Dai calchi di Pompei alle mummie egizie: tra Pompei e Napoli la conferenza internazionale “Human remains: ethics, conservation, display”. Antropologi, medici, universitari, ricercatori, funzionari, direttori di musei fanno il punto sulla situazione e si chiedono quanto è lecito esporre un corpo umano al pubblico

La locandina della conferenza internazionale “Human remains: ethics, conservation, display” a Pompei e Napoli

Il logo del parco archeologico di Pompei

Dai calchi di Pompei alle mummie egizie. Quanto è lecito esporre un corpo umano al pubblico? Il corpo ha ancora dei diritti? O tali diritti vengono considerati di minore importanza rispetto al valore scientifico che racchiude? Un corpo umano può essere proprietà di un ente o esso ne è solo il custode? Quali diritti hanno le comunità di eredità (cioè quelle che con quei corpi hanno ancora un legame)? A queste e a molte altre domande rispondono, ciascuno dal suo punto di vista, antropologi, medici, universitari, ricercatori, funzionari, direttori di musei, chiamati a confrontarsi nella conferenza Internazionale “HUMAN REMAINS: ETHICS, CONSERVATION, DISPLAY” in programma nel doppio appuntamento del 20 maggio 2019 al parco archeologico di Pompei e del 21 maggio 2019 a Napoli all’università Federico II di Napoli, col coordinamento scientifico di Massimo Osanna (università Federico II), Christian Greco (museo Egizio), Valeria Amoretti (parco archeologico di Pompei) e Paolo Del Vesco (museo Egizio). Tutelare, conservare, esporre i resti umani consegnatici in maniera straordinaria dalla storia, assicurando il più alto rispetto etico di questo patrimonio unico, è il delicato compito che alcune istituzioni come il parco archeologico di Pompei e il museo Egizio di Torino, partener del progetto (dove la conferenza si chiuderà con una seconda sessione in programma il 19 e 20 settembre 2019), accomunato dalle stesse problematiche, in particolare riguardo alle mummie.

Esposizione di calchi umani nell’anfiteatro di Pompei

La conferenza, che prevede gli interventi dei maggiori esperti in ambito italiano ed internazionale, è volta a indagare il patrimonio bioantropologico dei resti umani del passato, affrontando la questione dello status legislativo, i rapporti con le comunità di discendenti, le realtà locali, la scienza, nonché il rapporto con i visitatori, approfondendo le tematiche di conservazione e restauro. Un tale confronto di studi non poteva non partire dal sito di Pompei che conserva uno dei più straordinari patrimoni biologici esistenti al mondo, fra cui i calchi. L’unicità delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. è non solo nelle loro condizioni di ritrovamento, tragica testimonianza di una antica catastrofe, ma costituisce un unicum dal punto di vista biologico, in quanto riflette senza filtri le caratteristiche della popolazione di una città romana di epoca imperiale congelata nel tempo. “Si giunse ad un punto in cui la terra sfondando sotto la cazzuola”, scriveva Giuseppe Fiorelli nella lettera “Scoverta Pompejana” pubblicata sul Giornale di Napoli il 13 febbraio 1863, “mostrò una cavità vuota e profonda tanto, da poterne introdurre un braccio e cavarne fuori delle ossa. Mi avvidi allora ch’era quella l’impressione di un corpo umano, e pensai che colandovi dentro prontamente la scagliola, si sarebbe ottenuto il rilievo della intiera persona. L’esito ha superato ogni mia aspettazione”.

La scoperta di un fossile umano in una campagna di scavo archeologico

All’esposizione di materiali sensibili il codice etico per i musei dell’Icom (International Council of Museums) dedica l’articolo 4, comma 3: “I resti umani e i materiali di significato sacro devono essere visualizzati in modo coerente con gli standard professionali e, dove noto, tenendo conto degli interessi e delle credenze dei membri della comunità, gruppi etnici o religiosi da cui hanno origine gli oggetti. Devono essere presentati con grande tatto e rispetto per i sentimenti di dignità umana detenuti da tutti i popoli”. E sul rispetto per i morti c’è il “Vermillon Accord” sui resti umani del 1989 che dice: “Il rispetto per i resti mortali dei morti deve essere accordato a tutti, indipendentemente da origine, razza, religione, nazionalità, costume e tradizione”. E il paleoantropologo Alan Walker nel 2000 ha scritto: “sebbene l’essere umano dal quale i resti scheletrici derivano non esista più, la loro precedente associazione intima con una persona vivente è più che sufficiente perché abbia un trattamento rispettoso”. Vari casi di studio provenienti dall’Italia e dall’Europa sono oggetto dei confronti nella seconda giornata di studio, prevista come detto all’università Federico II di Napoli: dalla cosiddetta “Dama di Bonifacio”, il più antico scheletro umano completo rinvenuto in Corsica, in località di Araguaina-Sennola vicino a Bonifacio (Henry Duday, università di Bordeaux 1) ai resti dei soldati della Grande Guerra (Franco Nicolis, Ufficio Beni Archeologici di Trento). Chiude la conferenza, martedì 21 maggio 2019 alle 14.30, la tavola rotonda sulla situazione dei resti umani in Italia, moderata da Luca Bondioli. Partecipano Francesca Alhaique (Museo delle Civiltà, Roma), Valeria Amoretti (Parco Archeologico di Pompei), Francesca Candilio (Soprintendenza ABAP Cagliari, Oristano e Sud Sardegna), Claudio Cavazzuti (Museo delle Civiltà, Roma), Deneb Cesana (Soprintendenza ABAP L’Aquila e cratere), Elena Dellù (Soprintendenza ABAP Bari), Irene Dori (Soprintendenza ABAP Verona, Rovigo e Vicenza), Leonardo Lamanna (Soprintendenza ABAP Cremona, Lodi e Mantova), Nico Radi (Soprintendenza ABAP Genova, Imperia, la Spezia e Savona), Alessandro Riga (Soprintendenza ABAP Firenze, Pistoia e Prato), Paola Francesca Rossi (ICCD, Parco Archeologico di Ostia Antica), Mauro Rubini (Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma, provincia di Viterbo e Etruria Meridionale, Soprintendenza ABAP per le province di Frosinone, Latina e Rieti), Alessandra Sperduti (Museo delle Civiltà, Roma).

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