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Mazara del Vallo (Tp). Scoperto relitto di epoca romana (II-I sec. a.C.) dal nucleo TPC dei Carabinieri: centinaia di anfore. Giuli: “Una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni”

Centinaia di anfore nel relitto di epoca romana (II-I sec. a.C.) scoperto a Mazara del Vallo dal nucleo TPC dei Carabinieri (foto tpc-mic)

Un relitto di epoca romana, presumibilmente databile tra il II e il I secolo a.C., è stato individuato a circa tre miglia dalla costa di Mazara del Vallo, a una profondità di 46 metri. Sul fondale sono presenti centinaia di anfore, prevalentemente del tipo Dressel 1A, due ceppi d’ancora in piombo e un’altra struttura dello stesso materiale.

Ceppi d’ancora in piombo del relitto di epoca romana (II-I sec. a.C.) scoperto a Mazara del Vallo dal nucleo TPC dei Carabinieri (foto tpc-mic)

La scoperta è avvenuta nel corso di un sopralluogo congiunto condotto dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Palermo, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e dal Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina, con il supporto della Motovedetta dei Carabinieri di Trapani, a seguito della segnalazione di privati cittadini.

Rilevazioni del relitto di epoca romana (II-I sec. a.C.) scoperto a Mazara del Vallo dal nucleo TPC dei Carabinieri (foto tpc-mic)

Il sito sarà ora oggetto di ulteriori attività di documentazione e approfondimento da parte della soprintendenza del Mare, dirette a ricostruire il contesto archeologico e ad adottare le necessarie misure di Tutela.

“È una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Mi congratulo con l’Arma dei Carabinieri, con i suoi reparti specializzati, e con la soprintendenza del Mare della Regione Siciliana per la competenza e la dedizione che hanno reso possibile questo risultato. Il mare continua a restituirci frammenti preziosi della nostra storia e il relitto di Mazara del Vallo ci parla degli uomini, delle rotte e degli scambi che fecero del Mediterraneo un crocevia di civiltà. La ricerca proseguirà per svelarne la storia e consegnarla alla collettività”.

Un libro al giorno. “Un ostrearum vivarium nella laguna di Venezia” di Carlo Beltrame sui risultati dello scavo subacqueo nel sito di Lio Piccolo

Copertina del libro “Un ostrearum vivarium nella laguna di Venezia” di Carlo Beltrame

È uscito per i tipi di Edipuglia il libro “Un ostrearum vivarium nella laguna di Venezia” di Carlo Beltrame. Nel libro vengono presentati i risultati dello scavo subacqueo, in acque torbide, condotto dal dipartimento di Studi umanisitici nel sito di Lio Piccolo, nella laguna di Venezia, tra il 2022 e il 2025. Le indagini, condotte anche per mezzo della fotogrammetria digitale, hanno permesso di documentare un vivarium per mantenere vive le ostriche, costruito in mattoni con un alzato in tavole di legno e munito di due coppie di gargami per cataractae interne sempre in legno. All’interno della vasca sono state trovate centinaia di ostriche conservate grazie ad un rapido ricoprimento. Si tratta di una struttura che ha un unico confronto nel mondo antico con una vasca simile trovata vicino a Narbonne. Grazie a numerose analisi al C 14 e dendrocronologiche, la costruzione della vasca può essere fatta risalire alla seconda metà del 1° secolo d.C. mentre la stratigrafia suggerisce un suo seppellimento entro la fine del 2° secolo. La struttura è collegata alle sottofondazioni in pali di un importante edificio che la presenza di centinaia di frammenti di affresco di pregio, di frammenti di marmo e di altri materiali permette di interpretare come una dimora di pregio, forse una di quelle ville marittime menzionate da Marziale quando parla di Altino. Lo studio del contesto è stato condotto in collaborazione con biologi impegnati nell’analisi delle ostriche, archeobotanici, che hanno lavorato sullo studio dei macroresti organici e del polline, geologi e dendrocronologi. Il sito di Lio Piccolo è il primo di età romana che viene scavato sistematicamente e in maniera stratigrafica e interdisciplinare nella laguna di Venezia e uno dei primi contesti subacquei in acque torbide, in assoluto, ad essere documentato per mezzo della fotogrammetria.

Grande Pompei. Nuove ricerche bioarcheologiche sulle vittime scoperte nella Villa B di Oplontis attestano una dieta prevalentemente composta da grano e orzo, legumi e altri prodotti agricoli locali. Le nuove ricerche pubblicate sul Journal of Archaeological Science: Reports

Grande Pompei: ambiente 10 della Villa B di Oplontis (Torre Annunziata, Na) (foto parco archeologico pompei)

Un nuovo studio multidisciplinare sui resti umani rinvenuti a Oplontis (Torre Annunziata, Na) offre dati inediti sull’alimentazione e sulle condizioni di vita della popolazione vesuviana al momento dell’eruzione del 79 d.C. Attestato un maggior numero di vittime e una dieta prevalentemente composta da prodotti della terra. La ricerca, frutto della collaborazione tra il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei e il DiSTABiF – università della Campania “Luigi Vanvitelli”, è stata pubblicata sulla rivista internazionale Journal of Archaeological Science: Reports. L’articolo A multidisciplinary bioarchaeological approach to diet at Oplontis (Pompeii): evidence for predominantly terrestrial resources, a cura di Valentina Giacometti, Simona Altieri, Noemi Mantile, Maria Rosa di Cicco, Chiara Comegna, Valeria Amoretti, Gabriel Zuchtriegel e Carmine Lubrito (disponibile in open access al link: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352409X26004219), espone i risultati dello studio che ha riguardato i resti umani delle vittime rinvenute a Oplontis e che ha applicato un approccio bioarcheologico multidisciplinare per ricostruire alcuni aspetti della loro alimentazione.

Copertina della rivista internazionale Journal of Archaeological Science: Reports

“Ricostruire le pratiche alimentari del passato è fondamentale per comprendere i contesti culturali, economici e ambientali delle società antiche”, si legge nell’introduzione dell’articolo. “Tuttavia, gli studi sulla paleodieta sono spesso limitati dal recupero sporadico di materiali archeologici e dalla difficoltà di integrare diverse categorie di evidenze provenienti dal medesimo contesto deposizionale. Il sito vesuviano di Oplontis, nei pressi di Pompei, offre un potenziale analitico eccezionale grazie alla straordinaria conservazione di resti antropologici, archeobotanici e zooarcheologici sigillati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Questo studio rappresenta la prima indagine interdisciplinare sul sito di Oplontis che utilizza l’analisi degli isotopi stabili (δ13C e δ15N) sul collagene osseo — condotta su 46 campioni umani e 3 di fauna — per determinare il contributo proporzionale delle diverse fonti alimentari alla dieta degli individui. I valori di δ13C per i campioni umani variano da −19,5 a −17,8‰ (media −18,7 ± 0,7‰), mentre i valori di δ15N oscillano tra 7,7 e 11,7‰ (media 10,1 ± 0,8‰). I risultati isotopici indicano una dieta basata prevalentemente su risorse terrestri di tipo C3 — verosimilmente cereali quali frumento e orzo, legumi e prodotti agricoli locali — integrata da proteine ​​di origine animale, come carne e/o latticini. Integrati con le evidenze antropologiche e paleopatologiche, questi risultati contribuiscono a una ricostruzione più dettagliata delle pratiche alimentari e delle strategie di sussistenza della comunità che viveva a Oplontis poco prima dell’eruzione del 79 d.C.”.

Grande Pompei: la Villa B di Oplontis (Torre Annunziata, Na) (foto parco archeologico pompei)

L’indagine ha preso avvio da una revisione critica del contesto rinvenuto nell’ambiente 10 della cosiddetta “Villa B” di Oplontis, dove furono recuperati i resti di persone che cercavano di sfuggire all’eruzione del 79 d.C. e trovarono la morte in un ambiente antistante il porto. La nuova lettura del contesto, condotta attraverso analisi bioarcheologiche, ha permesso di stabilire che il numero delle vittime era maggiore rispetto a quanto identificato finora e ha rappresentato un primo passo verso uno studio complessivo dell’alimentazione della popolazione vesuviana in età romana. Le analisi isotopiche dei resti scheletrici hanno evidenziato differenze tra gli individui, ma anche una dieta tendenzialmente basata su risorse terrestri, in particolare alimenti vegetali integrati da una componente proteica di origine animale, e non su risorse marine, come invece ci si sarebbe potuti aspettare data la vicinanza al mare. In sintesi è emerso che nella dieta quotidiana rientravano soprattutto cereali, come grano e orzo, legumi e altri prodotti agricoli locali. A questi alimenti si aggiungeva una quantità moderata di proteine animali, probabilmente attraverso il consumo di carne e latticini. Il pesce era presente tra le possibili risorse alimentari, ma i dati hanno indicato un peso marginale nella dieta.

Grande Pompei: la Villa B di Oplontis (Torre Annunziata, Na) (foto parco archeologico pompei)

“Ciò conferma”, commenta il direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, “che quando il Vangelo dice dacci oggi il nostro pane quotidiano, non si trattava tanto di una metafora, nel senso di cibo e più in generale di sostentamento, quanto della realtà della maggioranza della popolazione, che mangiava principalmente pane e cereali”. Lo studio ha inoltre rilevato che le differenze alimentari tra uomini e donne non erano particolarmente marcate, mentre alcuni animali venivano probabilmente nutriti in modo diverso rispetto ad altre specie. Oplontis si configura, quindi, come un caso di studio fondamentale per comprendere l’alimentazione e le modalità di vita degli abitanti dell’area vesuviana, in un percorso di ricerca che in futuro includerà anche le vittime degli altri siti della Grande Pompei.

Un libro al giorno. “Il vischio e la luna. Una storia del popolo dei Celti” di Giuliana Borghesani

Copertina del libro “Il vischio e la luna. Una storia del popolo dei Celti” di Giuliana Borghesani

È uscito per i tipi di Dielle Editore il libro “Il vischio e la luna. Una storia del popolo dei Celti” di Giuliana Borghesani. La storia dei Celti spesso è confusa con quello che ancora oggi la tradizione “celtica” dei paesi anglosassoni ci racconta. Questi, invece, sono Celti che sono vissuti nella Pianura Padana. Il druido della teuta sente che si avvicinano tempi bui, ne ha ricevuto segni, lo sente nell’aria. All’inizio teme che si tratti della propria morte, o comunque della morte di qualcuno, ha visto un cervo, il messaggero del dio che trasporta nell’Aldilà le anime, in attesa della rinascita. Perché in questo credono i Celti, non temono la morte, anche quella in battaglia, perché subito ci sarà una rinascita, una reincarnazione. In realtà è l’unico figlio del loro rix, il signore della comunità, che, debole e fragile, non riuscirà a raggiungere l’età adulta. Il ragazzino avrà una sepoltura incredibile, degna non tanto di un bambino, quanto di un principe. E davvero la “tomba del principe” è stata ritrovata a Santa Maria di Zevio presso Verona. Il druido sa il dolore degli uomini e conosce i segnali degli dei, sarà la luna e sarà il vischio a tratteggiare il suo cammino.

Marzabotto (Bo). L’eccezionale scoperta di un pozzo rituale etrusco, con manufatti integri e resti umani, ha chiuso la XXXIX campagna di scavo dell’università di Bologna nella città etrusca di Kainua. Questi preziosi reperti saranno visibili all’interno del nuovo percorso espositivo del MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto. Ecco la relazione tecnica della scoperta

Statuetta femminile in bronzo scoperta nel pozzo rituale sacro di Kainua (Marzabotto) (foto drm-em-rom)
Il pozzo rituale sacro scoperto e scavato nell’antica Kainua (Marzabotto) (foto drm-em-rom)

La XXXIX campagna di scavo archeologico condotta dall’università di Bologna nella città etrusca di Kainua (Marzabotto) si è conclusa in questi giorni con l’eccezionale scoperta di un pozzo rituale con manufatti integri e resti umani, reperti che saranno visibili all’interno del percorso espositivo del MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto (Bo), da poco rinnovato. Le indagini, finanziate dalla direzione generale Musei, e dirette dalla prof.ssa Elisabetta Govi dell’università di Bologna – Alma Mater Studiorum, hanno portato alla luce un pozzo rituale dalle caratteristiche uniche, situato presso l’area sacra urbana dedicata alla dea Uni, restituendo reperti di straordinaria fattura in ottimo stato di conservazione.

Lo scavo del pozzo rituale sacro nell’antica Kainua (Marzabotto) (foto drm-em-rom)

Il riempimento del pozzo, scavato con la preziosa collaborazione sul campo del G.R.A. (Gruppo Ravennate Archeologico), ha rivelato sul fondo due statuette femminili in bronzo e un rarissimo piatto bronzeo che conservano ancora l’originario colore lucente del metallo. Si tratta di offerte votive deposte durante un solenne rito di fondazione del pozzo, inquadrabile cronologicamente tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. A.C., in concomitanza con la nascita stessa della città di Kainua. Riferibili invece a un atto rituale di chiusura del pozzo sono due scheletri umani di adulti che segnarono la fine dell’utilizzo della struttura. La scoperta dimostra che il pozzo non assolveva solo a una mera funzione di approvvigionamento idrico, ma rivestiva una profonda e complessa valenza sacra e rituale legata alla fondazione stessa della città e al culto dell’acqua.

I reperti in bronzo rinvenuti nel pozzo rituale sacro scoperto nell’antica Kainua (Marzabotto) (foto drm-em-rom)

Il pozzo si colloca nell’area sacra urbana a Kainua. In questo luogo sono stati rinvenuti due imponenti templi monumentali che le iscrizioni etrusche attribuiscono alla coppia divina suprema del pantheon: Tinia (corrispondente a Zeus/Giove greco-romano) e la sua consorte Uni (Hera/Giunone). Nell’area dedicata a Uni è documentato inoltre il culto di Vei (Demetra/Cerere), protettrice della fertilità agraria e umana. Proprio all’interno di questa cornice cultuale si inserisce il ritrovamento, arricchendo di nuovi, preziosi dettagli la conoscenza sulla religiosità e sui riti di fondazione delle città etrusche. Lo scavo – che l’università di Bologna conduce presso il Parco archeologico di Kainua dal 1988 – si basa su un modello di cooperazione virtuoso incentrato sul sostegno reciproco tra istituzioni, realizzato attraverso un finanziamento di 140mila euro da parte della direzione generale Musei del ministero della Cultura, sostenuto dal DiVA – Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale. Il finanziamento si inserisce all’interno dell’accordo quadro sottoscritto nel 2023 tra il MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto e l’università di Bologna che prevede anche l’erogazione di contributi finanziari. Proprio la possibilità di prolungare le regolari attività di scavo (per ulteriori due settimane nel corso del 2026), ha reso possibile il ritrovamento del pozzo.

Statuetta femminile in bronzo scoperta nel pozzo rituale sacro di Kainua (Marzabotto) (foto drm-em-rom)

Questo traguardo corona una collaborazione proficua e consolidata tra la Musei nazionali di Bologna-direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna diretti da Luigi Gallo, il MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto diretto da Denise Tamborrino e l’università di Bologna. Una sinergia virtuosa che unisce in un unico flusso continuo la ricerca scientifica sul campo, la tutela ministeriale e la valorizzazione museale. La portata culturale di questa scoperta trova subito spazio nell’innovativa visione museologica del MNEMA, di cui è stato presentato il nuovo allestimento lo scorso giugno. Recentemente riaperto al pubblico, dopo un profondo intervento e un ripensamento delle sue funzioni e della sua identità, il museo si rivolge al presente, non limitando la sua funzione all’idea di contenitore statico della “collezione storica”. Grazie a questo nuovo concept, il museo è già pronto ad accogliere i nuovi reperti appena rinvenuti negli scavi a Kainua, non appena gli approfondimenti scientifici lo consentiranno. Visitando il museo, il pubblico non assisterà più a un’esposizione immutabile nel tempo, ma potrà ammirare in tempo reale i risultati delle ricerche in corso, stabilendo un contatto diretto e pulsante con lo scavo archeologico.

Planimetria della città etrusca di Marzabotto (Kainua) e posizionamento del pozzo (foto drm-em-rom)
Antica Kainua (Marzabotto, Bo): Terrecotte votive scoperte nel 2022 nel santuario della dea Uni e testimonianti un culto femminile (foto drm-em-rom)

Scoperta del pozzo rituale della città etrusca di Kainua (Marzabotto): il contesto. Il santuario urbano ospita due monumentali templi, che le iscrizioni etrusche ci rivelano dedicati alla coppia divina più importante: Tinia (il corrispettivo di Zeus/Giove) e la consorte Uni (Hera/Giunone). Nell’area sacra della dea Uni è venerata anche la dea Vei (Demetra/Cerere) che, assieme a Uni protettrice delle nascite e del matrimonio, tutela la fertilità umana e agraria. Nell’ambito di questo orizzonte cultuale, ricostruibile grazie alla eccezionale documentazione epigrafica, all’ottimo stato di conservazione delle strutture murarie di fondazione dei templi e alle tracce di una ritualità soprattutto declinata al femminile, negli ultimi anni di indagini archeologiche non sono mancate le novità significative, come la scoperta delle due terrecotte votive femminili, una testa e un busto riconducibili al culto di divinità femminili, da poco esposte nel Museo, rinnovato nell’allestimento.

Scavo archeologico nell’antica Kainua (Marzabotto, Bo): Il G.R.A. (Gruppo Archeologico Ravennate) e gli archeologi dell’università di Bologna (foto drm-em-rom)
Antica Kainua (Marzabotto, Bo): Il pozzo rivestito da una camicia di ciottoli e il suo riempimento (foto drm em-rom)
Operazioni di scavo del pozzo rituale sacro etrusco nell’antica Kainua (Marzabotto, Bo) (foto drm em-rom)

Il pozzo. Nel 2026 presso il santuario della dea Uni è stato messo in luce un pozzo, che è stato possibile scavare grazie allo straordinario lavoro del G.R.A., Gruppo Ravennate Archeologico, un’associazione di volontari con una esperienza pluriennale di indagini di pozzi antichi e di reti idriche: la loro grande professionalità e passione ha consentito di svuotare in sicurezza il riempimento della struttura, rivestita con una camicia di ciottoli e profonda 4,40 m, nonostante le difficoltà determinate dalla presenza dell’acqua di falda. Il pozzo ha un diametro della bocca di 0,80 m e un rivestimento che raggiunge lo spessore di 0,80 m, costituito dalla camicia di ciottoli e da uno strato di ghiaia compatta. La struttura approfondendosi si allarga fino a raggiungere la marna, la roccia sedimentaria impermeabile, nella quale è ricavato un pozzetto. Sono ancora visibili le tracce degli strumenti utilizzati dagli Etruschi per scavare la parte più profonda che si allarga fino ad un diametro di 1,76 m. Il modello digitale del pozzo consente di studiarne la struttura. Opera molto impegnativa, il pozzo appena scoperto si aggiunge ai più di 50 pozzi finora noti e scavati nella città di Kainua, che aveva un efficiente sistema di gestione delle acque. Questo pozzo però racconta una storia diversa perché ha una funzione rituale e non solo di approvvigionamento idrico. Più in generale, è uno dei rari casi in cui è possibile ricostruire quasi integralmente il rito di fondazione di un pozzo etrusco. Si tratta quindi di un pozzo sacro, che si colloca alle origini della città.

Modello digitale del pozzo rituale etrusco scoperto nell’antica Kainua (Marzabotto, Bo) /foto drm em-rom)
La camicia di ciottoli del pozzo rituale etrusco nell’antica Kainua (Marzabotto, Bo) (foto drm em-rom)

Il riempimento del pozzo per circa 3,5 m ha restituito una quantità considerevole di sassi e di terra, buttati nella cavità per colmarla. Verso il fondo sono stati rinvenuti due scheletri di individui adulti, che ad una prima analisi condotta dalla Prof.ssa M.G. Belcastro dell’Università di Bologna, possono essere ricondotti ad una donna anziana e ad un uomo giovane. Non è la prima volta che nei pozzi di Marzabotto si rinvengono scheletri umani, che in passato sono stati interpretati come deposizioni della fase di occupazione celtica della città. Questa scoperta, cui sarà dedicato uno specifico progetto di ricerca interdisciplinare che metterà in campo le più avanzate metodologie di indagine scientifica (analisi del radio carbonio (C14), del DNA, isotopiche), consentirà di dare risposte ai molti quesiti sollevati, a partire dalla datazione di questa deposizione che decretò la fine del pozzo e forse anche della città, alla natura forse rituale di questo seppellimento.

Statuetta di bronzo raffigurante una fanciulla scoperta nel pozzo rituale etrusco dell’antica Kainua (Marzabotto, Bo) (foto drm em-rom)
Statuetta di bronzo raffigurante una fanciulla scoperta nel pozzo rituale etrusco dell’antica Kainua: particolare del volto e del diadema decorato con motivo a foglie e onde(Marzabotto, Bo) (foto drm em-rom)

Il rito di fondazione. Nello strato più profondo del pozzo, a contatto col pozzetto sono stati recuperati molti oggetti, alcuni forse caduti, altri deliberatamente deposti. Infatti, vi sono le tracce di un rito di fondazione del pozzo. Il pozzo, una struttura che si approfondisce nel terreno per diversi metri, di fatto è un dispositivo che mette in comunicazione l’uomo con le divinità della terra. Due statuette di bronzo di pregevole fattura sono state deposte sul fondo del pozzo. Si tratta di figure femminili abbigliate con tunica e mantello che scende sul petto con due lembi e sulla schiena. Sono fratturate e mancano alcune parti, ma sono eccezionalmente conservate nel colore originario del metallo, perché non hanno subito il processo di ossidazione essendo immerse nell’acqua. Sulla testa il diadema, decorato con un motivo a foglie e onde, fuoriesce dal mantello. Il volto è stato deformato da un colpo accidentale. Il gesto, ricorrente in queste statuette, è quello di tenere con la mano sinistra un lembo della veste (Fig. 10), mentre l’altra è portata in avanti per l’offerta di un fiore o di un frutto. La produzione delle cosiddette Korai, cioè le fanciulle, è ben nota a Marzabotto, grazie a rinvenimenti ottocenteschi e anche degli scavi più recenti. Quelle ora scoperte nel pozzo rientrano nel tipo più raffinato sia per il livello elevato dei dettagli incisi sulla superficie e sia per le dimensioni, che dovevano raggiungere l’una almeno 25 cm, l’altra 20 cm circa. Ragguardevole anche la quantità di metallo utilizzato per realizzarle: più di 1400 gr. per quella più grande e circa 650 gr. per la più piccola. Le statuette sono state realizzate tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C. e probabilmente sono state deposte quando il pozzo “sacro” fu realizzato, cioè nella fase di fondazione della stessa città.

Pozzo rituale etrusco dell’antica Kainua: eccezionale piatto di bronzo perfettamente conservato (foto drm em-rom)

Il rito di fondazione del pozzo, oltre all’offerta di queste raffinate statuette in metallo, ha comportato anche la deposizione di vasi utilizzati durante la cerimonia, per lo più brocche di argilla ma anche un eccezionale piatto di bronzo, anch’esso perfettamente conservato. Si tratta di un rinvenimento rarissimo, che conferma la sacralità del rito dedicato ad una dea, il cui nome è scritto su un frammento di una coppa di bucchero: la dea che per definizione è la fanciulla e la figlia, la Persefone del mondo greco figlia di Demetra, la Cavatha etrusca, figlia di Vei. Questa nuova iscrizione riporta l’attenzione sulla coppia della madre e della figlia, già documentata nel tempio vicino e probabilmente raffigurate nelle terrecotte votive come paradigmi divini della parabola esistenziale della donna. Il riferimento alla dea, che nella mitologia greca è sposa di Ade, sembra inoltre confermare il legame con le profondità della terra e con l’elemento naturale dell’acqua che è fondamento della ritualità etrusca. Possibile offerta è anche l’applique di un vaso di bronzo, decorata con due figurine di cavalli alati, così come una chiave perfettamente conservata.

Applique di vaso di bronzo, decorato con cavallini alati dal pozzo rituale etrusco dell’antica Kainua (foto drm em-rom)
Chiave dal pozzo rituale etrusco dell’antica Kainua (foto drm em-rom)

Il significato di questa scoperta è poi amplificato dalla quantità considerevole di resti vegetali (persino foglie) e animali. Ossi di animali di molte specie, dai mammiferi agli uccelli, sono stati restituiti dallo scavo del pozzo che li ha preservati intatti per secoli. Lo studio di questo materiale consentirà quindi di ricostruire il paesaggio e l’ambiente naturale nel quale il pozzo e la città furono costruiti. La cavità del pozzo fu definitivamente colmata durante la fase di occupazione romana del pianoro di Marzabotto, come dimostra un frammento di anfora romana rinvenuto nel riempimento di terra più alto, presso l’imboccatura. La struttura diviene così uno straordinario palinsesto del sito. La scoperta apre una nuova stagione di ricerche sul santuario urbano di Kainua e sui rituali che accompagnarono la fondazione di una delle città etrusche meglio conservate d’Italia.

Un libro al giorno. “Gerico. La città millenaria” di Lorenzo Nigro: “la più antica città del mondo” nel racconto dell’archeologo che lì ha scavato dal 1997 a oggi

Copertina del libro “Gerico. La città millenaria” di Lorenzo Nigro

È uscito per i tipi di Hoepli Editore il libro “Gerico. La città millenaria” di Lorenzo Nigro. La storia di Tell el-Sultan, l’antica Gerico in Palestina, “la più antica città del mondo”, attraverso il racconto dell’archeologo che lì ha scavato dal 1997 a oggi. Il libro attraversa diecimila anni di storia urbana e culturale, dalle prime comunità fino all’epoca islamica, raccontando lo sviluppo di un sito che fu centro religioso, economico e politico nel cuore della Mezzaluna fertile. Gerico è il luogo dove per la prima volta gli umani sono diventati agricoltori e allevatori, hanno inventato il mattone, la ruota, la famiglia, il culto per gli antenati e la religione, hanno sperimentato diverse forme di organizzazione sociale e hanno sviluppato un nuovo modello di città, adatto all’ambiente dell’oasi e della valle del Giordano. Attraverso un approccio multidisciplinare, il libro presenta i risultati delle indagini archeologiche condotte dall’Università di Roma “La Sapienza” e dal Ministero del Turismo e delle Antichità palestinese e riassume anche i risultati delle precedenti missioni tedesca e britanniche. Il testo unisce rigore scientifico e narrazione coinvolgente, offrendo un ritratto completo di Gerico come crocevia di civiltà e simbolo di resilienza e adattamento umano. Impreziosiscono il volume immagini e tavole fuori testo inedite e realizzate ad hoc dall’autore.

Paestum (Sa). Dal 4 agosto il museo Archeologico nazionale si presenta al pubblico nel suo allestimento completo. Per l’occasione il direttore Tiziana D’Angelo accompagnerà la cittadinanza alla scoperta del nuovo percorso museale

Dal 4 agosto 2026, il museo Archeologico nazionale di Paestum (Sa) si presenta al pubblico nel suo allestimento completo. Con l’apertura delle nuove sale dedicate alle necropoli, al territorio, alle tombe dipinte e alla sezione dedicata ai nuovi scavi e ricerche in corso, si conclude un importante progetto di rinnovamento che restituisce ai visitatori un racconto unitario di oltre 40.000 anni di storia, dalla preistoria fino alle più recenti scoperte archeologiche. Per celebrare questo importante traguardo, il direttore dei Parchi, Tiziana D’Angelo, sarà lieta di accogliere la cittadinanza e accompagnarla alla scoperta del nuovo percorso museale, condividendo un momento speciale con la comunità e con tutti coloro che desiderano conoscere il volto rinnovato del Museo.

Aquileia (Ud). Il film “L’Impero Assiro. La storia rivelata” di Luis Miranda vince il premio Aquileia del XVII Aquileia Film Festival. E ora due giorni con INCinema – Outside, con film di Hitchcock e Wilder. Ecco il programma

Aquileia Film festival 2026: la proclamazione del film vincitore del premio Aquileia. da sinistra, Erica Zanon, Giulia Pruneti, Cristiano Tiussi, Piero Pruneti, Emanuele Zorino e Roberto Corciulo (foto n. oleotto)

Con una media voti di 4,57 il pubblico ha assegnato il premio Aquileia della XVII edizione dell’Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema e archeologia, organizzata dalla Fondazione Aquileia con Archeologia Viva e Firenze Archeofilm, al film “L’Impero Assiro. La storia rivelata” di Luis Miranda (Francia 2026, 90’), una co-produzione BambooDoc e France Televisions, presentato in prima mondiale: un documentario mozzafiato che ha raccontato un’indagine archeologica senza precedenti per svelare i misteri dell’Impero Assiro. Il film racconta infatti il lavoro di una missione archeologica tedesca e l’articolato programma di ricerca di un’eccellenza del territorio friulano, la missione italiana dell’università di Udine diretta dal professore Daniele Morandi Bonacossi impegnata da anni nella salvaguardia di un patrimonio minacciato dai conflitti in Kurdistan iracheno. La classifica dell’Aquileia Film festival 2026 prosegue al secondo posto con il film “Roma sotterranea. Una metro nella storia” di Laurent Portes (Italia, Francia, Canada 2025, 52’), con una media di 4,42; al terzo il film “il mistero degli aquiloni del deserto” di Nathalie Laville (Francia 2025, 54’), con una media di 4,37.

Un momento della proiezione in piazza Capitolo ad Aquileia del film “L’impero assiro” di Luis Miranda (foto n. oleotto)

La serata di venerdì 31 luglio 2026 seguita da una piazza Capitolo ad Aquileia (Ud) gremita con tutti i posti a sedere esauriti, ha confermato il grande successo dell’Aquileia Film Festival, che nelle prime quattro serate ha raggiunto anche oltre 6mila spettatori in streaming dall’Italia, da numerosi Paesi europei, dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Argentina. A fine serata è stato consegnato il Premio Aquileia, che quest’anno si presenta in una veste rinnovata e raddoppia il suo valore simbolico: accanto al tradizionale mosaico realizzato dagli allievi della Scuola Mosaicisti del Friuli, è stata conferita anche una preziosa coppetta in vetro, realizzata dai maestri muranesi nel forno vetrario di Aquileia, l’unico forno in Italia ricostruito secondo le tecniche romane e alimentato a legna.

Il Festival non finisce qui. Sabato 1° e domenica 2 agosto 2026 Aquileia Film Festival ospita in piazza Capitolo INCinema-Outside, la versione estiva di “INCinema – il festival per tutti”: una rassegna di cinema accessibile all’aperto che porta proiezioni inclusive in spazi urbani e luoghi di aggregazione, rendendo l’esperienza cinematografica fruibile anche dalle persone con disabilità sensoriali. Prodotto dall’Associazione Libero Accesso + Sub-ti Access Srl, il progetto ha vinto la XIII edizione 2025-2026 del “PREMIO CULTURA + IMPRESA” nella categoria sponsorizzazioni e partnership culturali. Queste due serate, che si svolgeranno in Piazza Capitolo, saranno ad ingresso gratuito senza prenotazione. 

Frame del film “REAR WINDOW (La finestra sul cortile)” di Alfred Hitchcock (foto fondazione aquileia)

Sabato 1° agosto 2026, alle 21, proiezione del film “REAR WINDOW (La finestra sul cortile)” di Alfred Hitchcock (USA 1954, 112’), versione originale con sottotitoli in italiano. Un fotoreporter costretto all’immobilità da una gamba ingessata trasforma il cortile di casa in un set involontario, dove ogni finestra accesa diventa un piccolo film. Uno dei capolavori assoluti di Alfred Hitchcock, un thriller perfetto che trasforma l’atto di osservare in un’indagine avvincente. Ambientato quasi interamente all’interno di un cortile, il film – con James Stewart e Grace Kelly al culmine della loro carriera – riflette con straordinaria modernità sul voyeurismo, la curiosità e il confine sottile tra realtà e immaginazione. Un classico senza tempo, capace ancora oggi di tenere il pubblico inchiodato alla sedia, proprio come il suo protagonista. La proiezione è accessibile anche alle persone con disabilità sensoriali, con sottotitoli sull’immagine e audiodescrizione via smartphone ascoltabile con l’app Earcatch (iOS e Android).

Frame del film “THE SEVEN YEAR ITCH (Quando la moglie è in vacanza)” di Billy Wilder (foto fondazione aquileia)

Domenica 2 agosto 2026, alle 21, proiezione del film “THE SEVEN YEAR ITCH (Quando la moglie è in vacanza)” di Billy Wilder (USA 1955, 105’), versione originale con sottotitoli in italiano. Rimasto solo in città mentre moglie e figlio sono in vacanza, Richard cerca di affrontare la torrida estate newyorkese. Quando al piano di sopra si trasferisce una giovane vicina affascinante e irresistibile, la sua routine viene sconvolta da fantasie, tentazioni e situazioni esilaranti. Il film che ha consacrato Marilyn Monroe all’immortalità. Con l’ironia raffinata di Billy Wilder, racconta le fragilità, i desideri e le contraddizioni dell’uomo comune, tra comicità e irresistibile leggerezza.  Marilyn è qui nella sua incarnazione più iconica, protagonista della celeberrima scena della gonna bianca sollevata dal vento della metropolitana, entrata per sempre nell’immaginario collettivo. Una delle commedie più celebri della storia del cinema, il film estivo per eccellenza. La proiezione è accessibile anche alle persone con disabilità sensoriali, con sottotitoli sull’immagine e audiodescrizione via smartphone ascoltabile con l’app Earcatch (iOS e Android).

Un libro al giorno. “Contesti perduti. Archeologia, topografia, storia dell’arte” di Filippo Coarelli che ripercorre le indagini dell’autore in diversi ambiti del mondo antico, tra Grecia, Roma e il bosco di Bomarzo

Copertina del libro “Contesti perduti” di Filippo Coarelli (Carocci editore)

È uscito per i tipi di Carocci editore il libro “Contesti perduti. Archeologia, topografia, storia dell’arte” di Filippo Coarelli. In occasione del novantesimo compleanno dell’autore, il libro raccoglie quattordici studi scelti tra la sua ampia produzione scientifica che illustrano una particolare prassi, definibile con la massima del grande filologo Giorgio Pasquali: “non esistono discipline, ma solo problemi da risolvere”. Il sepolcro di Servio Tullio, il Vaso Portland, un ritratto da Delfi: a partire da un oggetto o un’iscrizione, l’autore conduce indagini approfondite in diversi ambiti del mondo antico, tra Grecia, Roma e il bosco di Bomarzo. Numerose immagini e planimetrie guidano il lettore in questo affascinante viaggio nel passato. L’obiettivo finale si colloca quindi al centro dell’indagine, e ad esso vanno subordinati i metodi da adottare, non confinati entro singoli settori specialistici, ma dettati dal più generale contesto, attraverso il ricorso a discipline diverse, volta a volta dettato dalla stessa natura del “problema da risolvere”.

L’archeologo Filippo Coarelli (foto accademia lincei)

Filippo Coarelli è professore emerito dell’università di Perugia, dove ha insegnato Storia romana e Antichità greche e romane. Ha diretto gli scavi della colonia latina di Fregellae (Ceprano, Frosinone), di Falacrinae (Cittareale, Rieti) e del santuario di Diana a Nemi. Centro dei suoi interessi sono la topografia e la storia di Roma e dell’Italia antica e l’arte ellenistica e repubblicana. Autore di oltre 500 lavori scientifici e divulgativi, ha ricevuto la laurea honoris causa dalle Università di Tours, di Clermont-Ferrand, della Sorbonne, di Oulu (Finlandia) e di Alicante. Membro dell’Accademia nazionale dei Lincei, dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres, della British Academy e dell’Istituto di Studi Etruschi, ha ricevuto la medaglia d’oro di benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte della Repubblica Italiana.

San Casciano dei Bagni (Si). In piazza della Repubblica “La storia siete voi”: archeologhe, archeologi, studentesse e studenti impegnati al Bagno Grande raccontano alla comunità le prime sei settimane di scavo della campagna 2026

“La storia siete voi”: sabato 1° agosto 2026, alle 21, in piazza della Repubblica a San Casciano dei bagni (Si), torna il consueto appuntamento con la comunità di San Casciano dei Bagni e con tutte le persone che seguono il progetto del #SantuarioRitrovato. A metà della campagna di scavo verranno raccontate le prime novità emerse in queste sei settimane di cantiere e gli obiettivi che ci accompagneranno fino alla conclusione della campagna, il 7 ottobre 2026. Sarà un racconto corale, affidato alle archeologhe, agli archeologi, alle studentesse e agli studenti che ogni giorno lavorano al Bagno Grande. Qualche piccola anticipazione nell’intervista rilasciata dal prof Jacopo Tabolli, direttore scientifico del progetto, a Radio Siena Tv (vedi il link https://www.radiosienatv.it/san-casciano-dei-bagni-lo…/…).

Jacopo Tabolli, direttore scientifico, e Agnese Carletti, sindaco di San Casciano dei Bagni, sul cantiere di scavo del Bagno Grande (foto unistrasi)

“La campagna è iniziata molto bene, siamo arrivati alla sesta settimana, si sono alternati quasi 70 studenti e studentesse da tutto il mondo”, spiega Jacopo Tabolli, direttore scientifico dello scavo e direttore del Centro CADMO dell’università per Stranieri di Siena a Radio Siena Tv. “Abbiamo ampliato lo scavo soprattutto nella fascia sud del santuario e la storia del sito continua a stupirci. Tante nuove pagine si stanno scrivendo sia sulle fasi più antiche del santuario, sia su periodi inattesi”. Tra le novità più significative emerse in questa fase di ricerca c’è infatti l’affacciarsi di una nuova prospettiva cronologica: “Stanno emergendo testimonianze del basso Medioevo, quando questo luogo comincia a essere un centro di cura della malattia nel vero senso della parola – anticipa Tabolli -, con una serie di sepolture che stiamo riportando alla luce e che presenteremo alla comunità di San Casciano”. Una scoperta che amplia ulteriormente il racconto del Bagno Grande, già noto per gli eccezionali bronzi e per le offerte votive in terracotta rinvenute nelle campagne precedenti, confermando come il sito abbia continuato a svolgere un ruolo centrale nel territorio ben oltre l’età etrusca e romana.