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#iorestoacasa. “Passeggiate del direttore”: Christian Greco parla dell’Epoca dei Consoli, e l’egittomania scoppiata dopo la spedizione di Napoleone. La collezione Drovetti entra al museo Egizio, consacrando Torino capitale dell’Egittologia internazionale

#iorestoacasa. “Passeggiate del direttore”: nella terza puntata, “L’Epoca dei Consoli”, Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino ci racconta quel particolare periodo a cavallo dei due secoli (fine Settecento-inizio Ottocento) aperto con la spedizione di Napoleone in Egitto che risveglia l’interesse dell’Europa per l’Egitto, una vera e propria egittomania, e che porterà a Torino la collezione Drovetti, consacrando per sempre la capitale sabauda capitale dell’Egittologia internazionale.

La classica immagini delle piramidi egizie nella piana di Giza

La stele di Rosetta conservata al British museum di Londra

“Siamo nel 1798”, spiega Greco. “Napoleone organizza una spedizione in Egitto di valenza economico-militare. La Francia voleva limitare l’influenza dell’Inghilterra nel Mediterraneo creando un avamposto in Egitto così da fermare i traffici che arrivavano dalle colonie dell’Oriente e il loro ingresso nel Mediterraneo. Di qui la spedizione. Ma Napoleone si fa accompagnare da 167 studiosi ai quali affida il compito di documentare tutto ciò che vedono in Egitto: ovviamente le antichità, che possono documentare quando le spedizioni militari si fermano. Ma anche la modernità dell’Egitto, la flora e la fauna. Tutto ciò – continua il direttore – confluirà in un’opera monumentale “Description de l’Égypte”, il cui primo volume verrà pubblicato nel 1809, che scatenerà in Europa una specie di egittomania. La spedizione militare di Napoleone non finisce bene. Nel 1801 i francesi nella battaglia di Abukir perdono il dominio sull’Egitto e gli inglesi si fanno consegnare le antichità che hanno raccolto, tra cui la famosa stele di Rosetta, che infatti oggi possiamo vedere al British Museum e non al Louvre. Gli inglesi vorrebbero farsi consegnare anche tutte le loro annotazioni. Ma i francesi si rifiutano dicendo che preferiscono buttare tutto nel Nilo piuttosto che consegnarle agli inglesi. Per fortuna le annotazioni non vennero distrutte, e si arriverà alla “Description de l’Égypte” e alla conseguente profonda trasformazione dell’Europa”.

Bernardino Drovetti

È questa la cosiddetta “Epoca dei Consoli”. In Europa c’è la voglia di riscoprire questo Paese di cui si era sentito parlare, di cui parlavano i classici, a partire da Omero. “A fronte a questa richiesta”, ricorda Greco, “tutti i diplomatici che lavorano in Egitto sono chiamati a sviluppare un’attività lavorativa parallela a quella del diplomatico ma molto più remunerativa: raccogliere antichità e venderla al mercato antiquario. Tra loro c’è anche Bernardino Drovetti, nativo di Barbania, fuori Torino, ma che era già stato console generale di Francia, almeno fino al congresso di Vienna, poi molto legato a Mohammed Ali che governava l’Egitto per l’impero Ottomano. Drovetti riesce a farsi dare un firmano con il permesso di scavare in vari luoghi dell’Egitto per raccogliere antichità. Alla fine ne raccoglierà più di cinquemila che vorrebbe vendere al mercato antiquario. Ha contatti con la Russia, con la Francia, ma alla fine riesce a convincere il Regno di Sardegna a comprare queste antichità. La vendita è laboriosa, finalmente nel 1823 il re Carlo Felice di Savoia decide di comprare questa collezione per una cifra impressionante: 400mila lire piemontesi. Così più di 5mila antichità arrivano a Torino e renderanno per sempre questa città la capitale dell’egittologia internazionale”.

#iorestoacasa: la seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore” del museo Egizio di Torino ci fa conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia

La seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore”, nel rispetto delle disposizioni governative che hanno portato alla chiusura del museo e all’iniziativa #iorestoacasa, ci porta a conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto. Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, parte dalla figura di Vitaliano Donati, professore di Botanica alla regia università di Torino, che nel 1759 viene mandato dal re Carlo Emanuele III in Egitto alla ricerca di antichità in grado di spiegare le peculiarità della Mensa Isiaca (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/19/iorestoacasa-il-museo-egizio-di-torino-ufficializza-le-passeggiate-con-il-direttore-christian-greco-ogni-giovedi-e-sabato-su-yuotube-si-inizia-con-legitto-e-i-s/). Da questa missione arrivano a Torino (dove Donati non farà più rientro, perché muore su una nave diretta a Calcutta) circa seicento oggetti, alcuni ancora oggi oggetto di studio, tra i quali sicuramente c’erano tre statue monumentali: quella di Ramses II (vista nella prima Passeggiata), quella di Sekhmet, e quella della dea Iside ritrovata a Copto. Il museo Egizio conserva ben 21 statue della dea Sekhmet.

I Colossi di Memnone i resti più significativi del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest

Quella trovata da Vitaliano Donati è una Sekhmet assisa che proviene dal cosiddetto Tempio di Milioni di Anni di Amenofi III. Questo tempio è noto a tutti gli appassionati di Egittologia, ma con un altro nome: il tempio dei colossi di Memnon, che era un principe etiope, ricordato da Omero, che muore durante la guerra di Troia. “Che ruolo ha Memnon con l’Egitto?”, si chiede Greco. “Assolutamente nessuno. Infatti quel nome venne dato a quei colossi durante l’età greco-romana per un particolare fenomeno: queste statue monumentali al mattino, quando arrivava la prima luce dell’alba, emettevano un sibilo dovuto all’alterazione della pietra per l’escursione termica tra la notte e il giorno. Gli antichi pensavano che fosse la dea Eos, la dea dell’Aurora, che lamentava la morte del figlio, Memnon. Quindi è un mito greco applicato a una statua egizia che tuttora dà il nome a uno dei siti più importanti che si visita quando si va a Tebe”. All’interno di quel tempio il faraone Amenofi III fece erigere una serie di leonesse, simbolo della dea Sekhmet che significa “la Potente”.

La statua della dea Sekhmet, proveniente dal tempio funerario di Amenifi III, parte del nucleo di antichità egizie recuperato da Vitaliano Donati (foto museo Egizio)

“La dea Sekhmet ci riporta ad alcuni miti cosmogonici iniziali dell’Antico Egitto. Ci raccontano che il dio Ra invia il suo occhio per punire il genere umano, e questo occhio prende la forma di leone, che inizia a uccidere gli uomini che non sono riconoscenti nei confronti degli dei. Ma il dio Sole (Ra) si rende conto che così facendo il genere umano potrebbe estinguersi. La dea Sekhmet, la leonessa, dea solare legata quindi al dio Sole/Ra, è diventata molto assetata di sangue umano e quindi uccide gli uomini per berlo. “Il dio Ra per placarla decide di ingannarla: le fa bere – secondo alcune fonti – della birra colorata di rosso, secondo altri del vino, che Sekhmet beve avidamente pensando sia sangue. Così si ubriaca e si addormenta, e in questo modo si placa. Ma perché la sua forza potrebbe tornare, specie in estate quando la temperatura si alza: è allora che Sekhmet potrebbe ancora spargere pestilenze, malattie, guerre. Per questo è importante placarla. E Amenofi III fa qualcosa di meraviglioso: fa erigere una statua della dea Sekhmet, alcune sedute altre in piedi, per ogni giorno dell’anno, e fa sviluppare un rituale per rendere mansueta la Sekhmet: ogni giorno si portano offerte davanti a una statua, cosicché la dea non infierisca più sul genere umano”.

La statua della dea Iside da Copto recuperata da Vitaliano Donati per il museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La terza statua importante che Vitaliano Donati porta dall’Egitto è quella di Iside proveniente da Copto. Presenta tutti gli elementi tipici della XVIII dinastia, dalla fronte ribassata al naso ricurvo agli occhi a mandorla alle labbra carnose. In mano tiene lo scettro che indica la stabilità. Grazie a Vitaliano Donati, il museo Egizio nel 1759, quarant’anni prima della spedizione napoleonica in Egitto, poteva già contare su un nucleo di seicento antichità egizie, tra le quali le tre statue monumentali – appena descritte – tutte appartenenti al Nuovo Regno: la statua di Ramses II (1250 a.C.), la statua di Sekhmet (dell’epoca di Amenofi III, XVIII dinastia), e la statua di Iside (datata alla XVIII dinastia), che rappresenta il volto della regina Tiy, moglie di Amenofi III, nonna di Tutankhamon.

#iorestoacasa: il museo Egizio di Torino ufficializza le “Passeggiate” con il direttore Christian Greco: ogni giovedì e sabato su Yuotube. Si inizia con “L’Egitto e i Savoia”: ecco perché Torino è legata indissolubilmente alla civiltà dei faraoni

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia

Le “Passeggiate” col direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, già le conosciamo. Nelle ultime settimane, tra la prima chiusura provvisoria del museo e la chiusura per decreto nell’emergenza coronavirus, il direttore era già arrivato nelle case di tutti gli appassionati facendo conoscere alcuni reperti della ricca collezione di Torino (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/17/iorestoacasa-il-museo-egizio-di-torino-e-chiuso-cosi-il-direttore-christian-greco-porta-il-museo-nelle-case-degli-appassionati-con-passeggiate-che-focalizzano-su-reperti-esposti-n/). Ma ora sono ufficiali. Da oggi, giovedì 19 marzo 2020, sono su Youtube le “passeggiate del Direttore”. La prima puntata di una nuova produzione video del Museo Egizio in cui Christian Greco porta su Youtube il format delle sue visite guidate alla collezione. Una delle visite speciali più apprezzate del museo Egizio e rappresentato dalle “passeggiate del Direttore”, un appuntamento mensile per un gruppo di 30 persone che, su prenotazione, possono visitare la collezione guidati dal direttore Christian Greco che, ogni volta, sceglie a sorpresa un differente approfondimento tematico. Dinanzi alla momentanea e forzata chiusura delle sue sale, il museo Egizio apre a tutti questa ambita opportunità riproponendo la formula in versione digitale: da oggi sarà sufficiente collegarsi online per scoprire i reperti dell’antico Egitto in compagnia del Direttore attraverso una serie di video fruibili dal proprio device. Prima di questa “ufficializzazione”, lo scorso week end sono uscite due brevi “Passeggiate”. Vediamole.

In questa “Passeggiata” il direttore Greco ci porta a conoscere i papiri di Deir el Medina con alcuni testi documentali molto importanti per il museo Egizio. Tra questi, uno dei più famosi è il cosiddetto “papiro dello sciopero”: siamo nell’anno 29 del regno di Ramses III e i lavoratori il giorno 10 della stagione dell’inondazione si rifiutano di lavorare perché sono già passati 18 giorni senza aver ricevuto né pani, né vettovaglie, né unguenti (la paga era in natura). Così lasciano la valle dei Re, dove stavano lavorando, e si rifugiano al tempio funerario di Thutmosi III perché lo si faccia sapere al faraone. Proprio da questi papiri vien fuori la vita e l’organizzazione del villaggio di Deir el Medina in tutti i suoi aspetti.

La “Passeggiata” di questa sera il direttore Greco descrive il sarcofago di Hor, che si trova alla fine della Galleria dei Sarcofagi. È il cosiddetto sarcofago “a pilastrini”, una tipologia che si diffonde a partire dall’VIII sec. a.C., riprendendo una tipologia conosciuta già dagli albori della storia egizia. Questo sarcofago presenta un “cosmogramma” con tutte quelle azioni che devono essere intraprese per garantire la sopravvivenza del defunto nell’Aldilà.

Ad annunciare la nuova iniziativa, è stato lo stesso direttore Christian Greco con un trailer. “Da sempre ritengo che il museo Egizio debba essere un patrimonio condiviso e appartenente a tutti”, spiega, “e in questo momento, in cui siamo chiusi al pubblico e costretti a rimanere nelle nostre case, è per noi doveroso renderci comunque accessibili e metterci a disposizione della comunità. Questo è lo spirito e l’obiettivo di questa operazione: un regalo, a chiunque ne abbia voglia, per conoscere insieme a me la nostra collezione, capire la storia dei reperti che qui sono arrivati e che da quasi 200 anni il museo conserva”. Con due puntate settimanali di circa 8 minùti, messe a disposizione sul canale YouTube del museo ogni giovedì e sabato, nel corso dei prossimi mesi di marzo e aprile si andrà così a comporre una narrazione completa delle sale condotta da Christian Greco. Oltre alla nuova iniziativa, sono già numerosi i contenuti fruibili dagli utenti del web per visitare la collezione del museo Egizio da remoto: tra questi, brevi video auto-prodotti da curatori ed egittologi, disponibili su Instagram nella collezione #iorestoacasa, che comprendono piccoli tutorial, lezioni e consigli di lettura; la serie di video “Istantanee dalla collezione”; video dedicati alle analisi scientifiche della mostra “Archeologia Invisibile”, di cui è inoltre disponibile un tour virtuale a cui si può accedere dal sito del Museo. Modalità diverse e concrete con cui il museo apre le porte a tutti – virtualmente – con contenuti divulgativi e accessibili. Tutti i materiali sono disponibili sul canale Youtube del Museo e sui social.

La prima “Passeggiata” ufficiale con il direttore Christian Greco ci porta agli esordi della collezione egizia di Torino spiegando il rapporto dell’Egitto con i Savoia. Il benvenuto lo dà la statua in granito rosa di Ramses II, tra le prime opere giunte al museo, portata nel 1759 insieme ad altre 600 antichità da Vitaliano Donati, inviato dai Savoia in Egitto. Ma l’oggetto che in qualche modo aprì la tradizione egizia a Torino fu la Mensa Isiaca, arrivata nel 1626. La Mensa Isiaca è un pezzo eccezionale, egittizzante, una mensa d’altare del tempio della dea Iside in Campo Marzio a Roma, realizzata in Campania o a Roma nel I sec. d.C., e che testimonia il diffondersi nell’impero di questo culto orientale della dea Iside che garantiva ai suoi seguaci una vita nell’Aldilà. Greco ripercorre le vicende rocambolesche che hanno interessato la Mensa Isiaca, una tavola in bronzo, un materiale prezioso, che è riuscita ad arrivare fino al Rinascimento senza essere fusa, superando anche il sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi nel 1527, finendo in casa del cardinal Bembo che l’acquistò da un rigattiere. La Mensa Isiaca passò nelle collezioni Gonzaga, acquistata dal duca Vincenzo I, e intorno al 1626 arrivò a Torino. “La Mensa Isiaca permise ai Savoia di dare un mito alla città di Torino, da pochi decenni divenuta capitale del regno sabaudo, che ne legittimasse il suo ruolo: quale mito migliore di dire che Torino era stata fondata dagli Egizi! C’era il toro Api insito nel nome stesso di Torino, l’arrivo della stessa Mensa Isiaca, il ritrovamento del tempio di Iside nel sito di Industria, antica colonia romana, oggi nel territorio della città metropolitana di Torino, favoriscono questo mito. È da questo momento che la Casa dei Savoia si lega imprescindibilmente all’Egitto e pensare che Torino diventi per sempre la capitale dell’Egittologia internazionale”.

#iorestoacasa. Il museo Egizio di Torino è chiuso, così il direttore Christian Greco porta il museo nelle case degli appassionati con “Passeggiate” che focalizzano su reperti esposti nelle vetrine: dalla corrispondenza tra padre e figlio alle mummie di animali, dal papiro dell’Amduat al sarcofago giallo della cantatrice di Amon agli artisti-artigiani di Deir el Medina

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia per contenere la diffusione del Coronavirus

“Dobbiamo ripartire dalla cultura”, Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, ne è convinto. “Adesso abbiamo un po’ di tempo per riprendere in mano i libri, ristudiare la storia e gli antichi. Il nostro museo sta facendo quello che può per portare qualche nozione dell’Antico Egitto ai cittadini, perché lì riscopriamo la nostra umanità e come le nostre paure non siano così cambiate dall’Età del Bronzo”. E continua: “Stiamo lavorando tantissimo perché il rapporto con il pubblico è fondamentale. La nuova sfida adesso è portare il museo fuori dal museo in modo digitale. Sul nostro sito web abbiamo un tour virtuale della mostra ‘Archeologia invisibile’, ho registrato delle pillole narrando un oggetto al giorno e porteremo il museo nelle case degli italiani, così tutti potranno fruire della cultura stando a casa in attesa della riapertura in sicurezza del museo”. Ed ecco i primi interventi del direttore Greco, a cominciare dall’appello: “Restiamo a casa”.

Dall’8 marzo 2020 il museo Egizio di Torino, come tutti i musei in Italia, è chiuso per decreto con l’obiettivo di contenere la diffusione del Coronavirus. Ma il museo arriva a casa degli appassionati. In questi giorni difficili, rispettiamo le disposizioni del Governo: restiamo a casa: è l’accorato appello di Greco. “Anch’io sono a casa, sono nella mia casa, il museo Egizio. Che è anche la casa di tutti voi, e per questo la sera il direttore vi racconta un oggetto: così il museo esce dal museo e viene da voi”. Il tema della sera è la passione di scrivere. Greco descrive due papiri esposti in museo. Contengono due lettere la prima viene scritta da uno scriba di Deir el Medina al figlio: “Non dormo più né di giorno né di notte perché non ricevo tue notizie”. L’altra è la risposta del figlio: “Le lettere io te le ho scritte, non è colpa mia se il servitore non le ha consegnate!”. Il direttore Greco commenta: “In questi giorni in cui siamo costretti a stare a casa riscopriamo il gusto della lentezza, del comunicare, dello scrivere”.

Ma il direttore Christian Greco aveva già iniziato una settimana prima dell’8 marzo 2020, quando si delineava già un quadro fosco ma non erano ancora scattate le restrizioni su tutto il territorio nazionale, a regalare agli appassionati “passeggiate” con piccole presentazioni di particolari oggetti esposti al museo. Infatti da 24 al 29 febbraio 2020 il museo Egizio di Torino è rimasto chiuso sulla base di un’ordinanza emessa dal ministero della Salute e della Regione Piemonte. Durante i giorni di chiusura il Direttore ha raccontato ai visitatori, alcune curiosità sulla collezione. Qui mostra la vetrina con alcune mummie animali, che tanto piacciono ai più piccoli. “Gli egizi”, spiega Greco, “facevano mummie di animali per tre ragioni principali: alcuni animali potevano essere mummificati perché potevano costituire il cibo per il defunto nell’Aldilà; altri erano animali che in vita erano animali domestici e quindi accompagnavano il proprietario nella “nuova vita”, la vita che continua. Infine altri animali, la maggior parte, venivano portati in dono al dio che si manifestava nella forma specifica di quell’animale, perché così il dio poteva essere benevolente nei confronti del defunto”.

In questa “Passeggiata” Christian Greco ci parla di un reperto davvero speciale: il papiro dell’Amduat, che si può ammirare in Sala 8, la Galleria dei Sarcofagi. “A partire dal Nuovo Regno”, spiega Greco, “nelle tombe reali troviamo una composizione che si chiama Am-duat, che significa “ciò che avviene nell’aldilà” o “colui che sta nell’aldilà” e narra il periplo del dio Sole nelle dodici ore notturne”. Poiché il Sole spariva a Occidente alla vista degli umani per ricomparire a Est dodici ore dopo, gli egizi pensavano che in quel periodo, che andava dal tramonto all’alba, il sole viaggiasse nell’Aldilà. Se il testo dell’Am-duat per tutto il Nuovo Regno si trova solo nelle tombe reali, a partire dal Terzo periodo intermedio comincia a essere scritto sui sarcofagi o sui papiri, e lo possono avere anche persone che non sono proprie della sfera regale. Al museo Egizio di Torino c’è un bellissimo papiro con il testo dell’Am-duat.

La “Passeggiata con il Direttore” continua ancora dalla Galleria dei Sarcofagi per raccontare alcune curiosità sul bellissimo sarcofago giallo della cantatrice di Amon Tabakenkhonsu. Il sarcofago giallo, per la sua particolare colorazione, compare con il III periodo intermedio, cioè dall’inizio del I millennio a.C. e presenta una decorazione fitta su tutta la superficie. “Le immagini e i testi che all’epoca d’oro dei faraoni venivano realizzati nelle tombe”, spiega il direttore Greco, “ora che le condizioni economiche non consentono più la realizzazione di grandi tombe vengono posti sul sarcofago perché possano accompagnare il defunto nell’Aldilà. Il sarcofago ora distingue il genere: quello della cantatrice di Amon si vede subito che è di una donna perché presenta le mani distese. In un sarcofago maschile le mani dell’uomo sono chiuse a pugno. Anche la parrucca è da donna, e poi ci sono gli orecchi e il segno dei seni”.

In questa “Passeggiata” il direttore Greco ci porta nel villaggio di Deir El Medina, il villaggio degli artigiani e degli artisti del faraone, fondato sotto la XVIII dinastia e che fu attivo per tutto il Nuovo Regno, cioè dal 1500 al 1070 a.C. per ospitare quanti erano chiamati a lavorare nella valle dei Re e delle Regine alla realizzazione delle tombe reali. “Una stele ci mostra bene come si consideravo questi artigiani”, spiega Greco. “Sopra ci sono le figure del faraone Amenofi I e della madre Ahmose Nefertari, che qui vengono adorati come i protettori di Deir El Medina: questo culto ancestrale è ripetuto su molte stele, e anche in intarsi e sugli ostraka. Sotto, i reali, nella prima riga di testo, l’artigiano si definisce “Servitore nel luogo della verità”: così era sentito dai suoi abitanti Deir el Medina”. Il museo Egizio di Torino è particolarmente ricco di reperti provenienti da questo sito perché Deir el Medina fu oggetto di scavo proprio dalla missione archeologica italiana diretta da Ernesto Schiaparelli che era anche direttore dell’Egizio.

Conferenza ANNULLATA. Al museo Egizio di Torino salta la presentazione del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi” di Silvia Giorcelli Bersani

La prof.ssa Silvia Giorcelli Bersani dell’università di Torino

Le Alpi sono state un territorio di radicali trasformazioni politiche, sociali e culturali nei secoli in cui si è dispiegata la civiltà di Roma: una pagina importante della storia dell’espansionismo romano, fra III secolo a.C. e I secolo d.C., è stata scritta in quella regione, fredda e inospitale ma strategica per le comunicazioni. Di questo si sarebbe dovuto parlare martedì 3 marzo 2020, alle 18, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino alla presentazione del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi” con l’autrice Silvia Giorcelli Bersani e il direttore dell’Egizio, Christian Greco. La presentazione del libro è stata invece annullata per l’applicazione delle disposizioni governativa in tema di contenimento della diffusione del coronavirus. Silvia Giorcelli Bersani insegna Storia romana ed Epigrafia latina all’università di Torino. Studia i processi di romanizzazione in area cisalpina con particolare riferimento alle strutture politiche e sociali delle comunità urbane e alle trasformazioni culturali; cura le edizioni critiche di epigrafi romane (Alba, Vercelli, Aosta) e si interessa di eredità del passato romano tra XVI e XX secolo, con attenzione alla storiografia e alle antichità sabaude. È attualmente Presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia e Storia antica. Ha presieduto il Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo torinese.

La copertina del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”

Il libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”. Il baluardo inaccessibile che, in origine, costituiva un confine naturale e solido a protezione dell’Italia diventò progressivamente un luogo di passaggio frequentato e gli spazi furono sottoposti a un’opera capillare di romanizzazione: nei secoli, le Alpi diventarono il teatro di straordinarie avventure umane, quasi in stile Far West, rappresentando un’opportunità per uomini spregiudicati alla ricerca di fortuna, per coloni italici trapiantati nelle città alpine, per imprenditori, per liberti, per servi. Questa variegata umanità che popolava e, soprattutto, attraversava le Alpi esprimeva fedi diverse che soltanto in minima parte avevano a che fare con il contesto montano: nel pantheon alpino si trovava di tutto, dagli dèi della tradizione celtica a quelli ufficiali di Roma, dalle divinità orientali a quelle egizie (su questi aspetti in particolare si concentrerà la conferenza). La complessità del rapporto tra i Romani e le Alpi, durato per secoli in una sorta di ambiguità fra paura e curiosità, tra difficoltà logistiche e necessità di gestione, ha alimentato molte riflessioni che toccano problemi di natura politica, economica, religiosa e culturale.

Le ricerche delle tombe tebane degli alti funzionari ramessidi: al museo Egizio di Torino incontro con l’egittologo Gábor Schreiber, direttore della missione ungherese “South Khokha Project” in alcune tombe tebane

La locandina della conferenza dell’egittologo Gábor Schreiber al museo Egizio di Torino

“Glimpses into the history of Theban Tombs 32 and -400-: The Ramesside owners” (“Scorci nella storia delle Tombe tebane 32 -400-: i proprietari ramessidi”) è il tema della conferenza in programma martedì 4 febbraio 2020, alle 18, al museo Egizio di Torino in collaborazione con ACME (Associazione Amici e collaboratori del Museo Egizio), tenuta da Gábor Schreiber, nato nel 1974 a Budapest. Ha studiato Archeologia classica ed Egittologia alla Eötvös Loránd University, dove si è laureato nel 1999. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Egittologia nel 2006 e l’abilitazione nel 2018. Lavora come Assistant Professor of Egyptology presso l’Istituto di Studi Classici della Eötvös Loránd University di Budapest. Schreiber è membro della Missione Archeologica Ungherese a Tebe dal 1995. Ha partecipato allo scavo e alla documentazione di alcune tombe private sulla riva ovest tebana. Dal 2007 dirige il “South Khokha Project” della Missione Ungherese, lavorando nelle Tombe Tebane 32, -61-, -64-, 179, 180 e -400-.

L’egittologo Gábor Schreiber

La professione e lo status sociale di un individuo erano fattori chiave nella scelta della posizione di una tomba nel corso della storia dell’antico Egitto: questo è particolarmente vero nel Nuovo Regno a Tebe, dove ogni singolo distretto della necropoli aveva un proprio carattere modellato dal rango e dalla posizione sociale dei proprietari delle tombe e, naturalmente, dalle risorse che questi ultimi erano in grado di spendere per i loro monumenti funerari. Uno di questi distretti della necropoli tebana era la collinetta di el-Khokha, dove dagli anni Ottanta sono attive diverse missioni ungheresi. Le ricerche epigrafiche e archeologiche hanno dimostrato che durante il periodo ramesside il versante meridionale di el-Khokha era principalmente un cimitero per gli alti funzionari e i loro subalterni di medio livello che ricoprivano incarichi non sacerdotali nell’economia del tempio locale o nell’amministrazione reale. La conferenza metterà in evidenza la storia ramesside di due tombe vicine alla base di el-Khokha, TT 32 e TT -400-, con particolare attenzione all’identità dei loro proprietari. Saranno indagate le carriere di tre persone: quella di Djehutymes, alto funzionario del regno di Ramesse II e proprietario del TT 32, quella di Khamin, suo contemporaneo e costruttore del TT -400-, e quella di un Amenmes, che occupò il TT -400- nel tardo periodo ramesside.

Le tombe ramessidi sulla collina di el-Khokha nella Valle dei Re a Tebe Ovest

La conferenza metterà in evidenza la storia ramesside di due tombe vicine alla base di el-Khokha, TT 32 e TT -400-, con particolare attenzione all’identità dei loro proprietari. Saranno indagate le carriere di tre persone: quella di Djehutymes, alto funzionario del regno di Ramesse II e proprietario del TT 32, quella di Khamin, suo contemporaneo e costruttore del TT -400-, e quella di un Amenmes, che occupò il TT -400- nel tardo periodo ramesside. La conferenza si terrà in lingua inglese e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. Per il pubblico in sala, sarà disponibile il servizio di traduzione simultanea. Ingresso in sala Conferenze gratuito fino ad esaurimento posti. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook del museo Egizio di Torino.

Museo Egizio di Torino: il nuovo anno porta la proroga di sei mesi della mostra “Archeologia invisibile” che mette al centro i temi della ricerca e dell’interdisciplinarietà per addentrarsi nella biografia dei reperti egittologici. Sul sito del museo la novità del Virtual tour in 3D

La mostra “Archeologia invisibile” al museo Egizio di Torino è stata prorogata al 7 giugno 2020

Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il nuovo anno porta in dote una bella notizia: la mostra “Archeologia invisibile” al museo Egizio di Torino non chiuderà il 6 gennaio 2020, come programmato, ma il 7 giugno 2020. È una proroga speciale, della durata di ben un semestre, quella con cui il museo Egizio ha deciso di estendere l’apertura della sua mostra temporanea “Archeologia Invisibile”. “Una scelta quasi inevitabile”, dichiara Evelina Christillin, presidente della Fondazione, “non soltanto dinanzi all’alto gradimento riscontrato dalla innovativa proposta espositiva inaugurata nel marzo 2019, ma anche in virtù delle sollecitazioni giunte in tal senso dalle scuole. Il prolungamento copre infatti per intero l’anno scolastico, consentendo così alle classi di inserire la visita dell’allestimento temporaneo fra le “uscite” al museo Egizio programmate nella primavera”. “Archeologia Invisibile”, mettendo al centro i temi della ricerca e dell’interdisciplinarietà quali strumenti con cui addentrarsi nella biografia dei reperti egittologici e grazie a una forte impronta divulgativa, ha saputo infatti coinvolgere attivamente il pubblico svelando, con modalità e linguaggi accessibili in particolare alle nuove generazioni, l’affascinante attività di “investigazione” che le tecnologie contemporanee consentono di compiere nello studio di oggetti giunti a noi dal passato. Dall’utilizzo dell’archeometria nella documentazione degli scavi allo sbendaggio virtuale delle mummie, dalle analisi dei pigmenti pittorici a quelle sui vasi del corredo della tomba di Kha e Merit, le attività di studio e ricerca svolte dal museo rimangono quindi protagoniste delle sale destinate agli allestimenti temporanei al terzo piano del Collegio dei Nobili. “Siamo rimasti molto colpiti dall’interesse che ‘Archeologia Invisibile’ ha saputo suscitare, in particolare nei più giovani, risultando particolarmente adatta, nonché richiesta, dalle scuole”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Una conferma di quanto la ricerca e il rapporto tra egittologia e nuove tecnologie siano temi in grado di mettere in comunicazione i diversi pubblici che visitano il nostro Museo e coloro che ci lavorano, dai curatori, ai conservatori, agli scienziati che con noi hanno collaborato. Un valore aggiunto importante, che siamo lieti possa continuare a essere apprezzato e approfondito da coloro che visiteranno l’esposizione nei prossimi mesi”.

Goielli di Merit “ritrovati” sotto le bende della mummia con le nuove tecnologie (foto museo Egizio)

La mostra “Archeologia Invisibile” nasce dall’incontro fra il lavoro di ricostruzione storica degli archeologi e dei conservatori del museo Egizio sulla propria collezione e gli strumenti mutuati dalle più recenti frontiere dello sviluppo tecnologico. Cos’è in grado di raccontare un oggetto di sé? I nostri sensi, la vista in primis, ce ne restituiscono informazioni di base come l’aspetto, la dimensione, la forma, il colore, finanche le tracce che l’uomo, la natura o il tempo vi hanno impresso. Eppure, tutto ciò non è evidentemente sufficiente a disvelarne l’intera storia e il ciclo di vita, a partire dalla sua origine, né le reali funzioni, i contesti d’impiego, il valore materiale o simbolico e molto altro ancora. Nulla, fra ciò che ci circonda, ne è sottratto, ma quando tale principio viene traslato in ambito archeologico, l’approccio, nel farsi scientifico, comporta un grado di analisi superiore, che poggia proprio sulla conoscenza approfondita del reperto, il cui percorso biografico si amplia: anche l’oblio entra a far parte della narrazione e la vita dell’oggetto si dilata – potremmo forse dire si rianima – col momento stesso del suo ritrovamento e poi, ancora, col suo successivo destino in una collezione, con la sua musealizzazione.

Analisi Macro XRF sul cofanetto proveniente dal corredo della tomba di Kha scavata da Schiaparelli nel 1906 (foto museo Egizio)

Il progetto “Archeologia Invisibile” muove proprio dall’intento di esplorare l’affascinante dimensione di quell’attività d’investigazione che le moderne apparecchiature, applicate alle modalità d’indagine e ricerca dell’egittologia, consentono di compiere nello studio di un reperto archeologico: grazie alla crescente interazione con la chimica, la fisica o la radiologia, il patrimonio materiale della collezione di Torino rivela di sé elementi e notizie altrimenti inaccessibili, che permettono di tratteggiarne volti ancora ignoti. L’archeometria – insieme delle tecniche adottate per studiare i materiali, i metodi di produzione e la storia conservativa dei reperti – rende così possibile “interrogare” gli oggetti, domandare a un vaso, a una mummia, a un sarcofago chi siano davvero e perché oggi si trovino al museo Egizio. Quesiti con cui pubblico di “Archeologia Invisibile” si cimenta lungo un percorso espositivo che, con l’ausilio di tali strumenti, invita a guardare oltre il visibile, osservando da vicino i segreti custoditi all’interno degli oggetti, scoprendone aspetti inattesi e trovando risposte talvolta sorprendenti alla propria curiosità come alle domande degli archeologi, nonché ad alcuni rilevanti quesiti della scienza. Le tre sezioni in cui si articola la mostra – dedicate, nell’ordine, alla fase di scavo, alle analisi diagnostiche, a restauro e conservazione – a loro volta suddivise in dieci sottosezioni tematiche, propongono dimostrazioni concrete delle differenti aree di applicazione di questo connubio fra l’egittologia e le nuove tecnologie, a cui peraltro l’allestimento stesso ricorre, caratterizzandosi con installazioni multimediali e spazi d’interazione digitale per un’esperienza di visita immersiva, supportata da un’audioguida dedicata, realizzata dalla Scuola Holden.

La documentazione aerofotogrammetrica dello scavo di Saqqara (foto museo Egizio)

Documentare gli scavi. È lo scavo il primo fondamentale testimone da consultare in questa vera e propria attività d’investigazione: l’egittologo, al pari del detective di un caso giudiziario, pone le basi della sua indagine nella minuziosa analisi del luogo del ritrovamento. Non soltanto per conoscerne le caratteristiche – del terreno, delle sue stratificazioni, del tipo di sito, dell’insediamento ospitato ecc. – ma anche per documentarne, con la massima precisione, lo scenario e il contesto così come si presentava prima dell’avvio del dissotterramento e, soprattutto, della rimozione di quanto rinvenuto. In tale ambito, ad esempio, i recenti sviluppi della fotogrammetria permettono il ripristino virtuale di un contesto archeologico che materialmente potrebbe non più esistere, dando vita a un modello digitale che, “agganciandovi” i dati di scavo, diviene un archivio aggiornabile in tempo reale e facilmente accessibile alla comunità scientifica.

L’analisi del contenuto di un vaso in alabastro con la radiografia neutronica (foto museo Egizio)

Le analisi diagnostiche. Quasi come in una ulteriore fase di scavo, l’impiego sui reperti di tecniche d’indagine riconducibili alla cosiddetta archeometria porta alla luce diversi “strati invisibili” di dati. Studiare la natura fisica e materica degli oggetti significa quindi poterne osservare aspetti perlopiù invisibili all’occhio umano, spesso liberando da essi storie dimenticate. È il caso del corredo funerario della Tomba di Kha, un unicum nella collezione del Museo Egizio con 460 pezzi ritrovati integri e ottimamente conservati: benché giunti a Torino oltre un secolo fa, solo recenti esami diagnostici hanno permesso di iniziare conoscerli a fondo. Con le tomografie neutroniche, effettuate a Oxford presso lo Science & Technologies Facilities Council, si è ad esempio andati alla ricerca del contenuto di sette vasi sigillati realizzati in alabastro, accertandone la natura di recipienti riservati agli altrettanti oli sacri usati per il rito dell’imbalsamazione. Analogamente, l’indagine multispettrale ha consentito di compiere importanti scoperte sulla chimica dei colori utilizzati nell’Antico Egitto, come quella del “blu egizio”, il primo colore sintetico prodotto nella storia dell’umanità.

Ma anche le stesse mummie di Kha e della sua sposa Merit sono state sottoposte ad accurati accertamenti. In passato la conoscenza di quanto celato dalle bende era di fatto impossibile, se non compromettendo irrimediabilmente l’integrità della mummia, ma oggi l’azione combinata di analisi radiografiche e TAC ha permesso di realizzare un vero e proprio sbendaggio virtuale di questa coppia di 3400 anni fa: per il loro viaggio nell’aldilà entrambi furono ornati di gioielli dalla raffinata fattura – bracciali, collane, orecchini e un “scarabeo del cuore” – che oggi possiamo rivedere grazie alla modellazione 3D.

Lo studio e la conservazione dei tessuti è facilitato dalle nuove tecnologie (foto museo Egizio)

Conservazione e restauro. Oltre ad accompagnare la ricerca scientifica sui reperti, l’indagine archeometrica assume un ruolo fondamentale nella definizione dei metodi migliori di restauro e conservazione. Ne è un esempio il recente avvio di un lavoro congiunto fra il Museo Egizio, il Bundesanstalt für Materialforschung di Berlino e il Centre for the Study of Manuscript Cultures di Amburgo, in cooperazione con il progetto PAThs di Paola Buzi (Università La Sapienza di Roma). L’attività si concentra sull’analisi dei manoscritti copti della collezione egittologica torinese, raro esempio di biblioteca tardoantica ben conservata e interamente trasmessa tramite codici su papiro, prima che la pergamena diventasse il principale supporto. Dall’analisi degli inchiostri e del papiro sono attese informazioni su natura e provenienza dei materiali utilizzati nel laboratorio dello scriba, permettendo di definire gli interventi di restauro.

Sul sito del museo Egizio di Torino è possibile fare un “virtual tour” della mostra “Archeologia invisibile”

La proroga della mostra “Archeologia invisibile” si accompagna inoltre al lancio di ulteriori strumenti per la visita: è infatti disponibile sul sito del Museo un virtual tour della mostra. Uno strumento innovativo e immersivo, sviluppato da alcuni studenti del corso di laurea in Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino in collaborazione con lo studio creativo Robin Studio, che, utilizzando fotocamere a 360°, hanno realizzato una riproduzione 3D dell’esposizione. Grazie al virtual tour sarà così possibile esplorare le sale espositive e le vetrine ospitate, “navigandone” tutti gli elementi, dai video ai singoli reperti, da qualunque dispositivo: una novità disposizione di insegnati, studenti, e ovviamente di tutti i visitatori.