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Taranto. Nuovo appuntamento al museo Archeologico nazionale di “MArTA in MUSICA – Le matinée domenicali”: “Duologues” con Roberto Ottaviano al sax e Francesco Lomagisto alla batteria

Domenica 22 maggio 2022, alle 11.45, nella sala multimediale del museo Archeologico nazionale di Taranto nuovo appuntamento della rassegna “MArTA in MUSICA – Le matinée domenicali” realizzate dal museo Archeologico nazionale di Taranto e dall’Orchestra della Magna Grecia: al MArTa “Duologues”: Roberto Ottaviano al sax e Francesco Lomagisto alla batteria. Il biglietto (costo 8 euro) per assistere a “Duologues” di domenica 22 maggio potrà essere acquistato nella sede dell’Orchestra della Magna Grecia (a Taranto, in via Ciro Giovinazzi n° 28) e su https://www.eventbrite.it/…/biglietti-marta-in-musica… All’ingresso del MArTA il giorno del singolo concerto sarà consegnato ad ogni possessore del biglietto del singolo concerto un coupon della validità di una settimana (dalla domenica del singolo evento al sabato successivo) che darà diritto ad un ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Taranto. Il coupon ha validità dalla domenica del singolo evento concertistico fino al sabato successivo e deve essere utilizzato tassativamente entro lo stesso periodo per la prenotazione e per l’ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Taranto inserendo il codice coupon sulla piattaforma e-ticketing del museo Archeologico nazionale di Taranto: https://www.shopmuseomarta.it. L’ingresso al Museo del possessore del coupon è condizionato in ogni caso al numero di posti disponibili nella fascia oraria selezionata.

Roma. “La luna sul Colosseo”: il parco archeologico del Colosseo riprende le visite notturne dell’anfiteatro flavio con Electa e CoopCulture. Nuovo percorso: dall’antica Roma (piano dell’arena e sotterranei) a quella cristiana. Novità: la veduta ideale della città di Gerusalemme con videomapping

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L’anfiteatro flavio illuminato per le visite notturne: torna “La luna sul Colosseo” (foto PArCo)

Tornano le serate al Colosseo con nuove emozioni. Il parco archeologico del Colosseo riprende da venerdì 20 maggio 2022 le visite notturne dell’anfiteatro flavio, in collaborazione con Electa e Coopculture. Per questa edizione 2022 de “La luna sul Colosseo” è stato messo a punto un nuovo percorso. La visita guidata affronta sia la storia più nota del monumento, quella dell’anfiteatro nell’antica Roma raccontata attraversando il piano dell’arena e i sotterranei, sia quella cristiana. Quest’ultima prende l’avvio dal dipinto murario del XVII secolo raffigurante una veduta ideale della città di Gerusalemme: grande novità del percorso di quest’anno. Tutti i venerdì e i sabato da maggio a dicembre, e solo tra giugno e ottobre giovedì-venerdì-sabato, la visita riservata a non più di 25 persone ingloba l’esteso percorso dei sotterranei. Orari visite guidate in italiano e in inglese, dalle 20 alle 22.30. Biglietti: 25 euro, intero; 22 euro, ridotto (gruppi/intero slot a tariffa fissa/adulti con under 25); 20 euro, young under 25. Info e prevendita: t. 06.39967700 lunedì-domenica 9-17. www.coopculture.it.

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Il percorso illuminato degli ipogei per le visite notturne nei sotterranei del Colosseo nell’ambito de “La luna sul Colosseo” (foto PArCo)

L’itinerario attraversa le gallerie e passaggi in cui si svolgevano i preparativi degli spettacoli, dove erano stoccati i materiali scenici e dove gli animali, chiusi in gabbie, venivano poi caricati sui montacarichi per raggiungere il piano dell’arena per le venationes, le famose scene di caccia. L’arena era anche teatro dei combattimenti tra gladiatori. Attraversando una passerella di più di 160 metri le viscere del monumento non avranno più segreti e, con il favore della notte, si potrà rivivere appieno l’atmosfera che avvolgeva quegli spazi.

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Il videomapping della veduta ideale – a volo d’uccello – della città di Gerusalemme sull’arco di fondo del fornice occidentale, la cosiddetta Porta Trionfale del Colosseo (foto PArCo)

Nel percorso di visita si inserisce per la prima volta la lettura multimediale del dipinto che raffigura una veduta ideale – a volo d’uccello – della città di Gerusalemme, posto sull’arco di fondo del fornice occidentale, la cosiddetta Porta Trionfale: la stessa dalla quale entravano i gladiatori e le belve che si affrontavano sull’arena. Della durata di 7 minuti, le videoproiezioni, ideate e curate dal parco archeologico del Colosseo e realizzate da Karmachina con Electa, occupano lo spazio delle due lunette del fornice occidentale: da un lato una selezione di 22 scene rappresentate nel dipinto, posto a 8 metri d’altezza, dall’altra l’incisione con la stessa iconografia di Antonio Tempesta del 1601. La narrazione immersiva, favorita dalla luce fioca della sera, consente di mettere a fuoco i racconti del Vecchio e Nuovo Testamento contenuti nel dipinto: le vicende della Passione e Resurrezione di Gesù con le croci che rappresentano il Gòlgota; la stella cometa premonitrice della distruzione di Gerusalemme, al di sotto della quale sfilano figure di profeti, e dove si riconoscono l’adorazione di Moloch e il martirio di Isaia.

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Via Crucis: la croce all’interno del Colosseo (foto PArCo)

Il dipinto ricorda che il Colosseo ha continuato a vivere anche dopo la fine dell’impero romano. In particolare, nel 1750 per volontà di Papa Benedetto XIV è diventato sede dell’ormai tradizionale via Crucis, allo scopo di rafforzare il senso della missione storica del papato. La visita prosegue, infatti, passando davanti a una delle edicole della via Crucis e alla croce, entrambe poste lungo il perimetro dell’arena. Qui termina l’itinerario con lo straordinario affaccio sulla complessa ossatura dei sotterranei e sulla vastità degli spalti della cavea, scavati dalle ombre della notte e che ospitavano oltre 60 mila spettatori.

Taranto. Per le “Conferenze al MArTa”, al museo Archeologico nazionale il prof. Emanuele Stolfi (università di Siena) relaziona su “Giustizia e potere nella cultura greca del V secolo a.C.: tragici e storici”

taranto_conferenze-marta_giustizia-e-potere-nella-cultura-greca_locandinaVenerdì 20 maggio 2022, alle 18, il museo Archeologico nazionale di Taranto, in collaborazione con il Dipartimento Jonico in Sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo. Società, Ambiente, Culture dell’università di Bari “Aldo Moro”, l’università di Siena e l’associazione italiana di Cultura Classica (AICC)- delegazione di Taranto “Adolfo Mele”, organizza un’importante conferenza con uno dei maggiori esperti italiani di cultura giuridica dell’antica Grecia, di diritti greci e di fondamenti romanistici del diritto europeo. Si tratta del prof. Emanuele Stolfi, professore ordinario di Fondamenti romanistici del diritto europeo, Diritti greci e Diritto e letteratura dell’università di Siena che, per l’appuntamento del MArTA , relazionerà su “Giustizia e potere nella cultura greca del V secolo a.C.: tragici e storici”. Ingresso gratuito limitato esclusivamente alla sala Incontri. Per accedere alle sale espositive è necessario acquistare il biglietto di ingresso. “Un percorso interno a due grandi laboratori del pensiero politico (e della coscienza giuridica) dell’Occidente: la poesia tragica e l’analisi storiografica fiorite nell’Atene del V secolo a.C. Attraverso un approccio intersettivo, sulle tracce di motivi ricorrenti in saperi diversi e in apparenza lontani”, spiega il prof. Emanuele Stolfi, “si cercherà di far emergere alcune cruciali questioni che furono allora sollevate attorno a senso e implicazioni della giustizia, natura e derive del potere, prestazione egualitaria della legge, criticità della democrazia e rischi sempre incombenti di torsioni autocratiche”.

Adria. Al museo Archeologico nazionale per “Padusa incontri” pomeriggio su “Etruschi e Greci in Polesine. Novità archeologiche tra San Cassiano, Adria e San Basilio” con le ricerche portate avanti dalle università di Bologna, Padova e Venezia

Per “PADUSA incontri” appuntamento venerdì 20 maggio 2022, alle 14.30, al museo Archeologico nazionale di Adria con la conferenza “Etruschi e Greci in Polesine. Novità archeologiche tra San Cassiano Adria e San Basilio”. Programma: 14.30, accoglienza; 14.45, saluti delle Autorità (Comune di Adria, Fondazione Cariparo, Comune di Ariano nel Polesine, Comune di Crespino); 15, introduzione: Alberta Facchi (MAN Adria), Giovanna Falezza (Soprintendenza ABAP VR RO VI), Paolo Bellintani (CPSSAE); 15.15: modera e introduce: Giuseppe Sassatelli (UniBO); 15.30, Maurizio Harari (UniPV), Raffaele Peretto (CPSSAE), Federica Wiel-Marin su “San Cassiano, il Cavaliere e altre storie del Polesine etrusco”; 15.55, Giovanna Gambacurta (UniVE), Silvia Paltineri (UniPD) su “San Basilio. Le nuove indagini nell’insediamento preromano (2018-2021)”; 16.20 – 16.50, pausa caffè; 16.50, modera e introduce: Simonetta Bonomi (Soprintendenza ABAP FVG); 17.05, Maurizio Harari (UniPV) presenta il volume “Iscrizioni della città etrusca di Adria. Testi e contesti tra Arcaismo ed Ellenismo” di Andrea Gaucci; 17.30, Maria Cristina Vallicelli (Soprintendenza ABAP VE MET), Claudio Balista su “Adria – nuovi dati sulla storia dell’abitato – i carotaggi del progetto VALUE”; 18, chiusura lavori (Simonetta Bonomi). La partecipazione alla giornata è libera. Consigliata la prenotazione allo 0426 21612.

L’area archeologica di San Basilio, vicino ad Ariano Polesine: i reperti sono al museo di Adria (foto drm-veneto)

Incentrata sulle evidenze archeologiche etrusche e greche e frutto di collaborazione tra CPSSAE (Centro polesano studi storici archeologici ed etnografici), Direzione regionale Musei Veneto, Soprintendenze ABAP di Verona e di Padova, la giornata intende illustrare al territorio gli esiti dei più recenti studi di archeologia e delle ricerche sul campo condotti tra Adria, San Basilio di Ariano nel Polesine e San Cassiano di Crespino dalle università di Bologna, Padova e Venezia in collaborazione con i tre Enti organizzatori della giornata. Numerose Istituzioni e Amministrazioni comunali hanno sostenuto negli anni le ricerche oggetto di questa giornata, tra cui la Fondazione Cariparo con il progetto “Ritorno a San Basilio” e l’Ente Parco regionale veneto Delta del Po attraverso il progetto europeo VALUE. La pluralità di soggetti pubblici e privati coinvolti nello studio dell’antico Polesine, tra cui ricordiamo l’impegno per la ripresa delle indagini a Frattesina di Fratta Polesina, è il segno più evidente della possibilità per il territorio di collaborare nell’ottica della formazione di un “sistema” di archeologia partecipata, nella consapevolezza che proprio l’archeologia rappresenti un forte elemento identitario del Polesine e in particolare dell’area deltizia.

Belgrado. Alla XXII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico l’Italia – il Paese ospite – è presente con quattro film portati dall’IIC di Belgrado grazie alla collaborazione del RAM film festival

La locandina della XXII rassegna internazionale del cinema archeologico di Belgrado

Dal 20 al 26 maggio 2022, il museo nazionale di Belgrado ospita nell’atrio la XXII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Belgrado, organizzata dal museo nazionale di Belgrado in collaborazione con principali istituzioni culturali serbe e internazionali attive nella capitale serba. La Rassegna offre agli esperti del settore e al vasto pubblico di appassionati la possibilità di conoscere le produzioni più recenti nel settore dell’archeologia e delle discipline affini. Nei sette giorni di programmazione saranno 31 i film proposti da dieci Paesi diversi, tra cui l’Italia. Proprio grazie all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, uno dei principali promotori della Rassegna fin dalla prima edizione, l’Italia, Paese ospite di questa edizione, presenta quattro documentari messi a disposizione dell’IIC Belgrado dai loro autori con la preziosa collaborazione del RAM film festival della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Ad inaugurare la Rassegna venerdì 20 maggio alle 18.30 sarà il documentario “Langobardi Alboino e Romans” (2021) di Simone Vrech. Seguiranno nei giorni successivi: sabato 21, “Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Scrigno di civiltà” (2021) di Laura Pintus, lunedì 23, “Etiopia. “Lontano” lungo il fiume” (2021) di Lucio Rosa e giovedì 26 maggio chiuderà la rassegna “Agalma” (2020) di Doriana Monaco. Tutti i documentari saranno presentati in versione originale italiana, con sottotitoli in lingua serba.

Venerdì 20 maggio: “Langobardi Alboino e Romans” di Simone Vrech (Italia, 2021; 53’). Produzione: Matteo Grudina. Un innovativo docufilm sul mondo longobardo che, attraverso un equilibrio tra cinema e divulgazione storica ed archeologica, racconta la storia del re Alboino, dell’arrivo del popolo longobardo nella penisola italiana, e della nascita del villaggio di Romans, importante presidio militare friulano che ci ha restituito una delle più grandi necropoli longobarde d’Italia. Nell’anno 551, dopo una grande vittoria contro i Gepidi, emerge la figura dell’eroe Alboino che da quel momento entra nella storia. Seguiranno anni di gloria e di imprese fino a giungere al suo destino fatale a Verona nel 572 ed alla nascita del suo mito. Nel mezzo delle vicende di questo re leggendario verranno mostrate immagini innovative e dal forte impatto emozionale, dove si vedrà come viveva il popolo longobardo a Romans, un importante crocevia della pianura friulana dove uomini e donne svilupparono un villaggio che ancor oggi esiste.

Sabato 21 maggio: “Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Scrigno di civiltà” di Laura Pintus (Italia, 2021; 52’). Produzione: Rai – Tg2. Tra capolavori dell’arte e siti archeologici, i miti della Magna Grecia riemergono nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il direttore Paolo Giulierini mostra alle telecamere del Tg2 i gioielli del più importante museo per l’archeologia classica al mondo, tra cui il celeberrimo mosaico di Alessandro, ritrovato a Pompei nell’800; un viaggio tra passato e presente, tra usi e costumi, in cui rispecchiarsi.

Lunedì 23 maggio: “Etiopia. “Lontano” lungo il fiume” di Lucio Rosa (Italia, 2021; 44’). Produzione: Studio Film TV. È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo. Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tutt’ora vivide. Natura e uomo indissolubilmente intrecciati danno forma e razze ed etnie adagiate su un mosaico inclinato e multiforme. Occidentali, è d’obbligo denudarsi senza indugio se vogliamo tentare di cogliere le anime originarie e ancestrali della valle dell’Omo. Solo così può emergere un pensiero d’Africa remota, in equilibrio sui pilastri ancestrali della magia e delle origini dell’uomo. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Karo, dei Konso, dei Mursi, degli Hamer, dei Dassanech, degli Arbore, dei Borana. Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate. La minaccia resta intatta e la distruzione di queste fragili e preziose culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. Sarà così?

Giovedì 26 maggio: “Agalma” di Doriana Monaco (Italia, 2020; 54’). Produzione: Parallelo 41 Produzioni. Napoli. Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico che ospita il Museo Archeologico Nazionale, un vortice di attività offre nuovo respiro a statue, affreschi, mosaici e reperti di varia natura. Il film osserva ciò che accade ogni giorno negli ambienti del museo, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori, alle prese con interventi delicatissimi che necessitano di cura e tempo, e manutenzione costante. Le opere che vivono e vibrano da secoli sono monitorate come corpi viventi. Tutto ciò accade mentre giungono visitatori da ogni parte del mondo, popolando le numerose sale espositive sotto l’occhio apparentemente impassibile delle opere che sono protagoniste e spettatrici a loro volta del grande lavorio umano. Tutto fa emergere il museo come grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale. Agalma (dal greco “statua”, “immagine”) coglie la bellezza del museo non solo nell’evidenza della sua incantevole esposizione dell’arte classica, ma anche nelle relazioni intime e altrimenti invisibili che si realizzano al suo interno: il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana; il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del museo.

Roma. Per “Dialoghi in Curia”, presentazione del volume “Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda” a cura di Françoise Villedieu. Incontro in presenza e on line

roma_dialoghi-in-cuiria_vigna-barberini-III_cenatio-rotunda_locandinaPer il ciclo “Dialoghi in Curia” promosso dal parco archeologico del Colosseo giovedì 19 maggio 2022 la Curia Iulia ospita a partire dalle 16 la presentazione del volume “Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda” a cura di Françoise Villedieu, Aix-Marseille Université, CNRS, CCJ. Il volume raccoglie i risultati delle campagne di scavo effettuate nel 2009, 2010 e 2014 nell’angolo nord-orientale della Vigna Barberini, sul Palatino. Presentano Manuel Royo, Université de Tours, Département d’Histoire de l’Art; Domenico Palombi, Sapienza Università di Roma. Introducono Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo; Brigitte Marin, direttrice dell’École française de Rome. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti via eventbrite https://www.eventbrite.it/e/328769928707. Ingresso da Largo della Salara Vecchia n.5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di indossare la mascherina. A seguire, visite guidate allo scavo prenotabili direttamente in Curia Iulia. L’incontro sarà anche trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo: https://www.facebook.com/parcocolosseo.

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Copertina del libro “Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda” a cura di Françoise Villedieu

Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda. Questo libro presenta i risultati delle tre campagne di scavo effettuate nel 2009, 2010 e 2014 nell’angolo nord-est della Vigna Barberini, sul Palatino. Rimandando una debole eco dell’occupazione del sito alle origini della città, portano invece testimonianze fondamentali sulle conquiste dell’epoca imperiale. Esse consentono di seguire le tappe principali effettuate prima del 2000 nel settore meridionale, rivelando nuovi sviluppi che completano i piani elaborati in precedenza e che consentono di specificare determinate date. Oltre il III secolo, i risultati dell’indagine divennero molto modesti, gli interventi dell’era moderna avevano profondamente sconvolto i livelli precedenti. Mentre a sud, la terrazza flavia succedette direttamente ad una domus augustea, a nord, tra questi due episodi intervenne la costruzione di un edificio dalle notevoli caratteristiche architettoniche e tecniche, databile dall’epoca neroniana. Si tratta di un’enorme torre a pianta circolare, che fu sepolta sotto il terreno della terrazza flavia; sopra di essa probabilmente sorgeva una tholos, che fu poi completamente smantellata. La datazione dell’edificio, la sua pianta circolare e soprattutto la presenza di indizi che suggerivano che il pavimento della tholos fosse mobile e che la sua rotazione fosse assicurata da un meccanismo le cui tracce sono conservate nel seminterrato, portarono a proporre di identificarlo con la sala da pranzo rotante del palazzo di Nerone (la cenatio rotunda) descritta da Svetonio. I dossier dedicati all’edificio neroniano mirano non solo a fornire alla comunità scientifica un’esposizione estremamente precisa dei dettagli di questa costruzione, tanto unica quanto complessa, ma anche a tentare di trovare parallelismi, quindi a proporre proposte per interpretazione e ricerca di precedenti, per collocare i resti nel loro contesto topografico, culturale e ideologico, pur facendo riferimento alle conoscenze scientifiche dei contemporanei di Nerone.

Chieti. L’università D’Annunzio presenta, in presenza e on line, i risultati della prima campagna di scavi nella necropoli settentrionale di Vulci nell’area, localmente, denominata come Poggio o Punta delle Urne: finora identificate 25 sepolture ad incinerazione sia del tipo a pozzetto circolare che a fossa con risega

chieti_università_scavi-a-vulci_preentazione-risultati_locandinaNel mese di novembre 2021, tra il giorno 8 e il 26, si è svolta la prima campagna di scavi nella necropoli settentrionale di Vulci nell’area, localmente, denominata come Poggio o Punta delle Urne. L’origine del nome, non presente nella cartografia, si deve al ritrovamento, occasionale, da parte di scavatori clandestini, nel 1964, della “famosa” urna capanna in bronzo attualmente esposta nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Le ricerche, autorizzate con concessione per il triennio 2021-2024 dalla Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del ministero per la Cultura su parere favorevole della soprintendenza Abap di Viterbo e l’Etruria meridionale, sono state condotte, in piena e totale collaborazione con il parco archeologico e naturalistico di Vulci, dall’università Gabriele D’Annunzio di Chieti Pescara, titolare il professor Carmine Catenacci, direttore il professor Vincenzo d’Ercole. Giovedì 19 maggio 2022, incontro in presenza e on line sugli scavi Ud’A a Vulci “Risultati della campagna di scavo archeologico 2021”. Appuntamento alle 11, in aula Giuntella, Edificio di Lettere e Beni culturali, Campus universitario di Chieti. E on line al link https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3aM-vxYp2sRXlKmV0MSxpzpHazhXlip4GGjXn_5n7qtRY1%40thread.tacv2/1651076556425?context=%7b%22Tid%22%3a%2241f8b7d0-9a21-415c-9c69-a67984f3d0de%22%2c%22Oid%22%3a%226ab30605-6d99-4ae7-8d14-6d23169ad66d%22%7d.

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I vasti panorami che ci regala il parco archeologico naturalistico di Vulci (foto graziano tavan)

È stata esplorata un’area di 100 mq situata nel punto più alto della lingua di terra che si trova fra Casaletto Mengarelli ad Est e il Casale dell’Osteria ad Ovest. Nell’area di scavo, non esaustivamente esplorata, sono state, finora, identificate 25 sepolture ad incinerazione sia del tipo a pozzetto circolare che a fossa con risega. La maggior parte delle sepolture era stata manomessa sia dalle lavorazioni agricole, che avevano tagliato ed asportato la parte superiore delle urne cinerarie (colli ed orli dei biconici), che dagli interventi dei clandestini particolarmente devastanti nei casi delle tombe più monumentali: a fossa e a camera? Alcune sepolture a pozzetto, tombe 2, 3 e 6, collocate nella porzione di banco geologicamente più solido, nell’angolo nord ovest dell’area indagata, risultavano vuote, prive cioè di ogni reperto archeologico e antropologico: asportato in antico? Potrebbe infatti trattarsi dei resti di contesti ad incinerazione scavati nei secoli scorsi e non posizionate esattamente sul terreno. Sul lato orientale dello scavo si individua un altro pozzetto già svuotato, tomba 24, eccezion fatta per i resti di rogo rinvenuti sul fondo. Visibili solo in parte e pertanto non indagate risultano una fossa posizionata nell’angolo nord ovest, tomba 5, e i pozzetti numero 14, 17, 18 e 23 collocati nel settore orientale dello scavo. L’area meglio conservata è risultata essere quella sud-orientale dello scavo nella quale il banco di base risultava meno solido e compatto non permettendo ai “forini” dei tombaroli di distinguere, con precisione, tra il terreno in posto, di maggiore consistenza, e quello di riempimento delle sepolture più morbido e “penetrabile” con le punte degli spiedi (gli strumenti in ferro a forma di T). In questa zona è stato individuato un “grappolo” di pozzetti per incinerazioni manomessi solamente dalle arature meccaniche degli ultimi 70/80 anni. In particolare è stata portata alla luce la tomba 1, di 50 cm di diametro, pertinente ad un individuo femminile di circa 18/20 anni di età con un corredo composto da un biconico tagliato poco sopra il punto di massima espansione, all’interno del quale erano state deposte due fibule in bronzo, frammenti di lamina in bronzo decorata a sbalzo, gancetti metallici ed una fuseruola biconica in ceramica. La tomba 1 era stata tagliata dalla sepoltura numero 7 nella quale si rinvengono frammenti dell’urna cineraria con la base ancora in situ e degli anellini in bronzo. Sul lato sud-ovest della sepoltura precedente, di 80 cm di diametro, una lastra quadrangolare in pietra copriva un pozzetto di circa 40 cm di diametro che conteneva, ancora in situ, un biconico coperto da una scodella (tomba 7bis). All’interno dell’urna, oltre ai resti di un individuo infantile di 2/3 anni di età alla morte, vi era una fibula in bronzo. Ai margini occidentali di questo gruppo di sepolture è venuta alla luce la tomba 11 che ha restituito, oltre alla scodella e al biconico in frammenti, un “ricco” corredo, sempre di carattere femminile, con due scaraboidi in fayence con incastonatura mobile in argento, una tazza carenata, 158 borchiette di bronzo, vaghi in ambra, pasta vitrea ed argento, tre elementi tubolari di collana in bronzo. Il “grappolo” di sepolture si chiude, per ora, con la tomba 25 contenente l’urna biconica ed una armilla in bronzo. L’area centrale dello scavo è caratterizzata dalla presenza di grandi pozzetti circolari di oltre un metro di diametro che hanno suscitato l’interesse degli scavatori clandestini: tra questi si segnala la tomba 16, coperta da un grande lastrone circolare, con un orciolo decorato a lamelle metalliche, un rocchetto, due fibule in bronzo, vaghi ed anellini in ambra e bronzo, tre pendenti tubolari, biconici, in bronzo. La sepoltura più recente (seconda metà VIII secolo a. C.) portata alla luce è la tomba 4, una corta fossa con risega su cui poggiavano le lastre di copertura rinvenute cadute in cui era deposto un incinerato in biconico con articolato corredo femminile formato da uno scaraboide, una coppia di alari in ferro, una fuseruola, elementi in bronzo, coppe baccellate in impasto bruno della caratteristica produzione vulcente ed almeno una decina di vasi scampati al saccheggio dei violatori di tombe etrusche. Allo scavo hanno partecipato, oltre a studenti e laureati delle Università di Chieti-Pescara, Roma Sapienza e Padova, specializzandi dell’Istituto Centrale per il Restauro coordinati da Vilma Basilissi, antropologi fisici diretti da Alfredo Coppa e Francesco di Gennaro.

Roma. Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia lancia il progetto di restauro della statua della Latona di Veio, a 106 anni dalla scoperta dell’eccezionale gruppo del santuario del Portonaccio a Veio: il cantiere direttamente nella sala 40 del museo, in partnership culturale con Carbonetti e Associati Studio Legale 

roma_villa-giulia_restauro-latona-di-veio_locandinaIl 19 maggio 1916, 106 anni fa, l’eccezionale ritrovamento del gruppo scultoreo che coronava la sommità del tempio di Portonaccio, fra cui l’Apollo, l’Eracle e l’Hermes.  Oggi, 18 maggio 2022, Giornata Internazionale dei Musei, a ridosso quindi di quella data significativa, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ha presentato il cantiere di restauro della statua della Latona di Veio, opera identitaria del Museo, eccezionale scultura in terracotta policroma risalente al 510-500 a.C. (scoperta però nel 1939-40), appartenente al gruppo del santuario di Portonaccio. “La scelta di collocare il lancio del cantiere nella Giornata Internazionale dei Musei rafforza il messaggio promosso quest’anno dall’ICOM a livello mondiale: il potere dei musei nella società e il valore delle relazioni con il territorio per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale”, afferma il direttore Valentino Nizzo. L’intervento di restauro, quanto mai necessario, è stato reso possibile grazie alla partnership culturale con Carbonetti e Associati Studio Legale che ha deciso di sostenere economicamente l’intervento conservativo di questa opera così delicata che fu restaurata oltre 60 anni fa, alla metà degli anni ’50 del XX secolo. All’epoca, l’opera fu riassemblata in decine di differenti frammenti. Oggi ci appare, quindi estremamente lacunosa e bisognosa di numerose reintegrazioni a completare i panneggi, ma, soprattutto, la zona delle spalle e del collo, al fine di riposizionare correttamente il volto e la nuca. L’intervento sarà effettuato dal restauratore Sante Guido che ha restaurato in passato anche le statue di Apollo e di Eracle, appartenenti al medesimo gruppo scultoreo, e coordinato dal Servizio per la Conservazione del Museo, responsabile Miriam Lamonaca.

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La sala 40 del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia che ospita le grandi statue del santuario del Portonaccio a Veio (foto etru)

Il cantiere di restauro sarà realizzato direttamente nella sala 40 del Museo che ospita il gruppo scultoreo di Portonaccio. Una straordinaria opportunità per il pubblico, quella di assistere in diretta a tutte le operazioni di restauro: dalla campagna fotografica digitale “ante operam” a quella diagnostica per identificare la natura degli ossidi metallici e/o dei pigmenti utilizzati e la composizione dell’argilla, dalle indagini radiografiche alle scansioni 3D che saranno effettuate anche sulle altre sculture veienti: Apollo, Ercole e Hermes. E poi partiranno gli interventi diretti sull’opera che prevedono oltre alla pulitura superficiale e alla rimozione del vecchio protettivo, un delicatissimo intervento di risistemazione della zona del collo e del mento per mezzo di rimodellazione localizzata.

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Nella foto di Giulio Quirino Giglioli il momento della scoperta del gruppo scultoreo di Portonaccio, nel 1916 (foto Archivio fotografico di Villa Giulia)

L’avvio del restauro si colloca – come detto – a ridosso di una data molto significativa per il Museo e per la storia dell’archeologia. Il 19 maggio 1916 è la data dell’eccezionale ritrovamento del gruppo scultoreo in terracotta che coronava la sommità del tempio di Portonaccio nella famosa città etrusca di Veio (oggi in buona parte coincidente con il territorio del Comune di Roma in prossimità di Isola Farnese). La scoperta destò grande attenzione di pubblico. L’Italia era in guerra e il recupero dei reperti – ad opera di Giulio Quirino Giglioli – aveva avuto un effetto beneaugurante anche sulle sorti belliche della Nazione. La scoperta rivoluzionò le conoscenze fino ad allora acquisite sull’arte degli Etruschi ed ebbe una straordinaria influenza sulla cultura e l’immaginario contemporanei. Molti artisti, di fatto, trassero ispirazione dalle sculture veienti anche grazie al loro perfetto stato di conservazione e all’eccezionale policromia che dopo duemilacinquecento anni ancora le caratterizzava, quasi fossero state appena realizzate. L’Apollo, in particolare, incantò tutti ed entrò sin da subito nella rosa dei capolavori universali, opera di un maestro anonimo che nello stesso periodo dovette essere chiamato a Roma da Tarquinio il Superbo per la decorazione del tempio della triade capitolina sul Campidoglio, come attestano diverse fonti letterarie.

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Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

“106 anni fa venivano alla luce le sculture del santuario di Portonaccio a Veio, capolavori senza eguali che hanno rivoluzionato le conoscenze e gli studi sull’arte del mondo etrusco”, dichiara il direttore Valentino Nizzo. “Celebrare l’anniversario di quella scoperta con l’avvio del cantiere di restauro ci sembra quantomai doveroso e siamo felici che Carbonetti e Associati Studio Legale abbia accolto fin da subito il progetto, dimostrando che il sostegno al patrimonio culturale non possa prescindere dalla sensibilità e dall’impegno della comunità in cui il Museo vive e opera”. E il prof. Francesco Carbonetti, fondatore dello Studio legale: “Sentivamo il dovere di dare un contributo al recupero del nostro patrimonio culturale, come già ci è capitato più volte a supporto di ricerche e iniziative in ambito sanitario e scientifico. Lo facciamo perché ci crediamo: essere parte integrante e promotrice di questo momento così cruciale è una diretta conseguenza dello spirito che ha da sempre contraddistinto Carbonetti e Associati e inorgoglisce tutti i nostri colleghi sapere di aver dato fattivo aiuto alla conservazione e valorizzazione di un gioiello del grande tesoro pubblico italiano”.

Palermo. Per gli incontri del mese al museo Archeologico regionale “A. Salinas” presentazione del libro “La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello” di Ferdinando Maurici, direttore della soprintendenza del Mare

palermo_archeologico_presentazione-libro_la-sicilia-archeologica-di-tommaso-fazello_locandinaQuesto mese nell’Agorà del museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, per il ciclo di appuntamenti con studiosi ed esperti di varie discipline organizzati dal Salinas, Ferdinando Maurici della Soprintendenza del Mare parlerà di Tommaso Fazello, considerato uno dei padri fondatori della topografia storica e dell’archeologia. Al domenicano originario di Sciacca e al suo paziente e tenace lavoro di ricerca si deve infatti l’identificazione di numerose città antiche della Sicilia che ha permesso di dare un volto alla carta, fino ad allora pressoché vuota, della Sicilia antica. Il suo De rebus siculis decades duæ, inoltre, è stato e rimane uno strumento quotidiano di lavoro per chiunque studi la Sicilia antica, e non solo: la prima decade può essere considerata anche il primo grande libro di viaggio in Sicilia, la prima opera che – dal Grand Tour all’odierno turismo di massa – ha guidato per secoli generazioni di visitatori. Appuntamento dunque al museo “Salinas” di Palermo mercoledì 18 maggio 2022, alle 17.30, per la presentazione del libro di Ferdinando Maurici “La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello”. Dialogheranno con l’autore Caterina Greco, direttrice del Salinas, e Aurelio Burgio dell’università di Palermo. Ingresso libero da piazza Oivella con mascherina FFP2, fino a esaurimento dei posti disponibili.

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Copertina del libro “La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello”

La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello. Tommaso Fazello (Sciacca, 1498 – Palermo, 1570)  percorse la sua terra descrivendone attentamente le rovine – che egli definì cadavera – e riuscì a individuare e a identificare correttamente la maggior parte delle principali località archeologiche mettendo sullo stesso piano le città antiche, i monumenti della Sicilia greca e poi romana e persino alcuni siti medievali. Al di là di qualche errore e alcune approssimazioni quasi inevitabili, la grandezza di Fazello sta anche nell’impegno profuso nella salvaguardia e nella difesa del patrimonio culturale. Ferdinando Maurici ci accompagna così in questo viaggio, attraverso un ideale colloquio tra passato e presente.

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Ferdinando Maurici è il nuovo soprintendente del Mare della Regione Siciliana

Ferdinando Maurici è direttore della Soprintendenza del Mare, è stato direttore del Parco archeologico di Monte Iato, del Museo Interdisciplinare di Terrasini, della Fototeca del Centro Regionale Inventario e Catalogazione e delle sezioni archivistica e bibliografica della Soprintendenza di Trapani. Specializzato in Archeologia Cristiana e Medievale, ha al suo attivo oltre trecento pubblicazioni e diverse docenze universitarie, dottorati di ricerca, oltre a diverse attività di coordinamento e ricerca per conto della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. In particolare, come dirigente per i beni archeologici della Soprintendenza del Mare – nata nel 2004 dall’intuizione e dalla volontà di Sebastiano Tusa – ha seguito le prospezioni in alto fondale nell’isola di Ustica con la scoperta di un relitto di epoca romana; le indagini di archeologia subacquea in alto fondale nel mare delle Isole Egadi a bordo della nave oceanografica Hercules della RPM Nautical Foundation, che hanno portato lo scorso anno alla scoperta di due nuovi rostri e di un relitto tardoantico-bizantino. Sempre per la Soprintendenza del Mare, ha collaborato all’individuazione di un nuovo possibile itinerario sommerso a Marettimo. E ancora, ha collaborato nell’estate del 2021 con i subacquei altofondalisti della SDSS nel recupero di altri rostri nello specchio di mare della battaglia delle Egadi del 241 a.C.; ha coordinato le attività svolte in collaborazione con la Bayerische Gesellschaft für Unterwassearchäologie (Società Bavarese per l’Archeologia Subacquea) a Mozia e Eraclea Minoa. È co-progettista dei lavori di scavo e indagine preliminare del relitto romano denominato “Marausa 2”.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, nell’ambito del ciclo di conferenze “Taras e i doni del mare. Oltre la Mostra. Conversazioni sul mare e le sue risorse”, appuntamento on line con Carmela Roscino (università di Bari) su “MareMiti. Scene mitologiche di ambientazione marina in Grecia e in Magna Grecia”, introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale

taranto_mercoledì-del-marta_maremiti_carmela-roscino_locandinaÈ il tempo dei Miti nel ciclo di conferenze “Taras e i doni del mare. Oltre la Mostra. Conversazioni sul mare e le sue risorse” inserito nei “Mercoledì del Marta” con il coordinamento scientifico della direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, e dei professori Danilo Leone e Maria Turchiano dell’università di Foggia. Il ciclo di incontri è offerto al pubblico dal progetto FISH&C.H.I.P.S. (Fisheries and Cultural Heritage, Identity, Participated Societies), realizzato grazie al Programma Interreg V-A Greece-Italy. Mercoledì 18 maggio 2022, alle 18, in diretta su Facebook, YouTube e Linkedin del museo Archeologico nazionale di Taranto, conferenza della prof.ssa Carmela Roscino , professore associato di Archeologia e storia dell’arte greca, Storia dell’archeologia e Iconografia e iconologia del mondo classico dell’università di Bari “Aldo Moro”, su di “MareMiti. Scene mitologiche di ambientazione marina in Grecia e in Magna Grecia”. La conversazione sarà introdotta dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, e dai professori Danilo Leone e Maria Turchiano dell’Università di Foggia.

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Vaso a figure nere, conservato al museo Archeologico nazionale di Taranto, con scene di miti legati al mare (foto MArTa)

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La prof.ssa Carmela Roscino (università di Bari)

“Nell’immaginario mitico della Grecia antica, il mare non è semplicemente il medium liquido della comunicazione tra terre lontane, ma paesaggio del mistero, dell’ignoto e del sogno, mondo parallelo popolato da esseri divini e mostruosi, spazio di imprese eroiche avventurose, sede dell’incredibile che si avvera, luogo simbolico di vita, morte e rinascita”, afferma la prof.ssa Carmela Roscino. “Tutto ciò è raccontato nelle storie archetipiche di dei ed eroi e trasposto in immagini nell’immenso repertorio dell’arte figurativa ellenica. Nel corso della nostra conversazione, entreremo insieme in questo mondo straordinario e affascinante prendendo le mosse da alcuni dei più significativi materiali conservati al MArTA”. E la direttrice Eva Degl’Innocenti: “Alcuni esemplari di ceramica conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto ci consentiranno di compiere questo viaggio nel tempo e nel mito attraverso le storie di Eracle e Giasone, Europa e Andromeda, tra l’avventura e il mistero, racconti d’amore e morte attorno al mare, alla scoperta dei mille significati rivestiti dal mare per l’osservatore antico”.