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Egitto. La Tac alla mummia di Seqenenre-Taa II il Valoroso, studiata da Zahi Hawass e Sahar Saleem, getta nuova luce sul sovrano della XVII dinastia: “Era in prima linea con i suoi soldati, fu catturato e ucciso dagli Hyksos in un rito sacrificale. Il suo martirio accelerò la liberazione e riunificazione dell’Egitto”

La mummia di Seqenenre-Taa II è stata sottoposta a una scansione Tac (foto ministry of Tourism and Antiquities)

È passato alla storia come il Coraggioso, il Valoroso: Seqenenre-Taa II, sovrano della XVII dinastia, regnò l’Alto Egitto alla fine del Secondo periodo intermedio, quando il Basso Egitto era occupato dagli Hyksos, una dinastia regnante straniera che si impadronì del delta nel nord del Paese per circa un secolo (1650-1550 a.C.). Fu proprio lui che da Tebe iniziò la guerra contro gli Hyksos che sarebbero stati cacciati dall’Egitto solo dal secondo figlio di Seqenenre-Taa II, Ahmose I, col quale iniziava la XVIII dinastia. Il re Valoroso trovò la morte proprio in battaglia per mano degli Hyksos: i suoi imbalsamatori avevano abilmente nascosto alcune ferite alla testa, ma ora i risultati delle scansioni della TC della mummia dell’antico re egiziano hanno rivelato con più precisione le circostanze della sua morte: “Fu martirizzato per il bene di riunificare l’Egitto nel XVI secolo a.C.”. Lo hanno annunciato Zahi Hawass, il famoso archeologo ed ex ministro delle Antichità, e Sahar Saleem, professore di Radiologia alla facoltà di Medicina dell’università del Cairo, che hanno esaminato la mummia del re Seqenenre-Taa II mediante tomografia computerizzata (TAC) e hanno pubblicato la loro ricerca il 17 febbraio 2021 sulla rivista scientifica “Frontiers in Medicine”.

La mummia di Seqenenre-Taa II fu scoperta nel nascondiglio reale di Deir el-Bahari nel 1881 (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia di Seqenenre-Taa II fu scoperta nel nascondiglio reale di Deir el-Bahari nel 1881 e fu sbendata da Gaston Maspero nel 1886 che la esaminò per la prima volta e lasciò una vivida descrizione delle ferite che uccisero il faraone: “Non si sa se cadde sul campo di battaglia o se fu vittima di qualche complotto; l’aspetto della sua mummia prova che morì di morte violenta intorno ai quarant’anni d’età. Due o tre uomini, assassini oppure soldati, devono averlo accerchiato e ucciso prima che qualcuno potesse soccorrerlo. Un colpo di scure deve aver reciso parte della guancia sinistra, esposto i denti, fratturato la mascella e averlo fatto cadere a terra privo di sensi; un altro colpo deve aver gravemente lesionato il cranio, e un pugnale o giavellotto ha tagliato e aperto la fronte un poco sopra l’occhio. Il suo corpo deve essere rimasto per qualche tempo là dov’era caduto: una volta ritrovato, la decomposizione era già cominciata e la mummificazione dovette essere compiuta in fretta, meglio che si poté”. Negli anni ’60 del Novecento la mummia fu studiata ai raggi X. Questi esami hanno indicato che il re defunto aveva subito diverse gravi ferite alla testa; tuttavia, non c’erano ferite al resto del corpo. Le teorie sulla causa della morte del re differivano, poiché alcuni credevano che il re fosse stato ucciso in una battaglia, forse per mano dello stesso re Hyksos. Altri hanno indicato che Seqenenre potrebbe essere stato ucciso da una cospirazione mentre dormiva nel suo palazzo. A causa delle cattive condizioni della mummia, alcuni hanno suggerito che la mummificazione potrebbe essere avvenuta in fretta lontano dal laboratorio di mummificazione reale.

Le mani deformate della mummia di Seqenenre-Taa II (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Zahi Hawass e Sahar Saleem hanno presentato una nuova interpretazione degli eventi prima e dopo la morte del re Seqenenre-Taa II, basata sulla ricostruzione dell’immagine TC bidimensionale e tridimensionale utilizzando tecnologie informatiche avanzate. Le mani deformate indicano che Seqenenre-Taa II potrebbe essere stato catturato sul campo di battaglia: le sue mani erano state legate dietro la schiena, così da impedirgli di difendersi “dal feroce attacco alla sua faccia”. La TAC della mummia di Seqenenre-Taa II ha rivelato i dettagli delle ferite alla testa, comprese quelle che non erano state scoperte in precedenti esami ed erano state abilmente nascoste dagli imbalsamatori.

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L’egittologo Zahi Hawass già ministro delle Antichità (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Le scansioni TC hanno aiutato a studiare molte mummie reali egiziane e determinare l’età alla morte, il sesso e il modo in cui sono morte. Questo studio TC ha determinato che Seqenenre-Taa II aveva circa quarant’anni al momento della sua morte, in base alla forma delle ossa (come l’articolazione della sinfisi pubica) fornendo la stima più accurata fino ad oggi. Zahi Hawass e Sahar Saleem sono pionieri nell’uso delle scansioni TC per studiare diverse mummie reali del Nuovo Regno, inclusi re guerrieri famosi come Thutmosi III, Ramses II e Ramses III; tuttavia, Seqenenre-Taa II sembra essere l’unico tra loro ad essere stato in prima linea sul campo di battaglia.

La punta di una lancia usata dagli Hyksos conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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Un’ascia degli Hyksos conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La ricerca ha incluso anche uno studio di varie armi Hyksos conservate al museo Egizio del Cairo, tra cui un’ascia, una lancia e diversi pugnali. Saleem e Hawass hanno confermato la compatibilità di queste armi con le ferite riscontrate sulla mummia di Seqenenre-Taa II: “Il re fu ucciso da più colpi da diverse angolazioni da diversi aggressori Hyksos che hanno usato armi diverse”, spiegano i due ricercatori. “Seqenenre-Taa II fu piuttosto ucciso in un’esecuzione cerimoniale. Ciò conferma che Seqenenre era davvero in prima linea a rischiare la vita con i suoi soldati per liberare l’Egitto”.

Le profonde ferite sul cranio di Seqenenre-Taa II rivelate dalla Tac (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Inoltre, la Tac ha rivelato importanti dettagli sull’imbalsamazione del corpo di Seqenenre-Taa II. Ad esempio, gli imbalsamatori utilizzavano un metodo sofisticato per nascondere le ferite sulla testa del re sotto uno strato di materiale per imbalsamazione che funziona in modo simile alle otturazioni utilizzate nella moderna chirurgia plastica. Ciò significa che la mummificazione è stata effettivamente eseguita in un laboratorio di mummificazione reale piuttosto che in un luogo mal preparato, come precedentemente suggerito.

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La mummia di Ahmose conservata al museo di Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Questo studio fornisce infine importanti nuovi dettagli su un punto cruciale nella lunga storia dell’Egitto. “La morte di Seqenenre-Taa II stimolò i suoi successori a continuare la lotta per unificare l’Egitto e per fondare il Nuovo Regno. In una stele nota come la Tavola di Carnavaron, rinvenuta nel Tempio di Tebe di Karnak, sono registrate le battaglie combattute da Kamose, figlio di Seqenenre-Taa II, contro gli Hyksos. Kamose cadde morto durante la guerra contro gli Hyksos, e fu Ahmose, il secondo figlio di Seqenenre-Taa II, a completare l’espulsione degli Hyksos. Li combatté, li sconfisse e li inseguì fino a Sharuhen, principale piazzaforte dei sovrani Hyksos (l’odierna Gaza in Palestina), e riunì l’Egitto”.

Egitto. Scoperto ad Abydos il più antico birrificio del mondo dalla missione egiziano-americano diretta da Matthew Adams. Risale all’epoca di Narmer (I dinastia). Forniva la birra usata nei rituali funebri

L’area di scavo nella zona nord di Abydos (Egitto) dove è stato scoperto il più antico birrificio del mondo dalla missione egiziano-americana diretta da Matthew Adams (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Scoperta in Egitto la più antica fabbrica di birra ad alta produzione del mondo: risalirebbe a 5mila anni fa. A scoprirla nella zona Nord di Abydos, provincia di Sohag, la missione archeologica congiunta egiziano-americana, guidata da Matthew Adams della New York University e da Deborah Fishak della Princeton University. In realtà il sito era stato visto da alcuni archeologi britannici all’inizio del XX secolo, ma la sua posizione non era stata determinata con precisione, e solo l’attuale spedizione è stata in grado di individuarla e scoprire che si trattava di un birrificio.

Alcune delle 40 vasche del birrificio scoperto ad Abydos risalente all’epoca del re Narmer (I dinastia) (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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I sostegni verticali in argilla delle vasche per la produzione della birra scoperte ad Abydos (foto ministry of Tourism and Antiquities)

“La fabbrica risale probabilmente all’era del re Narmer (I dinastia)”, ha affermato Mostafa Waziry, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità. “Si compone di otto grandi sezioni con un’area di 20 metri di lunghezza x 2,5 metri di larghezza x 0,4 metri di profondità, che servivano come unità per la produzione di birra, in quanto ogni settore conteneva circa 40 vasche di coccio disposte su due file per riscaldare la miscela di grani e acqua, e ogni vasca è tenuta in posizione da leve in argilla poste verticalmente attorno ad anello”.

Una vasca di coccio dell’antico birrificio scoperto ad Abydos con ancora resti dei grani (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Secondo Matthew Adams, capo della missione, “gli studi hanno dimostrato che la fabbrica produceva circa 22.400 litri di birra alla volta, e potrebbe essere stata costruita in questo luogo appositamente per assicurare la birra destinata ai rituali reali che si svolgevano all’interno delle tombe dei faraoni d’Egitto. E durante gli scavi in ​​queste strutture sono state trovate prove dell’uso della birra nei riti sacrificali”.

Policoro (Mt). Al museo Archeologico nazionale della Siritide prorogata fino a giugno la mostra “Le Tavole di Eraclea. Tra Taranto e Roma”, prestate dal Mann, documento in greco e latino fondamentale per comprendere la storia sociale, politica e economica del territorio della Siritide

Il manifesto della mostra “Le Tavole di Eraclea- Tra Taranto e Roma” al museo Archeologico nazionale della Siritide (foto pm-bas)

A Policoro le Tavole di Eraclea, in prestito dal Mann, si potranno ammirare fino a giugno. Giusto un anno fa al museo Archeologico nazionale della Siritide a Policoro (Mt), nel cinquantenario della sua fondazione, apriva la mostra “Le Tavole di Eraclea. Tra Taranto e Roma”, ideata e organizzata dal Polo Museale della Basilicata in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo Archeologico nazionale di Taranto, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio della Basilicata, e promossa insieme al Comune di Policoro: tradizione classica, ricerca archeologica e un legame ideale con la stagione della Riforma fondiaria degli anni ’50 nel Metapontino. Le Tavole di Eraclea, ritrovate nel 1732 nei pressi del fiume Cavone e conservate al Mann, sono state considerate tra i più importanti documenti epigrafici della Magna Grecia. “Siamo molto legati a questa mostra”, ammettono in direzione, “perché ha saputo mettere insieme le diverse anime del territorio; e le immagini di un anno fa, con una moltitudine di affezionati amici, raccontano proprio questo. Le Tavole possono essere considerate in qualche modo paradigma della storia lunga e frastagliata della Siritide in epoca antica, che proveremo a raccontare ancora fino a giugno. Grazie alla liberalità del Mann e del MArTa siamo riusciti a prorogare la mostra fino al 5 giugno 2021”.

Le Tavole di Eraclea, due lastre in bronzo, tra i più importanti documenti epigrafici della Magna Grecia, conservate al Mann (foto mann)

Le due lastre di bronzo costituiscono il più importante documento iscritto della Magna Grecia. Incise sui due lati, in greco e in latino, permettono di ricostruire le trasformazioni della città di Herakleia dalla sua fondazione da parte di Taranto alla fine del V secolo a.C. fino all’acquisizione dello statuto di municipio romano, attribuito alla città, ormai Eraclea, nella prima metà del I a.C. L’iscrizione greca è un regolamento per la gestione dei terreni dedicati a Dioniso e ad Atena e per la loro redistribuzione a scopi produttivi; quella latina è un compendio di leggi municipali di età tardo-repubblicana. Le Tavole sono un documento fondamentale per comprendere la storia sociale, politica e economica del territorio della Siritide.

“Il ritrovamento immaginario delle Tavole di Eraclea” dal “Commentario delle Tavole eracleensi” di Alessio Simmaco Mazzocchi (Napoli, 1732) (foto pm-bas)

La mostra si propone di intrecciare la lunga tradizione classica di esegesi delle Tavole con i risultati delle indagini archeologiche dalla scoperta della famosa Tomba del Pittore di Policoro nel 1963 fino agli scavi e alle ricognizioni tuttora in corso nella città e nel territorio. Allo stesso tempo l’esposizione costituisce lo spunto per evocare il fenomeno più recente della Riforma Fondiaria degli anni ‘50 del secolo scorso – per diversi aspetti vicino alle dinamiche che traspaiono dalle Tavole – ponendolo in parallelo con il concomitante avvio delle esplorazioni archeologiche nell’area, grazie all’azione lungimirante di Dinu Adamesteanu, primo soprintendente archeologo della Basilicata e fondatore del Museo. In dialogo con le due Tavole sono esposti importanti e significativi reperti provenienti dalla chora, dalla città di Herakleia e da altri centri magno-greci, al fine di ricostruire la storia della città sia nei suoi rapporti con la madrepatria Taranto, sia nella sua articolazione con il territorio agricolo.

Torino. Al museo Egizio il prof. Morales, direttore del Middle Kingdom Theban Project, illustra i lavori recenti della spedizione dell’università di Alcalá a Deir el-Bahari. Conferenza on line in collaborazione con Acme

La locandina della conferenza del prof. Antonio J. Morales al museo Egizio di Torino

Negli ultimi quattro anni, la missione archeologica dell’Università di Alcalá e il “Middle Kingdom Theban Project”, coordinato dalla stessa università, hanno istituito un team multidisciplinare di esperti che hanno condotto scavi archeologici, lavori epigrafici e di conservazione in diverse tombe nell’area di Deir el-Bahari, con l’obiettivo principale di migliorare la nostra conoscenza della storia dell’ultima parte dell’undicesima dinastia e dell’inizio del cosiddetto “periodo classico”. Martedì 9 febbraio 2021, alle 18, ne parlerà il professor Antonio J. Morales, direttore del “Middle Kingdom Theban Project” nella conferenza “Early Middle Kingdom elite officials and royal strategies at Thebes: recent works by the University of Alcalá Expedition at Deir el-Bahari” (“Funzionari d’élite del Primo Medio Regno e strategie reali a Tebe: lavori recenti della spedizione dell’Università di Alcalá a Deir el-Bahari”) promossa dal museo Egizio di Torino in collaborazione con ACME. La conferenza si terrà in lingua inglese e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Veduta dalla mongolfiera dell’area a Deir el Bahari interessata dalla amissione di scavo diretta da Antonio J. Morales (foto museo egizio)

Nei primi due anni di lavoro (2015-2016) il team ha iniziato a scavare la parte superiore dei cortili nei complessi del nobile Henenu (TT 313 / MMA 510) e del visir Ipi (TT 315 / MMA 516). Nei due anni successivi la spedizione ha registrato un aumento significativo nel numero di monumenti indagati: si sono infatti aggiunti i complessi funerari del supervisore dell’harem Djari (TT 366 / MMA 820) e del visir Dagi (TT 103 / MMA 807) ad Asasif, nonchè l’intero settore orientale nelle colline settentrionali di Deir el-Bahari, dove si trovano la tomba di Neferhotep (TT 316 / MMA 518), due tombe “non finite” (MMA 519- 520) e un grande complesso (MMA 521) il cui scavo è stato lasciato incompleto da Winlock e che devono ancora essere documentate e studiate. Nel corso della conferenza verranno dunque illustrati gli obiettivi principali del progetto e le strategie messe in atto per la documentazione, lo studio e la pubblicazione delle scoperte relative a questi monumenti di Deir el-Bahari e Asasif.

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L’egittologo Antonio J. Morales

Antonio J. Morales è assistant professor di Egittologia al dipartimento di Storia antica dell’università di Alcalá. In precedenza è stato docente di Egittologia e ricercatore associato alla Freie Universität di Berlino, ricercatore di post-dottorato all’università di Heidelberg e assistente ricercatore all’università di Mainz. Morales ha inoltre partecipato a diverse spedizioni in Egitto ed è attualmente il direttore del “The Middle Kingdom Theban Project”, che si svolge nelle necropoli di Deir el -Bahari e Asasif a Tebe (oggi Luxor). Autore di numerosi articoli su riviste scientifiche, ha curato un volume sulla birra nel mondo antico (Siviglia 2001), co-curato un volume sulla regalità divina (Philadelphia 2011), e realizzato una monografia sui testi delle piramidi dedicati alla dea Nut (Amburgo 2017); la sua ultima pubblicazione, che apparirà negli Harvard Egyptological Studies, è sull’archeologia del Medio Regno.

Egitto. Ad Alessandria ovest scoperte mummie “con la lingua d’oro” dalla missione egiziano-dominicana guidata da Kathleen Martinez, impegnata al Tempio di Taposiris Magna (Grande tomba di Osiride). Trovate 16 tombe nella roccia con mummie di epoca greco-romana, cartonnage, amuleti in oro, e maschere funerarie in marmo

I resti della mummia con la “lingua d’oro” scoperta dalla missione egiziano-dominicana diretta da Kathleen Martinez nell’area del Tempio di Taposiris Magna ad Alessandria Ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Scoperte mummie “con la lingua d’oro” di duemila anni fa che doveva servire al defunto a parlare con Osiride, il dio dell’Oltretomba e della sopravvivenza dopo la morte. Lo stato di conservazione delle mummie è cattivo, molte sono parziali o danneggiate, ma quando gli archeologi della missione egiziano-dominicana dell’università di Santo Domingo guidata da Kathleen Martinez, impegnata presso il Tempio di Taposiris Magna (Grande tomba di Osiride) ad Alessandria occidentale, hanno visto il luccichio uscire dalla bocca dei resti della mummia, si sono resi conto dell’eccezionalità della scoperta. La missione, come ha annunciato il ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, ha riportato alla luce 16 sepolture nelle tombe scavate nella roccia (pozzi funerari), molto diffuse in epoca greco-romana. All’interno di questi pozzi un certo numero di mummie in cattivo stato di conservazione. Alcuni elementi della mummificazione ci portano a datarle all’epoca greco-romana, come i resti di cartonnage dorato oltre ad amuleti di lamina d’oro a forma di lingua che veniva posta nella bocca della mummia in uno speciale rituale per garantire la loro capacità di parlare nell’aldilà davanti al tribunale di Osiride.

Mummia con maschera funeraria ed elementi di cartonnage di epoca greco-romana trovata dalla missione egiziano-dominicana diretta da Kathleen Martinez ad Alessandria ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Tra le mummie più interessanti tra quelle ritrovate, ha spiegato Kathleen Martinez, ce ne sono due che hanno conservato i resti di pergamene e parti del cartonnage: la prima con resti di doratura e con decorazioni dorate che mostrano il dio Osiride, il dio dell’aldilà, mentre l’altra mummia indossa una corona, ornata di corna, e il serpente cobra sulla fronte. Il petto della mummia mostra una decorazione dorata che rappresenta l’ampia collana da cui pende la testa di un falco, simbolo del dio Horus.

Scultura funeraria di epoca greco-romana scoperta dalla missione egiziano-dominicana diretta da Kathleen Martinez ad Alessandria ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Khaled Abo El Hamd, direttore generale delle Antichità di Alessandria, ha affermato che durante questa campagna la missione ha fatto una serie di scoperte archeologiche, la più importante delle quali è una maschera funeraria per una donna, otto fiocchi d’oro che rappresentano le foglie di un corona e otto maschere di marmo risalenti all’epoca greco-romana, e queste maschere mostrano l’alta maestria nella scultura e la rappresentazione dei lineamenti dei suoi proprietari. “Vale la pena ricordare che negli ultimi dieci anni la missione ha recuperato importanti reperti archeologici che hanno cambiato la nostra percezione del Tempio di Taposiris Magna: all’interno delle mura del tempio sono state trovate alcune monete con il ​​nome e l’effige della regina Cleopatra VII, e poi molti frammenti di statue che si ritiene decorassero i giardini del tempio, oltre alla rilevazione di elementi delle fondamenta del tempio, che dimostrano siano state costruite dal re Tolomeo IV”.

Ercolano. Dopo 40 anni il parco archeologico riprende lo scavo dell’antica spiaggia: l’obiettivo è aprire ai visitatori la passeggiata sul litorale di Herculaneum dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. I lavori dureranno due anni e mezzo

Veduta di Ercolano con, in primo piano, l’antica spiaggia con i fornici dei pescatori (foto Graziano Tavan)
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Il muro di materiale lavico che dall’antica spiaggia di Ercolano impedisce di vedere il mare (foto Graziano Tavan

Il mare non la lambisce più. E neppure si vede più, dall’antica spiaggia di Ercolano, “nascosto” da un muro di lava. Ma l’obiettivo della dirigenza del parco archeologico di Ercolano è quello di aprire ai visitatori l’antica spiaggia di Herculaneum in tutta la sua lunghezza, dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. Un obiettivo ambizioso e spettacolare che sarà possibile raggiungere con la nuova campagna di scavo che partirà a breve e durerà due anni e mezzo. A quarant’anni dagli ultimi scavi (erano gli anni ’80 del secolo scorso), quando è stato portato alla luce il fronte della città verso il mare, si riprende infatti la ricerca archeologica al parco archeologico di Ercolano. I lavori interesseranno proprio l’Antica Spiaggia, il lido della Ercolano romana, per consentirne la valorizzazione e il ricongiungimento alla visita della Villa dei Papiri. I lavori saranno seguiti da una équipe multidisciplinare formata da tecnici del parco archeologico di Ercolano, del ministero dei Beni culturali e dell’Herculaneum Conservation Project, che si avvarranno delle più aggiornate tecniche di indagine e documentazione che la scienza mette a disposizione. L’intervento prevede di valorizzare l’antico litorale, riportando materiale sabbioso appositamente studiato per drenare l’acqua piovana, ripristinando le quote antiche, e consentendo finalmente al pubblico di accedervi, di passeggiare quindi sul litorale antico con un percorso finora inedito. Questa passeggiata potrà anche prolungarsi fino a raggiungere l’area dei cosiddetti “Nuovi Scavi” con la Villa dei Papiri, mettendo in connessione finalmente le due aree dell’antica Herculaneum da sempre separate dalla soprastante via Mare.

L’andamento dell’antica spiaggia di Ercolano che oggi sembra un vallo (foto Graziano Tavan)

A causa dei fenomeni dei movimenti del terreno legati all’eruzione del 79 d.C. la spiaggia si trova oggi a circa 4 metri al di sotto dell’attuale livello del mare, una condizione che fin da subito ha posto rilevanti problemi di regimentazione delle acque. Al fine di risolvere tali problematiche, gli specialisti dell’Herculaneum Conservation Project, tra il 2007 e il 2010, hanno messo in luce ulteriormente la parte orientale della spiaggia evidenziando la presenza di numerose testimonianze archeologiche riferibili sia alle fasi più antiche di vita della città che alla situazione al momento dell’eruzione. In seguito, e anche grazie alla quasi ventennale esperienza di conoscenza e conservazione acquisita a Ercolano, hanno predisposto per il Parco di Ercolano il progetto che entro poche settimane vedrà l’avvio. Le attività di scavo previste consentiranno di raggiungere il livello della spiaggia come si presentava al momento dell’eruzione anche nel lato Ovest. L’intervento, dunque, costituirà una straordinaria occasione per acquisire preziose informazioni, sulle fasi di vita più antiche della città, sulla situazione al momento dell’eruzione e sulle dinamiche della distruzione nel 79 d.C.  aggiungendo un ulteriore tassello alla conoscenza delle città romane affacciate sul golfo di Napoli.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

“Le straordinarie scoperte qui avvenute a partire dal 1980 suscitarono clamore internazionale e diedero il via ad una serie di studi settoriali di grande interesse”, interviene Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano. “Riprendiamo la ricerca sul terreno con rinnovata consapevolezza della complessità del sito e, grazie a un approccio multidisciplinare, ci aspettiamo ulteriori e solidi approfondimenti. Si tratta di un progetto che realizzerà interventi sistematici, coordinati e caratterizzati da un rigoroso approccio scientifico, di documentazione e di studio. Un progetto messo in campo in sinergia con HCP, ulteriore tassello che dimostra come sia possibile una collaborazione pubblico-privato a tutto vantaggio del bene pubblico e degli attori che vi partecipano. Lo studio andrà nella direzione di coniugare le indagini archeologiche, in stretta relazione con gli aspetti antropologici, geologici, paleobotanici, conservativi creando una stabile connessione con il pubblico presente e da remoto. Crediamo che questo sia il più genuino coronamento di un’attività iniziata oramai 40 anni fa e avanzata con discontinuità e tra mille difficoltà che il nuovo parco archeologico è ora in grado di affrontare e risolvere con efficacia”.

Torino. La scoperta a Saqqara di un atelier dell’imbalsamatore del periodo saitico-persiano apre a una nuova ricerca, “l’archeologia della mummificazione”: ne parla Ramadan Badry Hussein nella conferenza on line del museo Egizio

La locandina della conferenza on line al museo Egizio di Torino con Ramadan Badry Hussein su “L’archeologia della mummificazione”

Il “Saqqara Saite Tombs Project” riguarda un ciclo di documentazione e scavo delle tombe situate a sud e a est della piramide del re Unas, a Saqqara. Durante la mappatura del sito le attività di bonifica hanno portato alla luce un complesso di strutture per la mummificazione di grandissimo valore, risalenti al periodo saitico-persiano. Martedì 26 gennaio 2021, alle 18, il museo Egizio di Torino in collaborazione con Acme ospita la conferenza egittologica online “The Archaeology of Mummification: A Saite-Persian Mummification Complex at Saqqara” tenuta dal professor Ramadan Badry Hussein. La conferenza si terrà in lingua inglese e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Il rilievo 3D del complesso della mummificazione a Saqqara nell’ambito del Saqqara Saite Tombs Project (foto museo egizio)

Questo “atelier” dell’imbalsamatore è significativo per il suo variegato assemblaggio di ceramiche e per il gran numero di vasi su cui sono inscritte le istruzioni per l’imbalsamazione e i nomi delle sostanze: un laboratorio di mummificazione che rappresenta davvero una scoperta senza precedenti nell’archeologia egizia. Nel suo insieme questo complesso di mummificazione apre una nuova strada per la ricerca su quella che lo stesso Hussein definisce “archeologia della mummificazione” nell’antico Egitto.

Ramadan Badry Hussein

L’egittologo Ramadan Badry Hussein

Ramadan Badry Hussein è attualmente il direttore del “Saqqara Saite Tombs Project” all’istituto di studi sul Vicino Oriente della Eberhard Karls Universität a Tübingen. Ha studiato egittologia all’università del Cairo, lavorando in seguito come ispettore delle antichità a Giza e Saqqara per sette anni. Durante questo periodo ha ricevuto una formazione sui metodi archeologici e ha partecipato agli scavi del ministero delle Antichità Egiziane a Giza, Saqqara e nell’oasi di Baharyya. È stato ammesso al programma di dottorato in Egittologia alla Brown University nel 2001: qui la sua ricerca si è concentrata sulla lingua dell’antico Egitto e sui testi religiosi. Dal 2003 al 2006 ha aderito al progetto di scavo della Brown University e dell’università del Cairo presso il cimitero di Abu Bakr a Giza. Tornato in Egitto al ministero delle Antichità nel giugno 2009 è stato assegnato al Centro di documentazione e studio delle antichità egizie. È stato poi nominato direttore del Dipartimento delle pubblicazioni e infine Capo del personale del ministero delle Antichità nell’aprile 2011. Per la sua attività di ricerca ha ricevuto borse di ricerca e premi internazionali, come l’Alexander von Humboldt Research Fellowship.

Verona. Nel trentennale della scoperta della necropoli romana di Porta Palio lungo la via Postumia, più di 1400 sepolture, durante i lavori dei Mondiali Italia ’90, mostra archeologica di Comune e Soprintendenza, rinviata per Covid-19. Intanto un video promo

Lo scavo della necropoli romana di Porta Palio a Verona lungo la via Postumia nel 1990 (foto Sabap-Vr)

20 dicembre 1989: durante i lavori per la realizzazione dei sottopassi per i Mondiali ‘Italia ‘90” gli archeologi cominciarono a trovare  le prime sepolture della necropoli romana di Porta Palio. Alla fine dello scavo archeologico saranno più di 1400 le sepolture riportate alla luce. Nel trentennale di quell’importante scoperta archeologica, resa possibile dai lavori di realizzazione delle infrastrutture per i campionati mondiali di calcio del 1990 (sottopasso di Porta Palio, opere in via Albere e circonvallazione dello stadio “Marcantonio Bentegodi”), il soprintendente Vincenzo Tiné e l´assessore ai Rapporti Unesco Francesca Toffali hanno deciso di celebrare la speciale ricorrenza con la realizzazione di una mostra, frutto appunto della collaborazione tra il Comune di Verona – assessorato Rapporti Unesco e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza.

La locandina della mostra “Verona i Mondiali ’90 e la scoperta della necropoli romana”

La mostra “Verona i Mondiali ’90 e la scoperta della necropoli romana” ripercorre le tappe delle scoperte archeologiche del 1990, ricordando i protagonisti e descrivendo le caratteristiche delle necropoli di Porta Palio, di via Albere e della Spianà. È curata, per la Soprintendenza, da Brunella Bruno e Giulia Pelucchini, per il Comune di Verona da Ettore Napione, responsabile dell´ufficio UNESCO, per l’università di Pavia, da Francesca Picchio, coordinatrice scientifica del laboratorio DAda LAB che, assieme a Francesca Galasso, ha elaborato i disegni, i modelli tridimensionali e le ricostruzioni digitali. “Queste grandi necropoli – sottolineano – hanno significativamente incrementato le conoscenze scientifiche sui rituali di sepoltura di età romana, riservando anche alcune sorprese. Tra queste le modalità anomale di sepoltura per persone giovani morte in modo improvviso o violento e alcuni corredi che fanno intravedere l’orgoglio dei defunti di appartenere a genealogie risalenti ai Veneti antichi”. La mostra del 2021 si svolgerà in collaborazione con la Società di Mutuo Soccorso di Porta Palio.

La vernice della mostra, nel ricordo dei mondiali e di quei giorni precedenti il Natale 1989, quando le ruspe del cantiere stradale intaccarono le antiche sepolture, era programmata nella sede di porta Palio per il 22 dicembre 2020, ma per le restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 l’esposizione è stata rimandata alla primavera del 2021, in una data che sarà definita appena possibile. In attesa dell’inaugurazione, il Comune di Verona e la Soprintendenza hanno pubblicato un video-trailer che anticipa i contenuti dell’esposizione: “Puntiamo ad attirare la curiosità del pubblico e sollecitare la memoria collettiva su uno degli episodi principali della storia della città e della sua archeologia alla fine del XX secolo”.

Il percorso della via Postumia trovato dagli scavi del 1989 al di sotto del piano stradale di corso Cavour a Verona (foto Sabap-Vr)
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Peter Hudson e Giuliana Cavalieri Manasse seguono lo scavo archeologico nel cantiere del sottopasso di Porta Palio (foto Sabap-Vr)

Storia degli scavi. In occasione dei Mondiali del 1990, il sindaco dell’epoca Gabriele Sboarina aveva colto l´occasione di modernizzare la viabilità di accesso allo stadio per migliorare la viabilità complessiva di Verona. Per uno strano, ma non imprevedibile, destino, quell’adeguamento urbanistico e infrastrutturale coincise con la scoperta di un lungo tratto della via Postumia antica, proveniente dall’arco dei Gavi (l’odierno corso Cavour). La via romana era qui associata ad una grande necropoli, databile tra il I e il III secolo d.C. e riservata per lo più ai ceti popolari. Quegli scavi furono seguiti dal direttore del Nucleo Operativo di Verona della Soprintendenza Archeologica del Veneto, Giuliana Cavalieri Manasse, e dall’archeologo inglese Peter J. Hudson per la cooperativa Multiart, incaricata di eseguire le indagini.

Archeologi al lavoro nello scavo al cantiere del sottopasso di Porta Palio a Verona nel 1990 (foto Sabap-Vr)

Il bilancio delle scoperte avvenute tra il 1990 e il 1991 è impressionante anche nei numeri. L’area presso Porta Palio, scavata su una superficie di 3500 mq, ha messo in luce 536 sepolture, costituite per l’87% da incinerazioni e per il 17% da inumazioni. La zona nell’area della Spianà, tra via Prima traversa Spianà (a Nord) e via Albere (a Sud), indagata su una superficie di 8600 mq, ha portato all’identificazione di 807 tombe: 766 incinerazioni e 41 inumazioni. Tra il 2008 e il 2009, proseguendo lungo via Albere, furono portate alla luce altre 104 sepolture, quasi tutte ad incinerazione.

Pompei. Nuova scoperta eccezionale nella Regio V: torna alla luce un termopolio (una tavola calda dell’epoca) intatto, con ricche decorazioni di nature morte, rinvenimenti di resti alimentari, ossa di animali e di vittime dell’eruzione. Il direttore del parco archeologico Osanna descrive la scoperta. E il ministro Franceschini: “Pompei esempio di tutela e gestione”

Una Nereide in groppa a un cavallo marino ben visibile a decoro del bancone della tavola calda attirava l’attenzione dei potenziali avventori che nella piccola piazzetta di Pompei, si godevano la frescura di una fontana:  lì si potevano trovare bevande e cibi caldi per poter pranzare fuori casa senza problemi. A Pompei queste tavole calde, molto simili ai nostri street food, che i romani chiamavano con termine greco termopoli (thermopolium), erano molto diffuse – se ne contano un’ottantina -, ma è certo che quello scoperto nella Regio V, e annunciato oggi, 26 dicembre 2020, da Massimo Osanna, direttore generale ad interim del parco archeologico di Pompei, è particolarmente importante: “Una scoperta eccezionale”, è stata definita anche dal ministro ai Beni e alle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini. “Il termopolio della Regio V, una delle antiche tavole calde di Pompei, con l’immagine della Nereide a cavallo”, spiegano gli archeologi, “già parzialmente scavato nel 2019, è riaffiorato per intero con altre ricche decorazioni di nature morte, rinvenimenti di resti alimentari, ossa di animali e di vittime dell’eruzione”.

Veduta d’insieme del termopolio venuto alla luce durante gli scavi nella Regio V del parco archeologico di Pompei (foto Luigi Spina)
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Le anfore trovate davanti al bancone del termopolio della Regio V scoperte nel 2019 (foto Parco archeologico di Pompei)

L’impianto commerciale era stato indagato solo in parte nel 2019, durante gli interventi del  Grande Progetto Pompei per la messa in sicurezza e consolidamento dei fronti di scavo storici (vedi: Pompei. Nuova scoperta dallo scavo della Regio V: è emerso un termopolio (tavola calda) con “l’insegna commerciale” e anfore davanti al bancone | archeologiavocidalpassato). Considerate l’eccezionalità delle decorazioni e al fine restituire la completa configurazione del locale, ubicato  nello slargo all’ incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, si è deciso estendere il progetto e di  portare a termine lo scavo dell’intero ambiente. Di fronte al termopolio, nella piazzetta antistante, erano già emerse una cisterna, una fontana, e una torre piezometrica (per la distribuzione dell’acqua), dislocate a poca distanza  dalla bottega già nota per l’affresco dei gladiatori in combattimento (vedi: Pompei: nuova eccezionale scoperta nel cantiere della Regio V. Nel sottoscala di una bottega con alloggio (forse con prostitute) riemerge l’affresco realistico di due gladiatori: uno, soccombendo, chiede la grazia | archeologiavocidalpassato).

Il bancone del termopolio della Regio V dal lato che dà sulla piazzetta con fontana di Pompei (foto Luigi Spina)
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L’altro lato del bancone del termopolio scoperto nella Regio V di Pompei con decorazione di anatre, un gallo e un cane da guardia al guinzaglio (foto Luigi Spina)

Le decorazioni del bancone – le prime emerse dallo scavo – presentano sul fronte, l’immagine  di una  Nereide a cavallo in ambiente marino, e sul lato  più corto l’illustrazione, probabilmente, della bottega stessa alla stregua di un’insegna commerciale. Il ritrovamento, al momento dello scavo, di anfore poste davanti al bancone rifletteva non a caso l’immagine dipinta. In questa nuova fase di scavo, sull’ultimo braccio di bancone portato alla luce sono emerse altre pregevoli scene di nature morte, con rappresentazioni di animali, probabilmente macellati e venduti nel locale. Frammenti ossei, pertinenti gli stessi animali, sono stati inoltre rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone contenenti cibi destinati alla vendita. Come le due anatre germane esposte a testa in giù,  pronte ad essere preparate e consumate, un gallo  e  un cane al guinzaglio, quasi un monito alla maniera del famoso Cave Canem. Una sbeffeggiante iscrizione graffita “Nicia cineade cacator” si legge sulla cornice che racchiude il dipinto del cane: Nicia ( probabilmente un liberto proveniente dalla Grecia) Cacatore, invertito! Forse lasciata da un buontempone che aveva voluto prendere in giro il proprietario o da qualcuno che lavorava nel termopolio.

Ossa umane scoperte dietro il bancone del termopolio della Regio V di Pompei (foto Luigi Spina)

Altro dato interessante è il rinvenimento di ossa umane, ritrovate, purtroppo, sconvolte a causa del passaggio di cunicoli realizzati nel XVIII secolo da scavatori clandestini in cerca di oggetti preziosi. Alcune sono pertinenti ad un individuo di almeno 50 anni, che verosimilmente al momento dell’arrivo della corrente piroclastica era posizionato su un letto o una branda, come testimoniano il vano per l’alloggiamento del giaciglio e una serie di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto del corpo. Altre ossa, ancora da indagare sono di un altro individuo, e sono state  rinvenute all’interno di un grande dolio, forse qui riposte sempre dai primi scavatori.

Decorazione del termopolio della Regio V di Pompei con anfore appoggiate al bancone e sopra materiale da dispensa e trasporto (foto Luigi Spina)

Inoltre nel termopolio è stato rinvenuto diverso materiale da dispensa e da trasporto: nove anfore, una patera di bronzo, due fiasche, un’olla di ceramica comune da mensa. Il piano pavimentale di tutto l’ambiente è costituito da uno strato di cocciopesto (rivestimento impermeabile composto da frammenti in terracotta), in cui  in alcuni punti sono stati inseriti frammenti di marmi policromi (alabastro, portasanta, breccia verde e bardiglio). I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare)  incassati nel bancone in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa.

“Oltre a trattarsi di una ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei”, dichiara il direttore Massimo Osanna, “le possibilità di analisi di questo termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un simile ambiente per intero ed è stato possibile condurre tutte le analisi che le tecnologie odierne consentono. I materiali rinvenuti  sono stati, infatti,  scavati e studiati sotto ogni aspetto da un team interdisciplinare composto da: antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo. I materiali saranno ulteriormente analizzati in  laboratorio e  in particolari i resti rinvenuti nei dolia (contenitori in terracotta) del bancone, rappresenteranno dei  dati eccezionali per capire cosa veniva venduto e quale era la dieta alimentare”.

“Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone”, interviene il ministro Dario Franceschini, “oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa”.

Dettaglio delle due anatre germane dipinte davanti al bancone del termopolio della Regio V di Pompei (foto Luigi Spina)

“Le prime analisi confermano come le pitture sul bancone rappresentino, almeno in parte, i cibi e le bevande effettivamente venduti all’interno del termopolio”, spiega Valeria Amoretti, funzionario antropologo del parco archeologico di Pompei: “tra i dipinti del bancone sono raffigurate due anatre germane, e in effetti un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, insieme a suino, caprovini, pesce e lumache di terra, testimoniando la grande varietà di prodotti di origine animale utilizzati per la preparazione delle pietanze. D’altro canto, le prime analisi archeobotaniche hanno permesso di individuare frammenti di quercia caducifoglie, probabilmente pertinente a elementi strutturali del bancone. Sul fondo di un dolio – identificato come contenitore da vino sulla base della bottiglia per attingere, rinvenuta al suo interno –   è stata individuata la presenza di fave, intenzionalmente frammentate/macinate. Apicio nel De re Coquinaria (I,5) ce ne fornisce il motivo, asserendo che venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino, sbiancandolo”.

Dettaglio del cane al guinzaglio dipinto davanti al bancone del termopolio della Regio V di Pompei (foto Luigi Spina)

Nell’angolo tra le due porte (angolo nord occidentale della stanza) del termopolio è stato rinvenuto uno scheletro completo di cane. “Non si tratta di un grande cane muscoloso come quello dipinto sul bancone”, spiega l’antropologa, “ma di un esemplare estremamente piccolo, alto 20-25 cm alla spalla, pur essendo un cane adulto. Cani di queste piccolissime dimensioni, sebbene piuttosto rari, attestano selezioni intenzionali avvenute in epoca romana per ottenere questo risultato”.

Ossa umane appartenute a un uomo di 50 anni trovate nel termopolio della Regio V di Pompei (foto Luigi Spina)

Erano presenti inoltre, all’interno della stanza – e in particolare dietro al bancone dove sono state trascinate dai primi scavatori – un buon numero di ossa umane pertinenti ad un individuo maturo -senescente, di almeno 50 anni di età.  Una prima analisi permette di associare queste ossa trascinate a ciò che resta di un individuo rinvenuto nell’angolo più interno della bottega, che verosimilmente al momento dell’arrivo della corrente piroclastica era posizionato al di sopra di un letto o una branda, come testimoniano il vano per l’alloggiamento del giaciglio e una serie di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto del corpo.

Ossa umane ritrovate all’interno di un dolio del termopolio della Regio V di Pompei (foto Luigi Spina)

“Ancora da indagare – conclude Amoretti – sono le ossa pertinenti ad almeno un altro individuo, rinvenute all’interno di un grande dolio, probabilmente risistemate in tale posizione sempre dai primi scavatori. Questi sono solamente i primi dati macroscopici forniti dallo scavo in corso, ma non saranno sicuramente gli ultimi: infatti i reperti prelevati e portati in laboratorio, verranno ulteriormente indagati tramite indagini specifiche in dipartimenti e università in convenzione, che permetteranno di affinare sempre più i dati a nostra disposizione e quindi la conoscenza del termopolio e del sito”.

“Clastidium: cronache di vita quotidiana dall’oltretomba”: tour virtuale on line con il direttore del museo Archeologico di Casteggio alla scoperta della necropoli romana dell’Area Pleba di Casteggio, i cui reperti sono conservati al MAC

Valentina Dezza, direttore del civico museo Archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese (MAC)

pavia_oltre-confine-onlus_logoCasteggio nasce in epoca romana in seguito allo scontro, citato da più fonti come la battaglia di Clastidium (marzo 222 a.C.), tra le truppe romane guidate dal console Marcello e i Galli stanziati sul territorio. Vinsero i Romani e fondarono Clastidium nella parte bassa, che corrisponde a effettiva Casteggio contemporanea. Giovedì 17 dicembre 2020, alle 17.30, Oltre Confine onlus proporrà una visita guidata virtuale col direttore stesso del museo Archeologico di Casteggio, Valentina Dezza, dal titolo “Clastidium: cronache di vita quotidiana dall’oltretomba”, alla scoperta della necropoli romana dell’Area Pleba di Casteggio, i cui reperti sono conservati nel civico museo Archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese (MAC). L’attività si svolgerà online su Meet e consisterà in un percorso virtuale per immagini. La prenotazione è obbligatoria. Prenotazioni al link https://forms.gle/GaNmFx9JTpcAKBFj8. Per informazioni: visiteguidate@vieniapavia.it / 3755709240. Contributo minimo di 7 euro tramite bonifico: IT58Z0306909606100000130301 – OLTRE CONFINE SCS ONLUS. Iscrizione e pagamento, con invio della distinta, dovranno essere effettuati entro le 13 di mercoledì 16 dicembre 2020.

Scavo necropoli romana di Area Pleba di Casteggio: rinvenimento della tomba XXVIII, sepoltura in cassa di laterizi (foto Mac)
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Pendente miniaturistico, in pasta vitrea di colore blu, raffigurante un delfino, parte del corredo funebre della tomba XXIX della necropoli dell’Area Pleba di Casteggio, oggi al Mac (foto Mac)

La necropoli romana dell’Area Pleba rappresenta il più importante rinvenimento necropolare avvenuto negli ultimi decenni in Oltrepò. La scoperta fu casuale, avvenne nel 1987, in pieno centro cittadino (Casteggio, via Torino) grazie a uno scavo in corso per la costruzione dell’edificio che effettivamente ora insiste sul luogo. La ruspa scese di 4 metri sotto il livello stradale, e subito affiorarono i resti di alcune sepolture. I lavori vennero bloccati, la soprintendenza di competenza intraprese uno scavo archeologico che restituì al pubblico ben 33 sepolture di piena epoca imperiale (tra il II e il IV-V secolo d.C.). Le tombe rinvenute rivelano riti misti, inumazione e incinerazione, sepolture semplici in nuda terra, alternate a sepolture in  cassa di laterizi, ipogee, talvolta con rivestimento alla cappuccina.

anello sigillare in oro con iscrizione sinistrorsa VT(ere) F(e)L(ix), dalla tomba XII dall’Area Pleba di Casteggio, oggi al museo Archeologico di Casteggio (foto Mac)
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Calice in vetro con decorazioni applicate, restaurato., proveniente dalla tomba X della necropoli dell’Area Pleba di Casteggio, oggi al Mac (foto Mac)

I numerosi reperti esposti al  MAC provengono dai ricchi corredi funebri che integravano le sepolture. Ne segnaliamo qui alcuni esempi, che durante la visita guidata virtuale ovviamente saranno integrati da molti altri. Proponiamo un pendente miniaturistico, in pasta vitrea di colore blu, raffigurante un delfino, la cui iconografia si lega alla sfera funeraria. Il ciondolo, infatti, faceva parte del corredo funebre della tomba XXIX della Necropoli dell’Area Pleba (Casteggio), ed era originariamente posizionato al collo del defunto, un bambino di 6-18 mesi. Segnaliamo anche un calice in vetro con decorazioni applicate, restaurato., proveniente dalla tomba X. Si tratta di un oggetto molto importante perché secondo confronti proviene da area renana, e dunque testimonia i contatti commerciali con queste aree lontane dell’Impero (Clastidium aveva un buon tenore di vita). Infine si allega anche la foto di un anello sigillare in oro con iscrizione sinistrorsa VT(ere) F(e)L(ix), dalla tomba XII.

Il cortile interno della sede del civico museo Archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese (foto Mac)

Storia del museo. Il civico museo Archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese è nato nel 1974, per volontà di un gruppo di appassionati locali e dell’amministrazione comunale, dopo l’importante ritrovamento di due tombe romane in via Torino. Successive acquisizioni di materiale, in parte frutto di donazioni effettuate da privati, in gran parte risultato di scavi della soprintendenza Archeologica della Lombardia nel territorio oltrepadano, portarono l’amministrazione comunale ad un primo ampliamento degli spazi espositivi nel 1988. Il museo attuale è frutto di un ulteriore ampliamento, reso possibile dal completamento del restauro del Palazzo Certosa nel 1999. Grazie a una nuova convenzione stipulata tra Comune di Casteggio e soprintendenza Archeologica della Lombardia, è stato possibile acquisire il materiale proveniente dagli scavi più recenti effettuati nell’Oltrepò Pavese. Il museo, inoltre, è in costante aggiornamento, e negli ultimi anni ha visto arricchirsi il percorso espositivo di due nuove vetrine (2012: i bronzi rinvenuti in via Anselmi, a Casteggio; 2019: gli splendidi vetri rinvenuti in vicolo Oratorio, a Stradella) Il museo è costituito da quattro sezioni. La geologia e la paleontologia: la prima sezione raccoglie le testimonianze delle forme di vita, sia marine che terrestri, che hanno preceduto l’arrivo dell’uomo in Oltrepò, pervenuteci attraverso resti fossili di animali e vegetali. La preistoria e la protostoria: dal Neolitico (IV millennio a.C.), con la capanna di Cecima, fino all’arrivo dei popoli celtici (II secolo a.C.), passando per l’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, la sezione ospita i reperti (vasi in ceramica, strumenti in pietra, oggetti in bronzo, tra cui si evidenzia una rara testina di epoca celtica) che documentano i primi insediamenti umani in Oltrepò Pavese.

La sala della sezione romana del civico museo archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese (foto Mac)

L’età romana, il Medioevo e il Barocco: in questa sezione, assai ricca di manufatti, sono esposti reperti che attestano l’arrivo dei Romani nel III secolo a.C. in Oltrepò. Numerosi, in particolare, i corredi funerari provenienti dallo scavo della necropoli dell’Area Pleba, riportata alla luce nel 1987 in via Torino a Casteggio. Particolarmente significativi alcuni oggetti in vetro, tra i quali spiccano un calice di produzione renana, un pregiato vassoio realizzato a stampo e un bellissimo specchietto in vetro e stagno. Degni di menzione sono anche diversi reperti in bronzo e in ceramica, come le statuette che rappresentano Mercurio e Giove, o la patera in terra sigillata dotata di bollo in planta pedis. Ad arricchire il range cronologico del percorso museale, negli ultimi anni si sono aggiunte la vetrina longobarda, che ospita un interessante cofanetto in osso decorato e la vetrina contenente pregiati vetri rinvenuti a Stradella, i più recenti dei quali sono ascrivibili all’età Barocca. Le collezioni: questa sezione ospita materiali donati da privati cittadini al comune di Casteggio. Si tratta di oggetti antichi che provengono in parte dall’Oltrepò Pavese e in parte dall’Italia centrale e meridionale (tra i quali un bucchero etrusco e una brocca daunia). Recentemente, è stata inaugurata una interessante nuova sala che ospita circa 900 uova (di vario materiale, forma e dimensione), provenienti da tutto il mondo, donate da Franco de’ Paoli in ricordo della moglie Vanda Maniscalco.