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Torino. Per le celebrazioni del bicentenario il museo Egizio cambia volto e si apre alla città: il cortile diventa la Piazza Egizia, urbana e coperta con accesso libero al tempio di Ellesija. Ecco i dettagli del progetto dello studio OMA di Rotterdam vincitore del concorso internazionale indetto dalla Compagnia di San Paolo

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Rendering della Piazza Egizia, nuova piazza urbana coperta, al museo Egizio di Torino (progetto OMA di Rotterdam)

Inclusione, sostenibilità, possibilità a tutti di partecipare. Su questi tre concetti si sono basate le 47 proposte dai più grandi studi di architettura del mondo per la creazione nel museo Egizio di Torino di una piazza urbana coperta, la piazza Egizia, che si apre alla città e la coinvolge, con la fruizione pubblica del tempio di Ellesija. Un progetto ambizioso e “rivoluzionario” da 12,5 milioni di euro con dei tempi strettissimi di realizzazione: il bicentenario del museo Egizio, il più antico d’Europa, che scade nel 2024: obiettivo è essere pronti per ottobre 2024. Praticamente dopodomani. E il conto alla rovescia è partito ufficialmente giovedì 26 gennaio 2023 con la proclamazione del vincitore del concorso internazionale di progettazione “Museo Egizio 2024”. Ha vinto lo studio OMA – Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam che curerà la realizzazione dell’ampliamento e il rinnovamento della corte interna del Palazzo del Collegio dei Nobili e la conseguente riorganizzazione degli spazi del museo Egizio di Torino che in vista delle celebrazioni del bicentenario del museo Egizio intende ampliare la propria offerta al pubblico nel campo della ricerca, dell’accessibilità e dell’inclusione.

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Il tempio di Ellesiya ricostruito nelle sale del museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Il concorso internazionale è stato portato avanti e gestito direttamente dalla Compagnia di San Paolo, come “mecenati della Cultura”: parole del presidente prof. Francesco Profumo, che ora consegna il progetto al museo Egizio per la sua realizzazione. La Fondazione Compagnia di San Paolo accompagna la Fondazione Museo delle Antichità Egizie a partire dalla sua costituzione. Sin da allora tale istituzione ha scelto di seguire modalità innovative, accogliendo a sé soggetti sia pubblici e privati, rappresentando il primo esempio italiano di partecipazione del privato alla gestione di un patrimonio culturale pubblico. Tra gli obiettivi del Concorso vi è stato quello di valorizzare – in occasione del bicentenario della nascita del museo Egizio di Torino – il Tempio di Ellesija, offrendone una fruizione pubblica e gratuita. Il Tempio fu donato dal governo egiziano all’Italia nel 1970 come riconoscimento per la partecipazione del nostro Paese alla vasta operazione di salvataggio dei templi della Nubia a seguito della costruzione della diga di Assuan.

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Progetto OMA della Piazza Egizia al museo Egizio di Torino: rendering del doppio livello della “piazza urbana” (foto museo egizio)

I progetti giunti da ogni parte del mondo, a sottolineare – è stato detto – il prestigio dato da studiare un progetto per il museo Egizio di Torino, al di là del riscontro economico effettivo, ben più basso di quelli cui sono abituati questi grandi studi internazionali di architettura. Dopo la prima scrematura, sono rimasti in corsa cinque raggruppamenti di professionisti finalisti che hanno avuto accesso alla seconda fase del concorso: David Gianotten (O.M.A. – Office for Metropolitan Architecture), Rotterdam-Paesi Bassi (“Un progetto culturale, non solo funzionale, che offre una nuova interessante visione del futuro della città di Torino); Kengo Kuma (Kengo Kuma & Associates), Parigi-Francia (“Propone nuovi sistemi di architettura per la copertura della piazza urbana, e introduce temi di coinvolgimento emotivo dell’edificio”); Giuseppe Bove (Pininfarina Architetture), Torino-Italia, capogruppo Under 40 (“Progetto interessante con la proposta di una copertura in vetro e travi portanti sempre in vetro, che dà un effetto di trasparenza”); Carlo Ratti (Carlo Ratti Associati), Torino-Italia (“Anche questo progetto propone una copertura trasparente in vetro”); Jette Cathrin Hopp (Snohetta), Oslo-Norvegia (“Proposta assoluta di progetto, onnicomprensivo: tutto l’edificio diventa un tutt’uno con una grande scala). La commissione presieduta dall’arch. Marco Albini e composta anche da Mario Alberto Chiorino, professore emerito di Scienza delle costruzioni al Politecnico di Torino; Massimo Osanna, direttore generale Musei al ministero della Cultura, professore ordinario di Archeologia classica all’università di Napoli Federico II; Renata Picone, professore ordinario di Restauro architettonico all’università di Napoli Federico II, nonché direttore della Scuola di specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio dello stesso ateneo e da Francesco Profumo, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo, alla fine ha scelto il progetto di OMA (Gianotten David, progettista capogruppo; Van Loon Helena Amelia Hubertina, progettista; De Graaf Reinier Hendrik, progettista; Salimei Guendalina, progettista; Tabocchini Andrea, progettista; Manfroni Odine, progettista; Andreani Saverio, progettista; De Camillis Carolina, consulente; Longhi Andrea, consulente; Romagnoli Laura, consulente).

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La commissione giudicante: a sinistra, Mario Alberto Chiorino, Francesco Profumo, Alberto Albini, Renata Picone, Massimo Osanna (foto museo egizio)

“Crediamo che questo concorso, come tutti i concorsi, sia un’occasione importante per favorire l’avanzamento culturale di una città generando spinte nuove e stimolando la trasformazione urbana con una risposta al bisogno di relazione tra le e coinvolgendo i punti nevralgici del tessuto cittadino”, dichiara l’architetto Albini, presidente della Commissione.  “La qualità dei concorrenti – le cinque proposte sono apparse da subito interessanti e di pregnanza di significato – ha dato lustro a questo concorso grazie alla partecipazione dei più grandi architetti del mondo affascinati sicuramente dalla committenza, una delle più grandi fondazioni europee ed anche sicuramente dal fascino che un Museo, come quello Egizio di Torino, può generare”. E continua: “Relativamente alla proposta dello Studio OMA, la Commissione ha evidenziato la particolare rilevanza e innovazione rispetto al contenuto culturale del progetto, che si reputa rappresenti un’opportunità per l’avanzamento della cittadinanza torinese e dei fruitori del Collegio dei Nobili.  Per il tramite della realizzazione di questo progetto, la città si arricchirà di un contributo rilevante anche dal punto di vista urbanistico. Un aspetto di assoluta importanza, che connota il progetto, è l’attenta e puntuale ricerca storica fatta sul disegno di Torino e sui documenti della fabbrica, che consente di sviluppare la proposta progettuale in rapporto con il pregresso. Il progetto è stato reputato inoltre particolarmente attento ai temi dell’inclusività e dell’accessibilità. Inoltre, si evidenza la raffinatezza dal punto di vista tecnologico. La “Piazza Egizia” cuore del Museo si apre alla città e ne diventa parte attiva. Un nuovo spazio pubblico dalle molteplici identità destinato alle diverse funzioni e strettamente connesso all’ Accademia delle Scienze”.

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Il team OMA di Rotterdam che ha vinto il concorso internazionale “Museo Egizio 2024” (foto museo egizio)

“La Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha sempre sostenuto il Museo, ha confermato la propria partecipazione al nuovo percorso di trasformazione che lo riguarda”, dichiara Francesco Profumo, presidente della fondazione Compagnia di San Paolo.  “La nostra fondazione ha individuato nel concorso di progettazione della copertura della corte interna e della riqualificazione del piano ipogeo l’intervento più coerente con il proprio ruolo di mecenate moderno.  In linea con il piano strategico, che prevede anche forme di supporto alternative all’attività grant-making, la Compagnia si è fatta carico del processo di selezione di uno progetto da donare al Museo.  Nel caso specifico, facendo riferimento al codice degli appalti dei Beni culturali, abbiamo gestito il concorso per la selezione del raggruppamento di progettisti vincitori in tempi estremamente ridotti, utilizzando la piattaforma Concorrimi dell’Ordine degli Architetti di Milano ed attraendo 47 proposte dai più grandi studi di architettura del mondo. Doniamo oggi al Museo Egizio, alla Città ed ai suoi cittadini un progetto di grande qualità che guarda al futuro in un’ottica inclusiva, sostenibile e accessibile”.

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Museo Egizio di Torino: Il direttore Christian Greco e la presidente Evelina Christillin (foto unito)

“Siamo molto grati alla Compagnia di San Paolo per l’operazione innovativa di mecenatismo e per le competenze messe in campo per accompagnare e sostenere il museo Egizio, in un percorso di trasformazione e cambiamento, in vista del bicentenario del 2024”, intervengono la presidente del museo Egizio, Evelina Christillin e il direttore, Christian Greco. “Consapevoli che offrire al pubblico e agli studiosi una visione dell’Egizio e dell’archeologia più moderna e immersa nella contemporaneità significa attrarre i migliori talenti internazionali, in diversi campi, non solo nell’egittologia, il Museo si pone obiettivi sempre più ambiziosi nel campo della ricerca, dell’accessibilità e dell’inclusione. E proprio in questa direzione va il progetto della copertura della corte barocca, che trasformerà l’ingresso del Museo in una nuova agorà accessibile gratuitamente a tutti; si tratta della prima, importantissima parte di un ampio disegno di restituzione alla Città, in occasione del bicentenario del museo, che si realizzerà nel corso del 2024”.

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Progetto OMA per il museo Egizio di Torino: rendering dell’ingresso secondario da via Duse (foto museo egizio)

Il progetto OMA vincente: “Un museo aperto alla città”. Il progetto – spiegano i progettisti di OMA – intende recuperare il carattere originario del Palazzo del Colle­gio dei Nobili integrando l’edificio nel suo contesto urbano, recuperando una coerenza e un’identità complessiva ora poco percepibili ed offrendo al pubblico un’immagine del Museo dalla forte vocazione pubblica. L’edificio era stato concepito come un volume a “C” con un cortile aperto verso i lotti edificati della strada Nuova (ora via Roma), da cui era separato dal vicolo del Montone (ora via Duse). La costruzione, nel tempo, ha subito interventi non coerenti con l’impianto iniziale, dovuti a diverse esigenze funzionali (ripensamento di scale e sistemi distributivi, aggiunta e rimozi­one di elementi, chiusura del fronte su via Duse con la costruzione dell’ala Schiaparelli, modifiche alla struttura per ricavare i piani interrati, ecc.). Il Palazzo del Collegio dei Nobili ha quindi visto ripetutamente adattare la propria forma a nuove funzioni e a nuove pratiche sociali: la sua con­servazione si lega proprio alla storia dei suoi cambiamenti. La configurazi­one attuale, privilegiando la fruizione museale, ha contribuito al carattere introverso dell’edificio il quale, nonostante si trovi nel cuore della città di Torino, risulta separato dal sistema di spazi pubblici”.

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Progetto OMA per il museo Egizio di Torino: lo schema della “spina” assiale (foto museo egizio)

“La proposta architettonica – continuano – prevede l’introduzione di una “Spina” assiale che interpreta il complesso sistema di spazi pubblici che struttura la morfologia storica di Torino città-capitale di ancien régime: cortili, atri, sagrati e gal­lerie coperte erano infatti vissuti come connessioni urbane multifunzionali. La “Spina” in progetto connette una sequenza di sei “stanze” che divengono una enfilade urbana: via Accademia delle Scienze, l’Atrio, il Porticato, il Cortile, l’Ala Schiaparelli e via Duse. Tutti questi ambienti, diversi per dimensione, qualità e vocazione, sono collegati attraverso la “Spina” cre­ando una nuova piazza pubblica in uno dei perni della città, che raccorda gli spazi aulici e turistici di Piazza San Carlo (prima estensione della cit­tà-capitale) con gli spazi universitari e culturali della seconda estensione (piazza Carlo Alberto, via Po, Piazza Carlina). La “Piazza Egizia”, cuore del Museo, si apre alla città e ne diventa parte attiva; un nuovo spazio pub­blico dalle molteplici identità destinato a diverse funzioni e strettamente connesso all’Accademia delle Scienze. Parte della collezione museale può affacciarsi in questi nuovi spazi per stimolare curiosità, suggerire sviluppi inediti dell’offerta culturale del Museo e promuovere gli eventi e le attività dell’Accademia”.

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Progetto OMA per il museo Egizio di Torino: rendering della scala per l’ala Schiaparelli (foto museo egizio)

“Grazie all’inserimento della nuova copertura vetrata, la corte diviene uno spazio climatizzato accogliente ed accessibile. L’aspetto essenziale della co­pertura è sintetizzato in una griglia di travi e pilastri in acciaio ritmati in base alla scansione delle campate delle facciate. La copertura risponde con creatività ed eleganza anche agli obiettivi di sostenibilità e di gestione: le esigenze di raccolta dell’acqua piovana, illuminazione, ventilazione e ma­nutenzione sono risolte nella copertura stessa. Questa si configura infat­ti come un elemento altamente tecnologico caratterizzato dalla massima trasparenza: un velo tra il museo e il cielo. “Piazza Egizia” è un progetto che migliora l’accoglienza e potenzia la fruizione del Museo: un nuovo spazio pubblico aperto alla cittadinanza anche dopo l’orario di apertura del Museo che trasforma la corte in una piazza totalmente attraversabile, aperta alla città, luogo di incontro, dello stare, dell’accogliere e pronto ad ospitare molteplici attività. Le persone che decidono di attraversare il museo, infatti, possono usufruire gratuitamente dei suoi servizi pubblici (caffetteria, area per eventi, giardino egizio, book­shop, libreria, ecc.). In alternativa, con l’acquisto del biglietto, possono accedere al percorso espositivo permanente, alla sala immersiva, alle aule didattiche, ai laboratori di ricerca e restauro e agli spazi espositivi tempor­anei. Un progetto – concludono – che oltre a migliorare l’accoglienza del Museo restituisce alla collettività la corte del Museo, ampliando gli spazi espositivi e rendendo liberamente accessibili alcuni elementi importanti della collezione museale come il tempio di Ellesija. Il nuovo salotto della città di Torino”.

Pompei. Dopo 20 anni di articolati e complicati restauri alla presenza del ministro Sangiuliano riaperta al pubblico la Casa dei Vettii, simbolo di arte e sensualità di Pompei. Produzione di vino e incontri erotici. Ecco le immagini e gli interventi dei protagonisti

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Casa dei Vettii a Pompei: taglio delnastro con al centro il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, tra il direttore del parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, e il direttore generale Musei Massimo Osanna (foto silvia vacca)

Vent’anni di attesa, ma stavolta la domus simbolo di Pompei, la Casa dei Vettii, che non manca in nessuna guida del sito UNESCO campano e in nessun manuale sull’arte antica, grazie ai suoi straordinari affreschi e alle sculture che adornavano il suo ampio giardino, viene restituita al pubblico. Al terzo tentativo, martedì 10 gennaio 2023, il nastro è stato tagliato dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, affiancato dal direttore generale Musei del MiC, Massimo Osanna, e dal direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, aprendo ufficialmente le porte ai visitatori. Per la prima volta, dunque, dopo 20 anni di chiusura e una parziale riapertura nel 2016 – relativa all’ambiente di ingresso dell’atrio e a quelli circostanti- si può finalmente ammirare in tutta la sua articolazione e complessità architettonica, grazie ai recenti interventi.

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I restauratori danno gli ultimi ritocchi agli affreschi prima dell’apertura della Casa dei Vettii a Pompei (foto silvia vacca)

Il nuovo progetto di restauro, intrapreso nel 2016 sotto la direzione di Massimo Osanna, si è avvalso della collaborazione di professionalità tra le più varie, tra archeologi, architetti, restauratori, ingegneri, strutturisti e esperti di giardinaggio, profilandosi come uno dei cantieri più complessi nel panorama dei beni archeologici degli ultimi decenni. Particolarmente difficile si è rivelata la rimozione di strati di cera, apportati sugli affreschi nel passato con l’intenzione di proteggerli e farli risplendere: un metodo di restauro che si è rivelato altamente dannoso e che ha inoltre oscurato molti dettagli delle raffinate pitture, con rappresentazioni di architetture fantastiche e scene mitologiche.

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La statua di Priapo spicca tra le colonne del peristilio del giardino della Casa dei Vettii (foto luigi spina)

Il giardino del peristilio (giardino colonnato), che disponeva di un articolato sistema di condotte d’acqua e piccole fontane, è stato restaurato con l’inserimento di copie delle statue originali conservate negli spazi espositivi e nei depositi del Parco archeologico. Tra queste spicca una statua di Priapo, dio dell’abbondanza, unica nel suo genere. Inoltre sono state piantumate antiche specie vegetali riprodotte nel vivaio all’interno del Parco, nell’ambito di un progetto più ampio che prevede la valorizzazione di giardini storici e la messa in produzione delle aree verdi della città antica attraverso partenariati con agricoltori e produttori del territorio.

“La riapertura della Casa dei Vettii”, dichiara il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, “è il coronamento di un percorso pluriennale di pieno recupero degli Scavi di Pompei. Da oggi il pubblico potrà tornare ad ammirare un ambiente unico nel suo genere, inaccessibile da vent’anni. Ringrazio il personale del parco archeologico per aver reso possibile questo autentico regalo al mondo”.

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Massimo Osanna, direttore generale dei Musei (foto parco archeologico pompei)

E il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna: “È una riapertura epocale che segna il termine di una storia di restauro lunga e travagliata, che negli ultimi anni si è avvalsa del modello vincente del Grande Progetto Europeo, sia nella gestione dei finanziamenti sia delle risorse umane, ma con la differenza che in questo caso il tutto è stato gestito, dalla progettazione agli interventi, con le forze interne del Parco. Un passaggio fondamentale che suggella l’autonomia e il successo della gestione ordinaria di Pompei, ormai esempio riconosciuto a livello internazionale”.

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Il direttore del parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel con il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano nella Casa dei Vettii (foto silvia vacca)

“La casa dei Vettii”, sottolinea Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, “è la storia del mondo romano rinchiusa in una casa, la ‘casa museo’ della romanità per così dire: ci troviamo affreschi mitologici e sculture in bronzo e in marmo, di eccezionale qualità artistica, che parlano del rapporto complesso tra modelli greci e rielaborazioni romane, ma anche la vita economica e sociale della città. I proprietari, liberti e dunque ex schiavi, sono espressione di una mobilità sociale che due secoli prima sarebbe stata impensabile. Diventano ricchi con il commercio di prodotti agricoli del territorio intorno a Pompei, ma quanto pare nella loro casa fu esercitata anche la prostituzione, da parte di una schiava greca, che apparteneva ai gruppi più deboli della società”.

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L’atrio della Casa dei Vettii a Pompei dopo i restauri (foto silvia vacca)

Scavata tra il 1894 e il 1896, la casa dei Vettii apparteneva a Aulus Vettius Conviva e Aulus Vettius Restitutus, probabilmente due liberti, divenuti ricchi con il commercio del vino. Lo sfarzoso arredo pittorico e scultoreo della casa, dunque, riflette anche la ricchezza del territorio della città, dove si produceva il vino per l’esportazione in tutto il Mediterraneo, e la mobilità sociale, che consentiva a due ex schiavi di salire ai livelli più alti della società locale. Non mancano tracce della vita degli ultimi, tra le quali spicca un ambiente adiacente alla cucina, nel quartiere servile, decorato con quadretti erotici.  L’ambiente, in passato, fu dotato di una porta di ferro per consentirne l’accesso ai soli uomini adulti, barriera rimossa solo pochi giorni prima della riapertura della casa. Si è ipotizzato che l’ambiente servisse per la prostituzione, ipotesi che sembra trovare riscontro nel rinvenimento, sulla parete sinistra del vestibolo, di un’iscrizione in cui una donna di nome Eutychis, “greca e di belle maniere”, veniva offerta per due assi (Eutychis Graeca a(ssibus) II moribus bellis). Una testimonianza che Pompei offre, oltre alla bellezza dell’arte e dell’architettura antica, della società dell’epoca con le sue stratificazioni e costumi.

Gli interventi di restauro sulla domus hanno avuto varie fasi. L’edificio era stato precedentemente oggetto di un’attività di parziale rifacimento delle coperture con elementi chiaramente distinguibili e il più possibile reversibili e non invasivi, realizzato nell’ambito della collaborazione tra la soprintendenza Archeologica di Pompei (ora parco archeologico di Pompei) e l’istituto centrale per il Restauro (ora istituto superiore per la Conservazione e il Restauro). Dopo un lungo periodo di chiusura ed un primo collaudo strutturale, nel 2016 l’atrio della casa è stato riaperto alla pubblica fruizione per poi essere richiuso per avviare il nuovo cantiere. L’articolato cantiere avviato nel 2020 e appena concluso ha messo a sistema le parti preesistenti con opere di nuova progettazione per il completamento delle coperture della casa, rendendola interamente coperta, con l’impiego di tecniche e materiali moderni che si pongono in continuità con gli interventi condotti negli ultimi anni.

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Il cantiere di restauro del tetto della Casa dei Vettii a Pompei (foto parco archeologico pompei)


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Veduta da drone del tetto della Casa dei Vettii a Pompei dopo il restauro (foto parco archeologico pompei)

Nel dettaglio, il cantiere  di restauro e consolidamento strutturale si è occupato: della sostituzione della copertura esistente nel peristilio in calcestruzzo armato, ormai completamente compromessa, con una nuova copertura a falde inclinate in legno lamellare e  manto di tegole, secondo tecniche costruttive consolidate per il rifacimento filologico delle coperture antiche; della realizzazione di nuove coperture piane in carpenteria metallica e sistemi innovativi di alleggerimento dei carichi e di impermeabilizzazione a protezione del quartiere servile  e del gineceo, con manto esterno in finitura color rame; del restauro di tutti gli  apparati decorativi parietali e pavimentali ivi compresi gli arredi originali del giardino.

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Fase di pulitura e restauro degli amorini della Casa dei Vettii a Pompei (foto silvia vacca)

La straordinaria ricchezza degli apparati decorativi e del ricco corredo di arredi del giardino infatti ha imposto un accurato intervento di conservazione, attraverso opere di pulitura, stuccatura e integrazione, atti al recupero della leggibilità di ogni più piccolo dettaglio, nonché delle originarie cromie degli stessi apparati. Il programma di intervento si è articolato in una serie di fasi, sulla base di corrette metodologie di restauro, selezionando di volta in volta tecniche e materiali calati nelle singole problematiche. Sicuramente una delle fasi più complesse è stata quella della pulitura dagli strati di cera applicati durante i restauri precedenti per rinvigorire la lucentezza dei colori.

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Nuovi sistemi di illuminazione a LED nella Casa dei Vettii a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Interventi di illuminazione e di safety & security. Nella redazione del progetto di illuminazione, si è fatto ricorso a sorgenti LED (Light Emitting Diode o diodi a emissione di luce) di nuova concezione che consentono di generare una emissione di luce con uno spettro molto simile a quello del sole: una luce pulita, naturale, priva delle componenti di radiazione infrarossa e ultravioletta e, soprattutto, senza la presenza del picco di emissione nella regione spettrale del blu (400 nanometri circa, che rappresenta la componente spettrale della luce visibile dotata di un’elevata energia, e quindi di una elevata capacità di deterioramento nei confronti dei materiali irradiati per lungo tempo, o con elevata intensità, da tale componente cromatica). I corpi illuminanti a LED utilizzati sono caratterizzati da un altissimo grado di trasparenza delle lenti e da un’elettronica di qualità studiata ad hoc in maniera tale che, oltre a consentire un risparmio notevole di energia, si garantisce un eccellente risultato nel comfort visivo e nella fruizione dei dettagli e delle cromie, evitando, nello stesso tempo, il degrado e il danneggiamento delle opere e degli affreschi, dovute al fenomeno definito blue hazard (pericolo del blu) in sede UE. Al fine di assicurare agli affreschi presenti il naturale ciclo luminoso giorno/notte a cui erano esposti originariamente, sono stati previsti degli opportuni cicli di illuminamento che seguono le aperture al pubblico della domus, garantendo l’assenza di luce della notte e, quindi, l’assenza di esposizione alla radiazione luminosa delle straordinarie opere in essa presenti.

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Sul tetto restaurato della Casa dei Vettii sono state poste tegole fotovoltaiche (foto parco archeologico pompei)

Le tegole fotovoltaiche. Al fine di garantire la piena autonomia energetica, facendo ricorso ad energie rinnovabili e senza assorbire energia dalla rete elettrica esterna, è stato previsto l’utilizzo di opportune tegole fotovoltaiche di ridotto peso. Infatti, sia i coppi che gli embrici sono prodotti con una miscela di materiali plastici composti, contenenti al loro interno i moduli fotovoltaici, non visibili dall’esterno. Il LED per la fruizione e la Safety & Security. Grazie alle sorgenti LED sarà implementato anche il Li-Fi (Light-Fidelity), che rappresenta un moderno ed innovativo sistema di comunicazione in grado di trasmettere dati ed informazioni senza necessità di cavi di qualunque tipo (modalità wireless) attraverso la modulazione della luce. La stessa tecnologia Li-Fi sarà utilizzata per la trasmissione dei dati provenienti dai sistemi per la safety & security come la video sorveglianza e il controllo accessi.

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La Casa dei Vettii è posta sotto la protezione di Priapo, raffigurato all’ingresso della domus a Pompei (foto parco archeologico pompei)

LA CASA: Il Priapo del vestibolo. Accanto allo stipite destro della porta, verso l’atrio, è rappresentata una figura di Priapo che, con il suo membro gigantesco, doveva indicare la prosperità e la ricchezza degli abitanti della casa. La figura è raffigurata mentre pesa il suo membro su un piatto da bilancia; a fare da contrappeso, sull’altro piatto, è una borsa piena di soldi.

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Dettaglio degli affreschi della stanza degli Amorini nella Casa dei Vettii a Pompei (foto luigi spina)

LA CASA: La stanza degli Amorini. Il più noto complesso pittorico della casa si trova nell’oecus (salone) che si apre sul portico settentrionale del peristilio. Nella zona superiore delle pareti, riccamente decorate, poeti sono circondati da Muse, Menadi e Satiri musicanti; nella zona mediana candelabri e tripodi in oro scandiscono pannelli decorati con coppie di figure in volo. Sullo zoccolo sono raffigurate sacerdotesse, Amazzoni, menadi e satiri al di sopra dei quali si aprono quadretti con scene di sacrificio a Diana e psychai che raccolgono fiori. Ma le scene più peculiari, che danno il nome alla sala, sono quelle del fregio dipinto al di sopra dello zoccolo. Una lunga teoria di Amorini intenti alle più diverse attività e mestieri: fiorai e venditori di corone, fabbricanti e commercianti di profumi, orefici e cesellatori, fulloni, panettieri e vendemmiatori, dove quest’ultimi fanno da preludio al trionfo di Dioniso. Il clima è giocoso e spesso gli Amorini sono rappresentati in divertenti competizioni.

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Dettaglio del cosiddetto gineceo della Casa dei Vettii a Pompei (foto parco archeologico pompei)

LA CASA: Il gineceo. Fu chiamato così da Amedeo Maiuri, poiché la sua posizione appartata rimandava al gineceo delle case di età greca, ovvero agli appartamenti femminili. Si tratta di un piccolo quartiere costituito da due stanze finemente decorate, che si affacciano su un giardino porticato e dotato di vasca. In particolare, nel triclinio è rappresentata la scena in cui Auge, sacerdotessa di Atena, intenta a lavare il sacro peplo della dea, viene sorpresa e sedotta da Eracle ebbro. Da questa unione nascerà Telefo.

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La cosiddetta Sala di Issione, triclinio della Casa dei Vettii a Pompei (foto luigi spina)

LA CASA: La sala di Issione. La cd. sala di Issione si apre sul giardino e fa da pendant alla sala di Penteo.  Si tratta di un triclinio che, come l’oecus di Penteo, è ideato come una pinacoteca. Sul fondo, è rappresentato il re Issione di fronte ad Era seduta in trono, che guarda la scena indicatale da Iside: Efesto è impegnato ad attivare la ruota a cui, per mano di Ermes e volere di Zeus, sarà legato Issione mediante dei serpenti. Il re tessalo, colpevole di avere tentato di oltraggiare Era, fu condannato a girare in eterno nella volta celeste. A fare da contrappeso al tragico destino di Issione, sulla parete destra è la rappresentazione dell’episodio a lieto fine di Dioniso che svela Arianna addormentata, mentre Teseo fugge con la sua nave. Sulla parete sinistra, invece, è raffigurato Dedalo che presenta a Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, la vacca di legno che diventerà l’alcova dove la regina concepirà il Minotauro.

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La sala di Penteo, oecus della Casa dei Vettii a Pompei (foto luigi spina)

LA CASA: La sala di Penteo. L’oecus in IV stile è decorato da grandi quadri in cui dominano tre scene principali: sulla parete destra il supplizio di Dirce da parte di Zeto e Anfione, figli di Giove e Antiope; sulla sinistra Ercole bambino che strozza i serpenti inviategli da Giunone. Sul pannello di fondo, Penteo, re di Tebe, è dilaniato dalle menadi, per aver offeso Dioniso. Alle sue spalle una menade gli infligge il colpo finale, scagliandogli sulla testa una grossa pietra.

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Il peristilio del giardino della Casa dei Vettii a Pompei (foto parco archeologico pompei)

LA CASA: Il Peristilio. Il peristilio a diciotto colonne circondava il giardino arricchito da sculture adibite a fontane, che ricreavano un suggestivo sistema giochi d’acqua. I soggetti raffigurati rimandano a Dioniso e al suo seguito: satiri, puttini e bambini allusivi alla forza propiziatrice della Natura, secondo modelli iconografici di tradizione ellenistica. Lungo il portico e tra le colonne s’incontrano Dioniso, un Satiro con otre, due puttini in bronzo che sorreggono anatre, due eroti con le mani legate, un bambino seduto a terra con coniglio, un Satiro con anfora. Infine, una figura di Pan e una di Priapo che, caduti in disuso perché danneggiati, furono stipati nella cucina. Essi dovevano trovarsi lungo il portico orientale. A completare il ricco giardino, erano mense, tavolini, vasche in marmo a cui si aggiungono due pilastrini con doppie erme: su di uno Dioniso e Arianna, sull’altro un Sileno e una menade. Al fine di preservare tutte le sculture rinvenute, sono state effettuate delle copie, oggi collocate lungo i lati del portico.

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Il larario della Casa dei Vettii a Pompei (foto silvia vacca)

LA CASA: Il quartiere servile e il larario dipinto. Nel quartiere servile è presente su una delle pareti un larario con dipinti i Lari, numi protettori della casa.

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Quadretto erotico della stanza accanto al larario della Casa dei Vettii a Pompei (foto silvia vacca)

LA CASA: La Stanza Erotica. Adiacente all’ambiente del larario vi è una stanza con quadretti erotici. Si è ipotizzato che l’ambiente servisse per la prostituzione, ipotesi che sembra trovare riscontro nel rinvenimento, sulla parete sinistra del vestibolo, di un’iscrizione in cui una donna di nome Eutychis, “greca e di belle maniere”, veniva offerta per due assi (Eutychis Graeca a(ssibus) II moribus bellis). Una testimonianza che Pompei offre, oltre alla bellezza dell’arte e dell’architettura antica, di uno straordinario spaccato della società antica con le sue stratificazioni e costumi.

Pompei. Riapertura della Casa dei Vettii con il ministro Gennaro Sangiuliano: martedì il terzo tentativo

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Il triclinio della Casa dei Vettii a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Terzo tentativo per la riapertura della Casa dei Vettii a Pompei dopo il lungo restauro. Sarà la volta buona? Dopo un primo rinvio per maltempo, e un secondo non meglio specificato, ora c’è la nuova data: martedì 10 gennaio 2023, alle 10, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, sarà al parco archeologico di Pompei per la riapertura della Casa dei Vettii, una tra le più ricche e famose di Pompei, posta sotto la protezione di Priapo dio della prosperità, dipinto a destra della porta, che simboleggia la prosperità economica dei proprietari, i fratelli Aulus Vettius Restitutus e Aulus Vettius Conviva, liberti, divenuti ricchi grazie al commercio. Interverranno il direttore generale Musei del MiC, Massimo Osanna; il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel.

Roma. Il gruppo scultoreo “Orfeo e le sirene” ancora per pochi giorni al museo dell’Arte Salvata e poi tornerà a casa: il museo Archeologico nazionale di Taranto

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Il gruppo “Orfeo e le sirene” esposto temporaneamente nella sala Ottagona del museo dell’Arte Salvata nel museo nazionale Romano (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

Ancora pochi giorni. E poi “Orfeo e le Sirene”, il gruppo scultoreo in terracotta a grandezza naturale del IV sec. a.C., che negli anni ’70 venne illecitamente trafugato da un sito archeologico tarantino e acquistato poi dal The Paul Getty Museum di Malibu di Los Angeles, tornerà a casa: il museo Archeologico nazionale di Taranto. A grande richiesta il gruppo di Orfeo e le Sirene e tutti i reperti attualmente esposti al museo dell’Arte Salvata, nella sala Ottagona del museo nazionale Romano, resteranno a Roma fino all’8 gennaio 2023. È infatti stata prorogata la prima mostra del museo dell’Arte salvata che comprende, oltre allo straordinario gruppo in terracotta appena rientrato dall’Italia, anche recenti ritrovamenti del Reparto Operativo del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC).

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“Orfeo e le Sirene”, il gruppo scultoreo magnogreco del IV sec. a.C. quando era esposto nelle sale del Getty Museum di Los Angeles (foto MArTa)

Il gruppo è rientrato da Los Angeles in Italia il 17 settembre 2022. Il rimpatrio dell’opera è stato possibile grazie alla complessa attività investigativa condotta in Italia e all’estero dell’Arma dei Carabinieri della Sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale, coordinata dalla Procura della Repubblica di Taranto, in collaborazione con le autorità americane (vedi Roma. Dal Getty Museum di Los Angeles arriva al museo dell’Arte Salvata il gruppo di Orfeo e le Sirene: il ministero della Cultura e il Comando carabinieri TPC oggi presentano gli aspetti del rientro in Italia | archeologiavocidalpassato). L’inestimabile opera d’arte raffigura il mitico poeta Orfeo, capace di ammaliare con il suo canto tutti gli animali. Lo affiancano due sirene, che nella mitologia greca erano esseri per metà donne e per metà uccelli: anche il loro canto era capace di incantare i marinai, spesso inducendoli al naufragio. Ora, finalmente, con una complicata operazione di trasporto legata alla particolare fragilità delle opere, tornano a casa per incantare gli italiani. In attesa del rientro al museo Archeologico nazionale di Taranto del gruppo scultoreo “Orfeo e le Sirene”, ecco un contributo del direttore generale Musei, Massimo Osanna, in una video-intervista realizzata dall’ufficio stampa del Mic.

“Orfeo e le sirene, un gruppo straordinario proveniente probabilmente dal territorio di Taranto”, esordisce Osanna, “che racconta un mito antico, un mito di confronto tra due mistiche diverse: quella primordiale melodiosa delle sirene che porta la morte, e quella di Orfeo con la lira che porta l’anima alla sopravvivenza post mortem. Orfeo significa un movimento religioso, l’orfismo. Forse queste statue adornavano la tomba di un addetto ai misteri orfici, colui che facendo una vita in purezza e giusta dal punto di vista sociale assicurava poi all’anima una sopravvivenza. E quindi dobbiamo immaginare questa statua di Orfeo con una lira in mano e, di fronte, le sirene che sono già meste perché sanno di aver perso e si suicideranno. La morte delle sirene, che sono degli esseri ibridi, di passaggio tra la vita e la morte, sono ancora una volta, un simbolo funerario che ci rimanda appunto verso rituali del mondo dei morti.

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Orfeo canta alle sirene: il gruppo scultoreo nella sala Ottagona del museo dell’Arte salvata nel museo nazionale Romano (foto mic)

“Ci sono poi gli antichi che raccontano di questo mito: negli Argonauti di Apollonio Rodio – ricorda per esempio Osanna – Orfeo canta, canta ai marinai che con la nave Argo incontrano le sirene e stanno per essere ammaliati. Tanto che uno di loro si getta in mare. Orfeo canta e salva i compagni che passeranno indenni da questa nuova avventura. Anche qui un rito di passaggio tra la vita e la morte.

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Il gruppo Orfeo e le sirene: figure ibride di donna e di uccello (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

“Le sirene non sono come ce le immaginiamo nel nostro contemporaneo: donne con corpo di pesce – spiega Osanna -. Sono come lo erano in antico, nel mondo greco e romano, figure ibride di donna e di uccello. Questa è l’iconografia più antica delle sirene che durerà per tutto l’evo antico. Le sirene come le conosciamo noi vanno di moda in età medievale. L’aspetto di uccello assicura che siano esseri canori. Le sirene cantano, un canto melodioso che, come sappiamo dall’Odissea, spinge poi i marinai alla perdizione.

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Il volto di Orfeo del gruppo Orfeo e le sirene (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

“Un gruppo di terracotta che originariamente era dipinto come dipinta era tutta la scultura del mondo antico, da quella in marmo a quella in terracotta – continua Osanna -. La terracotta è costantemente dipinta. Quindi le dobbiamo immaginare molto colorate. E questo spiega anche delle stranezze. Il volto di Orfeo, per esempio, con questa strana mancanza di capigliatura che ovviamente non doveva essere così in antico. Probabilmente grazie alla pittura, c’erano i capelli. Ci doveva essere un gioco di sguardi. Quindi molto abbiamo perso ma quello che resta comunque è straordinario.

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Dettaglio di Orfeo del gruppo scultoreo Orfeo e le sirene (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)


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Dettaglio di una sirena del gruppo scultoreo Orfeo e le sirene (foto Emanuele Antonio Minerva e Agnese Sbaffi / Mic)

“Sono dei capolavori talmente unici che qualcuno ha pensato a dei falsi. Ma non è così. Anche indagini sull’argilla fatte in America hanno testimoniato che si tratta di opere antiche, forse in qualche parte ritoccata come si usa spesso nei frutti degli scavi clandestini. Questo viene fuori da uno scavo degli anni ’70 fatto da tombaroli che sono riusciti a far emigrare oltreoceano questo gruppo. Raramente un gruppo di terracotta rappresenta una scena mitica come questa. Non abbiamo paralleli in antico. Proprio per questo si è pensato a dei falsi. Invece – conclude Osanna – si tratta veramente di capolavori che ci insegnano anche quanto sia fragile il nostro patrimonio e quanto bisogna lavorare e lottare contro un fenomeno che ahimè esiste ancora anche se non raggiunge quella dimensione che ha avuto negli anni ’70 e ’80 quando il nostro patrimonio è stato sistematicamente saccheggiato da Pompei all’Etruria, dall’Etruria alla Puglia”.

Ferrara. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo”, culmine delle celebrazioni Spina100: racconta di una città costruita sull’acqua e votata alla navigazione per mare, potente centro dell’alto Adriatico in dialogo paritario con l’Atene di età classica

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Ricostruzione di un’abitazione di Spina (foto università di zurigo)


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Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)

“L’impresa archeologica più importante nell’ambito dell’Italia settentrionale preromana”: così Nereo Alfieri, primo direttore del museo Archeologico di Ferrara, chiosò nel 1960 l’epica vicenda degli scavi di Spina, che andavano allora chiudendosi dopo una stagione assai intensa di scoperte e ritrovamenti, campagne di scavo e trafugamenti, clamore mediatico e partecipazione popolare. Nella tarda primavera del 1922, durante le bonifiche dei bacini lagunari attorno a Comacchio, tra operai al lavoro e trincee colme di acque di risalita, riemerse dall’oblio la ricca città portuale degli Etruschi fondata in prossimità del delta del Po alla fine del sesto secolo a.C., sommersa per secoli dalle acque dolci e dal fango e perduta alla conoscenza diretta degli uomini. Solo le fonti antiche e i poeti (Boccaccio e Carducci, per fare qualche nome) ne conservarono memoria fino a cento anni fa.

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Locandina della mostra “Spina etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara dal 22 dicembre 2022 al 23 aprile 2023

 

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Presentazione della mostra “Spina etrusca”: da sinistra, Massimo Osanna, Vittorio Sgarbi e Giorgio Cozzolino (foto drm-emilia-romagna)

Dopo un secolo dall’impresa archeologica, il museo Archeologico nazionale di Ferrara, diretto da Tiziano Trocchi, nato per Spina e inaugurato nel 1935, intende celebrare questa ricorrenza con una mostra ospitata nei saloni di Palazzo Costabili, che – inaugurata il 22 dicembre 2022 – rimarrà aperta al pubblico fino al 23 aprile 2023: “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo” (nel video, la presentazione ufficiale con Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura; Giorgio Cozzolino, direttore regionale Musei Emilia-Romagna; Massimo Osanna, direttore generale Musei; Monica Miari, soprintendente ABAP-BO reggente; Cristina Ambrosini, responsabile Cultura della Regione Emilia-Romagna; Marco Gulinelli, assessore alla Cultura del Comune di Ferrara; Giuseppe Sassatelli, presidente dell’istituto nazionale di Studi etruschi ed italici e presidente del comitato scientifico della mostra). La mostra racconta di una città costruita sull’acqua e votata alla navigazione per mare, potente centro dell’alto Adriatico in dialogo paritario con l’Atene di età classica, porto dalla strategia aggressiva a controllo delle rotte verso occidente. La mostra rappresenta il culmine delle iniziative per le celebrazioni del centenario, coordinate dalla direzione generale Musei in stretta collaborazione con la direzione regionale Musei Emilia-Romagna e il museo Archeologico nazionale di Ferrara, d’intesa con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara, con la partecipazione di Regione Emilia-Romagna, delle amministrazioni comunali di Ferrara e Comacchio e delle università di Ferrara, Bologna e Zurigo.

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Allestimento della mostra “Spina etrusca” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

L’allestimento sceglie di affidarsi in modo consistente al linguaggio delle tecnologie di ricostruzione dei paesaggi e dei contesti antichi per dare vita a una narrazione di forte suggestione. Al di là dell’indubbio splendore materico dei reperti esposti – con importanti prestiti dai principali musei archeologici italiani e prestigiosi materiali provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York, alla cui presenza in mostra ha contribuito anche la Regione Emilia-Romagna -, la mostra intende suggerire ai visitatori il significato del grande porto di Spina per gli Etruschi del V secolo a.C. e per i cittadini “mediterranei” del 2022.

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Ceramiche esposte nella mostra “Spina etrusca: un grande porto del Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

Col tragitto per mare dal Pireo fino al delta del Po, su imbarcazioni percorse da marinai, cariche di contenitori di vino e profumi, ricche di raffigurazioni mitiche ben note agli Etruschi, comincia il percorso espositivo, accompagnato dalle narrazioni mitologiche che ambientavano qui, alla foce dell’Eridano (antico nome del fiume Po), le tristi vicende di Fetonte e di Icaro, degli eroi greci civilizzatori per antonomasia, Diomede ed Eracle. Il profilo di Spina, per chi vi approdava dal mare, si mostrava coi dossi e le depressioni delle sue necropoli, ancora evocati nella rappresentazione delle carte geografiche del Salone d’Onore del museo, e dichiarava nelle scelte del rituale funebre la complessità della comunità che vi abitava.

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Corredi dalla necropoli di Spina (foto drm-emilia-romagna)

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Bronzetto esposto nella mostra “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

Gli spineti si facevano seppellire con ricchi corredi di materiali ceramici e bronzei di provenienza eterogenea, che evocavano analoghe scelte nel rituale condivise con le élites aristocratiche degli altri grandi centri etruschi della Penisola. È una rete complessa di echi, di rimandi, somiglianze ed evocazioni quelle che si dipana tra gli oggetti delle tombe da Spina e da Pisa, Adria o Cerveteri. Ma la vita quotidiana degli spineti si muoveva tra l’abitato, con le sue costanti esigenze di manutenzione e adattamento all’ambiente lagunare, e il porto, fulcro dell’attività commerciale ed economica della città e dei suoi dintorni. Mercanti, anfore e marinai, rumori di sartie e di magazzini, prezzi e contrattazioni in più lingue. Anche testimonianze di culto, per pregare e ringraziare di un viaggio pericoloso giunto a destinazione. Il richiamo all’attualità, evocata con discrezione per associazione di funzioni e significati, senza mai sottintendere confronti impossibili, invita il visitatore a immaginare la storia “organica” che sfugge ai metodi di ricerca della disciplina archeologica: gli uomini, i rumori, gli odori che dovevano seguire il percorso dei bellissimi capolavori di ceramica attica oggi esposti in museo. Due mari, Tirreno e Adriatico, due porti, e lo stesso privilegio: come ci tramandano Dionigi e Strabone, entrambe le città etrusche di Spina e Pyrgi (Cerveteri), a cui la mostra dedica un’intera sezione, ebbero l’onore di costruire un donario nel santuario panellenico di Delfi.

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Preziose ceramiche a figure rosse dagli scavi di Spina (foto drm-emilia-romagna)

L’incredibile mobilità che connota la comunità spinete si riflette nella pluralità delle provenienze degli oggetti delle necropoli e nella molteplicità culturale ed etnica della compagine cittadina, frequentata da persone che parlavano e scrivevano in lingue differenti. La mostra non trascura di raccontare anche di una mobilità più recente, che testimonia i fenomeni di dispersione del patrimonio emerso dalle valli di Spina in diversi musei italiani e stranieri. Il prestigioso prestito dei vasi del Metropolitan Museum of Art di New York si fa portavoce di questo racconto e porta luce sulla presenza internazionale di Spina in numerose esposizioni museali. Il viaggio per mare dalle coste della Grecia si conclude con un percorso che termina a Ferrara, nel momento della scoperta della necropoli di Valle Trebba e nella conseguente decisione di dar vita al Regio Museo di Spina, oggi Museo archeologico nazionale di Ferrara. La mostra che celebra a Ferrara il centenario della scoperta di Spina segue dopo quasi vent’anni l’ultima grande esposizione dedicata alla città etrusca e vuole narrare il volto di un centro nodale nei traffici mediterranei e adriatici di età classica.

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Hydria etrusca a figure nere del Pittore del Vaticano 238 dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto drm-emilia-romagna)

Nella seconda metà del 2023 la mostra “Spina etrusca” sarà ospitata dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ultima tappa del suo viaggio. “Un grande motivo di orgoglio”, commenta il direttore Valentino Nizzo, “di cui dobbiamo ringraziare la direzione regionale musei dell’Emilia Romagna e la Direzione generale Musei del MiC. Cercheremo di onorare adeguatamente l’impegno rendendo omaggio a Spina e a ciò che rappresenta nell’archeologia, nell’arte, nella storia e nel mito”.

Pompei. Dopo il rinvio per maltempo, annunciata la nuova data dell’apertura della Casa dei Vettii, una tra le più ricche e famose della città antica, alla presenza del ministro Gennaro Sangiuliano

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La Casa dei Vettii è posta sotto la protezione di Priapo, raffigurato all’ingresso della domus a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Era tutto pronto a Pompei, martedì 22 novembre 2022, per l’apertura, attesa da tempo, dell’apertura della Casa dei Vettii, una tra le più ricche e famose di Pompei, posta sotto la protezione di Priapo dio della prosperità, dipinto a destra della porta, che simboleggia la prosperità economica dei proprietari, i fratelli Aulus Vettius Restitutus e Aulus Vettius Conviva, liberti, divenuti ricchi grazie al commercio.  Ma il giorno prima, lunedì 21 novembre 2022, era saltato tutto, a causa delle avverse condizioni meteorologiche, previste anche in Campania per quel giorno (vedi Pompei. Maltempo, rinviata la riapertura della Casa dei Vettii a Pompei | archeologiavocidalpassato). Rinviando l’inaugurazione col ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano a data da destinarsi. Sono passate tre settimane e il ministero annuncia la nuova data con un lancio di poche righe: “Giovedì 15 dicembre 2022, alle 11.45, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, sarà al parco archeologico di Pompei per la riapertura della Casa dei Vettii. Interverranno: il direttore generale Musei del MiC, Massimo Osanna; il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel”.

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I restauratori danno gli ultimi ritocchi agli affreschi prima dell’apertura della Casa dei Vettii a Pompei (foto silvia vacca)

I fratelli Aulus Vettius Conviva e Restitutus erano i proprietari della splendida Casa dei Vettii, due ex-liberti arricchitisi con il commercio, due “uomini nuovi” di Pompei, entrati a far parte dell’oligarchia cittadina attraverso la nomina a importanti cariche pubbliche. La loro è una casa di vecchia costruzione, completamente ristrutturata in età augustea e ancora migliorata forse proprio quando i due fratelli l’hanno acquistata, prima del terremoto del 62 d.C. Amadeo Maiuri, ex-direttore degli scavi di Pompei, la considerava come quella “che meglio rappresenta, nella sua lussuosa decorazione parietale e nella graziosa composizione scenografica del giardino, il lusso mercantile degli ultimi decenni di vita della città”. Ora, finalmente, grazie a impegnativi lavori di restauro, è pronta a riaprire i battenti, per tornare ad accogliere fra le sue bellezze i nuovi ospiti di Pompei.

Pompei. Ultimato il restauro, martedì alla presenza del ministro Sangiuliano riapre al pubblico la Casa dei Vettii, tra le più ricche e famose della città antica

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I restauratori danno gli ultimi ritocchi agli affreschi prima dell’apertura della Casa dei Vettii a Pompei (foto silvia vacca)

Ci siamo. Il momento tanto atteso è vicino. I restauratori danno gli ultimi ritocchi in vista dell’apertura della Casa dei Vettii, una tra le più ricche e famose di Pompei, posta sotto la protezione di Priapo dio della prosperità, dipinto a destra della porta, che simboleggia la prosperità economica dei proprietari, i fratelli Aulus Vettius Restitutus e Aulus Vettius Conviva, liberti, divenuti ricchi grazie al commercio. Martedì 22 novembre 2022, alle 11.45, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, sarà al Parco archeologico di Pompei per la riapertura della Casa dei Vettii. Interverranno il direttore generale Musei del MiC, Massimo Osanna; il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel.

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Il triclinio della Casa dei Vettii a Pompei (foto parco archeologico pompei)

I fratelli Aulus Vettius Conviva e Restitutus erano i proprietari della splendida Casa dei Vettii, due ex-liberti arricchitisi con il commercio, due “uomini nuovi” di Pompei, entrati a far parte dell’oligarchia cittadina attraverso la nomina a importanti cariche pubbliche. La loro è una casa di vecchia costruzione, completamente ristrutturata in età augustea e ancora migliorata forse proprio quando i due fratelli l’hanno acquistata, prima del terremoto del 62 d.C. Amadeo Maiuri, ex-direttore degli scavi di Pompei, la considerava come quella “che meglio rappresenta, nella sua lussuosa decorazione parietale e nella graziosa composizione scenografica del giardino, il lusso mercantile degli ultimi decenni di vita della città”. Ora, finalmente, grazie a impegnativi lavori di restauro, è pronta a riaprire i battenti, per tornare ad accogliere fra le sue bellezze i nuovi ospiti di Pompei.

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La Casa dei Vettii è posta sotto la protezione di Priapo, raffigurato all’ingresso della domus a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La signorile Casa dei Vettii è posta sotto la protezione di Priapo, dio dal grande fallo dipinto a destra del portone e simbolo della prosperità dei proprietari della casa. Vi si accede dal vicolo dei Vettii, e subito entrando si apprezza la maestosità di questa domus. La planimetria della casa presenta una novità nell’architettura pompeiana, proprio all’ingresso: l’assenza del tablino, tradizionalmente presente sul fondo dell’atrio, per cui quest’ultimo svolge una funzione centrale di rappresentanza e di passaggio diretto all‘elegante e lussureggiante peristilio. La maggior parte degli affreschi della casa risale agli interventi condotti dopo il terremoto, e mostra una scelta accurata dei soggetti, generalmente collegata alla funzione degli ambienti. Gli ospiti vengono accolti all’ingresso, con la figura di Priapo. Si passa poi nell’atrio, dove si trovano fanciulli intenti a compiere sacrifici ai Penati, raffigurati nello zoccolo, alludenti al culto degli antenati, da sempre connesso a questo ambiente dell‘abitazione. Inserite nei pressi della grande cassaforte in bronzo, dove erano custoditi gli oggetti preziosi e gli averi dei proprietari, è la personificazione di Fortuna, alla quale degli amorini rivolgevano onorati sacrifici.

Roma. Per “Dialoghi in Curia” incontro in presenza e in streaming su “1922-2022. Spina etrusca: a cent’anni dalla scoperta di un grande porto mediterraneo” con Sassatelli, Braccesi e Michetti

roma_dialoghi-in-curia_spina-etrusca_sassatelli-braccesi-michetti_locandinaNuovo appuntamento con i “Dialoghi in Curia” promossi dal parco archeologico del Colosseo. Giovedì 17 novembre 2022, alle 16.30, la Curia Iulia ospita “1922-2022. Spina etrusca: a cent’anni dalla scoperta di un grande porto mediterraneo”: una conferenza dedicata al centenario della scoperta di Spina, grande porto etrusco del Mediterraneo rinvenuto casualmente nel 1922. Le successive indagini scientifiche furono dirette dalla soprintendenza alle Antichità dell’Emilia e della Romagna, istituita il 19 settembre 1924. Le campagne di scavo, condotte fino al 1935dal neo soprintendente Salvatore Aurigemma nell’area di Valle Trebba, portarono alla luce la zona settentrionale della necropoli di Spina con più di 1200 sepolture. La successiva bonifica di Valle Pega portò alla scoperta, tra il 1953 e il 1956, dell’area meridionale della necropoli che, nell’arco di altri dieci anni di scavi alla guida del soprintendente Paolo Enrico Arias e del direttore del Museo Nereo Alfieri, restituì ben 3mila tombe. Tra il 1957 e il 1964 fu individuato anche l’abitato, nella Valle del Mezzano, oggetto, negli ultimi anni, di nuove indagini estensive volte a definire meglio gli aspetti strutturali e cronologici urbani. Dopo i saluti di Alfonsina Russo, direttore del PArCo, introduce Massimo Osanna, direttore generale Musei. Intervengono Giuseppe Sassatelli, presidente dell’istituto nazionale di Studi Etruschi e Italici; Lorenzo Braccesi, già professore universitario, storico e saggista; e Laura Michetti, professoressa alla Sapienza Università di Roma. Prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti (max 100) su www.eventbrite.it. Ingresso da largo della Salara Vecchia n.5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di indossare la mascherina. L’evento sarà trasmesso in diretta streaming online sulla pagina Facebook del Parco archeologico del Colosseo.

Pompei. Aperte al pubblico la Villa di Diomede e la Casa dei Dioscuri: il parco archeologico amplia la fruizione della città antica con sistemi innovativi di accessibilità per disabili e giardini lussuosi ricostruiti

Una villa fuori porta con giardino scavata ancora nel Settecento, e una casa lussuosa nel cuore della città antica: il parco archeologico amplia i percorsi di fruizione di Pompei attraverso l’accesso alla Villa di Diomede e alla Casa dei Dioscuri, due grandi edifici di Pompei che da mercoledì 9 novembre 2022 sono aperti al pubblico al termine degli interventi di messa in sicurezza e restauro, con sistemi innovativi di accessibilità per disabili e giardini lussuosi ricostruiti. Con queste attese aperture, il parco archeologico avvia la restituzione alla fruizione di grandi dimore che, oltre ad aggiungersi all’offerta di visita della città antica,  prevedono il potenziamento dei percorsi dedicati alle persone con disabilità con una percorribilità fino al 90%, come nel caso dei  due piani del complesso della Villa di Diomede e la rigenerazione dei giardini della Casa dei Dioscuri – attraverso una nuova interpretazione dei dati archeologici e una vera e propria materializzazione delle pitture di giardino della casa, oggi quasi invisibili ma testimoniate dai disegni dei visitatori ottocenteschi – vero fulcro della vita domestica e dell’organizzazione spaziale e visuale della lussuosa dimora. Garantire l’accessibilità e l’inclusione sempre maggiore di tutti i visitatori e in più edifici di Pompei, è una priorità che il parco archeologico sta perseguendo ed affinando in tutti i suoi progetti di restauro. A questo si affianca la valorizzazione dei giardini e delle aree verdi in generale, che sono parte integrante del paesaggio della città antica.

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Massimo Osanna, direttore generale dei Musei (foto parco archeologico pompei)

“Queste aperture chiudono definitivamente i restauri del Grande progetto Pompei a cui risale la progettazione di entrambe le domus, che dall’inizio si è orientata nella direzione della piena accessibilità e della completa fruizione dei monumenti da parte di tutti i visitatori, al pari delle opportunità. A questo si aggiunge la grande attenzione anche ai giardini e alle aree verdi in generale, parti integranti della domus”, dichiara il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna. “L’approccio adottato con il Grande progetto Pompei si conferma essere stato un modello di sostenibilità, che sin dai primi progetti ha dato priorità al valore della multidisciplinarietà e alla collaborazione tra le diverse competenze archeologiche, architettoniche, ingegneristiche, botaniche e di restauro”.

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Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico Pompei)

“Il compito di noi archeologi è di raccontare l’eccezionalità della vita comune, che a Pompei possiamo ricostruire grazie a reperti unici, tra cui i calchi delle vittime e di oggetti d’uso quotidiano, ma anche di rendere accessibile e comune per tutti, quello che in antico era molto esclusivo”, interviene il direttore del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel: “apriamo oggi due dimore eccezionali, appartenenti all’élite dell’antica Pompei, nell’ottica di una sempre maggiore inclusione, che non è solo quella fisica, di abbattimento delle barriere, ma anche culturale e sociale. Attraverso i giardini e gli spazi verdi, possiamo offrire delle esperienze che consentono una comprensione più ampia della realtà storica di Pompei e del suo territorio. Ricordo che oltre al progetto di riqualificazione delle aree verdi che ha visto collaborare bambini e adolescenti con autismo e altre forme di disabilità, nei lavori di manutenzione e restauro dei giardini della casa dei Dioscuri hanno collaborato anche alcuni giovani che grazie l’istituto della messa alla prova, nell’ambito di una convenzione tra Parco e il tribunale di Torre Annunziata, hanno svolto lavori di pubblica utilità. Dopo gli importanti risultati ottenuti con il Grande Progetto Pompei, ora ci impegniamo a rendere il territorio sempre più partecipe della nostra visione, e le due case che oggi consegniamo alla fruizione pubblica ne sono un’espressione esemplare”.

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Inaugurazione della villa di Diomede a Pompei con la coop sociale Il Tulipano (foto parco archeologico pompei)

Presso la Villa di Diomede sono stati presenti bambini e adolescenti con autismo e disabilità cognitiva del Centro riabilitativo di Pompei. Nell’ambito di una convenzione promossa dal Parco archeologico con la Cooperativa sociale Il Tulipano, i ragazzi e le loro famiglie stanno seguendo un percorso di agricoltura sociale che comprende la raccolta della frutta nei giardini delle domus, nel vivaio e nei frutteti dell’area archeologica – a cominciare da melograni e mele cotogne per poi proseguire con i frutti del biancospino, gli agrumi, le sorbole – e la trasformazione con ricette desunte da autori antichi come Plinio, in succhi e marmellate.

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Il giardino della Villa di Diomede a Pompei con la piscina centrale (foto parco archeologico pompei)

 

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Ricostruzione della Villa di Diomede a Pompei (parco archeologico pompei)

Villa di Diomede. Villa di Diomede, posta lungo la via dei Sepolcri, presso la necropoli di Porta Ercolano, è tra i primissimi edifici scavati nel sito di Pompei, tra il 1771 e il 1775. L’aspetto attuale della villa, secondo gli studi più recenti, è la sintesi della sovrapposizione di diverse fasi edilizie, che hanno portato alla realizzazione di un complesso residenziale organizzato in tre differenti nuclei architettonici, sorti su diverse terrazze poste a quote differenti, degradanti verso il mare. Il primo nucleo è composto dal quartiere residenziale, formato da ambienti diversi di soggiorno disposti attorno al peristilio superiore, superato il quale era possibile giungere, attraverso una scala, al peristilio inferiore, posto ad una quota più bassa e composto da 17 colonne per lato, che circondavano il giardino, al cui centro si apre una piscina con nicchie rettangolari e curve, con il lato nord absidato. In asse con la piscina, ma rivolta verso sud, trova posto una terrazza sopraelevata ai cui angoli erano poste colonne in laterizio. L’ultimo nucleo è composto dall’ampio criptoportico che funge da sostruzione per il giardino oltre che da deposito. La villa, dalla sua scoperta risalente al 1771 sotto la direzione di Francisco La Vega, fino ad oggi ha subito numerosi interventi di restauro, che hanno modificato l’originaria opera architettonica.

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Le colonne del peristilio della Villa di Diomede a Pompei prima dei restauri (foto parco archeologico pompei)

La struttura appare realizzata con l’uso di materiali locali, quali il calcare del Sarno, i tufelli, la schiuma di lava, il tufo grigio, il tufo giallo ed i laterizi legati con malta di calce idraulica ed inerti di origine vulcanica. Nel corso del tempo i giunti delle pietre sono stati più volte stilati con malte cementizie e le piattabande in legno sono state sostituite. Buona parte delle murature presentavano ampie superfici coperte da vegetazione infestante, patine biologiche, erosioni, mancanze di materiali, esfoliazioni ed efflorescenze saline. Gli interventi del progetto di restauro hanno interessato prevalentemente il consolidamento delle volte degli ambienti che custodiscono elementi decorativi parietali e pavimentali, il restauro delle apparecchiature murarie, la conservazione delle stratificazioni dei restauri realizzati a partire dal XVIII secolo, la costruzione di nuove coperture archeologiche a protezione di ambienti completi di intonachi e degli elementi decorativi parietali, la verifica e la sostituzione degli architravi esistenti, il restauro e la manutenzione di elementi metallici, la sostituzione dei cancelli e balaustre, il  consolidamento delle creste murarie, la pulizia archeologica degli ambienti interni e degli spazi destinati ai percorsi di collegamento alle funzioni della villa, il recupero egli intonaci e dipinti murari.

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Le colonne del peristilio della Villa di Diomede a Pompei con le pedane per i disabili (foto parco archeologico pompei)

Un intervento significativo è stato riservato alla fruizione della Villa, in particolare per consentire un accesso “totale” ai diversamente abili, dotando il percorso di visita di un elevatore esterno e un sistema d pedane che consentono di superare gli ostacoli del sito. Il sistema di accesso alla Villa è stato poi agganciato al progetto più ampio di accessibilità di Pompei, con la nuova sistemazione del varco di Porta Ercolano e la passeggiata da Porta Ercolano a Porta Vesuvio che verrà realizzato nei prossimi mesi. Per le persone con disabilità è riservato l’accesso dalla strada esterna su via villa dei Misteri, previo contatto con i seguenti numeri di telefono: 081.8575400/333 o 081.8575347. Il personale di accoglienza Ales fornirà all’ingresso, le indicazioni per il percorso di visita e l’utilizzo dell’elevatore esterno. Il progetto di restauro di Villa di Diomede, risalente al 2016, è stato finanziato con fondi del GPP, nell’ambito del Programma Operativo Interregionale FESR “Attrattori culturali, naturali e turismo” Obiettivo Convergenza 2007/2013.

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Scorci nella Casa dei Dioscuri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Casa dei Dioscuri. Scavata tra il 1828 e il 1829, la Casa dei Dioscuri, nella Regio VI, è una delle più vaste e prestigiose di Pompei, celebre per la ricchezza delle pitture di IV stile e la sua organizzazione interna con ampi spazi aperti dai continui rimandi prospettici. Ancora oggi, nonostante molte pitture siano state nel passato staccate e ricollocate al museo Archeologico di Napoli, si può godere della volontà di creare decorazioni insolite e adatte alle vaste dimensioni degli ambienti, valutando quindi il gusto di una committenza tra le più colte di Pompei. L’abitazione è dotata di due atri, collegati da un elegante peristilio di tipo rodio, cioè con il braccio settentrionale scenograficamente più elevato rispetto agli altri, dal quale si vede una profonda vasca utilizzata per giochi di acqua e sul quale si affaccia un elegante ambiente di soggiorno le cui pareti erano in origine rivestite di marmo, fatto non comune a Pompei.

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L’atrio principale della Casa dei Dioscuri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

L’atrio principale è dotato di 12 colonne in tufo e su di esso si aprono ambienti sontuosi, adibiti al ricevimento e al convivio chiusi sul fondo da un piccolo giardino; l’atrio secondario è quasi interamente occupato dagli ambienti di servizio e da quelli dedicati al riposo. La decorazione parietale è opera della stessa bottega che ha lavorato nella vicina Casa dei Vettii, le pitture più significative sono visibili al museo Archeologico nazionale di Napoli, compresi i quadretti all’ingresso con i Dioscuri Castore e Polluce, che hanno dato il nome alla casa e le cui copie sono state recentemente ricollocate in situ.

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La lussuosa Casa dei Dioscuri a Pompei dopo i restauri (foto parco archeologico pompei)

Gli interventi sulla casa sono consistiti nella realizzazione di nuove coperture archeologiche, leggere e reversibili, per l’intera estensione della casa, la risistemazione di alcune falde di copertura nonché la revisione delle strutture metalliche per poter rendere nuovamente fruibile il monumento. A seguito del completamento del cantiere sono stati eseguiti interventi di messa in sicurezza degli apparati decorativi parietali e pavimentali. Il progetto di recupero della Casa ha stimolato la rigenerazione dei giardini della domus – quello del peristilio e quello dello pseudoperistilio dorico – con nuove interpretazioni dei dati archeologici e archeobotanici degli scavi del passato, degli spunti e dell’analisi dell’architettura e dei suoi rapporti interni, nonché degli apparati decorativi originari trasmessi dal taccuino di schizzi dello studioso e viaggiatore inglese Sir William Gell, testimone dei primi scavi intorno al 1830.

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Il giardino restaurato della Casa dei Dioscuri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

 

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Gli schizzi di William Gell del peristilio della Casa dei Dioscuri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Nei giardini lo spazio verde dialogherà idealmente con gli affreschi ricchi di nastri decorativi a carattere botanico, ratificando il ruolo originale del peristilio come paradeisos privato. Al fine di garantire la filiera corta quale buona pratica ambientale ormai peculiare del Parco Archeologico di Pompei, anche per i nuovi giardini della Casa dei Dioscuri è stato possibile utilizzare gran parte delle specie vegetali tra quelle allevate nel nuovo Vivaio della Flora Pompeiana alla Casa di Pansa. Il giardino del semiperistilio dorico interpreta e materializza la decorazione pittorica che ornava le pareti e che oggi è ancora possibile vedere negli schizzi di William Gell secondo un’idea di base che parte dal concetto di continuità del giardino rispetto alla decorazione dipinta (la stessa continuità tra le colonne libere del peristilio “vero” e le semicolonne dell’ala posteriore “finta”. Il giardino vegetale è la prima quinta, reale, fatta dalla successione di rose antiche sarmentose che si arrampicano intorno alle colonne, seguite da una fascia di prato con fioriture spontanee e dove l’incannucciata separa le bulbacee, i piccoli fruttiferi allevati a coppa tra le linee spezzate dei cancella di legno che accompagnano lo sguardo verso il filare di piccoli cipressi e le pitture retrostanti.

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Ambienti affrescati della Casa dei Dioscuri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Il giardino del peristilio s’inserisce nella corrente neo-pittorica del paesaggio contemporaneo, con rimandi allo storicismo, caratteristico dei giardini pompeiani realizzati nel Novecento. Il giardino presenta un disegno ben definito e storicizzato che rimanda allo stile di altri giardini di domus vicine come quella degli Amorini dorati con una scelta delle specie che vuole richiamare l’opulenza e il lusso della dimora patrizia: Ars topiaria con la classica siepe di Ruscus molto bassa, evitando di coprire i punti di fuga e la prospettiva sugli affreschi delle pareti circostanti e sulla grande vasca in posizione opposta; elementi che disegnano la verticalità accompagnando il colonnato con forme topiarie di Tasso e Cipresso, eleganti non invasive sottili a garanzia del principio di equilibrio. All’interno dei letti disegnati dalla siepe sono fioriture di Rosa, Iris, Narcisi per la primavera, campanule e lavanda per il periodo estivo con due strutture topiarie fatte di canne di fiume a sostenere Lonicera caprifolium.