Geronimo Stilton testimonial del sito Unesco “Pompei, Ercolano, Torre Annunziata” per un progetto educativo per ragazzi sul patrimonio culturale

Geronimo Stilton testimonial di un progetto educativo per ragazzi del sito Unesco Pompei, Ercolano, Torre Annunziata

Il sito Unesco “Pompei, Ercolano, Torre Annunziata” lancia in collaborazione con l’Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli-sito Unesco, un progetto educativo per ragazzi rivolto ai giovani cittadini del territorio con un testimonial d’eccezione: Geronimo Stilton, il topo giornalista più amato dai bambini di tutto il mondo, con l’obiettivo per l’anno 2018-2019 di aumentare la consapevolezza e la sensibilità dei più giovani nei confronti del patrimonio culturale mondiale. La presentazione del progetto martedì 5 giugno 2018 alle 12 alla Palestra Grande degli scavi di Pompei. Interverranno Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; Francesco Sirano, direttore generale del Parco archeologico di Ercolano; gen. Mauro Cipolletta, direttore del Grande Progetto Pompei; arch. Silvia Patrignani, segretariato generale del ministero per i Beni e le Attività culturali, Ufficio UNESCO. E naturalmente non mancherà l’ospite di eccezione, il testimonial Geronimo Stilton in pelliccia e baffi. Il progetto educativo è realizzato in collaborazione con Atlantyca Entertainment, l’azienda milanese che gestisce i diritti editoriali internazionali, di animazione e di licensing del personaggio Geronimo Stilton.

Al museo Archeologico nazionale di Adria si proietta il documentario di Antonio Bonadonna “Il delta del Po e l’archeologia di Adria”

La locandina del film “Il delta del Po e l’archeologia di Adria”

Un documentario per valorizzare il Delta del Po e le sue aree: è quanto si propone il film “Il delta del Po e l’archeologia di Adria”, prodotto da Antonio Bonadonna, curato da Antonio Bonadonna e Maria Grazia Vanin, in collaborazione con Consorzio Delta Poolservice E Co.Se.Del.Po – La Cooperativa del Parco, film che domenica 3 giugno 2018, in occasione della prima domenica del mese gratuita, sarà proiettato alle 17 al museo Archeologico nazionale di Adria. Il documentario dà risalto all’antico passato del territorio adriese, analizzandone la preziosa eredità custodita gelosamente nel museo Archeologico nazionale di Adria, e racconta i luoghi d’interesse culturale rivestendoli della loro antica e non del tutto perduta identità. Un viaggio che porterà lo spettatore a rivalutare, a guardare e a valorizzare un territorio, già meraviglioso, da un altro punto di vista, che ne ingrandirà ulteriormente la bellezza. Al progetto hanno contribuito e partecipato anche Giovanna Gambacurta, Maria Cristina Vallicelli, Sandra Bedetti, Ilaria Ruggini, Nicola Donà. Le musiche sono a cura di Andreas Bonadonna e Clarisse Boraly. Il tutto narrato dalla voce di Andrea Bordin.

Pompei. I nuovi scavi nella V Regio hanno restituito un intero vicolo di edifici con balconi risparmiati dall’eruzione: conservati i parapetti, resti di tegole e anche anfore vinarie lasciate ad asciugare al sole. Osanna: sono una rarità, saranno restaurati

Lo scavo del vicolo dei balconi nella Regio V di Pompei (foto Ciro Fusco)

Le anfore vinarie trovate ancora capovolte come erano state messe ad asciugare al sole (foto Ciro Fusco)

A quasi duemila anni di distanza dall’eruzione del 79 d.C, che seppellì persone e cose, Pompei continua a regalare tesori. I nuovi scavi avviati nella V Regio grazie al Grande progetto – i primi in epoca recente in una zona “vergine” dei 66 ettari coperti dalla colonia romana- stanno restituendo giorno dopo giorno i veri colori e tanti particolari importantissimi per la storia della città. Emergono edifici con tre grandi balconi: un intero vicolo punteggiato da balconi aggettanti che incredibilmente hanno resistito alla furia dell’eruzione, con i parapetti, i resti delle coperture in tegole, persino le anfore svuotate dal vino che qualcuno aveva lasciato in un angolo ad asciugare al sole. E poi il rosso pompeiano come veramente era, così intenso da richiamare il vino tanto amato dai romani. Insieme agli ocra pastosi e rilucenti, le decorazioni geometriche, gli animali, i fiori, gli amorini. Massimo Osanna, direttore del parco archeologico, è emozionato nell’annunciare la scoperta: “Il ritrovamento dei balconi – in tutto al momento sono quattro, uno accanto all’altro sullo stesso vicolo che si sta tirando fuori in questi giorni- è straordinario perché a Pompei ne sono rimasti pochi e la conservazione del piano superiore è una rarità”. E proprio per questo i balconi verranno restaurati e inseriti in un percorso tutto nuovo che collegherà la via di Nola con il vicolo delle Nozze d’Argento, quello che prende il nome dalla monumentale dimora privata, una delle più sontuose di Pompei, che ora dopo una chiusura lunga decenni verrà restaurata e restituita al pubblico.

L’Antico Egitto a Vittorio Veneto. L’ing. Rubino nelle conferenze della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”, interviene su “Il codice geometrico armonico universale del sarcofago, piramide di Cheope”

L’Osireion di Abydo, il luogo più sacro dell’Antico Egitto (foto Graziano Tavan)

L’ing. Alfonso Rubino

Per i tanti appassionati dell’Antico Egitto che seguono Paolo Renier nella conoscenza dell’Osireion, un unicum nell’architettura della civiltà dei faraoni, cioè la mitica tomba di Osiride, il dio dell’Oltretomba cui era dedicata la città sacra di Abydos, il “codice geometrico armonico” studiato dall’ingegner Alfonso Rubino, esperto di geometria sacra, non è una novità. Lo studioso era già intervenuto a Conegliano nel 2014 in occasione della mostra di Paolo Renier a Palazzo Sarcinelli “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/10/29/lantico-egitto-a-conegliano-ce-un-codice-geometrico-armonico-alla-base-dellosireion-di-abido-lo-ha-scoperto-ling-rubino-grazie-ai-rilievi-reali/). Sabato 2 giugno 2018, alle 18, nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv),  messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, per le conferenze promosse in occasione della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”, Alfonso Rubino interviene su “Il codice geometrico armonico universale del sarcofago, piramide di Cheope”.

La Grande Piramide di Cheope sull’altopiano di Giza (foto Paolo Renier)

Lo studio, anticipa Rubino, si basa sulle misure del sarcofago della Grande Piramide di Giza eseguite nel 1883 da Sir William Matthew Flinders Petrie (227,63 x 97,79 x 104,92), misure in centimetri che ci portano a trovare una stretta correlazione con le misure e le proporzioni dell’Arca dell’Alleanza riportate nel Libro dell’Esodo (25, 10-21; 37, 1-9 ), rese col cubito ebraico pari a 44,45 cm. “Secondo questi dati l’Arca dell’Alleanza misurava dunque 111,125 cm. di lunghezza per 66,675 cm. di larghezza. Fin qui questi numeri dicono poco. Ma non per Rubino che prima inizia a disegnare un reticolo geometrico quadrato con semilato di lunghezza pari a 97,79 cm., cioè la larghezza del sarcofago di Cheope. Quindi procede a tracciare linee linee diagonali e linee verticali passanti dai punti di intersezione del rombo interno al reticolo quadrato e alle linee diagonali già tracciate. A Vittorio Veneto, assicura Rubino, queste operazioni saranno facilmente comprensibili dalla grafica. Qui dobbiamo accontentarci delle spiegazioni. “Dopo questi tracciamenti si giunge a identificare un quadrato che ha il lato pari a 11/14 di 195,58 cm. che dà 153,67 cm. E questa non è una misura qualsiasi”, spiega, “ma rappresenta una soluzione geometrica (approssimata) della quadratura del cerchio detta di Archimede: il perimetro del quadrato è uguale al perimetro della circonferenza inscritta nel reticolo quadrato e corrisponde al valore approssimato π ∗ = 22/7”.

Il sarcofago del faraone nel cuore della Grande Piramide (foto Paolo Renier)

Il modello geometrico armonico rappresenta l’icnogramma del Sarcofago della Grande Piramide (studio ing. Rubino)

Il percorso per giungere a identificare il “codice geometrico armonico” non è ancora concluso. Rubino arriva a tracciare 7 circonferenze dello stesso raggio pari ai 3/14 di 97,79 cm. (cioè la larghezza del sarcofago di Cheope) che dà 20,955 cm. Alla fine si riesce a tracciare un doppio profilo rettangolare. Il profilo rettangolare esterno misura  227,5003 cm. x 97,79 cm., mentre il profilo rettangolare interno 197,8654 cm. x 68,1552 cm. con una distanza tra i due profili  di 14,8174 cm. “Il confronto tra le misure calcolate del modello e le misure rilevate del Sarcofago”, spiega Rubino, “dimostra una elevata coerenza dei dati. Ad esempio se osserviamo la leggera anomalia dello spessore della parete del lato Nord tra rilievo e modello e modifichiamo il dato rilevato con il valore medio degli altri tre spessori misurati, l’errore si riduce ulteriormente. Penso che il modello geometrico armonico presentato sia l’autentico icnogramma del Sarcofago della Grande Piramide”.

Negli studi dell’ing. Rubino il dio Shu del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell?osireion risponde agli stessi canoni dell’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci

L’icnogramma del Sarcofago è suscettibile di un ulteriore sviluppo che permette di definire un nuovo rettangolo di proporzioni e dimensioni esattamente corrispondenti a quelle dell’Arca dell’Alleanza. L’icnogramma integrato del Sarcofago e dell’Arca dell’Alleanza permette a sua volta di spiegare e giustificare le proporzioni e le dimensioni di due primarie opere pittoriche di Leonardo da Vinci: l’Annunciazione , e la Vergine delle Rocce conservata al Museo del Louvre. “Lo studio presentato dimostra che sia il Sarcofago della Grande Piramide che l’Arca dell’Alleanza , descritta nella Bibbia, sono manufatti che derivano da un unico preciso icnogramma di quadratura del cerchio. Quadratura detta di Archimede. L’Arca dell’Alleanza è di fatto una filiazione compositiva del codice geometrico armonico del Sarcofago come lo sono l‘Annunciazione e la Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci”. Concetti, studi, confronti che l’ingegnere spiegherà al pubblico di Vittorio Veneto, dando risposte a dubbi e curiosità dei presenti. Anche perché Rubino ha in mente un gran finale: l’applicazione del codice geometrico armonico al bassorilievo del dio Shu al centro del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abydos che ci porta direttamente all’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Un motivo in più per non mancare a Vittorio Veneto.

Aquileia. Per l’ultima settimana della mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” due eventi speciali: focus sull’antica città di Felix Romuliana e l’imperatore Galerio, e visite guidate “a porte chiuse” con archeologi speciali

Un prezioso elmo da parata esposto nella nella mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” ad Aquileia

La locandina dell’incontro sull’antica città di Felix Romuliana e l’imperatore Galerio

Ultima settimana per visitare la mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” che proseguirà fino a domenica 3 giugno 2018 a palazzo Meizlik ad Aquileia, organizzata dalla Fondazione Aquileia, dal museo nazionale di Belgrado e dalla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il Comune di Aquileia e l’Associazione nazionale per Aquileia. Settimana arricchita da alcuni eventi speciali: martedì 29 maggio 2018 alle 18 l’antica città di Felix Romuliana e l’imperatore Galerio saranno protagonisti di un incontro aperto al pubblico in Casa Bertoli (via Popone 6) che vedrà come ospite speciale Bora Dimitrijevic, già direttore di Felix Romuliana e del museo nazionale di Zajecar. Alla conferenza, organizzata da Fondazione Aquileia, soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio del Friuli Venezia Giulia e Associazione nazionale per Aquileia seguirà per i partecipanti la visita alla mostra guidata da Cristiano Tiussi. Venerdì 1° giugno 2018 doppio appuntamento alle 18 e alle 20 con le visite “a porte chiuse” alla mostra guidate dal direttore della Fondazione Aquileia con la partecipazione di due archeologi provenienti dalla Serbia- Nemanja Mrđić e Biljana Lučić – che ci racconteranno gli antichi siti di Sirmium e Viminacium (prenotazioni scrivendo a ufficiostampa@fondazioneaquileia.it).

Ai confini orientali della Serbia il Danubio s’incunea nello splendido scenario delle Porte di Ferro

Alle estreme propaggini orientali della Serbia il Danubio s’incunea nello splendido scenario delle Porte di Ferro. Duemila anni fa il fiume segnava il confine di un impero, quello romano, che nel periodo della sua massima espansione arrivava alla Tracia (Bulgaria sud-orientale, Grecia nord-orientale, Turchia europea) e alla Dacia. L’Illirico fu teatro di eventi cruciali – la campagna di Traiano, l’ascesa al potere di Diocleziano e di Costantino. Fu terra di fortificazioni, di legionari e di imperatori, di grandi residenze imperiali, di prosperi quartieri urbani, di commerci fiorenti, luogo di convivenza di culture e segni dei diversi influssi religiosi. Seicento anni di storia e di storie sono raccolti nella mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” che attraverso sessantadue reperti provenienti dal museo nazionale di Belgrado, dal museo nazionale di Zaječar e di Niš e dai musei di Požarevac, Novi Sad, Sremska Mitrovica e Negotin, oltre a un calco storico della Colonna Traiana (1861) prestato dal museo della Civiltà Romana, ci trasportano in un lungo viaggio sulle tracce della storia dell’impero romano, dalla sua espansione all’età tardoantica fino al suo crepuscolo, quando il limes non resse più all’invasione dei barbari, in particolare gli Unni, gli stessi che, guidati da Attila, metteranno a ferro e fuoco anche Aquileia. E al Danubio, una via d’acqua che non era solo linea di frontiera, ma confine permeabile agli scambi e alle influenze che provenivano dai territori situati al di là, è dedicata la prima sala della mostra, che ne rievoca gli scenari grazie a un’installazione multimediale di suoni e immagini.

Il cosiddetto cammeo di Belgrado in sardonica a più strati, con l’imperatore a cavallo trionfante sopra il nemico sconfitto

Testa in bronzo di Costantino proveniente dalla città natale di Naissus

Questo territorio nel medio e tardo impero conobbe uno sviluppo eccezionale, grazie anche ai favori dei numerosi imperatori che vi nacquero: da Ostiliano a Costanzo III, passando attraverso Costantino il Grande. In questi luoghi diverse relazioni sociali e impulsi culturali provenienti dal territorio italico e dalle province orientali hanno trovato una sintesi. Le tradizioni locali si fusero ben presto con la cultura romana lasciandoci opere di grande valore in una regione che con la riorganizzazione amministrativa e municipale vide sorgere grandiose ville imperiali, come quella di Mediana presso Naissus (Niš), a volte nella forma di fortezza, come a Felix Romuliana (Gamzigrad), o nuovi lussuosi quartieri urbani su iniziativa dei regnanti che, nel caso di Sirmium (Sremska Mitrovica), potevano anche includere la presenza di un palazzo con il circo, come ad Aquileia. Alcune opere, che vengono riunite eccezionalmente nell’esposizione, sono da annoverare tra le più significative creazioni artigianali o artistiche dell’epoca: le maschere da parata in bronzo ci restituiscono tutto il solenne cerimoniale dell’esercito romano e gli elmi tardoantichi di ufficiali, in particolare quello ritrovato a Berkasovo, dorato e tempestato di elementi in pasta vitrea multicolore a imitazione delle pietre dure, sono un vero e proprio capolavoro. La testa in porfido rosso dell’imperatore Galerio proveniente da Gamzigrad e la mano sinistra con globo sembra siano appartenute ad una figura colossale che poteva rappresentare Galerio come dominatore del mondo. Uno dei reperti più preziosi esposto in mostra è il cosiddetto cammeo di Belgrado in sardonica a più strati, con l’imperatore a cavallo trionfante sopra il nemico sconfitto. Ma il pezzo di arte e di propaganda politica più rappresentativo del tempo di Costantino è la famosa testa in bronzo con diadema dello stesso imperatore parte di una statua dorata rinvenuta nella città natale Naissus, esempio di magnificenza imperiale.

Alle “grandi civiltà del Mediterraneo” è dedicata la 17.ma edizione degli “Incontri con il Cinema Archeologico” con otto film selezionati dalla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

La locandina della 17.ma edizione di “Incontri con il Cinema archeologico” a Torino

Otto film dall’archivio della Fondazione Museo Civico di Rovereto per la 17.ma edizione degli “Incontri con il Cinema Archeologico”, quest’anno dedicata a “Le grandi civiltà del Mediterraneo”, manifestazione che fa parte del circuito degli eventi legati alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, organizzata dall’associazione Amici del Museo di Antichità di Torino onlus. Coordinamento delle edizioni italiane e delle traduzioni a cura di Claudia Beretta. Selezione e programma a cura di Barbara Maurina. Edizioni video Sirio Film Trento. Appuntamento martedì 29 maggio 2018 nella sala conferenze della GAM Galleria Civica d’Arte Moderna in via Magenta a Torino. Si inizia alle 15 con il film “Cipro 10mila anni di cultura e civiltà” di Paschalis Papapetrou (Cipro, 2004; 34’). Cipro, piccolo paese, possiede un vasto numero di monumenti e di siti archeologici, di chiese e di castelli: un patrimonio culturale che risale fino a 10mila anni fa. Autentico crocevia del Mediterraneo, l’isola vanta numerosi siti Patrimonio Mondiale Unesco, dal Neolitico all’età bizantina. Alle 15.40, presentazione degli “Incontri” con Pier Luigi Foglia, presidente dell’associazione Amici del Museo di Antichità, e Barbara Maurina, responsabile scientifico della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

Ugarit, in Siria, dove fu scoperto nel 1928 il primo sistema alfabetico

L’Auriga di Mozia nel nuovo allestimento finanziato da Nuova Banca

Alle 16.15, “Ugarit un’impronta nella storia dell’umanità” di Valerie Girié e Lionel Pouliquen (Francia, 2007; 52′). La Siria ebbe un ruolo fondamentale durante l’età del Bronzo. La scrittura, ideata dai Sumeri, venne rielaborata dai Siriani del nord alla metà del II millennio a.C.: essi crearono il primo sistema alfabetico, scoperto nel 1928 a Ugarit, antica capitale del regno allo sbocco del Mediterraneo. Alle 17.20, “Siracusa 3D reborn” di Francesco Gabellone (Italia, 2013; 26′). Fondata dai Corinzi nel 733 a.C., Siracusa fu una delle più potenti pòleis: dal 2005 è Sito Patrimonio dell’Unesco. Un progetto di archeologia virtuale, curato dall’Ibam-Cnr e Arcadia University, ne ha permesso la sua affascinante ricostruzione digitale globale. Alle 17.45, “Mozia terra fenicia” di Antonio Lesi (Italia, 2012; 23′). L’isola di Mozia, di fronte a Marsala, fu sede di una fiorente città fenicia dall’VIII al IV sec. a.C. Dal 2003 una missione dell’università di Roma La Sapienza sta portando alla luce il suo passato: ecco il santuario del Kothon, la Porta Sud, il Tofet e la statua del “Giovane di Mozia”. Alle 18.20, “Carlo Alberto archeologo in Sardegna” di Gabriella Pantò e Marco Cima (Italia, 2018; 11′). Creato in occasione della mostra torinese al Museo di Antichità, aperta da marzo a novembre 2018, illustra un aspetto inedito del noto re sabaudo. Carlo Alberto infatti partecipò a scavi in Sardegna tra 1829 e 1843, portando a Torino bronzi e vasi in ceramica. Alle 18.35, “Selinunte citta’ tra due fiumi” di Alessandra Ragusa e Antonino Pirrotta (Italia, 2015; 22′). Selinunte è uno dei più suggestivi siti archeologici del mondo. Fondata da coloni Dori Megaresi su di un promontorio tra due valli, ebbe vita breve ma splendida. Il suo intreccio di arte, mitologia e culti ci è rivelato attraverso la ricostruzione in 3D della sua sfarzosa acropoli.

“L’alba degli etruschi. Aspetti e testimonianze della cultura villanoviana” di Corrado Re

Alle 20.45, “L’alba degli etruschi. Aspetti e testimonianze della cultura villanoviana” di Corrado Re (Italia, 2014; 26′). La civiltà Villanoviana caratterizza il panorama archeologico di buona parte d’Italia, dalla Campania alla Pianura Padana nella prima età del Ferro, fra IX e VII sec. a.C. Questo mondo è esemplificato dai reperti nei musei dell’Emilia-Romagna. Alle 21.45, “Tesori in cambio di armi” di Tristan Chytroschek (Germania, 2014; 51′). Il commercio di antichi tesori d’arte finanzia la guerra e la violenza, secondo quanto riferito da Interpol e FBI. Ma da dove vengono questi tesori? Mentre in Afghanistan vengono depredate alcune tombe in un tempio buddista, la città siriana di Palmira viene sistematicamente saccheggiata.

A Bologna due giorni di studi con archeologi ed esperti a confronto su scoperte e dati archeologici più significativi emersi dagli scavi di epoca medievale più recenti. Una panoramica su quasi un millennio di storia a margine della mostra “Medioevo svelato”

Bacino (piatto) in maiolica con l’immagine di frate Simone dalla facciata di San Giacomo Maggiore di Bologna

Manifesto della mostra “Medioevo svelato” a Bologna

Archeologi ed esperti a confronto sulle infinite sfaccettature del Medioevo: una panoramica su quasi un millennio di storia, dalla tarda antichità  (IV-V secolo) agli inizi del Trecento. È quanto si propone di affrontare la due giorni del convegno “Medioevo al margine”, promosso da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, istituto per i Beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e università Ca’ Foscari di Venezia a margine della mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” in corso al museo civico Medievale di Bologna fino al 17 giugno 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/01/quarantanni-di-ricerche-lungo-la-via-emilia-nella-mostra-medioevo-svelato-storie-dellemilia-romagna-attraverso-larcheologia-al-museo-medievale-di-bologna/). Il convegno “Medioevo al margine” punta a sviluppare ulteriormente gli argomenti affrontati nella mostra, passando in rassegna le scoperte e i dati archeologici più significativi emersi dagli scavi di epoca medievale effettuati in anni recenti. I vari interventi coprono un arco cronologico di quasi un millennio (dal IV-V secolo agli inizi del Trecento) tracciando un quadro delle trasformazioni delle città tardo-antiche e degli insediamenti rurali, evidenziando il potere dei nuovi ceti dirigenti (Goti, Bizantini e Longobardi) attraverso la ritualità funeraria. In occasione del convegno viene presentato il catalogo scientifico della mostra a cura di Sauro Gelichi, Massimo Medica e Cinzia Cavallari.

Pettine in osso al momento del rinvenimento a Rimini

Il pettine in osso scoperto a Rimini dopo il restauro nei laboratori della soprintendenza

La locandina del convegno “Medioevo al margine” a Bologna

Veduta dall’altro dell’area di scavo 2017 nella Casa del Fabbro (foto Paolo Nanni)

Appuntamento dunque mercoledì 30 e giovedì 31 maggio 2018 all’auditorium della Regione Emilia-Romagna in viale Aldo Moro a Bologna (ingresso libero).  Intenso il programma. Si inizia mercoledì 30 maggio 2018, alle 10, con i saluti di  Roberto Balzani, presidente dell’istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna. Seguiranno gli interventi di Sauro Gelichi e Luigi Malnati su “Le ragioni di una mostra e di un convegno. Introduzione”; Giancarlo Grillini su “Analisi scientifiche dei lapidei e delle malte della cripta dell’Abbazia di Valsenio (RA)”; Katiuscia Doppiu e Isabella Rimondi su “La cintura ageminata di Rezzanello (PC): un contributo alla lettura dopo i recenti restauri”; Monica Zanardi del laboratorio di restauro della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio Bo-Mo-Re-Fe su “Il restauro del pettine in osso di via A. Da Brescia, Rimini”. Alle 13 pausa, si riprende alle 15, con Paolo De Vingo su “La necropoli longobarda di Spilamberto: un centro di potere e di scambio nel Modenese altomedievale”; Massimiliano David su “Ostia tardoantica. La lenta agonia di una città alla luce della ricerca archeologica”; Francesca Romana Stasolla su “Aspetti archeologici della vita sociale di una città del pieno medioevo: spazi di vita e di lavoro a Cencelle”; Sauro Gelichi e Luigi Malnati, con la presentazione del volume “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, catalogo della Mostra, Bologna 2018; Maria Grazia Fichera su “Elementi di cintura bronzei di tradizione bizantina: confronto fra contesti siciliani e contesti dell’Emilia-Romagna”; Fabio Bracci e Alessandro Alessio Rucco su “Claterna: le trasformazioni di una città tardoantica attraverso l’evidenza della domus del Fabbro”; Alberto Stignani su “Alcuni dati preliminari sui rinvenimenti numismatici della domus del Fabbro”; Renata Curina, Valentina Di Stefano e Mauro Librenti su “Il cimitero ebraico medievale di Bologna. Considerazioni preliminari”.

La cella vinaria della villa romana di Bordonchio (Rimini)

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Seconda giornata di convegno di studi giovedì 31 maggio 2018. Si inizia alle 9.30 con Cristian Tassinari su “Le ultime fasi della villa di Bordonchio (RN)”; Cristina Anghinetti, Manuela Catarsi e Patrizia Raggio su “Una necropoli gota lungo l’antica strada Parma-Lucca”; Francesca Frasca e Adelmo Garuti su “Tecniche orafe di età medievale”; Daniele Sacco e Siegfried Vona su “Archeologia medievale nella provincia di Rimini: la riorganizzazione del tessuto insediativo nel Medioevo”; Fabrizio Benente e Giada Molinari su “Le città della Liguria marittima tra V e VIII secolo: evidenze di crisi e di trasformazione del paesaggio urbano”; Sara Campagnari e Mauro Librenti su “Il castrum di Vicolongo a Novi di Modena. L’evoluzione di un castello nella pianura modenese”; Enrico Cirelli e Debora Ferreri su “Il castello di Rontana (Brisighella, RA)”; Claudio Negrelli, Marco Palmieri e Tiziano Trocchi su “Un villaggio medievale al nuovo sottopasso della SP3. Funo e la pianura bolognese tra X e XIII secolo”. Alle 13 pausa. Si riprende alle 15, con Fabrizio Benente e Simona Caleca su “L’Alta Valle Scrivia tra fonti documentarie e fonti archeologiche: popolamento e fortificazioni dell’habitat tra XII-XVI secolo”; Manuela Catarsi su “Da Fidenza a Borgo San Donnino”; Chiara Guarnieri su “Ferrara, da città in legno a città in mattoni: nuovi dati dalle indagini archeologiche urbane”; Matteo Casadei, Cinzia Cavallari e Claudio Negrelli su “Cesena, il palinsesto di via Strinati dalla tarda antichità all’età postmedievale”; Lara Sabbionesi su “Pro maiore sanitate hominum civitatis… et burgorum: lo smaltimento dei rifiuti nelle città medievali dell’Emilia-Romagna”; Simone Biondi e Cinzia Cavallari su “Archeologia urbana a Cesena, piazza della Libertà”. I lavori si concludono alle 18.

Agli scavi archeologici nel Modenese nel 2017 è dedicata la seduta di studio della deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi: focus sull’insediamento neolitico di Corletto, le strutture altomedievali di Formigine e la mansio di Forum Gallorum

L’Aedes Muratoriana a Modena

Dall’insediamento in località Corletto alla cittadella altomedievale di Formigine alla mansio romana di Forum Gallorum, sono solo alcune, le principali, tra le ultime novità e ricerche in campo archeologico nel territorio modenese cui è dedicata la seduta di studio del 26 maggio 2018 della deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi, con relatori Sara Campagnari e Donato Labate, archeologi della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Appuntamento dunque sabato 26 maggio 2018, alle 16, all’Aedes Muratoriana, in via Pomposa a Modena con “Gli scavi archeologici nel Modenese nel 2017”, ingresso libero. Campagnari e Labate illustreranno gli scavi archeologici realizzati nell’ambito della città di Modena e della sua provincia nel corso del 2017, seguiti dalla soprintendenza.

Sepolture a inumazione databili al Neolitico scoperte in località Corletto (frazione di Modena tra Marzaglia e Baggiovara)

Tra gli scavi del 2017 va segnalata, per il particolare interesse, la scoperta in località Corletto (frazione di Modena tra Marzaglia e Baggiovara) di un insediamento di età Neolitica che continua a restituire resti di strutture abitative, infrastrutture (tre pozzi) e tombe, portate alla luce in seguito ai controlli eseguiti dalla Soprintendenza in aree soggette ad attività estrattive. Nelle cave di Corletto sono anche emerse alcune tombe alla cappuccina messe in relaziona alla presenza di un rustico di età tardo antica scoperto nelle vicinanze.
Gli scavi effettuati nel 2017 nella provincia di Modena derivano in massima parte dalle indagini archeologiche preliminari contemplate nella pianificazione comunale, come a Formigine, dove sono state messe in luce sia le strutture dell’ospitale costruito in prossimità della chiesa di Colombaro, sia altre strutture come una calcara, una strada e un piccolo cimitero.

Sepolture medievali rinvenute a Formigine nell’area della chiesa di Colombaro

Le recenti indagini archeologiche a Formigine hanno infatti svelato la fisionomia di un grande monastero risalente al XII secolo e quindi contemporaneo alla Pieve romanica di San Giacomo Maggiore, che era luogo di sosta per i pellegrini in viaggio per Roma. Durante le ultime fasi di scavo sono state anche messe alla luce sei sepolture ubicate in un’area che all’epoca presumibilmente fungeva da sagrato. Si tratta, con ogni probabilità, di abitanti del luogo. I corpi erano collocati in una semplice fossa terragna e la disposizione di tutti i defunti segue l’orientamento canonico est-ovest con la testa ad ovest e il volto che guardava verso oriente, simbolo della rinascita nel mondo ultraterreno. Nessun elemento era posto a corredo: l’anima, nella cultura cristiana, doveva presentarsi completamente spoglia davanti a Dio. Solo nel caso della sepoltura di un bambino, è stata trovata una moneta, elemento essenziale per la datazione dei resti.

Statuette fittili provenienti da Prato dei Monti in mostra a Castelfranco Emilia

Alla procedura di verifica preventiva dell’interesse archeologico si deve inoltre l’importante scoperta di una mansio, una stazione di posta di epoca romana a Castelfranco Emilia, la quale, oltre ad integrare i pochi dati di scavo attualmente a disposizione sull’antico centro di Forum Gallorum, rappresenta un raro caso di studio di una struttura messa a disposizione del cursus publicus, ovvero il servizio di posta di epoca romana, riorganizzato dall’imperatore Augusto. Fra il II e il I secolo a.C. il fertile territorio agricolo di Castelfranco Emilia, compreso nella colonia di Mutina (l’odierna Modena), viene suddiviso in lotti da assegnare ai coloni romani e inserito nelle maglie della centuriazione, lungo la via Emilia realizzata nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido. Proprio a Marco Emilio Lepido e alla sua politica di pacificazione si deve probabilmente la nascita – a partire dal 173 a.C. – di Forum Gallorum (oggi identificata nell’odierna Castelfranco Emilia), un centro caratterizzato dall’integrazione con i coloni italici di genti dell’antico substrato etrusco-padano, celti e liguri sopravvissuti alle sanguinose guerre con Roma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/10/06/a-castelfranco-emilia-nel-rinnovato-museo-archeologico-simonini-apre-la-mostra-alle-soglie-della-romanizzazione-storia-e-archeologia-di-forum-gallorum-viaggio-in/).

L’Antico Egitto a Vittorio Veneto. L’arch. Zanovello apre le conferenze della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”: studiando il cubito sacro, unità di misura base per gli antichi egizi, ha dato forma e significato al percorso di iniziazione che si articolava all’interno dell’Osireion

Una veduta dall’alto dell’Osireion di Abydos, monumento unico nell’architettura sacra dell’Antico Egitto (foto Paolo Renier)

Oggi le loro misure sembrano incomprensibili. Ma i monumenti antichi non vanno letti con la lente di ingrandimento del sistema metrico decimale moderno, bensì con l’unità di misura con la quale gli architetti del tempo li hanno pensati e realizzati. Ne è convinto l’architetto Rinaldo Zanovello che sabato 26 maggio 2018 alle 18 nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv),  messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, apre il ciclo di conferenze promosse in occasione della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”, con un intervento su “Il Cubito sacro: strumento simbolico per conoscere l’Osireion di Abydos”. L’unità fondamentale per la misura delle lunghezze nel mondo egizio era infatti il cubito (in latino: cubitum, cioè gomito), che rappresentava la lunghezza dell’avambraccio del faraone, dal gomito alla punta del dito medio. Erano in uso due tipi di cubito: il cubito piccolo di circa 44,7 cm, usato per le misurazioni quotidiane, e il cubito regale, utilizzato in architettura, di 52,36 cm, ovvero la misura presa dal gomito alla punta del dito medio, più la larghezza di un palmo. Una caratteristica del cubito architettonico consisteva nel fatto che le misure verticali venivano effettuate con pertiche, mentre le misure orizzontali venivano effettuate facendo rotolare un odometro (un cilindro del diametro di un cubito verticale). Quindi un cubito orizzontale era lungo 3,14 volte un cubito verticale. Le piramidi classiche avevano un rapporto tra l’altezza e il lato di base che era di 4:1 (4:3,14 >1) e quindi un angolo di circa 51°. Le piramidi meno ripide avevano un rapporto di 3:1 (3:3,14 <1) e quindi un angolo di circa 41°.

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L’architetto Rinaldo Zanovello nel sopralluogo all’Osireion di Abydos (foto Paolo Renier)

La conferenza di Rinaldo Zanovello, architetto e studioso di architettura simbolica e sacra, è il risultato di un soggiorno ad Abydos con il fotografo Paolo Renier. “Con la missione a maggio 2013 in Egitto”, ricorda Renier, “si è potuto raccogliere una documentazione aggiornata e realizzare i rilievi necessari per le ricostruzioni in scala 1:20 e in scala 1:1. È stato un bellissimo lavoro di squadra che è servito indubbiamente a definire al meglio i risultati delle varie spedizioni rendendoli interessanti anche per un pubblico di non esperti”. Zanovello anticipa i temi dell’incontro di Vittorio Veneto: “Affronterò le questioni più significative del luogo e della sua storia, mostrando per mezzo di parallelismi le forti analogie tra l’Osireion e il mito di Osiride e utilizzando il cubito sacro per decodificare il percorso di iniziazione situato all’interno del tempio iniziatico dell’Osireion”. Non dimentichiamo che uno degli elementi architettonici dell’Osireion è il corridoio che costituiva l’accesso all’ipogeo sacro: un percorso voltato sulle cui pareti laterali si potevano leggere dei testi oltremondani del repertorio regale, realizzati interamente con la tecnica della pittura a secco, perciò molto di quello che poterono leggere i primi scopritori oggi è andato perduto. “Sulla parete a Est”, spiega l’egittologa Federica Pancin, “c’è la più antica e completa versione conosciuta del Libro delle Cripte, che illustra il viaggio del Sole nella Duat, l’Aldilà. Il Sole dispensa benefici a coloro che, nel giudizio di Osiride, si sono dimostrati degni di Resurrezione. Mentre agisce senza pietà per chi ha peccato in vita. Sul lato occidentale, invece, figurano le scene e i testi del Libro delle Porte, che scandisce le fasi del viaggio solare, scandite in dodici sezioni percorse in dodici ore”. Per l’architetto Zanovello c’è un percorso di iniziazione, una “via attraverso il quale l’homo naturalis – cioè l’uomo decaduto in seguito a una sorta di “peccato originale” – riesce a ritornare alla condizione adamitico-originaria di Homo Spiritualis, nella quale conscio e subconscio sono nuovamente riuniti”. Come si vede ci sono tutti gli elementi per una conferenza di grande interesse.

A tu per tu con il grande Seti I e il suo tempio di Abido che conserva la Lista dei Re: a Jesolo alla mostra “Egitto. Dei, faraoni e uomini” facciamo la conoscenza dei faraoni e del loro ruolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

L’egittologo Alessandro Roccati

Il nostro viaggio in barca è finito. Gettiamo l’ancora e scendiamo a terra. Dopo aver navigato attraverso il Mediterraneo incontrando i popoli che nel II e I millennio a.C. lo solcavano, e aver risalito il Nilo facendo la conoscenza delle principali città che sorgevano lungo il fiume, da Alessandria a Menfi a Tebe, la terza sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo, ci fa incontrare i faraoni. “Il termine faraone”, spiega l’egittologo Alessandro Roccati, uno dei curatori della mostra, “assume il significato di re dell’Egitto in neoegiziano, e giunge fino a noi attraverso la tradizione biblica. Il significato della parola va oltre il semplice valore politico per designare un essere umano dotato di poteri superiori (re-dio), che gli sono conferiti (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. Dopo la morte fisica il faraone raggiunge gli dei (che a loro volta possono morire), i quali lo hanno voluto sulla terra quale garante dell’ordine sociale e cosmico (rappresentato dalla dea Maat). Nei confronti della società divina il faraone è la controparte del visir nei confronti della società umana, quale capo dell’amministrazione e del governo, che applica le leggi decretate dal faraone (“le cui parole si avverano all’istante”) nell’interesse della collettività”.

La preziosa testa del faraone Seti I in granito nero, conservata al museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma (foto Graziano Tavan)

Tra i faraoni più famosi c’è Seti I (1287-1279 a.C.) che accede al trono non più giovanissimo, dopo il brevissimo regno del padre Ramses I, primo sovrano della XIX dinastia. “La famiglia di Seti non è di stirpe regale e proviene dall’ambito militare”, interviene l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “Anche la sposa di Seti, Tuia, madre del futuro re Ramses II, proviene da una famiglia di militari. Sotto Seti I vengono edificati monumenti grandiosi, tra i quali il grande tempio funerario di Abido e il grande atrio ipostilo di Karnak”. In mostra una bellissima testa in granito nero di Seti I, proveniente dal museo Barracco di Roma, che faceva parte di una grande scultura che raffigurava il faraone assiso al trono. Il re indossa la corona khepresh (detta anche corona blu o corona di guerra) utilizzata dal faraone in determinate cerimonie.

L’imponente facciata del tempio di Seti I ad Abido

Il tempio di Seti I ad Abido è consacrato principalmente ad Amon oltre che alla triade di Osiride, Iside, Horus, e a Ra-Harakhti e Ptah. Una cappella inoltre è dedicata al culto funerario del re, così compreso tra le principali divinità, e ai re del passato che sono elencati nella celebre galleria che riporta incisa sulle pareti una “lista” selezionata di sovrani. Sul retro si estende a un livello  più basso il cosiddetto Osireion, il tumulo considerato il luogo di sepoltura del dio circondato da una struttura templare (corridoio ipogeo e stanza del sarcofago) decorata con i Libri delle Cripte e delle Porte, il Libro di Nut e il Libro della Notte, il Libro della Terra e testi cosmologici. A questo tempio Seti I assicura le rendite delle miniere d’oro del deserto orientale. Il faraone, oltre a stabilizzare l’Egitto dopo il complesso periodo postamarniano, combatté guerre vittoriose contro tutti i popoli che circondavano l’Egitto (Ittiti, Siriani, Libici e Nubiani).

La grande parete con la “Lista dei Re” ricostruita in scala 1:1 nella mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

La “lista dei Re” del tempio di Seti I ad Abido, uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia dell’Antico Egitto,  è riproposta in scala 1:1 nella mostra di Jesolo che, con un sistema di luci e proiezioni, seleziona a rotazione alcuni cartigli spiegando a quale faraone appartengono. Nella “lista” sono riportati i nomi di 76 sovrani, dalle prime dinastie fino allo stesso Seti I: “Un gesto di propaganda politica”, sottolineano gli egittologi, “con cui questo re ha voluto legittimare il proprio potere elencando tutti i sovrani che lo avevano preceduto, come se ne fosse un discendente diretto”. L’importanza di questa lista sta nella possibilità di confrontarla con altre liste di faraoni (la più famosa è il Canone Regio su un papiro del museo Egizio di Torino), ottenendo la successione cronologica dei vari sovrani d’Egitto, che grazie agli studi compiuti si è potuta agganciare a delle date fisse, in modo da fornire una griglia su cui basare la cronologia di tutta la storia antica del Mediterraneo. Ma come tutti i documenti propagandistici, anche la “lista dei Re” non è completamente affidabile. Sono esclusi dall’elenco alcuni sovrani, evidentemente “scomodi”, attestati però da altre fonti, come quelli più antichi (la cosiddetta dinastia 0), alcuni sovrani del Primo e del Secondo Periodo Intermedio, ma soprattutto mancano Hatshepsut, l’unica donna che regnò come faraone, e Akhenaton, il faraone “eretico” che esaltò il culto di Aton, la cui memoria fu per questo bandita dai suoi successori.

(3 – continua; precedenti post il 12 e 17 aprile 2018)