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Reggio Calabria. Per le “Notti d’Estate” al museo Archeologico nazionale quarto appuntamento in sinergia col Touring Club Italiano. Fabrizio Mollo sull’importanza dell’area dello Stretto tra l’età ellenistica e la prima età imperiale. Accesso alla terrazza con il Green Pass

Per le Notti d’estate al MArRC, locandina dell’incontro con Fabrizio Mollo sulla storia dello Stretto

“Mobilità sociale e relazioni commerciali tra le due sponde dello Stretto tra età ellenistica e prima età imperiale” è il tema del quarto appuntamento di “Notti d’Estate al MArRC” giovedì 29 luglio 2021, alle 21: la conferenza del professor Fabrizio Mollo, organizzata in sinergia con il Club di Territorio del Touring Club Italiano, rientra tra le iniziative promosse dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria per la programmazione estiva con le aperture serali del MArRC. Il Mare nostrum torna dunque con la conferenza di Mollo, volta a far conoscere al pubblico l’importanza dell’area dello Stretto tra l’età ellenistica e la prima età imperiale. La conferenza sarà introdotta da Francesco Zuccarello Cimino, console per Reggio Calabria del Touring Club Italiano. “Ogni serata sulla terrazza del Museo è una festa della cultura”, commenta il direttore del Museo, Carmelo Malacrino. “Arte, musica, scienza e letteratura vengono declinate ogni volta in eventi sempre diversi, ricchi di mille suggestioni. Con il Touring Club Italiano di Reggio Calabria sono attive da molti anni iniziative volte a favorire la cultura e il dibattito su temi del territorio e del paesaggio – continua Malacrino -. E, dopo mesi di chiusura, in queste settimane si è registrato grande interesse da parte del pubblico e degli appassionati di arte e archeologia per gli eventi estivi, ma anche per le ricche collezioni esposte al Museo. Alle quali si aggiunge ora la suggestiva mostra “Salvati dall’oblio. Tesori d’archeologia recuperati dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale”, allestita nello spazio di piazza Paolo Orsi. Pur mantenendo alta l’attenzione verso i rigidi protocolli di sicurezza, siamo fiduciosi di poter tornare presto alla normalità – conclude il direttore -. Reggio e la Calabria hanno sete di socializzazione, serenità e cultura. E noi, per le celebrazioni del prossimo anno, siamo già pronti a promuovere i Bronzi di Riace come simboli del Mediterraneo”. Il Museo sarà aperto fino alle 23 (ultimo ingresso 22.30) e a partire dalle 20 il costo del biglietto sarà di soli 3 euro. A partire dalle 20.30 si potrà accedere anche in terrazza. I protocolli di sicurezza impongono ai visitatori il distanziamento e l’uso del gel disinfettante e della mascherina negli spazi chiusi, nonché il possesso del Green Pass per la partecipazione agli eventi serali all’aperto sulla terrazza. Tutte le info sul sito www.museoarcheologicoreggiocalabria.it.

Contrasto al saccheggio e al traffico di reperti archeologici: rinnovato per altri due anni il protocollo di intesa tra il Parco archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, e Nunzio Fragliasso, procuratore FF di Torre Annunziata, al rinnovo del protocollo di intesa per il contrasto al saccheggio e al traffico di reperti archeologici (foto parco archeologico di pompei)

Non si ferma il contrasto al saccheggio e al traffico di reperti archeologici a Pompei e nell’area vesuviana. A distanza di due anni dalla prima sottoscrizione, è stato rinnovato il protocollo di intesa tra il Parco archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, finalizzato al contrasto del fenomeno criminale di saccheggio dei siti archeologici e di traffico dei reperti e opere d’arte, a riprova della riuscita sinergia tra i due enti. Mercoledì 28 luglio 2021 presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Torre Annunziata, il procuratore F.F. Nunzio Fragliasso e il direttore generale Gabriel Zuchtriegel hanno firmato la proroga dell’accordo per altri 2 anni. “Questo protocollo conferma che, laddove le Istituzioni collaborano ad obiettivi comuni, si possono raggiungere risultati incredibili, in termini di legalità e di tutela, come nel caso dell’esperienza di Civita Giuliana”, dichiara Zuchtriegel. “In questo si deve dar merito alla lungimiranza del Direttore Osanna che ha saputo cogliere l’opportunità, assieme alla Procura, di trasformare un mirato intervento in uno strumento modello da riproporre in diverse situazioni, formalizzando le buone prassi operative messe in campo”. E il procuratore Fragliasso sottolinea: “La tutela dell’immenso patrimonio storico, artistico, archeologico e culturale presente nel circondario di propria competenza costituisce una delle priorità dell’azione della Procura della Repubblica di Torre Annunziata. L’impegno di questo Ufficio in tal senso sarà costante anche nei prossimi anni, nel segno della continuità con l’azione avviata unitamente al professore Osanna. In questo contesto si colloca il rinnovo odierno del protocollo sottoscritto nel 2019 da questa Procura con il Parco Archeologico di Pompei, che rappresenta un vero e proprio accordo “pilota” nel campo della sinergia tra le Istituzioni per la salvaguardia del patrimonio archeologico nazionale e che si è rivelato uno strumento formidabile per restituire alla collettività reperti e testimonianze di eccezionale valore storico e culturale”.

La firma del protocollo d’intesa tra il procuratore del Tribunale di Torre Annunziata, procuratore Pierpaolo Filippelli, e il Parco archeologico di Pompei, dg Massimo Osanna (foto parco archeologico di Pompei)

L’accordo iniziale fu firmato nel 2019 e nel corso di questi due anni ha visto un’intensa collaborazione tra le due Istituzioni impegnate – tra i vari interventi- in particolare nell’area di Civita Giuliana, dove un’operazione congiunta ha portato all’arresto dell’attività clandestina di tombaroli che operavano nell’area di una antica villa suburbana (fuori le mura della città antica), determinando al contempo straordinarie scoperte scientifiche. Rinnovandosi, il protocollo si conferma quale modello pilota nel contrasto alle attività illecite che investono il patrimonio archeologico e artistico. La validità del protocollo è di altri due anni, con ulteriore possibilità di rinnovo.

I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri (foto parco archeologico di Pompei)

Il rinnovato protocollo conserva i vari punti e gli impegni reciproci, del Parco e della Procura, alla base del primo accordo. Il territorio di competenza del Parco Archeologico di Pompei, in particolare l’area suburbana dove sono presenti vari insediamenti (tra cui alcune ville e necropoli), la cui tutela è anche tra gli obiettivi di natura giurisdizionale della Procura, è stato interessato negli anni da diversi episodi di danneggiamento e di furto. Scopo del protocollo è di continuare a mantenere un costante e rapido canale di scambio di informazioni e notizie oltre all’attuazione di procedure condivise – ormai avviate – nel rispetto delle reciproche attribuzioni e competenze, al fine di interrompere l’azione criminale e arrestare la spoliazione di siti archeologici, spesso reiterata, scongiurandone la prosecuzione.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Tra i principali punti dell’accordo: la Procura si impegna a trasmettere tempestivamente e formalmente al Parco tutte le notizie in proprio possesso relative ad attività clandestine nelle aree di competenza ed eventualmente a richiedere la realizzazione di saggi archeologici o vere e proprie attività di scavo. Sul cantiere sarà autorizzata la presenza di ufficiali della Polizia Giudiziaria autorizzati a ispezionare tunnel e cunicoli, a sequestrare gli oggetti e strumenti di reato, oltre che a prendere visione dei reperti rinvenuti, che saranno affidati in custodia al Parco. Il Parco, per sua parte, si impegna ad attivare in caso di richiesta, procedure urgenti per avviare i relativi scavi, nell’area di interesse investigativo. Le attività di scavo, oltre a garantire il rispetto di tutti gli standard di intervento scientifico, contribuiranno a fornire tutti gli elementi di prova di attività illecite, utili alle indagini. Dovrà fornire, inoltre, periodicamente una carta archeologica aggiornata del territorio di pertinenza, con indicazione delle aree d’interesse non esplorate e suddivise per tipologia (necropoli, ville suburbane, monumenti infrastrutturali, ecc.), eventuali scavi legalmente condotti e re-interrati, o anche scavi clandestini precedenti, di cui si abbia avuto notizia. E ancora il Parco si impegna a fornire un dettagliato elenco dei beni trafugati, anche quelli che attraverso varie fonti risultino attualmente esportati in territorio estero, al fine di consentire una visione complessiva e aggiornata del fenomeno e poter meglio orientare le azioni investigative.

Roma. Aperture serali straordinarie della mostra “Roma. Nascita di una capitale 1870-1915” al Museo di Roma a Palazzo Braschi. Visite guidate gratuite con prenotazione obbligatoria e sconto del 20% alla caffetteria del museo

L’ingresso della mostra “Roma. Nascita di una capitale 1870-1915” al Museo di Roma a Palazzo Braschi (foto Alessandro Nanni)

Dal 28 luglio 2021 aperture straordinarie serali della mostra “Roma. Nascita di una capitale 1870-1915”, ospitata fino al 26 settembre al Museo di Roma a Palazzo Braschi. Dal 28 luglio al 28 agosto, ogni mercoledì e sabato, l’orario di apertura della mostra sarà prolungato eccezionalmente fino alle 22 (ultimo ingresso alle 20.40) e saranno offerte visite guidate gratuite alle 19 e alle 20 per un massimo di 15 persone a turno. Per le visite la prenotazione, con acquisto del biglietto, è obbligatoria allo 060608. I cittadini e i turisti che prediligono la visita serale potranno godere anche dello sconto del 20% sulla consumazione presso la caffetteria del museo, Il Bras Cafè. La riduzione sarà valida sia nella stessa serata, sia nei giorni successivi, previa presentazione del biglietto acquistato per l’ingresso in orario straordinario.

La presa di Porta Pia, 1870, tela di Michele Cammarano. Collezione privata (foto courtesy Galleria W. Apolloni Roma)

Ideata in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale, la mostra “Roma. Nascita di una capitale” ripercorre gli eventi storici e le profonde trasformazioni urbanistiche della Terza Roma e illustra anche l’immagine più quotidiana della nuova Capitale, attraverso opere d’arte, sculture, fotografie, filmati d’epoca, documenti. L’esposizione, promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e a cura di Flavia Pesci, Federica Pirani e Gloria Raimondi, si avvale di un comitato scientifico presieduto da Vittorio Vidotto, di cui fanno parte Maria Vittoria Marini Clarelli, Bruno Tobia, Elisabetta Pallottino, Federica Pirani, Gloria Raimondi, Nicoletta Cardano, Rita Volpe. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Alla realizzazione della mostra hanno collaborato il Comitato Roma 150, il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, la Fondazione Cineteca di Bologna, la Fondazione Primoli, l’Istituto Luce – Cinecittà, il Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, il Museo Ebraico di Roma, il Dipartimento di Architettura e il Dipartimento delle Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Un particolare ringraziamento va alla Camera dei Deputati per la gentile concessione di importanti prestiti. Il catalogo curato da Federica Pirani, Gloria Raimondi e Flavia Pesci è edito da De Luca Editori D’Arte.

Manifesto di Aleardo Terzi per l’Esposizione internazionale di Roma 1911 conservato al Castello Sforzesco di Milano (foto Civica Raccolta Stampe A. Bertarelli)

Nel percorso espositivo svolto in un arco temporale che va dalla Breccia di Porta Pia alla Prima Guerra Mondiale, si sviluppano tre principali nuclei tematici raccontati attraverso episodi emblematici che illustrano, insieme agli eventi storici, le trasformazioni urbanistiche e le nuove architetture della nuova Capitale, in dialogo con i mutamenti socio culturali. Nel racconto, le circa 600 opere tra dipinti, sculture, disegni, grafica, fotografie e materiale documentario provenienti da raccolte pubbliche e private sono poste in continuo dialogo con le suggestive immagini tratte da filmati originali che descrivono Roma nel passaggio tra Otto e Novecento e, a chiusura del percorso, nel momento dei festeggiamenti per la fine del primo conflitto mondiale. Una presenza costante e significativa lungo il percorso è rappresentata dalle immagini fotografiche di straordinaria qualità realizzate dal conte Giuseppe Primoli tra 1888 e 1903, che al valore documentario uniscono quasi un carattere di reportage ante-litteram. Apparati didattici, installazioni immersive, supporti multimediali e video, a volte accompagnati da citazioni di scrittori italiani e stranieri, illustrano i tanti aspetti legati a politica, arte, commercio, industrie nascenti, turismo, sport, vita sociale e mondana che costituirono l’impalcatura su cui costruire l’immagine di una città rivolta alla modernità.

L’Aquileia Film Festival entra nel vivo con le tre serate dell’archeologia: cinque film e tre conversazioni con Francesco Tiboni, Cristiano Tiussi e Alberto Angela. Tutto il programma

L’Aquileia Film Festival dall’alto con le due piazze, Capitolo e Patriarcato, riservate al pubblico (foto fondazione aquileia)

aquileia_film-festival-2021_locandinaL’Aquileia Film Festival con le serate dell’archeologia, dal 28 al 30 luglio 2021, entra nel vivo. La formula è quella ormai rodata: cinema, archeologia e grandi divulgatori scientifici si alterneranno sul palco di piazza Capitolo e trasmessi in diretta sullo schermo – largo dieci metri e alto otto – di piazza Patriarcato. Infatti, per garantire la fruizione in piena sicurezza e consentire la presenza di 1000 persone, il festival si svolgerà in contemporanea sulle due piazze – piazza Capitolo e piazza Patriarcato – che circondano la Basilica di Aquileia: le conversazioni con l’ospite della serata curate da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva. La prenotazione è obbligatoria su www.fondazioneaquileia.it. La giuria dei film in concorso alle serate dell’archeologia è composta da Dario Di Blasi (direttore di Firenze ArcheoFilm), Luca Villa (archeologo) Simonetta Di Zabutto (travel blogger e giornalista) Lorenza Cesaratto (Fvg Social Ambassador).

Frame del film “Il mistero del Cavallo di Troia. Sulle tracce di un mito” di Roland May, Christian Twente (foto foto gruppe 5 _Scope VFX)

Si inizia mercoledì 28 luglio 2021, alle 21, con il film “Il mistero del Cavallo di Troia. Sulle tracce di un mito” di Roland May, Christian Twente (Germania 2021, 52’). La storia del cavallo di Troia è probabilmente una delle storie più famose mai raccontate. Ma se il mito del cavallo non fosse vero? Nuove rivoluzionarie scoperte dimostrano che una delle storie più famose di tutti i tempi dovrà forse essere riscritta. Il cavallo di Troia probabilmente non era affatto un cavallo. Ma allora come fecero i greci a superare in astuzia i loro nemici? E quale storia troveremo in futuro sui libri di storia? Dopo la proiezione, prima conversazione, con Francsco Tiboni, archeologo navale.

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L’archeologo navale Francesco Tiboni

“L’archeologia navale”, spiega Francesco Tiboni, “è una disciplina molto particolare che, purtroppo, in Italia, a discapito della nostra tradizione marittima e non solo, è poco sviluppata e studiata. Questo è legato a una serie di cause che affondano le radici nel secolo scorso. Innanzitutto, all’idea che l’archeologia navale sia soltanto una parte dell’archeologia subacquea, peraltro la meno fortunata, perché studia, come si dice in gergo, il legno. E purtroppo, il legno, elemento deperibile, raramente si conserva. Poi, ma dovremmo forse dire di conseguenza, nel corso soprattutto degli ultimi anni, con il fiorire dei social network e di una comunicazione che possiamo definire istantanea, sembra ormai affermata l’idea che l’archeologia navale altro non sia che una caccia al tesoro, giocata con mezzi sempre più tecnologici e costosi, e quindi aperta a pochi. Raramente agli scienziati. Ecco, in questi anni, anche grazie alla visibilità che mi ha dato la mia ricerca sul Cavallo di Troia e alla collaborazione con testate, come ad esempio “Archeologia Viva”, sto cercando di veicolare, e non sono il solo, l’idea che l’archeologia navale in Italia debba e possa affermarsi come merita, branca essenziale per la conoscenza del nostro passato.  Non posso comunque negare – continua – che la componente della ricerca a mare, sott’acqua, sia la più affascinante di questa disciplina. Immergersi, magari come da alcuni anni faccio con la mia squadra, a profondità a volte molto impegnative, con sistemi innovativi come i rebreathers, crea un grande interesse non solo intorno ai nostri risultati, ma anche intorno ad operazioni che appaiono sempre più complesse e scenografiche. Tuttavia, spesso non si considera che dietro queste che sembrano ‘avventure’ ci sono professionisti che dedicano anni della loro vita a studi approfonditi su documenti, testi, reperti e che quella dell’operazione, a mare o su terra, è solo la punta dell’iceberg. Del resto, il mare rappresenta da sempre un confine fisico, una barriera, ma è anche un importantissimo mezzo attraverso il quale si è compiuta l’unione di popoli, sono nate e si sono diffuse le più importanti scoperte tecnologiche. Sul mare – conclude – sono state combattute alcune delle battaglie più importanti della storia e nel mare degli antichi sono nati tanti di quei miti che ancora oggi permeano la nostra cultura, dalle sirene ai mostri marini, da Poseidone a Ulisse. E tutto questo ha lasciato tracce che sta a noi ritrovare e capire. Per questo, mi piace dire che confrontarsi col mare e con la storia che il mare nasconde è come fare un viaggio verso l’ignoto, un viaggio da cui si torna sempre arricchiti”.

Frame del film “Choquequirao, la geografia sacra degli Incas” di Agnès Molia e Nathalie Laville

Chiude la serata di mercoledì 28 il film “Choquequirao, la geografia sacra degli Incas” di Agnès Molia e Nathalie Laville (Francia 2017, 26’). Ultimi arrivati sulla scena andina, nel XV secolo gli Incas costruirono il più grande impero che l’America avesse mai visto. Sebbene non conoscessero né la scrittura né la ruota, gli Incas si rivelarono geniali architetti, costruendo enormi edifici in pietra e terrazze a più livelli per l’agricoltura.

Frame del film “Il patrimonio sommerso. Un museo sul fondo del mare” di Eugenio Farioli Vecchioli e Marta Saviane

La seconda serata, giovedì 29 luglio 2021, si apre con il film “Il patrimonio sommerso. Un museo sul fondo del mare” (Italia viaggio nella bellezza) di Eugenio Farioli Vecchioli e Marta Saviane (Italia 2020, 60’). Un viaggio alla scoperta del patrimonio sommerso nei nostri mari. Dalle meraviglie della città sommersa di Baia alla storia della nave romana di Albenga. Dal satiro danzante di Mazara del Vallo ai rostri navali della battaglia delle Egadi, nell’isola di Levanzo. Le pagine più importanti dell’archeologia subacquea italiana: dal lavoro pionieristico di Nino Lamboglia a quello dell’archeologo Sebastiano Tusa, scomparso tragicamente nel marzo del 2019. Alla fine della proiezione la seconda conversazione: con Cristiano Tiussi, archeologo e direttore della Fondazione Aquileia.

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L’archeologo Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia

Aquileia e il suo porto fluviale, strategico per la storia della città saranno al centro della conversazione. Oggi chi visita le rovine, ancora ben conservate, della sponda e delle banchine di carico e scarico, dei piani inclinati e delle rampe di raccordo con le vie urbane fatica a immaginare che sotto la passeggiata della cosiddetta “via Sacra” si aprisse un bacino fluviale largo quasi cinquanta metri, nel quale approdavano imbarcazioni di diversa stazza, provenienti da tutto il Mediterraneo; oppure, che alle spalle della banchina si sviluppasse un lunghissimo edificio, con tre soli accessi collegati ai piani inclinati.

Frame del film “Elarmekora” di Clément Champiat

Chiude la serata di giovedì 28 luglio, il film “Elarmekora” di Clément Champiat (Francia 2019, 19’). Una spedizione archeologica nel cuore del Gabon, sulle tracce dei primi uomini lungo il fiume Congo, cerca di datare gli strumenti in pietra rinvenuti a Elarmekora nel cuore della foresta pluviale. Il film illustra i passaggi necessari per la datazione della presenza umana nella foresta dell’Africa centrale: una ricerca in grado di scardinare i modelli della storia delle nostre origini.

Frame del film “Indagini in profondità. Il robot degli abissi” di Guilain Depardieu, Frédéric Lossignol

La terza serata, venerdì 30 luglio 2021, alle 21, si apre col film “Indagini in profondità. Il robot degli abissi” di Guilain Depardieu, Frédéric Lossignol (Francia 2017, 26’). Nell’aprile del 2016, al largo delle coste di Tolone, in Francia, una squadra di archeologi sta per inviare su di un relitto un robot umanoide chiamato “Ocean One” sviluppato dai ricercatori californiani e francesi per sostituire l’essere umano nelle immersioni a grandi profondità. Sarà in grado, il robot, di eseguire la campionatura in autonomia, raggiungendo il relitto alla profondità di 90 metri? Alla fine della proiezione, la terza conversazione, questa volta in streaming, con Alberto Angela, che presenterà i primi due volumi della Trilogia di Nerone.

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Alberto Angela, giornalista, scrittore e divulgatore scientifico

Il primo volume è “L’ultimo giorno di Roma” in cui si svelano le ultime ore della città prima del grande incendio: sabato 18 luglio 64 d.C. è una calda notte estiva, la città sta per svegliarsi con le sue strade brulicanti di attività e di persone, ed è del tutto ignara di quello che accadrà dopo poche ore… Saranno Vindex e Saturninus, due vigiles di turno quel giorno, a guidarci per le strade alla scoperta della vita quotidiana di uno dei più grandi centri abitati dell’epoca. Nel secondo volume “L’inferno su Roma” è il fuoco il protagonista indiscusso di questo libro e artefice del colossale incendio che cambia per sempre la città eterna. Nell’arco di nove lunghissimi giorni, avanza per le strade, si infila in ogni vicolo, distrugge case, edifici e botteghe, ferisce e uccide moltissime persone.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel tredicesimo, penultimo appuntamento, il viaggio parte dal Tempio di Vesta e dalla Casa delle Vestali, nel Foro Romano, e giunge alle Barberini Corsini Gallerie nazionali per scoprire la storie di queste sacerdotesse, custodi del fuoco sacro

Il cortile della Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)

Tredicesimo, penultimo, appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, Palazzo Farnese a Caprarola (Vt), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dal Foro Romano, più precisamente dal Tempio di Vesta, appena restaurato, e dalla Casa delle Vestali, da poco aperta al pubblico con un nuovo percorso, per giungere in via delle Quattro Fontane alle gallerie nazionali Barberini Corsini, dove approfondire la storia di queste sacerdotesse, che da sempre suscita interesse e curiosità tra gli appassionati del mondo antico.

Il tempio di Vesta nel Foro Romano a Roma (foto PArCo)

“Le sei Vestali, il cui compito principale era la cura dell’ignis perpetuus, il fuoco che ardeva giorno e notte all’interno del tempio di Vesta, simbolo del sacro focolare della città”, ricordano gli archeologi del PArCo, “costituivano l’unico sacerdozio femminile della Roma antica. Scelte tra le discendenti delle più illustri famiglie della città (in origine solo tra quelle appartenenti al patriziato), le Vestali erano reclutate tra bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, ed avevano l’obbligo di esercitare il sacerdozio vivendo nell’Atrium Vestae, ovvero la dimora situata presso il tempio, per 30 anni”.

Statua di Vestale conservata nella Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)

“Sempre vestite di bianco, con una lunga stola e un corto mantello di lana – continuano -, le Vestali legavano ogni giorno i capelli in un’acconciatura che le donne romane sfoggiavano solo nel giorno del loro matrimonio: sei trecce strette sul capo a cui si avvolgevano bende che ricadevano sui lati. Le Vestali erano le uniche donne romane a non essere sottoposte alla tutela del pater familias, potevano inoltre disporre autonomamente dei propri beni e testimoniare in giudizio senza giuramento. E se un condannato a morte incontrava una Vestale sulla sua strada era graziato”.

La piscina nella Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)
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“La Velata”, statua della vestale Tuccia, conservata a Palazzo Barberini a Roma (foto PArCo)

“Questi diritti erano bilanciati da altrettanti doveri”, spiegano gli archeologi del PArCo: “se una Vestale lasciava spegnere il sacro fuoco era punita a colpi di verga dal Pontefice Massimo; se violava il voto di castità la punizione era durissima: intoccabile perché sacra, la Vestale veniva seppellita viva in una cella sotterranea, condannata ad una morte lenta e terribile. La storia ci ricorda il supplizio di più di 15 Vestali, di frequente immolate come capro espiatorio per placare gli dei in caso di guerre, epidemie o altre situazioni di crisi. Ma le fonti ci tramandano anche i casi di Vestali scampate alla condanna: la più nota è la vergine Tuccia che, ingiustamente accusata, chiese di provare la sua innocenza raccogliendo l’acqua del Tevere in un setaccio, e ci riuscì grazie alla protezione della dea Vesta”.

La vergine Tuccia di Andrea Mantegna, tavola conservata alla National Gallery di Londra (foto PArCo)
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“La Velata” di Antonio Corradini, scultura conservata a Palazzo Barberini a Roma (foto PArCo)

“La storia di Tuccia”, spiegano gli archeologi del PArCo, “ispirò in epoca post antica numerose opere d’arte che la raffigurano spesso come simbolo di castità; famosa è la tavola di Andrea Mantegna conservata alla National Gallery di Londra. La rappresentazione più nota in scultura è invece probabilmente quella di Antonio Corradini, conservata a Palazzo Barberini e nota come “La Velata”. La statua si distingue per il velo impalpabile che la ricopre, che genera onde e viluppi su tutto il corpo e aderisce al ventre con finissime increspature. Il setaccio sul fianco sinistro ci permette di identificare la donna rappresentata con la Vestale Tuccia. Corradini ha privilegiato il punto di vista frontale mentre la parte retrostante è appena abbozzata; ciononostante, a seconda del punto di vista, la statua offre scorci sempre nuovi e suggestivi”.

“La Velata”, scultura di Antonio Corradini che rappresenta la vestale Tuccia, conservata a Palazzo Barberini a Roma (foto PArCo)

“La Velata suscitò grande ammirazione nel pubblico dell’epoca tanto da guadagnarsi più di un articolo sul “Diario ordinario”, giornale allora in voga, che il sabato pubblicava le notizie più rilevanti della città. Tra queste, nel settembre 1743, viene comunicata la visita allo scultore da parte di Giacomo III pretendente al trono d’Inghilterra. Quattro anni dopo, la scultura tornò agli onori della cronaca, messa in vendita al prezzo di 4 mila scudi. Forse a causa del prezzo elevato o per “l’invidia dei Romani” come sostiene Pier Leone Ghezzi in una caricatura, nessuno la comprò, Corradini partì per Napoli, la statua – concludono – fu trasferita al piano terra di Palazzo Barberini, e probabilmente acquistata dai Barberini stessi a un prezzo più vantaggioso dopo la morte dell’artista”. Per informazioni su Barberini Corsini Gallerie Nazionali e sulle modalità di visita si visiti il sito ufficiale https://www.barberinicorsini.org/.

Torino. Al museo Egizio tre visite guidate col curatore alla mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”. Intervista a Enrico Ferraris che si racconta e descrive il reperto scelto per il ciclo “Nel laboratorio dello studioso”

L’ingresso della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Martedì 27 luglio, 17 e 24 agosto 2021, alle 16.30, il museo Egizio di Torino organizza una visita guidata con il curatore della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, realizzata nell’ambito del ciclo espositivo “Nel laboratorio dello studioso” (vedi Torino. Al museo Egizio “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, seconda mostra del ciclo “Nel laboratorio dello studioso” dedicata all’osservazione del firmamento nell’Antico Egitto e sui sistemi sviluppati per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste | archeologiavocidalpassato). Il curatore Enrico Ferraris accompagnerà i visitatori alla scoperta dell’osservazione del firmamento nell’antico Egitto e dei sistemi sviluppati dalla cultura nilotica per misurare lo scorrere del tempo e l’avvicendarsi ciclico delle stagioni attraverso la volta celeste. Al centro della visita la decifrazione della tavola stellare di Mereru, protagonista della mostra. Durata: 60 minuti. Prezzo: 7 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione online obbligatoria: https://egizio.museitorino.it/eventi/visita-guidata-con-curatore-museale/ I partecipanti saranno inseriti in gruppi di massimo 20 persone. A ogni partecipante sarà consegnata una radio guida con auricolari monouso per rispettare le distanze di sicurezza.

Enrico Ferraris, curatore del Museo Egizio e della mostra “Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”, parte del ciclo espositivo “Nel Laboratorio dello studioso”, ci racconta il suo percorso per diventare un curatore del Museo dal 2013. “In realtà non ho fatto questa scelta”, spiega. “All’epoca l’accesso al mondo del lavoro nei musei, per quello che riguardava le collezioni egittologiche, in Italia erano collegate prevalentemente alle soprintendenze. C’erano dei concorsi che si aprivano quando capitava, anche a distanza di 10-15 anni. E per questo il museo non era esattamente un orizzonte verosimile. Per chi si formava in Egittologia era più che altro l’università. L’attività di scavo archeologico però è capitata un po’ casualmente. Proprio durante la mia seconda stagione di scavo a cui partecipavo con l’università di Torino ad Alessandria d’Egitto, di ritorno da una giornata di lavoro, ricordo il mio professore Paolo Gallo che riceve una telefonata dalla sua professoressa Edda Bresciani, la compianta Edda Bresciani, che proponeva un progetto di collaborazione Italia-Egitto per la nascita del nuovo museo Egizio del Cairo a Giza. E quando iniziai a lavorare al Cairo – continua – fu una svolta. Improvvisamente quello che avevo studiato trovava dei nuovi agganci e soprattutto mi si rivelavano delle nuove lacune che dovevano essere colmate. Soprattutto il lavoro con gli oggetti, la dimensione storica di un museo, il progettare e selezionare degli oggetti che dovevano narrare una storia, sono tutte esperienze che ho iniziato a fare lì, dove ho scoperto di avere effettivamente un particolare affetto per questo tipo di lavoro, cioè quello della narrazione. Sono passati alcuni anni, ed è venuto fuori un concorso al museo Egizio di Torino”. E rivela: “Se non avessi fatto il curatore, avrei fatto il veterinario. Grazie ai racconti dei miei genitori, intorno ai 5 anni manifestai il desiderio di fare il veterinario perché mentre le persone sono in grado di dire dove ti fa male gli animali no, e allora per loro bisogna avere un’attenzione un po’ più particolare”.

La tavola stellare di Mereru al centro della mostra “Ad Astra” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

“Ad Astra: la decifrazione della tavola stellare di Mereru”. Per il ciclo espositivo “Nel laboratorio dello studioso” Enrico Ferraris ha scelto la tavola stellare dipinta sulla parte interna del coperchio del sarcofago del Medio Regno appartenuto a un personaggio che si chiamava Mereru. “Qui in museo ne abbiamo due di queste tavole stellari e sono conservate nella medesima vetrina. L’ho scelta per due ragioni. La prima è perché è un argomento a me molto caro, proprio perché ho dedicato il mio dottorato di ricerca alle stelle. La seconda è perché è un tipo di oggetto molto raro (ne esistono soltanto una trentina di esempi in tutto il mondo, tra integri e frammenti) ed è difficile da spiegare e dunque questa nostra piccola mostra bimestrale rappresenta un po’ una sfida per riuscire a far passare un tipo di informazione che altrimenti è storicamente relegato nell’ambito delle scienze esatte e dunque poco popolare, poco leggibile”. E continua: “Questo reperto ci parla di una storia che non siamo altrimenti in grado di raccontare, ovverossia una storia di generazioni di sacerdoti astronomi che si impegnano a osservare a occhio nudo il firmamento, a registrare, a prendere nota e a selezionare in un processo che tuttavia ci è totalmente oscuro. Non ci sono infatti testimonianze a mostrarci i passaggi formativi a tenere nota e a selezionare stelle, proprio quelle della cintura dei 36 decani, trasmettendo le conoscenze via via apprese alle generazioni successive fino a codificare una tabella che di per sé è a sua volta una nuova sfida. Ovverossia prima hanno raccolto i dati con uno sforzo davvero gigantesco, dopodiché hanno cercato un modo per rappresentare in maniera facile da consultare queste informazioni e si sono inventati una specie di Excel, perciò una griglia, con le ore della notte per le righe, e per le colonne invece le decadi, e anche in queste perciò abbiamo uno sforzo di astrazione, di organizzazione dell’informazione. E in più quando noi poi vediamo queste tabelle sul sarcofago, come quello appunto in mostra, assistiamo a un ulteriore passaggio: quando queste tabelle che venivano di fatto utilizzate per vari scopi anche religiosi, non solo funerari, approdano nel mondo appunto del rituale funerario, diventano una rappresentazione, è una visione che però è anche una speranza per la vita nell’aldilà”.

Roma. Alla Domus Aurea l’attore Marton Csokas legge le poesie di Gabriele Tinti e fa rivivere l’arte un tempo presente nella reggia di Nerone

Nello straordinario contesto della Domus Aurea dove secoli di storia si sono incontrati e hanno dialogato, è ripartito il ciclo di #CantidiPietra, promosso e organizzato dal Parco archeologico del Colosseo, in collaborazione con Anantara Palazzo Naiadi e curato dallo scrittore e poeta Gabriele Tinti. In questo nuovo inizio è toccato all’attore neozelandese Marton Csokas, noto per la partecipazione a produzioni internazionali tra le quali la trilogia del Signore degli Anelli, far rivivere l’arte un tempo presente nell’eccezionale Reggia di Nerone. Dopo la collaborazione con attori come Alessandro Haber, Michele Placido, James Cosmo, Stephen Fry e Robert Davi che nel corso del 2020 hanno prestato la loro arte per celebrare le antiche divinità del Pantheon romano e alcuni dei più celebri monumenti del Foro Romano e del Palatino, è stata la volta di Marton Csokas. Per “Canti di pietra alla Domus Aurea” Marton Csokas legge “Rovine”, poesie dello scrittore e poeta Gabriele Tinti ispirate alle opere d’arte presenti nella residenza di Nerone. Le composizioni poetiche evocano gli affreschi di Fabullo e la statuaria che, grazie a Plinio il Vecchio, sappiamo essere stata vanto della collezione dell’imperatore. È noto infatti che Nerone utilizzò un grande numero di statue, portate a Roma dalla Grecia e dall’Asia minore, per decorare la sua residenza.

Al via la XII edizione di Aquileia Film Festival con una serata-evento di cinema muto e musica dal vivo dedicata al centenario del Milite Ignoto. E la conversazione con Paolo Mieli che presenta il libro “La terapia dell’oblio”

Con una serata-evento dedicata al centenario del Milite Ignoto il 27 luglio 2021 prende il via la dodicesima edizione dell’Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema arte e archeologia, organizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con Archeologia Viva, Firenze Archeofilm e con Comune di Aquileia, Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio del Fvg, PromoTurismoFvg, Regione FVG, Fondazione So.Co.Ba. e il prezioso sostegno di Solaris Yachts (vedi XII Aquileia Film Festival: sette serate da martedì 27 luglio a martedì 3 agosto. Cinema, archeologia e grandi divulgatori scientifici: dalla serata-evento sul centenario del Milite Ignoto alle serate dell’archeologia nelle piazze Capitolo e Patriarcato e in diretta streaming, al concerto sulla mostra “Da Aquileia a Betlemme”, alle serate fuori concorso sul Patriarcato | archeologiavocidalpassato). “Evento di cinema muto e musica dal vivo dedicata al centenario del Milite Ignoto”, annuncia Emanuele Zorino, sindaco e presidente della Fondazione Aquileia, “che abbiamo fortemente voluto per sottolineare l’importanza della ricorrenza della traslazione della salma del Milite Ignoto nel 1921 da Aquileia a Roma e per aprire le celebrazioni che vedranno Aquileia protagonista tutto l’anno”. L’evento per garantire la fruizione in piena sicurezza e consentire la presenza di 1000 persone si svolgerà in contemporanea sulle due piazze – piazza Capitolo e piazza Patriarcato – che circondano la Basilica di Aquileia. La prenotazione è obbligatoria su www.fondazioneaquileia.it.

Frame del film “Gloria. Apoteosi del soldato ignoto” (foto fondazione aquileia)

Sarà una prima assoluta la proiezione del film “Gloria. Apoteosi del soldato ignoto” ( Italia 1921, durata 77’. Federazione Cinematografica Italiana e Unione Fototecnici: formato originale 35mm (4/3), lunghezza 1680 m.; lingua: muto) in una versione restaurata digitalmente dalla Cineteca del Friuli nel 2006-2007 a partire dai materiali in 35mm conservati nella Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Il film sarà accompagnato dal vivo dalle note di Valter Poles (compositore e live electronics), Martina Pietrafesa al corno e pianoforte e Diego Cal alla tromba e strumenti virtuali che eseguiranno la nuova colonna sonora del film sostenuta dalla Fondazione Aquileia, ed effettuata nel 2021 da Aquileia Digital Arts (progetto a cura di Pasqualino Suppa) a partire dai file conservati presso l’Archivio Cinema della Cineteca del Friuli. Il 28 ottobre 1921 Maria Bergamas, madre di un fante italiano disperso sul fronte della prima guerra mondiale, sceglie tra undici bare con le salme di soldati non identificati quella del Milite Ignoto, in una cerimonia che si tiene all’interno della Basilica di Aquileia. Il feretro, caricato su un convoglio speciale, parte alla volta di Roma, dove viene tumulato il 4 novembre al Vittoriano. Riprese effettuate dal 28 ottobre al 4 novembre 1921 a Trieste, Aquileia, Grado, Udine, Codroipo, Pordenone, Sacile, Conegliano, Venezia, Mestre, Montegrotto, Pontelagoscuro, Ferrara, Firenze, Arezzo, Orvieto, Roma, Napoli, Milano, Genova, Bergamo, Catania, Messina, Torino.

Copertina del libro “La terapia dell’oblio. Contro gli eccessi della memoria” di Paolo Mieli
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Paolo Mieli, giornalista e storico

La serata proseguirà con la conversazione sui temi del film con il giornalista e storico Paolo Mieli intervistato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva. Si partirà dai temi del film, dal Milite Ignoto, e poi si parlerà del suo ultimo libro “La terapia dell’oblio. Contro gli eccessi della memoria” edito da Rizzoli. I percorsi storici, le vie della storia sono costellate di manipolazioni e dimenticanze, talvolta casuali, ma più spesso determinate dalla volontà di legittimare ideologie e giustificare regimi. Talvolta prevale il bisogno di dimenticare perché il ricordo è insopportabile: sono i meccanismi psicologici di difesa che ognuno porta dentro di sé e che ci aiutano a liberarci di un passato troppo invadente che non ci consente di vivere annullando i vincoli costrittivi. C’è poi un contrasto insanabile fra storia e memoria, ovvero fra il ricordo personale dei fatti e una ricostruzione più oggettiva e riflessa. Della “terapia dell’oblio” fanno parte delle curiose amnesie, come quella della Rivoluzione napoletana del 1799 che la restaurazione della monarchia borbonica condannò alla distruzione di tutti i documenti, in modo da non lasciarne traccia. In questo caso, come in tanti altri, si trattò di una “terapia dell’oblio” utile alla conservazione di un potere che si autolegittima. La “terapia dell’oblio” indispensabile nelle persone, pericolosa quando viene esercitata dalle istituzioni, e comunque utile contro gli “eccessi della memoria” che possono rovinare le vite personali come quelle dei popoli. Oggi sembra necessaria una somministrazione sapiente di dimenticanza anche in ambito storico e politico. Alla fine del Purgatorio di Dante, le anime dirette in Paradiso lavano i propri peccati nel fiume Lete per rimuovere le cose cattive del passato. Ma attenzione: riconoscono prima i loro peccati. 

Paestum. La XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sarà dal 25 al 28 novembre 2021 al Tabacchificio Cafasso. Questo terzo rinvio per consentire di ultimare i lavori della nuova definitiva sede, prestigioso sito di archeologia industriale, a mille metri dall’area archeologica

Terzo rinvio per la XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: si va a novembre 2021. Ma stavolta la pandemia non c’entra. Serve il tempo per avere a disposizione finalmente una sede per la Bmta. Avendo infatti il Comune di Capaccio Paestum individuato, dopo 22 anni, la location definitiva della Bmta nel prestigioso sito di archeologia industriale del Tabacchificio Cafasso, i lavori di riqualificazione richiedono un tempo più lungo, tanto da renderne necessario il posticipo rispetto all’annunciata data di settembre (30 settembre – 3 ottobre 2021). La XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico avrà luogo da giovedì 25 a domenica 28 novembre 2021, giusto a un anno dalla sua naturale scadenza (vedi Paestum. Nuove misure anti-Covid, la XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico posticipata all’autunno 2021. Istituiti un Comitato di Indirizzo e un Comitato scientifico per fare della Bmta la vetrina internazionale dell’offerta archeologica della Campania | archeologiavocidalpassato). Il complesso immobiliare dell’ex Tabacchificio, a soli mille metri dall’area archeologica e ubicato nel Borgo Cafasso, centro rurale sorto agli inizi del secolo scorso e sviluppatosi intorno agli impianti produttivi, è a disposizione finalmente della Città di Capaccio Paestum. “Capaccio Paestum ha a disposizione una struttura in più”, ha dichiarato il sindaco Franco Alfieri. “Abbiamo manifestato interesse all’acquisizione del complesso dell’ex Tabacchificio mediante locazione, con l’obiettivo preciso di acquistare l’immobile, appena sarà possibile. Lo abbiamo fatto non solo per l’importante valore storico-culturale dell’edificio, ma anche per poter mettere a disposizione della collettività un altro spazio, un contenitore prestigioso e imponente da utilizzare per realizzare attività di pubblico interesse all’altezza della storia e dello splendore della Città di Capaccio Paestum, sin dalla prossima edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico”.

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico nacque nel 1998, grazie alla Provincia di Salerno, presieduta allora da Alfonso Andria, che volle sostenere fortemente l’intuizione del fondatore e direttore Ugo Picarelli, intravedendo nell’iniziativa una strategica opportunità di valorizzazione dell’area archeologica di Paestum, che era stata riconosciuta, proprio in quell’anno, Patrimonio dell’Umanità, grazie allo straordinario impegno dello stesso Andria, che nel 1997 aveva anche conseguito il riconoscimento della Costa d’Amalfi. Le prime edizioni fino al 2012 e le ultime, nel 2018 e 2019, si erano svolte in strutture ricettive alberghiere a circa 6 km dall’area archeologica, mentre dal 2013 al 2017 in tendostrutture e cupole geodetiche nei pressi del sito Unesco. La nuova location, che in occasione dello sbarco durante il secondo conflitto fu utilizzata dalle Forze Alleate quale Quartier Generale del Comandante Clark e poi Ospedale militare, rappresenta la storia economica e sociale del territorio e dunque perfettamente appropriata a svolgere la nuova funzione di infrastruttura culturale al suo servizio e per il suo sviluppo.

Immagine d’epoca del Tabacchificio Capasso a Paestum (foto bmta)

Oltre venti anni fa una indagine storico-urbanistica e progettuale, nata su proposta dell’arch. Fausto Martino nell’ambito di una ricerca di tesi della Facoltà di Architettura di Napoli e sviluppata secondo gli indirizzi forniti dalla stessa soprintendenza BAPPSAE, formulava per il manufatto industriale una proposta di intervento di restauro e riconversione a polo fieristico-espositivo per la promozione delle filiere produttive locali. L’ex Tabacchificio, che era stato magnificato tra le maggiori espressioni dell’archeologia industriale della Piana del Sele da Gillo Dorfles, una delle personalità artistiche più attente, colte e sofisticate del Novecento, rappresenta un esempio mirabile di come agli inizi degli anni Venti l’iniziativa imprenditoriale, dapprima nel settore ortofrutticolo, poi con l’introduzione dell’industria del tabacco, abbia rappresentato un significativo stimolo per lo sviluppo di insediamenti nella Piana del Sele. La prestigiosa testimonianza di archeologia industriale è resto materiale del passato, che attesta la progressiva evoluzione della tecnologia e il conseguente mutamento del paesaggio agricolo circostante. L’archeologia industriale, infatti, fa riscoprire le origini della società moderna, ripercorrendo l’iter dell’attuale progresso: le vecchie fabbriche possono così far rivivere il ricordo degli uomini che vi lavoravano e soprattutto il lavoro femminile delle “tabacchine”.

Reggio Calabria. Per le “Notti d’Estate” al museo Archeologico nazionale terzo appuntamento con Dante e il Planetario Pythagoras di Reggio Calabria. Ospite Fabrizio Mazzucconi su “Dante e la misura del tempo”. Accesso alla terrazza con il Green Pass

Per le Notti d’estate al MArRC, locandina dell’incontro con Fabrizio Mazzucconi su Dante

Terzo appuntamento dedicato a Dante per le “Notti d’Estate al MArRC”. Si torna infatti a parlare di cielo stellato al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria grazie alle sinergie con il Planetario Pythagoras di Reggio Calabria. Sabato 24 luglio 2021, alle 21, la grande terrazza affacciata sullo Stretto ospiterà Fabrizio Mazzucconi, già direttore dell’Osservatorio Astronomico di Arcetri, vicino Firenze. Con Angela Misiano, responsabile scientifico del Planetario reggino, si ragionerà di “Dante e la misura del tempo”, in un dibattito che si inserisce a pieno titolo nelle celebrazioni nazionali per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta. Il professor Mazzucconi, esperto di fama internazionale, torna così a ragionare di scienza a Reggio Calabria, direttamente sotto il cielo stellato del Museo. “Sarà certamente un’opportunità per quanti vorranno ascoltarlo e apprendere lo studio della fisica e della matematica ai tempi di Dante”, commenta la prof.ssa Angela Misiano. La conferenza sulla terrazza del MArRC sarà un’anticipazione della Settimana dell’Astronomia, che si svolgerà a partire da lunedì 26 luglio 2021 nel borgo di Riace, dove furono ritrovate le statue orgoglio di tutta la Calabria. Siamo lieti di poter ancora una volta contribuire come Planetario a eventi di prestigio, grazie alla collaborazione con il Museo e il suo direttore Malacrino”. E il direttore del MArRC, Carmelo Malacrino, commenta: “Ogni serata sulla terrazza del Museo si sta trasformando in una festa della cultura, affacciata sul paesaggio mitico di Scilla e Cariddi. Arte, musica, scienza e letteratura vengono declinate ogni volta in eventi sempre diversi, ricchi di mille suggestioni. In questo senso ci è sembrato importante includere nella programmazione anche tutti gli eventi dedicati a Dante che non abbiamo potuto ospitare in primavera, a causa dell’emergenza Coronavirus. Un omaggio al Sommo Poeta, di cui quest’anno ricorre un grande anniversario. Finalmente il Museo – conclude Malacrino –, dopo mesi di chiusura, in queste settimane continua a registrare grande interesse da parte del pubblico e degli appassionati di arte e archeologia. Pur mantenendo alta l’attenzione verso i rigidi protocolli di sicurezza, siamo fiduciosi di poter tornare presto alla normalità. Reggio e la Calabria hanno sete di socializzazione, confronto e cultura. E noi per le celebrazioni del prossimo anno siamo già pronti a promuovere i Bronzi di Riace come simboli del Mediterraneo”. I protocolli di sicurezza impongono ai visitatori il distanziamento e l’uso del gel disinfettante e della mascherina negli spazi chiusi, nonché il possesso del Green Pass per la partecipazione agli eventi serali all’aperto sulla terrazza.