“Tempora”: per tre giorni Aquileia rivive le atmosfere della sua fondazione nel 181 a.C. con una grande rievocazione storica e centinaia di figuranti: ci si potrà imbattere in un legionario romano o in un guerriero celta. E tra le vie e piazze della cittadina rivivrà la quotidianità antica, tra spettacoli gladiatori e danze
Correva l’anno 181 a.C. I triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio furono inviati dal Senato a sbarrare la strada ai barbari che minacciavano i confini orientali d’Italia. E fondarono Aquileia: prima come base militare per le campagne contro gli Istri altri popoli, fra cui i Carni, e poi per l’espansione romana verso il Danubio. Romanizzata la regione, Aquileia, divenuta nel frattempo municipio (dopo l’89 a.C.) si ingrandì a più riprese, fino a diventare centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) e prospero emporio, avvantaggiata dal lungo sistema portuale e dall’intersezione di importanti strade che se ne dipartivano sia verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico (“la via dell’ambra”), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all’Oriente. Per tre giorni Aquileia tornerà alle atmosfere del 181 a.C. e regalerà a tutti un viaggio nel tempo e nella storia di quella che è stata una delle più grandi città dell’Impero romano.

“Tempora”: ad Aquileia tre giorni di rievocazione storica della fondazione della colonia romana nel 181 a.C.
Venerdì 15, sabato 16 e domenica 17 giugno 2018 figuranti da tutta Italia riempiranno le strade, le piazze e i luoghi simboli della storia di Aquileia per la settima edizione di “Tempora Aquileia”, la grande rievocazione storica organizzata e coordinata dalla associazione Tempora in Aquileia in collaborazione con il Comune di Aquileia, il Polo Museale e la soprintendenza del Friuli Venezia Giulia, con la direzione artistica di Emanuele Zorino e il sostegno della Fondazione Aquileia. La manifestazione a ingresso gratuito si svolgerà nell’area del fondo Cal dove troverà spazio l’accampamento celta, nell’area del fondo Pasqualis con l’accampamento romano e in piazza Patriarcato dove si svolgeranno i combattimenti tra gladiatori. Il centro sarà animato inoltre dai mercati che troveranno spazio in via Popone e via dei Patriarchi. La cerimonia di inaugurazione è prevista venerdì 15 giugno 2018 e proseguirà nelle giornate di sabato 16 e domenica 17 giugno con una fitta serie di appuntamenti programmati tra rievocazioni, sessioni di didattica e che avranno come unico obiettivo quello della divulgazione storico-culturale. E così, immersi nel centro storico e nelle aree archeologiche, “ci si potrà imbattere nella quotidianità di un legionario romano o in quella di un guerriero celta. La vita tra le vie e piazze della cittadina rivivrà e con essa spettacoli gladiatori e danze”, spiegano i promotori. Ci sarà spazio per chi ama cibo e buon vino: nel termopolio l’oste offrirà i suoi migliori piatti, secondo le semplici ricette di allora che costituiscono la base del nostro patrimonio eno-gastronomico.
Tre giorni ricchi di eventi. Venerdì 15 alle 19 si apriranno i mercati storico e gastronomico, alle 20 all’interno del lapidarium del museo Archeologico nazionale verrà proposto uno spettacolo di danze, teatro e cucina antica, alle 20.30 fra i monumenti funerari del lapidario del museo Archeologico nazionale gli spiriti degli antichi abitanti di Aquileia si raccontano attraverso storie di vita e leggende del nostro antico territorio. Alle 21.45 al fondo Cal si terrà la cerimonia d’apertura con la festa del fuoco di Beleno tra riti e danze. Sabato 16, con l’apertura degli accampamenti alle 10, inizierà una lunga giornata di rievocazione. Alle 11 nell’arena gladiatoria in piazza Patriarcato, i gladiatori si sfideranno nei ludi, alle 12.30 è il momento del banchetto per i nuovi coloni: dopo il lusso delle raffinate pietanze, alcune fanciulle allietano il simposio dei propri signori con danze antiche al campo romano. Alle 16 al campo romano spettacolo di cavalleria celtica e la danza dei sacerdoti Salii, alle 18 ancora ludi gladiatori in piazza Patriarcato e alle 19 il simposio. Alle 20 verrà proposto l’antico gioco dell’harpastum, alle 21 “Historia muneraria”, spettacolo della gladiatura nella storia e alle 22 si rievocherà il rito del “sulcus primigenius”, momento solenne in cui il Senato, per ribadire il potere di Roma su queste terre, conferisce il mandato ai consoli di scavare il solco primigenio della futura città di Aquileia. Domenica 17, la rievocazione si aprirà alle 11 con i ludi gladiatori in piazza Patriarcato, alle 12 si terrà il simposio all’interno del campo romano sul fondo Pasqualis. Alle 16 spettacolo di cavalleria celtica e prove di abilità tra cavalieri, alle 17 i ludi gladiatori in piazza Patriarcato, e conferenza “La posca come strategia militare” di Marco Berardinelli e “Il lavoro militare delle legioni romane” di Filippo Crimial al museo Archeologico nazionale. Alle 18 la danza dei sacerdoti Salii, alle 19 si rinnoverà il rito del Solco Primigenio, con cui si fonda la futura città di Aquileia. Alle 20 il simposio e alle 21, in piazza Patriarcato, lo spettacolo finale di gladiatura. Inoltre sabato e domenica, per tutta la giornata, agli accampamenti romano e celta gli abitanti dei villaggi coinvolgeranno il pubblico facendo provare l’arceria celta e romana, proponendo la filatura, la tintura e la tessitura della lana, la lavorazione del mosaico, della ceramica, la battitura del ferro, avvincenti duelli, il tiro con l’arco. Nell’area della Basilica troverà spazio il mercato artigiano storico e in tutta la città stand enogastronomici e antiche tabernae.
Ecco il programma completo. Si inizia venerdì 15 giugno 2018: alle 19, apertura aree enogastronomiche e mercato storico; 19.30, “Alba nocte: simposium”: all’interno del lapidario romano del museo Archeologico di Aquileia lo spettacolo della cucina antica riproposta fra danze, teatro e dimostrazioni enogastronomiche; 20, “Alba nocte: panem et circenses”; 20.30, “Alba nocte: imago”: fra i monumenti funerari del lapidario del museo Archeologico gli spiriti degli antichi abitanti di Aquileia si raccontano attraverso storie di vita e leggende del nostro antico territorio; 21.45, cerimonia di apertura al fondo Cal, campo celtico: “I fuochi di Beleno”, la festa del solstizio fra riti e danze del popolo celtico; 22.45, al fondo Cal, campo celtico: “Roma incontra le terre di Aquileia”, la delegazione della Repubblica Romana incontra le popolazioni autoctone celtiche.
Sabato 16 giugno 2018. Dalle 10 alle 23, didattica nei campi storici (campo romano al fondo Pasqualis e campo celtico al fondo Cal). Dalle 10 alle 20, al fondo Cal, campo celtico, “L’arte della Falconeria nei tempi antichi”. Dalle 10 alle 23, apertura aree enogastronomiche e mercato storico. Alle 11, in piazza Patriarcato, “Ludi gladiatori”: insediatisi ormai sul territorio, la repubblica fa giungere ad Aquileia uno degli spettacoli più cruenti e più seguiti del tempo, l’arena gladiatoria. In piazza Patriarcato, gladiatori si sfideranno tra il sangue e la sabbia per il giubilo dei coloni aquileiesi. Alle 12.30, al campo romano in fondo Pasqualis, “Il simposio”: lo spettacolo della cucina antica riproposta fra danze, teatro e dimostrazioni enogastronomiche. Alle 16, al campo romano in fondo Pasqualis, “La cavalleria celtica”: Equus, lezione spettacolo sulla cavalleria e prove di abilità tra i cavalieri. Alle 16.30, al campo romano in fondo Pasqualis, “Danza dei Salii”: la danza saltellante che i sacerdoti Salii dedicavano a Marte, prima protettore dei campi, dei contadini e del bestiame. Alle 17, al campo romano in fondo Pasqualis, “Honesta missio”: già nel periodo tardo-repubblicano la ferma militare poteva durare fino ad un massimo di 16 anni. Al termine del servizio veniva concesso un premio per il congedo onorevole (honesta missio) e poteva consistere in un terreno o una somma di denaro. Alle 18, in piazza Patriarcato, Arena Gladiatoria “Ludi gladiatori”: spettacolo e didattica sulla gladiatura. Alle 19, in piazza Patriarcato, “Il simposio”: lo spettacolo della cucina antica riproposta fra danze, teatro e dimostrazioni enogastronomiche. Alle 20, in piazza Patriarcato, “Harpastum”: dimostrazione didattica dell’antico gioco con la palla dei legionari romani. Alle 21, in piazza Patriarcato, “Historia muneraria”: lo spettacolo della gladiatura nella Storia, spettacolo in tre Atti: Origines: dai Campani agli Etruschi passando per le legioni romane. Caena libera: l’ultima cena e le pratiche amministrative e rituali. Munus: gli eroi in anfiteatro; pubblico, regole e giudizio finale. Alle 22, al campo romano in fondo Pasqualis, “Rito della fondazione della città di Aquileia: sulcus primigenius”: un aratro tirato da due possenti buoi parati a festa e condotto dal fondatore della città incide nella nuda terra il futuro percorso della cinta muraria più esterna, il confine tra la civiltà romana e il resto del mondo: la ricostruzione del rito con cui i Triumviri, Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino diedero vita alla magnifica storia di Aquileia.

“Il simposio”, lo spettacolo della cucina antica riproposta fra danze, teatro e dimostrazioni enogastronomiche
Domenica 17 giugno 2018. Dalle 10 alle 23, didattica nei campi storici, campo romano in fondo Pasqualis e campo celtico in fondo Cal. Dalle 10 alle 20, “L’arte della Falconeria nei tempi antichi” al campo celtico in fondo Cal. Dalle 10 alle 23, apertura aree enogastronomiche e mercato storico. Alle 11, in piazza Patriarcato, “Ludi gladiatori”, spettacolo e didattica sulla gladiatura. Alle 12, al Campo Romano in Fondo Pasqualis, “Il simposio”, lo spettacolo della cucina antica riproposta fra danze, teatro e dimostrazioni enogastronomiche. Alle 16, al campo romano in fondo Pasqualis, “La cavalleria celtica”, Equus: lezione spettacolo sulla cavalleria e prove di abilità tra i cavalieri. Alle 15, in piazza Patriarcato, “Ludi gladiatori”, spettacolo e didattica sulla gladiatura. Alle 17, al lapidario del museo Archeologico nazionale, conferenza: “La posca come strategia militare” di Marco Berardinelli, e “Il lavoro militare delle legioni romane” di Filippo Crimi. Alle 18, al campo romano in fondo Pasqualis, “Danza dei Salii”: la danza saltellante che i sacerdoti Salii dedicavano a Marte, prima protettore dei campi, dei contadini e del bestiame. Alle 18.30, al campo romano in fondo Pasqualis, “Honesta missio”: già nel periodo tardo repubblicano la ferma militare poteva durare fino ad un massimo di 16 anni. Al termine del servizio veniva concesso un premio per il congedo onorevole (honesta missio) e poteva consistere in un terreno o una somma di denaro. Alle 19, un aratro tirato da due possenti buoi parati a festa e condotto dal fondatore della città incide nella nuda terra il futuro percorso della cinta muraria più esterna, il confine tra la civiltà romana ed il resto del mondo: la ricostruzione del rito con cui i Triumviri, Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino diedero vita alla magnifica storia di Aquileia. Alle 20, al campo romano in fondo Pasqualis, “Il simposio”: lo spettacolo della cucina antica riproposta fra danze, teatro e dimostrazioni enogastronomiche. Alle 21, al campo romano in fondo Pasqualis, “Ludi gladiatori – il munus”: spettacolo finale di gladiatura.
Antico Egitto a Vittorio Veneto. Con Franco Naldoni alla scoperta degli astri con gli occhi degli antichi egizi nella conferenza a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”

La locandina della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” a Vittorio Veneto
Alla scoperta degli astri con gli occhi degli antichi egizi. Dopo l’incontro – in qualche modo preparatorio – di sabato 9 giugno con la presentazione del DVD “Origine e significato delle costellazioni” curato da Alessandro Benassai, presidente dell’associazione Archeosofica, a Vittorio Veneto – come annunciato – arriva Franco Naldoni. Il ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia, sabato 16 giugno 2018 alle 18 sarà nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv), messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” (prorogata fino alla fine del mese di giugno 2018) per la conferenza “Egitto immagine del cielo, il linguaggio degli astri. Astronomia egiziana”. È lo stesso Naldoni che anticipa i contenuti del suo intervento. “Il fatto che gli antichi templi egizi siano perfettamente orientati secondo precisi dettami astronomici come il sorgere e il tramontare del sole, il culminare di questo in alcuni segni, il sorgere e il tramontare di alcune stelle, oppure in coincidenza di fasi lunari”, spiega, “non deve sorprenderci perché gli antichi sacerdoti, in possesso di una conoscenza iniziatica, non disgiungevano l’osservazione astronomica dall’arte alchemica e dalla teurgia con il preciso fine di ottenere una trasformazione spirituale di tutto il composto umano. L’antica scuola egizia non separava la divina astrologia dalle altre discipline destinate a formare l’aspirante alla deificazione. Questa scienza era perciò associata alla teologia, alla filosofia, all’astronomia, all’alchimia, alla fisiologia occulta, alla medicina, alla teurgia ed interveniva con le sue leggi e i suoi metodi per liberare il nucleo centrale della personalità dal condizionamento della natura inferiore, forzando la natura stessa”.
“Nell’era delle specializzazioni – continua – la Natura non è vissuta ma analizzata nei suoi molteplici fenomeni, al contrario nell’Antico Egitto quest’ultima era vissuta come un grande corpo sacro e animato, espressione visibile di un mondo metafisico che parlava all’uomo e lo influenzava con il linguaggio degli astri, così come l’uomo poteva influenzare gli stessi corpi celesti. Ecco perciò che la costante utilizzazione di immagini astronomiche nei miti, nelle leggende, nella poesia di questo antico popolo, sottolinea lo stretto rapporto tra scienza e religione e quindi fra il mondo terrestre e quello celeste. In Egitto persino la semplice distribuzione geografica di tombe e templi manifesta questo rapporto del cielo con la terra, templi che furono eretti da coloro che custodivano le chiavi della scienza”.
“Alla luce chiara e sicura delle ricerche compiute da Alessandro Benassai e prima ancora da Tommaso Palamidessi”, assicura Naldoni, “vedremo molti templi tornare ad essere testimoni di questa antica Scienza. Primo fra questi l’Osireion di Abydos con la sua sala del sarcofago. Il soffitto di questa stanza, oramai andato perso per l’incuria e l’abbandono, grazie alle immagini fotografiche di Paolo Renier è ancora fonte preziosa di informazioni non solo sulla profonda conoscenza astronomica degli antichi sacerdoti egizi ma soprattutto sul fine al quale questa era riservata ovvero liberare la coscienza dell’aspirante alla deificazione dal condizionamento degli astri utilizzando proprio la scienza degli astri. Il profondo simbolismo delle immagini di questo soffitto ci farà vedere come gli antichi sacerdoti avessero ben chiare le risposte alle tre domande della Sfinge: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”.
“E proprio la misteriosa Sfinge si farà, anche lei, testimone di questa antica Scienza. Hor-em-Akhet, cioè Horo che è all’orizzonte, dal volto umano e dal corpo fatto di tre animali, eretta nel deserto di Giza in prossimità delle piramidi, non è altro che la sintesi dell’uomo zodiacale animato dal Sole. Thutmosi IV si riferisce alla sfinge chiamandola Khepri-Ra-Atum ovvero i tre aspetti che il Sole assume all’alba, a mezzogiorno, e al tramonto. Molti sovrani d’Egitto vollero che il loro volto fosse inglobato nel corpo di una Sfinge, segno della loro cosmizzazione, della loro identificazione nel Vivente, che gli Arabi chiamarono El Haiath e che divenne per i Greci lo Zodiakos, da zoe, vita, esistenza”.
“Leggendo i frammenti del libro di Dendera, troviamo uno Zodiaco perfettamente rappresentato”, spiega ancora Naldoni, “ma con l’ordine dei segni misteriosamente invertito e con delle misteriose figure sul cerchio che delimita il cielo settentrionale visibile a quell’epoca, associate ad alcune stelle. Se ne contano 36 che dividono il cerchio dell’Eclittica e dell’Equatore Celeste in 36 settori di 10° ciascuno, definiti dai greci decani, ognuno dei quali è caratterizzato da precise stelle fisse. Sono le 36 forze che derivano dal Sole, i 36 geni che governano il mondo. Sono le immagini dei geni stellari e zodiacali, ovvero le personificazioni delle Entità stellari e zodiacali nel sistema cosmologico egiziano che diverranno poi gli Ushabti, statuine che accompagnavano il sovrano nel suo viaggio nell’oltretomba, gli esseri celesti che esercitavano la loro influenza mediante la forza delle stelle e ai quali il re poteva rivolgersi in trasmissione telepatica fra uomo e stella nel suo cammino verso l’Eternità”.
“Gli architetti di Adriano. Diciannove secoli di interferenze”: l’eredità dell’imperatore Adriano nell’architettura moderna nell’incontro a Vicenza con Pier Federico Caliari a margine della mostra “David Chipperfield Architects Works 2018”
“Gli architetti di Adriano. Diciannove secoli di interferenze” è il tema proposto dagli “Incontri di Architettura” in Basilica Palladiana a Vicenza, promossi da Abacoarchitettura in collaborazione con prestigiosi atenei italiani ed europei, a latere della grande mostra dedicata all’architetto inglese David Chipperfield che racconta il lavoro dei suoi quattro studi di Londra, Berlino, Milano e Shanghai. “David Chipperfield Architects Works 2018”, promossa dal Comune di Vicenza, assessorato alla Crescita, in collaborazione con Abacoarchitettura e Ordine degli Architetti di Vicenza, sarà visitabile fino al 2 settembre 2018. Accanto alla visita agli oltre 20 modelli in scala che mostrano il processo creativo del grande architetto anglosassone nei suoi studi internazionali, gli “Incontri di Architettura” offrono l’opportunità di confrontarsi con lo sfaccettato ruolo che ricopre l’architetto nella società odierna, scandagliando i molteplici aspetti su cui il professionista è chiamato a misurarsi. Tra questi sicuramente il confronto con il passato, tanto più pressante quanto più attuale rimane la lezione che proviene dai grandi architetti dell’antichità. Un posto di rilievo va sicuramente ai progettisti della Villa Imperiale di Tivoli. A questo affascinante tema Pier Federico Caliari, professore associato al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, dedicherà l’incontro di sabato 16 giugno 2018 dalle 11 alle 13, nel Loggiato della Basilica Palladiana di Vicenza: due ore di approfondimento dedicate a tutto il pubblico. La partecipazione è libera.
La Villa imperiale di Tivoli, uno dei più straordinari e per molti versi ancora misconosciuti paesaggi architettonici costruiti nell’antichità, è destinato a diventare dalla sua riscoperta umanistica a oggi l’epicentro di un “sisma iconico”, che ha generato la disseminazione dei suoi elementi costitutivi, fisici e tipologici, in tutto il mondo occidentale. Gli architetti di Adriano sono tutti coloro che si sono confrontati con la Villa e che ne hanno manipolato la forma per generare nuove architetture e nuovi scenari costruiti. Solo una cosa è rimasta nascosta ai pur attenti occhi di architetti eccezionali come Francesco di Giorgio Martini, Andrea Palladio, Antonio da Sangallo, Francesco Borromini, Guarino Guarini, John Soane e altri ancora: i tracciati ordinatori della composizione generale della Villa, parzialmente intuiti tra gli anni Trenta e Novanta del secolo scorso dall’architetto di D’Annunzio, Giancarlo Maroni al Vittoriale, da Giancarlo De Carlo a Urbino e da Richard Mayer a Los Angeles.
Pier Federico Caliari, architetto e dottore di ricerca in Architettura degli interni e Allestimento, è professore associato al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani al Politecnico di Milano, dove insegna Progettazione di Grandi Mostre e Musealizzazioni e Architettura degli Interni e Allestimento. Nel 2003 è tra i fondatori del seminario internazionale di Museografia di Villa Adriana Piranesi-Prix de Rome, di cui ha curato tutte le quindici edizioni. È presidente dell’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia ed è curatore della Call Internazionale di Progettazione per la Grande Villa Adriana – Designing the Unesco Buffer Zone, attualmente in svolgimento. Per la stessa Accademia dirige il Master in Museografia, Architettura e Archeologia. Progettazione strategica e gestione innovativa del patrimonio archeologico.Ha curato e condotto workshop internazionali e tenuto conferenze in Cina, Egitto, Grecia, Germania, Spagna, Turchia, Stati Uniti e Italia. Ha pubblicato saggi e monografie tra cui: La Forma dell’Effimero (2000), Museografia. Teoria estetica e metodologia didattica (2003), Tractatus Logico Sintattico. La forma trasparente di Villa Adriana (2012) e Architettura per l’Archeologia. Museografia e Allestimento (2014) con L.B. Peressut. Studioso di Villa Adriana, ha elaborato la teoria polare-ipotattica dei tracciati regolatori che stanno alla base della composizione generale della Villa, riaprendo la querelle sulla genesi progettuale della stessa. Sta progettando la mostra “Hadrianus, Adriano, Hadrian”, sull’Architettura di Villa Adriana, programmata per luglio 2018.
“Multa per aequora”: Parma ricorda con due volumi con contributi da tutta Europa quarant’anni di attività della prof. Sara Santoro, docente di Archeologia romana all’università di Parma

La locandina della presentazione a Parma dei due volumi “Multa per æquora. Il polisemico significato della moderna ricerca archeologica. Omaggio a Sara Santoro”
Il titolo del libro è impegnativo “Multa per æquora. Il polisemico significato della moderna ricerca archeologica. Omaggio a Sara Santoro”. Richiama l’inizio del Carme 101 del poeta romano Catullo: “Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem. quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum. heu miser indigne frater adempte mihi! (traduzione: Dopo aver viaggiato attraverso molte genti e molti mari (distese marine) ] sono giunto qui, o fratello, per queste tristi offerte ] per donarti l’estremo dono di morte e per parlare invano con il tuo cenere muto, dal momento che la sorte mi ha strappato proprio te, ] o misero fratello, strappato a me crudelmente!). E sarà proprio per ricordare Sara Santoro, docente di Archeologia romana all’università di Parma (1992-2009), che sono stati realizzati i due volumi dal titolo appunto “Multa per æquora. Il polisemico significato della moderna ricerca archeologica. Omaggio a Sara Santoro” che saranno presentati giovedì 14 giugno 2018, alle 16, all’auditorium dei Voltoni al complesso monumentale della Pilotta a Parma. L’opera, una raccolta di contributi di studiosi di tutta Europa, tratta di archeologia, storia dell’arte e promozione culturale: tutti temi che per quarant’anni hanno caratterizzato l’attività di ricerca ed insegnamento della studiosa. Interverranno: Simone Verde, direttore del complesso monumentale della Pilotta; Michele Guerra, assessore alla Cultura del Comune di Parma; Fabrizio Slavazzi, professore d’Archeologia e Storia dell’arte romana all’università di Milano; Marco Cavalieri, professore di Archeologia romana e Antichità italiche all’università di Lovanio e co-curatore dell’opera.
A Verona serata-incontro con Marco Comencini su “Hadrian’s wall. Archeotrekking sul Vallo di Adriano nell’antica Britannia all’estremo confine nord dell’Impero romano”
Una muraglia di 120 km con pareti alte cinque metri che tagliava l’intera Isola della Britannia da est a ovest dividendola in due parti allo scopo di arginare le incursioni dei Picti, le terribili tribù locali che furono costrette a ripiegare in Caledonia (attuale Scozia): stiamo parlando del Vallo di Adriano, imponente fortificazione in pietra fatta costruire dall’imperatore Adriano nella prima metà del II secolo d.C., a segnare – come detto – il confine tra la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia. Il Vallo correva da Wallsend-on-Tyne, affacciato sul mar del Nord, vicino l’attuale Newcastle, fino a Bowness-on-Solway, sul mar d’Irlanda. Era difeso da un profondo fossato e da torrette d’avvistamento dalle quali le guarnigioni controllavano gli enormi portali d’ingresso, che fungevano da dogane dell’Impero. Al di qua della fortificazione vi erano accampamenti militari ben organizzati con terme e palestre per concedere ai soldati tutti gli svaghi necessari a scrollarsi di dosso la fatica delle giornate e l’ansia di eventuali attacchi. Lo storico romano Tacito nell’Agricola (scritto qualche decennio prima della realizzazione del Vallo) narra le gesta dei soldati romani impegnati a difendere i confini della Britannia, un territorio impervio sottratto alle ostili tribù locali: “Dovevano solo rimanere compatti e poi, dopo il lancio dei giavellotti, continuare, con scudo e spada, ad abbattere e massacrare il nemico, senza pensare al bottino: a vittoria ottenuta, tutto sarebbe finito nelle loro mani. Un grande entusiasmo seguì la parole del comandante: e, con tale carica, i vecchi soldati, forti dell’esperienza di molte battaglie, si preparavano a lanciare i dardi, tanto che Svetonio poté dare il segnale d’attacco ormai certo del successo”. La costruzione del grande muro fu terminata intorno al 128 d.C. dal governatore Aulo Platorio Nepote sotto l’imperatore Adriano.
Il muro rappresentò il confine più settentrionale dell’impero Romano in Britannia per gran parte del periodo di dominio romano su queste terre; era inoltre il confine più pesantemente fortificato dell’intero impero. Il Vallo non fu solo una fortificazione militare: molto probabilmente le porte di accesso attraverso il vallo sono servite come dogane per permettere la tassazione delle merci. Dopo il suo abbandono, il Vallo di Adriano fu privato delle pietre, che furono riutilizzate dagli abitanti del posto per costruire le loro case. Per fortuna oggi il percorso è ancora rintracciabile dalle rovine, ben conosciute dagli amanti dell’archeotrekking. E proprio un’esperienza di archeotrekking è quella proposta dall’associazione Archeonaute di Verona in una serata-incontro organizzata in collaborazione con il Museo Diocesano d’Arte di San Fermo Maggiore e la Parrocchia di San Fermo Maggiore. Appuntamento a Verona giovedì 14 giugno 2018 alle 20.30 all’auditorium della Parrocchia di San Fermo Maggiore con “Hadrian’s wall. Archeotrekking sul Vallo di Adriano nell’antica Britannia all’estremo confine nord dell’Impero romano”. Protagonista della serata sarà di Marco Comencini, architetto di professione, appassionato di archeologia ed escursionista nel mondo di deserti e di montagne, che accompagnerà il pubblico in un affascinate viaggio ai confini dell’Impero. Il Vallo di Adriano è diventato patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1987.

Il Vallo di Adriano per gran parte della sua lunghezza il percorso del muro può essere seguito a piedi
Un significativo tratto del vallo è infatti ancora esistente, in particolare la parte centrale, e per gran parte della sua lunghezza il percorso del muro può essere seguito a piedi, e costituisce un’importante attrazione turistica dell’Inghilterra settentrionale. Il muro si trova interamente in territorio inglese a sud del confine con la Scozia. Il percorso è stato reso fruibile con cartelli segnaletici per consentire ai viaggiatori di esplorarlo nel migliore dei modi. Nell’immaginario collettivo l’Inghilterra è spesso associata a Londra o all’ordinata campagna con le vittoriane residenze dei Lords, dimenticando che la Gran Bretagna è anche una terra selvaggia a tratti impervia, abitata da rustici allevatori e cordiali pescatori. Sono proprio questi i paesaggi che accompagnano i protagonisti dell’archeotrekking, attraversando le terre del Nord Inghilterra tra le contee di Durham, Cumbria e Northumberland dove sono conservate le rovine del Vallo di Adriano tra il Kilder Forest Park, il North Pennines National Park e il Lake District National Park.
Antico Egitto a Vittorio Veneto. Naldoni slitta di una settimana, al suo posto il Dvd di Benassai su “Origine e significato delle costellazioni” a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”

Molto partecipati a Vittorio Veneto gli incontri di approfondimento a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”

Alessandro Benassai, presidente Archeosofica (foto Paolo Renier)
Franco Naldoni lascia e raddoppia. Al di là del gioco di parole, il ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia, che avrebbe dovuto tenere a Vittorio Veneto la conferenza “Egitto immagine del cielo, il linguaggio degli astri. Astronomia egiziana”, sabato 9 giugno 2018 alle 18 non potrà essere presente per intervenuti motivi personali, ma non lascerà a bocca asciutta l’attento pubblico che segue gli incontri molto partecipati promossi da Paolo Renier nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv), messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”. Naldoni proporrà la sua conferenza il sabato successivo, 16 giugno 2018, facendo slittare quella in programma di Paolo Renier a sabato 23 giugno 2018. E per sabato 9 giugno 2018 ha fatto pervenire agli organizzatori il DVD “Origine e significato delle costellazioni” curato da Alessandro Benassai, presidente dell’associazione Archeosofica. Quindi un incontro per immagini che si annuncia particolarmente coinvolgente.
“Le Costellazioni sono creazioni mentali dei Filosofi ispirati dalla Sapienza Eterna”, anticipa Benassai, “idee proiettate e fissate nel cielo della Mente Universale, simboli alchemici della Grande Opera. I nomi delle Costellazioni e il loro significato simbolico possono variare secondo i tempi e le Nazioni, mantenendo però il contenuto esoterico in ragione dell’unicità della Rivelazione. Esse rivelano e testimoniano il grado di conoscenza arcaica posseduta dai Centri Iniziatici di civiltà ormai scomparse. Testimonianze archeologiche, scritti e tradizioni, dimostrano una conoscenza dell’astrologia-astronomia, medicina, arte, e di altre scienze, da parte dei Caldei, Egiziani, Greci, Cinesi, Aztechi, Incas e altri popoli antichi. Queste conoscenze non avevano un carattere generalizzato ma si riferivano ai Centri di cultura esoterica, dove si fondevano scienza e religione”. E continua: “La Sapienza arcaica, ignorata dalla massa, era segretamente custodita nei Templi d’Iniziazione ed era patrimonio degli Iniziati. L’applicazione dei principi fondamentali consentiva agli Iniziati di realizzare un’ascesi psico-somatica, una evoluzione spirituale fatta di Gradi o fasi alchemiche, definita la “Grande Opera’’. A ogni Grado dell’Iniziazione corrispondeva una fase evolutiva della creazione del Mondo e tutto un insegnamento sinteticamente espresso dal simbolismo dei Misteri che venivano celebrati a beneficio dell’Iniziato o dell’Iniziando”.
“L’Iniziato rinunciava alla sua natura terrena e mortale per aderire a quella dell’Ordine (Corpo Iniziatico), che rispecchiava quella del Fondatore, per arrivare, con l’avanzare nei Gradi, a congiungersi al suo Archetipo o Idea, risolvendosi nella natura solare e immortale del Nume. Nella prassi misterica antica l’aspirante alla deificazione, all’unione totale con il Nume, doveva passare per numerose prove ed esperienze per vincere se stesso onde ricevere alla fine il battesimo, provare la morte e la risurrezione, discendere all’Inferno e trasfigurarsi nel Sole. L’Iniziato capiva che l’evoluzione cosmica e l’evoluzione umana sono parallele, comprendeva che lo sviluppo dell’uomo ripete le differenti fasi dell’evoluzione di tutto l’universo. L’Iniziato sapeva che il Microcosmo è simile al Macrocosmo, e il ciclo dell’Iniziazione riproduceva nelle dimensioni umane la grande serie di cambiamenti cosmici ai quali l’Astrologia iniziatica fa riferimento. Così alla fine del ciclo dell’Iniziazione chi è decaduto e redento dalla Provvidenza e dal suo sforzo personale, riguadagna lo stato primordiale di purezza e conoscenza divine”. I riti teurgici (il termine teurgia significa “agire come un Dio”, nel senso di aiutare gli uomini a trasformare il loro status in senso divino con l’aiuto dell’unione mistica) venivano celebrati alle feste tradizionali, che commemoravano le gesta del Nume solare, Patrono dei Misteri. Le feste corrispondevano al transito apparente del Sole e degli altri Interpreti (la Luna e i Pianeti) in quei gradi, Segni e Costellazioni dello Zodiaco e della sua proiezione, la sfera celeste, che segnavano l’inizio e le fasi di sviluppo dell’anno, il ciclo della manifestazione della luce e della vita del Sole.
Il calendario e l’orologio teurgico segnavano così le ore, i giorni e gli anni durante i quali entravano in azione le Influenze evolutive per la vita dell’uomo e della Natura. “I pianeti, che sembrano orbitare a velocità diverse intorno alla Terra, centro o punto di osservazione e di ricezione delle influenze, formano tra loro, rispetto ad essa, degli angoli d’incidenza, che secondo la loro ampiezza possono far entrare in risonanza o in dissonanza, in fase o in controfase, la loro emissione energetica o vibrazione musicale, dando così origine a delle configurazioni armoniche o dissonanti, che nel loro insieme, formano nel tempo la successione dei vari aspetti o volti del Cielo, favorevoli o sfavorevoli alla nascita e sviluppo della vita sulla terra. Calcolando le posizioni degli astri, gli Iniziati potevano stabilire con largo anticipo quando le configurazioni armoniche delle sfere planetarie avrebbero permesso alle influenze benefiche di operare favorevolmente per lo sviluppo della vita del corpo e dell’anima”.
Pompei: gli affreschi dai vividi colori della domus dei Delfini, il vicolo dei Balconi, il giardino con i calchi delle radici degli alberi del 79 d.C., fino alle iscrizioni elettorali e al pompeiano in fuga con un gruzzolo di monete schiacciato da un blocco di pietra. Il direttore generale illustra le nuove grandi scoperte nella Regio V alla presenza del neo ministro Bonisoli
Il direttore generale del parco Archeologico di Pompei ne era certo: i nuovi scavi della Regio V avrebbero stupito con scoperte eccezionali. Le aspettative non sono state deluse: dagli affreschi dai vividi colori della domus dei Delfini al vicolo dei Balconi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/02/pompei-i-nuovi-scavi-nella-v-regio-hanno-restituito-un-intero-vicolo-di-edifici-con-balconi-risparmiati-dalleruzione-conservati-i-parapetti-resti-di-tegole-e-anche-anfore-vinarie-lasciate/), dal giardino con i calchi delle radici degli alberi del 79 d.C. agli oggetti della vita quotidiana di un ambiente di soggiorno di pregio ai nuovi affreschi e alle iscrizioni elettorali appena venuti alla luce. Fino alla scoperta – di questi ultimi giorni – di un pompeiano in fuga dalla città con un gruzzolo di monete, morto schiacciato da un grosso blocco di pietra. Per avere una visione complessiva della situazione, venerdì 8 giugno 2018 alle 11 il direttore generale, Massimo Osanna e il direttore generale del Grande Progetto Pompei, generale Mauro Cipolletta, illustreranno lo stato di avanzamento del cantiere e i nuovi ritrovamenti. Con un ospite d’eccezione: il neo ministro dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, che in qualche modo aprirà il suo mandato con una visita agli scavi di Pompei, e al cantiere dei nuovi scavi della Regio V, che fanno parte del cantiere di messa in sicurezza dei fronti di scavo interni alla città antica, previsto dal Grande Progetto Pompei. Le indagini archeologiche in corso stanno interessando l’area del cosiddetto “Cuneo”, posta tra la casa delle Nozze d’Argento e la casa di Marco Lucrezio Frontone (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/22/23-marzo-1748-23-marzo-2018-a-270-anni-dalla-scoperta-di-pompei-il-direttore-del-parco-archeologico-celebra-le-sue-meraviglie-raccontando-i-nuovi-scavi-in-corso-nella-reg/).

La prima vittima, emersa a Pompei dai nuovi scavi nella Regio V, è stata trovata col torace schiacciato da un grosso blocco di pietra
La prima vittima, emersa dai nuovi scavi nella Regio V, è stata trovata col torace schiacciato da un grosso blocco di pietra, il corpo sbalzato all’indietro dal potente flusso piroclastico, nel tentativo disperato di fuga dalla furia eruttiva. Lo scheletro è stato ritrovato all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, di recente scoperta, che protende verso via di Nola. Dalle prime osservazioni, risulta che l’individuo sopravvissuto alle prime fasi dell’eruzione vulcanica, si sia avventurato in cerca di salvezza lungo il vicolo ormai invaso dalla spessa coltre di lapilli. Il corpo è stato infatti rinvenuto all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente, ovvero al di sopra dello strato di lapilli. Qui è stato investito dalla fitta e densa nube piroclastica che lo ha sbalzato all’indietro. Un imponente blocco in pietra (forse uno stipite), trascinato con violenza dalla nube, lo ha colpito nella porzione superiore, schiacciando la parte alta del torace e il capo che, ancora non individuati, giacciono a quota più bassa rispetto agli arti inferiori, probabilmente sotto il blocco litico.
“Questo ritrovamento eccezionale”, dichiara Massimo Osanna, “rimanda al caso analogo di uno scheletro rinvenuto da Amedeo Maiuri nella casa del Fabbro e oggetto di recente studio. Si tratta dei resti di un individuo claudicante, anche lui probabilmente impedito nella fuga dalle difficoltà motorie e lasciato all’epoca in esposizione in situ. Al di là dell’impatto emotivo di queste scoperte, la possibilità di comparare questi rinvenimenti, confrontare le patologie e gli stili di vita, le dinamiche di fuga dall’eruzione, ma soprattutto di indagarli con strumenti e professionalità sempre più specifiche e presenti sul campo, contribuiscono a un racconto sempre più preciso della storia e della civiltà dell’epoca, che è alla base della ricerca archeologica”. Le prime analisi eseguite dall’antropologa, durante lo scavo, identificano un uomo adulto di età superiore ai 30 anni. La presenza di lesioni a livello delle tibie segnalano un’infezione ossea, che potrebbe essere stata la causa di significative difficoltà nella deambulazione, tali da impedire all’uomo di fuggire già ai primi drammatici segnali che precedettero l’eruzione stessa.
In fuga con un sacchetto di monete. Il pompeiano, colpito da un blocco di pietra che gli ha tranciato la parte alta del torace e la testa, fuggiva dalla furia eruttiva del Vesuvio, con la speranza di salvarsi e per questo portava con se un piccolo tesoretto di monete che gli avrebbero consentito di continuare a vivere. Gli scavi infatti hanno restituito 20 monete d’argento e 2 in bronzo che erano contenute in una piccola borsetta che l’individuo stringeva al petto. Tra le costole del torace erano dapprima emerse 3 monete, via via, rimuovendo i resti della vittima che saranno portati al Laboratorio di ricerche applicate del parco Archeologico di Pompei, per il prosieguo delle indagini, è venuto fuori il prezioso bottino. “Le monete sono allo studio dei numismatici che ne stanno definendo il taglio e il valore”, continua Osanna, “mentre i resti decomposti della piccola borsa contenitore, saranno analizzati in laboratorio per definire il materiale. A un primo esame sembrerebbe trattarsi di 20 denari d’argento e due assi in bronzo per un valore nominale di ottanta sesterzi e mezzo. Una tale quantità di monete poteva all’epoca garantire il mantenimento di una famiglia di tre persone per 14, 16 giorni”. Le monete hanno cronologia molto varia. È stato possibile esaminare 15 monete, per la maggior parte repubblicane, a partire dalla metà del II secolo a.C. Una delle monete repubblicane più tarde è un denario legionario di Marco Antonio, comune a Pompei, con l’indicazione della XXI legio. Tra le poche monete imperiali individuate, un probabile denario di Ottaviano Augusto e due denari di Vespasiano.
“Il Castrum di Santo Stefano a Novi di Modena e il Vescovo di Reggio”: da villaggio perduto a bene vincolato. A Reggio Emilia seduta di studio sul sito di Novi di Modena
Da villaggio perduto a bene vincolato. Le carte d’archivio nell’alto Medioevo lo ricordano come Vicus Longus e poi, a partire dal Mille, Santo Stefano, cioè come la pieve reggiana cui era soggetto. La millenaria storia del castrum medievale di Santo Stefano, a Novi di Modena, è la protagonista della seduta di studio, dal titolo “Il Castrum di Santo Stefano a Novi di Modena e il Vescovo di Reggio” che la sezione di Reggio Emilia della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi terrà venerdì 8 giugno 2018 alle 16.30 nella sala conferenze della Cassa Padana, in via Emilia Santo Stefano 25-27, a Reggio Emilia. Le relazioni di Sara Campagnari, archeologa della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e Mauro Librenti, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, illustreranno le antiche vicende del castrum fatto costruire dal vescovo di Reggio, inquadrandolo nel fenomeno dell’incastellamento del territorio emiliano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/23/nella-campagna-tra-novi-di-modena-e-concordia-del-secchia-in-25-anni-di-ricerche-scoperto-e-salvato-dal-passaggio-di-unautostrada-un-castrum-villaggio-rurale-e-castello-altomedievale-ora-a/).
Frequentata fin dall’epoca romana, l’area dove sorgeva il villaggio fa parte di un dosso fluviale generato da un paleoalveo del torrente Crostolo, posta oggi al confine tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia. Nelle fonti documentarie il villaggio è ricordato già a partire dall’841, in età carolingia. Su richiesta di Pietro, vescovo di Reggio (900 – 915) e proprietario di vari beni a Vicolongo, il re italico Berengario I concesse nel 911 il permesso di erigervi un castrum. Dopo la costruzione delle strutture difensive, il sito doveva mostrarsi come un piccolo gruppo di edifici protetti da un fossato, un terrapieno e una palizzata lignea. Nel 1287 il castrum – divenuto ormai un fortilizio signorile munito anche di torre, come suggeriscono i resti architettonici ritrovati – fu occupato e devastato da milizie mantovane e veronesi. Il castello fu però ricostruito, facendo ancora parlare di sé nei decenni successivi fino alla definitiva demolizione nella seconda metà del XIV secolo.

Placchetta in rame del XIII secolo, circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale, simbolo della mostra (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)
Il secolare oblio del castrum di Novi di Modena è stato interrotto da un lungo e complesso processo di ricerca sfociato nella recente emissione del vincolo archeologico. Ripetute ricognizioni di superficie, iniziate 27 anni fa, e sondaggi più approfonditi, propiziati nel 2011 dal progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana, hanno non solo recuperato decine di reperti ceramici, metallici, numismatici, laterizi e lapidei, ma individuato in un areale di circa un ettaro, perfettamente visibile anche dalle foto aeree, un sito ad altissima potenzialità archeologica che sarà oggetto di future e approfondite ricerche.
La Rosa antica di Pompei: un progetto di ricerca ha studiato e riprodotto il pregiato fiore usato a Pompei duemila anni fa come ornamento, nelle decorazioni parietali, nell’alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi. I risultati saranno presentati a Villa Silvana di Boscoreale
La rosa antica di Pompei? Un viaggio lungo 2000 anni. Pompei è fonte inesauribile di bellezza e conoscenza, anche attraverso la sua flora. La rosa, il più pregiato fiore di tutti i tempi, era presente già nell’antica città di Pompei nei più svariati usi. Come ornamento, nelle decorazioni parietali, nell’alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi. “La Rosa Antica di Pompei” è stata oggetto di studi, nell’ambito di un progetto di ricerca condotto dal parco Archeologico di Pompei (Laboratorio di Ricerche Applicate) con il dipartimento di Agraria dell’università Federico II (prof. Luigi Frusciante, docente di Genetica, e Gaetano Di Pasquale, ricercatore di Archeobotanica) e l’associazione “La Rosa antica di Pompei”, che ha contribuito ad arricchire la conoscenza scientifica della specie, oltre a fornire informazioni sul contesto storico e naturalistico del territorio pompeiano e vesuviano. Il progetto è finalizzato alla costituzione di una rosa riconducibile al genotipo/fenotipo più diffuso a Pompei e in Campania in epoca romana. Ed è fondata su indagini di archeobotanica su specie antiche coltivate nell’area pompeiana, oltre che su un’ accurata analisi genica e di comparazione tra le varietà e le specie di rose rinvenute e conservate negli Orti botanici, in cimiteri monumentali campani e negli erbari antichi italiani.

Villa Silvana a Boscoreale: nel roseto è stato portato avanti il progetto “La Rosa antica di Pompei”
I risultati della ricerca su “La Rosa Antica di Pompei” saranno presentati mercoledì 6 giugno 2018, alle 17, nel giardino di Villa Silvana a Boscoreale (Na). L’evento sarà introdotto dal direttore generale del parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, e dal direttore del dipartimento di Agraria, Matteo Lorito; con Luigi Frusciante, docente di Genetica agraria, e Gaetano Di Pasquale, ricercatore di Botanica applicata all’archeologia, entrambi autori della ricerca. Saranno presenti inoltre: Maurizio Di Stefano, presidente emerito Icomos, organismo di consulenza Unesco; Gianfranco Nappi, responsabile dei Progetti strategici di “Città Della Scienza” di Napoli; Giuseppe Marrazzo, coordinatore Distretti turistici della Campania; Pietro Amitrano, sindaco di Pompei; Vincenzo Ascione, sindaco di Torre Annunziata; Giuseppe Balzano, sindaco di Boscoreale; Pietro Carotenuto, sindaco di Boscotrecase; Raffaele De Luca, sindaco di Trecase; Francesco Ranieri, sindaco di Terzigno. Modera il convegno l’archeologa Laura Del Verme. Il progetto è stato promosso e finanziato dall’associazione “La Rosa Antica di Pompei”, che ha messo a disposizione gli spazi del roseto di Villa Silvana a Boscorelae, per la coltura delle giovani piantine di rose. L’associazione cura tra l’altro, su autorizzazione del Parco archeologico di Pompei, la piantumazione delle rose antiche in alcuni giardini di domus pompeiane, come la Casa del Fauno, la Casa di Loreio Tiburtino e la Casa del Profumiere.
La coltivazione della rosa nell’antica Pompei aveva raggiunto raffinatezze degne delle attuali tecniche agronomiche e anche la produzione di essenze e profumi, a essa collegata, aveva raggiunto sofisticati livelli tra i profumieri pompeiani. In Campania, in particolare nelle zone di Pompei, Paestum e Capua, la produzione e la lavorazione della rosa erano destinate a un mercato più ampio della sola penisola italiana, affermandosi come attività di gran pregio sulle sponde dell’intero Mediterraneo antico. Nella dimensione privata, invece, i roseti assunsero un’importanza crescente come motivo ornamentale dei giardini classici pompeiani, come testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici (es. casa dei Vettii) e dalle pitture vesuviane. Il dominio campano nella produzione di rose e dei suoi prodotti è durato qualche secolo. Studi su materiali disponibili ci informano che in realtà non esisteva una sola specie di rosa in Campania e a Pompei, quanto invece un gruppo di piante che comprendeva specie spontanee e ibridi; tuttavia, tra esse, la rosa a fiore doppio e rifiorente è quella più frequentemente rintracciabile, anche grazie all’abbondante presenza nei dipinti rinvenuti nei siti archeologici della Campania. È noto anche che la rosa che noi oggi chiamiamo di Pompei fiorisse due volte all’anno e fosse rossa.




































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