Iran: Pasargade, la città di Ciro il Grande, sarà curata dagli archeologi e restauratori italiani: firmato un protocollo Italia-Iran

Pasargade, la città di Ciro, prima capitale achemenide: il restauro sarà curato dagli esperti italiani
Pasargade, la città di Ciro il Grande, prima capitale dell’impero persiano, sarà curata dagli italiani. Sono stati inaugurati nei giorni scorsi i laboratori di restauro, asse portante di un progetto a tutela del patrimonio archeologico iraniano avviato nel 2014 e destinato a proseguire almeno fino al 2017. “Una forma di cooperazione di grande valore simbolico per il patrimonio archeologico mediorientale, che in altre parti della regione corre un grande pericolo”, l’ambasciatore italiano in Iran, Mauro Conciatori, ha definito i nuovi laboratori per il restauro della pietra aperti dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), con l’Iranian Cultural Heritage Organization a Pasagarde, l’area archeologica vicina a Persepoli dove si trova la tomba di Ciro il Grande. Con questo protocollo e quello che a breve si realizzerà anche a Bam, ha proseguito il diplomatico, “abbiamo scritto un’altra pagina del grande libro della cooperazione tra l’Italia e l’Iran”.

La ricostruzione del “giardino persiano” di Pasargade, uno dei più antichi restituiti dagli scavi archeologici
Le rovine di Pasargade si trovano circa 87 chilometri a nordest di Persepoli, nella provincia iraniana di Fars; fondata da Ciro il Grande nel 546 a.C., fu la prima capitale dell’impero achemenide fino a quando il centro di comando del regno venne spostato a Persepoli. Sul sito archeologico si possono ancora ammirare la tomba di Ciro, la fortezza di Toll-e Takht (situata sulla cima della collina che domina la piana), e le rovine di due palazzi reali con i loro giardini, uno dei primi esempi di giardino persiano che la storia registri. Recenti ricerche avrebbero mostrato come le fondamenta degli edifici di Pasargade sarebbero state progettate per resistere a un terremoto che oggi classificheremmo di magnitudo sette nella scala Richter. Con il sostegno del Mibac, gli esperti italiani lavoreranno a Pasargade per l’analisi e il recupero della pietra, di recente esposta a nuove minacce dovute anche ai cambiamenti ambientali e all’uso massiccio delle falde acquifere. Secondo il responsabile italiano del progetto, Claudio Prosperi Porta, “la quasi totale scomparsa delle piogge nell’ultima decade insieme al prelievo di acqua a grandi profondità per la coltura intensiva del riso, ha provocato una nuova aridità del terreno, che si somma ad altri pre-esistenti fattori di rischio per la struttura di quanto rimane dei palazzi antichi e per l’integrità delle singole pietre”. Questo fenomeno è molto evidente nei resti del palazzo di Ciro, dove anche i vuoti lasciati dalle grandi pietre prese in passato per la costruzione di altri edifici concorrono ad un progressivo degrado di quelle ancora in sede, collocate 2500 anni fa con le sapienti tecniche costruttive delle maestranze cosmopolite di Ciro. “Al fondatore dell’impero persiano”, spiegano gli archeologi, “va infatti il merito di aver saputo per primo, nella sua dinastia, mettere a frutto le competenze tecniche e artistiche dei popoli conquistati, prima nella vasta area di Pasardade – dove si trovano – come detto – anche la fortezza di Toll-e Takht, la colonna con la scritta ‘Sono Ciro il re, un Achemenide’ in tre lingue, i resti di due palazzi e del primo esempio noto di giardino persiano”. In tutte queste strutture, già interessate in passato da scavi e restauri, è ora necessario un attento lavoro di analisi per mettere a punto gli interventi di tutela successivi.
Il monumento più famoso di Pasargade è la tomba di Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, la cui camera (3 metri x 2) ha un’entrata bassa e stretta. Alessandro Magno rese omaggio al mausoleo di Ciro dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli. Flavio Arriano riporta nel II secolo d.C. (quindi molto dopo la morte di Alessandro Magno) che il macedone ordinò ad Aristobulo, uno dei suoi luogotenenti, di entrare nell’edificio; qui egli trovò un letto d’oro, una tavola apparecchiata, una bara dorata, alcuni paramenti ornati di pietre preziose ed un’iscrizione, che oggi non è visibile. L’esercito arabo decise di distruggerla, perché considerata in contrasto con i principi dell’Islam. Ma i guardiani persiani riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone: e la Tomba fu salva. E ancora oggi il monumento è noto come “Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone. Il protocollo firmato dal Mibac prevede che i nostri tecnici lavorino anche all’analisi dei rivestimenti interni delle cella del mausoleo di Ciro. “È uno spazio vuoto”, spiegano gli archeologi, “dove in epoca islamica è stato inserito un ‘mihrab’ per la preghiera e dove probabilmente il corpo dell’imperatore non venne mai posto, visto che la sua fede zoroastriana non prevedeva la conservazione delle salme”. Ma il mausoleo mantenne un grande valore simbolico e rimase sede dell’incoronazione dei re anche dopo che Dario spostò la capitale ufficiale dell’impero nella vicina e tuttora grandiosa Persepoli.
“Quello di Pasagarde”, conclude Mohammad Hassan Talebian, vicepresidente dell’ente per i beni archeologici iraniani, “è il primo laboratorio per l’analisi della pietra all’interno di un sito archeologico in Iran . Per noi la presenza italiana ha una grande valenza e una grande importanza”, che si inserisce nel solco di una tradizione decennale. “L’Iran vuole giungere ad avere un piano generale per tutta l’area di Pasagarde e Persepoli, considerata un unico ‘paesaggio’ archeologico e culturale in cui non vanno considerati solo i suoi monumenti, ma anche gli altri elementi che ne caratterizzarono la civiltà: dalla religione all’agricoltura alle opere per l’irrigazione”. Ma nel futuro dell’area vi è anche l’idea, lanciata dalle autorità locali e raccolta dall’ambasciatore Conciatori, di un gemellaggio tra Pasagarde e un comune italiano.
“Lapislazzuli. Magia del blu”: per la prima volta in mostra a Firenze l’uso del “blu oltremare” nelle scienze e nelle arti dalle origini ai giorni nostri
Quando quel “magico blu” fece la sua apparizione in Europa eravamo già nel Medioevo. Venne chiamato “ultramarinum”, cioè proveniente da “al di là del mare”, da cui il nome di blu oltremare. Ma all’epoca quella pietra blu che altro non era che il lapislazzuli, in realtà era conosciuta da millenni. Ridotto in polvere ad uso di pigmento, il lapislazzuli fu utilizzato infatti fin dall’antichità e ricercato come preziosa pietra dura fino al XIX secolo. I gioielli in lapislazzuli diventano ora per la prima volta una grande mostra: “Lapislazzuli. Magia del blu”, ospitata fino all’11 ottobre al museo degli Argenti in Palazzo Pitti a Firenze: un viaggio che documenta la passione per questo prezioso materiale e il suo uso nelle scienze e nelle arti dalle origini ai nostri giorni.
“Contrariamente a quello che comunemente si pensa”, spiegano gli organizzatori, “il lapislazzuli non è un minerale ma una roccia composta da diversi minerali. Il suo colore blu è dato dal minerale che ne è dominante, la lazurite. Al mondo esistono pochi giacimenti di lapislazzuli, ma sono tutti legati tra loro da una comune geologia: il metamorfismo. Il giacimento principale, ed anche il più antico, citato da Marco Polo, si trova nelle montagne di Sar e Sang. Sono picchi che culminano a più di 7000 metri di altitudine, situati nell’Hindu Kush, nell’Afghanistan settentrionale ed accessibili solo attraverso passi situati a non meno di 5000 metri. Le lenti di lapislazzuli, spesse qualche metro, sembrano delineare dei drappeggi blu nel candore del marmo. Sono il risultato della circolazione di fluidi idrotermali profondi e ricchi di sodio, zolfo e cloro durante la formazione delle catene montuose. I sollevamenti tettonici hanno portato in seguito queste meraviglie alla superficie. Ed il lapislazzuli si estrae tuttora”.
L’utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica. Il percorso della mostra inizia con reperti archeologici provenienti dagli scavi condotti nella valle dell’Indo (Mehrgarth, 7000 a.C.), in Mesopotamia (Sumer, 6000 a.C., Ur, 2500 a.C.) e in Egitto (durante la XVIII dinastia, 1500 a.C. circa). Colore iconografico della Santa Vergine, colore simbolico della dignità reale, colore emblematico dei re di Francia, colore della moda: il blu diventa, verso la fine del Medioevo, il più bello e nobile fra i colori. Importato in Europa in quantità importanti dai mercanti veneziani, il lapislazzuli veniva pagato a peso d’oro e divenne il “blu” per antonomasia, uno dei colori più ricchi e preziosi, che veniva spesso associato alla porpora e all’oro. Una sezione della mostra è dedicata proprio all’utilizzo del lapislazzuli in campo pittorico. Nel Rinascimento la preziosità del materiale fu particolarmente apprezzata a Firenze. Proprio alla corte dei Medici ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di oggetti in lapislazzuli d’Europa: non solo coppe, vasi e anfore, ma anche mobili intarsiati, piani di tavolo e commessi prodotti nelle botteghe fondate da Francesco I nel Casino di San Marco e nei laboratori istituiti da Ferdinando I nel complesso vasariano degli Uffizi, fino al tramonto della dinastia.
Verso la fine del XVII secolo e per tutto il XVIII, per la penuria di lazurite, ci fu una forte domanda di pigmento blu. Nel 1814 il chimico francese Tassaert, che lavorava in una fabbrica della società Saint-Gobain che produceva della calce, osservò la formazione spontanea di un pigmento blu molto simile all’oltremare: è la nascita della sintesi dell’oltremare artificiale. Lo sviluppo della chimica nel secolo dei Lumi, permise anche la scoperta di altri pigmenti sintetici. È stato solo nel XX secolo che si è ridato al lapislazzuli il suo ruolo aristocratico: nel 1956 l’artista francese Yves Klein mise a punto un particolare blu, molto profondo, utilizzando un pigmento oltremare sintetico mescolato ad una resina industriale. Questo colore, ricordo quasi perfetto di quel lapislazzuli impiegato per dipingere i manti delle Madonne del Rinascimento, diventerà celebre con il nome di International Klein Blue (Ikn). All’lkn è dedicata l’ultima sezione della mostra con opere degli artisti contemporanei che hanno utilizzato per le loro opere questi nuovi pigmenti.
26. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: ospite d’onore il Centro studi e ricerche Ligabue. Anteprima del poster ufficiale della rassegna

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto
La macchina organizzativa della XXVI rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto sta definendo i dettagli dell’intenso programma di proiezioni e di incontri in programma dal 6 al 10 ottobre 2015, che quest’anno prevede anche l’assegnazione del premio biennale “Paolo Orsi” al miglior film in concorso sul tema “Le grandi civiltà”. Intanto c’è già un’anteprima: il poster ufficiale della XXVI rassegna, destinato a essere il manifesto della manifestazione roveretana nel mondo. La scelta dell’immagine-simbolo fatta dal direttore della Rassegna, Dario Di Blasi, con la collaborazione dei grafici e del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non è casuale: un pendaglio in oro di arte precolombiana appartenente alla cultura Tolima (500-1000 d.C.), immagine gentilmente concessa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia che quest’anno è l’istituzione culturale ospite d’onore della rassegna, presente con una serie di film dell’archivio Ligabue nel programma ufficiale e in una sezione collaterale dedicata a ripercorrere l’attività scientifica e di ricerca decennale del Csrl e a ricordare la figura del suo fondatore, Giancarlo Ligabue, scomparso lo scorso gennaio (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/). Non solo. “Sabato 10 ottobre, giornata clou della rassegna”, ricorda Di Blasi, “ripercorreremo l’avventura scientifica di Giancarlo Ligabue nella conversazione all’auditorium con il figlio Inti e soprattutto con Viviano Domenici ex responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, e Adriano Favaro, collaboratore di Ligabue nelle principali missioni scientifiche, e direttore del Ligabue Magazine”.
“Rapiti alla morte”: una piramide nell’anfiteatro per i calchi di Pompei parte della grande mostra “Pompei e l’Europa” all’Archeologico di Napoli che racconta la suggestione evocata dal sito di Pompei sugli artisti e nell’immaginario europeo

La piramide realizzata nell’anfiteatro di Pompei per la mostra “Rapiti alla morte” sezione di “Pompei e l’Europa”
“Scusate, ma siamo proprio a Pompei?”. La reazione potrebbe non essere peregrina per chi arriva nel grande anfiteatro della città romana alle falde del Vesuvio. Da qualche giorno al centro dell’arena sorge una grande piramide. Sì, avete capito bene: una grande piramide, innalzata per ospitare al suo interno 20 calchi di pompeiani colti nel momento della morte per la famosa eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., calchi che sono parte integrante della mostra “Pompei e l’Europa 1748-1943”, un grande progetto espositivo per raccontare la suggestione evocata dal sito archeologico di Pompei sugli artisti e nell’immaginario europeo, dall’inizio degli scavi nel 1748 al drammatico bombardamento del 1943. La mostra, curata da Massimo Osanna, Maria Teresa Caracciolo e Luigi Gallo, e inaugurata dal ministro Dario Franceschini, rimarrà aperta fino al 2 novembre nelle due sedi espositive in cui è articolata: al museo Archeologico nazionale di Napoli e nell’anfiteatro di Pompei.

La Sala della Merdiana del Museo Archeologico di Napoli, dove è allestita la mostra “Pompei e L’Europa 1748-1943” (foto Anna Monaco)
Nel salone della Meridiana del museo Archeologico di Napoli sono esposte 200 opere d’arte, provenienti da musei italiani e stranieri: reperti antichi e capolavori moderni. Nell’anfiteatro di Pompei, sotto una piramide appositamente realizzata, è stata allestita la sezione “Rapiti alla morte” con l’esposizione di 20 calchi, a partire da quelli realizzati da Giuseppe Fiorelli, che si trovano nel sito degli scavi, sottoposti per l’occasione a restauro. E c’è anche una selezione di foto che parlano del sito archeologico dell’area vesuviana. È la mostra “La fotografia” curata da Massimo Osanna, Ernesto de Carolis e Grete Stefani: una serie di scatti, molti inediti, che testimoniano il progresso degli scavi tra l’Ottocento ed il Novecento. La rassegna è stata promossa dalla soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia e dalla direzione generale del Grande Progetto Pompei, con il museo archeologico di Napoli ed è stata organizzata da Electa con il patrocinio di Expo Milano 2015. L’allestimento è stato affidato all’architetto Francesco Venezia. “È stato fatto un altro passo per la rinascita di Pompei”, ha detto nel corso della cerimonia inaugurale il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, che ha evidenziato il lavoro svolto dalla soprintendenza guidata da Massimo Osanna e dal direttore generale del Grande Progetto Pompei, il generale Giovanni Nistri. “In mezzo a tanto scetticismo, diffidenza e direi ostilità è stato fatto un lavoro operoso, con spirito di squadra e collaborazione”. E il generale Nistri ha approfittato dell’evento per fare il punto sul Grande Progetto Pompei: “Ad oggi sono state bandite gare per 118 milioni. È stata intanto completata la fase progettuale: si è giunti al 90 per cento della fase di gara e resta la fase di esecuzione per la quale siamo arrivati al 50 per cento circa”.
Proprio in occasione dell’inaugurazione della mostra “Pompei e l’Europa” è stata aperta al pubblico la domus restaurata della Fontana Piccola. La Casa della Fontana Piccola è stata interessata da un intervento globale che ha riguardato lavori di consolidamento strutturale e architettonico e da un mirato intervento di restauro degli splendidi apparati decorativi finanziato dalla Fondazione Città Italia. I lavori di restauro architettonico previsti nell’ambito del Grande Progetto Pompei si sono conclusi con 45 giorni di anticipo rispetto a quelli stabiliti dal capitolato, e lo stesso collaudo, previsto per legge al termine dei lavori, si è esplicato in tempi estremamente ridotti. L’orario di visita alla Casa della Fontana Piccola e delle altre domus (Terme Suburbane, Casa del Poeta Tragico, Casa del Principe di Napoli, Termopolio di Vetuzio Placido, Casa di Marco Lucrezio Stabia, Casa di Marco Lucrezio Frontone, Casa dell’Ara Massima e Casa della Caccia Antica) è dalle 9.30 alle 17.20. Restano invariati gli orari di visita agli altri edifici dell’area archeologica. Dal 15 giugno, però, a seguito dell’avvio di numerosi cantieri del Grande Progetto Pompei e delle conseguenti necessità organizzative e di ottimizzazione dei lavori, l’orario di apertura al sito sarà posticipato alle 9.30.
Per gli organizzatori la mostra “Pompei e l’Europa” è “un vero e proprio viaggio, grandioso e complesso, in cui l’antico dialoga con il moderno, la natura, l’archeologia” con l’obiettivo di testimoniare come “Pompei con le rovine sepolte e la sua classicità abbia affascinato per duecento anni gli artisti di tutta Europa”. A scandire la prima delle due tappe del percorso espositivo, suddiviso in quattro sezioni cronologiche, più di 250 opere tra reperti antichi e capolavori moderni (dipinti, disegni, raccolte di stampe, progetti architettonici, fotograi e, sculture, oggetti, libri, ecc.), provenienti dai più grandi musei italiani e stranieri e riunite per l’occasione nel salone della Meridiana del museo Archeologico di Napoli. Il continuo confronto che ne scaturisce documenta come Pompei, con le sue rovine sepolte e la sua classicità, abbia affascinato per quasi duecento anni gli artisti di tutta Europa – da Ingres a Picasso, da Normand a Le Corbusier, da Moreau a Klee -, influenzato il gusto di intere corti e residenze, nella letteratura come nel teatro, nella musica come nell’estetica, svolgendo un ruolo fondamentale anche per gli sviluppi dell’archeologia moderna: 17 i prestiti dei musei francesi (compresi il Louvre, il Musée D’Orsay e il Musée Picasso, nonostante la recente riapertura a ottobre 2014 dopo cinque anni di chiusura), cinque dai britannici (compresi il British Museum e il Victoria and Albert) e altri da Germania, Svizzera, Austria, Danimarca e Svezia. “Questa è la prima grande e organica mostra su Pompei da dieci anni a questa parte”, sottolinea con orgoglio Massimo Osanna. “E non si tratterà del prevedibile appuntamento sulla vita quotidiana, ma di una riflessione approfondita su come e quanto il mondo emerso dagli scavi abbia influenzato tutta la cultura europea, anche nella nostra contemporaneità. Due esempi tra i tanti: Le Corbusier che visita Pompei e poi prende spunto dalle case di quella città per il “suo” modello di abitazioni. O Picasso che scopre Pompei e ne resta rapito, come dimostra Due donne che corrono sulla spiaggia del 1922, prestato dal Musée Picasso”.

I calchi restaurati per la mostra “Rapiti alla morte” nell’allestimento dell’architetto Francesco Venezia

I calchi realizzati a partire da quelli di Giuseppe Fiorelli, vengono presentati per la prima volta al pubblico dopo il recente restauro della soprintendenza
Una riscoperta davvero eccezionale e rivoluzionaria dunque quella di Pompei la cui quotidianità, sconvolta dalla terribile eruzione del 79 d.C, viene rievocata e riportata alla luce direttamente nello spazio dell’anfiteatro, dove si snoda il secondo itinerario della mostra. Qui, per la sezione “Rapiti alla morte” a cura di Massimo osanna e Adele lagi, i calchi realizzati a partire da quelli di Giuseppe Fiorelli, rilevando le impronte lasciate dai corpi degli sfortunati abitanti della città nel materiale vulcanico, vengono presentati per la prima volta al pubblico dopo il recente restauro della soprintendenza, a cura di Massimo Osanna e Adele lagi. Ad accoglierli un progetto di Francesco Venezia di grande impatto e forza evocativa pensato per ospitare, a completamento del percorso espositivo, anche la mostra “La fotografia” curata da Massimo Osanna, Ernesto De carolis e Grete Stefani. Una selezione di scatti e immagini, tra cui molte inedite, testimonia -come detto – il progresso degli scavi tra Ottocento e Novecento offrendo ai visitatori un contributo visivo e documentario di straordinario valore che concorre a ricostruire, con il resto dell’esposizione, la fortuna e l’irraggiamento culturale del celebre sito archeologico.
La villa dionisiaca di Somma Vesuviana, tra Nola e Pompei, nota come villa dove sarebbe morto l’imperatore Augusto, è divenuta bene dello Stato Italiano: la fondazione Romualdo Del Bianco ha donato i terreni su cui insiste la villa
La grande villa romana a Somma Vesuviana, nota anche come villa di Augusto, definita dagli archeologi giapponesi – che vi scavano dal 2002 – “una struttura più unica che rara, che si può paragonare solo a villa Adriana, a Tivoli, con tanti edifici indipendenti che si distribuiscono sulle pendici del vulcano”, è divenuta un bene dello Stato Italiano. L’importante sito archeologico è stato donato nei giorni scorsi dalla fondazione Romualdo Del Bianco – Life Beyond Tourism di Firenze alla soprintendenza Archeologica della Campania. L’atto è avvenuto nello studio notarile Cambi di Firenze. La fondazione ha donato alla soprintendenza i propri terreni situati appunto nel Comune di Somma Vesuviana (alle falde del Vesuvio, nei pressi di Pompei) ove sono stati rinvenuti, al termine di una campagna di scavi iniziata nel 2002 in collaborazione con l’università di Tokyo, e dal museo di Arte Occidentale di Tokyo, numerosi reperti archeologici e una villa romana che inizialmente, per la sua imponenza, gli esperti immaginavano attribuibile all’imperatore Augusto. Fin dal suo inizio, la campagna di scavi è stata diretta dal professor Masanori Aoyagi, all’epoca ordinario dell’Università di Tokyo, oggi commissario dell’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone (Bunka-cho, la massima carica amministrativa non politica in campo culturale), che ha scelto la fondazione Romualdo Del Bianco-Life Beyond Tourism quale partner di sicura affidabilità per una così importante iniziativa culturale, e con adeguata missione statutaria.

Somma Vesuviana, alle falde del vulcano: qui è stata trovata nel 1930 una villa romana di età augustea
Quando nel 1930 a Starza della Regina di Somma Vesuviana, alle falde del vulcano, durante i lavori agricoli ci si imbattè casualmente in un muro di notevoli dimensioni che ben presto si rivelò parte di una grande villa romana del I secolo d.C. riccamente decorata, gli archeologi non ebbero dubbi: era stata finalmente trovata la dimora che ospitò l’imperatore Ottaviano Augusto – il divo Augusto – gli ultimi giorni della sua vita. del resto, nonostante all’epoca gli scavi fossero ancora molto limitati, il passo di Svetonio nelle Vite dei Cesari, che ricordava la morte del fondatore dell’impero avvenuta a Nola nella casa del padro Ottavio,e quello di Tacito negli Annali che precisava “nella casa del padre, vicino a Nola (apud Nolam)”, non sembravano lasciare adito ad altre interpretazioni. Oggi c’è maggiore prudenza. Si preferisce ricordare il complesso di Somma Vesuviana come villa dionisiaca, dal ciclo di affreschi che vi è conservato. “Comunque”, spiegano gli archeologi giapponesi, “sebbene i dati finora acquisiti non supportino l’ipotesi che questa sia la villa di Augusto, la ricchezza ed unicità dei reperti aiutano a capire molto della Campania antica fino alla data tradizionale della fine dell’Impero Romano d’Occidente.
Le strutture finora riportate in luce fanno parte di un ampio edificio romano, costruito nella prima età imperiale che continua a vivere fino al V secolo d.C., cambiando nel tempo carattere e funzione, fino alla eruzione vesuviana del 472 d.C., che lo seppellì per oltre la metà della sua altezza. Bisognerà attendere gli anni ’30 del secolo scorso perché quei resti tornino alla luce grazie all’interessamento di Alberto Angrisani, dottore e farmacista di Somma Vesuviana. Gli scavi, eseguiti dal 1934 al 1936 da Matteo Della Corte, suo caro amico e direttore degli scavi di Pompei, sotto la supervisione di Amedeo Maiuri, portarono alla luce i resti di un edificio monumentale. Fra le vestigia allora scoperte, la più maestosa era la “colonnata con archi e pilastri” orientata da est ad ovest e di una lunghezza approssimata di 12 metri; essa era collegata perpendicolarmente ad un “muro di mattoni” decorato con tre nicchie. Inoltre furono scoperti “colonne e capitelli di marmo, pavimenti in mosaico, splendidi frammenti di statue raffiguranti persone con sontuose vesti, (…) stucchi policromi di muri e lacunari”. Nonostante il grande interesse del popolo di Somma, che inviò anche una richiesta di finanziamento a Mussolini per la prosecuzione dello scavo, non fu possibile andare avanti a causa della mancanza di fondi.
La ricerca sul sito è ricominciata nel 2002, con il progetto di ricerca multidisciplinare dell’Università di Tokyo. “Oggi”, spiegano i ricercatori dell’università di Tokyo, “si possono visitare alcuni ambienti monumentali e di rappresentanza. La stanza più grande è costituita da un lato da un colonnato, due pareti con nicchie, un’arcata sorretta da pilastri e, dall’altro, da una parete decorata con temi legati al dio del vino Dioniso. In una delle nicchie è stata rinvenuta una donna con veste greca, forse una divinità, mentre in un’altra in origine era collocata una statua di Dioniso giovane con cucciolo di pantera; entrambe sono ora al museo di Nola. In una delle ultime fasi di vita, questa stanza e tutte le altre furono destinate alla produzione agricola. A ovest è una stanza con numerose porte e finestre, in origine con pavimento a mosaico e tarsia marmorea, successivamente divisa in due parti, una per stalla e l’altra per dispensa. In una fase tarda, a seguito del crollo del tetto, in un angolo fu posto un forno. Verso valle, collegata con la stanza principale da due scale, è un’area terrazzata con colonnato in mattoni e, verso est, un’aula absidata con arcata e fregio con Nereidi e Tritoni. Da questa stanza si accede ad un’altra, ugualmente absidata e con pavimento a mosaico decorato con motivi geometrici e delfini che saltano fra le onde. Fra le scale per la terrazza superiore, in una fase tarda furono poste due cabalette e tre “cisterne/silos”, all’interno delle quali sono stati trovati un torso di cileno, un’erma ed un’iscrizione funeraria. Dalla terrazza mediana si accede, tramite una scala, a una cella vinaria posta più in basso. Oltre la parete con decorazione dionisiaca è una vasta area, con due muri orientati nord-sud ed originariamente pavimentata con basoli di lava. In una fase successiva, parte dei basali fu rimossa e furono posti alcuni grandi contenitori panciuti (dolia). Poi anche i dolia furono rimossi e, sul terreno accumulatosi, sono state rinvenute tracce di solchi arati ed impronte di animali, probabilmente in fuga al momento dell’eruzione”.
E così si arriva ai giorni nostri con l’atto di donazione allo Stato Italiano dei terreni su cui insiste la villa dionisiaca da parte della Fondazione Romualdo Del Bianco-Life Beyond Tourism che, tra le “mission” ha anche quella di “restaurare beni di rilevante interesse storico, artistico, archeologico e archivistico, elaborando progetti e piani di recupero e valorizzazione, in armonia con i programmi e gli indirizzi formulati dagli organi statali, regionali e locali preposti alla tutela e conservazione dei precisati beni culturali”.

Ora che la villa è bene dello Stato si confida in una sua valorizzazione e fruizione per il grande pubblico
Nel corso degli anni, i rinvenimenti dal sito archeologico di alto valore storico (da statue, mosaici, affreschi, colonnati e altro ancora) hanno suscitato enormi interessi sia a livello nazionale (tra le varie, agli scavi è stata dedicata una puntata di “Quark” con Alberto Angela) e internazionali (reperti sono stati mostrati all’Esposizione Universale di Aichi in Giappone, nel 2005). Oggi la Fondazione, in fase conclusiva delle opere, per espressa volontà del commissario dell’Agenzia degli Affari culturali del Giappone, ha consegnato al ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo il frutto di questa lunga ed impegnativa collaborazione con l’università di Tokyo, con la speranza che si possa finalizzare il processo di valorizzazione avviato a beneficio della comunità locale e – in generale – del patrimonio culturale italiano e mondiale. Non potendo, per i suoi impegni istituzionali, essere presente all’atto di donazione, a fianco di Paolo Del Bianco presidente della fondazione Romualdo Del Bianco, il professor Masanori Aoyagi ha delegato a rappresentarlo per procura il professor Stefano De Caro, già soprintendente per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta al momento dell’avvio della campagna di scavi, e oggi direttore generale di Iccrom, istituzione intergovernativa internazionale per la formazione alla conservazione del patrimonio culturale; con tale Istituzione la Fondazione ha un consolidato rapporto di collaborazione anche per borse di studio per giovani ricercatori. Il ministero della Cultura e del Turismo è stato rappresentato nell’atto notarile dalla soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta con Luciano Muragia.
Roma, scoperti i resti del monumentale Arco di Tito al Circo Massimo visto l’ultima volta in piedi nell’VIII secolo. Ma servono molti soldi per gli scavi, così sarà reinterrato
L’ultimo ad aver visto ancora in piedi l’Arco di Tito al Circo Massimo di Roma fu l’Anonimo di Einsiedeln che nell’VIII secolo ne aveva trascritto l’iscrizione sull’attico. Poi l’oblio. Vuoi per il degrado inesorabile del tempo, vuoi perché il fornice centrale nel XII secolo fu inglobato nel canale dell’Acqua Mariana (acquedotto medievale fatto costruire da Callisto II nel 1122), vuoi per le spoliazioni subite nei secoli. Ma della monumentalità dell’arco di Tito al Circo Massimo si era certi. La pianta la conosciamo dalla Forma urbis, la struttura dalle rappresentazioni che si sono susseguite tra il II e il IV secolo. Ma niente di concreto. Fino a qualche giorno fa quando gli archeologi della soprintendenza capitolina durante i lavori di scavo, restauro e valorizzazione dell’emiciclo del Circo hanno ritrovato alcuni grandi frammenti architettonici in marmo lunense pertinenti alla zona dell’attico e alla trabeazione dell’Arco realizzato al centro dell’emiciclo del Circo Massimo in onore dell’imperatore Tito nell’anno della sua morte, nell’81, per celebrare la sua vittoria sui Giudei e la distruzione di Gerusalemme. “Straordinario ritrovamento”, ha scritto l’assessore alla Cultura di Roma Giovanna Marinelli.
Le indagini, ancora in corso, sono risultate molto complesse poiché lo scavo è realizzato al di sotto della falda di acqua che ricopre gran parte delle strutture archeologiche. È stato riscoperto il pavimento antico in lastre di travertino e sono stati messi in luce tre plinti frontali e parte del plinto della quarta colonna. Il potente strato di riporto che copriva parte delle strutture antiche ha permesso anche la conservazione di alcune strutture murarie tardoantiche o altomedievali di particolare importanza, attualmente in fase di studio.
Il monumento era a tre fornici intercomunicanti, con una platea e una scalinata sulla fronte verso il circo, mentre si collegava con due gradini con il piano di calpestio esterno all’edificio. La fronte era caratterizzata da 4 colonne libere e 4 lesene retrostanti aderenti ai piloni. Era sormontato, sull’attico, da una grandiosa quadriga bronzea. L’arco assumeva un ruolo particolarmente importante nel corso delle processioni trionfali che celebravano le vittorie dei generali o degli imperatori. Il lungo corteo trionfale, dopo aver sfilato lungo il Circo Massimo e avere raccolto l’ovazione della folla, passava al di sotto dell’arco e proseguiva il suo cammino diretto al tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio.
Dallo studio dei reperti è stato calcolato che l’ampiezza dell’arco doveva essere di circa 17 metri, per una profondità di circa 15, mentre le colonne dovevano sviluppare un’altezza di oltre 10 metri. Un monumento che, anche se nel complesso più piccolo di quello di Settimio Severo posto sulla via Sacra via, doveva impressionare non poco, per magnificenza e ricchezza di decorazioni, quanti entravano in Roma dalla Via Appia attraverso la vicina Porta Capena. È attualmente in fase di realizzazione, in collaborazione con il Dipartimento Architettura dell’Università di Roma Tre, la ricostruzione virtuale del monumento. Purtroppo l’indagine, per la natura del terreno, come si diceva è molto complessa e comporta scelte dolorose, come spiegano all’assessorato comunale: “In attesa delle nuove risorse necessarie per l’eliminazione delle infiltrazioni d’acqua, per la ricostruzione con la tecnica dell’anastilosi dell’arco, nonché per evitare rischi di danneggiamento, tra qualche giorno l’area del ritrovamento sarà reinterrata”.
Al museo Egizio di Firenze lavori in corso in vista dell’XI International Congress of Egyptologists di agosto
Il museo Egizio si rifà il look in vista del grande appuntamento di agosto, l’11°congresso internazionale degli Egittologi. Da fine aprile le sale dell’Egizio sono progressivamente interessate da un riallestimento che, senza mutare particolarmente il percorso espositivo attuale, consentirà però una migliore fruizione delle opere e degli oggetti esposti. Il riallestimento seguirà infatti i criteri già utilizzati per la sala I, andando a uniformare così l’aspetto delle sale del Museo. Nella prima settimana di lavori, dal 27 al 30 aprile, sono state chiuse le sale II e III. Progressivamente, con l’avanzamento dei lavori, la prima settimana di maggio la sala II è stata riaperta, mentre la sala III restava chiusa insieme alle sale IV-V. A seguire, con la riapertura della sala III, sono state chiuse le sale VI e VII e infine è toccato alla sala VIII, la più delicata e particolare del museo, che espone le mummie e gli oggetti di uso comune in materiale deperibile e che ancora conserva, unica in tutto il museo, le vetrine in stile egittizzante del primo allestimento, di fine ‘800. ll museo Egizio di Firenze – ricordiamolo – è secondo in Italia solo al famoso museo Egizio di Torino e vanta una collezione di oltre 14mila reperti, formatasi soprattutto nel XIX secolo: comprende materiale che va dalla preistoria all’epoca copta, con notevoli raccolte di stele, statue, sarcofagi, ushabti, amuleti, bronzetti, tessuti copti e oggetti di vita quotidiana di varie epoche. Il materiale è esposto con criteri cronologici in 11 sale.
I lavori, come si diceva, sono svolti anche in vista dell’XI congresso internazionale di Egittologia che Firenze ospiterà dal 23 al 30 agosto organizzato dalla soprintendenza per l’Archeologia della Toscana e dal museo Egizio con l’università di Firenze e l’associazione culturale Camnes (Center of Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies). Firenze è stata scelta come sede di questo appuntamento fondamentale per la ricerca egittologica internazionale al quale partecipano i maggiori esperti del settore, aderenti all’Iae (International Association of Egyptologists). L’evento costituisce il primo incontro dopo una lunga pausa: l’Iae si era riunita infatti l’ultima volta a Rodi nel 2008 al X congresso. Il congresso si svolge in coincidenza con un anno particolare: il 2015 è stato infatti proclamato “Anno della cultura egiziana in Italia” e vedrà lo svolgersi di numerosi eventi in tutto il Paese legati alle maggiori collezioni egizie italiane.
L’Atleta di Lisippo a Firenze non è in mostra a “Potere e Pathos” ma solo sul catalogo: il capolavoro è rimasto a Los Angeles. Resta aperta la vertenza con lo Stato Italiano per la sua restituzione dopo la confisca. L’ass. Cento Città chiede al ministero di interrompere la collaborazione con il Paul Getty Museum
Chi pensava di andare a Palazzo Strozzi a Firenze alla mostra “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico” per ammirare l’Atleta di Lisippo, evitandosi una più impegnativa “trasferta” al Paul Getty Museum di Los Angeles dove il famoso bronzo del IV secolo è attualmente conservato, è rimasto deluso. Il capolavoro non c’è. L’opera attribuita a Lisippo, al centro di un’aspra contesa tra Italia e Usa approdata di recente anche in Corte Costituzionale, è nel catalogo della mostra ma non è esposto: l’Atleta vittorioso non è mai arrivato nelle sale dell’esposizione. E il fatto risulta ancora più sconcertante se si tiene presente che tra gli ideatori e promotori della mostra, aperta fino al 21 giugno 2015 a Palazzo Strozzi a Firenze, c’è proprio il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, che ha operato insieme alla National Gallery of Art di Washington e alla soprintendenza per l’Archeologia della Toscana, portando in riva all’Arno eccezionali esempi di statue bronzee che raccontano gli sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.). È proprio in questo periodo che, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermano nuove forme espressive le quali, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. “L’utilizzo del bronzo”, spiegano gli organizzatori, “grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico.

Un sopralluogo delle autorità marchigiane al Paul Getty Museum di Malibu di Los Angeles dove è conservato l’Atleta di Lisippo
Probabilmente la “mancata” concessione dell’Atleta di Lisippo (che a Los Angeles chiamano “Bronzo Getty”, facendo imbufalire i marchigiani che non riconoscono agli americani la proprietà dell’Atleta di Fano) è legata alla annosa querelle giudiziaria che è ancora aperta. “Il Getty museum di Malibù deve restituire all’Italia la statua dell”Atleta vittorioso attribuita a Lisippo, uno dei capolavori dell’arte classica acquisito nel 1977 dal trust americano” (per l’astronomica cifra di quasi 4 milioni di dollari), aveva chiesto, nella sua requisitoria innanzi alla Terza sezione penale della Cassazione, il sostituto procuratore generale Francesco Salzano ancora nel maggio 2014. In pratica il procuratore generale aveva chiesto il rigetto del ricorso di Clark Stephen, il curatore del Getty che si oppone all’ordinanza di confisca della statua emessa dal gip di Pesaro il 3 maggio 2012. La vicenda era stata trattata solo in camera di consiglio – a porte chiuse, come tutti i casi di confisca – con le conclusioni scritte dell’Avvocatura dello Stato che il 2 maggio, nell’interesse del Ministero dei Beni culturali, aveva presentato memorie di replica alle obiezioni difensive del Getty. Ma proprio questa “procedura a porte chiuse” a sorpresa ha convinto la Cassazione nel giugno 2014 a “passare la palla” alla Corte Costituzionale, allontanando così ancora i termini della chiusura della vertenza. Il “grande valore artistico e archeologico” della statua di Lisippo, e il fatto che la magistratura e l’Avvocatura dello Stato “sostengono” che il capolavoro fa parte “del patrimonio indisponibile dello Stato”, aveva sottolineato la Cassazione nella sua ordinanza, “avrebbe meritato che il procedimento di confisca, a carico del museo Getty che custodisce il capolavoro, fosse trattato in pubblica udienza e non a porte chiuse come è invece avvenuto nonostante ciò sia imposto dalle norme del codice di procedura penale. E per questa ragione ha inviato gli atti sulla confisca dell’Atleta vittorioso alla Corte Costituzionale che – ad oggi, un anno dopo – non ha ancora deciso sulla sua legittimità.
Non è un caso che poche settimane fa, di fronte a questo impasse, l’associazione culturale marchigiana “Le Cento Città” abbia invitato il ministero per i Beni e le attività culturali “a sospendere ogni collaborazione culturale con il Trust Getty sino alla restituzione alla città di Fano della statua dell’Atleta Vittorioso di Lisippo, e a intervenire presso la Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze, dove è in corso la mostra “Potere e pathos”, per il ritiro di tutte le raffigurazioni della statua accompagnate dalla dizione Bronzo Getty”. Non solo, le Cento Città, che ha fatto riaprire il procedimento legale sull’esportazione illecita della statua negli Usa, chiede che il Mibac dia mandato all’Avvocatura dello Stato perché “persegua in ogni sede l’utilizzo di tale dizione per la presentazione della statua”. “La statua non appartiene per il diritto italiano al Trust J Paul Getty, ma il J. Paul Getty Trust continua a pubblicizzarla come Bronzo Getty. E da ultimo, ha pubblicato la fotografia della statua nel catalogo della mostra “Potere e Pathos bronzi del mondo ellenistico” organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con questa didascalia”.
L’associazione Cento Città ricorda che il bronzo attribuito a Lisippo, e ripescato negli anni Sessanta del XX secolo al largo di Fano, è stato oggetto di tre procedimenti penali innanzi alla magistratura di Pesaro conclusisi con la sua confisca a favore del patrimonio culturale italiano. Fino alla Corte di Cassazione che ha sollevato una questione di costituzionalità relativamente alla procedura seguita dai giudici pesaresi per non aver consentito la presenza della stampa alle udienze di trattazione e discussione del caso. Ma le Cento Città sottolineano che “la stampa ha avuto modo di intervistare tutti i protagonisti del processo e l’opinione pubblica è stata ampiamente informata anche dalla stampa estera circa le tesi sostenute dal Trust J. Paul Getty. La presenza in aula dei giornalisti al processo, non contrastata né dal Pubblico Ministero né dal ministero dei Beni culturali e dalla associazione Cento Città, non era necessaria e, comunque sarebbe stata di danno ulteriore alla immagine del Trust coinvolto nel traffico clandestino di beni archeologici nei suoi direttori di settore, come accertato dalla magistratura romana in via definitiva. Ciò nonostante, il Mibac continua a mantenere rapporti di collaborazione con il J. Paul Getty Trust assolutamente non paritetici”. Ma, conclude l’associazione, “non si fa cultura con i furti, soprattutto quando sono definitivamente accertati. Auspichiamo che il J Paul Getty Trust dia finalmente prova di un ravvedimento operoso scrollandosi di dosso comportamenti che hanno offeso la cultura e la stessa legge americana”.
Il bronzo, datato tra il IV e il II secolo a.C., attribuito, su base esclusivamente stilistica, allo scultore greco Lisippo o a un suo allievo, fu ripescato casualmente al largo di Fano, da un peschereccio italiano e, dopo vari passaggi di mano, fu acquistato dal Getty Museum di Malibu nel 1977. L’ipotesi più accreditata è che in antichità la statua sia naufragata nel medio Adriatico insieme alla nave che la stava trasportando dalla Grecia verso la penisola italiana, e probabilmente puntava al porto di Ancona. Le dimensioni della statua (151,5 cm) erano proporzionate al vero. Il giovane atleta è rappresentato on nudità eroica. La statua si presenta con la base mancante sino all’altezza delle caviglie, forse i piedi si sono staccati nel momento in cui la statua si è impigliata nella rete del peschereccio che ne ha effettuato il recupero, ma non è escluso che la rottura sia da ricondurre in età antica al momento del naufragio della nave che trasportava l’opera verso occidente. Gli occhi, mancanti, furono probabilmente realizzati separatamente in pietra colorata o pasta vitrea e inseriti a fusione ultimata, mentre i capezzoli sono in rame. Mentre il braccio sinistro si distende lungo il fianco, il braccio destro è alzato, con il gomito all’altezza della spalla e la mano all’altezza della fronte. Questo gesto è stato interpretato come l’atto, appena compiuto, di incoronarsi con la corona del vincitore, apparentemente quella in olivo selvatico usata per i vincitori a Olimpia. I capelli corti sono raggruppati in ciocche fluenti e ondulate che si dipartono uniformemente verso destra e sinistra a partire dall’altezza dell’occhio sinistro. La struttura rigorosamente geometrica dell’opera, riscontrabile nell’anatomia del corpo e del viso, rimanda ad ambiente peloponnesiaco e sicionio in particolare. L’impostazione antitetica delle due metà del corpo conduce a Lisippo e alla sua scuola.
“Stanotte al museo Egizio” di Torino: il 28 maggio su Rai1 in prima serata Alberto Angela porta il telespettatore “in intimità” tra statue di divinità, sarcofagi, monili, utensili della vita quotidiana, papiri, geroglifici quando l’ultimo visitatore ha lasciato le sale

La magica atmosfera dello statuario del museo Egizio di Torino protagonista di “Stanotte al museo Egizio” su Rai1
Avete mai pensato di trascorrere un’intera notte al museo, con le sale sgombre da turisti e da curiosi, solo in compagnia di faraoni, sfingi e mummie? Giovedì 28 maggio sera sarà possibile grazie a “Stanotte al Museo Egizio”, una serata ‘speciale’ in onda su Rai1, alle 21.15. Custode d’eccezione Alberto Angela, che accompagnerà gli spettatori all’interno del museo Egizio di Torino, dove i capolavori dell’antico Egitto si lasceranno ammirare “in intimità” dal pubblico. “Siamo arrivati al porto di destinazione. È stata una lunga traversata, per vent’anni abbiamo filmato di notte nei più importanti musei del mondo”, afferma Angela. “Il museo cambia volto di notte, nel silenzio ci sei solo tu e l’opera che ti guarda. È una sensazione straordinaria, un’atmosfera molto particolare da regalare a chi sta a casa, il programma si basa su questa formula. Immaginate: uscito l’ultimo visitatore il direttore vi consegna le chiavi del museo che è ‘vostro’ per tutta la notte, fino all’alba. Solo voi e i capolavori della genialità dell’uomo nei secoli”. Le prime scene del programma non possono che richiamare alla memoria “Notte al museo”, il film con Ben Stiller e Robin Williams ambientato al museo di Storia naturale di New York. Solo che il museo in questione è quello Egizio di Torino, “riaperto” lo scorso 1° aprile dopo un totale rifacimento-restauro. Il programma di Alberto Angela è una sorta di cronaca di una visita notturna nelle diverse sale insieme alle testimonianze filmate di alcuni italiani eccellenti che aiuteranno gli spettatori a comprendere meglio la civiltà egizia come il navigatore Giovanni Soldini (che parlerà delle imbarcazioni degli Egizi), il matematico Piergiorgio Odifreddi (che racconterà la nascita della matematica e della geometria), il maestro Riccardo Muti (che racconterà la storia dell’Aida) e l’oncologo Umberto Veronesi che suggerirà come invecchiare nel modo migliore. Tra gli ospiti d’eccezione anche Alessio Boni, nelle vesti di “vigilante speciale” del museo.
È notte, nelle grandi sale del museo Egizio di Torino non c’è nessun visitatore, tutto è avvolto in un silenzio suggestivo e irreale, e al centro della scena loro: statue di divinità, sarcofagi, monili, utensili della vita quotidiana, papiri, geroglifici. Proprio quando la giornata sembra finita, inizia la magia. Angela ci porterà alla scoperta delle meraviglie di una civiltà antica che ha segnato l’inizio della storia, permettendo al pubblico di compiere un vero e proprio viaggio indietro nel tempo di oltre 3000 anni. Ad accompagnare la notte saranno le note dell’Aida di Giuseppe Verdi, rielaborate per un quintetto di giovani musicisti, che risuoneranno nelle sale del museo risvegliando antiche sonorità, ambienti arcaici, imitando l’opera lirica nelle sue ambientazioni “egizie”. “Il pubblico da casa – spiega Angela – potrà così soffermarsi nella Galleria dei Re, davanti alle imponenti statue dei Faraoni che incutono timore e rispetto, avere modo di vedere nel dettaglio tutto quello che era contenuto nella tomba – una delle poche rimaste intatte – dell’architetto Kha e di sua moglie Merit. Ci faremo un’idea di quella che era la vita quotidiana degli Egizi, dal momento che la morte secondo la loro concezione era soltanto un passaggio a un’altra dimensione e perciò occorreva portarsi appresso nella tomba tutto ciò che poteva servire nell’aldilà”.
Girato nell’arco di un mese, dalle 21 alle 5 del mattino all’interno del Museo Egizio di Torino, il più importante al mondo dopo quello del Cairo, il programma si annuncia come il primo tassello di un progetto più ampio: “Stanotte al Museo Egizio non resterà un progetto isolato, ma rappresenta il primo passo, l’inizio di una lunga serie, un programma che deve proseguire”, sottolinea Giancarlo Leone, direttore di Rai1. “Abbiamo già delle idee, come i musei Vaticani e la Galleria degli Uffizi, vorremmo renderlo un appuntamento stabile”. Con la complicità del direttore del museo Christian Greco, e un gruppo di ricercatori al lavoro anche di notte, si potranno osservare, in un laboratorio che ricorda quelli della polizia scientifica, particolari inconsueti della vita quotidiana degli Egizi, come le parrucche, le vesti pieghettate, i sandali infradito, il trucco per il viso e per gli occhi e soprattutto gioielli e amuleti. Sarà inoltre possibile leggere i papiri che hanno affascinato Jean François Champollion, di cui i telespettatori vedranno l’ombra nel museo e ascolteranno le impressioni sulle collezioni torinesi. Grazie alla collaborazione del direttore e degli Allievi del Teatro Stabile di Torino, sarà anche possibile incontrare l’archeologo Schiaparelli, la regina Nefertari, e una giovane acrobata che farà rivivere il salto di una danzatrice immortalato su uno dei reperti più famosi del museo Egizio, da un anonimo artista.















































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