lasciare Thera e partire alla ricerca di nuove terre per sfuggire a una terribile siccità che stava colpendo, da 7 anni, la loro patria. Esplorarono le coste della Cirenaica e i giovani coloni trovarono, come aveva predetto l’oracolo, una zona fertile all’interno, una fonte perenne e, nelle sue vicinanze, Batto fondò la città di Cirene. Era l’anno 631 a.C. la città legò il suo nome alla ninfa Cirene che fu rapita da Apollo e portata in Libia, proprio qui, dove sarebbe sorta la città a lei sacra. Nel 331 a.C. Cirene si sottomise spontaneamente ad Alessandro il Macedone. Nel 74 a.C. Cirene e tutta la Cirenaica furono elevate a provincia romana.

Il santuario di Apollo edificato nei pressi della fonte della ninfa Kyra a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Il santuario di Apollo In prossimità di una fonte d’acqua pura, consacrata a una ninfa e divenuta pertanto sacra, sorge il santuario di Apollo. La ninfa era Kyra o Chirene, amata da Apollo che la rapì e la portò su una collina di mirti. E fu qui, tra i boschetti di mirto, che i coloni esuli di Thera, decisero di fondare il loro primo villaggio. Era l’anno 640 a.C. La fonte e il villaggio, furono dedicati alla ninfa Kyra, che sarà regina della colonia greca di Cirene e della Cirenaica. Il re Batto, consigliato dai suoi sacerdoti, fece erigere davanti alla sorgente un tempio dedicato al dio Apollo, protettore della colonia. Era una costruzione semplice ma solenne allo stesso tempo. Rimaneggiata nel corso dei secoli, la si può vedere ancora oggi, inglobata nel grande santuario.

Il tempio di Zeus a Cirene eretto dai coloni greci (foto Lucio Rosa

CIRENE Tempio di Zeus Nel quartiere dell’Agorà, il tempio di Zeus, uno dei primi monumenti a essere eretto dai coloni greci, è il più grande dei templi che i Greci costruirono nel Nord Africa. Eretto nel V secolo a.C., come il Partenone di Atene, è più grande del tempio dell’Acropoli. Il Tempio di Zeus è stato oggetto di numerosi restauri nel corso della sua storia. Il materiale utilizzato è il calcare giallo, marnoso, che è tipico della regione. Nessuna malta legava i blocchi di pietra. I più grandi erano tenuti insieme da barre di ferro saldate con piombo fuso. Questo tempio dorico si sviluppava con 8 colonne sul fronte e 17 sui lati lunghi, che sono state tutte abbattute durante la rivolta giudaica dell’anno 117. L’opera di restauro degli archeologi italiani ha restituito l’originaria solennità al tempio di Giove.

Il ginnasio di epoca ellenistica a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Il Ginnasio Colpisce per la sua imponenza, il Ginnasio, classico impianto ellenistico destinato agli esercizi sportivi e militari dei giovani di Cirene. Era denominato Ptolemaion dal nome Tolomeo VII, il sovrano ellenistico che lo aveva fatto costruire nella metà del II secolo a.C. Consiste in un vasto spazio di 94 metri per 84, circondato da un colonnato dorico. Negli anni della Cirene romana, il Ginnasio mutò destinazione e divenne il Foro della Città, il Caesareum. Si deve agli archeologi italiani se tra il 1934 e il 1942 il Foro, che era stato occupato da un quartiere di abitazioni, fu ricostruito e riportato a nuova luce come era in origine.

Il santuario di Demetra e Kore a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Santuario di Demetra e Kore Sontuoso, ricco, splendido il santuario circolare di Demetra e Kore. Le due divinità rappresentano la forza produttiva della terra. Di epoca Tolemaica (III secolo a.C.), è il tempio votivo dove si invocava la fertilità della terra e la fecondità della donna per concepire nuovi figli per Cirene. Le due divinità sono raffigurate in due copie di statue sedute che si fronteggiano e sono di epoca ellenistica. Le altre due, in posizione eretta, sono state aggiunte in epoca romana. Le fortune di Cirene erano legate al ritmo delle stagioni, quindi all’agricoltura, ai ricchi raccolti: era una necessità collettiva, un dovere pubblico, invocare le divinità per ottenere un ricco raccolto.

Il monumento alla Vittoria navale della flotta di Tolomeo eretto a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Monumento alla Vittoria Navale Posto sul lato orientale dell’Agorà, il monumento alla Vittoria Navale, è uno dei più bei complessi ornamentali pubblici di Cirene. Si tratta di una statua votiva che si eleva sulla prora di una trireme che sembra “navigare” sostenuta da una coppia di delfini. Il monumento è stato eretto nella metà del III secolo a.C. per celebrare la vittoria della flotta egiziana di Tolomeo VIII nella guerra contro la Siria.

I bagni ellenistici, cosiddetto bagni di Paride, a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE I bagni ellenistici (bagni di Paride) Acqua copiosa irrorava Cirene, un prezioso dono degli dei. Nel periodo ellenistico la città godeva di imponenti bagni pubblici. Sono i cosiddetti Bagni di Paride, dal nome del proprietario, risalenti al V secolo a.C. Privi di decorazioni, sono locali sotterranei scavati direttamente nella roccia. Un susseguirsi di vasche, canali per il drenaggio, nicchie la cui funzione era quella di custodire le vesti dei frequentatori e le lucerne per dare luce al complesso.

Le terme di Traiano a Cirene in Libia (foto Lucio Rosa)

CIRENE Terme di Traiano Marmi, gioco di colonne, piscine lastricate nelle terme costruite nel 98 d.C. dall’imperatore Traiano. Ma la loro vita fu assai breve, furono infatti distrutte nel 115 durante la rivolta ebraica. L’imperatore Adriano, amante del bello e della cultura greca, le ricostruì facendone uno splendido complesso. Era l’anno 119.

La spettacolarità del teatro di Leptis Magna davanti al Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Un vero trionfo, questa città adagiata sulle sponde del Mediterraneo. Fu prima punica e poi, conquistata dai Romani, fu un’orgogliosa e una splendida città, una nuova Roma, sontuosa e ricca, opulenta, città di mercanti, che visse una epopea grandiosa, “un trionfo”. Leptis fu davvero “Magna”. Siamo dinnanzi al prezioso teatro. Ascoltiamo in silenzio, parole solo velate dal respiro del mare, pare ancora oggi udire declamare testi antichi ed essere coinvolti nelle recite che qui si svolgevano, per Leptis, la città Regina. Sono “riflessi” di canti di tragedie greche, le storie narrate sulla scena. Alla fine del II secolo un uomo che veniva dall’Africa e che parlava male il latino, esprimendosi preferibilmente in neo-punico, arrivò a Roma per salire sul trono. Era Settimio Severo che aveva sconfitto i Persiani e fu Imperatore. L’11 settembre dell’anno 203, Settimio, ritornato nella sua città natale, avrebbe attraversato l’arco trionfale eretto per rendere omaggio alla sua gloria eterna e alla sua famiglia. Ma, che questo sia realmente avvenuto, molti archeologi e storici hanno seri dubbi. Comunque l’arco è lì, in tutta la sua maestosità e bellezza.

Il monumentale mercato di Leptis Magna in LIbia (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Il mercato Le urla dei mercanti. “Hodie offerre nova pisces et agnus” voci concitate uscivano dai chioschi del mercato, offrendo alla gente la merce più svariata, pesce fresco, carne d’agnello, granaglie e naturalmente anche diverse varietà di vino. Emoziona camminare accanto a queste “botteghe” e pensare alla vitalità di questo luogo una volta quando, 2000 anni fa, centinaia di persone, ogni giorno, qui affluivano per le loro necessità quotidiane. Ma siamo a Leptis Magna, la più grandiosa città romana in Africa.

La magnificenza del Foro dei Severi a Leptis Magna (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Il Foro dei Severi Posare gli occhi su questa ampia piazza di 100 metri per 60, Il foro dei Severi, dà una emozione indescrivibile. Per terra sono disseminate rovine, frammenti di colonne conseguenza di una fatale serie di terremoti che nel IV secolo aveva colpito Leptis, distruggendola. Attirano gli sguardi “inquietanti” delle teste delle meduse e delle nereidi, sopravvissute allo scempio del tempo, che ornavano gli archi del doppio porticato, ora privato delle colonne, che non hanno resistito alla “ribellione” della natura. Due passi tra le rovine… non si può non essere colpiti dalla solennità che fu di Leptis Magna. Il Foro dei Severi è la più importante costruzione pubblica di Leptis.

Le terme di Adriano a Leptis Magna in Libia (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Le terme di Adriano Adriano, l’imperatore amante del bello, l’imperatore più raffinato della storia di Roma, fece costruire qui, tra il 126 e il 127, queste terme, la sua gloria. Poi vennero Commodo e Settimio Severo che l’arricchirono ancora di più. La grande piscina, la natatio, è all’aperto. Un portico di colonne di marmo rosa la circonda. Mosaici, seppure erosi dal tempo, brillano del colore lapislazzuli e del colore verde acquamarina che richiamano le tinte e le sfumature del mare.

Il castello di Tripoli sede del museo nazionale (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI (OEA) Avvolte dalla luce del crepuscolo, languono le mura del castello di Tripoli. Il Castello Rosso “Assaj El Hamra”. Ma solo per poco. All’alba del giorno dopo ecco il castello risplendere luminoso come “luminosi” sono, per la storia che raccontano, i preziosi reperti qui custoditi. Il Museo è il simbolo della città. Al suo interno, un “viaggio nel tempo” ci conduce ad informarci sulla preistoria del Sahara libico, sulla storia, dai Fenici ai secoli greci, dal periodo romano all’arrivo degli Arabi, alla dominazione turca della dinastia dei Karamanly… all’impresa coloniale italiana… Cinque secoli prima di Cristo i Fenici, che navigavano lungo la costa meridionale del Mediterraneo, fondarono il villaggio di Uiat. Nel 107 a.C. i Romani entrarono nella regione e Uiat divenne una colonia romana, e fu Oea. Nel 163 d.C. la città era all’apice del suo fulgore. Risale a quest’epoca l’arco di Marco Aurelio, conservato nella Medina. Un ricordo della Roma dei Cesari.

Un esempio di architettura islamica a Tripoli (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI (OEA) La storia La storia di Oea sarà travagliata, teatro di scorribande e dominazioni straniere nel corso dei secoli. Ecco arrivare i Vandali, i Bizantini, gli Arabi e la città divenne Tarabulus, come tutta la regione. E poi ancora: sette islamiche come Abbassidi, Ibaditi, Aghladiti, Obeiditi, Ziriti, e poi Berberi, Normanni, Almohaidi, Genovesi, Spagnoli, Maltesi, Turchi di Sinan Pashà, e siamo nel 1510. Trascorrono gli anni e nel 1911, arrivano gli Italiani.

L’animato souk di Tripoli (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI Città di mare La città bianca, con le belle candide abitazioni dell’epoca coloniale italiana, si fonde in un violento contrasto con i colori dei Souk, con la vita dei Souk, le moschee e le caotiche strade della città vecchia.

La straordinaria posizione di Sabratha lungo le coste del Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Sabratha deve la sua fortuna al mare; era già stata un rifugio sicuro per le navi dei Fenici che navigavano nel Mediterraneo occidentale. I mercanti fenici, a poco a poco, si insediarono e fondarono un emporio e un primo villaggio, che sarebbe, poi, diventato città. Forse siamo nel VII secolo a.C., ma non vi sono testimonianze sicure che possano confermare la presenza di questo insediamento in epoca così antica. Sabratha è stata il punto di arrivo delle vie carovaniere che mettevano in comunicazione il Mediterraneo con le regioni interne dell’Africa, l’Africa nera. E ciò ha determinato la sua grandezza. Poi giungeranno i Cartaginesi, ma sarà l’arrivo dei Romani, 200 anni prima di Cristo, a scompigliare la storia in questa regione. Distrutta Cartagine nel 146 a.C. Sabratha entra di prepotenza nella romanità in Africa. La potenza di Sabratha durò per più di tre secoli, ma la decadenza di Roma causerà anche un lento ma inesorabile declino di quella che era stata una grande città. Ecco quindi Bisanzio e poi gli Arabi che trasferirono le attività mercantili da Sabratha a Oea/Tripoli. Nata da e con i commerci, Sabratha scomparirà dalla geografia e dalla storia.

L’imponente scena del teatro di Sabratha (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Il teatro Opera impressionante per la sua maestosità, per le grandiose proporzioni e la raffinatezza delle forme: il teatro. Eretto alla fine del II secolo, presenta tre piani di colonnati sovrapposti, con colonne di marmi vari e trabeazioni in marmo bianco. Sono 108 le colonne che modellano una quinta alta 23 metri. Il teatro poteva accogliere 5000 spettatori. Rilievi con figure di divinità, scene storiche e scene di teatro, ornano il fronte del proscenio. Il teatro fu distrutto dal terremoto che colpì, nel 365, la costa libica. Frammenti di pietre e marmi furono usati come materiale di reimpiego in epoca bizantina (VI secolo). Il teatro che possiamo ammirare oggi si deve alla precisa ricostruzione iniziata nel 1927 dagli archeologi italiani. Nel 1937 il prestigioso teatro si riaprì al mondo.

La basilica di Apuleio a Sabratha sulle coste libiche (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Basilica di Apuleio Chi non ricorda l’Asino d’oro di Lucius Apuleio, che racconta le sue incredibili fantasiose peripezie, di uomo trasformato in asino? Apuleio, scrittore e filosofo, era nato a Madaura (nell’attuale Algeria) ma raggiunse Roma dopo gli studi compiuti a Cartagine e ad Atene. Apuleio è divenuto famoso grazie alle sue doti di oratore. Nell’anno 157, qui dove giacciono le rovine di una basilica cristiana, sorgeva un palazzo, sede del tribunale che vide Lucius processato per un presunto grave crimine. La storia racconta di un giallo. Apuleio fu imputato di aver sedotto Pudentilla, la moglie del suo amico Ponziano, nel frattempo defunto, avvalendosi delle arti magiche per plagiarla e indurla a sposarlo al fine di impossessarsi della sua ricca dote. Per questo crimine, nel 158, a Sabratha, venne sottoposto a processo. L’abile scrittore, nonché avvocato, grazie alla sua arte oratoria, riuscì a scagionarsi da ogni accusa e venne assolto. La sua autodifesa venne trascritta nei codices col nome di De magia, più nota come Apologia. Ma Apuleio era davvero un mago?

Il tempio di Iside a Sabratha in posizione dominante sul Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Tempio di Iside Sospeso tra il cielo e il mare, il Tempio di Iside è uno dei luoghi sacri di Sabratha. Probabilmente il primo tempio fu eretto nel I secolo. Fu poi ingrandito sotto Vespasiano tra gli anni 69 e 79. Il visitatore viene rapito in un’atmosfera che fa sognare. I colori dominano la scena: tra il blu del mare e il celeste cobalto del cielo si innalzano le alte colonne rosate del tempio. La scena toglie il respiro. Genti di Sabratha affluivano in massa. Si possono solo immaginare le lunghe processioni lungo la sponda del mare per arrivare fin quaggiù. Lo stesso Apuleio, racconta di questo culto assai diffuso in Libia, ne “L’asino d’Oro”.