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Napoli. Al museo Archeologico nazionale nuova proroga, fino al 21 settembre, della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte

Francesco Sirano, direttore del mueo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

Ci sono stati due mesi in più per andare alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: ma la mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli inizialmente dal 3 aprile al 6 luglio 2026, e poi prorogata di due mesi, non chiuderà neppure il 31 agosto 2026, perché c’è un’ulteriore proroga fino al 21 settembre 2026: un’occasione in più per visitare le sale climatizzate al terzo piano: una piacevole sosta per scoprire i tanti significati del mito della sirena. Oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia.

Roma. Tra Terme di Diocleziano (antico), Foro romano (Medioevo) e Vittoriano (moderno e contemporaneo) la mostra “Roma in moneta: arte e potere nella storia della città eterna”, una grande esposizione diffusa che racconta oltre duemila anni di storia di Roma attraverso la moneta, uno dei più potenti strumenti di rappresentazione politica, economica, ideologica e culturale elaborati dall’Occidente

Mostra “Roma in moneta”: sezione alle Terme di Diocleziano: allestimento (foto mnr)

Mezzo di scambio, emblema del potere, veicolo di propaganda, oggetto artistico e supporto di memoria, la moneta ha accompagnato per secoli la costruzione dell’identità di Roma e della sua immagine nel mondo. Le monete coniate in città costituiscono per questo un osservatorio privilegiato sulle sue trasformazioni politiche, religiose, artistiche e sociali. Inaugurata il 2 luglio c’è tempo fino al 27 settembre 2026 per visitare la mostra “Roma in moneta: arte e potere nella storia della città eterna”, una grande esposizione diffusa che racconta oltre duemila anni di storia di Roma attraverso la moneta, uno dei più potenti strumenti di rappresentazione politica, economica, ideologica e culturale elaborati dall’Occidente.

Mostra “Roma in moneta”: sezione alle Terme di Diocleziano: allestimento (foto mnr)

La mostra è a cura di Alfonsina Russo (dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale), Edith Gabrielli (VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia), Simone Quilici (parco archeologico del Colosseo) e Federica Rinaldi (museo nazionale Romano). La mostra utilizza le monete come chiavi di lettura per ricostruire alcuni momenti cruciali della storia e della cultura di Roma, mettendole in dialogo con opere d’arte antica, dipinti, sculture, codici miniati, oreficerie, installazioni contemporanee e testimonianze della cultura materiale. Tre grandi musei dello Stato collaborano per la prima volta alla realizzazione di una mostra comune.

Mostra “Roma in moneta”: sezione alle Terme di Diocleziano: allestimento (foto mnr)
Mostra “Roma in moneta”: sezione al Tempio di Romolo al Foro romano: allestimento (foto PArCo)

Il percorso si articola in tre sezioni cronologiche: l’età antica al museo nazionale Romano, il Medioevo al parco archeologico del Colosseo, l’età moderna e contemporanea al VIVE. Le tre sezioni della mostra possono essere visitate sia in maniera autonoma sia secondo un percorso unitario. La sezione del museo nazionale Romano è affidata al coordinamento scientifico di Fabrizio Oppedisano (Scuola Normale Superiore di Pisa) e Massimiliano Papini (‘Sapienza università di Roma); quella del parco archeologico del Colosseo di Sandro Carocci (università di Roma “Tor Vergata”), Serena Romano (università di Losanna) e Dario Internullo (università di Roma Tre); quella del VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia di Francesco Benigno (Scuola Normale Superiore di Pisa), Edith Gabrielli e Matteo Sanfilippo (università della Tuscia). Il comitato scientifico comprende, oltre ai coordinatori, Barbara Agosti, Marta Barbato, Federico Barello, Lorenzo Canova, Raffaella Morselli, Massimo Osanna, Emanuele Pellegrini, Roberto Pinto, Pier Paolo Racioppi, Alessia Rovelli, Lucia Travaini e Claudio Zambianchi.

Mostra “Roma in moneta”: sezione al Tempio di Romolo al Foro romano: allestimento (foto PArCo)
Mostra “Roma in moneta”: sezione alle Terme di Diocleziano: allestimento (foto mnr)

Il percorso si articola in venticinque sottosezioni – otto al museo nazionale Romano, otto al parco archeologico del Colosseo e nove al VIVE – dedicate ad altrettanti episodi cruciali nella storia di Roma e alle relative temperie culturali, inclusi l’elezione di Giulio Cesare dittatore, il rientro di papa Martino V dalla cattività avignonese e la breccia di Porta Pia. Ciascuna sottosezione prende avvio da una moneta e mette in relazione opere d’arte, testi di approfondimento e innovativi strumenti digitali, concepiti come supporti alla visita e strumenti di interpretazione. La mostra presenta oltre 160 opere, dall’antichità al contemporaneo. Le monete antiche provengono dal Medagliere del museo nazionale Romano, da poco riaperto al pubblico e interessato da un importante progetto di digitalizzazione finanziato con fondi PNRR; le monete contemporanee dal museo della Zecca. Le opere d’arte sono concesse in prestito dai principali musei dello Stato italiano, dalla sovrintendenza Capitolina, dai Musei Vaticani, da numerosi musei civici, da archivi, fondazioni, gallerie e collezionisti privati.

Mostra “Roma in moneta”: sezione al Tempio di Romolo al Foro romano: allestimento (foto PArCo)
Mostra “Roma in moneta”: sezione al Vittoriano: “Untitled” di Maurizio Cattelan (foto vive)

Tra le opere di maggior rilievo figurano, al museo nazionale Romano, il Piatto onorario di Ardabur Aspar (Firenze, museo Archeologico nazionale), il Ritratto di Giulio Cesare (Musei Vaticani) e il Ritratto di Costantino (Roma, Sovrintendenza Capitolina); al parco archeologico del Colosseo, gli affreschi da Santa Maria in Via Lata con I sette dormienti (Roma, Crypta Balbi) e la Madonna di Pietro di Belizo e Belluomo (Parma, Fondazione Magnani-Rocca); al VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia, il Messale della Rovere decorato da Jacopo Rivaldi, capolavoro della miniatura quattrocentesca (Torino, Archivio di Stato); il Ritratto di papa Alessandro VII Chigi di Gianlorenzo Bernini (Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica) e Untitled di Maurizio Cattelan, che chiude il racconto sul presente europeo.

Un libro al giorno. “Il Palazzo delle Carceri Nuove. Storia recupero e valorizzazione della sede della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo” a cura di Massimo Osanna e Daniela Porro

Copertina del libro “Il Palazzo delle Carceri Nuove. Storia recupero e valorizzazione della sede della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo” a cura di Massimo Osanna e Daniela Porro

È uscito per i tipi de L’Erma di Bretschneider il libro “Il Palazzo delle Carceri Nuove. Storia recupero e valorizzazione della sede della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo” a cura di Massimo Osanna e Daniela Porro. Il libro illustra gli esiti di un articolato lavoro di ricerca, restauro e valorizzazione incentrato sul Palazzo delle Carceri Nuove di Roma, oggi sede della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. L’iniziativa – promossa dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo in collaborazione con il ministero della Cultura, attraverso la soprintendenza Speciale archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma e la direzione generale Musei, con il comando carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, il Provveditorato interregionale alle Opere pubbliche per il Lazio, l’Abruzzo e la Sardegna e la Scuola di Specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio della Sapienza università di Roma – ha consentito di approfondire la storia architettonica dell’edificio e di restituire così piena leggibilità a uno dei complessi monumentali più significativi della capitale. A completamento dell’intervento di riqualificazione del Palazzo delle Carceri Nuove è stato realizzato un percorso espositivo permanente, inserito in modo organico all’interno di un contesto istituzionale pienamente operativo. L’allestimento riunisce apparati documentari che raccontano le trasformazioni dell’edificio nel tempo, reperti archeologici e dipinti derivanti dai recuperi effettuati dal comando carabinieri Tutela Patrimonio Culturale insieme a materiali provenienti dai depositi del museo nazionale Romano. Attraverso saggi specialistici, un’ampia documentazione fotografica e un ricco catalogo, la pubblicazione ripercorre la storia del Palazzo delle Carceri Nuove dalla sua costruzione fino ai giorni nostri, documentando un’opera di rilevante interesse pubblico e un modello particolarmente significativo di collaborazione tra amministrazioni, organi dello Stato e istituzioni scientifiche

Roma. A Castel Sant’Angelo la mostra “Ercolano. L’arte di vivere” con reperti straordinari dai depositi del parco archeologico di Ercolano, raramente esposti al pubblico, che raccontano la vita quotidiana dell’antica città preservata dall’eruzione del 79 d.C.

Reperti straordinari provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano e raramente esposti al pubblico, oggetti che raccontano la vita quotidiana dell’antica città preservata dall’eruzione del 79 d.C., un pane sfornato duemila anni fa e carbonizzato dall’eruzione del Vesuvio, insieme ad alimenti, reperti organici, stoviglie, arredi e utensili d’uso quotidiano. Dal 22 luglio al 18 ottobre 2026 Castel Sant’Angelo apre le sue sale monumentali alla mostra “Ercolano. L’arte di vivere”, a cura di Massimo Osanna, capo dipartimento Attività culturali del ministero della Cultura; Federica Colaiacomo, direttrice del parco archeologico di Ercolano; Luca Mercuri, direttore dell’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – direzione Musei nazionali della città di Roma; e di Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, mostra che conduce il visitatore alla scoperta della città vesuviana, fermata per sempre dall’eruzione del Vesuvio. Il progetto nasce dalla felice collaborazione tra Castel Sant’Angelo e il parco archeologico di Ercolano. L’esperienza della mostra “Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola nell’antichità”, presentata nelle sale affrescate di Villa Campolieto a Ercolano, costituisce il punto di partenza di un nuovo progetto espositivo, completamente ripensato per gli spazi monumentali della Mole Adriana. Il percorso, articolato in sette sezioni, amplia significativamente il racconto, estendendolo dall’alimentazione alla vita quotidiana dell’antica Ercolano, ed è arricchito da una selezione di oltre 70 reperti, molti dei quali finora custoditi nei depositi del Parco archeologico e presentati eccezionalmente al pubblico in occasione di questa mostra.

Allestimento della mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo (foto paerco)

“Con questa iniziativa”, commenta Luca Mercuri, direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – direzione Musei nazionali della città di Roma e curatore della mostra, “Castel Sant’Angelo conferma la propria vocazione a essere luogo di incontro tra patrimoni, istituzioni e pubblici diversi. Questa mostra nasce da una collaborazione che testimonia quanto il dialogo tra musei possa generare progetti culturali di qualità, capaci di ampliare le occasioni di conoscenza e di valorizzare il patrimonio attraverso nuovi percorsi di visita. Per Castel Sant’Angelo è motivo di particolare soddisfazione dare vita a un progetto espositivo che mette in relazione due realtà di straordinario valore e propone ai visitatori un’esperienza culturale ricca e originale. Si inserisce inoltre in una programmazione culturale sempre più ampia e diversificata che, attraverso mostre, eventi e iniziative, conferma il Castello come un luogo vivo, aperto al dialogo tra epoche, linguaggi e pubblici differenti”.  

Allestimento della mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo (foto paerco)

“Ercolano, come Pompei, offre una testimonianza straordinaria della vita di una città romana”, sottolinea Massimo Osanna, capo del dipartimento per le Attività culturali e curatore della mostra. “Le particolari condizioni di conservazione determinate dall’eruzione del 79 d.C. hanno preservato edifici, arredi e oggetti d’uso quotidiano, permettendo di ricostruire le attività, le abitudini alimentari e le forme della convivialità dei suoi abitanti. La mostra presenta questo patrimonio attraverso i risultati della ricerca più recente, offrendo al pubblico nuovi strumenti per comprendere la società romana e la sua vita quotidiana. Portare questo racconto a Roma amplia le occasioni di conoscenza di un contesto archeologico unico e conferma il ruolo dei musei come luoghi di ricerca, confronto e partecipazione”. 

Allestimento della mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo (foto paerco)

“Portare Ercolano a Castel Sant’Angelo significa far compiere alla città antica un viaggio quasi naturale”, interviene Federica Colaiacomo, direttrice del parco archeologico di Ercolano e curatrice della mostra, “si tratta di due luoghi che la storia ha sepolto sotto strati diversi — uno di cenere e lava, l’altro di funzioni e trasformazioni continue — e che oggi tornano a raccontarsi a vicenda. In questa mostra abbiamo voluto restituire al pubblico non i monumenti, ma la vita: i gesti quotidiani, i sapori, gli oggetti d’uso che rendono Ercolano una delle testimonianze più intime e vivide del mondo antico. È un progetto che nasce dal dialogo tra le nostre istituzioni e che desidero ringraziare di cuore per aver reso possibile. Un ringraziamento speciale va a PHI per la preziosa e continua collaborazione, che ha accompagnato anche questo percorso attraverso i contenuti del progetto Ercolano Digitale, e a tutto il personale del Parco Archeologico di Ercolano, che con competenza, entusiasmo e una costante disponibilità a mettersi in gioco ha reso possibile ogni forma di collaborazione. Portare a Roma, nel cuore della Capitale, un pezzo autentico dell’arte di vivere degli antichi ercolanesi è il risultato di un impegno condiviso e di una visione comune”.

Mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo: stoviglie e reperti organici (foto paerco)

“Ercolano è uno straordinario laboratorio a cielo aperto”, dichiara Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli e curatore della mostra. “La ricchezza dei materiali rinvenuti, insieme alla quantità e alla varietà delle testimonianze conservate, porta una luce eccezionale sul tema del cibo nel mondo antico. Sono certo che lo studio di Ercolano, luogo da cui ha preso avvio l’archeologia sistematica occidentale, permetterà di approfondire e comprendere meglio anche molti dei reperti custoditi nel Museo archeologico nazionale di Napoli. Ercolano continua dunque a rappresentare una fonte inesauribile di conoscenza e potrà riservarci, anche in futuro, nuove e importanti scoperte”.

“Natura morta” dalla Casa dei Cervi di Ercolano (foto paerco)

“Ercolano. L’arte di vivere”, commenta Alfonsina Russo, capo del dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale, “rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra gli istituti del ministero della Cultura possa generare progetti di alto profilo scientifico e al tempo stesso raggiungere pubblici sempre più ampi. La circolazione delle opere, la condivisione delle competenze e il dialogo tra musei rafforzano il Sistema museale nazionale, creando nuove occasioni di conoscenza e valorizzando il patrimonio attraverso reti e percorsi condivisi. È questa la direzione nella quale intendiamo continuare a investire: una valorizzazione capace di mettere in connessione luoghi, collezioni e persone, ampliando l’accessibilità e la partecipazione culturale”.

La wunderkammer che apre il percorso espositivo della mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo (foto paerco)

Il percorso si apre con una straordinaria Wunderkammer, una “camera delle meraviglie” ispirata alle celebri raccolte rinascimentali. Vi sono riuniti 42 reperti di eccezionale valore provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano: statue, busti, affreschi, gioielli e oggetti della vita quotidiana che raccontano la raffinatezza artistica, il livello culturale e la qualità della vita nell’antica città alla vigilia della catastrofe. Come nelle originarie camere delle meraviglie, l’obiettivo non è soltanto esporre, ma suscitare stupore. Il visitatore entra quindi nel cuore dell’evento che ha segnato il destino di Ercolano: una sala immersiva dedicata all’eruzione del Vesuvio, tra contenuti audiovisivi, dipinti, stampe e arti decorative che documentano la costruzione dell’immaginario del vulcano nell’Europa del Grand Tour. Accanto alla tradizione resa celebre da Pierre-Jacques Volaire, la tempera di Giacomo e Antonio Baseggio (1784), la Burrasca al chiaro di luna nel Golfo di Napoli (1822) di Joseph Rebell e una rara porcellana della manifattura Poulard Prad restituiscono il fascino del sublime che attirò a Napoli viaggiatori, artisti e studiosi da tutta Europa.

Mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi (foto paerco)

Dal mito alla strada: la mostra ricostruisce poi, con installazioni audiovisive e reperti archeologici, la città viva, con le sue botteghe e i thermopolia, luoghi destinati alla vendita di cibi e bevande pronti per il consumo quotidiano. Tra i reperti più sorprendenti, le pagnotte carbonizzate dall’eruzione ma conservate intatte, identiche a quelle raffigurate nel celebre affresco pompeiano della distribuzione del pane, e le teglie del forno di Sextus Patulcius Felix, parte di una serie di 25 stampi rinvenuti a Ercolano. Il percorso entra quindi nell’intimità della domus, tra cucina e dispensa: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi – documentano con rara precisione la dieta quotidiana degli antichi ercolanesi.

Mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo: tavolino in ligno con oggetti del simposio, e al centro la larva convivialis (foto paerco)

Il racconto prosegue con il vino, tra le attività economiche più floride della Campania antica – Plinio il Vecchio celebrava il Falerno come uno dei vini più rinomati del suo tempo – e al tempo stesso ponte verso il divino nel culto di Bacco, dio della vite, della fertilità e dell’ebbrezza rituale. Gran finale nella sala dei banchetti, dove una meridiana in marmo scandisce i tre momenti dell’alimentazione antica – ientaculum, prandium cena – tra campanelli in bronzo, vasellame in vetro, bronzo e argento e l’oggetto forse più peculiare della mostra: la larva convivialis, la piccola figurina scheletrica che, posata sulla tavola, ricordava ai commensali la brevità della vita e li invitava, sulle orme di Epicuro, a godere dei piaceri del convivio.

Mostra “Ercolano. L’arte di vivere” a Castel Sant’Angelo: supporti multimediali (foto paerco)

La scelta di Castel Sant’Angelo come sede espositiva riveste un significato particolare. Il monumento, emblema della stratificazione storica di Roma – da mausoleo imperiale a fortezza, da residenza papale a museo – offre l’occasione per un dialogo tra due luoghi profondamente diversi ma accomunati dalla capacità di conservare, ciascuno secondo la propria storia, straordinarie testimonianze del passato. Il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso questo patrimonio eccezionale grazie al dialogo tra reperti archeologici, installazioni multimediali e ambientazioni immersive. La colata piroclastica che investi Ercolano nel 79 d.C. ha preservato edifici, oggetti, alimenti e materiali organici, trasformando una catastrofe in una straordinaria fonte di conoscenza e restituendo una documentazione unica sulle pratiche alimentari, le attività lavorative, la cura del corpo, le relazioni sociali nel mondo romano antico.

Archeologia in lutto. Si è spento, stroncato da un male incurabile a 60 anni, l’archeologo Clemente Marconi, tra i maggiori esperti di archeologia del Mediterraneo antico e del mondo greco d’Occidente, il cui nome è legato a filo doppio con Selinunte. Ecco il ricordo di enti culturali e colleghi

Il prof. Clemente Marconi, il grande archeologo di Selinunte, morto a 60 anni (foto museiitaliani)

Archeologia in lutto. Il 23 luglio 2026, si è spento a New York, dove era docente alla New York University, stroncato da un male incurabile, l’archeologo Clemente Marconi, tra i maggiori esperti di archeologia del Mediterraneo antico e del mondo greco d’Occidente, il cui nome è legato a filo doppio con Selinunte, in Sicilia. Aveva 60 anni- Era nato a Rona il 12 gennaio 1966. Lascia la moglie Rosalia Pumo e due figli. La triste notizia è rimbalzata da una sponda all’altra dell’oceano Atlantico fino alla Sicilia, dove le attestazioni di cordoglio sono venute da enti culturali e colleghi archeologi. A dare la triste notizia è stata proprio la moglie Rosalia Pumo, a sua volta archeologa, conosciuta al museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, che ha informato innanzitutto il direttore del Parco archeologico di Selinunte Felice Crescente. “Il 22 luglio mio fratello Clemente si è addormentato per sempre”, scrive la sorella Carolina Marconi. “Per metà della sua vita è stato tormentato da problemi di salute. Ma ha sempre lottato come un leone, e la vita gli ha dato una moglie e due figli stupendi. Gli ha dato un lavoro che adorava, sempre in movimento fra New York, Roma, Milano e l’amata Selinunte. Ora è in pace, insieme a papà e a tutti gli altri cari che non ci sono più”. Ha ricoperto incarichi accademici sia negli Stati Uniti che in Italia, ricoprendo il ruolo di James R. McCredie Professor of Greek Art and Archaeology, professore universitario all’Institute of Fine Arts della New York University e professore ordinario di Archeologia classica al dipartimento di Patrimonio culturale e ambientale dell’università di Milano. Marconi diresse anche gli scavi dell’Istituto di Belle Arti della New York University e dell’università di Milano sull’acropoli di Selinunte. E la Scuola Archeologica Italiana di Atene: “Con lui l’archeologia classica perde uno dei suoi maggiori protagonisti. Ricercatore di eccezionale valore, maestro autorevole e innovatore, Clemente ha saputo congiungere come pochi il rigore del metodo, la conoscenza dell’arte greca e l’esperienza concreta dello scavo. Per noi, tuttavia, non era soltanto una figura eminente dell’archeologia. Era un amico generoso, affettuoso e leale, capace di entusiasmo, ironia e rara umanità. La sua assenza apre un vuoto che nessuna formula di circostanza può colmare. La Scuola si stringe con commozione alla famiglia, agli allievi, ai colleghi e a tutti coloro che gli hanno voluto bene. Caro Clemente, ci mancheranno la tua lucidità, il tuo sorriso e la gioia con cui sapevi fare dell’archeologia una passione condivisa”.

Marconi ha conseguito la laurea in Lettere Classiche e Arti e Archeologia Greca e Romana all’università di Roma la Sapienza nel 1990. Nel 1997 ha conseguito il dottorato in Arte Classica e Archeologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è stato formato da Salvatore Settis. La sua formazione accademica ha enfatizzato un approccio interdisciplinare al mondo antico, fondendo metodologie storiche, filologiche, archeologiche e di storia dell’arte. Dopo aver conseguito il dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Marconi ha insegnato, dal 1999 al 2006, Arte e Archeologia Greca nel dipartimento di Storia dell’Arte e Archeologia della Columbia University. Nel 2006 ha lasciato la Columbia University per entrare all’Institute of Fine Arts della New York University, dove ha insegnato Arte Greca e Archeologia. Nel 2010–2011 Marconi è stato Elizabeth A. Whitehead Professor all’American School of Classical Studies di Atene. Dal 2017 ha anche insegnato Archeologia Classica all’università di Milano. Nel 2019 è stato professore ospite all’Australian Archaeological Institute ad Atene. A partire dal 2006, Marconi ha diretto gli scavi dell’Institute of Fine Arts—New York University a Selinunte. Oltre all’insegnamento e al lavoro sul campo, Marconi ha avviato il Seminario di Arte Antica e Archeologia presso l’Institute of Fine Arts della New York University nel 2012. Il seminario mira a esplorare criticamente nuove metodologie e approcci teorici nello studio dell’arte e dell’architettura antica. Nel 2021 è diventato membro dell’Accademia nazionale dei Lincei e dell’Academia Europaes.

A partire dal 2006, Marconi ha diretto gli scavi dell’Institute of Fine Arts–New York University sull’acropoli di Selinunte, uno dei siti più significativi per l’archeologia greca e punica in Italia. Il suo lavoro a Selinunte, in collaborazione con il parco archeologico di Selinunte, e, a partire dal 2017, con l’università di Milano, ha visto la collaborazione di un numero considerevole di specialisti affiliati a numerose istituzioni accademiche e di ricerca europee e americane. Il suo lavoro portò a importanti scoperte riguardanti il principale santuario urbano del sito, lo sviluppo storico e l’archeologia della religione greca nei periodi Arcaico e Classico. I ritrovamenti del Tempio R, uno dei primi edifici monumentali di culto del sito, completamente sigillato nei suoi livelli arcaico e classico, contribuirono in modo significativo all’apertura, nel 2017, del museo locale nel Baglio Florio. Analogamente, la ricerca di Marconi sulle metope di Selinunte e il lavoro del progetto Selinunte sul Tempio B nel principale santuario urbano hanno portato a una nuova esposizione dei reperti provenienti da Selinunte al museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo, dove è stato nominato consulente per la ristrutturazione del museo tra il 2009 e il 2015.

Felice Crescente con Clemente Marconi (foto regione siciliana)

PARCO ARCHEOLOGICO DI SELINUNTE, CAVE DI CUSA E PANTELLERIA. Quando il professor Clemente Marconi parlava di Selinunte, aveva gli occhi che brillavano, come un ragazzino al primo amore. Perché l’archeologo romano conosceva sul serio ogni pietra, restava sotto il sole asfissiante dell’estate se aveva anche lontanamente l’impressione che qualcosa di nuovo stava saltando fuori. E questa terra lo ha ricompensato, regalandogli i suoi segreti, la sua storia frastagliata che si leggeva in controluce, di reperto in reperto. Marconi amava Selinunte e Selinunte amava Marconi; era un rapporto esclusivo, non ammetteva terze parti. E questo suo amore spassionato lo ha trasferito alle decine di studenti provenienti da tutto il mondo, che ogni anno accorrevano a Selinunte. “Clemente Marconi ha veramente amato Selinunte, le ha dedicato decenni di ricerca, passione e rigore scientifico”, afferma, molto addolorato, Felice Crescente, direttore del parco archeologico di Selinunte, “con un trasporto straordinario che andava ben oltre il lavoro da archeologo. Ogni sua campagna di scavo ci regalava un nuovo tassello della storia complessa e stratificata di questo sito che ha anche tanto da raccontarci. Ci mancherà moltissimo Clemente Marconi. Dalla mia finestra lo vedevo sugli scavi, sempre con un abito di lino bianco e il cappello, pareva una nuvola: ci mancheranno le sue discussioni dotte, la cura e la delicatezza che metteva in ogni studio o attività. Ma la sua eredità continuerà a vivere negli studi, nelle scoperte e nella memoria di Selinunte”.

MUSEI ITALIANI. I museiitaliani ricordano il prof. Clemente Marconi, archeologo classico di fama internazionale, che ha legato il suo nome agli scavi e alle ricerche archeologiche di Selinunte, a partire dai celebri studi sulle metope. Accademico dei Lincei e membro di numerose istituzioni scientifiche e accademie, si è contraddistinto per il rigore scientifico e metodologico e per la generosità nei confronti di colleghi e allievi. Negli ultimi mesi stava collaborando con la Direzione generale Musei al progetto di riallestimento del Museo archeologico nazionale di Metaponto: il prof. Massimo Osanna lo aveva chiamato a far parte del gruppo di lavoro, insieme al prof. Carlo Rescigno, per l’elaborazione del nuovo progetto espositivo del Museo, proprio in ragione della sua autorevole competenza sul mondo greco d’Occidente. Tutta la comunità scientifica del Ministero della Cultura si unisce nel ricordo dell’illustre studioso, e dell’esempio della sua straordinaria figura umana e professionale.

L’archeologo Clemente Marconi al museo Archeologico di Metaponto (foto drm-basilicata)

DIREZIONE REGIONALE MUSEI NAZIONALI BASILICATA. I Musei nazionali di Matera – Direzione Regionale Musei nazionali della Basilicata esprimono il più profondo cordoglio per la scomparsa del prof. Clemente Marconi, eminente archeologo, professore all’Università di Milano e all’Institute of Fine Arts di New York, Accademico dei Lincei, direttore della missione di scavo a Selinunte. Componente del comitato scientifico del museo Archeologico nazionale di Metaponto, aveva appena terminato la sistemazione della sezione scultorea del nuovo allestimento. Di lui ricordiamo, oltre alla profonda competenza scientifica, la straordinaria umanità, la simpatia, la cordialità e la contagiosa allegria. Raccogliamo con profonda gratitudine la preziosa eredità della sua esperienza metapontina, che sarà per sempre custodita nelle soluzioni espositive da lui ideate.

L’archeologo Clemente Marconi (foto drm-calabria)

PARCHI ARCHEOLOGICI DI CROTONE E SIBARI. I parchi archeologici di Crotone e Sibari e il direttore Filippo Demma salutano il professor Clemente Marconi: amico e maestro.

Rossella Giglio con Clemente Marconi (foto profilo FB rossella giglio)

Rossella Giglio, archeologa, Regione Siciliana. “Partecipo una tristissima notizia, la scomparsa a New York di Clemente Marconi, un collega, illustre studioso. Le nostre strade professionali per lungo tempo si sono incontrate proficuamente. Un abbraccio alla moglie Rosalia Pumi e a tutta la famiglia”.

Serena Raffiotta, archeologa. “Una brutta notizia per l’archeologia internazionale. Una grandissima perdita per la Sicilia. Clemente Marconi era amico di tutti. Un Genio nel campo della scultura e dell’architettura greca di Sicilia. È stato tra i primi a pubblicare studi scientifici di elevato rigore scientifico sugli acroliti e la Dea di Morgantina, esaminando i reperti negli Stati Uniti prima ancora del loro rimpatrio. Mancherà a tutti noi. Oggi è un giorno tristissimo. Condoglianze di vero cuore alla sua famiglia”.

Massimo Cultraro, archeologo. “In una torrida estate infuocata anche dalle sterili polemiche sul film di Nolan, oggi Clemente Marconi (1966-2026), archeologo e studioso visionario, termina la sua Odissea. Perdiamo un valido ricercatore e formatore di una vera scuola, a me viene sottratto un vecchio e speciale amico. Buona navigazione Clemente…verso le isole dei Beati dove un giorno ci riabbracceremo. Mi stringo a Rosalia e ai suoi ragazzi”.

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA. “Il parco archeologico di Ostia antica si unisce al cordoglio della comunità scientifica internazionale per la scomparsa di Clemente Marconi, archeologo di straordinario prestigio, studioso dell’arte e dell’architettura del mondo greco e protagonista di alcune tra le più importanti ricerche archeologiche degli ultimi decenni. Con il suo rigore scientifico, la passione per la ricerca e la generosità con cui ha condiviso il sapere con colleghi e allievi, Clemente Marconi ha lasciato un segno profondo negli studi sull’antichità, contribuendo in modo determinante alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio archeologico del Mediterraneo. La sua opera continuerà a vivere nelle sue pubblicazioni, nelle scoperte che ha consegnato alla comunità scientifica e nelle tante persone che ha formato e ispirato. Alla famiglia, ai colleghi, agli allievi e a tutti coloro che ne hanno condiviso il percorso umano e scientifico il Parco archeologico di Ostia antica esprime le più sentite condoglianze”.

Giuseppe Castellana, archeologo. “Ho appreso la notizia dolorosa della morte di Clemente Marconi che ho avuto modo di conoscere e di apprezzare per le sue straordinarie doti di studioso quando lo ebbi come collaboratore borsista al museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento. Furono anni di intenso lavoro e Clemente schedò centinaia di manufatti del Museo di seconda scelta e di magazzino con profonda conoscenza. Fu un rapporto di amicizia sincera e al museo di Agrigento conobbe Rosalia Pumo con cui si fidanzò e che poi sposò. Siamo stati in certo senso complici di quel matrimonio che si tenne poi a Salemi. Quando partì per gli Stati Uniti perdemmo un grande collaboratore ma negli Stati Uniti si fece conoscere prima alla Columbia University e poi alla New York University come docente molto seguito ed apprezzato. Tutti i colleghi conoscono la sua rapida carriera di grande studioso della scultura greca e soprattutto di quella siceliota e selinuntina. Lo ricordo con grande affetto. Non ci siamo rivisti negli ultimi anni specie da quando sono andato in pensione. Ricordo un incontro che ebbi con Clemente a New York presso Central Park dove discutemmo di un progetto per una Mostra da realizzare proprio a New York sulle necropoli siceliote. Eravamo amareggiati per i tanti magnifici pezzi archeologici del Metropolitan Museum provenienti anche dalla Sicilia ma che non recavano mai la provenienza. Erano gli anni del ritorno in Sicilia della Dea di Aidone dal Paul Getty Museum di Los Angeles Malibu e delle accese polemiche che culminarono anche in una visita di Soprintendenti italiani organizzata dalla Ambasciata Americana in Italia sulla restituzione di opere provenienti dall’Italia in esposizione nei Musei Americani. A quella visita fui invitato assieme alla collega Ciiurcina allora direttrice del museo “Paolo Orsi” di Siracusa. Clemente fu uno degli archeologi che si batté per la restituzione di opere illegalmente trafugate. Clemente sei stato un grande studioso non solo ma sei stato un Uomo di grandi valori umani ed hai lasciato un patrimonio aere perennius. La Terra non ti sia grave. Riposa in pace. Alla moglie Rosalia e ai figli le più sentite condoglianze”.

Angela Bellia con Clemente Marconi (foto profilo FB bellia)

Angela Bellia, archeologa. “Oggi è un giorno di grandissima tristezza e di profonda inquietudine, di quelli in cui ci si interroga sul senso della vita e della morte, che ha portato via una persona buona, interamente dedita all’avanzamento della conoscenza. È venuto a mancare un caro amico e uno studioso straordinario, Clemente Marconi. È stato il supervisor della mia prima fellowship Marie Curie alla New York University dove mi ha accolta, e da lì il nostro lavoro è proseguito negli anni, condividendo la pubblicazione di volumi e la partecipazione a numerose conferenze. In tutto questo tempo, non mi ha mai fatto mancare il suo incoraggiamento e i suoi consigli preziosi. Clemente è stato un grande archeologo e storico dell’arte a cui va il merito indiscusso di aver aperto nuove strade nella ricerca e di aver proposto letture inedite. Ma al di là della sua immensa caratura accademica, era di una generosità rara. Lo è stato con me come lo era con tutti, dimostrando un’attenzione speciale e un grande supporto specialmente verso i ricercatori e le ricercatrici più giovani. Con il cuore a pezzi, mando il mio abbraccio più grande a sua moglie Rosalia Pumo, cara amica, e ai loro due ragazzi. Grazie di tutto, Clemente”.

Laura Volpe con Clemente Marconi (foto profilo FB volpe)

Laura Volpe, archeologa. “Ci sono persone che, forse senza rendersene conto, cambiano il corso della vita degli altri. Undici anni fa il professor Clemente Marconi mi diede un’opportunità e scelse di credere in me quando ero solo all’inizio del mio percorso. Oggi, se sono coordinatrice del Conservation Lab sullo scavo archeologico di Selinunte e se sono la professionista che sto diventando, è anche grazie alla fiducia che ripose in me. Porterò sempre con me gli insegnamenti ricevuti, il rigore, la passione e l’amore per questo straordinario lavoro che è l’archeologia. Nonché i suoi indimenticabili “Evviva!!!!”. Grazie Clemente per aver creduto in me e in tanti altri giovani. Il suo esempio continuerà a vivere nel nostro lavoro, ogni giorno. Che la terra di Selinunte Le sia lieve”.

Maria Cecilia Parra, archeologa. “Volevo rispettare il silenzio richiestomi sulla scomparsa di Clemente, ma vedo un pullulare di post e non posso non aggiungere il mio. Ma nel dolore, mi limito a ricordare Clemente nei suoi anni pisani e poi a Entella, con me sullo scavo di una cava di gesso nell’area del complesso monumentale del vallone orientale , e poi ancora in un sopralluogo, io e lui soli, in una cava di Menfi, lui con tutti i suoi strumenti per la lavorazione dei materiali lapidei … era il momento del suo studio sulle metope del tempio E di Selinunte … gli strumenti non piacquero ai Carabinieri che ci fermarono per strada ma … È superfluo parlare dello studioso valente che in tanti stanno ricordando, in questo momento ricordo soltanto l’amico. Ciao Clemente”.

Giuliano Volpe, archeologo. “Apprendo con profondo dispiacere della scomparsa di una grande studioso, un grande archeologo, Clemente Marconi, un esponente di punta della moderna archeologia classica”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale prorogata al 31 agosto la mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte

Francesco Sirano, direttore del mueo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

Altri due mesi per andare alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: è stata prorogata fino al 31 agosto 2026 la mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 3 aprile al 6 luglio 2026. Oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Roma. Il MIC per 15 milioni acquisisce dagli eredi dei Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani la Tomba François di Vulci, uno dei più importanti capolavori della pittura etrusca e della pittura antica. Dal 25 giugno sarà esposta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia con eccezionali prestiti da Parigi, Londra, Bruxelles, Losanna, Vaticano, Roma

Nestore, il leggendario re di Pilo ricordato da Omero: dettaglio dei dipinti della Tomba François di Vulci, ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto mic)
Ministero della Cultura: da sinistra, il ministro Alessandro Giuli, il direttore generale dei Musei Massimo Osanna e la direttrice del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto mic)

La Tomba François è dello Stato italiano. Con la firma dell’atto di compravendita, avvenuta venerdì 29 maggio 2026 al ministero della Cultura alla presenza del ministro Alessandro Giuli, la celebre Tomba François di Vulci entra ufficialmente a far parte del patrimonio dello Stato italiano, a 169 dalla scoperta e a più di 100 dalla manifestazione di interesse dell’amministrazione statale. Uno dei più importanti capolavori della pittura etrusca e della pittura antica sarà così definitivamente consegnato alla piena fruizione pubblica e dal 25 giugno 2026 troverà collocazione permanente al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. L’acquisizione è stata resa possibile grazie alla collaborazione degli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani, proprietari dell’opera e al lavoro congiunto della direzione generale Musei, diretta da Massimo Osanna e del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Luana Toniolo. Il ministero della Cultura raggiunge così un risultato di eccezionale rilievo per il patrimonio culturale nazionale, chiudendo un percorso avviato oltre un secolo fa, quando già nel 1921 lo Stato manifestò il proprio interesse per l’acquisizione della Tomba François, e riportando sotto tutela pubblica un monumento fondamentale per la conoscenza della civiltà etrusca e dell’immaginario figurativo del Mediterraneo antico. L’operazione, del valore complessivo di 15 milioni di euro, rappresenta uno dei più importanti investimenti realizzati negli ultimi anni dal ministero della Cultura nel campo delle acquisizioni patrimoniali.

Autorità, tecnici ed esperti intervenuti alla presentazione al MIC dell’acquisizione della Tomba François: al centro il ministro Giuli (foto mic)

“L’acquisizione della Tomba François rappresenta un risultato di straordinario valore per il patrimonio culturale nazionale e testimonia l’impegno del ministero della Cultura nel rafforzare le collezioni pubbliche attraverso la restituzione alla collettività di opere fondamentali della nostra storia”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Con questo atto lo Stato acquisisce uno dei più importanti capolavori della pittura etrusca e dell’arte antica mediterranea, consegnandolo definitivamente alla fruizione pubblica e alla ricerca scientifica. La Tomba François è una testimonianza identitaria della civiltà etrusca e del ruolo centrale che essa ha avuto nella formazione culturale dell’Italia antica. Questa acquisizione conferma la volontà del ministero di investire nella tutela, nella valorizzazione e nell’accessibilità del patrimonio culturale come bene comune e strumento di conoscenza condivisa”.

Eteocle e Polinice: dettaglio dei dipinti della Tomba François di Vulci, ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto mic)

Per celebrare questa importante acquisizione, il 25 giugno 2026 sarà inaugurata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia una grande esposizione dedicata alla Tomba François. Grazie alla collaborazione di alcune delle più prestigiose istituzioni museali italiane e internazionali, sarà possibile ricomporre idealmente il contesto originario del monumento. Il Musée du Louvre, il British Museum, il Royal Museum of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma hanno concesso prestiti eccezionali che permetteranno di riunire reperti, documenti, copie storiche e opere provenienti dal corredo della tomba o connesse alla sua vicenda collezionistica. L’allestimento, concepito secondo i più avanzati criteri di accessibilità fisica e cognitiva, consentirà al pubblico di approfondire la conoscenza del monumento attraverso strumenti innovativi, tavoli tattili e contenuti in Lingua dei Segni Italiana.

Vel Saties, rappresentante della potente famiglia dei Saties, col giovane Arnza (servo o membro della famiglia): dettaglio dei dipinti della Tomba François di Vulci, ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto mic)

La Tomba François. Scoperta il 1° maggio 1857 dall’archeologo Alessandro François nei terreni del principe Alessandro Torlonia, nella necropoli di Ponte Rotto a Vulci (Vt), la tomba – voluta dalla potente famiglia vulcente dei Saties – è scavata nel tufo e composta da trentasette pannelli dipinti e da due cippi litici rinvenuti nel corridoio di accesso lungo 31,5 metri. Realizzata tra il 340 e il 320 a.C., rappresenta una delle più alte testimonianze della pittura etrusca e, più in generale, della pittura antica giunta fino a noi. La decorazione pittorica della Tomba François, in gran parte staccata nel 1863 e portata nelle proprietà dei Torlonia, costituisce uno straordinario intreccio tra mito greco, memoria storica etrusca e costruzione dell’identità aristocratica di Vulci. Attraverso iscrizioni dipinte accanto ai personaggi, le scene permettono ancora oggi di riconoscere nomi, volti ed episodi che intrecciano storia, leggenda e rappresentazione del potere.

Il grande pannello con il sacrificio dei prigionieri troiani presso la tomba di Patroclo: dettaglio dei dipinti della Tomba François di Vulci, ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto mic)
Prigioniero troiano: dettaglio dei dipinti della Tomba François di Vulci, ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto mic)

Tra le immagini più celebri spicca il grande pannello con il sacrificio dei prigionieri troiani presso la tomba di Patroclo: al centro compare Achille, mentre il mito greco viene reinterpretato secondo la sensibilità etrusca attraverso la presenza del demone Charun, dalla pelle bluastra e armato del martello, accompagnato dalla figura alata di Vanth. Sulla parete opposta è invece rappresentata la liberazione di Celio Vibenna da parte del fratello Aulo e di Mastarna, identificato dalla tradizione con il futuro re di Roma Servio Tullio, in una scena di eccezionale importanza storica e politica. A completare il ciclo corre il più lungo fregio animalistico noto dell’antichità, popolato da grifoni, leoni, pantere, cervi, cinghiali e altre creature reali e fantastiche, testimonianza della straordinaria qualità artistica dell’opera.

Venezia. A Palazzo Grimani presentazione del video “Felicità” e della app Musei Italiani con il direttore generale Musei Massimo Osanna

Mercoledì 6 maggio 2026, alle 18, al museo di Palazzo Grimani, Rugagiuffa, Castello 4858, a Venezia, presentazione del video “Felicità” e della app Musei Italiani. Si parlerà di “Accessibilità” con Massimo Osanna, direttore generale Musei, e Luca Finotti, regista dell’opera video Felicità. Modera Sara Sozzani Maino, direttrice creativa Fondazione Sozzani; ospite Lina Lapelyté, Leone d’Oro Biennale Arte 2019 Padiglione Lituania. Incontro organizzato dalla direzione generale Musei.  Prenotazione obbligatoria su app Musei Italiani al link: https://portale.museiitaliani.it/…/bebf0f65-9e92-4165… A seguire cocktail, e visita al museo e alla mostra di Amoako Boafo “It doesn’t have to always make sense”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” che conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità

Il 21 dicembre 2025 si sono celebrati i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, avvenuta nel 475 a.C. Ma sulla collina che oggi chiamiamo di Pizzofalcone dall’VIII secolo c’è già un insediamento, fondato dai Cumani, che prende il nome dalla sirena Parthenope sepolta sulla spiaggia sottostante, dove c’è Castel dell’Ovo. A Napoli Parthenope era venerata come protettrice. E ancora oggi i napoletani sono anche partenopei! Dal 3 aprile al 6 luglio 2026, al museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” intende costruire una sorta di summa per immagini sul mito della sirena. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al Mann dopo i festeggiamenti).

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce; se, inizialmente, le Sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope, in particolare, è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.

La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

“Grazie a un prestigioso Comitato scientifico”, commenta il direttore del Mann, Francesco Sirano, “le Sirene e Parthenope emergono oltre gli stereotipi, cogliendo le mille sfumature del mito e presentandone le rielaborazioni, anche grottesche e surreali. Napoli è lo scenario indispensabile per questo: e alla città dedichiamo un settore dell’esposizione dove molti materiali sono esposti per la prima volta, provenienti dagli scavi della metropolitana o da collezioni private, frutto dell’eccellente collaborazione con la soprintendenza di Napoli e della generosità dei proprietari (gli eredi Caputi). Mi piace pensare a Parthenope come a una mostra in divenire che esce necessariamente dalle sale del Mann per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena (come la fontana di Spinacorona o la cosiddetta tomba di Parthenope nella bellissima chiesa di San Giovanni Maggiore a Mezzocannone) o dove la Sirena è rappresentata. Questo progetto nasce anche grazie ad una rete virtuosa di collaborazioni con tante istituzioni del ministero (soprintendenza di Napoli, direzione regionale Musei della Campania, Biblioteca dei Girolamini e tanti altri Musei autonomi in tutta Italia) e la Regione Campania. L’apertura al presente e al futuro è inoltre simboleggiata, nell’Atrio del Museo, da un’opera concepita proprio per questo evento dall’artista Francisco Bosoletti che ha lavorato in un cantiere aperto al pubblico”.

Inaugurazione della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”: da snistra, Francesco Sirano, Gaetano Manfredi, Alfonsina Russo, Luigi La Rocca, Massimo Osanna (foto livia pacera / mann)

“Sono lieto di inaugurare questa mostra”, dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna, “esito di un progetto a cui ho lavorato durante il periodo della mia direzione del Mann e sviluppato attorno a uno dei temi più affascinanti e profondi dell’identità culturale di Napoli: il legame tra la città e la figura della Sirena, che attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.

Urna con Odisseo e le Sirene, rilievo in alabastro da Volterra (metà II sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto mann)

“La mostra Parthenope. La Sirena e la città”, sottolinea Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del MiC, “rappresenta un’importante occasione di valorizzazione del patrimonio culturale, capace di mettere in luce il profondo legame tra mito, storia e identità territoriale. L’esposizione offre l’opportunità di rileggere un simbolo identitario in chiave contemporanea, mettendo in dialogo reperti, contesti e strumenti multimediali, valorizzando al contempo il ruolo delle istituzioni coinvolte nella tutela e nella ricerca. Ritengo particolarmente rilevante la capacità del progetto di attivare reti, anche internazionali, e di restituire al pubblico materiali inediti, ampliando le possibilità di conoscenza e accesso. Iniziative come questa confermano l’importanza di una strategia culturale che investa sulla qualità dei contenuti e sulla capacità di coinvolgere pubblici diversi, contribuendo allo sviluppo culturale e sociale dei territori. In questa prospettiva, il Dipartimento sostiene con convinzione progetti che rendono accessibili contenuti di alto valore e che rafforzano il legame tra patrimonio e comunità, promuovendo una fruizione consapevole e partecipata”.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

“Era finora mancata a Napoli una mostra che indagasse il mito e l’iconografia di Parthenope, una figura ancora vivissima nell’immaginario collettivo della città”, dichiara Luigi La Rocca, capo dipartimento Tutela del patrimonio Culturale del MiC, “e mi pare significativo che essa sia potuta nutrire delle testimonianze materiali e delle nuove conoscenze sulla città antica derivate dalle intense indagini archeologiche condotte dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il comune di Napoli. Tra tutte direi, la scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici nell’area di piazza Nicola Amore, in cui, in epoca romana, la pratica della corsa con fiaccole, la lampadoforia, teneva viva la memoria del culto delle Sirena, una chiara forma di persistenza rituale della corsa istituita nel 425 a.C. dal navarca ateniese Diotimo. Ciò testimonia, ancora una volta, quanto siano fondamentali la tutela e la ricerca ai fini della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e quanto sia necessaria la continua interazione tra i diversi uffici del nostro Ministero”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

La mostra è realizzata in cofinanziamento con fondi del ministero della Cultura e della Regione Campania (fondi di coesione 21/27) e di Scabec/Campania Artecard; Intesa Sanpaolo ha sostenuto il catalogo in pubblicazione per i tipi della casa editrice Allemandi; l’Azienda Napoletana Mobilità- ANM – e la compagnia di navigazione Snav hanno siglato appositi accordi di partenariato con il Mann per veicolare la conoscenza dell’allestimento, rispettivamente nella metropolitana e con i ticket integrati e a bordo degli aliscafi e delle navi. “Con la mostra su Parthenope”, sostiene Onofrio Cutaia, assessore alla Cultura e agli eventi della Regione Campania, “la Regione Campania non solo rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale, ma afferma con chiarezza una visione: fare della cultura un’infrastruttura stabile di sviluppo, capace di generare identità, conoscenza e nuove forme di attrattività. Attraverso i Fondi di Coesione 2021–2027 e il Sistema Mostre, stiamo costruendo una programmazione organica e pluriennale che supera la logica dell’evento singolo e restituisce centralità ai luoghi della cultura come presìdi permanenti di crescita civile ed economica. In questo percorso, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si conferma protagonista, capace di attivare narrazioni che mettono in relazione il patrimonio con la contemporaneità e con il territorio. Parthenope è, in questo senso, più di una mostra: è un racconto che si estende dalla dimensione museale alla città e ai suoi paesaggi culturali, contribuendo a definire un modello di fruizione integrata e diffusa. È su questa direzione che la Regione Campania intende continuare a investire, consolidando un sistema culturale solido, connesso e sostenibile, all’altezza delle sfide e delle opportunità dei prossimi anni”.  

Dettaglio dell’oinochoe con Odisseo e le Sirene, in ceramica attica a figure nere (525-500 a.C.) conservata allo Staatlische Museen di Berlino (foto mann)

“Il nome Parthenope evoca un’immediata connessione tra la città e i suoi abitanti”, afferma Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. “Un legame inscindibile, da raccontare alle nuove generazioni. La mostra del Mann, una delle istituzioni culturali più rappresentative della città, mette in relazione elementi mitici e reali, rappresentazioni archetipiche e testimonianze materiali inedite, come i frammenti derivanti dagli scavi recenti della Metropolitana. La varietà dell’esposizione riflette la particolarità e la ricchezza simbolica della Sirena Parthenope. Ad arricchire il progetto, un gran numero di prestiti nazionali e internazionali che ritrovano, nelle sale del Mann, una location unica. La collaborazione tra musei nazionali, internazionali e collezioni private contribuisce a rendere la mostra un’eccezionale occasione di confronto, nonché un ulteriore tassello dell’offerta culturale della città sempre più articolata per i napoletani e per i turisti che avranno l’opportunità di visitarla”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli. La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Anforetta con sirene, galli e motivi floreali, in ceramica calcidese a figure nere, dalla necropoli del Vadabillo di Massa Lubrense (550-500 a.C.) conservata al museo Archeologico della Penisola Sorrentina “George Vallet” di Piano di Sorrento (foto mann)

Tanti i prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere del naufragio dal museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa, infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del museo nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza). Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.

Il busto seicentesco di Santa Patrizia, in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero (foto mann)

L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei).

Sirene: dettaglio del libro “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, conservato nella Biblioteca del Mann (foto livia pacera / mann)

In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.

Mostra “Parthenope. La sirena e la città”: video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. (foto mann)

Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.

 

Trieste. Aperta alle Scuderie del Castello di Miramare la mostra “Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna”, a cura di Massimo Osanna, Christian Greco, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner: oltre cento repertitestimonianola passione per l’Egittologia nel panorama del collezionismo ottocentesco triestino

I quattro curatori, Massimo Osanna, Christian Greco, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner, all’inaugurazione della mostra “La Sfinge l’attrae” alle Scuderie del Castello di Miramare (foto castello miramare)

Allestimento della mostra “Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna” alle Scuderie del Castello di Miramare (foto f. parenzan)

Sono passati 143 anni da quando la collezione egizia di Massimiliano d’Asburgo fu trasferita a Vienna, dove venne esposta nella Collezione egizio-orientale del Kunsthistorisches Museum nel 1891. Proprio grazie alla prestigiosa collaborazione tra il museo viennese e il museo storico di Miramare, una parte importante della collezione egizia di Massimiliano torna a Trieste, dal 2 aprile al 1° novembre 2026, con la mostra “Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna”, a cura di Massimo Osanna, Christian Greco, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner, organizzata dal museo storico e parco del Castello di Miramare, co-organizzata dal Kunsthistorisches Museum, realizzata da MondoMostre e CoopCulture, in collaborazione con il Comune di Trieste e PromoTurismoFVG, e con il contributo scientifico del museo Egizio di Torino. In mostra oltre cento reperti, in prestito anche dal civico museo d’Antichità J.J. Winckelmann di Trieste, testimonianza della passione per l’egittologia nel panorama del collezionismo ottocentesco triestino. Alle Scuderie del Castello di Miramare, la dimora nobiliare progettata dall’arciduca d’Austria e futuro imperatore del Messico, i visitatori avranno la possibilità di scoprire il sogno di Massimiliano e la sua lungimirante visione: la realizzazione di un museo ideale dove esporre le sue eclettiche collezioni. “Il ritorno di questi oggetti a Trieste, anche se temporaneo”, sottolinea Jonathan Fine, direttore generale, Kunsthistorisches Museum, “mette in luce la straordinaria storia internazionale della collezione di Massimiliano e i profondi legami culturali che da tempo uniscono città come Vienna e Trieste. In un momento in cui il dialogo e la cooperazione in Europa sono più importanti che mai, la collaborazione tra i musei dimostra come il patrimonio culturale possa costruire ponti tra i confini e le generazioni. Collezioni come questa ci ricordano che i musei non sono depositi statici, ma parte di uno spazio culturale europeo condiviso, plasmato dallo scambio, dalla cultura e dalla comprensione reciproca”.

Statuetta di Osiride in oro massiccio (Terzo periodo intermedio) conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna (foto KHM-Museumsverband)

Occhio udjat in faience verde (Terzo periodo intermedio) conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna (foto KHM-Museumsverband)

Per l’esposizione di Miramare, i curatori Massimo Osanna, direttore della direzione generale Musei; Christian Greco, direttore del museo Egizio; Cäcilia Bischoff, storica dell’arte del KHM; e Michaela Hüttner, curatrice della Collezione egizio-orientale del KHM, hanno selezionato una serie di opere provenienti dalle raccolte costituite da Massimiliano d’Asburgo in diverse fasi della sua vita. Si tratta di reperti oggi appartenenti alla Collezione egizio-orientale del Kunsthistorisches Museum, dove confluirono in seguito all’ingresso di Miramare nella rete delle residenze imperiali austriache amministrate direttamente da Vienna. Il percorso espositivo racconta la storia della collezione in relazione al suo contesto, le scelte e gli interessi di Massimiliano come collezionista di antichità e offre lo spunto per riflettere sul concetto di museo di antichità nell’Ottocento: da luogo privato di godimento estetico e di collezionismo, riservato a una ristretta élite, esso assume progressivamente il valore di testimonianza storica, destinata allo studio, alla conservazione e alla fruizione collettiva. Oltre ai prestiti viennesi e ad alcune opere della collezione di Miramare, saranno esposti reperti provenienti dal Civico Museo d’Antichità J. J. Winckelmann di Trieste, che testimoniano come la passione per l’egittologia di Massimiliano riflettesse un gusto diffuso nel panorama del vivace collezionismo ottocentesco triestino.

“Un’importante mostra Una Sfinge l’attrae qui al Castello di Miramare, uno dei luoghi più straordinari del sistema museale nazionale”, interviene Massimo Osanna, “una mostra che nasce da un progetto di ricerca solido grazie a una collaborazione istituzionale straordinaria, innanzitutto con il Kunsthistorisches Museum di Vienna, ma non solo: anche con il museo civico d’Antichità J. J. Winckelmann di Trieste, con la collaborazione scientifica del museo Egizio di Torino, quindi un grande rapporto istituzionale di collaborazione. E poi una collaborazione fondamentale di MondoMostre che ha reso possibile l’inaugurazione di una mostra che definirei un piccolo gioiello qui, in un luogo talmente emblematico dove è bello che ritornino a casa oggetti che da lungo tempo erano stati allontanati, e ritrovano finalmente – anche se temporaneamente – la loro casa”.

Allestimento della mostra “Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna” alle Scuderie del Castello di Miramare (foto f. parenzan)

“Si apre un’esposizione importantissima – spiega Christian Greco – oggi a Miramare, una mostra che mette al centro la biografia dell’oggetto, che ci racconta quello che avvenne in Europa 200 anni fa con la riscoperta dell’Egitto, la curiosità per la formazione delle collezioni, lo studio, la ricerca, che è la radice ontologica del nostro continente, e poi come la ricerca è evoluta fino ad oggi dove abbiamo cercato di fare scavi per la contestualizzazione archeologica e come oggi ci poniamo di fronte a temi quale l’esposizione dei resti umani e ai temi etici che ad essi sono collegati. Una mostra che ci fa fare un viaggio nel tempo, gli ultimi 150 anni della storia del continente, nel cuore dell’Europa, qui a Trieste, al confine con diversi Stati nazionali, che ci parla di noi stessi, e lo fa usando la categoria culturale che negli ultimi 200 anni forse ha più forgiato il nostro continente, ovvero l’Egitto”.

Mostra “Una Sfinge l’attrae”: testa di Sfinge di Sesostri III in siltite (Medio Regno, XII dinastia), conservata al Kunsthistorisches Museum (foto f. parenzan)

La genesi della collezione illustra il duraturo interesse dell’Arciduca per le antichità egizie e il suo stretto intreccio con la vicenda personale. Nei primi anni Cinquanta dell’Ottocento egli acquistò in blocco un primo nucleo di reperti da Anton von Laurin, già console generale ad Alessandria d’Egitto; la raccolta si ampliò poi negli anni successivi attraverso missioni diplomatiche e vere e proprie campagne di acquisto. Nelle intenzioni dell’Arciduca, la collezione che andava costituendo non doveva essere soltanto uno strumento di accrescimento del proprio patrimonio e prestigio personale, ma anche un mezzo a sostegno della ricerca storica e filologica sulla civiltà egizia. Per questo motivo Massimiliano incaricò l’egittologo S.L. Reinisch di studiare la raccolta e di redigere un catalogo ragionato. Successivamente, una volta divenuto imperatore del Messico, affidò allo stesso Reinisch una vasta campagna di acquisti in Egitto (1865–1866), con l’obiettivo di ampliare ulteriormente la collezione e destinarla al Museo Nacional del Messico, progetto che tuttavia non si realizzò. Massimiliano morì infatti alla soglia dei 35 anni, giustiziato dai repubblicani in un Messico sconvolto dalla guerra civile.

Allestimento della mostra “Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna” alle Scuderie del Castello di Miramare (foto f. parenzan)

In occasione della mostra, il Museo storico e Parco del Castello di Miramare, in collaborazione con CoopCulture, propone un importante programma di attività educative pensato per coinvolgere le scuole di ogni ordine e grado. Le esperienze offerte combinano esplorazione, gioco, narrazione e laboratorio, con l’obiettivo di far vivere agli studenti un incontro stimolante con la civiltà egizia, i suoi simboli e il suo fascino senza tempo. Ad affiancare le attività educative, un calendario di appuntamenti come i workshop con egittologa per un pubblico adulto e per famiglie, con partecipazione gratuita inclusa nell’acquisto del biglietto d’ingresso alla mostra.