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Al museo Archeologico al Teatro Romano di Verona la mostra “Il fascino dei vetri romani” con oggetti da scavi sul territorio (necropoli di Raldon) e da raccolte confluite al museo

Il teatro romano di Verona sovrastato dall’ex convento di San Girolamo, sede del museo Archeologico

Vetri romani esposti nella mostra “Il fascino dei vetri romani” al museo Archeologico del Teatro Romano di Verona

“Il fascino dei vetri romani” al museo Archeologico al Teatro Romano di Verona. La mostra, a cura di Margherita Bolla, è promossa dal Comune di Verona – Assessorato alla Cultura – Direzione Musei civici, ed è realizzata in concomitanza con l’esposizione “Carlo Scarpa. Vetri e disegni 1925-1931”, in corso al museo di Castelvecchio. Un’occasione per vedere dal vivo i parallelismi che intercorrono fra le opere dell’architetto veneziano e gli antichi vasi che, per molti aspetti, sono stati i modelli ispiratori di molte creazioni vetrarie del Novecento. Di particolare interesse, dunque, visitare entrambe le esposizioni per trovare i riscontri che legano questi differenti periodi storici e la rispettiva produzione vetraria. “Il fascino dei vetri romani” è il ventesimo appuntamento di una serie di esposizioni temporanee realizzate, a partire dal 1998, con i materiali appartenenti alle collezioni restaurate del Museo. I vetri – in parte provenienti dal territorio, in parte appartenenti a raccolte confluite nel Museo – sono presentati al pubblico nei rinnovati spazi dell’Archeologico, in una esposizione che va ad integrare la collezione degli oggetti romani in vetro presenti nell’allestimento permanente del Museo. I vetri antichi, e romani in particolare, hanno sempre suscitato grande interesse, per l’eleganza e la funzionalità delle forme e per la valenza estetica delle colorazioni. L’esposizione ne illustra le molteplici funzioni: recipienti per balsami e profumi, vasi per alimenti liquidi e solidi, ma anche contenitori per le ossa cremate dei defunti e oggetti di ornamento. Una sezione è poi dedicata agli oggetti scoperti in una necropoli romana scavata nel territorio veronese – a Raldon – nel Settecento, un’altra a vetri di pregio prodotti e usati a Roma in ambito cristiano.

Roma. A Palazzo Altemps i capolavori scultorei dell’antichità classica dialogano con le opere del grande artista del Novecento, Medardo Rosso, con la prima mostra monografica a lui dedicata, che mette in luce una delle specificità del percorso artistico di Rosso: la citazione dell’antico e il tema della copia

Palazzo Altemps a Roma ospita la mostra monografica “Medardo Rosso” (foto Palazzo Altemps)

Medardo Rosso nello studio di boulevard des Batignolles nel 1890 (foto Archivio Rosso)

“Quanti ‘grandi maestri’ sarebbero sconosciuti e non avrebbero prodotto nulla, se gli antichi non li avessero preceduti?”, scriveva Medardo Rosso. E proprio a questo grande artista del Novecento italiano il museo nazionale Romano apre le rinascimentali sale di Palazzo Altemps di Roma, dove sono esposti capolavori scultorei dell’antichità classica, dopo aver consolidato negli anni recenti l’accoglienza di progetti che hanno messo in relazione l’arte contemporanea con gli spazi del museo. Fino al 2 febbraio 2020 è aperta a Palazzo Altemps la mostra “Medardo Rosso”, la prima mostra monografica dell’artista a Roma, organizzata con il Polo Museale di Milano per l’arte moderna e contemporanea, che documenta come il grande artista abbia posto le basi, tra il 1890 e il 1910, al pensiero moderno sull’idea di copia non più intesa come riproduzione, ma come interpretazione: anticipando le avanguardie artistiche del Novecento. Il confronto con le opere della collezione di sculture antiche di Palazzo Altemps ha consentito ai curatori – Paola Zatti, conservatrice della Galleria d’Arte Moderna di Milano, e Francesco Stocchi, curatore del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam – di mettere in luce una delle specificità del percorso artistico di Rosso: la citazione dell’antico e il tema della copia. “Le opere in cera, gesso e bronzo”, scrive Daniela Porro, direttore del museo nazionale Romano, “i materiali più congeniali a Rosso nella rappresentazione di quello che egli stesso definì “spazio fuggitivo della frazione di un secondo” vengono esposte accanto alle fotografie realizzate dall’artista. A partire soprattutto dalla fine dell’Ottocento, la fotografia assume per Rosso il senso di una ricerca autonoma e compiuta, occasione di uno studio sulla materia e sulla luce, ormai svincolato dal confronto con il vero. Ma il carattere originale dell’esposizione è conferito dal tema del dialogo con l’antichità”.

“Ecce puer” gesso di Medardo Rosso del 1906 (foto Comune di Milano)

“Antioco III” gesso di Medardo Rosso del 1903 (foto archivio Rosso)

“Nel primi cinque anni del Novecento, viaggiando per l’Europa (Lipsia, Berlino, Dresda)”, continua Porro, “il Maestro scopre collezioni da cui attinge ed esegue copie dall’antico seguendo i costumi dell’epoca, secondo una pratica che ha origini secolari. L’artista riproduce copie da più di venticinque modelli, realizzando oltre cento sculture, prevalentemente in cera e bronzo, a testimonianza dell’attenzione che portava nei confronti dell’antichità e di quei caratteri moderni inviolabili nei secoli. Il problema della copia rappresenta infatti un carattere centrale nella storia dell’arte classica, al punto che per buona parte della sua storia si è identificato con essa”. Nell’Ottocento nacque proprio in Germania una vera e propria scienza nella scienza che prese il nome di Kopienkritik, diventato presto l’approccio metodologico dominante rispetto allo studio di sculture romane classiche. La pratica di Rosso nei confronti dell’antico si iscrive in questo clima storico, in cui l’artista è consapevole di eseguire per lo più copie di copie di opere dell’antichità fino al Rinascimento, inserendole in contesti innovativi. La mostra intende approfondire questi aspetti, dimostrando al tempo stesso come la citazione di Rosso dell’antico non si limiti a un esercizio di mera copia: la sua è piuttosto da intendersi come opera autonoma e consapevole, posta di sovente a confronto diretto con l’originale antico, o più spesso proponendo innovative forme di presentazione di sue opere affiancate a copie dall’antico da lui stesso realizzate. Tali soluzioni allestitive, oltre a rispondere a specifiche esigenze di “miseen-scène” tipicamente appartenenti al concetto di scultura di Rosso, avevano come fine ultimo di creare un confronto serio tra le sue opere e quelle di artisti antichi e contemporanei, dimostrando come il lavoro di alcuni di essi fosse realmente radicato nei canoni dell’arte antica. Ciò a testimonianza, come affermava Rosso stesso, che “le opere della seconda Grecia, sua succursale, del Rinascimento, sottosuccursale di questa (senza parlare della sotto-sottosuccursale di queste catalogata giustamente come “Impero”, completamente fermacarte del signor Antonio Canova) sono tra le epoche più chiuse nell’oggettivismo”.

L’Enfant malade nell’atelier in bouleverd des Batignolles, 1898 circa (foto archivio Rosso)

Bambina ridente – Rieuse – Grande rieuse – Enfant au soleil – Enfant juif – Enfant malade – Uomo che legge – Ecce puer sono i modelli selezionati per seguire l’elaborazione del soggetto che con Medardo Rosso prende vita, in rapporto con la luce e con la materia, divenendo ogni volta un’opera a se stante: un originale. I soggetti dall’antico Antioco III – Niccolò da Uzzano – Memnone – Vitellio – San Francesco, creano invece un rimando incrociato con le antiche sculture custodite a Palazzo Altemps, portando anche su queste nuova luce. Le opere di Rosso spingono a una rilettura della pratica della copia in epoca antica e della storia del collezionismo nel Rinascimento e nell’età barocca, narrata dalla raccolta del Museo. Come avviene per alcuni grandi pittori e scultori tra Otto e Novecento (si pensi in particolare a Degas e Brancusi), esporre le fotografie di Rosso accanto alle sue opere in bronzo, cera o gesso non ha solo un valore documentario ma rappresenta un supporto alla comprensione della sua idea di scultura. La fotografia era per Rosso occasione di manipolazione della materia e della luce, ormai svincolata dal confronto col reale: Rosso fotografa le sue opere per intervenire poi con viraggi, ingrandimenti, scontornature, collages, tracce di materia pittorica, tagli e abrasioni, fino ad accettare l’intervento del caso e dell’errore. Esposte nelle sue mostre accanto alle sculture e pubblicate in libri e riviste, le fotografie devono essere considerate a tutti gli effetti vere e proprie opere di Rosso, e consegnano alla storia un artista che ha saputo vedere ben al di là del suo tempo, verso le manipolazioni dell’immagine che caratterizzano la nostra contemporaneità.

Collezioni pompeiane ed ercolanesi al museo Archeologico nazionale di Napoli: per febbraio 2020 sarà ultimato il restyling della sezione degli oggetti della vita quotidiana nelle città vesuviane; per fine anno apre la sezione Tecnologica pompeiana, e per l’estate 2021 raddoppia lo spazio per gli oggetti pompeiani

Il fauno in bronzo, tra i pezzi più famosi della collezione pompeiana al Mann (foto Graziano Tavan)

Collezioni pompeiane ed ercolanesi: il 2020 porta grandi novità al museo Archeologico nazionale di Napoli. Iniziato prima di Natale, il restyling della sezione degli oggetti dedicati alla vita quotidiana nelle città vesuviane dovrebbe concludersi per la metà di febbraio 2020. L’obiettivo della direzione del Mann è infatti quello di presentare al pubblico per il 13 febbraio 2020 l’allestimento rinnovato nei criteri e nella selezione dei reperti in mostra: saranno restaurate le vetrine e le sale, sarà migliorato l’impianto di illuminazione, saranno aggiornati i pannelli didattici. L’intento finale dei lavori, che comportano una temporanea limitazione di accesso (sale 85/90), sarà l’ampliamento delle opere fruibili dai visitatori.

Un elmo in bronzo dei gladiatori conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Uno scudo da gladiatore conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Il riordino complessivo delle collezioni di oggetti pompeiani e ercolanesi continuerà, poi, con un’attività di studio, restauro, riflessione museografica che coinvolgerà importanti materiali custoditi nei depositi ed al momento visibili solo in occasione delle esposizioni temporanee: entro l’estate 2021 sarà infatti raddoppiata la superficie espositiva delle celeberrime raccolte di oggetti dell’area vesuviana. Troveranno allora definitiva sistemazione le armi gladiatorie, i reperti organici, i commestibili, le argenterie, le oreficerie, gli antichi arredi domestici, sia in marmo che in bronzo.

Il Braccio Nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli con l’ampliamento a monte

Entro la fine dell’anno, 2020, nei locali del Braccio Nuovo sarà aperta al pubblico la Sezione Tecnologica pompeiana, ispirata a quella inaugurata da Amedeo Maiuri nel 1932; la sezione presenterà al pubblico i principali strumenti e tecnologie in uso nel mondo romano (dall’agricoltura all’idraulica, dalla costruzione all’illuminazione) con un allestimento che sarà arricchito tanto da reperti antichi quanto da ricostruzioni e video esplicativi. La sezione sarà allestita in collaborazione con il museo Galileo di Firenze.

Roma. Incontro-evento alla Curia Iulia a margine della mostra “Carthago. Il mito immortale“ col direttore del Limes Lucio Caracciolo su “Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?”: occasione di confronto sulla realtà geopolitica del bacino del Mediterraneo

La locandina dell’incontro con Lucio Caracciolo sul tema “Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?” alla Curia Iulia di Roma

“Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?” è il tema proposto dal parco archeologico del Colosseo nell’incontro con Lucio Caracciolo alla Curia Iulia, sabato 18 gennaio 2020, alle 11.30. Con questo evento speciale a inizio 2020 riprende l’articolato programma di incontri che il Parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, in collaborazione con Electa, ha avviato nell’ambito della mostra “Carthago. Il mito immortale” aperta al Colosseo e al Foro Romano fino al 29 marzo 2020. L’iniziativa incrementa ulteriormente il calendario di iniziative che ormai contraddistingue il monumentale spazio della Curia Iulia, diventato luogo di dibattito e incontro tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura. Un dialogo che dall’antichità prosegue sino ai nostri giorni coinvolgendo la città.

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

L’appuntamento di sabato 18 gennaio 2020, alle 11.30, vede protagonista – come detto – Lucio Caracciolo, direttore di Limes, che interverrà sul tema “Dal Mediterraneo di Roma al Mediterraneo di chi?”: occasione di confronto sulla realtà geopolitica del bacino del Mediterraneo. Un tema di grande attualità il cui spunto è offerto dalla mostra in corso al Colosseo e al Foro Romano, fino al 29 marzo. Cartagine, padrona dei mari e regina dei commerci, con la sua storia consente di affrontare il problema dell’interazione culturale tra popoli di tradizione e lingue diverse. Lucio Caracciolo, nato a Roma nel 1954, e laureato in Filosofia all’Università di Roma, è direttore della Rivista Italiana di Geopolitica Limes dal 1993, e dal 2000 di Heartland, rivista eurasiatica di geopolitica. Giornalista professionista, ha lavorato per La Repubblica e per MicroMega. Collabora con numerosi media italiani e stranieri. Commentatore per la Repubblica e per L’Espresso. Numerose le pubblicazioni, oltre a saggi e articoli pubblicati su riviste scientifiche italiane, tedesche, americane e francesi.

Firenze. Al via il ciclo “Incontri al Museo” archeologico nazionale: otto appuntamenti in sei mesi. Si inizia con un approfondimento di Luigi Donati sul simposio etrusco e greco

Alcune kylix conservate al museo Archeologico nazionale di Firenze con scene di simposio (foto Maf)

L’invito per l’incontro al Maf con Luigi Donati dell’Accademia Etrusca di Cortona sul simposio tra gli etruschi e i greci

Otto incontri distribuiti in sei mesi, da gennaio a giugno 2020: il nuovo ciclo di “Incontri al Museo”, proposto dal museo Archeologico nazionale di Firenze, che attraverserà un’intera stagione e si concluderà a giugno 2020. Anche quest’anno studiosi e appassionati di archeologia e storia dell’arte condivideranno con il pubblico la comune passione per le antiche civiltà nelle conferenze in programma, come di consueto il giovedì alle 17, al piano terra del museo Archeologico di Firenze, nel mediceo Palazzo della Crocetta. Tutti gli incontri sono a ingresso libero fino a esaurimento posti. Per informazioni: tel. 055.2357717, 2357744, 2357768, 2357704. Si inizia giovedì 16 gennaio 2020, alle 17, con la conferenza “Nunc est bibendum! Simposi etruschi e greci: analogie e differenze nell’uso del vino” di Luigi Donati dell’Accademia Etrusca di Cortona. Gli altri appuntamenti in calendario: giovedì 13 febbraio 2020, Stefania Berutti (archeologa) su “Un “addio al nubilato” su una hydria del Museo Archeologico di Firenze”; giovedì 12 marzo 2020, Anna Revedin (Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria) su “Legno, farina… tracce inaspettate del più antico popolamento della Toscana”; Giovedì 2 aprile 2020, Paolo Persano (Scuola Normale Superiore, Pisa) su “Antiope perde la testa! Nuove ricerche sulle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria”; Giovedì 30 aprile 2020, Graziella Becatti (Université Catholique de Louvain, Belgio) su “Hypnos-Somnus: il dio del sonno, un demone custode”; Giovedì 14 maggio 2020, Alessandro Diana (Scuola Normale Superiore, Pisa) su “Atene e Firenze fra Medioevo e Rinascimento: il ducato degli Acciaiuoli”; giovedì 28 maggio 2020, Anna Maria D’Onofrio (Università “L’Orientale”, Napoli) su “I kouroi e i canoni della perfezione maschile nella Grecia arcaica”. Il ciclo chiude giovedì 4 giugno 2020 con Vincenzo Baldoni (Università di Bologna) su “Nuove scoperte a Numana e nel Piceno preromano”.

Novità al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve): al via il ciclo “Reperto Riscoperto”, con l’esposizione di oggetti provenienti dai depositi. Si inizia col bronzetto etrusco-padano Paride Arciere

Paride Arciere, bronzetto di produzione etrusco-padana (prima metà V sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto museo Altino)

“L’eroe, inginocchiato, è ritratto nell’atto di incordare l’arco, trattenuto tra le dita del piede sinistro. Evidente è la concentrazione del volto, dominato dai grandi occhi: le rughe che solcano la fronte ne accentuano la tensione”. Inizia così la scheda sul bronzetto di Paride Arciere curata da Margherita Tirelli, già direttore del museo Archeologico nazionale di Altino per il catalogo della mostra “Venetkens. Viaggio nella terra dei Venti antichi”. Proprio il Paride Arciere”, normalmente custodito nei depositi del museo, è il protagonista del primo evento del ciclo “Reperto Riscoperto”, che al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve) vedrà periodicamente esposti reperti particolarmente interessanti provenienti dai magazzini e presentati al pubblico. L’esposizione del Paride Arciere, dal 12 al 31 gennaio 2020, rappresenta una delle novità del museo di Altino. Il bronzetto fu prodotto nell’Etruria padana nel secondo venticinquennio del V secolo a.C., e fu rinvenuto durante gli scavi del santuario del dio Altino al quale un devoto lo donò come ex voto. “Il principe troiano”, continua Tirelli, “indossa, al di sopra di una corta tunica, una corazza con spallacci, fittamente decorata da file di puntini e occhi di dado, e sul capo porta un elmo a forma di rapace., le cui lunghe code scendono a coprire la nuca. Gambali a reticolo e faretra, stretta sotto il braccio, ne completano l’armamento. Le appendici forate di fissaggio, presenti sotto i piedi, unitamente alle evidenti tracce di usura rilevabili alle spalle, che costituiscono l’appiglio più immediato, richiamano la funzione originaria del bronzetto, in cui è individuabile la presa di un coperchio di una cista o forse anche l’applique dell’ansa di un cratere, solo in seguito – conclude – trasformato in un ex voto a sé stante, secondo una prassi che conosce vari precedenti”.

Paestum. Dalla scoperta del tempietto dorico allo scavo del Tempio della Pace, alle ricerche nel quartiere abitativo: un’intensa attività di ricerca che il direttore del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, illustrerà a Verona nell’incontro “Il museo che scava. Nuove scoperte archeologiche a Paestum e nel suo territorio”

Il parco archeologico di Paestum, patrimonio Unesco

Due scoperte in pochi giorni a Paestum: nel santuario di Athena una testa tardo-arcaica, forse parte di una metopa; nel tempio della Pace un frammento di scultura architettonica. È successo lo scorso settembre (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/18/due-scoperte-in-pochi-giorni-a-paestum-nel-santuario-di-athena-una-testa-tardo-arcaica-forse-parte-di-una-metopa-nel-tempio-della-pace-un-frammento-di-scultura-architettonica/). E qualche mese prima, a giugno, lungo le mura sono stati scoperti alcuni frammenti di un edificio sacro del V sec. a.C., probabilmente un tempio dorico, per il cui recupero è stata lanciata una raccolta fondi con l’Art bonus per riportare alla luce l’importante monumento che è stato definito un “gioiello dell’architettura dorica tardo-arcaica” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/27/paestum-lancia-una-raccolta-fondi-con-lartbonus-per-riportare-alla-luce-il-tempio-dorico-individuato-allinizio-dellestate-lungo-le-mura-emersi-alcuni-frammenti-di-un-edificio-sacr/).

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

E una prima risposta è venuta dal Cnr che dal 14 al 17 novembre 2019 ha avviato una prospezione geofisica, in grado di rilevare tracce sotterranee con metodi non-invasivi, che ha permesso di individuare un’anomalia in corrispondenza al ritrovamento degli elementi in superficie, in via ipotetica identificabile con il tempio smembrato. E mentre a fine settembre si concludeva lo scavo al Tempio della Pace, a ottobre iniziava quello al quartiere abitativo. Di tutta questa intensa attività di ricerca il direttore del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, parlerà martedì 14 gennaio 2020, alle 17.30, a Verona, all’auditorium del Palazzo della Gran Guardia, nell’incontro “Il museo che scava. Nuove scoperte archeologiche a Paestum e nel suo territorio”.

Il capitello dorico che ha rivelato l’esistenza di un tempietto dorico a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Tempio dorico trovato a Paestum: c’è una traccia “calda” trovata dal Cnr. La prospezione è stata condotta in collaborazione con il Parco e il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT), da un team multi-disciplinare dell’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale (Imaa) e dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (Irea) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), sotto la direzione scientifica di Enzo Rizzo e Francesco Soldovieri. Coinvolti i ricercatori Ilaria Catapano, Luigi Capozzoli, Gregory De Martino, Gianluca Gennarelli e Giovanni Ludeno. Nelle elaborazioni prodotte dagli scienziati del Cnr si vede una struttura rettangolare di 6 x 12 m circa. “Dimensioni che andrebbero bene con quanto abbiamo ricostruito in base agli elementi trovati in superficie, i quali permettono di ipotizzare un intercolunnio di 1,68 m”, commenta Zuchtriegel. “Quello che ci ha sorpreso è la struttura interna che si intravede: ci sembra essere un corpo centrale, una cella, circondata da un portico. Ma un tale tipo di impianto, chiamato periptero in virtù del fatto che è completamente circondato da colonne, di solito non viene adottato per edifici così piccoli, ma solo per grandi templi come quello di Nettuno a Paestum. Pertanto solo uno scavo scientifico potrà dare risposte certe”.

Il team del Cnr con il georadar a Paestum alla ricerca di tracce del tempietto dorico (foto parco archeologico Paestum)

La mappa del tempietto emersa con l’indagine del georadar (foto parco archeologico Paestum)

“Il team multidisciplinare del Cnr, costituito da Imaa e Irea, che da diversi anni in stretta collaborazione si occupa di esplorazione del sottosuolo, ha lavorato secondo un approccio multidisciplinare andando da una indagine a grande scala, come quella geomagnetica che ha investigato per circa 2 ettari individuando le zone di maggiore interesse archeologico, ad una investigazione di dettaglio”, interviene Enzo Rizzo (Cnr -Imaa). “In una di queste aree”, continua Francesco Soldovieri (Cnr – Irea), “è stata condotta una campagna di prospezioni georadar. L’analisi dei dati georadar grazie ad approcci di elaborazione sviluppati dall’Irea ha permesso di identificare la planimetria di un ipotetico tempietto e la sua profondità di circa un metro”. L’informazione sulla planimetria dell’impianto sepolto ha indotto gli archeologici e il direttore del parco archeologico di Paestum a ritenere che il rinvenimento non sia relativo ad un sacello (come ipotizzato a valle dei ritrovamenti di giugno 2019), ma ad un tempio periptero e questo ha dato ulteriore valore alla scoperta. Non esistono tempi peripteri cosi piccoli nell’arte sacra greca; forse, un lontano confronto è solo con un altare a Selinunte, databile intorno alla metà del V sec. a.C. Inoltre, il tempietto rappresenta la prima testimonianza dell’ingresso di un nuovo stile “classico” del dorico a Paestum e, oltre ad avere una funzione culturale (forse era un santuario), sembra un “modellino” per mostrare alla committenza questo nuovo stile architettonico, poi utilizzato nella costruzione del Tempio di Nettuno. Quest’ultimo non solo è il più grande tempio di Paestum e quello meglio conservato ma rappresenta anche la declinazione classica dell’architettura templare greca.

La campagna di scavo al cosiddetto Tempio della Pace di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Reperti recuperati nello scavo al Tempio della Pace (foto parco archeologico Paestum)

Tempio della Pace a Paestum. Conclusa la campagna di scavo al cosiddetto Tempio della Pace, l’edificio di culto romano di Paestum che ancora lascia tanti interrogativi aperti. Gli scavi sono stati diretti dal prof. Jon Albers dell’università di Bochum in Germania, con la partecipazione di studenti e dottorandi dal suo ateneo e da altre università, tra cui quella di Bonn. La prima campagna di scavo dopo più di quarant’anni presso il più grande tempio romano di Paestum – città famosa soprattutto per i tre templi dorici d’epoca greca – non ha risolto tutte le questioni discusse ancora tra gli studiosi, quale per esempio la cronologia precisa delle varie fasi dell’edificio e il suo rapporto con l’impianto del foro, ma ha aperto importanti prospettive. Tra gli elementi nuovi più significativi, spicca una costruzione più antica emersa sotto l’altare del tempio, orientata in maniera leggermente diversa rispetto all’altare d’epoca romana e in linea con i templi greci, che potrebbe indicare una fase precedente del culto in quest’area. Inoltre, un frammento di una testa in travertino, proveniente dagli scavi all’interno del podio del tempio dove pare fosse stata depositata nell’ambito di lavori di spogliazione in epoca post-antica, testimonierebbe la ricca decorazione scultorea che adornava i capitelli del tempio c.d. della Pace, il quale sorge in mezzo ai monumenti dorici della città magno-greca. “Chi ha costruito questo tempio”, spiega il prof. Albers, “doveva confrontarsi con la tradizione dell’architettura sacra greca che proprio nei templi dorici di Paestum ha trovato una delle sue massime espressioni; ciò potrebbe spiegare alcune peculiarità stilistiche dell’edificio più recente e della sua decorazione scultorea. Stiamo parlando di un tempio con colonne corinzie e capitelli figurati e con un fregio dorico, un po’ anomalo”.

Ricerche archeologiche nel quartiere abitativo di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Scavi stratigrafici nel quartiere abitativo di Paestum. L’obiettivo è di indagare meglio l’architettura domestica e la vita quotidiana all’ombra dei tre templi dorici di VI e V sec. a.C., emblemi della Magna Grecia. Lo scavo di una struttura in grandi blocchi, presumibilmente una suntuosa dimora appartenente all’epoca tardo-arcaica (intorno al 500 a.C.), fu avviato tre anni fa dal direttore del sito, Gabriel Zuchtriegel, nominato nell’ambito dell’autonomia concessa al Parco Archeologico di Paestum dall’allora (e attuale) ministro Dario Franceschini. Nel frattempo, le indagini si sono allargate a un’abitazione adiacente, costruita in maniera più modesta. Come sottolinea il direttore, “desta interesse proprio la varietà economica e sociale in questo periodo cruciale per la città. Vogliamo comprendere meglio le dinamiche sociali e il tessuto economico che hanno permesso la realizzazione di opere come i templi dorici di Paestum e la Tomba del Tuffatore. Al tempo stesso, vogliamo rendere i visitatori e le scuole partecipi: come ogni anno, potranno seguire le attività di scavo durante visite quotidiane e sui social del Parco”. Anche quest’anno, lo scavo beneficia di due borse di studio finanziate dal Pastificio G. Di Martino – proprietario del marchio Antonio Amato. Due giovani archeologi, Rachele Cava e Guglielmo Strapazzon, sono stati selezionati sulla base di un bando nazionale e seguono le operazioni sul posto. Il progetto #ilgustodellascoperta è stato avviato nel 2016 con una sponsorizzazione del Pastificio Antonio Amato che aveva destinato un contributo di 45mila euro per finanziare due borse di ricerca per tre anni.

Tutti potranno seguire costantemente l’aggiornamento delle indagini in corso: l’appuntamento è dal lunedì al venerdì, alle 11.45, nell’area archeologica di Paestum dove gli archeologi accompagneranno il pubblico in una visita guidata allo scavo. Inoltre lo scavo può essere seguito anche sui canali social del Parco Archeologico di Paestum e di Pasta Antonio Amato, seguendo l’hashtag #ilgustodellascoperta su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube e anche su Repubblica Web Tv, dove saranno trasmessi dei video con gli approfondimenti sul lavoro degli archeologi e sui metodi e sugli strumenti propri della ricerca. “È questa la nostra missione – conclude il direttore – raccontare a tutti la ricerca archeologica in ogni suo aspetto; l’archeologia vera non ha nulla a vedere con i ‘tesori’, ma con la ricostruzione della vita, anche dei poveri. Visto così, un coccio di ceramica comune è importante quanto un anello d’oro; sono tutti documenti storici”.