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Roma. Prorogata la grande mostra al Colosseo “Pompei 79 d.C. Una storia romana”. Un video per una visita “guidata” nell’allestimento al secondo ordine dell’anfiteatro flavio

Locandina della mostra al Colosseo “Pompei 79 d.C. Una storia romana” prorogata al 27 giugno 2021

Avevate in mente di visitare la grande mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” allestita dal 9 febbraio 2021 al secondo ordine del Colosseo e non ce l’avete fatta? Siete ancora in tempo. Perché la mostra, che doveva chiudere oggi, 9 maggio 2021, è stata prorogata fino al 27 giugno 2021. Lo ha annunciato la direzione del parco archeologico del Colosseo. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.15 (ultimo ingresso alle 18.15) al secondo ordine del Colosseo. La visita è compresa nel biglietto “24h – Colosseo, Foro Romano, Palatino”.

Allestimento della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” nel II ordine del Colosseo (foto Alessia Cacciarelli)

“Pompei 79 d.C. Una storia romana”. Una storia mai tentata prima del lungo rapporto tra Roma e Pompei, che prova a restituire in maniera compiuta il complesso dialogo che lega le due realtà più famose dell’archeologia italiana, dalla Seconda guerra sannitica (fine del IV sec. a.C.) all’eruzione del 79 d.C. Un racconto dall’alto valore scientifico, basato sulla ricostruzione delle relazioni sociali e culturali rintracciabili in particolare attraverso la ricerca archeologica. La mostra, curata nel progetto di allestimento e nella grafica da Maurizio di Puolo, è promossa dal Parco archeologico del Colosseo con l’organizzazione di Electa e si è avvalsa della collaborazione scientifica del Parco archeologico di Pompei e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’esposizione è stata ideata e curata da Mario Torelli, il grande archeologo recentemente scomparso. La mostra vuole essere anche l’occasione per ricordare la sua lunga attività di studioso del mondo antico a tutto campo, intellettuale impegnato e padre fondatore della nuova scuola archeologica italiana. La mostra, con i suoi quasi 100 reperti, arricchita da video e proiezioni virtuali, è suddivisa in tre grandi sezioni – la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine –, intervallate da intermezzi dedicati a due momenti cruciali che hanno segnato la lunga storia di Pompei: l’assedio romano dell’89 a.C. e il terremoto del 62 d.C., fino all’evento distruttivo del 79 d.C. che segna l’oblio del centro vesuviano mentre Roma si avvia a divenire una metropoli senza precedenti. In attesa di organizzare una visita al Colosseo, godetevi questo bellissimo video di Mario Cristofaro, che una vera e propria visita guidata per immagini ed emozioni alla mostra al Colosseo.

Socii populi romani – La fase dell’alleanza. L’incontro fra Roma e Pompei inizia a margine della Seconda guerra sannitica, condotta contro le popolazioni italiche abitanti l’area della dorsale appenninica centrale e meridionale. Il lungo conflitto alla fine del IV secolo a.C. sancisce l’egemonia romana sull’Italia centrale, gettando le basi per la futura politica mediterranea della Repubblica. Nel 310 a.C. i Romani tentano senza successo un’incursione nel territorio della lega nucerina (dal nome della capitale della confederazione, Nocera in Campania), all’interno della quale Pompei gioca il ruolo di sbocco portuale. Due anni dopo la confederazione viene sconfitta e stipula con Roma un trattato di alleanza (foedus), che inserisce stabilmente le comunità sannitiche della valle del Sarno nell’orbita della nuova potenza. Per il piccolo centro di Pompei inizia così un processo storico di grande portata: la città cresce alla periferia del crescente sistema di Roma, omologandosi progressivamente ai modelli offerti dal centro del potere e dalle sue colonie. A beneficiarne è l’intera società pompeiana e in particolare la sua antica aristocrazia, fedele alleata al fianco dei Romani nelle guerre di conquista, che tra il III e il II secolo a.C. generano un enorme afflusso di risorse verso la Penisola. La città vesuviana fiorisce come mai prima e celebra la fortunata alleanza decorando i suoi monumenti con gli esempi della propria virtù guerriera, mentre il console Lucio Mummio dedica nell’antico santuario di Apollo una parte degli ingenti bottini prodotti dalla conquista della Grecia (146 a.C.). Ma il secolare, sottile equilibrio fra la repubblica romana e i suoi alleati si incrina nel giro di un paio di generazioni. Nel 90 a.C. anche Pompei è coinvolta nella Guerra sociale, la sanguinosa guerra fra Roma e i suoi partner italici (socii), che segnerà il tramonto della fase dell’alleanza.

Statuetta in avorio della dea indiana Lakshmi (I sec. a.C. – I sec. d.C.) da Pompei, Casa della Statuetta Indiana, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Mercatura – Il commercio. La fase dell’alleanza e della formazione del dominio mediterraneo di Roma rappresenta una svolta epocale nel sistema di scambi del mondo antico. Grazie al suo porto, Pompei è coinvolta nella progressiva crescita di una rete commerciale sempre più legata alla navigazione a lunga distanza e all’intraprendenza degli armatori e dei commercianti italici (navicularii e negotiatores): uomini nuovi animati dalle straordinarie possibilità di arricchimento aperte dall’età della conquista. L’area vesuviana gioca un ruolo di primo piano nell’enorme flusso di risorse che a partire dalla fine del III secolo a.C. invade l’Italia: famiglie di mercanti campani e pompeiani sono ben attestate nei principali snodi portuali del Mediterraneo. Da Carthago Nova (Cartagena), terminale nell’estremo Occidente del ricco distretto minerario spagnolo, al porto franco di Delo, collettore commerciale nel cuore dell’Egeo delle sterminate masse di schiavi generate dalle guerre in Oriente. Il traffico degli schiavi finisce per ammassare in Italia un’incredibile forza-lavoro, che sarà alla base di un vero e proprio boom della produzione agraria, incentrato su un nuovo modello di villa produttiva. Anche Pompei, con le sue fertili terre vulcaniche, partecipa all’assalto dato dal vino e dell’olio italici ai nuovi mercati. Sull’onda della nuova mobilità mediterranea e della relativa crescita economica, tra il II e il I secolo a.C. Roma e le città della Penisola mutano quindi volto, a partire dal cuore della vita urbana: il foro. Come nel centro del potere, anche a Pompei le vecchie botteghe si addensano in un nuovo spazio specializzato nel commercio alimentare, il macellum, mentre per gli affari e gli incontri la città si dota di un edificio innovativo che imita i modelli orientali: la basilica. Più in generale è comunque una trasformazione dei consumi profonda, che incide stabilmente nella vita, nelle abitudini e sin nei gusti più minuti della società romana e pompeiana.

La “balista” usata nell’assedio delle città (foto PArCo)

Obsidio – L’assedio di Pompei. La secolare alleanza fra Roma e Pompei non impedisce al centro vesuviano di investire parte delle nuove risorse per l’ammodernamento delle vecchie mura. Verso la fine del II secolo a.C. la città decide infatti di dotarsi di un sistema difensivo al passo coi tempi, aggiornato alle nuove esigenze estetiche di matrice ellenistica e in grado di reggere alle più moderne tecniche d’assedio. Monumentalizzare i propri margini significa per la città celebrare il suo nuovo status, raggiunto in quel breve lasso di tempo definito a giusto titolo il “secolo d’oro” di Pompei. Non sappiamo invece se dietro la decisione ci fu anche il sentore di quello che stava per accadere: nel 91 a.C. scoppia infatti la Guerra sociale, il terribile conflitto fra Roma e i suoi alleati italici che di lì a poco avrebbe insanguinato il cuore della Penisola con scontri di rara ferocia. Pompei partecipa alla rivolta e ai primi del 90 a.C. viene posta sotto assedio dalle legioni di Silla, il futuro dittatore di Roma. In questo aspro frangente della sua storia, la città vesuviana non ha mancato di restituirci uno straordinario spaccato di microstoria: nei punti nevralgici del sistema difensivo vengono infatti dipinte a caratteri cubitali le istruzioni per gli assediati (dette “eítuns”). Iscrizioni che nella loro secchezza riescono a farci rivivere gli attimi concitati di un assedio. Sappiamo inoltre che la città subì numerosi danni, sia lungo la linea difensiva sia all’interno delle abitazioni a ridosso dei punti più battuti dalle catapulte, come testimoniano le tracce di proiettili sulle mura e le pesanti palle di pietra rinvenute in gran numero nelle case. L’assedio fu lungo e la città finì per capitolare solo alla fine dell’89 a.C. Una sconfitta che per Pompei significò di fatto la fine della sua secolare autonomia.

Uno dei preziosi mosaici provenienti dalla casa del Fauno a Pompei e conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Luxuria – Il lusso a Roma e nelle città alleate. L’espansione militare ed economica di Roma nel Mediterraneo si riflette in una violenta trasformazione culturale, tanto nel centro del potere quanto nelle città alleate della Penisola. Gli stessi intellettuali romani individuano nel 146 a.C. la data simbolo di questo mutamento: l’anno delle distruzioni di Cartagine e Corinto viene additata come la cresta di quell’ondata di raffinato benessere che avrebbe sommerso i conquistatori, conquistandoli a loro volta con la cultura dell’ostentazione propria delle terre sottratte ai regni ellenistici, la luxuria. Modelli indiscussi di questo nuovo stile di vita le metropoli dei regni nati dalla disgregazione dell’impero di Alessandro Magno, con le loro favolose corti: Antiochia, Pergamo, Alessandria. Ma la nuova moda diventa ben presto una questione politica, osteggiata dalle aristocrazie conservatrici di Roma e dal malcontento popolare: l’approvazione sociale del lusso è confinata alla sola dimensione pubblica (magnificentia). I generali vittoriosi fanno quindi a gara per guadagnarsi il consenso elettorale investendo gli ingenti bottini nell’abbellimento dell’Urbe e soprattutto dei suoi templi, adeguando Roma allo splendore delle metropoli orientali. Un maggiore spazio di manovra per la nuova cultura dei pubblici svaghi (terme, teatri) e per lo sfoggio privato del lusso si ritrova invece nella provincia, per la quale Pompei offre l’esempio più noto. Nasce la villa di piacere (Villa dei Misteri), mentre alcune case dell’élite pompeiana sembrano fare a gara con le regge ellenistiche (Casa del Fauno). Giardini porticati, terme domestiche, opere d’arte e decori preziosi: spazi per gli intimi piaceri di Afrodite e Dioniso ma anche per gli affari e gli incontri. Una luxuria, quella sperimentata tra II e I secolo a.C. in questa periferia sospesa fra il potere romano e il gusto ellenistico, a cui si deve il mito del “secolo d’oro” di Pompei.

Statuetta in bronzo di Lare dal museo d’Antichità “J.J. Winckelmann” di Trieste (foto Comune di Trieste / Civico Museo d’Antichità “J.J.) Winckelmann”

Mos – Il ruolo e i limiti della tradizione. Al centro della mentalità e spesso del dibattito pubblico dei Romani c’era il mos maiorum, il ‘costume degli antenati’, ovvero la forza identitaria della tradizione. Nella riflessione collettiva su cosa intendere come mos, si era andata consolidando la vulgata di un passato frugale e severo, un’austerità dei costumi sempre vagheggiata come il segreto del successo romano. Non sorprende dunque che il boom economico scatenato dalle conquiste mediterranee porti la questione del rispetto del mos all’ordine del giorno, specie nel centro del potere. Qui la fazione conservatrice, che si riconosce in figure come Catone, condannerà il nuovo stile di vita venuto dall’Oriente come luxuria asiatica, ossia come un qualcosa di profondamente estraneo a Roma. La questione del mos fungerà così da freno al lusso privato, finendo per convogliare il grosso delle nuove risorse sull’architettura religiosa, secondo la tradizione consolidata della publica magnificentia. Non sappiamo se anche a Pompei esistesse un partito conservatore forte come a Roma. Certo tra il II e il I secolo a.C. tanto nell’Urbe quanto nelle città alleate gli spazi sacri vengono interessati da ricostruzioni o fondazioni ex novo che vedono gareggiare i rispettivi committenti all’insegna di una marcata apertura alle novità ellenistiche. La rinnovata centralità dei culti cittadini gioca altresì un importante ruolo di coesione sociale, contribuendo a cementare le comunità messe a dura prova dagli stravolgimenti di un mondo in rapida trasformazione. La forza del culto domestico assicura al contempo la continuità della tradizione fin nella più piccola cellula del corpo civile. Anche nelle ville e nelle case pompeiane maggiormente segnate dalla nuova luxuria permane alla base il culto degli antenati. Il ricordo dei defunti non risente ancora del nuovo stile di vita, come prova l’assenza in questa fase di particolari status symbol nelle più antiche necropoli di Roma e Pompei. La città dei morti mantiene così la sua forza frenante sull’invidia sociale.

Busto in bronzo di Artemide-Diana saettante (II sec. a.C.) dal tempio di Apollo di Pompei e conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann / Francesco Esposito MEF – Roberto Della Noce)

Religio – Gli dei a Roma e a Pompei. Guardare agli spazi del sacro è il modo migliore per comprendere quel complesso dialogo culturale fra modello romano, ellenismo mediterraneo e tradizione locale sannitica che anima la Pompei dei decenni a cavallo tra II e I secolo a.C. Tanto qui quanto a Roma, l’età della conquista avvia un grandioso processo di trasformazione su scala monumentale dell’originaria geografia religiosa. Nel giro di pochi anni la città vesuviana muta volto e come nel caso dei commerci lo fa a partire dal suo centro vitale: il foro. Qui gli antichi templi di Giove e Apollo vengono ricostruiti secondo il nuovo gusto di matrice ellenistica, che prevede spazi porticati impreziositi da opere d’arte di manifattura greca, secondo un modello che si va imponendo su tutt’altra scala anche nell’Urbe. Così rinnovati, gli antichi templi della città sannitica mantengono al contempo il loro ruolo di collante sociale e garante identitario. È questo il caso in particolare dell’area sacra attorno al Foro Triangolare, oggetto anch’essa di profonde trasformazioni alla fine del II secolo a.C. Con la crescita della città, quest’area sembra altresì rafforzare il suo tradizionale ruolo di controllo sui “riti di passaggio” all’età adulta dei giovani (uomini e donne) e dunque la sua funzione di garante della continuità generazionale e sociale. L’area del Foro Triangolare attrae inoltre in questa fase nuove divinità di origine orientale, che l’espansione mediterranea di Roma muove di riflesso verso la Penisola. Culti introdotti con i traffici dei mercanti italici e pompeiani, legati al porto della città e alle risorse del suo territorio: il mare, le fertili terre, le saline. Alla vita economica di Pompei è specialmente connesso il tessuto sacro del territorio circostante, con i culti di Ercole, Liber, Cerere e della più nota fra le sue divinità, la Venere Pompeiana, protettrice dei naviganti e venerata anche per questo nel cuore dalla città, in un tempio affacciato verso il golfo.

Il dromos di ingresso all’anfiteatro di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Colonia civium romanorum – La fase della colonia. La fine della Guerra sociale, con la concessione della cittadinanza romana agli ex alleati, non risolve l’instabilità politica della Penisola. Nel centro del potere scoppia una feroce guerra civile fra sostenitori di Mario e sostenitori di Silla. Pompei si schiera con il partito perdente e subisce quindi la dura repressione della fazione di Silla, che nell’80 a.C. fonda una colonia di suoi veterani nella città vesuviana ribattezzata, in onore del vincitore, Cornelia Veneria Pompeianorum. La deduzione della colonia significa l’abolizione delle antiche istituzioni locali ma anche uno stravolgimento culturale, con l’imposizione ufficiale del latino al posto della lingua osca e la cancellazione delle memorie del passato. L’istallazione di un grosso contingente di coloni è al contempo un rivolgimento socioeconomico: si tratta di migliaia di nuovi cittadini, che godono di privilegi e di un assetto patrimoniale costruito a spese delle antiche famiglie locali. Espropriazioni di fertili terre, lussuose ville e case, in cui gli ex soldati si insediano aggiornandone i decori (II Stile) e facendosi ritrarre secondo la moda in auge a Roma. La presenza dei nuovi arrivati si coglie soprattutto dai segni di cambiamento nei luoghi della tradizione: nella riqualificazione dello spazio sacro, figlia di un nuovo patto tra la comunità e i suoi dei, e nel rinnovamento della città dei morti, ora caratterizzate dalle appariscenti tombe dei coloni più in vista. Alla luce di questi stravolgimenti si capiscono bene le difficoltà di integrazione che travagliano i primi anni della colonia. Anche al fine di comporre queste tensioni, gli investimenti pubblici si concentrano nei luoghi di svago e socializzazione, come le terme, il teatro coperto e l’anfiteatro. Qui in particolare si svolgevano quei giochi gladiatori tanto apprezzati sia dall’antica popolazione sannita sia dalle nuove famiglie romane, accomunate dalla passione e dall’orgoglio per il monumento simbolo della nuova Pompei.

La statua di Eumachia apre la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” (foto PArCo)

Augustus pater patriae – Pompei e la Roma augustea. A mettere fine alla lunga instabilità della tarda repubblica è Augusto, che riorganizza il rapporto tra il centro del potere e la sua periferia su nuove basi. Nel 2 a.C. il fondatore dell’impero assume l’eccezionale titolo di “padre della patria” (pater patriae), richiamando tutti i cittadini agli ancestrali doveri che nel diritto romano legavano i figli al padre. Il rinnovato nesso fra Roma e i suoi territori nella persona del principe si cementa allora attorno a un nuovo strumento di consenso: il culto imperiale. Chiamata come tutte le colonie a riprodurre in piccolo la madrepatria, Pompei partecipa pienamente a questo processo secondo i modelli politici dettati dal centro del potere, che prevedono l’omaggio dinastico di tutti i ceti sociali componenti il rigido sistema per classi che caratterizza la società romana. La restaurazione dei costumi imposta da Augusto si presenta agli occhi dei cittadini dell’impero attraverso una nuova arte per un nuovo potere. A Pompei come a Roma il linguaggio artistico augusteo è caratterizzato dal rigore classicistico, che penetra fin negli spazi della vita privata con un nuovo gusto decorativo (III Stile). Ad assicurare l’attuazione del programma augusteo in centri periferici come Pompei è l’aristocrazia locale (domi nobiles), via via stabilizzatasi dopo la nascita della colonia sull’esempio della nobiltà romana. Una élite composita il cui patrimonio, fondato sulle ricche proprietà agricole del territorio, è speso in gran parte con funzione sociale nella realizzazione di grandi feste per la cittadinanza e di svariati monumenti (evergetismo). La classe dirigente di Pompei fatica a staccarsi dalle splendide ville affacciate sul golfo e, a differenza dei parigrado italici, non riuscirà ad accedere al senato di Roma. Come nel resto d’Italia invece, dopo la morte di Augusto anche nella città vesuviana inizierà ad affacciarsi sulla scena pubblica una classe di nuovi ricchi dalle umili origini (liberti).

Calco di rilievo con scena di terremoto nel foro di Pompei (foto museo della Civiltà romana)

Terrae motus – Il terremoto del 62/63 d.C. Non tutti sanno che l’immagine di Pompei consegnata alla storia dal Vesuvio è quella di una città faticosamente impegnata a risollevarsi da un violento terremoto. Il 5 febbraio di un anno imprecisato del regno di Nerone (62 o 63 d.C.) Pompei è sconvolta da un sisma tanto violento da svellere le statue del foro e inghiottire un intero gregge di seicento pecore (stando almeno a quanto ci dice Seneca). Nessun edificio ne esce indenne; la stessa ricostruzione sarà travagliata da un lungo sciame sismico e si protrarrà fino all’eruzione del 79 d.C. È possibile immaginare le prime risposte al disastro, anche alla luce di quanto ancora oggi avviene purtroppo nelle tante aree terremotate della Penisola. Una sorta di commissario imperiale viene inviato sul luogo, per coordinare i magistrati locali nelle operazioni di smaltimento delle macerie. La viabilità è riorganizzata sulla base delle esigenze di smistamento dei cumuli di detriti, che ancora oggi si rinvengono fuori dall’abitato o nelle aree meno edificate. Solo dopo questa fase di certo lunga e complessa si poté avviare la messa in sicurezza e la ristrutturazione, forse non prima del regno di Vespasiano (69-79 d.C.). I tanti cantieri dovettero attrarre da fuori moltissima manodopera, alle cui esigenze è probabile che si leghi lo spropositato numero di luoghi per il ristoro (cauponae, thermopolia), il soggiorno (hospitia) e lo svago (lupanaria) che contraddistinguono la Pompei oggi nota ai più. Sembra che la classe dirigente locale abbia fatto fatica a sostenere i restauri di tutti gli edifici pubblici; a parte il foro, è comunque certo che si lavorasse ancora in svariati contesti al momento dell’eruzione. Gli interventi dovettero procedere in ordine sparso, mancando a Pompei quella pianificazione su larga scala che solo il potere imperiale poteva ormai assicurare, come nel caso del coevo incendio di Roma.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. all’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann (foto mann)

Eruptio – L’eruzione del 79 d.C. e la fine di Pompei. Il terremoto del 62/63 d.C. colse Pompei in una fase di evidente declino socioeconomico, aggravandone la situazione. Alla vigilia del sisma d’altronde una celebre rissa, scoppiata nell’area dell’anfiteatro cittadino fra gli abitanti di Pompei e quelli della vicina Nocera, ne aveva già palesato tutto il malessere sociale. Nei diciassette anni che separano il terremoto dall’eruzione del 79 d.C. la città è sottoposta all’ulteriore test da sforzo di una ricostruzione continua e a macchia di leopardo. Tra le molte tracce di una progressiva crisi un unico, vistoso segnale in controtendenza: la realizzazione di un nuovo impianto per il pubblico svago, le Terme Centrali, ancora in costruzione al momento della definitiva distruzione. Ma al di là delle calamità naturali, le difficoltà palesate dalla classe dirigente di Pompei nel far fronte alla ricostruzione riflettono una situazione comune a molti centri italici, duramente colpiti da una crisi economica legata alla crescita dei mercati provinciali, a scapito delle produzioni agricole della Penisola. La parabola discendente delle aristocrazie locali incrocia l’apice dell’ascesa del ceto libertino, portatore di una cultura figurativa più diretta e alternativa al linguaggio aulico (la cosiddetta “arte plebea”), che trova largo spazio nell’ultima fase della vita di Pompei. Un gusto per l’appariscente e il triviale apparenta queste manifestazioni con la moda imperante fra le élite nei decenni centrali del I secolo d.C. A distinguere la committenza più alta è soprattutto la predilezione per materiali preziosi e marmi colorati, sull’esempio dei palazzi imperiali. Un livello che a Pompei scarseggia, a differenza delle più economiche soluzioni ad affresco (IV Stile). Mentre la Roma imperiale è impegnata a sfidare il tempo con le realizzazioni di una metropoli senza precedenti (a partire dall’edificio che ospita questa mostra), la piccola Pompei troverà nell’ambivalente caso di una distruzione conservativa la via per passare alla storia.

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

Roma. Nella quinta puntata di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, prima di una miniserie dedicata ai giovani di LazioSound, protagonista Claire Audrin in una live session alle pendici Nord-Ovest del colle Palatino

Claire Audrin, cantante romana, protagonista della quinta puntata di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” (foto PArCo)

Dopo The Zen Circus (aprile 2020), Clavdio (maggio 2020), Silvestri (maggio 2020), Måneskin (novembre 2020), in cantiere una mini-serie con giovani artisti per tre nuovi appuntamenti con “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, un progetto del Servizio Comunicazione del PArCo (responsabile Federica Rinaldi), ideato e curato da Andrea Schiappelli (PArCo), con Elisa Cella (PArCo), Andrea Lai e Roberto Testarmata; produzione audio e video: Popup Live Sessions; social-media manager: Astrid D’Eredità con Francesca Quaratino (PArCo). In un periodo come quello che stiamo vivendo, notoriamente di estrema difficoltà per il mondo della musica e in particolare per lo spettacolo dal vivo, la produzione di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” ha deciso di dedicare le ultime tre puntate della serie a tre giovani realtà, affermatesi di recente nel contest LAZIOSound, iniziativa della Regione Lazio a supporto dei giovani talenti musicali. Prima ospite di questa mini-serie nella serie sarà Claire Audrin, giovane cantante romana vincitrice assoluta di LAZIOSound Scouting 2020 con il singolo D-Dance, brano che verrà eseguito in versione unplugged nella live session alle pendici Nord-Ovest del colle Palatino. Di qui, la passeggiata proseguirà lungo il sentiero meridionale alla base dell’altura, un percorso verde e in piena fioritura primaverile sotteso -in perfetta sequenza cronologica- tra le capanne delle origini alle arcate del III sec. d.C. La puntata andrà in onda sul canale YouTube del PArCo sabato 8 maggio 2021, alle 18, per essere rilanciata sui social @parcocolosseo e sui social di Regione Lazio. Le canzoni suonate nella puntata arricchiranno la playlist “StarWalks” del canale Spotify del PArCo.

La cantante Claire Audrin nella passeggiata alle pendici del Palatino con l’archeologo Andrea Schiappelli e la speaker Carolina Di Domenico (foto PArCo)

Tre nomi in ascesa, quindi, saranno protagonisti di altrettante passeggiate accompagnati come di consueto dall’archeologo del PArCo Andrea Schiappelli durante le quali, grazie alle interviste condotte in itinere dalla speaker Carolina Di Domenico, avremo modo di apprezzare l’entusiasmo e la qualità artistica dei protagonisti, di cui scopriremo anche esperienze, aneddoti, progetti e sensazioni di volti ancora poco noti al grande pubblico. “L’idea di una mini-serie dedicata al racconto di artisti nuovi e in via di affermazione ci è sembrata perfettamente in linea con lo spirito del programma, orientato a mostrare il Parco ai più giovani attraverso gli occhi e le sensazioni dei loro artisti preferiti”, sottolinea il direttore del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, “e così ora al centro della scena avremo proprio tre giovani musicisti emergenti a presentarsi e suonare in questo nostro palcoscenico virtuale e itinerante tra le vestigia di un passato evocativo, che ci auguriamo sia foriero di un futuro artistico luminoso”.

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Claire Audrin protagonista di Star Walks sul Palatino (foto PArCo)

In questo modo, il PArCo ha inteso anche dare un segnale concreto di sostegno comunicativo a iniziative come LAZIOSound, condividendone contenuti e finalità, attraverso le quali istituzioni come la Regione Lazio hanno voluto scommettere e investire sui talenti più giovani, con l’intenzione di rinforzare il mercato musicale indipendente regionale. “Incoraggiare i giovani musicisti nella loro espressione creativa sostenendone il percorso artistico”, interviene il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, “è quello che come Regione abbiamo fatto per aiutare la ripartenza del settore della musica e dello spettacolo dal vivo così fortemente colpito dall’emergenza economica e sanitaria di questi ultimi mesi. Per questo sin dall’inizio della pandemia, ci siamo impegnati per realizzare tante iniziative e creare una rete tra gli operatori del settore della musica con l’obiettivo di valorizzare i giovani talenti del nostro territorio, come LAZIOSound”.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel secondo appuntamento, seguendo il culto di Cibele, il viaggio parte dal tempio della Magna Mater sul Palatino per arrivare al parco archeologico di Ostia Antica

Il tempio della Magna sul Palatino a Roma (foto PArCo)

Secondo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Stavolta si parte dal Palatino e precisamente dall’area del Tempio della Magna Mater, prima divinità straniera accolta a Roma e celebrata con questo edificio inaugurato nel 191 a.C., per andare alla ricerca di un altro santuario dedicato alla stessa divinità: il viaggio, andando a ritroso nel tempo,arriverà nel parco archeologico di Ostia Antica.

Ricostruzione del tempio della Magna Mater sul Palatino (a sinistra); accanto ad esso, con diverso orientamento, è il più antico tempio della Vittoria, che ospitò la “pietra nera” simbolo della dea fino all’inaugurazione del tempio a lei dedicato nel 191 a.C. (foto PArCo)
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Statua della dea Cibele in trono, con il chitone stretto sotto il seno ed il mantello avvolto attorno ai fianchi; la statua, in marmo Pentelico, fu scoperta da Pietro Rosa nel 1872 durante gli scavi presso la gradinata del tempio ed è ora conservata al Museo Palatino (foto PArCo)

“Nel periodo drammatico della Seconda guerra Punica”, raccontano gli archeologi del PArCo, “prostrati da quasi 15 anni di ostilità, i Romani, su indicazione dei Libri Sibillini, scelsero di affidarsi alla protezione di una nuova divinità: Cibele, signora della natura e degli animali, venerata sul Monte Ida, nella Troade, sotto forma di una pietra nera. Il culto fu introdotto a Roma il 4 aprile del 204, e il tempio dedicato alla dea, che i Romani chiamarono Magna Mater, fu inaugurato nel 191 a.C. La sua costruzione costituì una rivoluzione nella topografia religiosa della Roma antica: per la prima volta una divinità straniera veniva accolta a Roma, non sul “periferico” Aventino, ma sul Palatino, all’interno del Pomerio, il recinto sacro della città, proprio accanto alle capanne romulee. La provenienza di Cibele dalla Troade, considerata, tramite Enea, progenitrice di Roma, facilitò forse questo posizionamento strategico.

Il basamento del tempio della Magna Mater sul Palatino a Roma (foto PArCo)

Per ricordare la dedica del tempio – continuano gli archeologi del PArCo – si celebravano, dal 4 al 10 Aprile di ogni anno, i Ludi Megalenses, giochi scenici per cui scrissero commedie anche Plauto e Terenzio; l’11 aprile, a conclusione dei Ludi, si festeggiava il dies Natalis della dea, a cui si offriva il moretum, la tradizionale focaccia di erbe, formaggio, sale, olio e aceto. Del tempio, ricostruito dopo un incendio nel 111 a.C., e poi per volere di Augusto nel 3 d.C., si conserva oggi l’alto podio, sormontato da un boschetto di olmi, che lo ombreggia e ne accresce la suggestione.

Il campo della Magna Mater a Ostia antica (foto parco di Ostia Antica)

Ma ancor prima che a Roma, Cibele giunse ad Ostia: “Qui infatti arrivò via nave la pietra nera – continua il racconto degli archeologi del PArCo -, che fu poi trasferita su un’imbarcazione più piccola per la navigazione fluviale fino a Roma. Quando la nave, con pessimo auspicio, si incagliò nella sabbia, a salvarla fu una donna, Claudia Quinta, della quale si metteva in dubbio la moralità: chiedendo alla Dea Madre di dare a tutti un segno della sua castità, Claudia afferrò una fune dell’imbarcazione e riuscì a trainarla senza sforzo.

Il sacello di Attis al campo della Magna Mater a Ostia Antica (foto parco Ostia antica)

“Le attestazioni del culto di Cibele ad Ostia partono tuttavia dal I secolo d.C., e solo nel corso del secolo successivo avvenne la sistemazione del santuario: a differenza del tempio sul Palatino questo era prudentemente situato in un’area periferica della città, in prossimità di Porta Laurentina, e non era costituito solamente da un tempio, ma da una vasta area sacra, di forma triangolare. Al suo interno furono eretti templi e sacelli dedicati a Cibele e alle divinità a lei associate: oltre al tempio di Magna Mater vi si trovano infatti il sacello di Attis, il mitico pastore amante della dea, il tempio di Bellona, dea italica della guerra, e la sede degli Hastiferi i “portatori di lance”, che durante le cerimonie eseguivano danze rituali. Gli edifici – concludono gli archeologi del PArCo – erano disposti intorno a un ampio spazio aperto in cui si svolgevano i riti religiosi, tra i quali avevano un ruolo importante le processioni sacre e i riti iniziatici che prevedevano l’aspersione dei fedeli con il sangue dei tori uccisi nel corso dei sacrifici (taurobolia)”. Il Campo della Magna Mater fa parte del percorso di visita degli Scavi di Ostia. Per sapere di più sull’area archeologica di Ostia antica: https://www.ostiaantica.beniculturali.it/…/ostia-antica/

Napoli. Al museo Archeologico nazionale “Gladiatori di carta”, videoperfomance di Sara Lovari e Mauro Maurizio Palumbo: dagli elmi bronzei alle armi di cartone per riflettere sulla complessità dell’eroe con i linguaggi dell’arte contemporanea

Prototipi di armi dei gladiatori di carta al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Nel Salone della Meridiana del museo Archeologico nazionale di Napoli sono tra i reperti più fotografati dal pubblico: elmi e schinieri bronzei che, con il proprio complesso apparato decorativo, probabilmente accompagnavano i gladiatori nelle parate e non nei sanguinosi scontri delle arene. Grazie alla creatività dell’arte contemporanea, queste pesanti armature diventano leggerissimi involucri di carta e collegano idealmente la sezione archeologica della grande mostra del Museo con il percorso off “Gladiatorimania”: da mercoledì 5 maggio 2021, nella saletta Ambassador del Mann, Sara Lovari e Mauro Maurizio Palumbo presentano la videoinstallazione “Gladiatori di carta”. Il progetto artistico, coordinato dall’architetto Silvia Neri (progettista di “Gladiatorimania”), prevede la combinazione di due momenti distinti: Sara Lovari, che ha già realizzato al Museo la personale “A pesca di vita”, ha costruito una fantastica armatura con carta riciclata, ispirata alle dotazioni indossate dalle diverse classi di Gladiatori. In una sorta di cortocircuito temporale, che riecheggia le atmosfere simboliche de “Il Cavaliere inesistente” di Italo Calvino, sarà poi Mauro Maurizio Palumbo a vestire elmo e calzari di cartone, brandendo una spada altrettanto leggera fatta di fogli riciclati: il video della performance sarà proiettato in sala e resterà disponibile per tutta la durata della mostra “Gladiatori”.

Un elmo di carta nella sezione Gladiatori di carta al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Dalla fantasia al legame con la realtà: “Un uomo vestito di cartone, un’armatura che diventa casa, un rimando e una riflessione anche ad una emergenza sociale come i senza tetto che avvolti in cartoni nelle lunghe notti fredde sono dei gladiatori senza armatura. I Gladiatori di oggi, quelli che combattono per vivere sopravvivere all’ombra di un cartone”, commentano Lovari e Palumbo, che mercoledì 5 maggio hanno incontrato il pubblico, sempre in gruppetti di poche unità e secondo le vigenti disposizioni anti-Covid.

Il cantiere all’esterno del Mann “nascosto” dalle illustrazioni di Blasco Pisapia dal volume “Nico e l’elmo del Gladiatore” (foto mann)

Gladiatori work in progress anche all’esterno del Mann: da giovedì 6 maggio 2021 il cantiere all’ingresso del Mann viene brandizzato con le illustrazioni di Blasco Pisapia, autore del volume “Nico e l’elmo del Gladiatore” (Electa Editore).

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Katia Mannino e Maria Margherita (università del Salento) su “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche” introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale con l’intervento della soprintendente Barbara Davidde Petriaggi

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì del MArTA” con Katia Mannino e Maria Margherita (università del Salento) su “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche”

Incastonato nel cuore del centro storico di Lecce, il teatro romano costituisce – insieme con l’anfiteatro – la testimonianza più rappresentativa dell’antica Lupiae. Dell’edificio, messo in luce tra la fine degli anni Venti e il 1940, si conservano le parti ricavate nel banco roccioso (settore inferiore della cavea, orchestra, aditus orientale, palcoscenico) e il ricchissimo complesso di statue e rilievi di marmo che decoravano l’edificio scenico. Sarà “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche” il primo appuntamento di maggio con i “Mercoledì del MArTA”. La conferenza con la prof.ssa Katia Mannino (università del Salento) e la dott.ssa Maria Margherita Manco (università del Salento), introdotte dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva degl’Innocenti, e con l’ intervento di Barbara Davidde Petriaggi, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, si svolgerà il 5 maggio 2021, alle 18, in diretta live sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

Il teatro romano di Lecce (foto MArTa)
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L’archeologa Katia Mannino (università del Salento)

A Katia Mannino e Maria Margherita dell’università del Salento saranno affidati i resoconti dei recenti studi condotti proprio dall’università salentina che a partire dagli anni Novanta hanno chiarito quale fosse l’immagine dell’edificio in età imperiale quando gli spettatori, affollando le gradinate per assistere agli spettacoli, ammiravano i capolavori della scultura antica che trasformavano la fronte scena in uno straordinario museo all’aperto. I risultati prodotti dall’analisi sia dei vecchi scavi e dei dati d’archivio sia delle indagini archeologiche sviluppate dalla soprintendenza nel periodo 1998-2002 consentono oggi di cogliere appieno il significato e l’importanza che il teatro di Lupiae rivestiva nella città romana come luogo, per eccellenza, del consenso imperiale.

Per la quarta edizione Pompeii Theatrum Mundi torna nel teatro Grande di Pompei col pubblico: grandi registi, grandi interpreti per cinque prime nazionali. La rassegna estiva del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale diventa una sfida: “Sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza”

Il teatro Grande di Pompei ospita la quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi 2021 (foto parco archeologico di Pompei)

pompei_pompeii-theatrum-mundi_2021_locandinaFissate bene la data sull’agenda: 24 giugno 2021. Potrebbe essere il giorno della svolta. Il primo spettacolo teatrale col pubblico in presenza. Dove? Al teatro Grande del parco archeologico di Pompei per la quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi (24 giugno – 25 luglio 2021), la rassegna estiva del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale con il Parco Archeologico di Pompei in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival. Grandi registi, grandi interpreti per cinque prime nazionali. Lo scorso anno la rassegna estiva non si è tenuta nel suo luogo di elezione, a Pompei, ma era stata garantita un’alternativa: Scena Aperta al Maschio Angioino, una rassegna limitata dalle doverose misure anti-COVID, ma di grande impatto artistico. Aspettando il ritorno alla normalità, gli organizzatori sono pronti. “Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” la sfida della quarta edizione di Pompei Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza”, assicura Filippo Patroni Griffi, presidente Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. “Quest’anno Pompei ci sarà. Non possiamo farne a meno, perché il ritorno alla nostra vita passa anche dalla riapertura dei luoghi della cultura. Il primo lockdown ci ha visti alternare le speranze di pronta ripartenza con il buio dell’aumento dei contagi e il dolore per i nostri morti; la pandemia ci ha privati di tanti diritti di libertà, ma ora finalmente, grazie alla campagna vaccinale, siamo vicini alla ripartenza. Noi ci crediamo e sono fiducioso che dal 24 giugno al 25 luglio ci potremo ritrovare nella cavea del Teatro antico di Pompei per assistere insieme alla magia del teatro sotto le stelle”.

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Filippo Patroni Griffi, , presidente Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

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Roberto Andò, regista, direttore artistico di Pompeii Theatrum Mundi

“Noi siamo pronti per ripartire dal Teatro Grande di Pompei, che quest’anno vedrà il debutto della direzione artistica di Roberto Andò”, annuncia Patroni Griffi, “che ringrazio per la dedizione e la cura dedicata a ogni singolo dettaglio, per garantire una rassegna estiva ricca di ispirazione artistica in uno spazio accogliente e aperto, nel pieno rispetto della sicurezza di tutti. Il cartellone è ricco, sofisticato e avvincente; e ci auguriamo che faccia da volano anche per la prossima stagione del Teatro di Napoli, che confidiamo possa essere quella del ritorno al ritmo sano e rassicurante della “normalità”. Perché se c’è una cosa che ci ha insegnato questa pandemia è che niente è più importante di difendere la “normalità” della cultura fatta dalla forza delle emozioni da condividere in presenza”. Ne è convinto Roberto Andò, direttore Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, che firma la sua prima edizione della rassegna nata nel 2017: “Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. E non solo perché in questo interminabile anno di peste il teatro ci è venuto a mancare, una ragione più che sufficiente a farcene avvertire ora il desiderio intenso e struggente. Ma anche perché quest’estate potremo finalmente tornare a sederci su uno di quei monumenti di pietre antiche, ed eterne, da cui è cominciata la prima idea di teatro come luogo in cui gli uomini possono formulare domande a ciò che è vivo e a ciò che è destinato a morire. Una idea di teatro che equivale a una esperienza radicale in cui rimettere in gioco ciò che crediamo di pensare, di sentire o di credere”.

Vedere, nel promo della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, il teatro Grande di Pompei gremito di spettatori ti fa stringere il cuore. Pensare quest’anno le gradinate con così tante persone è pura utopia, ma per organizzatori, artisti e registi sarà già un grande risultato sentire il calore e la vicinanza del pubblico. Quanti saranno gli spettatori ammessi? Oggi è ancora prematuro fissare delle cifre precise. Man mano che ci si avvicinerà all’inaugurazione della rassegna e che ci saranno gli aggiornamenti sull’andamento della pandemia, si fisseranno regole e numeri precisi. In programma cinque spettacoli che uniscono al Teatro di Napoli grandi produzioni internazionali come quella del Festival D’Avignone, intensi intrepreti della scena teatrale mondiale come Isabelle Huppert, prime come “Pupo di zucchero” di Emma Dante e “Quinta Stagione”, che era previsto in stagione, di Franco Marcoaldi, diretto e interpretato da un grande protagonista della scena teatrale quale Marco Baliani. Continua il sodalizio con il Campania Teatro Festival: a Pompei ci sarà “Resurexxit Cassandra” con la regia di Jan Fabre e protagonista Sonia Bergamasco; “Il Purgatorio. La notte lava la mente” di Federico Tiezzi, spettacolo allestito in occasione del settimo centenario della morte di Dante Alighieri e infine “La cerisaie (Il giardino dei ciliegi)”, del regista portoghese Tiago Rodrigues con protagonista Isabelle Huppert.

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Sonia Bergamasco

Il programma. Giovedì 24 giugno 2021 apre la rassegna lo spettacolo “Resurrexit Cassandra”, testo di Ruggero Cappuccio, ideazione, regia, scenografia Jan Fabre che firma anche video e luci, musiche originali di Stef Camil Karlens, interpretato da Sonia Bergamasco. Parole nuove per l’inascoltata sacerdotessa Cassandra. Una fuga visionaria nella profezia come smascheramento dell’eterno autoinganno umano. Repliche venerdì 25, sabato 26 giugno.

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Federico Tiezzi (foto Luca Manfrini)

Giovedì 1° luglio 2021 – con repliche venerdì 2 e sabato 3 – il grande palcoscenico del teatro romano accoglierà lo spettacolo “Il Purgatorio. La notte lava la mente”, di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi, con Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Francesca Ciocchetti, Giovanni Franzoni, Francesca Gabucci, Leda Kreider, Sandro Lombardi, Annibale Pavone, Luca Tanganelli, Debora Zuin. Spettacolo realizzato per il settimo centenario della morte di Dante Alighieri. A distanza di trent’anni dalla sua prima teatralizzazione del poema dantesco, ripartendo da un testo affidatogli da Mario Luzi, Federico Tiezzi si concentra qui sulla cantica dell’amicizia e dell’arte, il luogo in cui avviene la trasformazione del vissuto e del dolore in speranza.

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Emma Dante (foto Carmine Maringola)

Dopo l’Eracle di Euripide portato nel 2018, Emma Dante torna al Teatro Grande di Pompei con “Pupo di zucchero”, di cui firma testo, regia e costumi, in prima giovedì 8 luglio 2021, con repliche venerdì 9 e sabato 10, interpretato da Tiebeu Marc-Henry Brissy Ghadout, Sandro Maria Campagna, Martina Caracappa, Federica Greco, Giuseppe Lino, Carmine Maringola, Valter Sarzi Sartori, Maria Sgro, Stephanie Taillandier, Nancy Trabona. Liberamente ispirato a “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile lo spettacolo racconta la storia di un vecchio che per sconfiggere la solitudine invita a cena, nella loro antica dimora, i defunti della famiglia. Nella notte fra il 1° e il 2 novembre, lascia le porte aperte per farli entrare. Dopo il debutto a Pompei lo spettacolo andrà in scena al settantacinquesimo Festival di Avignone, in Francia.

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Franco Marcoaldi e Marco Baliani (foto Mirto Baliani)

Giovedì 15, venerdì 16 e sabato 17 luglio 2021 un’altra attesa prima quella di “Quinta stagione”, monologo drammatico di Franco Marcoaldi interpretato da Marco Baliani, su paesaggio sonoro di Mirto Baliani e paesaggio scenico firmato da Mimmo Paladino. “Portare la poesia in teatro è, da sempre, impresa ardua… “, dichiara Marco Baliani. “Ma il poeta ha chiamato la sua opera “monologo drammatico”, due termini che appartengono di diritto alla storia del teatro. Dunque la visione del poema è legata alla scena, o potrebbe esserlo…”.

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Isabelle Huppert (foto Christophe Raynaud De Lage)

Grande chiusura dell’edizione 2021 di Pompeii Theatrum Mundi con il debutto in prima assoluta italiana de “La cerisaie / Il giardino dei ciliegi”, di Anton Cechov, con la regia del portoghese Tiago Rodrigues, con protagonista – per la prima volta in scena al Teatro Grande di Pompei – la grande Isabelle Huppert e Isabel Abreu, Tom Adjibi, Suzanne Aubert, Marcel Bozonnet, Océane Cairaty, Alex Descas, Adama Diop, David Geselson, Alison Valence e i musicisti Manuela Azevedo e Hélder Goncalves. “Ho sempre pensato”, scrive il regista portoghese nelle note, “che Il giardino dei ciliegi trattasse della fine… Oggi posso affermare che è una commedia sul cambiamento travestita da commedia sulla fine… Il giardino dei ciliegi tratta dell’inesorabile forza del cambiamento”. Lo spettacolo approda alla rassegna di Pompei a ridosso del debutto mondiale al settantacinquesimo Festival di Avignone.

Torre Annunziata. Il direttore del parco archeologico di Pompei riapre l’area archeologica di Oplontis e annuncia al sindaco nuovi scavi, nuovi percorsi e la connessione tra gli Scavi e lo Spolettificio dell’Esercito

Veduta della villa di Poppea nell’area archeologica di Oplontis a Torre Annunziata (foto parco archeologico di Pompei)
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Il sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Ascione e il direttore del parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel negli scavi di Oplontis (foto parco archeologico di Pompei)

Riaperti il 3 maggio 2021, come annunciato, gli Scavi di Oplontis a Torre Annunziata (Na) alla presenza del direttore generale del parco archeologico di Pompei,​ Gabriel Zuchtriegel, e del sindaco di Torre Annunziata, Vincenzo Ascione- “Stiamo riponendo molta attenzione per i siti del territorio. Ci sarà molto da fare”, è stato il commento del direttore Zuchtriegel. “Sono grato al sindaco. Abbiamo già avuto un primo incontro per lavorare insieme sui nuovi scavi, i nuovi percorsi e la connessione tra gli Scavi e lo Spolettificio dell’Esercito di Torre Annunziata”.

“Siamo in contatto sia con il Demanio sia con l’Esercito per ampliare l’area degli scavi, ma anche per creare spazi per depositi, spazi museali, laboratori per scuole, bambini ragazzi che vogliano creare qua”, ha spiegato Zuchtriegel. “Dunque c’è molta attenzione per questo territorio, per il patrimonio assolutamente importante. Quindi nei prossimi anni ci sarà molto da fare. Sono grato al sindaco, col quale ho già avuto un primo incontro, perché lavoriamo insieme: è essenziale la collaborazione con gli enti locali, visto che sono previsti anche nuovi scavi, nuovi percorsi, una connessione tra questa l’area archeologica e lo Spolettificio dell’Esercito”. E il sindaco Ascione: “Siamo chiaramente contenti della riapertura degli Scavi. Abbiamo puntato buona parte del nostro sviluppo proprio sulla valorizzazione della risorsa archeologica. Ritengo pure che il ragionamento sia da fare come comprensorio, perché non è solo la città di Torre Annunziata ma siamo tante città che hanno puntato su questo tipo di sviluppo. Noi abbiamo parlato di turismi perché abbiamo il Vesuvio, abbiamo il mare, abbiamo l’archeologia, abbiamo veramente una serie di potenzialità che vanno tutte sviluppate. Quindi grazie al direttore Zuchtriegel per essere qui a riaprire questo nostro sito e ringrazio soprattutto tutta l’organizzazione che spero in maniera incisiva ed efficace possa realizzare i progetti che sono già previsti per questo sito. Non solo del collegamento con lo Spolettificio dell’Esercito ma anche con la villa B che purtroppo è ancora chiusa al pubblico”. Zuchtriegel ha tranquillizzato il sindaco: “Anche per questo collegamento c’è già una progettualità, perché la Villa B è molto interessante perché dà un’altra visione dell’aspetto dell’insediamento antico di Torre Annunziata-Oplontis e quindi va assolutamente valorizzata insieme alla villa A, ma vorremmo raccontare appunto ai visitatori il territorio come era organizzato, che non c’era solo il sito di Pompei, ma intorno tutto un paesaggio rurale di ville di ozio, di ville rustiche e di piccoli insediamenti, piccoli e meno piccoli, che facevano parte di un paesaggio mediterraneo connesso con molte altre parti dell’impero. E quindi credo che in questa prospettiva Oplontis può dire molto anche in termini di valorizzazione, di racconto della storia di questo periodo”.

Napoli. Altri tre video per la rubrica “I Gladiatori ti aspettano al Mann” sui social del museo Archeologico nazionale: Silvia Neri su Gladiatorimania, Francesca Pavese su graffiti e colori della grafica, Andrea Mandara sull’allestimento

La locandina della mostra “Gladiatori” fino al 6 gennaio 2022 al museo Archeologico nazionale di Napoli

Altri tre video della rubrica “I Gladiatori ti aspettano al Mann” proposta sui canali social del museo Archeologico nazionale di Napoli per illustrare la mostra aperta nel Salone della Meridiana e nel Braccio nuovo fino al 6 gennaio 2022.

Nel terzo appuntamento l’architetto Silvia Neri, progettista della sezione “Gladiatorimania”, ci porta alla scoperta degli ambienti dedicati ai bambini, ai ragazzi e ai loro genitori. “Ci troviamo nella sezione Gladiatorimania nel braccio nuovo del museo”, spiega Silvia Neri. “È una sezione un po’ particolare perché parla di quella che è stata ed è tutt’oggi la fortuna dei gladiatori. Quindi è una naturale evoluzione della mostra archeologica che si sviluppa attraverso alcuni elementi guida che sono individuati in particolare nella grafica. Infatti gli elementi guida della mostra archeologica sono i graffiti che pendono dal soffitto della Meridiana, mentre qui l’evoluzione naturale sono i fumetti della Comics che ci accompagnano per tutta la visita della sezione. Nella mostra vengono esposti pezzi molto particolari: si passa dalla riproduzione di armature, di elmi, la maggior parte dei quali è conservata al Mann, a riproduzione di armi attraverso le Lego, attraverso le Playmobil; a scene di vita quotidiana dei gladiatori attraverso la realizzazione di diorami, nonché di focus su alcuni aspetti particolari come ad esempio l’alimentazione non dei gladiatori per se stessa ma dei moderni gladiatori ovvero degli atleti. Fino ad arrivare a quella che è l’alimentazione del pubblico, cioè tutto quel sistema di bancarelle, venditori ambulanti, che è presente adesso lungo la strada che conduce agli stadi, ma era presente anche un tempo tutto attorno e lungo la strada che portava poi all’arena in cui si scontravano i gladiatori. Ma non solo. Si parla anche di riproduzioni tridimensionali di elmi, e quindi possibili da visionare in tutti i loro particolari, fino ad arrivare alla cura vera e propria dei gladiatori, quindi alla cura della ferite dei gladiatori con la riproduzione di strumenti medici, e un focus particolare su Galeno, su quello che era considerato il medico dell’antichità, uno dei primi, e in particolare il medico dei gladiatori. Terminiamo questo percorso della mostra con dei focus sui moderni gladiatori e le riproduzioni di opere sempre con la Lego legate al mondo stesso dei gladiatori, fino ad arrivare al contemporaneo con tutto quello che è stato ispirato dalla figura dei gladiatori, quindi cartoni animati, carte gioco che vanno tanto di moda adesso per i ragazzi, e creando così un insieme di elementi che catturano non soltanto i bambini ma affascinano anche gli adulti. Forse perché li mettono nella condizione per capire in maniera molto più semplice molto più concreta, proprio perché legata alla realtà, quella che era la figura del gladiatore”.

Nel quarto appuntamento Francesca Pavese, grafica di mostra ed immagine di comunicazione, racconta colori e disegni nell’allestimento della grande esposizione. “I teli rappresentano un elemento molto importante dell’allestimento. Sono 14 teli, larghi un metro e mezzo e alti 13 metri, e sono tutti di colori diversi campionati dai colori degli affreschi, e vengono accostati in maniera molto creativa e anche molto contrastante con delle sfumature. Rappresentano i graffiti della città di Pompei, fatti dagli abitanti della città che rappresentavano i combattimenti gladiatori, i personaggi, chi organizzava, gli allenatori, e raccontavano chi vinceva e chi perdeva. Sono graffiti che potrebbero ricordare i fumetti contemporanei. Sono di una vivacità straordinaria, una sintesi grafica fortissima, e si può vedere che molti rappresentano i gladiatori ma anche molti che rappresentano le fiere che venivano coinvolte in queste competizioni. Questi “fumetti del passato”, chiamiamoli così, si collegano alla seconda parte della mostra, la Gladiatorimania, dove si confronteranno con le illustrazioni del presente in maniera straordinaria”.

Nel quinto appuntamento Andrea Mandara, che ha curato il progetto di allestimento della grande mostra, ci fa apprezzare le soluzioni adottate. “Siamo nel cuore del museo, il gran salone della Meridiana. La mostra quindi all’interno di questo salone respira l’aria della bellezza del salone. L’allestimento ha interpretato il tema dei giochi gladiatori all’interno della sala delle feste, della bellezza del museo. La sala in cui vediamo la meridiana, e quindi tutto l’allestimento gira intorno a questa volontà, con queste forme curve, di poter dare idea della logica degli anfiteatri, della geometria degli anfiteatri, che sono curve che si rincorrono tra di loro, e comunque rispettano lo spazio, il volume dell’ambiente della Meridiana, che si qualifica ancora di più con la presenza di questi grandi stendardi che danno respiro, danno anche forza allo sguardo sulla profondità, sull’ampiezza del luogo nel quale ci troviamo. Tutte le curve unite accolgono le opere, accolgono anche questa magnificenza delle armi gladiatorie, dove in particolare in un punto centrale dell’esposizione abbiamo la presenza di questo grande patrimonio del museo che è allestito come se fosse la vera e propria palestra dei gladiatori, e quindi tutte le armi gladiatorie trovano posto all’interno di questo rincorrersi di curve e della storia di questi giochi gladiatori che raccontiamo in mostra”.

Verona. Dal 4 maggio riapre l’anfiteatro Arena. Nuova ripartenza per i musei civici. Il sindaco: “Arena a un euro per permettere a tutti di godersi i gradoni restaurati e tornati bianchi”

Le gradinate dell’Arena di Verona: si vede a occhio nudo il settore già ripulito e restaurato (foto comune-vr)

A più di cinquanta giorni dall’ultima chiusura, per rispettare le norme sanitarie, riapre martedì 4 maggio 2021 l’anfiteatro Arena di Verona, dalle 9 alle 19, al prezzo speciale di 1 euro. Sempre dal 4 maggio tutti i siti museali saranno accessibili, agli stessi orari, dal martedì alla domenica. “Tante mostre e tante donazioni che i veronesi non hanno ancora visto, ma le vera novità di questa riapertura sta nel restauro dell’Arena”, afferma il sindaco Gabriele Sboarina. “Il regalo che facciamo ai cittadini è di mantenere il biglietto a un euro per dare la possibilità a tutti di andare a vedere la metà dei gradoni tornati bianchi. Il restauro straordinario sta già mostrando i suoi effetti e invito tutti i veronesi a godersi questo bel colpo d’occhio. Riaprire finalmente, dopo un mese e mezzo di blocco, tutti gli spazi museali cittadini è comunque un segnale importante di ripartenza. Come sempre siamo attenti alla sicurezza con protocolli stringenti. Spiace però constatare che si tratta di una rigidità imposta solo ad alcuni, con vincoli che rendono in molti casi impraticabile la ripresa degli spettacoli. Ricordo che è ancora in vigore il coprifuoco alle 22, che impedisce lo svolgimento di qualsiasi evento serale, e la limitazioni a mille accessi a spettacolo in Arena. Le soluzioni servivano subito, oggi è tardi per qualsiasi ulteriore ragionamento. La stagione delle riaperture e ripartenze è ora, la programmazione realizzata negli scorsi mesi da parte del Comune deve poter essere concretizzata nella sua totalità, altrimenti ci ritroveremo con tante idee e risorse investite e pochi risultati concreti”.

Il teatro romano di Verona sovrastato dall’ex convento di San Girolamo, sede del museo Archeologico

Tante, infatti, le novità per i visitatori, grazie all’intenso lavoro portato avanti, anche nelle settimane di chiusura forzata, a livello di manutenzioni, riorganizzazione degli allestimenti e nuove esposizioni. Coinvolti tutti i musei tranne il Maffeiano dove ci sono ancora lavori, tutti gli altri sono accessibili dal martedì alla domenica. Apertura dalle 12 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30), per i musei di Castelvecchio, Archeologico al Teatro Romano, Storia Naturale, Galleria d’Arte Moderna – GAM, Affreschi alla Tomba di Giulietta. Per la Casa di Giulietta, invece, orario di visita dalle 9 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30). Le prenotazioni sono possibili esclusivamente online. Come previsto dal Dpcm per le giornate di sabato, domenica e festivi, la prenotazione online deve essere effettuata almeno il giorno prima rispetto a quello della visita. Negli altri giorni si potrà accedere ai musei con una prenotazione effettuata anche al momento stesso della visita. I biglietti d’ingresso sono acquistabili esclusivamente on line al link museiverona.com. In ogni struttura è assicurato il rispetto delle misure anticontagio, grazie all’adozione dei rigidi protocolli sanitari già rodati nei mesi scorsi.

Cividate Camuno (Bs). L’11 giugno apre il nuovo museo Archeologico nazionale della Valle Camonica che racconta la romanizzazione della valle punto di arrivo e di partenza di itinerari archeologici tra i più belli e articolati dell’Italia settentrionale: dal teatro-anfiteatro al santuario di Minerva, dalla casa romana di Ono S. Pietro casa alpina a Pescarzo di Capo di Ponte

Le immagini scorrono veloci a coprire quarant’anni di storia delle ricerche in Valcamonica: ritagli di giornale ingialliti dal tempo che raccontano di importanti ritrovamenti e auspicano, ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, l’istituzione di un museo Archeologico della Valle Camonica; foto in bianco e nero testimoniano le ricche scoperte archeologiche tra i Camuni e i Romani; rimbalzano tra il borgo che poggia sulla storia e i siti archeologici musealizzati e aperti al pubblico: il santuario di Minerva, l’anfiteatro; e si arriva finalmente al museo Archeologico nazionale della Valle Camonica, e a uno scorcio della sua nuova sede nel cuore di Cividate Camuno che sarà aperto l’11 giugno 2021.

A Cividate Camuno (Bs) apre il nuovo museo Archeologico nazionale della Valle Camonica (foto drm-lombardia)

capo-di-ponte_sito-unesco-arte-rupestre_logoA luglio 2021 saranno giusto quarant’anni dell’istituzione del museo sulla Valle Camonica romana: era infatti il 1981 quando lo Stato apriva degli spazi alla periferia del paese per esporre i preziosi reperti recuperati nel decenni precedenti. E non era un risultato da poco il riconoscimento della presenza massiccia dei romani in valle, perché arrivava a solo due anni dall’iscrizione dell’arte rupestre della Valcamonica al patrimonio mondiale dell’Umanità, prima sito Unesco italiano nel 1979 (pensiamo che il Colosseo e i fori romani sono stati iscritti solo l’anno dopo, nel 1980): alla vigilia della romanizzazione infatti il territorio è abitato dai Camunni, una delle tante popolazioni alpine citate dalle fonti antiche, distinti per l’uso di caratteristici materiali, per una forma di scrittura originale e soprattutto per l’abitudine millenaria di incidere sulle rocce.

La Minerva in marmo pentelico dal santuario di Breno tra i capolavori esposti nel museo Archeologico nazionale della Valle Camonica (foto drm-lombardia)
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Il poster creato per il nuovo museo Archeologico nazionale della Valle Camonica a Cividate Camuno (Bs) (foto drm-lombardia)

Annunciata dunque per l’11 giugno 2021 l’apertura del nuovo museo Archeologico nazionale della Valle Camonica per raccontare la romanizzazione della valle. Tra i capolavori esposti, la grande Minerva e il nudo eroico. Così la Valle Camonica romana – una delle realtà archeologiche più sorprendenti dell’intero arco alpino – avrà un nuovo museo di riferimento, in una più grande e adeguata sede. I lavori per il nuovo museo sono ormai completati a Cividate Camuno, l’antica Civitas Camunnorum, per iniziativa del Comune e della direzione regionale Musei Lombardia, con la collaborazione della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia e il contributo di Regione Lombardia e della Comunità Montana di Valle Camonica. “Il nuovo museo, fortemente voluto da Stefano L’Occaso che mi ha preceduto, si estende su spazi quadruplicati rispetto alla vecchia sede”, anticipa Emanuela Daffra, direttore regionale Musei Lombardia del ministero della Cultura, “e potrà accogliere in modo finalmente adeguato i reperti già esposti a partire dal 1981 in un primo museo Archeologico, oggi troppo angusto, oltre che dare spazio ad un patrimonio in continua crescita, confermando la ricchezza vitale della ricerca archeologica e il dinamismo dei musei che la raccontano”. La nuova sede del museo sorge nel centro storico di Cividate Camuno, nell’immobile già sede dell’Incubatore d’Imprese, di fronte alla chiesa parrocchiale, nel cuore della Civitas romana e dell’abitato medioevale.

Pavimento a mosaico dalle terme dell’antica Civitas Camunnorum, con motivi geometrici a tessere colorate (I-II d.C.) (foto drm-lombardia)
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L’anfiteatro riportato alla luce a Cividate Camuno (Bs) (foto drm-lombardia)

Numerosi ritrovamenti, oggi in parte visibili in aree e parchi archeologici che coniugano archeologia e arte rupestre, raccontano una storia straordinaria. Alla fine del I sec. a.C., nell’ambito delle campagne augustee di conquista dell’arco alpino, la Valle entra a fare parte dell’Impero romano. Nel luogo dove oggi si trova l’abitato di Cividate Camuno, viene fondata una città, la Civitas Camunnorum che segna e trasforma radicalmente il territorio e diventa il centro politico di riferimento della Valle. Dopo un’iniziale dipendenza da Brescia il territorio alla fine del I sec. d.C. diventa Res Publica Camunnorum, con piena autonomia politica, giuridica e amministrativa. Della città sono stati riportati alla luce le terme, resti consistenti del foro, diverse domus, le necropoli e il quartiere degli edifici da spettacolo, con un teatro e un anfiteatro.

Il parco archeologico del teatro e dell’anfiteatro di Cividate Camuno (Bs) (foto drm-lombardia)

Oltre la città, numerosi contesti archeologici sparsi in tutta la Valle e riferibili a luoghi di culto, necropoli e insediamenti, consentono di delineare in maniera chiara il quadro del territorio fra età del Ferro ed età romana, evidenziando elementi di contatto, continuità e trasformazione a seguito dell’incontro fra la cultura camuna e quella romana. La straordinaria consistenza, ricchezza e monumentalità del patrimonio archeologico della Valle Camonica romana, emerso con forza dalla metà degli Ottanta del secolo scorso, ha portato ad azioni sinergiche di valorizzazione che sono rientrate nell’Accordo di Programma quadro per la Valorizzazione dei siti di età romana esistenti nella media Valle Camonica stipulato il 22 ottobre 2002 tra soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Comunità Montana e Comuni di Cividate Camuno, Breno, Berzo Inferiore e Bienno. All’interno degli obiettivi dell’Accordo sono rientrati innanzitutto il completamento dell’intervento di scavo e restauro delle strutture degli edifici da spettacolo dell’antica Civitas Camunnorum, avviato fin dal 1984 e culminato nel marzo 2003 con l’inaugurazione del parco archeologico del Teatro e dell’Anfiteatro di Cividate Camuno. Il Parco, esteso per circa 12mila mq, offre un eccezionale spaccato della città antica: in esso sono visibili l’anfiteatro, riportato interamente alla luce nelle strutture perimetrali (l’unico interamente visibile in tutta la regione), e una porzione del teatro, pari a circa un terzo del totale.

L’aula centrale del santuario di Minerva a Spinera di Breno (Bs) (foto drm-lombardia)
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Il parco archeologico del santuario di Minerva a Spinera-Breno (foto drm-lombardia)

Nel 2007 il percorso di visita alla Valle Camonica romana si è esteso fino a Breno, con l’inaugurazione del parco archeologico del Santuario di Minerva in località Spinera, scoperto fortuitamente nel 1986. In questo caso il Parco, con una superficie di circa 6mila mq in un contesto paesaggistico di grande fascino, un verde pianoro vicino all’Oglio ai piedi di una rupe rocciosa percorsa da grotte e cunicoli scavati dall’acqua, conserva in situ le strutture monumentali di un tempio di età flavia dedicato a Minerva ad ali porticate con pavimenti a mosaico e affreschi, realizzato su un precedente edificio augusteo, a sua volta impostato su un luogo di culto indigeno all’aperto. Entrambi i parchi sono in capo alla Comune di Cividate Camuno con la collaborazione di soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia e gestiti in collaborazione con gli enti locali. Nel 2009, per collegare i siti i due siti è stata realizzata una galleria “archeologica” lungo il fiume, con una pista ciclopedonale che permette agevolmente di combinare la visita a Cividate Camuno con quella al parco archeologico di Breno in località Spinera.

I brevi percorsi che uniscono il museo Archeologico nazionale della Valle Camonica al parco archeologico del teatro e dell’anfiteatro e al parco archeologico del santuario di Minerva (foto drm-lombardia)

Nel 2011, grazie a un progetto finanziato con fondi di Regione Lombardia, è stata inaugurata l’area archeologica di via Palazzo, sempre a Cividate Camuno, che conserva i resti di una ricca domus di età giulio-claudia e di un edificio pubblico di epoca flavia affacciato sul foro dell’antica Civitas Camunnorum. Nel 2015, nell’ambito di un progetto cofinanziato da Regione Lombardia e promosso dal Comune di Capo di Ponte, è stata inaugurata anche l’area archeologica con resti di casa alpina a Pescarzo di Capo di Ponte. La casa, datata tra II e I secolo a.C., rappresenta un anello di collegamento importante fra la Valle Camonica romana e quella della preistoria. Sempre grazie a fondi di Regione Lombardia nel 2020 sono stati valorizzati a Ono San Pietro i resti di una casa di età romana e nel giugno 2021, in concomitanza con l’inaugurazione del nuovo Museo, sarà aperta al pubblico l’area con strutture di un edificio di età romana conservato nel cortile dell’immobile sede del nuovo Museo. La ricchezza dei ritrovamenti nel percorso della Valle Camonica romana, che ha il punto di arrivo e di partenza nel museo Archeologico affidato alla Direzione regionale Musei della Lombardia, offre la possibilità di scoprire la romanizzazione alpina attraverso uno degli itinerari archeologici più belli e articolati dell’Italia settentrionale.

Statua in marmo locale di Vezza d’Oglio (alta Valle Camonica) raffigurante un personaggio maschile ritratto in posa eroica, forse un giovane principe della famiglia imperiale conservata al museo Archeologico nazionale della Valle Camonica (foto drm-lombardia)
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Dettaglio della lorica della Minerva di Breno conservata al museo Archeologico nazionale della Valle Camonica (foto drm-lombardia)

“La missione del Museo”, evidenzia Serena Solano, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia, direttore dei Parchi della Valle Camonica romana e curatore scientifico del progetto del nuovo museo, “è quella di raccontare l’incontro fra Camuni e Romani, illustrando i cambiamenti e le novità insieme agli aspetti di sovrapposizione e continuità. La Valle Camonica infatti esemplifica in maniera straordinaria la romanizzazione di un territorio alpino, attraverso siti ed evidenze archeologiche, anche di carattere monumentale, che consentono di declinare il processo nei suoi molteplici aspetti, dalla trasformazione del territorio, allo sfruttamento delle risorse, ai culti, agli insediamenti, agli aspetti della vita quotidiana, agli spazi pubblici, alla sfera funeraria. Il nuovo museo, con rimandi anche ai luoghi vicini, contestualizza i ritrovamenti della Valle Camonica nel quadro più ampio dell’arco alpino, ponendosi così come un museo della romanizzazione delle Alpi”.

Placchetta in bronzo raffigurante una figura schematica su barca solare trainata da uccelli acquatici proveniente dal santuario protostorico di Breno-Spinera (V sec. a.C.): raffigura forse la divinità preromana venerata nel luogo (foto drm-lombardia)

Nelle otto sezioni del nuovo Museo, realizzato su progetto architettonico e di allestimento dello Studio di Architettura Volta di Brescia, sono proposti i materiali di età romana trovati a Cividate Camuno e nel territorio: una ricca collezione epigrafica, importanti elementi architettonici e scultorei e ricchi corredi funerari dalle necropoli, con pendenti e amuleti anche in oro e argento, non solo preziosi ma anche carichi di valenze simboliche. Dalla modestia quotidiana all’enfasi monumentale il museo raccoglie oggetti d’eccezione: la porta carbonizzata in legno risalente al II-I secolo a.C., ritrovata a Pescarzo di Capo di Ponte, una delle meglio conservate per il periodo di tutto l’arco alpino, la statua della dea Minerva dal santuario di Breno, in marmo greco, e un pregevole ritratto maschile in nudità eroica dall’area del foro di Cividate Camuno in marmo locale di Vezza d’Oglio.

Affresco con erma di satiro dalla domus di via Palazzo, conservato nel museo Archeologico nazionale della Valle Camonica (foto drm-lombardia)
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Veduta col drone del nuovo museo Archeologico nazionale della Valle Camonica (foto drm-lombardia)

A rimarcare il legame tra museo e storia del luogo una piccola area archeologica, di recente valorizzata cortile interno dell’edificio, offre uno sguardo sulla città antica. Il Museo è perciò cuore, punto di partenza e di arrivo del percorso della Valle Camonica romana che a Cividate Camuno, antica Civitas Camunnorum, ha come altre tappe l’area del foro e il Parco Archeologico del teatro e dell’anfiteatro e non lontano, attraverso un piacevole percorso ciclo-pedonale lungo fiume, il parco archeologico del Santuario di Minerva in località Spinera di Breno. La visita al Museo e alle aree e ai Parchi della Valle Camonica romana, nel cuore della Valle dei Segni, caratterizzata dalla millenaria tradizione dell’incidere sulle rocce, è un viaggio alla scoperta di uno degli itinerari archeologici più affascinanti di tutto l’arco alpino.