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Egitto. Dalla necropoli dell’Aga Khan ad Aswan emerge una tomba del periodo greco-romano con 20 mummie: nuova importante scoperta del team congiunto italo-egiziano nell’ambito della Egyptian-Italian Mission at West Aswan (EIMAWA) guidata da Patrizia Piacentini

Patrizia Piacentini nella tomba AGH032 della necropoli vicino al mausoleo dell’Aga Khan ad Aswan (foto EIMAWA)

Una tomba di famiglia molto grande e precedentemente sconosciuta è stata scoperta e scavata ad Assuan, in Egitto, dall’Egyptian-Italian Mission at West Aswan (EIMAWA), la missione archeologica diretta da Patrizia Piacentini, docente di Egittologia e Archeologia egiziana all’Università Statale di Milano e da Abdelmoneim Said, direttore generale delle Antichità di Assuan e della Nubia (SCA). “La scoperta”, come spiegato su LA STATALE News, “è avvenuta nel corso di una lunga missione che ha impegnato gli archeologi tra maggio e ottobre 2021”. Il team congiunto italo-egiziano lavora dal 2019 nell’area che circonda il Mausoleo dell’Aga Khan, sulla sponda occidentale di Assuan, dove si trovano oltre 300 tombe databili dal VI secolo a.C. al IV secolo d.C. (vedi Gli eccezionali ritrovamenti tra le sabbie di Assuan nella tomba-necropoli scoperta dalla missione italo-egiziana diretta da Patrizia Piacentini: a TourismA l’egittologa dell’università di Milano porterà il pubblico dentro lo scavo | archeologiavocidalpassato).

Veduta panoramica della tomba AGH032 scoperta dalla missione italo-egiziana diretta da Patrizia Piacentini (foto EIMAWA)

“L’ultimo rinvenimento”, spiega lo staff della Piacentini, “è una grande tomba (denominata AGH032) risalente al Periodo greco-romano, che, sebbene depredata in antichità, conserva ancora circa 20 mummie e molti materiali interessanti: è una tomba comune che accoglie più di una famiglia. La tomba era nascosta da una struttura rettangolare ben conservata che mostra importanti tracce di un misterioso incendio che ha interessato anche la sepoltura. Un’enorme discarica contenente ossa di animali (principalmente di montone), frammenti di ceramica, tavole di offerte e lastre inscritte in geroglifici ricopriva la parete est della struttura, suggerendo un utilizzo della stessa come luogo votivo. Si tratta della prima struttura di questo tipo rinvenuta nella necropoli dell’Aga Khan”.

Patrizia Piacentini con il suo staff esamina una mummia dalla tomba AGH032 della necropoli dell’Aga Khan ad Aswan (foto EIMAWA)
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Una tavola per le offerte scoperta dalla missione italo-egiziana nella necropoli vicina al mausoleo dell’Aga Khan ad Aswan (foto EIMAWA)

In particolare, gli archeologi hanno trovato la mummia di un uomo adiacente alla parete est della struttura e, accanto, una collana di rame con una placchetta incisa in greco che menziona il suo nome, Nikostratos. In origine, era stato deposto nella tomba che è stata scoperta subito dopo sotto la struttura e, successivamente, portato fuori da ladri antichi. “Sono stati portati alla luce molti importanti reperti dell’era greco-romana”, ricorda Piacentini, “tra cui tavole per le offerte, pannelli di pietra scritti in caratteri geroglifici, una collana di rame incisa in greco, una serie di statue in legno dell’uccello con testa umana Ba (personificazione del principio vitale) e parti di cartoni colorati (un materiale utilizzato per costruire maschere funerarie)”.

L’ingresso della tomba AGH032 nella necropoli dell’Aga Khan ad Aswan (foto EIMAWA)
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L’interno della tomba AGH032 scoperta dalla missione italo-egiziana diretta da Patrizia Piacentini (foto EIMAWA)

“Una scala in parte fiancheggiata da blocchi scolpiti e coperta da una volta in mattoni crudi”, spiegano gli archeologi di EIMAWA, “conduce all’ingresso, che era chiuso da un complesso sistema di lastre e blocchi di pietra rinvenuti nel luogo originario che era stato eretto sopra la scala. Davanti all’ingresso è stato ritrovato un grande vaso per offerte, purtroppo in stato frammentario, che presenta ancora dei siconî di sicomoro. La tomba presenta una sala sulla quale si affacciano quattro camere funerarie scavate in profondità nella roccia. Nella sala, di fronte all’ingresso, è stato scoperto un sarcofago di terracotta contenente la mummia di un bambino e un bellissimo cartonnage (una specie di cartapesta decorata che copriva le mummie). Un’altra mummia di bambino, trovata in una delle camere funerarie, è stata radiografata e mostra all’interno una placchetta sul petto”.

Cartonnage rinvenuto nella tomba AGH032 dalla missione italo-egiziana diretta da Patrizia Piacentini ad Aswan (foto EIMAWA)

Dentro le quattro gallerie scavate nella roccia erano deposte quasi 30 mummie, alcune in eccezionale stato di conservazione, altre con bende e cartonnage tagliati dai ladri antichi, che utilizzarono probabilmente un coltello che è stato scoperto fra le mummie. Alcuni corpi mummificati erano di persone anziane, come dimostra l’artrosi visibile, altri erano di donne o bambini piccoli, fra i quali un neonato.

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Esame radiologico sul campo della testa di un bambino mummificata dalla necropoli dell’Aga Khan ad Aswan (foto EIMAWA)

L’Egyptian-Italian Mission at West Aswan ha inoltre effettuato analisi antropologiche e radiologiche su 45 individui scoperti nel 2019 nella tomba AGH026 oltre ai 30 individui rinvenuti nel 2021 nella tomba AGH032. L’obiettivo era la valutazione dell’età, del sesso e di possibili malattie. Una macchina a raggi X portatile è stata utilizzata direttamente sul sito. Il team ha scoperto che nella tomba AGH026 il 30% degli individui erano bambini, dal periodo neonatale a un’età di circa 10 anni. Molti corpi, fra i rimanenti, erano di donne. Sono state trovate almeno tre famiglie (madre, padre e figlio sepolti l’uno accanto all’altro). Le analisi delle ossa hanno evidenziato che alcuni di loro soffrivano di malattie infettive e alcuni disturbi metabolici. Il femore di un adulto ha mostrato chiari segni di amputazione, cui la persona dovette sopravvivere dal momento che vi è l’evidenza di un callo osteoriparativo. Altri corpi presentano tracce di artrosi, segno di morte avvenuta in età avanzata.

Testa dipinta del coperchio di un sarcofago in pietra scoperta durante il survey nella necropoli dell’Aga Khan ad Aswan (foto EIMAWA)

Un survey sull’area ha condotto alla scoperta di numerosi sarcofagi ben conservati, in pietra o argilla, databili dall’Età Tarda Faraonica all’Epoca Romana. Alcuni di loro mostrano ancora dei bei colori. Due sarcofagi di bambini e tre di adulti, insieme a parti di altri sarcofagi, sono stati raccolti e conservati al sicuro in un magazzino.

Il 2022 è un anno speciale per l’Archeologia, segnato da importanti anniversari: decifrazione geroglifici (200 anni), scoperta della tomba di Tutankhamon (100), della necropoli di Spina (100), dei Bronzi di Riace (50)

Il centenario della scoperta della Tomba di Tutankhamon è uno dei grandi anniversari archeologici del 2022

Per l’archeologia il 2022 è un anno di grandi anniversari. A cominciare l’Antico Egitto (vedi il video promo (3) Facebook): 100 anni della scoperta della tomba di Tutankhamon e 200 della decifrazione della stele di Rosetta e della scoperta dell’antica lingua egizia che segna la nascita ufficiale dell’Egittologia. Ma anche l’Italia ha un calendario di tutto rispetto, dai 100 anni della scoperta della necropoli di Spina ai 50 anni dal rinvenimento dei Bronzi di Riace.

Howard Carter davanti al sarcofago con la mummia del faraone Tutankhamon
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La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

4 novembre 1922: è la data ufficiale della scoperta della Tomba di Tutankhamon nella valle dei Re, a Tebe Ovest, quindi sulla sponda occidentale del Nilo. Ma l’evento che avrebbe avuto una risposta mediatica eccezionale portando per la prima volta in prima pagina l’Archeologia. Il racconto di quei giorni è noto, a cominciare dal famosissimo dialogo tra l’archeologo Howard Carter e il suo finanziatore Lord Carnarvon del 24 novembre 1922: “Era venuto il momento decisivo. Con mani tremanti praticammo una piccola apertura nell’angolo superiore sinistro…”. “Potete vedere qualche cosa?”. “Sì, cose meravigliose”. In realtà la scoperta della sepoltura del re bambino era avvenuta all’inizio del mese di novembre 1922. Il 1° novembre 1922, Carter fece spostare il campo di scavo proprio dinanzi all’ingresso della tomba KV9 di Ramses VI, faraone della XX dinastia, in un settore di forma triangolare dove aveva già lavorato parecchi anni prima, ma che aveva incomprensibilmente abbandonato. Qui erano precedentemente stati rinvenuti i resti (ritenuti archeologicamente privi di importanza) di alcune capanne costruite dagli operai che avevano lavorato alla tomba KV9 e proprio in quel punto, tre giorni dopo, il 4 novembre 1922, fu scoperto il primo gradino di una scala di accesso a un ipogeo: la tomba intatta di Tutankhamon, nota come KV62, giovanissimo sovrano della XVIII dinastia che salì al trono a 9 anni e morì a 18, poco prima di compierne 19, divenuta famosa per la ricchezza del suo corredo e dei sarcofagi che proteggevano la mummia reale, che costrinse le autorità egiziane dell’epoca a rivedere l’organizzazione degli spazi del museo Egizio del Cairo, riservando un’intera ala al faraone bambino (vedi 4 novembre 1922 – 4 novembre 2020: nel 98.mo anniversario della scoperta del secolo, ingresso scontato nella tomba di Tutankhamon. Il ministro El-Anani: “L’anno prossimo tutto il tesoro del faraone bambino esposto al Grand Egyptian Museum” | archeologiavocidalpassato).

La stele di Rosetta conservata al British museum di Londra
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Jean François Champollion ritratto da Leon Cogniet nel 1831

27 settembre 1822, Jean François Champollion detto Champollion il Giovane annuncia la decifrazione dei geroglifici: nasce l’Egittologia. Secondo quanto raccontato dal nipote, Aimé Champollion-Figeac, Champollion il 14 settembre 1822 aveva notato che un cartiglio di Abu Simbel conteneva quattro segni geroglifici. Intuì che il primo segno circolare rappresentasse il sole che in copto si dice “ri”. Mentre il segno che appariva due volte alla fine del cartiglio era la “s” nel cartiglio di Tolomeo. Ciò gli fece concludere che se il nome nel cartiglio inizia con Re e termina con “ss”, potrebbe quindi corrispondere a “Ramesse”, suggerendo che il segno al centro rappresentasse “m”. Un altro cartiglio conteneva tre segni, due uguali a quelli del cartiglio Ramesse: un ibis, simbolo del dio Toth. Seguendo il ragionamento fatto per Ramesse giunse a indicare che il nome nel secondo cartiglio sarebbe Thothmes, cioè il faraone Thutmosis. Il passo successivo su sulla Stele di Rosetta: Champollion conosceva le parole copte che avrebbero tradotto il testo greco e poteva dire che segni fonetici come “p” e “t”, che erano già stati identificati nel nome di Tolomeo, si sarebbero adattati a queste parole. Da lì poteva indovinare i significati fonetici di molti altri segni. L’annuncio ufficiale delle sue proposte di letture dei cartigli greco-romani nella Lettre à M. Dacier (titolo completo: Lettre à M. Dacier relative à l’alphabet des hiéroglyphes phonétiques “Lettera a M. Dacier riguardante l’alfabeto dei geroglifici fonetici”) che completò il 22 settembre 1822. Questa comunicazione scientifica, sotto forma di una lettera, inviata a Bon-Joseph Dacier, segretario francese dell’Académie des Inscriptios et Belles-Lettres, è considerata il documento fondante dell’Egittologia, ma rappresentava solo un inizio. Champollion non dice nulla della scoperta sui cartigli di Ramesse e Thutmose, non dice ancora nulla (forse per prudenza) di quanto già sa o intuisce, e si limita a suggerire che segni fonetici avrebbero potuto essere usati nel lontano passato dell’Egitto. Ma la strada è aperta.

Coppa attica a figure rosse dalla tomba 512 di Spina (foto museo archeologico ferrara)
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Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)

23 aprile 1922: scoperta della necropoli della città greco-etrusca di Spina, nelle Valli di Comacchio. La scoperta del sito è legata alle opere di bonifica del primo dopoguerra, come ricostruisce Nereo Alfieri in “Spina. Storia di una città tra Greci ed etruschi” (catalogo mostra, 1994). La prima comunicazione, infatti, è dell’ing. Aldo Mattei, direttore della sezione staccata del Genio civile a Comacchio, con una lettera alla soprintendenza agli Scavi e Monumenti archeologici di Bologna: “Nella valle Trebba (Valli settentrionali di Comacchio), in cui è stata compiuta la bonifica idraulica a cura dello Stato e dove si stanno facendo da Comuni interessati opere di bonifica agraria, è stato scoperto casualmente da un operaio un sepolcreto probabilmente dell’epoca etrusca: così almeno ritengo vai vasi istoriati scoperti”. Questa sobria segnalazione – scrive ancora Alfieri – dette l’avvio a un’impresa archeologica tra le più notevoli dell’Italia settentrionale. La ricerca dell’antica Spina tra le paludi nel delta del Po era stata fino ad allora un vero giallo archeologico che aveva appassionato eruditi e studiosi illustri fin dal Medioevo. Il primo che ipotizzò il sito di Spina a Valle Trebba fu il medico bolognese Gian Francesco Bonaveri (fine del XVII secolo) attratto dalla singolarità di quell’ambiente lagunare da cui emergevano di tanto in tanto manufatti antichi, ma del celebre e florido emporio marittimo descritto dagli autori greci e romani sembrava essersi persa ogni traccia. E la sua intuizione trovò conferma solo due secoli dopo. Alla scoperta casuale del 1922 seguirono le indagini scientifiche dirette dalla soprintendenza alle Antichità dell’Emilia e della Romagna, istituita il 19 settembre 1924. Le campagne di scavo, condotte fino al 1935 dal neo soprintendente Salvatore Aurigemma nell’area di Valle Trebba portarono alla luce la zona settentrionale della necropoli di Spina con più di 1200 sepolture i cui materiali sono oggi esposti al museo Archeologico nazionale di Ferrara. Ma la ricerca continua. L’obiettivo è scoprire il nucleo abitato dell’antica Spina (vedi Ritrovare l’antica città etrusca di Spina (le vaste necropoli sono state una delle scoperte più importanti del Novecento): è l’obiettivo del progetto Eos (Etruscans on the Sea) dell’università di Bologna all’interno del progetto interreg Value. A Comacchio la presentazione in streaming della prima campagna di scavo e le attività future. Intanto a Stazione Foce sta nascendo la ricostruzione dell’abitato di Spina | archeologiavocidalpassato).

I Bronzi di Riace esposti in una speciale sala del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)
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Agosto 1972: il ritrovamento dei Bronzi di Riace da parte del sub Stefano Mariottini

16 agosto 1972: rinvenimento dei Bronzi di Riace. Era il 16 agosto 1972 quando un giovane sub dilettante romano, Stefano Mariottini, si immerse nel mar Ionio a 230 metri dalle coste di Riace Marina. Quando, a 8 metri di profondità, fu attratto da un qualcosa che emergeva dalla sabbia del fondo marino: sembrava un braccio. Non si sbagliava. Era il braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A: aveva scoperto le statue di due guerrieri considerati tra i capolavori scultorei più significativi dell’arte greca, e tra le testimonianze dirette dei grandi maestri scultori dell’età classica. Stefano Mariottini aveva scoperto i Bronzi di Riace. Da quel momento è iniziato un delicato, lungo processo di restauro. Prima all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e poi direttamente a Reggio Calabria, man mano che si riscontravano nuove problematiche sui fragili bronzi. L’ultimo spettacolare intervento di restauro conservativo, dal 2009 al 2013,  in una sala appositamente predisposta a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, da dove a un certo punto era sembrato non dovessero più tornare a casa. Ciò avvenne grazie a un blitz notturno dell’allora ministro ai Beni culturali Massimo Bray con la soprintendente Simonetta Bonomi: il guerriero A e B furono rimessi in piedi e trasportati in assoluta sicurezza a Palazzo Piacentini, sede del museo Archeologico nazionale della Magna Grecia, alloggiati in una speciale sala dotata di uno specifico sistema di filtraggio, e di un percorso di depurazione,  attraverso il quale transitano i visitatori, per mantenere sempre costante il clima in cui sono conservati i Bronzi. Inoltre è stata attivata una protezione antisismica (vedi 16 agosto 1972, il sub Mariottini scoprì nel mar Ionio i Bronzi di Riace. L’anno prossimo saranno passati 50 anni. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria si lavora per #BronzidiRiace2022: incontro strategico tra il direttore e l’assessore alla Cultura. In attesa di promuovere i Bronzi di Riace nel mondo, il MArRC promuove in classe la storia e il patrimonio archeologico della Calabria antica | archeologiavocidalpassato).

Verona. I lavori di restauro, manutenzione straordinaria, potenziamento impiantistico con ArtBonus ha portato a scoprire la presenza di sepolture in età medievale. Deposizioni familiari pianificate o uso funerario occasionale? Servono analisi specifiche: appello di archeologi e antropologi Sabap per cercare nuovi fondi

Il sindaco di Verona Gabriele Sboarina (a sinistra) e l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto osservano la sepoltura tardoantica rinvenuta nell’arcovolo 31 dell’Arena (foto comune di verona)

verona_sabap_Archaiologika-Erga-2021_locandinaL’Arena di Verona da luogo di spettacolo a spazio ad uso funerario. Successe nel Medioevo quando l’anfiteatro offriva ambienti adatti alla nuova destinazione anche se è ancora presto per parlare di deposizioni familiari o occasionali. Per una risposta certa occorreranno analisi paleogenetiche per le quali servono fondi che ancora non ci sono: l’appello è giunto alla fine di Archaiologika Erga 2021, la giornata di studi promossa dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Vicenza Rovigo per presentare i principali cantieri archeologici nel Veneto Occidentale. “Capire la cronologia assoluta delle datazioni delle sepolture scoperte prima nell’arcovolo 31 e poi nell’arcovolo 10 attraverso analisi specifiche è fondamentale per riscriver correttamente la storia dell’Arena, del suo uso funerario nel corso del Medioevo”.

La mappa della localizzazione degli scavi archeologici effettuati dalla soprintendenza Archeologia Belle arti Paesaggio di Verona nell’anfiteatro Arena nell’ambito del progetto ArtBonus (foto sabap vr)

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La platea di fondazione raggiunta negli arcovoli 24, 58 e 60 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)


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Scarichi di età medievale e moderna negli arcovoli 58 esterno e 23 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)

“Da alcuni anni l’Arena di Verona è al centro di un ampio progetto di restauro, manutenzione straordinaria, potenziamento impiantistico che si avvale del finanziamento ArtBonus”, ricorda Brunella Bruno, archeologa Sabap, responsabile tutela archeologica città di Verona. “La supervisione e l’assistenza archeologica è stata prevista per tutte le operazioni di scavo e restauro del monumento. Ciò ha portato alla conoscenza di nuovi dettagli tecnici e sulle caratteristiche architettoniche, sulla sofistica progettazione del cantiere antico. La platea di fondazione è un’enorme piattaforma in cementizio (arcovoli 24, 58, 60) fino a 3 metri di spessore: ghiaie grossolane frammiste a ciottoli di natura alluvionale mescolate alla malta di calce. La platea ingloba la rete di cunicoli sotterranei e reca in superficie la traccia del sistema idraulico che percorreva dall’alto in basso l’anfiteatro. A ridosso delle strutture perimetrali fu realizzato un riempimento misto a frammenti ceramici (arcovoli 31, 24), in gran parte pezzi di anfore, con la funzione di livellare la platea e creare un sottofondo con caratteristiche drenanti. Grazie ai materiali ritrovati in questi livelli, si conferma la datazione giulio-claudia dell’anfiteatro che già era stata avanzata su base stilistica, e anzi è stato possibile precisarla. Il rinvenimento di alcune monete di Claudio (sesterzio, arcovolo 60; dupondio, arcovolo 24) si pongono come termine post quem. Le stratificazioni tardo-antiche (arcovolo 31 esterno) sopra la platea ci parlano di un monumento che tra tardo antico, medioevo ed età moderna conosce esiti d’uso differenziati. Un arcovolo fu abitato in età tardo-antica / altomedievale; il successivo fu occupato da attività artigianali e da sepolture (arcovolo 58 esterno, arcovolo 31 interno)”.

La sepoltura con uno scheletro in buone condizioni di conservazione scoperta nell’arcovolo 31 dell’Arena di Verona (foto comune vr)

La prima sepoltura rinvenuta all’interno dell’Arena è stata nell’arcovolo 31, dove i lavori in corso hanno portato alla luce i resti di un corpo umano, perfettamente conservato e che sarà oggetto di un’importante valorizzazione. Gli esperti della Soprintendenza sembrano non avere dubbi: si tratta del corpo di una donna, la cui posizione con le braccia conserte e poste leggermente sotto il petto è tipica delle sepolture. Pure l’epoca sembra abbastanza chiara, e si evince dalla profondità del ritrovamento, che rimanderebbe al periodo tardo antico, compreso tra il terzo e il sesto secolo dopo Cristo. È all’arcovolo 31 che i ricercatori della Soprintendenza, al lavoro per il sopralluogo necessario al restauro, hanno trovato tracce di bruciatura tra le pareti. Si aspettavano di rinvenire i resti della fornace di un fabbro, come già accaduto durante altri scavi, invece si sono abbattuti su una sepoltura, sicuramente successiva al I sec. d.C., epoca a cui risalgono i cocci rotti usati come selciato e spostati, più di 1500 anni fa, per fare spazio alla sepoltura.

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Il sindaco di Verona Gabriele Sboarina e il soprintendente Vincenzo Tinè davanti alla sepoltura nell’arcovolo 31 dell’Arena di Verona (foto comune vr)

Il primo a voler vedere il ritrovamento è stato il sindaco Federico Sboarina, che si recato all’interno dell’Arena con l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto, il soprintendente Vincenzo Tinè, Brunella Bruno e Irene Dori rispettivamente archeologa e antropologa della Soprintendenza. “Questo monumento non finirà mai di stupirci”, ha detto il sindaco. “Oggi ci ha regalato una grande emozione, è il primo reperto di questo tipo che in assoluto viene ritrovato all’interno dell’anfiteatro, una scoperta eccezionale e senza precedenti. Ho chiesto alla Soprintendenza di approfondire lo studio anche negli altri arcovoli, i dettagli della sepoltura fanno pensare che potrebbero essercene altre simili. Ora è il tempo delle analisi approfondite, dopodiché sarà valutata la modalità migliore per valorizzare questo reperto e la sua collocazione, che potrebbe arricchire il percorso museale all’interno dell’anfiteatro che prenderà forma alla fine del cantiere”. E il soprintendente: “È importante attirare l’attenzione di tutti di fronte a tale scoperta. In archeologia, ritrovare degli scheletri è sempre emozionante, farlo all’interno dell’Arena è qualcosa di unico e davvero eccezionale. Abbiamo già scavato delle sepolture all’interno dell’anfiteatro, ma mai in questa posizione, dentro un arcovolo cieco. Non pensavamo di rinvenire livelli romani conservati in situ, riteniamo che questa sepoltura sia stata inserita in epoca Tardo Antica o Alto Medievale al massimo, tanto che crediamo meriti adeguata valorizzazione”.

Fotorilievo dell’arcovolo 10 dell’Arena di Verona con le due tombe rinvenute con tre deposizioni (foto sabap vr)

E arriviamo alle nuove scoperte nell’arcovolo 10, uno dei piccoli arcovoli interni che si aprono sulla galleria mediana, un ambiente di circa 6 metri x 2.95. Poiché era destinato a funzioni tecniche, la soprintendenza ne ha richiesto lo scavo stratigrafico integrale fino alla platea. “Si voleva verificare se l’arcovolo 10 come l’analogo arcovolo 31 fosse destinato a un uso funerario”, spiega l’archeologa Ilenia Gennuso della Lares srl Venezia. “Sulla platea di fondazione è stata rinvenuta una fossa circolare di 80 centimetri di diametro e una profondità di un metro e mezzo. Le funzioni sono ignote. E non è stato possibile neanche inquadrarla cronologicamente perché non è stato rinvenuto nessun elemento di datazione. La fossa viene riempita e l’area viene destinata successivamente a un uso funerario”.

Dettagli delle tre deposizioni rinvenute nell’arcovolo 10 dell’Arena (foto sabap vr)

“Sono state rinvenute tre deposizioni: A parzialmente in riduzione, B e C integre”, continua Gennuso. “Le deposizioni sono state realizzate in due, forse tre, momenti diversi. Quindi da un punto di vista archeologico ci sembra di aver individuato una grande fossa di deposizione originaria. Cioè la centralità e la regolarità della fossa all’interno dell’arcovolo hanno fatto pensare a una vera e propria pianificazione funeraria non a deposizioni estemporanee e casuali. Gli individui A e B sono all’interno di un’unica tomba (la Tomba 1) e la fossa poi è stata ulteriormente allargata per facilitare la deposizione dell’individuo B. Gli individui sono entrambi con la testa verso Sud. Invece l’individuo C è posizionato con la testa verso Est. L’individuo B presenta una fibbia di cintura circolare di tipologia bassomedievale al fianco destro, e ha restituito anche un gruzzolo di 6-7 monete d’argento, degli Erriciani del XII secolo, concrezionate tra di loro. Probabilmente le monete erano contenute all’interno di un sacchetto o comunque di un borsellino di materiale deperibile. Quindi questo ci data esattamente il momento in cui è stato deposto l’individuo B. Per la posa di tutti i corpi è stato spostato parte del cantiere originario romano. I livelli di riempimento della grande fossa sono stati coperti da scarichi con materiale composto da frammenti ceramici, ciottoli e tre monete scaligere. Pensiamo quindi che l’epoca scaligera possa segnare il momento di chiusura finale della fossa funeraria”.

L’individuo A della Tomba 1 dell’arcovolo 10 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)

“La tomba 1 conteneva appunto i resti di due individui che non erano stati deposti simultaneamente”, descrive l’antropologa Irene Dori. L’individuo A è di sesso femminile inseribile nella classe di età tra i 13 e i 19 anni, più precisamente potrebbe avere un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. È stato deposto per primo. Le ossa non si trovano più in posizione, ad eccezione del cranio che è ancora nella sua posizione primaria. L’individuo non è completo, mancano praticamente tutte le ossa del torace e parte delle ossa degli arti superiori. E non è quindi possibile ricostruire la sua posizione originaria”.

L’individuo B della Tomba 1 nell’arcovolo 10 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)

“L’individuo B – continua l’antropologa della Sabap – è deposto in posizione supina con la gamba destra leggermente flessa e ruotata verso l’esterno, gli avanbracci sono piegati. Una delle mani è posizionata sul torace, l’altra sul bacino. La deposizione è avvenuta in spazio pieno, ovvero la terra posta sopra il cadavere ha riempito subito gli spazi lasciati dalla decomposizione dei tessuti molli. È un individuo adulto di sesso maschile, con età maggiore di 25 anni (tutte le ossa sono fuse), e non doveva raggiungere un’altezza superiore ai 163 centimetri. L’individuo A sicuramente è stato deposto per primo, e intercettato all’altezza del torace e degli arti superiori durante la deposizione dell’individuo B. Rimane da capire il legame tra queste sepolture, se questi spazi dell’Arena fossero destinati a deposizioni funerarie di nuclei familiari”

L’individuo C della Tomba 2 nell’arcovolo 10 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)

“L’individuo A e l’individuo B sono in ottime condizioni di conservazione. Al contrario l’individuo C della Tomba 2 è molto mal conservato. Le ossa si presentano appunto in pessime condizioni di conservazione, per questo pulizia, restauro e studio non sono ancora terminati. Si tratta di una sepoltura primaria in nuda terra. La deposizione è avvenuta in spazio pieno come per l’individuo B. Era posto in posizione supina con le gambe distese e le braccia piegate sul bacino. Le analisi preliminari – conclude – ci dicono che probabilmente è un individuo di sesso maschile di età compresa tra i 13 e i 19 anni, e più precisamente tra i 15 e i 18 anni”.

Associazione La Carta di Altino. Conversazione on line “Alle origini del Cristianesimo altinate: la gemma di Cristo Sotér” con il prof. Luigi Sperti, direttore scientifico progetto di Ca’ Foscari in località Ghiacciaia. Il link per seguirla

Locandina della conversazione on line “Alle origini del Cristianesimo altinate: la gemma di Cristo Sotér”

Il Buon anno dell’Associazione La Carta di Altino arriva con la terza delle ConvesazioniAltinati@1600 “Alle origini del Cristianesimo altinate: la gemma di Cristo Sotér” per parlare di un reperto speciale, rinvenuto proprio durante una delle campagne di scavo dell’università Ca’ Foscari di Venezia, che anima il dibattito sul primo Cristianesimo in laguna. Appuntamento on line mercoledì 12 gennaio 2022, alle 21, con il prof. Luigi Sperti, direttore scientifico di questo progetto, insieme alla dott.ssa Bruna Nardelli e al prof. Attilio Mastrocinque. Link per partecipare: https://unipd.zoom.us/j/89013420046. “L’intaglio”, spiega il prof. Sperti, “è stato rinvenuto nel corso dello scavo che l’università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ha condotto nell’estate del 2017 ad Altino in località Ghiacciaia. È in luce all’interno di una cloaca rinvenuta l’anno precedente, ricoperta in origine da grossi blocchi di trachite, e posta sotto la strada che separava due domus databili tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale”.

Veduta aerea dell’edificio absidato di età romana scoperto in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

“La campagna 2017 ha previsto l’apertura di un saggio di scavo (m 25 × 20) nell’area di Ghiacciaia, nella quale erano già stati effettuati dall’università Ca’ Foscari di Venezia tra il 2012 e il 2015 un survey intensivo e nel 2016 un primo saggio di scavo”, scrivono Silvia Cipriano  e Luigi Sperti di Ca’ Foscari nel resoconto pubblicato su Fasti online. “L’area è situata nella zona settentrionale dell’abitato antico di Altinum, poco più a est del centro monumentale della città romana, dove si trovavano il foro, la basilica, il teatro e l’odeon. Lo scavo ha permesso di indagare più estesamente le strutture e gli ambienti riferibili al quartiere abitativo urbano, già messi in luce nel corso della campagna del 2016. In particolare sono emersi diversi vani, che sembrano essere riferibili ad almeno due domus, separate tra loro da una stradina pavimentata con grossi blocchi in trachite, che dovevano costituire la copertura di una cloaca. Questa struttura è stata rinvenuta spogliata, tranne in un breve tratto in cui si conservano il fondo in mattoni e una spalletta laterale in blocchi lapidei. Della domus situata a Est della cloaca sono state identificate almeno due diverse fasi cronologiche, documentate dalla sovrapposizione di due pavimentazioni in uno degli ambienti messi in luce: a un lacerto di opus caementicium con disegno geometrico in tessere musive bianche e nere si sovrappone infatti un nuovo piano pavimentale, testimoniato da un livello di pietrisco a grana fine frammisto a malta cementizia, poggiante su una preparazione in pezzame litoide. Alla medesima domus sono pertinenti anche almeno altri due ambienti, uno dei quali conserva il sottofondo pavimentale in malta cementizia che doveva probabilmente essere rifinito con lastre marmoree, delle quali rimangono le impronte regolari. A ovest della cloaca sono stati identificati almeno 4 vani riferibili ad un’altra domus; in due ambienti si conserva, seppure in modo frammentario e lacunoso, il sottofondo pavimentale in malta cementizia. Tutte le fondazioni murarie rinvenute risultano essere state sottoposte ad attività di spoliazione in età tardoantica. In via preliminare le strutture rinvenute possono essere datate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.” (vedi anche Scoperto un grande edificio absidato di età romana: è l’importante rinvenimento della quarta campagna di scavo del progetto “Alla ricerca di Altino” dell’università Ca’ Foscari di Venezia | archeologiavocidalpassato).

Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici

L’archeologa Fedora Filippi, la “signora della Domus Aurea” (foto PArCo)

Archeologia in lutto: il 5 gennaio 2022 è morta, a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. “È nella luce soffusa della Domus Aurea, fra i meravigliosi colori che la adornano che vogliamo ricordare Fedora Filippi”, scrivono archeologi ed archeologhe del parco archeologico del Colosseo. “Oggi ci ha lasciato una grande archeologa, di grande intelligenza ed energia. Non solo una collega, una guida illuminata e solerte, un’amica sensibile. L’abbiamo amata per la sua tenacia, l’abbiamo stimata per la sua professionalità e cultura. Quello che lei ha iniziato abbiamo il dovere di portarlo a termine. Ciao, cara Fedora”. “Intelligente e riservata, scrupolosa negli studi e nella comunicazione, ma allo stesso tempo generosa e dotata di una fine ironia che riservava alle persone che riuscivano a farle breccia nel cuore”: così la descrivono quanti hanno avuto modo di lavorare con lei o semplicemente di conoscerla.

Alessandro D’Alessio

Alessandro D’Alessio è il nuovo direttore del parco archeologico di Ostia antica

“È con sommo sconforto e profonda tristezza che apprendo della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di chiara fama, in forze fino a pochi anni or sono alla gloriosa Soprintendenza Archeologica di Roma”, scrive Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica, già archeologo del parco archeologico del Colosseo e responsabile scientifico della Domus Aurea. “Responsabile per lungo tempo della Domus Aurea, dove ha avuto l’enorme merito di avviare l’impegnativa opera di messa in sicurezza e risanamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi di uno dei monumenti più importanti e delicati della città, e ancora della ricerca e tutela nell’area del Campo Marzio, cui ha pure dato un contributo di primo piano, Fedora è stata una studiosa di altissimo livello e un Funzionario esemplare del nostro Ministero. Personalmente mi mancherà sempre il confronto con la sua intelligenza e lungimiranza. A nome mio e di quello che fu lo staff della Domus Aurea sotto la sua e poi mia responsabilità, esprimo a Henner, ai familiari e agli amici tutti di Fedora le mie più sentite condoglianze e il rammarico per la gravissima perdita”.

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Daniela Porro, soprintendente speciale ABAP di Roma

Cordoglio per la prematura scomparsa dell’archeologa Fedora Filippi è stato espresso anche dalla soprintendenza speciale di Roma. “Con profonda tristezza”, scrivono il soprintendente Daniela Porro e gli archeologi della Sabap Roma, “apprendiamo la notizia della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di fama internazionale e fino a pochi anni fa in servizio presso la soprintendenza Archeologica di Roma e nostra apprezzata e stimata collega. Fine studiosa e eccellente archeologa, Fedora ha dedicato la sua carriera lavorativa alla salvaguardia, allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale di Roma, dedicandosi in particolare alla tutela dell’area centrale. Prima fra tutte va ricordata la sua attività come direttore della Domus Aurea dove ha portato avanti la messa in sicurezza e il restauro del monumento e, con la consueta lungimiranza, ne ha reso partecipe il grande pubblico in tempo reale.

L’archeologa Fedora Filippi (foto sabap roma)
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La copertina del libro “HORTI ET SORDES. Uno scavo alle falde del Gianicolo”

Responsabile della tutela archeologica delle aree di Campo Marzio e Trastevere, è stata autrice di scoperte archeologiche di grande importanza, come le scuderie imperiali di via Giulia, il complesso sotto la Rinascente in via del Tritone, gli Horti alle falde del Gianicolo, solo per ricordarne alcune e che spesso sono confluite in pubblicazioni scientifiche di grande spessore come “Horti et sordes. Uno scavo alle falde del Gianicolo” del 2008 e “Campo Marzio. Nuove ricerche” del 2016. Nella sua attività – continuano – ha sempre messo in primo piano anche la divulgazione, curando mostre di grande impatto e respiro e che testimoniano il suo interesse e curiosità anche per argomenti diversi, come “I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi” del 2005, “Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi un architetto per l’archeologia” del 2007, “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima della fotografia a colori” del 2009. Durante gli anni in Soprintendenza ha curato anche la sistematizzazione e informatizzazione dei dati dell’archivio storico archeologico, organizzandoli in una banca dati consultabile on-line e ha coordinato l’attività di tutela nell’area centrale. Per tutti noi suoi colleghi, quella di Fedora, è una grande perdita e ci mancheranno molto la sua intelligenza, la sua preparazione e la sua amicizia e affettività. Ai familiari e agli amici le nostre più partecipate condoglianze”.

L’archeologa Fedora Filippi a Beirut durante la missione archeologica (foto ilmitte)

Un personalissimo ricordo l’ha scritto la giornalista Lucia Conti, direttore de “Il Mitte”, il primo quotidiano online per gli italiani all’estero, inaugurato il 7 maggio 2012 a Berlino. “Per me questa donna dalla mente eccelsa – scrive Lucia Conti – era soprattutto Fedora, o Fedi. L’ho conosciuta per la prima volta a casa dell’amica comune Amelia Massetti, persona straordinaria che tanto le è stata vicina, fino all’ultimo giorno. Ricordo il suo sorriso, la sua eleganza e ricordo il fatto che ci venne naturale chiacchierare. Parlammo del lavoro, delle incombenze del momento, della serata piacevolissima che stavamo vivendo, di cose poco importanti e importantissime, nello schema generale della vita. Il legame si creò subito. Ebbi la grande fortuna e l’onore di essere oggetto della sua stima”. E continua: “Ricordo la sua timidezza, le sue mani che quasi tremavano, la riservatezza estrema che questa donna così elegante e delicata mostrava quando si trattava di venire avanti anche in prima persona, e non solo attraverso i risultati del suo eccellente lavoro. Laddove molti rivendicano titoli e spazi con tracotanza, a volte anche a gomitate, lei nascondeva i suoi successi come se fossero colpe. Però era sempre pronta a farsi violenza e a vincere se stessa, quando si trattava di esporsi per una causa giusta. A casa sua ebbi modo di scorrere alcune tra le sue innumerevoli pubblicazioni scientifiche, che l’avevano resa una star dell’archeologia. E quanto si imbarazzerebbe, se leggesse oggi queste mie parole! Scoprii anche che aveva lavorato a Beirut, con grande successo e in condizioni di estremo pericolo. Ogni tanto spuntava fuori un tassello di quel meraviglioso mosaico che è stata la sua vita professionale e quando accadeva era bellissimo restare in silenzio, a imparare”. Conclude Lucia Conti: “Sinceramente prostrata dalla notizia, mi unisco a chi la amava, è l’unica cosa che posso fare. Quindi abbraccio con tutto il cuore innanzitutto la famiglia, il marito Henner, che è stato straordinario in momenti terribili, e Federica, gemella di Fedora, che sono stata felicissima di conoscere, anche se in circostanze davvero tristi. Fedora è andata via in una giornata uggiosa. Il giorno dopo è spuntato il sole e domina il suo ricordo, più luminoso di quanto sia questo spicchio di luce a cui sto anche dando le spalle. Voglio immaginarla immersa nelle cose che amava: leggere, studiare, viaggiare, esplorare il passato del mondo, le sue passeggiate nel bosco, la purezza assoluta dei monti e i soggiorni in famiglia sul Baltico, quando c’è sole, ma fa ancora freddo”.

Roma. “L’importanza di chiamarsi Harnste”: Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, annuncia una diretta Fb per approfondire e dare risposte sull’eccezionale scoperta dell’iscrizione all’interno di un elmo di 2400 anni fa rinvenuto a Vulci nel 1930

Dettaglio dell’iscrizione HARNSTE scoperta all’interno dell’elmo da Vulci, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa (vedi Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia | archeologiavocidalpassato).

Il direttore Valentino Nizzo accanto all’elmo da Vulci mostra il numero di Archeologia Viva (foto etru)

È lo stesso direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, Valentino Nizzo, che su un video (vedi Facebook) introduce il pubblico a questa scoperta con un excursus storico-linguistico che ci permetta di capire meglio l’importanza del rinvenimento all’interno dell’elmo da Vulci.

Locandina della diretta FB “L’importanza di chiamarsi Harnste” con Valentino Nizzo

Ma non è tutto. Il grande interesse e la curiosità suscitati sui media nazionali e internazionali dalla notizia dell’iscrizione rimasta nascosta per oltre 90 anni all’interno di un elmo etrusco di 2400 anni fa scavato nella necropoli dell’Osteria di Vulci da Raniero Mengarelli e Ugo Ferraguti, ha convinto Valentino Nizzo a proporre un approfondimento con una diretta sul suo profilo Facebook lunedì 3 gennaio 2022 alle 18: “L’importanza di chiamarsi Harnste”. In un’ora e un quarto il direttore dell’Etru cercherà di dare risposte ad alcune domande (qual è la sua importanza storica e archeologica? Cosa racconta e cosa consente di ipotizzare la nuova iscrizione? Com’è stata interpretata?) e ad altri interrogativi posti da questa eccezionale scoperta.

Cosa ci porta il nuovo anno? Il restauro e la valorizzazione del cavallo scoperto da Maiuri nel 1938: nuovo allestimento nello stabulum a sud di via dell’Abbondanza, inclusivo e accessibile anche a ipovedenti. Parla la responsabile Luana Toniolo

Lo scheletro del cavallo scoperto nel 1938 da Maiuri è nel laboratorio di restauro di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Cosa ci porta il nuovo anno? Questa volta non parliamo di una grande mostra o di nuovi musei, ma di un reperto che grazie al restauro e a nuovi studi verrà valorizzato e presentato al pubblico in sicurezza: è il cosiddetto Cavallo di Maiuri. Lo scheletro del cavallo rinvenuto nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente della antica città di Pompei è oggetto infatti di un progetto di restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei, finalizzato al recupero e alla tutela del reperto. Una volta restaurato e consolidato grazie al rilievo laser scanner dello scheletro, sarà realizzato un modello in 3d per ipovedenti in vista di un nuovo allestimento in situ accessibile e inclusivo. “Si tratta di un intervento multidisciplinare”, sottolinea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, “che vede all’opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. Il progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell’ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”. Il gruppo lavoro è composta da Luana Toniolo, responsabile del progetto; Stefania Giudice, direttore dei lavori; Paola Sabbatucci, direttore operativo restauratore; Arianna Spinosa, direttore operativo architetto; Armando Santamaria, direttore operativo ingegnere; Amedeo Mercogliano, supporto contabile Ales; Natascia Pizzano, archeozoologo; DF14 – Restauro Beni Culturali di Debora Fagiani; SineCera Studio – sinecerastudio.it.

A raccontarci della storia di questo reperto e del suo restauro e valorizzazione è la stessa responsabile, Luana Toniolo, archeologa del parco archeologico di Pompei. “Nel 1938 Maiuri mentre scavava questo settore della città a sud di via dell’Abbondanza – ricorda Luana Toniolo – identificò una struttura quadrata in muratura che poteva essere una mangiatoia. E proprio a pochi centimetri da questa struttura, dai lapilli cominciò a emergere il cranio di un cavallo. Emerse il cranio, emerse il collo e parte della colonna vertebrale. Continuando con lo scavo si vide che era un vero e proprio cavallo e che ci trovavamo in uno stabulum, in una stalla. Vicino infatti al cavallo e alla mangiatoia si rinvennero infatti anche dei resti organici, paglia. Maiuri decise quindi di applicare anche qui quella strategia di musealizzazione che stava applicando in tutto il sito, cioè un vero e proprio museo diffuso, lasciando i reperti in situ là dove li trovava, come fece ad esempio nella Casa del Menandro, alla Villa de Misteri, attuando quindi una strategia che era già stata sperimentata nei decenni precedenti da Spinazzola. Ad esempio, nel famoso allestimento del Thermopolium di Asellina”.

Lo scheletro del cavallo come appariva nel suo allestimento allo stabulum nel 1941-1942 in una foto dell’archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

“In questo stabulum, quindi, coperto da una tettoia – continua l’archeologa -, rimise in piedi il cavallo. Un cavallo alto 1 metro e 34 al garrese, utilizzato per il trasporto delle merci, per il traino. Dobbiamo infatti ricordare che a Pompei oltre ai suoi abitanti in città c’erano anche gli animali: pensiamo ai cani, di cui c’è il famoso calco della Casa di Vesonius Primus. Ma c’erano anche i cavalli che servivano per quei carri che sono attestati a Pompei, come ad esempio, nella Casa del Menandro”.

Restauratori all’opera sul “Cavallo di Maiuri” nei laboratori di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Con il passare dei decenni però questo cavallo venne in parte dimenticato e abbandonato, e soggetto a un progressivo degrado. Abbiamo quindi deciso di procedere finalmente al suo restauro. E a un nuovo allestimento che permetta appunto di valorizzarlo. Abbiamo quindi iniziato questo intervento che è un vero e proprio intervento multidisciplinare – spiega Luana Toniolo – perché, oltre al lavoro dei restauratori in primis e degli archeologi, tutto il lavoro è seguito costantemente da un archeozoologo sia per permettere uno studio finalmente veramente scientifico di questo cavallo, che quindi può darci delle informazioni importantissime sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei, sia per progettare un nuovo allestimento rispettoso dell’originario allestimento di Maiuri ma che permetterà quindi a breve tempo al visitatore di rivedere questo cavallo”.

Ma si tratterà di un allestimento che vuole anche essere inclusivo e accessibile, anche dal punto di vista cognitivo. Perché ora per gli ipovedenti abbiamo predisposto anche un modellino 3D di questo cavallo, che quindi può essere toccato, un modellino tattile, anche con una differenziazione tra le parti effettivamente conservate e quelle che ricostruiremo, per capire insieme a una spiegazione in braille la storia di questo cavallo.

Rilievo con laser scanner del Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“La nostra metodologia di lavoro – sottolinea la responsabile del progetto – ha previsto innanzitutto un rilievo con laser scanner del cavallo, che ha permesso di realizzare un vero e proprio modello 3D. Una volta realizzato questo modello 3D, abbiamo iniziato a smontare il cavallo che, infatti era in posizione verticale grazie a un’armatura metallica, ancora quella dei tempi di Maiuri, con dei restauri e interventi successivi, ma che l’aveva in parte danneggiato con fenomeni di ossidazione che hanno intaccato anche il colore delle ossa. Abbiano quindi provveduto a staccare questo filo metallico, a smontare il cavallo e a portarlo in laboratorio”.

Interventi di restauro, pulizia e consolidamento sul Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“Ora il cavallo è sottoposto a un processo di restauro, di pulizia, di consolidamento. E con la collaborazione dell’archeozoologo stiamo valutando quali parti sarà opportuno ristampare mediante una scansione 3D. Rispetto infatti a quello che ci raccontano le foto d’epoca, il cavallo ha perso molte delle sue ossa: molte costole della gabbia toracica, alcune vertebre, parte della coda. Valuteremo quindi quello che è opportuno integrare e poi lo rimonteremo in una posizione che sia scientificamente più corretta, perché nel corso del tempo ha perso la sua postura originale. Lo rimonteremo – conclude – con una struttura e con materiali nuovi che siano adatti al microclima e che quindi rispettino anche le necessarie condizioni di tutela del cavallo”.

Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia

Veduta laterale dell’elmo italico a calotta con gola e dischetti di bronzo fuso per la protezione dei lobi auricolari dalla tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci, scavi Ferraguti-Mengarelli 1930. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. “Un elmo venuto alla luce nel 1930 ed esposto sin quasi da subito insieme al resto del corredo nelle sale del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia”, racconta il direttore Valentino Nizzo, “ha svelato dopo quasi un secolo il segreto che custodiva gelosamente da quasi 2400 anni. Una breve iscrizione etrusca nascosta al suo interno era finora sfuggita all’attenzione di tutti, nonostante la cura con la quale Ugo Ferraguti e Raniero Mengarelli – artefici della scoperta – avevano trattato i materiali rinvenuti a partire dal 1928 durante le fortunatissime campagne di scavo realizzate nella necropoli dell’Osteria di Vulci. Si trattava delle prime indagini archeologiche condotte con metodo scientifico moderno nell’antica città etrusca, dopo secoli di saccheggi quasi indiscriminati. La morte prematura di entrambi gli scavatori ha impedito finora la loro pubblicazione per problemi legati anche allo studio della documentazione di scavo. Nonostante questo, i contesti più importanti vennero sin da subito destinati alla pubblica fruizione nelle sale vulcenti di Villa Giulia”.

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Distribuzione degli esemplari di provenienza certa degli elmi del medesimo tipo (elaborazione R. Graells i Fabregat aggiornata da V. Nizzo)

“Un recente intervento di digitalizzazione e di verifica dello stato di conservazione di alcune armi custodite nelle collezioni del Museo – continua – ha portato all’inattesa scoperta. I risultati dello studio scientifico dell’iscrizione e una sua prima proposta interpretativa appariranno sul prossimo numero della rivista Archeologia Viva. L’epigrafe, incisa all’interno del paranuca dopo la manifattura, restituisce molto probabilmente un gentilizio privo finora di riscontri puntuali nell’onomastica etrusca, a fronte di migliaia di iscrizioni note. Se si escludono gli esemplari con dediche votive e un gruppo di 60 elmi (su 150) tutti contraddistinti dal medesimo gentilizio rinvenuti sull’acropoli di Vetulonia nel 1904, sono circa una decina le armi di questo tipo caratterizzate da iscrizioni come quella appena individuata, documentate in ambito etrusco e italico tra il VI e il III secolo a.C. Si tratta, dunque, di un tipo di evidenza molto rara che offre informazioni fondamentali per la ricostruzione dell’organizzazione militare e dell’evoluzione dell’arte della guerra nell’Italia preromana”.

Il direttore Valentino Nizzo accanto all’elmo da Vulci mostra il numero di Archeologia Viva (foto etru)

“In base al suo esame tipologico e alle informazioni fornite dagli altri oggetti del corredo della tomba 55 (una delle più ricche tra quelle coeve rinvenute a Vulci)”, spiega Nizzo, “la deposizione dell’elmo può essere datata intorno alla metà del IV secolo a.C. Siamo in un’epoca caratterizzata da una forte conflittualità tra popoli che competevano per il predominio nella nostra Penisola o per la semplice sopravvivenza, minacciata dalla calata dei Celti che nel 390 avevano messo a ferro e fuoco la stessa Roma. L’elmo di Vulci si inserisce perfettamente in questo contesto e, grazie alla sua iscrizione, racconta una pagina inedita della vita di un guerriero del suo tempo, anche se non è possibile stabilire con certezza se il nome conservato coincida con quello del suo ultimo proprietario. Molti indizi, infatti, ci portano a cercare le sue origini in un’altra città, al confine tra Umbri ed Etruschi, Perugia”.

Dettaglio dell’iscrizione scoperta all’interno dell’elmo da Vulci, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

“La lettura non comporta particolari difficoltà”, riprende, “e consente di ricostruire una sequenza completa di 7 lettere disposte ai lati di un ribattino: HARN   STE. Quest’ultimo ostacolo sembrerebbe essere stato considerato dall’autore dell’epigrafe la quale, molto probabilmente, va letta come un’unica parola, quasi certamente un gentilizio per analogia con le altre iscrizioni rinvenute su elmi e caratterizzate da una simile collocazione. La presenza all’interno doveva infatti essere nota solo a chi utilizzava l’elmo e, quindi, molto probabilmente doveva indicare il suo proprietario. Questo rafforzava il senso di appartenenza di un oggetto di vitale importanza che, nel nascondere le sembianze del guerriero e nel proteggerlo, diveniva la sua proiezione metaforica. Se i guerrieri potevano viaggiare come mercenari alle dipendenze del migliore offerente, ancora di più potevano viaggiare le loro armi, donate come premio o acquisite come preda bellica sul campo di battaglia. Anche se non è più possibile stabilire se Harnste fosse il suo gentilizio o quello di un rivale ucciso su un ignoto campo di battaglia – sostiene – ci piace pensare che il pubblico che da ora in poi ammirerà l’elmo vulcente potrà memorizzare non soltanto il freddo numero d’ordine di una tomba ma anche qualcosa di più intimo e personale, come un nome e alcuni brandelli della possibile storia di chi, un tempo, lo aveva posseduto e aveva affidato ad esso la sua vita”.

Fotomosaico e rielaborazione dell’iscrizione dell’elmo da Vulci, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto ed elaborazione Miriam Lamonaca)

“Contrariamente a quanto si pensava finora”, spiega il direttore di Etru, “è possibile che il nostro elmo non sia stato prodotto a Vulci ma a Perugia dove è documentato il maggior numero di esemplari di questo tipo peculiare, una via di mezzo tra i più antichi elmi tipo “Negau” di tradizione etrusca e quelli cosiddetti “Montefortino”, di tradizione celtica ma molto popolari anche nel mondo italico e nella Roma repubblicana. Tale provenienza sembrerebbe confermata dal gentilizio restituito dall’iscrizione, molto simile a quello documentato in un’epigrafe latina rinvenuta nei pressi del celebre ipogeo dei Volumni di Perugia e appartenuta a una donna di origini etrusche vissuta nel I secolo a.C.: Harnustia. Analogie possono essere ravvisate anche con i gentilizi Havrna, Havrenies/Harenies attestati agli inizi del III secolo a.C. a Bolsena, a metà strada tra Vulci e Perugia. A Perugia sembra tuttavia ricondurci quella che potrebbe essere l’origine del nome, se è corretto ipotizzare una sua correlazione con il toponimo Aharnam, menzionato da Tito Livio (X, 25.4) come sede di un accampamento romano alla vigilia della celebre battaglia delle Nazioni avvenuta presso Sentino nel 295 a.C. È infatti assai probabile che il piccolo centro etrusco-umbro menzionato da Livio vada identificato con la moderna Civitella d’Arna, vicinissima a Perugia. Il gentilizio del nostro guerriero si sarebbe dunque potuto formare traendo origine dal nome della città di cui era originario, come testimoniano diverse iscrizioni su armi, anche a seguito della mobilità dei militari e della loro eventuale propensione a essere chiamati con il nome del luogo di provenienza”.

Progetto Vulci 3000 della Duke University con la collaborazione della Fondazione Luigi Rovati. Nuove scoperte dalla città etrusca: è venuto alla luce il complesso sistema idraulico

Bocca di fontana in marmo configurata a Sileno. I-II sec. d.C. dall’ambiente 5: scavo Duke University nell’area urbana di Vulci (foto flr)
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Il team di ricercatori impegnato nella campagna di scavo 2021 a Vulci (foto flr)

Fondazione Luigi Rovati collabora con il progetto di ricerca Vulci 3000 della Duke University (Durham, North Carolina) incentrato sullo studio e l’interpretazione della trasformazione di Vulci (Viterbo) durante la transizione da città etrusca a città romana. Si tratta di un importante progetto di ricerca, con un team internazionale guidato dal prof. Maurizio Forte (Duke University), giunto oggi a un punto di svolta: dopo sette anni di lavoro con tecnologie d’avanguardia, è venuto alla luce il complesso sistema idraulico della città etrusca di Vulci, composto da canali e cunicoli perfettamente conservati, che permettono uno studio accurato delle infrastrutture urbane di epoca etrusca. Tra i ritrovamenti più interessanti durante gli scavi, una bocca di fontana in marmo a forma di Sileno, ovvero un satiro, che appartiene al mondo mitologico greco e fa parte, insieme alle baccanti, del corteo del dio del vino Dioniso.

La canaletta individuata nel c.d. settore B, nell’area urbana di Vulci, realizzata con coppi giustapposti (foto flr)

Vulci rappresenta un bacino archeologico di grandissimo interesse che, attraverso gli scavi, porta alla luce l’evoluzione dell’area, con particolare attenzione allo sviluppo e alla trasformazione urbana, l’identità culturale, lo spazio pubblico e privato, le tecniche di produzione. Grazie all’uso di tecnologie avanzate è stato ricostruito digitalmente l’assetto della viabilità antica, di grande fascino anche per i non addetti ai lavori. L’acqua è l’elemento centrale di tutto lo scavo: pozzi, cisterne, reti idrauliche complesse caratterizzano le fasi etrusche e romane in un complicato disegno ancora tutto da decifrare. Un triennio di collaborazione (e sette di attività) hanno portato alla luce una rete di cunicoli scavati nel tufo che sembrano confluire tutti in una precisa area sotterranea; tra le scoperte una delle più interessanti è sicuramente una canaletta costruita in coppi con lettere e numerali etruschi incisi. Il sistema idraulico doveva prevedere il filtraggio dell’acqua che scorreva da Sud a Nord come tutte le altre canalizzazioni. Questo sistema di captazione e ridistribuzione indica una centralizzazione pubblica nella gestione delle infrastrutture, come avviene nelle città moderne. Fra i ritrovamenti più interessanti nelle campagne di scavo spiccano ceramiche etrusco-corinzie (fine VII-inizio VI sec. a.C.), attiche, materiale votivo e, soprattutto, un frammento di anfora attribuibile al Pittore di Micali. Una attestazione unica nel suo genere per l’area urbana, perché le opere di questo artigiano, che prende il nome da Giuseppe Micali – storico vissuto in età risorgimentale e primo ad averlo studiato -sembravano destinate esclusivamente al mondo funerario e qua si trovano invece in area urbana.

Edificio pubblico che dà sul decumano di Vulci, databile alla prima età imperiale, pavimentato con lastre di travertino (foto flr)
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Grande cisterna individuata al di sotto del grande ambiente lastricato di Vulci (foto flr)

Tante le novità emerse dalle indagini dell’ultima campagna di scavo 2021: appare ormai chiaro che l’edificio pubblico affacciato sul Decumano e databile alla prima età imperiale – pavimentato con lastre di travertino e in origine riccamente decorato con marmi, stucchi e affreschi policromi – insiste, come gli ambienti circostanti, su una complessa stratificazione relativa alla fase etrusca del sito. Sempre più evidente, inoltre, il fondamentale ruolo avuto dall’acqua nell’intera area, da ricollegare, molto verosimilmente, a precise esigenze che travalicano la mera utilità pratica di questo bene preziosissimo: alla grande cisterna individuata al di sotto del grande ambiente lastricato, si sono aggiunti quest’anno un complesso sistema di cunicoli, oltre a pozzi e canalette. Interessantissima, in particolare, la canaletta individuata nel c.d. settore B, realizzata con coppi giustapposti, molti dei quali presentavano numerali o segni alfabetici in etrusco incisi sulla superficie.

Egitto. Webinar promosso dall’istituto italiano di Cultura al Cairo su “Progetto archeologico Kom al-Ahmer – Kom Wasit: dieci anni di indagini nel Delta del Nilo occidentale” a cura di Cristina Mondin dell’università di Padova, dove è emersa un’antica capitale. Ecco come seguirlo

L’appuntamento è martedì 20 dicembre 2021, alle 17 ora italiana (18 ora egiziana) per il webinar “Progetto archeologico Kom al-Ahmer – Kom Wasit: dieci anni di indagini nel Delta del Nilo occidentale” a cura di Cristina Mondin dell’università di Padova, promosso dal Centro archeologico italiano dell’Istituto italiano di Cultura al Cairo in collaborazione con l’ambasciata italiana al Cairo. La conferenza potrà essere seguita attraverso Microsoft Teams al link https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3ameeting_MDMwYzMzMzgtZWQwYS00MTcyLTg1YzItNGUzMWJkOGEzOWQ4%40thread.v2/0?context=%7b%22Tid%22%3a%2234c64e9f-d27f-4edd-a1f0-1397f0c84f94%22%2c%22Oid%22%3a%22babdcf46-9524-4ae8-ae30-59e751a8a656%22%7d (istruzioni: 1- clicca sul link; 2- scegli “continua su questo browser”, non sarà necessario scaricare alcuna applicazione; 3 – fai clic su partecipa e sarai nella sala riunioni; 4- Se ti iscrivi da cellulare, dovrai installare l’app).

Istantanee dallo scavo di Kom al-Ahmer e Kom Wasit nel Delta occidentale (foto unipd)
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Cristina Mondin dell’università di Padova

Era il 2014 quando il tam tam mediatico iniziò a far circolare nel mondo la notizia della scoperta un’antica capitale sul Delta del Nilo, a Kom al-Ahmer e Kom Wasit, siti a 6 km a Ovest del ramo Rosetta del Nilo, 35 km a Sud di Rosetta, 40 km a Sud-Est del porto di Thonis-Heracleion, e 52 km a Sud-Est del porto di Alessandria, proprio nella regione dove le fonti storiche e i geografi ellenistici e romani situano la capitale chiamata Metelite: il Progetto Kom al-Ahmer e Kom Wasit della missione archeologica italiana ha permesso di riportare in luce i resti di due città che con ogni probabilità costituirono gli insediamenti successivi della famosa e mai ritrovata Metelis, riferibili almeno all’epoca romana, tardo romana e primo periodo arabo. La campagna di ricerca, sotto la direzione del campo di Mohamed Kenawi (Bibliotheca Alexandrina – Università di Catania), Cristina Mondin (università di Padova), Giorgia Marchiori (CAIE – Centro Archeologico Italo Egiziano) e con la direzione scientifica di Emanuele Papi (università di Siena) e Paola Zanovello (università di Padova), si è svolta in collaborazione con numerosi specialisti internazionali.

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Il complesso termale emerso a Kom al-Ahmer nel Delta occidentale (foto kom-ahmer archaeological project)

“Questa regione del Delta è poco noto sotto il profilo archeologico”, ricorda Cristina Mondin, “perché le prospezioni sono state possibili solo dopo la costruzione della diga di Aswan nel 1971 e la conseguente bonifica. Fino a quel momento erano noti solo pochi siti, tra cui proprio quello di Kom al-Ahmer, visitato per la prima volta dall’italiano Achille Adriani, grande esperto di arte alessandrina, ma solo nel 1942 indagato sotto la direzione dell’ispettore egiziano Abd el-Mohsen el-Khashab, che portarono alla luce un grande complesso termale e numerose monete databili tra i primi decenni dell’età ellenistica (III sec. a.C.) e gli inizi della dominazione araba (VII-VIII sec.). Mentre nel vicino sito di Kom Wasit fu effettuato solo un piccolo sondaggio esplorativo nel 1944 da un altro ispettore egiziano, Labib Habachi, che permise d’individuare un piccolo complesso termale di età ellenistica (III sec. a.C.). Ma poi non se ne fece più nulla”.