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#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi, curatore del museo, svela la storia della Bella Greca, “femme fatale”, ritratta dal trentino Giovan Battista Lampi

Il ritratto di Sophia de Witt, la Bella Greca, dipinto da Giovan Battista Lampi tra il 1789 e il 1791, e conservato al Castello del Buonconsiglio di Trento (foto Buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi, curatore del museo settore storico-artistico, ci svela attraverso un magnifico ritratto realizzato dal pittore trentino Giovan Battista Lampi, la storia di una bellissima cortigiana, una “femme fatale” che visse a cavallo tra Settecento e Ottocento facendo innamorare i nobiluomini di molte corti europee: l’affascinante contessa Sophia de Witt, conosciuta come la Bella Greca, può tranquillamente essere considerata la Marilyn Monroe del suo tempo.

“Rientro al museo” è stata l’iniziativa culturale che il Castello del Buonconsiglio ha promosso nel mese di giugno 2020. L’immagine più accattivante proposta per l’iniziativa era il ritratto di una donna con la mascherina di colore azzurro. Ma chi è questa donna misteriosa? Ce la fa scoprire Claudio Strocchi. “È Sophia de Witt, una donna di origine turca che all’età di 12 anni era stata venduta a Costantinopoli come schiava. Il suo compratore era un nobile polacco. Sophia venne accompagnata alla corte del re di Polonia. I contemporanei la descrivevano “bellissima come un sogno, una bambina dei Paesi del Sud”. Tutti quelli che l’hanno vista ammirano la sua bellezza accendendo un fuoco nel cuore degli uomini e l’invidia negli occhi delle donne. A quell’epoca, alla corte del re di Polonia Stanislao Poniatowski, viveva un pittore di origine trentina Giovan Battista Lampi che conobbe la giovane fanciulla e la ritrasse nel dipinto ora esposto al Castello del Buonconsiglio. Venne iniziato nel 1789 in Polonia ma venne terminato nel 1791 quando il pittore si era già trasferito in Austria. Infatti nel dipinto si legge la firma Lampi e la data 1791. Sophia è rappresentata come una giovane donna con un abbigliamento alla moda, uno splendido vestito di seta bianca, la chioma corvina, e un’alta fascia con perle e rubini. Mostra una coppa per omaggiare la dea Vesta. Alle spalle, entro la nicchia, si intravede infatti la scultura della divinità greca a cui Sophia rende omaggio. Il pittore Giovan Battista Lampi sceglie una posa decisamente teatrale che esalta il fascino di questa donna che all’epoca era nota come la Bella Greca. Nel 1798, dopo essere stata per diverso tempo una delle damigelle della zarina di Russia Caterina II, Sophia diventa la moglie di un altro nobile polacco, il conte di origine polacca Stanislao Potocki. Per le sue caratteristiche stilistiche è uno dei capolavori della produzione pittorica di Giovan Battista Lampi. Per lungo tempo è appartenuto agli eredi della famiglia Potocki, e alla fine dell’Ottocento era custodito nella galleria di famiglia a Parigi. È stato acquistato per il Castello del Buonconsiglio nel 1998 e da allora è esposto nella sezione dedicata al pittore trentino Giovan Battista Lampi”.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Prima puntata: le capanne del IX sec. a.C.

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu infatti una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino.

Il plastico delle capanne del Cermalus realizzato nel 1950 dall’architetto Alberto Davico, e conservato al museo Palatino (foto PArCo)

Le capanne. Oggi sappiamo che il Palatino fu abitato e occupato stabilmente fin dal X secolo a.C. Sulla cima del colle, proprio dove la tradizione storica antica collocava la mitica fondazione di Roma, si conservano infatti i resti di un abitato di capanne, utilizzato fino alla fine del VII secolo, che ne costituisce la prima testimonianza. Si trattava di edifici molto semplici, di forma ovale, con le pareti di fango, paglia e canne, ed il tetto sostenuto da pali di legno infissi nel tufo. All’interno un’unica stanza, dotata di focolare al centro, e, in alcuni casi, di un piccolo portico davanti alla porta. Tra queste capanne, nell’angolo sud-occidentale del colle, si trovava la cosiddetta Casa Romuli, secondo la tradizione abitazione del fondatore della città: Romolo. Non a caso la capanna e quelle adiacenti furono risparmiate dalle costruzioni successive e, come ci raccontano Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, mantenute per secoli nel loro stato originale con accurati restauri. Al museo Palatino è conservato il Plastico delle Capanne del Cermalus, una delle alture del Palatino, realizzato nel 1950 dall’architetto Alberto Davico. Le tre capanne non ricostruite di cui si vedono solo le impronte nel banco di tufo, davanti al centro, sono quelle scavate da Salvatore Maria Puglisi nel 1948, mentre il resto del villaggio è ricostruito liberamente. I dati archeologici e lo studio dei materiali ceramici rinvenuti permettono di ricostruire un villaggio databile almeno dal IX secolo a.C. fino al VII secolo a.C.

Modellino della Capanna A del Cermalus realizzato dall’architetto Alberto Davico, ed esposto al museo Palatino (foto PArCo)
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Il disegno ricostruttivo e il rilievo archeologico della capanna A del Cermalus (foto PArCo)

Modellino della Capanna A del Cermalus, esposto al museo Palatino. La ricostruzione, realizzata da Alberto Davico nel 1950, si basa sulle tracce archeologiche nel banco di tufo e sul confronto con le urne a capanna rinvenute nelle tombe ad incinerazione nel Lazio e in Etruria, tra Bronzo finale e prima età del Ferro (XI-X secolo a.C.) che riproducono abitazioni reali. La Capanna A è una delle capanne conservate in modo migliore tra le tre rimesse in luce nel 1948 da Salvatore Maria Puglisi. Si conservano il disegno ricostruttivo e il rilievo archeologico con due sezioni della Capanna A del Cermalus.

“Fate presto”: il grido simbolo del terremoto dell’Irpinia del 1980. Nel quarantennale ecco l’anteprima della mostra fotografica “19.34/ Quaranta anni dopo/La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo”, l’introduzione del direttore Giulierini, e il documentario sul sisma al Mann

Terremoto dell’Irpinia 1980: soccorsi tra le macerie (foto Antonietta De Lillo)

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Il manifesto della mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” al museo Archeologico nazionale di Napoli, rinviata al 2021 causa Covid-19


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Irpinia 1980: il sisma in presa diretta nelle foto di Antonietta De Lillo (archivio marechiarofilm)

23 novembre 1980. Alle 19:34 la terra trema per 90 secondi. Dall’epicentro a Conza della Campania l’onda si propaga per 17mila chilometri quadrati, radendo al suolo 126 paesi, lasciando senza casa 300mila persone. 8.848 i feriti, 2.914 i morti. FATE PRESTO! è il grido rimasto nella storia del quotidiano Il Mattino quando il 26 novembre ancora non arrivano i soccorsi, in quello che è a tutt’oggi il terremoto più devastante che ha colpito l’Italia nell’ultimo secolo. Nel quarantennale del terremoto sul sito di marechiarofilm anteprima  di 10 scatti inediti della fotografa e regista napoletana Antonietta De Lillo della mostra “19.34/ Quaranta anni dopo/La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo”, che il museo Archeologico nazionale di Napoli ospiterà nel 2021 dopo il rinvio forzato per l’emergenza Covid. Le immagini sono il reportage sensibile di una delle ferite ancora aperte della nostra storia recente. Senza mai perdere una giusta distanza dalla realtà che osserva, l’occhio dell’autrice riesce a restituirci l’umanità che si cela dietro la cronaca, sempre in bilico tra la presa diretta della realtà e la ricerca di ciò che è invisibile. La gallery, online fino al 2 dicembre 2020, è anteprima della mostra “19:34 quarant’anni dopo / La storia in presa diretta” che sarà realizzata al Mann nel 2021, dove sarà possibile vedere l’intero complesso delle fotografie di Antonietta De Lillo sul terremoto del 1980. La mostra è l’occasione di rivivere pagine della nostra storia recente e capire come queste possono riflettersi sull’oggi e aprire importanti riflessioni sul nostro presente.

Vasi a terra in frantumi nei depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli per il terremoto del 1980 (foto Archivio Mann)

23 novembre 1980: cosa successe al museo Archeologico nazionale di Napoli? Ce lo raccontano alcuni scatti dell’Archivio Fotografico del Mann: le conseguenze del terremoto furono pesanti, anche se non si ebbero effetti ancora più devastanti grazie al consolidamento dell’edificio, iniziato proprio nel 1975. Tra i danni più consistenti, si annoverano 165 terrecotte, 122 vasi esposti e 195 nei depositi, includendo essenzialmente reperti corinzi, attici, apuli (Raccolta Cumana, Collezioni Spinelli, Santangelo e Vivenzio).

23 novembre: per ricordare e costruire il futuro, partendo dal passato. La giornata è iniziata con il videomessaggio del direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Oggi 23 novembre, abbiamo deciso di lanciare on line la mostra “19.34”, l’ora relativa alla scossa del terremoto dell’Irpinia, e lo abbiamo fatto nell’ambito di una serie di mostre dedicate al “Mann e la memoria”, la prima delle quali è stata la mostra dedicata alle Quattro giornate di Napoli. Non possiamo non iniziare questa mostra partendo dal mondo antico, in quanto già le vicende delle terre vesuviane all’epoca dell’eruzione del Vesuvio e alla distruzione di Pompei ed Ercolano ci insegnano quanto sia vicino, intimo, il rapporto tra vita dell’uomo e catastrofe naturale. D’altra parte poi la mostra non si ferma qui, ma ha un importante focus dedicato a fotografie eccezionali, uniche, di reportage dei primi momenti relativi alla scossa in Irpinia, e poi passiamo a quello che rappresentò il terremoto a livello di danni nel nostro istituto. Furono persi tantissimi vasi. Ci furono danni strutturali al palazzo. Ma vorremmo anche ripercorrere un’idea di rinascita attraverso l’ultima parte che si occupa di quello che il museo sta facendo insieme all’università “Federico II” per realizzare un palazzo che sia in sicurezza e con un allestimento a prova di sisma. Perché il museo si occupa di terremoto?  Perché analogamente ad oggi, che siamo in una situazione simile per via del Covid, un istituto culturale non può stare lontano dalle vicende che in qualche modo si ripercuotono sulla società civile, la segnano, e quindi deve ricordare, ha l’obbligo di recuperare la memoria e lanciare messaggi positivi per un rilancio come fu quello degli anni Ottanta che dal sisma si generò ad esempio nell’ambito dei beni culturali una generazione di giovani che parteciparono al recupero di tutte quelle opere che erano andate distrutte. Quei giovani degli anni Ottanta adesso sono persone prossime alla pensione, ma lasceranno i testimoni a nuove generazioni che sapranno sicuramente tutelare al meglio quell’immenso patrimonio che rischiò di essere perso per sempre”.

All’indomani del 23 novembre 1980, un gruppo di archeologi si ritrovò nell’Atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli per verificare i danni provocati dal violento sisma. Tra i giovani esperti, vi era il prof. Antonio De Simone, che racconta in questo breve documentario le emozioni dei “ragazzi del 1980”: insieme per far rivivere la bellezza.

23 novembre: nel quarantennale del terremoto dell’Irpinia del 1980, il museo Archeologico nazionale di Napoli propone un’anteprima digitale della mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” (rinviata al 2021 per il Covid) e un mini-documentario sul Museo nel 1980

Il manifesto della mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” al museo Archeologico nazionale di Napoli, rinviata al 2021 causa Covid-19

23 novembre 1980, ore 19.34: la terra trema nel cuore della Campania, l’Irpinia. Magnitudo 6.9 della scala Richter, X della scala Mercalli. Il bilancio finale parla di quasi 3mila morti. L’onda sismica colpisce anche il museo Archeologico nazionale di Napoli: negli storici depositi, il famoso Sing Sing, i segni più evidenti: vasi caduti dagli scaffali, cocci dappertutto, una coltre di polvere e calcinacci. Antonietta De Lillo all’epoca era una stimata fotogiornalista agli esordi della carriera. È lei che realizza un reportage su quei primi momenti drammatici. E oggi i suoi scatti diventano una mostra: “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” che il museo Archeologico nazionale di Napoli ospiterà nel 2021 dopo il rinvio forzato per l’emergenza Covid-19. Lunedì 23 novembre 2020, quarantennale del terremoto del 1980, ricorrenza simbolica da celebrare con le nuove tecnologie, la mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” sarà presentata in anteprima digitale sui canali Facebook ed Instagram del Mann; i contenuti sono disponibili sul sito di marechiarofilm srl, titolare dell’archivio che concede le immagini inedite di Antonietta De Lillo. 

Vasi a terra in frantumi nei depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli per il terremoto del 1980 (foto Archivio Mann)

In occasione dunque del quarantennale del terremoto, che devastò la Campania con particolare violenza nelle aree dell’Avellinese, il Mann riscopre pagine indimenticabili della storia regionale:  partendo dall’archivio fotografico inedito della regista Antonietta De Lillo, che agli esordi di carriera è stata fotogiornalista per importanti quotidiani e settimanali, i fan delle piattaforme social del Mann avranno un’anteprima degli oltre cento scatti, che saranno esposti al Museo nel prossimo anno. Fil rouge della campagna virtuale sarà il claim “Il MANN e la memoria”, che connette la programmazione di importanti attività culturali alla volontà di riscoprire luoghi e momenti topici della storia: in una drammatica fase di pandemia, che ha costretto a posticipare la mostra al 2021, ricordare una fase di crisi (e di successiva ricostruzione) assume un valore particolare. Esattamente alle 19.34 di lunedì 23 novembre 2020, così, gli internauti potranno sfogliare, su Facebook, una slide show di anteprima dell’exhibit: le fotografie selezionate rappresenteranno un viaggio a ritroso nel tempo per conoscere cronaca e vita della Campania (e dell’Italia). Le immagini, che saranno fruibili per dieci giorni sul portale di marechiarofilm, rappresenteranno quasi un ingresso virtuale e metaforico nelle sale della mostra: si partirà, dunque, dai primi scatti in bianco e nero, realizzati da De Lillo all’indomani del terremoto a Sant’Angelo dei Lombardi, Laviano ed in altri centri dell’Irpinia. “Recuperare parte del mio archivio fotografico è stata una grande emozione, è stato come guardarmi attraverso un binocolo girato al contrario”, confessa la regista Antonietta De Lillo. “Queste immagini mi hanno riportata esattamente alle emozioni che mi hanno spinto a muovermi attraverso la Campania e i borghi dell’Irpinia distrutti dal terremoto. Ricordo perfettamente cosa ho provato nel trovarmi lì a fotografare interi paesi ridotti a un cumulo di macerie, con gli uomini che scendevano dalle montagne portando con sé lenzuola e coperte che avvolgevano cadaveri. Ho dovuto per un attimo spostare la macchina fotografica dalla mia faccia per sentire quell’umanità dolente e poi ho guardato di nuovo nell’obiettivo e ho scattato. Vedendo queste fotografie oggi mi sembra che questa ricerca di contatto umano sia riuscita a entrare dentro le immagini o almeno lo spero”.

Gli effetti del terremoto del 1980 nei depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Archivio Mann)

“Il Mann e la memoria è una delle direttrici principali della nostra ricerca”, spiega il direttore del Mann, Paolo Giulierini.  “Ci è sembrato importante che il Museo di una città,  intimamente connessa alla sua storia archeologica e più in generale culturale e sociale, dedicasse  una mostra  ai 40 anni del terremoto del 1980. Lo facciamo nella giornata del 23  novembre,  anche se in maniera solo digitale, dandovi  appuntamento alla futura esposizione.  Trasmettere la memoria viva di ciò che è accaduto 40 anni fa  è oggi, in piena emergenza Covid,  ancora più significativo. Insieme al ricordo della tragedia vogliamo comunicare  alle giovani generazioni anche e soprattutto la capacità di rinascita e di solidarietà, che trasmettono le immagini  di questa mostra, il coraggio, le opportunità, l’impegno.  Gli inediti scatti in presa diretta  di Antonietta De Lillo – continua Giulierini – ci fanno riflettere su una umanità  sicuramente non differente da quella che soffrì  per simili eventi nell’antichità, aspetto questo che sarà indagato in mostra nel dialogo con i nostri  straordinari reperti, a cominciare  da un iconico calco umano di Pompei. Una terra abituata a tremare quella del Sud. E basti pensare al terribile terremoto del 62 d.C. che colpì proprio Pompei ed Ercolano e ai lavori di ristrutturazione mai ultimati, le cui testimonianze sono state  conservate dall’eruzione del 79 d.C. Un altro aspetto è fondamentale, per la storia del Mann, è  l’apporto che diedero i giovani a quella rinascita post terremoto: dallo sviluppo del nostro laboratorio di restauro,  alla definizione di una vera e propria  coscienza archeologica della città,  aspetti spiegati nel contributo video del prof. Antonio de Simone che di quei giorni  fu protagonista.  Da questa storia nasce il  nostro grande impegno sugli studi per l’antisismica, che stiamo conducendo  insieme all’università  “Federico II” e  in rete con i musei della California e del Giappone. Perché le grandi crisi, ieri come oggi,  devono indicarci la strada per un  futuro migliore”.

Ritrovando idealmente i temi della mostra, e senza anticipare le caratteristiche dell’allestimento, che sarà ospitato nelle sale 91-93 limitrofe alla Meridiana, la giornata di lunedì 23 novembre 2020 avrà diversi post preparatori della slide show delle 19.34: si partirà al mattino con alcuni scatti dei danni subiti dal Museo con il sisma del 1980; le fotografie, provenienti dall’Archivio Fotografico del Mann, racconteranno le conseguenze del terremoto, che non ebbe effetti ancora più devastanti grazie al consolidamento dell’edificio, iniziato proprio nel 1975: tra i danni più consistenti, si annoverano quelli a 165 terrecotte, 122 vasi esposti e 195 nei depositi, includendo essenzialmente reperti corinzi, attici, apuli (Raccolta Cumana, Collezioni Spinelli, Santangelo e Vivenzio). Dalle immagini in bianco e nero al video-racconto: sulla pagina Facebook del Mann sarà postato anche un mini-documentario, che sarà presente in mostra, in cui l’archeologo prof. Antonio De Simone ripercorrerà le emozioni del 24 novembre, quando un gruppo di esperti si ritrovò nell’Atrio del Museo per fare la stima dei danni causati dalla scossa della sera precedente.

Alla Reggia di Caserta la collezione “Terrae Motus” (foto Reggia di Caserta)

Per completare la giornata social di ricordo del quarantennale del terremoto, condivisione congiunta di post con la Reggia di Caserta: alle 13, il Mann proporrà alcune immagini del nuovo allestimento di “Terrae Motus”, mentre la Reggia, allo stesso orario, presenterà gli scatti dell’Archivio Fotografico del Museo. Sensibilità, culto della storia e valore della memoria sono valori che rappresentano un terreno comune di cooperazione interistituzionale: previste nuove forme di collaborazione, tra l’Archeologico e la Reggia, in occasione della mostra “19.34”.

Eccezionale scoperta a Pompei. Nella villa suburbana di Civita Giuliana ritrovati i corpi integri di due fuggiaschi, il padrone col suo schiavo, vittime dell’eruzione: la tecnica ottocentesca della colatura di gesso restituisce “l’impronta del dolore”, una scena di morte e disperazione

I calchi dei corpi dei due fuggiaschi individuati nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Sono ombre. Che vengono dal passato. Ma il dolore della morte è reale. Guardare questi corpi ancora contorcersi, sorpresi e sopraffatti dall’eruzione del Vesuvio, mette i brividi. E ti sembra sentire le grida di dolore, le disperate richieste di aiuto, i rantoli, mentre il calore vince quei corpi e un buffo di sangue esce dalla bocca, esalando l’ultimo respiro. È una scena di morte e disperazione quella che ci restituisce l’ultima eccezionale scoperta fatta dall’équipe del parco archeologico di Pompei nella villa suburbana di Civita Giuliana, a meno di un chilometro dagli Scavi più famosi: gli scheletri di due uomini – forse il padrone con il suo schiavo- colti dalla furia dell’eruzione, di cui è stato possibile realizzare dei calchi dalla resa straordinaria, individuati in un vano laterale del criptopotico, corridoio di passaggio sottostante la villa, che consentiva l’accesso al piano superiore. La scoperta è stata illustrata sabato 21 novembre 2020 dal direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, e dal ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini.

Il calco integro dell’equino dalla stalla della villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

La scoperta delle due vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. all’interno della villa suburbana di Civita Giuliana non sorprende. In questa località a circa 700 metri a Nord-Ovest di Pompei, sono in corso scavi nell’area della grande villa suburbana dove già nel 2017 – grazie all’operazione congiunta con i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata finalizzata ad arrestare il traffico illecito dei tombaroli – era stata portata in luce la parte servile della villa, la stalla con i resti di tre cavalli bardati, sono stati rinvenuti due scheletri di individui colti dalla furia dell’eruzione (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/11/pompei-osanna-contro-le-fake-news-ecco-la-descrizione-scientifica-delle-eccezionali-scoperte-nella-villa-suburbana-di-civita-giuliana-nel-settore-per-fortuna-non-danneggiato-irrimediabilme/). Così come nella prima campagna di scavo fu possibile realizzare i calchi dei cavalli, oggi è stato possibile realizzare quelli delle due vittime rinvenute nei pressi del criptoportico, nella parte nobile della villa oggetto delle nuove indagini.

L’impronta del dolore: i calchi dei corpi del padrone col suo schiavo colti nel momento drammatico della morte (foto Luigi Spina)

Pompei. Interno giorno. 25 ottobre 79 d.C., ore 9. Non è la sceneggiatura di un film, ma la storia di una realtà antica che oggi, prorompente, torna viva e contemporanea. Due corpi la racchiudono. Due calchi in gesso che, come un fermo immagine di duemila anni fa, rendono eterni due uomini rimasti uccisi, il padrone e il suo schiavo, che ora rinascono dalle ceneri di Pompei. Sono le vittime di quella che è forse una delle calamità naturali più famose della storia, l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Durante la prima fase eruttiva, quando l’antica città romana venne ricoperta dai lapilli, le prime vittime furono quelle intrappolate negli ambienti, investite dai crolli provocati dal materiale vulcanico depositatosi fino a un’altezza di tre metri. Di queste persone sono rimasti soltanto gli scheletri. Poco dopo, quando la città venne colpita dal flusso piroclastico che riempì gli spazi non ancora invasi dai materiali vulcanici, le persone morirono all’istante per shock termico. I corpi rimasero nella posizione in cui erano stati investiti dal flusso, e il materiale cineritico solidificatosi ne ha conservato l’impronta dopo la decomposizione. Mentre tutto questo accadeva la città era in fermento, i pompeiani stavano cercando di salvarsi la vita, ma, poco prima, erano immersi nelle loro consuete attività, così come dimostrano tutti i ritrovamenti che restituiscono le tracce della vita quotidiana nelle botteghe, per le strade, nelle terme, nelle domus e nelle ville, come quella suburbana del Sauro Bardato (dal ritrovamento di un cavallo con bardature: https://archeologiavocidalpassato.com/2018/12/24/pompei-eccezionale-scoperta-nella-lussuosa-villa-suburbana-di-civita-giuliana-saccheggiata-dai-tombaroli-nella-stalla-trovato-un-terzo-cavallo-di-razza-da-parata-con-bardature-militari-osanna/) a Civita Giuliana, dove uno scavo in corso dal 2017 ha riportato alla luce i resti di una lussuosa abitazione che, con una grande terrazza panoramica, dominava il golfo di Napoli e di Capri. È proprio sotto questa terrazza, nel criptoportico, che sono stati trovati i corpi dei due fuggiaschi, quello di un uomo abbiente, il padrone, e, con molta probabilità, quello del suo schiavo.

“Uno scavo molto importante questo di Civita Giuliana”, dichiara il direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, “perché condotto insieme alla Procura di Torre Annunziata per scongiurare danni enormi al patrimonio. Scavi clandestini stavano attraversando ambienti con tunnel e saccheggiando la villa. Uno scavo importantissimo che restituisce al patrimonio una villa suburbana meravigliosa ma anche uno scavo con scoperte toccanti di grande emotività e impatto. Le due vittime scoperte in questi giorni sono la testimonianza incredibile e straordinaria di quella mattina del 25 ottobre dell’eruzione del 79 d.C. Le vittime probabilmente cercavano rifugio nel criptoportico, in questo vano sotterraneo dove pensavano di essere più protetti. Vengono travolti dalla corrente piroclastica probabilmente alle 9 di mattina quando raggiunge Pompei la nube ardente che distrugge completamente i piani superiori e uccide chiunque ha incontrato sul suo percorso: molti probabilmente per lo shock termico, come mostrano anche gli arti, le mani  e i piedi contratti. Ma è questa una morte che per noi è una fonte di conoscenza incredibile. Il dettaglio della tecnica della colatura in gesso restituisce non solo i volti, non solo le membra, ma anche i vestiti. Le vesti con un panneggio straordinario sembrano veramente delle statue. E come ricordava Giuseppe Fiorelli il 13 febbraio 1863, lui che per la prima volta realizzò i calchi dei fuggiaschi, l’archeologia non sarà più studiata nei marmi o nei bronzi, ma sopra i corpi stessi degli antichi, rapiti alla morte, dopo diciotto secoli di oblio”.

Il tratto di criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana con i calchi dei corpi dei due fuggiaschi ritrovati (foto Luigi Spina)

L’impronta del dolore. Così scriveva nella “Lettera ai pompeiani” Luigi Settembrini nel 1863 (cioè nell’anno in cui Fiorelli realizzò i primi calchi dei pompeiani vittime dell’eruzione): “Ritorno adesso da Pompei ed ho l’animo pieno di mestizia per uno spettacolo miserando. È impossibile vedere quelle tre sformate figure, e non sentirsi commosso. Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura… Finora si è scoverto templi, case ed altri oggetti che interessano la curiosità delle persone colte, degli artisti e degli archeologi; ma ora tu, o mio Fiorelli, hai scoverto il dolore umano, e chiunque è uomo lo sente”. Ancora una volta, dunque, con la scoperta di Civita Giuliana prende forma quella che Settembrini definì “il dolore della morte che riacquista corpo e figura”. Dall’Ottocento a oggi, grazie a questa innovativa tecnica, a Pompei sono stati realizzati oltre cento calchi. Sono celebri i numerosi calchi realizzati durante il Novecento, generalmente lasciati a vista sul luogo del rinvenimento in vetrine o protetti da tettoie; tra questi i tredici corpi, ancora oggi in situ, da cui prende nome l’Orto dei Fuggiaschi. I calchi sono anche oggetto di ispirazione per poeti e artisti, tra i quali Primo Levi, con la poesia “La bambina di Pompei”, e Roberto Rossellini, che dedica alla scoperta di alcuni calchi una celebre scena del “Viaggio in Italia”. Col passare del tempo, dalle prime sperimentazioni ad oggi, il metodo della colatura del gesso si è via via perfezionato e il risultato di oggi ne è la sorprendente prova: i nuovi calchi sono talmente ricchi di dettagli da impressionare nella loro capacità di catturare perfettamente le forme e le curve, i lineamenti, le pieghe dei panneggi, le membra, le mani con le vene che sembrano ancora pulsare. La capacità di restituire tutti i dettagli è ben visibile nei due nuovi calchi in gesso.

La scoperta dei due corpi. All’interno dell’ambiente è stata rilevata dapprima la presenza di vuoti nello strato di cenere indurita, al di sotto dei quali sono stati intercettati gli scheletri. Una volta analizzate le ossa – a cura dell’antropologa fisica del Parco che ne ha rimosso la più parte – si è proceduto alla colatura di gesso, secondo la famosa tecnica dei calchi di Giuseppe Fiorelli, che per primo ne fu inventore e sperimentatore. I calchi hanno restituito la forma dei corpi di due vittime in posizione supina. Entrambe erano state sorprese dalla morte durante la cosiddetta seconda corrente piroclastica, che nelle prime ore del mattino del 25 ottobre investì Pompei e il territorio circostante portando alla morte dei superstiti ancora presenti in città e nelle campagne. Questa seconda corrente era stata preceduta da una fase di breve quiete, forse di una mezz’ora, durante la quale i sopravvissuti sia a Pompei che probabilmente a Civita, uscirono dalle abitazioni nel vano tentativo di salvarsi. La corrente che lì investì fu però molto veloce e turbolenta, abbatté i primi piani delle abitazioni e sorprese le vittime mentre fuggivano su pochi centimetri di cenere, portandoli alla morte. Nel nostro caso è probabile che la corrente piroclastica abbia invaso l’ambiente da più punti inglobando e seppellendole nella cenere.

“Questa scoperta straordinaria dimostra che Pompei è importante nel mondo non soltanto per il grandissimo numero di turisti”, dichiara il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, “ma perché è un luogo incredibile di ricerca, di studio, di formazione. Sono ancora più di venti gli ettari da scavare, un grande lavoro per gli archeologici di oggi e del futuro”.

Dettaglio della prima vittima nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana: è ben visibile l’impronta del panneggio sulla parte bassa del ventre, con ricche e spesse pieghe (foto Luigi Spina)

La prima vittima, con il capo reclinato, denti e ossa del cranio visibili, dai primi studi risulta essere un giovane, fra i 18 e i 23/25 anni, alto circa 156 cm. La presenza di una serie di schiacciamenti vertebrali, inusuali per la giovane età dell’individuo, fa ipotizzare anche lo svolgimento di lavori pesanti. Poteva dunque trattarsi di uno schiavo. Indossava una tunica corta, di cui è ben visibile l’impronta del panneggio sulla parte bassa del ventre, con ricche e spesse pieghe, la cui consistenza assieme alle tracce di tessuto pesante, fanno ipotizzare che si trattasse di fibre di lana. Il braccio sinistro è leggermente piegato con la mano, ben delineata, appoggiata sull’addome, mentre il destro è appoggiato sul petto. Le gambe sono nude Accanto al volto sono presenti alcuni frammenti di intonaco bianco, trascinato dalla nube di cenere, e lungo le gambe frammenti della preparazione parietale del vano.

La seconda vittima nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana: ben delineati il mento, le labbra e il naso (foto Luigi Spina)

La seconda vittima ha una posizione completamente differente rispetto alla prima ma attestata in altri calchi a Pompei: il volto è riverso nella cinerite, a un livello più basso del corpo, e il gesso ha delineato con precisione il mento, le labbra e il naso, mentre si conservano le ossa del cranio. Le braccia sono ripiegate con le mani sul petto, secondo una posizione attestata in altri calchi, mentre le gambe sono divaricate e con le ginocchia piegate. La robustezza della vittima, soprattutto a livello del torace, suggerisce che anche in questo caso sia un uomo, più anziano però rispetto all’altra vittima, con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni e alto circa 162 cm. Questa vittima presenta un abbigliamento più articolato rispetto all’altra, in quanto indossa una tunica e un mantello. Sotto il collo della vittima e in prossimità dello sterno, dove la stoffa crea evidenti e pesanti pieghe, si conservano infatti impronte di tessuto ben visibili relative ad un mantello in lana che era fermato sulla spalla sinistra. In corrispondenza della parte superiore del braccio sinistro si rinviene anche l’impronta di un tessuto diverso pertinente ad una tunica, che sembrerebbe essere lunga fino alla zona pelvica. Vicino al volto della vittima vi sono frammenti di intonaco bianco, probabilmente crollati dal piano superiore. A un metro circa a Est dalla prima vittima e a circa 80 cm a Est della seconda, nel corso dei lavori di scavo si sono rinvenuti altri fori; anche in questo caso si è colato il gesso rivelando la presenza non di vittime bensì di oggetti, forse persi durante la fuga. L’esplorazione manuale di questi “vuoti”, poi la forma rivelata dal gesso hanno mostrato che si tratta di cumuli di stoffa con grosse e pesanti pieghe; in particolare il cumulo vicino alla vittima 1 sembra essere interpretabile come un mantello in lana, evidentemente portato con se nella fuga dal giovane “schiavo”.

Roma. Nel terzo centenario della nascita di Giambattista Piranesi il parco archeologico del Colosseo con l’ICG lancia l’App “Il PArCo di Piranesi”: viaggio virtuale tra le incisioni sulla Roma antica e i monumenti oggi

Veduta dell’Arco di Tito di Giambattista Piranesi presentata nell’App “Il PArCo di Piranesi”

Con le sue incisioni il Colosseo, il Foro Romano e il Palatino divennero presto le icone per antonomasia dei monumenti di quella Roma non ancora del tutto sparita, così com’era vista e vissuta dai viaggiatori del Settecento, che stava per vivere la sua prima stagione dei grandi scavi archeologici. Stiamo parlando di Giambattista Piranesi (Mogliano Veneto 1720 – Roma 1778), architetto, incisore, archeologo, veneziano di nascita e romano d’adozione. Il conservarsi del fascino di una Roma antica alle soglie della modernità, prima all’avvento della tecnica fotografica, deve molto all’opera di Piranesi che trovò straordinaria diffusione e successo in tutto il mondo, grazie alla riproduzione seriale resa allora possibile dalla tecnica di stampa dell’acquaforte. In occasione del trecentenario della nascita di Piranesi, quindi, il parco archeologico del Colosseo, in collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica e con il contributo della Kuwait Petroleum Italia, ha voluto realizzare un’applicazione per smartphone a cura di  Paolo Castellani e Andrea Schiappelli (parco archeologico del Colosseo) che consente l’esplorazione virtuale di un’ampia selezione delle vedute dedicate ai monumenti del PArCo, evidenziandone le particolarità grafiche e storiche con testi di approfondimento. Alle vedute d’epoca sono state affiancate le immagini dello stato attuale dei luoghi, appositamente realizzate, per consentire il confronto anche agli utenti interessati che non potranno recarsi sul posto.

La App “Il PArCo di Piranesi” è organizzata in modo tale che alle vedute d’epoca siano sempre affiancate le immagini dello stato attuale dei luoghi, appositamente realizzate, per consentire il confronto anche agli utenti che vogliano utilizzarla in modalità da remoto. Inoltre la App si compone di un’ampia gallery di immagini dei monumenti ritratti in altre epoche e da autori diversi e due accurati video-documentari di approfondimento, “L’acquaforte” e “Reprinting Piranesi”, realizzati dal PArCo presso la Stamperia dell’ICG e dedicati rispettivamente alla tecnica dell’acquaforte e alla ristampa, evento raro, di un’incisione della valle del Colosseo da una matrice originale in Piranesi. L’Applicazione, totalmente gratuita, è stata inoltre concepita per essere fruibile anche nella lingua dei segni LIS e per il pubblico non vedente grazie all’audio-lettura dell’intero apparato testuale.  L’App sarà disponibile negli store verso la metà del mese di dicembre.

Una pagina della App “Il PArCo di Piranesi” con in primo piano la Colonna Traiana

“La App è concepita sia come guida da utilizzare durante la visita nel PArCo, sia come viaggio nel tempo da vivere in qualsiasi parte del mondo ci si trovi con il proprio smartphone o tablet, modalità oggi imprescindibile in tempo di pandemia”, commenta Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo e prosegue “Ci penserà il genio di Piranesi a condurre gli utenti lontani nel cuore della Roma del Settecento, lungo un itinerario per molti familiare ma sempre ricco di sorprese e particolari da scoprire o riscoprire”. Fondamentale è stata la collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica che, dal canto suo, ha un rapporto privilegiato con Piranesi, non solo perché conserva nelle proprie collezioni una delle principali raccolte di stampe dell’artista, ma soprattutto perché possiede tutte le matrici in rame incise da Giambattista (circa un migliaio), depositate nella Calcoteca più importante al mondo. In virtù di questa peculiarità l’ICG ha voluto rendere omaggio a Piranesi con la spettacolare mostra-evento “Giambattista Piranesi. Sognare il sogno impossibile”, a cura di Maria Cristina Misiti e Giovanna Scaloni, allestita nella sua sede del Palazzo Fontana di Trevi, inaugurata il 15 ottobre scorso. Il catalogo dell’esposizione sarà edito sul web come libro multimediale per il quale è previsto, unitamente agli interventi di studiosi e appassionati di Piranesi, un contributo del parco archeologico del Colosseo che ha elaborato il materiale iconografico fornito dall’Istituto per l’App, ricostruendo attraverso le immagini un percorso piranesiano all’interno di uno dei monumenti simbolo di Roma.

Paestum. Aspettando la XXIII edizione della Borsa mediterranea del Turismo archeologico 8-11 aprile 2021: nel giorno della prevista apertura cancellata, i “Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo” on line e i saluti dei partner e degli enti promotori

La locandina dei “Dialoghi sull’archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo” dedicati a Catastrofi, distruzioni, storia”

paestum_BMTA21-logo19 novembre 2020: per Paestum doveva essere un giorno importante, atteso da mesi: l’apertura della XXIII edizione della Borsa mediterranea del Turismo archeologico. Ma, come sappiamo, l’edizione – mantenendo lo stesso ricco programma – è stata spostata all’8 aprile 2021. In questo modo la XXIII edizione, assicurando a tutti i protagonisti soprattutto sicurezza ma anche soddisfazione di risultati, consentirà ai tanti visitatori e addetti ai lavori di vivere Paestum e la bellezza del Parco Archeologico, sito Unesco, con i colori della primavera che, auspichiamo, sancirà la definitiva ripartenza del nostro Bel Paese e del turismo in chiave più esperienziale, sostenibile e rivolto alla domanda di prossimità, tematiche tutte a cui la Borsa si è ispirata in questa edizione. La data comunque non è passata in silenzio. All’insegna di aspettando la XXIII edizione della Borsa 8-11 aprile 2021, i prestigiosi partner della Bmta (Unesco, Unwto, Mibact) e gli enti promotori (Comune di Capaccio Paestum, parco archeologico di Paestum e Velia, Regione Campania) hanno portato il loro saluto nella giornata di apertura inizialmente prevista, giovedì 19 novembre, in occasione dei “Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo”, che la Fondazione Paestum, presieduta dal prof. Emanuele Greco già direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, ha confermato online dal titolo “Catastrofi, distruzioni, storia”.

 

Ernesto Ottone Ramirez, vice direttore generale per la Cultura dell’Unesco

Per l’occasione hanno portato il loro saluto, come avviene nella giornata di apertura di ogni edizione, i prestigiosi partner, quali le organizzazioni della cultura e del turismo dell’Onu, Unesco e Unwto, che da sempre patrocinano e sostengono la Borsa, unitamente al ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, nelle persone del vice direttore generale per la Cultura dell’Unesco Ernesto Ottone Ramirez, del direttore Regione Europa dell’Unwto Alessandra Priante, del sottosegretario al Turismo Lorenza Bonaccorsi. “È un piacere unirmi a voi oggi, in quella che avrebbe dovuto essere l’apertura della XXIII BMTA”, ha esordito Ramirez. “Questo evento di lunga durata è unico tra le fiere dedicate al turismo di tutto il mondo e gode del supporto dell’Unesco da molti anni. Alcuni dei più iconici Siti nella Lista dei Patrimoni dell’Umanità sono siti archeologici e la loro salvaguardia va al cuore della missione dell’Unesco. A causa della pandemia da Covid-19 questo evento, come molti altri compreso il World Heritage Committee (Comitato per il Patrimonio Mondiale), è stato posticipato. La crisi ha visto il turismo decrescere rapidamente nella maggior parte dei Paesi, influenzando la capacità di molti Siti Unesco di funzionare in modo corretto per l’immediato futuro. Nuove misure e approcci sono messi alla prova per far ripartire il turismo e alcune tendenze stanno già emergendo: la principale di esse è la crescente importanza della tecnologia digitale, che plasmerà il futuro del patrimonio e del turismo. Durante la pandemia, l’accesso digitale alla cultura ha fornito istruzione, intrattenimento e conforto a milioni di persone confinate nelle proprie case in tutto il mondo. Abbiamo assistito ad una richiesta senza precedenti di accesso online alla cultura, con alcuni Siti Unesco che hanno riscontrato un incremento del 30% del traffico sui loro siti internet e dell’engagement dei loro account sui social media rispetto all’anno precedente. Per supportare l’urgente necessità di rendere la cultura accessibile a tutti, l’Unesco ha lanciato quest’anno le sue campagne Share Culture e Share Our Heritage e abbiamo messo in campo una serie di iniziative che puntano alla digitalizzazione del patrimonio. Molti siti archeologici stanno implementando e esplorando l’innovazione digitale, ed è incoraggiante vedere così tante risposte creative che promuovono l’accesso alla cultura. La vostra mostra digitale ArcheoVirtual è un esempio eccellente. Anche il numero attuale del World Heritage Review ha come tema l’interpretazione del patrimonio culturale e il Covid-19, e fornisce gli ultimi strumenti digitali a supporto dell’accesso al patrimonio culturale, dalle visite virtuali e le mostre online agli inventari di catalogazione di manufatti del patrimonio culturale. Un altro trend emergente è lo spostamento dai mercati internazionali verso la riconnessione con le comunità locali e l’incoraggiarle al coinvolgimento con e alla riscoperta del loro patrimonio culturale. Tuttavia, le comunità locali avranno bisogno di maggior supporto sia per la ripresa dalla crisi in corso che per fronteggiare e adattarsi alle future sfide regionali e globali, dalle pandemie al cambiamento climatico, disastri naturali o conflitti. La pandemia ha dato slancio al ripensamento dei modelli esistenti e all’indirizzamento degli sforzi post Covid-19 verso un turismo culturale basato sulla natura in linea con i valori Unesco, rispettoso del patrimonio e benefico per le comunità. In risposta, l’Unesco ha istituito una task force sul turismo culturale e resiliente, con autorità consultive della Convenzione Unesco per affrontare temi chiave legati al turismo e per promuovere nuovi approcci che sfruttano i valori del patrimonio e contribuiscono allo sviluppo sostenibile durante e oltre la crisi del Covid-19. Guardando avanti, l’aumento del coordinamento, il rafforzamento delle capacità di formazione nell’innovazione digitale e lo scambio di buone pratiche saranno fattori cruciali. Questo sarà il focus del nostro lavoro andando avanti e la vostra collaborazione è benvenuta”.

Alessandra Priante, direttore Regione Europa dell’Unwto

E Alessandra Priante: “L’anno scorso proprio di questi tempi ero alla BMTA e ho avuto il grandissimo piacere di parteciparvi per la prima volta e farlo nel mio nuovo ruolo di Direttore Regione Europa dell’Unwto per dimostrare ancora una volta che le Nazioni Unite sono da sempre accanto a questa manifestazione e che l’Italia può giocare un grande ruolo di eccellenza proprio con eventi di questo tipo, perché con la Borsa si realizza qualcosa di unico nel mondo, non solo per la location dove si svolge ma anche per il modo estremamente professionale con cui si gestiscono il salone espositivo e il programma scientifico. Colgo l’occasione per darci appuntamento ad aprile 2021, sperando che questa situazione così triste per tutti noi abbia trovato una modalità di gestione che ci consenta di portare avanti le nostre attività prioritarie, che in questo caso sono appunto del turismo, e di rifocalizzare la nostra azione verso obiettivi maggiormente sostenibili, innovativi ma soprattutto accessibili e responsabili”.

Lorenza Bonaccorsi, sottosegretario al Turismo

“La BMTA è un appuntamento riconosciuto e apprezzato da tutti i grandi esperti del settore per la grande capacità di coinvolgere gli attori di questo specifico comparto, in cui l’Italia può dire la propria, e per l’originalità della manifestazione”, ha sottolineato Lorenza Bonaccorsi: “Sono certa che poterla svolgere in primavera, nella straordinaria cornice del Parco Archeologico, rappresenterà un ulteriore valore aggiunto all’iniziativa. La fase molto complessa che stiamo vivendo ci impone di ripensare a ciò che sarà il turismo di domani, infatti questa crisi ha accelerato dei fenomeni già in movimento e alcuni di questi riguardano da vicino anche il turismo archeologico: pensiamo al rapporto tra i territori e il turismo di massa, alla gestione dei grandi volumi, agli amministratori che talvolta devono gestire o supportare i nostri siti, alla fragilità stessa di molte nostre ricchezze (beni culturali, archeologici, storici) che vanno tutelate e allo stesso tempo valorizzate, rispettate, fatte conoscere e visitate. Vi sono, dunque, numerosi temi che una manifestazione come la BMTA sarà in grado di approfondire con esperti e operatori. Cito in ultimo anche l’enorme supporto che può arrivare dalla piena digitalizzazione dei nostri servizi nei siti archeologici così come nei musei, un aspetto su cui il MiBACT è particolarmente attento nel sostegno delle tante realtà del Paese, come ovviamente quella di Paestum”.

Mounir Bouchenaki, presidente onorario della Borsa mediterranea del Turismo archeologico
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La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

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Gabriel Zuchtriegl, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia

Hanno aperto i lavori per gli enti promotori l’assessore al Turismo della Regione Campania Felice Casucci (“Voglio sottolineare l’importanza, in questo periodo così complesso, dello svolgimento online degli eventi culturali: per questo esprimo il mio apprezzamento all’iniziativa di questi giorni e per coloro che la rendono possibile. La BMTA è un grande evento, unico al mondo, che si avvale di importanti partner; inoltre, vorrei ricordarne l’esemplarità sotto il profilo economico, ancora di più in questo momento storico, legato alla destagionalizzazione e per quanto riguarda la tutela del patrimonio culturale, essenziale alla vita dei territori”), il sindaco di Capaccio Paestum Franco Alfieri (“Conoscendo la tenacia del prof. Emanuele Greco non mi sono meravigliato che abbia voluto non tener conto della pandemia e portare avanti, seppur online, i lavori dei Dialoghi sull’Archeologia. Purtroppo, la situazione che stiamo vivendo ci costringe a una partecipazione virtuale ma non ho voluto far mancare il saluto della Città di Capaccio Paestum e il mio personale, in attesa di rivederci ad aprile in occasione della XXIII BMTA”) e il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia Gabriel Zuchtriegel (“Colgo l’occasione per salutare tutti da un luogo, in cui mi sarebbe piaciuto portarvi per discuterne, ovvero la trincea scavata alla base delle fondazioni del Tempio di Nettuno: i dati mostrano una stratigrafia abbastanza intatta e anche delle strutture che sono molto interessanti per i risultati dello scavo in atto”) e a seguire il rettore dell’università di Salerno Vincenzo Loia ((“L’università di Salerno è partner di riferimento per la BMTA e per i “Dialoghi sull’Archeologia”. L’appuntamento della Fondazione Paestum è, infatti, promosso dalla nostra Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale: tre giorni molto intensi, dove confrontare i nostri risultati di ricerca. Un apprezzamento va alla partecipazione di molti giovani provenienti da diverse Università e Istituti”), il presidente del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello Alfonso Andria (“Oggi avrebbe avuto inizio la XXIII BMTA: non è stato così, ma lo sarà ad aprile perché l’edizione è semplicemente differita di qualche mese. Possiamo già anticipare alcuni momenti che caratterizzeranno la prossima Borsa: l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio alla scoperta archeologica dell’anno e il Premio in memoria di “Sebastiano Tusa”, alla prima edizione, assegnato a personalità impegnate a favore del turismo archeologico subacqueo. Questo tempo “sospeso” che stiamo vivendo deve essere utile per progettare la ripresa e per dare contenuti e la Borsa non è solo incontro tra domanda e offerta, ma è anche contenuti, progettualità, costruzione di reti e relazioni, confronto di esperienze e buone pratiche”), il presidente onorario della Borsa Mounir Bouchenaki (“In questi giorni, in occasione della XXIII Borsa, avremmo dovuto riunirci a Paestum, bellissima città con i suoi meravigliosi templi risalenti alla Magna Grecia e proprio da oggi si svolgono i Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo del collega e amico Emanuele Greco. Tutti noi, che abbiamo partecipato tanti anni alla Borsa, aspettiamo con gioia il momento in cui sarà finita l’emergenza sanitaria e potremo ritrovarci insieme sia nel Parco Archeologico, sia nelle sale in occasione delle Conferenze sull’archeologia moderna e sulle scoperte che portano avanti la conoscenza del nostro passato, soprattutto nel Mediterraneo”). Il fondatore e direttore della Borsa Ugo Picarelli ha sottolineato il prestigioso apporto delle Istituzioni, che sostengono la Borsa quali Unesco, Unwto, MiBACT che non hanno voluto far mancare la loro vicinanza in questo particolare momento e il rinnovato impegno da parte degli enti promotori Regione Campania, Città di Capaccio Paestum, Parco Archeologico di Paestum e Velia. 

“L’élite della metropoli a Felsina-Bologna”: è il tema sviluppato dal progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo civico Archeologico di Bologna

La Stele Ducati 10 dal sepolcreto dei Giardini Margherita a Bologna, con iscrizione etrusca, è conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto Bologna Musei)
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La copertina dello studio dedicato a Bologna nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna”

“L’élite della metropoli a Felsina-Bologna” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo civico Archeologico di Bologna con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I cinque approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Alice Bassu, Maria Luisa Conforti, Giulia Lucia De Grazia, Ilaria Lonegro (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/La-scrittura-nella-metropoli-padana-egv4l4).

La mappa del territorio di Bologna con i luoghi dei ritrovamenti con iscrizioni etrusche (foto Unibo)

La scrittura nella metropoli. Bologna, la Felsina etrusca, si sviluppa già a partire dal IX secolo a.C. in un’area pianeggiante ai piedi dell’Appennino, in una posizione strategica tra le vie di comunicazione verso l’Etruria propria da un lato, la Pianura Padana e il mondo transalpino dall’altro. Allo scorcio dell’VIII secolo a.C., si assiste all’emergere di un ristretto gruppo aristocratico, i principes, e il processo formativo della città è ultimato. È proprio in questa temperie culturale che si data la precoce acquisizione della scrittura, parallelamente a quanto si verifica in Etruria propria. Questa si manifesta dapprima sotto forma di elementare conoscenza dei segni alfabetici – largamente utilizzati per siglare manufatti di bronzo, ceramica e lingotti di metallo – e poi con la scrittura vera e propria che raggiunge rapidamente livelli di complessità notevoli, divenendo presto lo strumento di affermazione del potere da parte delle élite locali, come testimoniato dalla pratica del dono. Se per il VI secolo a.C. le testimonianze epigrafiche sono quasi nulle, poco rappresentato è anche l’arco cronologico compreso tra il V e gli inizi del IV secolo a.C. Nonostante le migliaia di tombe individuate infatti, solo alcune iscrizioni sono note dai corredi. Mentre rispetto alle quasi 200 unità totali, solo una ventina sono le stele funerarie – denominate Stele Felsinee – che presentano un’iscrizione. Tuttavia, proprio tali Stele offrono uno strumento d’eccellenza per la conoscenza della società di Felsina di V secolo a.C. Questi segnacoli funerari possono infatti esibire, oltre alla decorazione, anche il nome personale del defunto – il prenome –, quello della famiglia aristocratica a cui apparteneva – il gentilizio – e, talora, la carica politica che aveva ricoperto in vita, a conferma del fatto che i segnacoli con epigrafe funeraria sono prerogativa esclusiva dell’élite cittadina.

L’iscrizione etrusca sull’anforetta Melenzani proveniente dall’omonimo sepolcreto e conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto Unibo)

L’orgoglio dei principi. L’anforetta Melenzani, proveniente dall’omonimo sepolcreto ed è databile attorno al 600 a.C. Si caratterizza per la presenza di una lunga iscrizione di dono incisa a crudo, cioè prima della cottura del vaso, e redatta secondo le norme ortografiche dell’Etruria Settentrionale. Le circa 30 parole, talora intervallate dalla cosiddetta interpunzione verbale, ne fanno l’iscrizione più lunga di tutta l’Etruria padana. Nell’iscrizione, che procede da destra verso sinistra e presenta un andamento a spirale, sono ben identificabili il nome del vaso – zavenuza, cioè anforetta – il nome del destinatario del dono – Venu, indicato come possessore – e quello di una figura femminile, presumibilmente la moglie, che è associata nella donazione al marito. Seguono una serie di nomi lacunosi legati al verbo turuke, cioè donare, qui in una delle sue più antiche attestazioni. Il testo si chiude con la firma dell’artigiano che ha redatto l’iscrizione e plasmato il vaso: si tratta del primo di area padana di cui si conosca il nome, cioè Ana. L’anforetta Melenzani, di produzione tipicamente locale, con la sua iscrizione, costituisce uno straordinario documento dell’alto livello culturale raggiunto da Felsina allo scorcio del VII secolo a.C. Significativo è il contenuto stesso dell’iscrizione, nel quale si avverte chiaramente l’orgoglio dell’appartenenza ad una ristretta élite di principi, che doveva essere fortemente imperniata sul sistema maritale e indubbiamente l’unica in grado di commissionare un testo così lungo.

Frammento metallico con iscrizione etrusca dal ripostiglio di San Francesco a Bologna (foto Unibo)

L’ombra di un artigiano. Il ritrovamento di un deposito di metalli presso la chiesa di San Francesco, avvenuto da parte di Antonio Zannoni nel 1877, testimonia la conoscenza dell’alfabeto etrusco in area padana in un periodo coevo a quello dell’Etruria propria. Infatti la chiusura del deposito è datata agli inizi del VII secolo a.C. Il materiale del ripostiglio testimonia la vastità delle rotte commerciali utilizzate, che comprendono la Sardegna, l’Europa continentale e l’Etruria. Erano presenti 14838 frammenti di bronzo e 3 di ferro, deposti all’interno di un massiccio dolio, probabilmente per essere fusi. La cronologia dei reperti è molto varia, i più antichi, infatti, risalgono all’Età del Bronzo, i più recenti al VII secolo a.C. Su oltre 150 pezzi sono stati individuati dei segni graffiti e alcune epigrafi evocano o esercizi di scrittura o l’alfabeto stesso, reso attraverso la prima e l’ultima lettera della sequenza, alpha e chi. Queste, forse, erano funzionali alle fasi di lavorazione e al conteggio dei lotti di materiale. Solo due colpiscono per dei testi del tutto unici. Il più lungo conserva la parola aie, riconducibile a un nome divino latino, Aius Locutius, che potrebbe designare un individuo di origine italica. L’uomo, appartenente a un rango sociale elevato, fungerebbe da garante per il peso o per la qualità dell’oggetto. Ma potrebbe riferirsi, anche, al nome italico del bronzo, ajos, da cui deriverebbe il latino aes. L’altro testo è composto dalle lettere ai, interpretate come l’abbreviazione di aie, e significherebbe “bronzo monetato” oppure “bronzo di una determinata qualità”.

La Stele Ducati 12, o di Rakvi Satlnei, con iscrizione etrusca, ritrovata nella necropoli dei Giardini Margherita e conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto Unibo)

Una donna dalla stirpe eroica. La stele Ducati 12, o di Rakvi Satlnei, è stata ritrovata presso la necropoli dei Giardini Margherita, collocata a ovest della città antica, ed è datata attorno al 400 a.C. Un lato della stele mostra la tipica rappresentazione della donna nobile sposata che solleva una mano verso una foglia di edera, la quale esce dalla cornice decorata con triangoli alterni. Questa è una pianta legata al culto del dio Dioniso, l’etrusco Fufluns. Si sottolinea così lo status sociale della defunta e la sua adesione ai culti dionisiaci. Le metope del tamburo illustrano figure del mito, come la maga Circe e Dedalo, riconducibili al mondo della trasformazione e del passaggio, quale allusione al transito della defunta nell’Aldilà. Anche l’altro lato è occupato dal tema del passaggio di status, cioè la morte, resa attraverso l’espediente del viaggio su carro della defunta. Sotto è raffigurato un personaggio maschile nudo che si getta su una spada, riconosciuto come l’eroe omerico Aiace Telamonio. Sulla stele è presente un’iscrizione che, in alcuni punti, è di difficile lettura. Si riesce a distinguere il prenome, Rakvi, e il gentilizio, Satlnei, della donna. È importante sottolineare che si tratterebbe dell’unico caso attestato in tutta Bologna. La seconda parte è molto dibattuta dalla critica ma sembra collegarsi alla raffigurazione di Aiace Telamonio. Infatti, le lettere leggibili sembrano comporre le parole aivas telmuns. Attraverso le informazioni grammaticali in nostro possesso, si è pensato che venga evocato un rapporto genealogico della defunta con l’eroe.

La Stele Ducati 10, o “stele della nave”, con iscrizione etrusca, trovata nella necropoli Giardini Margherita e conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto Unibo)

Una nave verso l’aldilà. La stele Ducati 10 del sepolcreto dei Giardini Margherita, collocato a ovest della città antica, è nota anche come “stele della nave” ed è datata agli ultimi decenni del V secolo a.C. Sul lato principale, la decorazione è disposta su quattro registri. Si notano il viaggio verso l’aldilà del defunto su una quadriga trainata da cavalli alati e scene di giochi atletici. Sull’altra faccia, invece, campeggia una grande imbarcazione in mare. Il parallelismo tra le due parti rafforza il concetto del tragitto verso un mondo altro, svolto sia per mare che per terra. L’iscrizione [mi] suthi veluś [k]aiknaś, riportata a rilievo, è tradotta come “io sono la tomba di Vel Kaikna”, il verbo è sottinteso. Si trattava di una delle più importanti famiglie di Felsina. Studi recenti fanno pensare che fosse originaria di Volterra, i Kaikna o Ceicna, sono i Cæcinadi epoca romana. Questa stele era associata a un ulteriore segnacolo, che si data attorno al 400 a.C., su cui è riportata l’epigrafe veluś kaiknaś arnthrusla, ovvero “di Vel Kaikna, quello di Arnth” dove il nome del padre lo distingue dall’omonimo seppellito nelle immediate vicinanze. Si è supposta così l’esistenza di un recinto funerario familiare.

Archeologia in lutto. È morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, una lunga carriera di ricerca e dirigenziale, con centinaia di pubblicazioni. Era direttore del Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, a un passo dalla pensione. Il cordoglio del ministro e dei colleghi

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È morto Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Archeologia in lutto: è morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, 66 anni: era ricoverato da ottobre all’istituto nazionale di malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. “Siamo enormemente addolorati nell’annunciarvi che il nostro direttore è venuto a mancare nel pomeriggio di oggi, 19 novembre 2020. Una grave perdita per il Museo delle Civiltà e il suo personale per l’estremo impegno che il Direttore ha profuso nel costruire un “nuovo” museo e nel portare avanti ambiziosi progetti di condivisione culturale e sociale”.  Ad annunciare la scomparsa di Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, esperto di Celti, è stato proprio il Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, che raccoglie le collezioni del museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”, del museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”, del museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”, del museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, del museo italo africano “Ilaria Alpi” (ex Museo Coloniale), di cui era direttore dal 2017. Nato a Milano nel 1954, laurea in Lettere Classiche con specializzazione in Archeologia, la sua carriera comincia presto, a 25 anni, come archeologo preistorico presso la Soprintendenza Archeologica del Piemonte a Torino, con direzione di numerosi scavi e interventi sul territorio piemontese. Cura la progettazione scientifica di allestimenti e mostre in ambito preistorico. È stato soprintendente per i Beni Archeologici della Liguria, dell’Emilia Romagna, e della Lombardia; direttore ad interim del Parco archeologico di Ercolano; direttore del Segretariato Regionale per la Sardegna. Aveva al suo attivo centinaia di pubblicazioni in materia di Preistoria e Protostoria, arte rupestre ed epigrafia preromana. Dalla primavera del 2017 direttore del Museo delle Civiltà di cui ha una visione ben precisa: “In un mondo che si è ormai globalizzato, noi siamo abituati a mettere in confronto realtà molto distanti sul piano economico, sul piano politico ma poco sul piano culturale. Un Museo come il nostro nasce proprio per stimolare la possibilità di comprendere i rapporti fra le culture e di imparare a rapportarsi con culture diverse”.

Turismo: Franceschini, Expo opportunità anche per Europa

Il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini

Era a un passo dalla pensione. Non ha fatto in tempo. Il Covid gliela ha negata. Grande il cordoglio tra quanti nei Beni culturali hanno avuto la possibilità di conoscerlo e apprezzarlo. “Mi stringo ai familiari di Filippo Maria Gambari il direttore del Museo delle Civiltà di Roma che ci ha lasciati questo pomeriggio”, ha scritto il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini. “Un raffinato studioso e un ottimo direttore di uno dei musei autonomi del ministero. Una lunga carriera, rigorosa e ricca di incarichi di grande responsabilità. Ci mancherà”. E l’ex direttore della Dg Musei del Mibact, Antonio Lampis: “Uno dei più bravi direttori dei musei statali, che meritava di andare in pensione in pace e invece è morto di Covid. Una persona indimenticabile, cui ho voluto bene”. Alessandro D’Alessio, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica e il personale tutto “si uniscono al cordoglio per la prematura scomparsa di Filippo Maria Gambari, direttore del Muciv e direttore supplente del Parco archeologico di Ostia antica fino a poche settimane fa. Nei quattro mesi in cui ha diretto l’ufficio, tutti hanno potuto apprezzarne le doti scientifiche, professionali e umane, l’esperienza e la competenza unite a una rara disponibilità all’ascolto. Lascia nella comunità scientifica e negli uffici del Ministero un vuoto che sarà difficile colmare”. “Un eccelso e rigoroso studioso”, lo ricorda Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo, “figura di riferimento nell’ambito museale. Mancheranno la sua profonda Cultura, la sua grande Umanità, le sue doti di saggezza, generosità e capacità di visione”.

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

Cordoglio anche dal direttore del Parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano: “Oggi ci ha lasciato Filippo Maria Gambari stimatissimo archeologo e dirigente MiBACT,  direttore del parco archeologico di Ercolano da settembre 2016 ad aprile 2017 e membro del Consiglio di Amministrazione di questo Parco. Non ho parole da esprimere, sono stato colpito troppo nel profondo per questo ulteriore accadimento. Filippo aveva avviato i primi passi amministrativi del Parco e potere contare sulla sua incredibile esperienza e sulle sue conoscenze profonde tanto nell’archeologia quanto nella gestione dei beni culturali, infondeva entusiasmo e fiducia in tutti. Il tratto umano e il rigore professionale formavano un tutt’uno che ti facevano rispettare ed amare Filippo. Ho lavorato con Filippo braccio a braccio nel Consiglio di Amministrazione ed ho condiviso con lui sempre un’unione di intenti e di progetti. Una persona rara,  di eccezionale levatura. Un collega e amico generoso. Perdiamo un punto di riferimento fondamentale. Sono sconvolto dalla notizia ma sin d’ora tutti sappiamo quanto peserà la sua dipartita. In questo momento provo un senso di smarrimento e un profondo dolore che sono certo condividono tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare con lui”. E Jane Thompson, manager dell’Herculaneum Conservation Project: “Lo abbiamo conosciuto e ammirato nella complessa fase di avvio del Parco quando si divideva tra la Sardegna ed Ercolano con puntualità e costanza. Un vero esempio di pubblico servizio”. Il cordiglio di tutti i dipendenti del Parco, dei membri del Consiglio di Amministrazione, del Comitato Scientifico e del team HCP alla famiglia e ai suoi affetti.

I capolavori del museo Archeologico coinvolti in avvincenti storie tinte di mistero protagonisti nell’antologia “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori) al centro di una nuova campagna social del Mann: suggestivo video-racconto tra letteratura e arte

La Venere Callipigia, uno dei capolavori più famosi del museo Archeologico nazionale di Napoli, coinvolta in una delle storie in “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori) (foto Luigi Spina)

C’è un gatto che si aggira per il museo Archeologico nazionale di Napoli di cui conosce ogni segreto, e osserva il mondo da un’angolazione privilegiata quella del Giardino della Vanella. Si scopre così che la Venere Callipigia, la Tazza Farnese, i Tirannicidi ed altri capolavori del Mann sono coinvolti in avvincenti storie tinte di mistero. Succede questo e molto altro in “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori, 2019): il volume, a cura di Franco Forte e Diego Lama, comprende dieci racconti firmati da noti giallisti italiani (Diego Lama, Diana Lama, Andrea Franco, Stefano Di Marino, Carlo Martigli, Giulio Leoni, Romano De Marco, Antonio Fusco, Luigi Guicciardi, Serena Venditto) ed ambientati nelle sale dell’Archeologico: da venerdì 20 novembre 2020, il libro sarà al centro di una nuova campagna social lanciata dal Museo in questa fase di chiusura. Sulla pagina Facebook del Mann sarà possibile trovare, così, una connessione ideale tra letteratura ed arte: l’introduzione al libro sarà ripercorsa in un suggestivo video-racconto, che permetterà ad una voce narrante, in pochi minuti, di attraversare gli ambienti oggi chiusi dell’Archeologico; nelle “puntate” successive, sempre programmate di martedì e venerdì, spazio a brevissimi inserti video realizzati da alcuni scrittori in novanta secondi. Non mancheranno focus diretti sui testi, con post di poche righe di sintesi “emozionale” in abbinamento alle immagini. 

In “Delitti al Museo” un gatto si aggira per le sale del Mann e osserva quanto succede (foto Mann)
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La copertina del libro “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori)

Delitti al Museo. Il museo Archeologico nazionale di Napoli nella sua sede monumentale custodisce secoli di storia e infinite storie. Un paradiso per i turisti, un inferno per gli investigatori. Lo sa bene Sebastiano “Bas” Salieri, illusionista e ricercatore dell’occulto, alle prese con il macabro assassinio rituale di un vecchio amico e la scomparsa di un prezioso manufatto. Napoli è una città di enigmi, che le sono connaturati fin da epoche lontane. Come scoprono Martino da Barga, frate francescano inviato dal pontefice a indagare su una sacerdotessa che forse è una strega, e monsignor Attilio Verzi, chiamato a risolvere il caso di un omicidio commesso con un antico pugnale. Enigmi che aleggiano intorno a opere d’arte. Come la statua di Venere che ossessiona un’artista, ignara che qualcuno è pericolosamente attratto da lei. La stessa statua in qualche modo collegata alla morte di un accademico inglese, un nuovo rompicapo per il commissario Veneruso. Dagli anni Trenta, quando il ritrovamento di un reperto “impossibile” innesca sviluppi imprevedibili, fino ai giorni nostri, che sia per una brutale esecuzione tra la folla dei visitatori, per un delitto perpetrato nella sezione egizia, o per l’inspiegabile presenza notturna di un uomo seduto a fissare un certo oggetto, il centro di tutto è sempre uno e uno solo: il Mann.

Statuette esposte nella sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Studio Guicciardini e Magni)

Filo conduttore della campagna social “Delitti al Museo” sarà la riscoperta dei reperti del Mann, secondo una diversa chiave di lettura creativa: non soltanto opere d’arte, ma anche Sezioni (in primis quella Egizia, che si caratterizza per la sua aura di mistero) e manufatti preziosi, come la lamina orfica che corredava un’antica sepoltura del IV sec. a.C. Non a caso, la promozione dell’antologia “Delitti al Museo” rientra negli interventi definiti dal direttore del Mann, Paolo Giulierini, e realizzati nell’ambito del progetto “Museo Accessibile” (coordinamento scientifico: prof. Ludovico Solima, università della Campania “Luigi Vanvitelli”/ framework operativo: PON Cultura e sviluppo- FESR 2014/2020): “La valorizzazione delle pagine della silloge permette di ampliare le maglie dell’accessibilità al patrimonio dell’Archeologico. Un’accessibilità che, in fase di pandemia, si connota sempre più come piattaforma cognitiva e digitale da condividere”.