Malnati nuovo soprintendente ad interim per l’Archeologia in Friuli Venezia Giulia
La Direzione Generale Archeologia ha nominato Luigi Malnati nuovo soprintendente per l’Archeologia del Friuli Venezia Giulia. L’incarico ad interim ha la durata di quattro mesi e, comunque, fino alla nomina del dirigente titolare. Malnati, archeologo, bergamasco di nascita, dirigente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed il Turismo, ha alle spalle una lunga carriera con incarichi di rilievo come quello di Direttore Generale per le Antichità dal 2010 al 2014 e di soprintendente Archeologo per l’Emilia Romagna, le Marche e il Veneto. La sua nomina temporanea per il Friuli Venezia Giulia è stata determinata dalla necessità di assicurare la funzionalità e la gestione della soprintendenza e di garantire la continuità dell’azione amministrativa.
A Gerusalemme al Museo dei Rotoli esposta la più antica copia dei Dieci Comandamenti e la Nano Bibbia, la più piccola in ebraico al mondo

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme
Il più antico e completo documento con una versione integrale dei Dieci comandamenti è eccezionalmente esposto a Gerusalemme nell’ambito della mostra “Una breve storia dell’umanità” che si tiene da maggio 2015 a gennaio 2016 nel museo d’Israele di Gerusalemme per festeggiare insieme con altre mostre il cinquantenario del Museo. Durante l’esposizione, il minuscolo manoscritto di 45,7×7,6 centimetri, che ha oltre duemila anni ed è la più antica copia che sia mai stata ritrovata, scritta in ebraico, del Decalogo contenuto nel libro biblico del Deuteronomio, parte dei famosi Rotoli del Mar Morto (scoperti casualmente, in fasi successive, tra il 1947 ed 1956, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Qumran), viene protetto da una teca climatizzata: normalmente il documento è custodito presso le strutture dell’Antiquities Authority israeliana, in condizioni di conservazione particolarmente attente. E qui tornerà entro giugno: la miniatura, dopo neppure un mese di esposizione, verrà infatti sostituita da “un originale su copia” realizzato dalle stesse autorità israeliane che l’hanno in custodia. “Sono più di 20 anni”, spiega Tania Coen Uzielli curatrice dell’evento, “che la copia non viene mostrata in pubblico a causa della sua delicatezza. Ma è conservata benissimo ed è perfettamente leggibile. Direi in maniera stupefacente: come se dovesse giungere per forza fino a noi. In quel manoscritto sono contenute le regole della nostra civiltà, non solo religiose ma morali”.
Della mostra “Breve storia dell’umanita”, ispirata al bestseller di Yuval Noah Harari, fanno parte tutta una serie di oggetti (15) che rappresentano altrettante tappe storiche della civiltà: dai primi segni dell’uso del fuoco circa 800mila anni fa ai primi utensili fatti dall’uomo (tra questi alcuni per la caccia all’elefante), passando attraverso i vari progressi in agricoltura, l’invenzione della scrittura (con tavolette mesopotamiche risalenti a 5mila anni fa), le prime monete fino ai manoscritti di Einstein sulla Relatività.

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra “Breve storia dell’umanità” a Gerusalemme
In concomitanza con le celebrazioni per i 50 anni del Museo – che prevede altre mostre oltre a “Breve storia dell’umanità” – vi sono due speciali esposizioni nello “Shrine of the Book” dove sono appunto conservati i Rotoli del Mar Morto, aperto al pubblico nel mese di aprile 1965, come preludio all’inaugurazione dell’intero campus del Museo. In mostra è un display dedicato che esamina la storia del Santuario stesso. Come contrappunto contemporaneo alla storia antica dei Rotoli del Mar Morto sarà esposto per la prima volta il più piccolo esempio al mondo di Bibbia ebraica, la Nano Bibbia creata dal Russell Berrie Nanotechnology Institute dell’Istituto Technion-Israel of Technology.
“A tavola con gli Etruschi di Marzabotto”: al museo “Pompeo Aria”, collegata a Expo 2015, mostra-viaggio tra usi, costumi e rituali degli abitanti di Marzabotto di 2500 anni fa con un testimonial d’eccezione, il dio del vino Fufluns
Su tutto vegliava Fufluns, divinità degli alberi e della fecondità, signore del vino e del delirio mistico. Il suo regno, il simposio; la sua icona, una coppa da vino (il kantharos). Fufluns per gli Etruschi, Dionysos per i Greci, Bacco per i Romani: il più gaudente degli Dei testimonia quanto da sempre il cibo, al di là della sua funzione nutritiva, abbia espresso altri valori, simbolici e sociali. E proprio il bronzetto etrusco raffigurante il dio del vino Fufluns, una statuetta rinvenuta nell’Ottocento vicino a Sasso Marconi e poi entrata nelle Collezioni del museo nazionale di Firenze, è l’icona della mostra “A tavola con gli Etruschi di Marzabotto. Aspetti reali e simbolici del cibo nella città etrusca”, aperta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto fino al 10 gennaio 2016: il bronzetto-testimonial è così tornato nella sua terra d’origine grazie al prestito concesso dalla soprintendenza Archeologia della Toscana. Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto partecipa al progetto SEMI (Musei in Emilia-Romagna per Expo 2015) con questa mostra che illustra con pannelli, didascalie e schede ad hoc tre aspetti specifici dell’alimentazione degli etruschi: le risorse dell’ambiente, le modalità del consumo del cibo in epoca etrusca con particolare riguardo alla città etrusca di Marzabotto-Kainua, le stoviglie e i manufatti d’uso quotidiano, l’acqua, l’olio, il vino e gli aspetti simbolici del cibo, dai banchetti e servizi da simposio in Etruria ai culti di Dioniso-Fufluns, signore degli alberi e della fecondità, dio del vino e del delirio mistico: ecco un viaggio tra usi, costumi e rituali degli abitanti di Marzabotto di 2500 anni fa.
Lo straordinario bronzetto raffigurante Fufluns è dunque il testimonial della mostra “A tavola con gli Etruschi di Marzabotto”, promossa da soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, in collaborazione con dipartimento di Storia, culture civiltà e archeologia dell’università di Bologna e Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese, mostra che è un viaggio alla scoperta di un popolo raffinato descritto dagli antichi come godereccio e mondano, perennemente a tavola mentre stuoli di schiavi servono cibi succulenti versando vino in grandi coppe. Il viaggio parte dalla terra, non a caso generosa, come attesta la sezione dedicata alle risorse alimentari integrata da recenti studi paleobotanici. A Marzabotto si coltivavano orzo, farro e grano in quantità, si producevano fichi e legumi, si allevavano maiali e ovini, si cacciavano cervi e selvaggina, si importavano olio e vino. Sulle tavole dei ricchi regnava l’abbondanza. I cuochi preparavano carne arrostita o bollita condita con salse a base di cereali, verdure e spezie. La carne, cibo di lusso il cui consumo era legato e precisi rituali, si mangiava con focacce, uova e verdure e il pasto era chiuso da frutta e dolciumi. Il vino era miscelato con acqua e insaporito con spezie, miele o formaggio grattugiato. Il tutto servito in raffinato vasellame da mensa, piatti, vassoi e stoviglie addobbavano la tavola, il vino era attinto da grandi crateri e versato nei calici e nelle tazze dei singoli commensali. Accanto ai vasi etruschi, la mostra concentra l’attenzione sui preziosi vasi attici decorati e sui servizi in bronzo poi deposti nelle tombe per consentire al defunto di banchettare nella sua nuova vita nell’aldilà. Vengono dalle necropoli di Kainua le ceramiche attiche e a vernice nera di VI-IV sec. a. C. tra cui spiccano crateri, kylikes (coppe) e uno straordinario kantharos bifronte con teste di menade e satiro.
Cuore della sezione dedicata al simposio sono le due sepolture di V secolo a.C. rinvenute nel 1969 a Sasso Marconi. Arricchite per l’occasione di pannelli che illustrano gli aspetti simbolici della complessa ideologia del banchetto dell’aldilà, le due tombe presentano corredi dotati di tutti gli elementi più significativi del servizio da vino, dalla ceramica attica ai grandi recipienti e utensili in bronzo. “Mutuato integralmente dalla pratica greca -salvo che per la presenza delle donne”, spiega il direttore del museo Pompeo Aria, Paola Desantis, “l’adesione all’ideologia del banchetto è ampiamente attestata a Marzabotto nel suo valore simbolico, legato in particolare al culto di Dioniso, che si esprimeva nella ritualità della preparazione e del consumo del vino, e in intermezzi di musica, danza, poesia e giochi. Oltre alle testimonianze della fine ceramica d’importazione, restano i contenitori come tazze e brocche in ceramica comune prodotte in abbondanza nei laboratori della città, usati nel quotidiano specie per il consumo del più tipico dei loro piatti a base di fava, piselli o ghiande”. Il percorso tra le varie sale del museo evidenzia l’uso dei diversi recipienti fittili di produzione locale, di forma chiusa o aperta, utilizzati per contenere o consumare alimenti liquidi e solidi. Alcune anfore commerciali venute da oltremare e una macina per il grano consentono di approfondire i temi dei prodotti d’importazione e della lavorazione delle materie prime mentre la presenza di pozzi e bacili (louteria) introducono alle modalità di sfruttamento domestico delle risorse idriche. Al vino e alla sua divinità emblematica, Dionysos, è dedicata la vetrina della sala III contenente la statuetta in bronzo raffigurante Fufluns (il Dioniso etrusco) nudo e con il kantharos in mano, rinvenuta nell’Ottocento a Sasso Marconi, e alcuni vasi attici dalle necropoli della città etrusca di argomento dionisiaco.
La mostra è articolata in tre sezioni. Quella dedicata alle risorse ambientali illustra il paesaggio vegetale e il repertorio faunistico nell’età del Ferro passando in rassegna una serie di reperti faunistici rinvenuti nel corso degli scavi affiancati dai risultati di più recenti analisi paleobotaniche. L’interazione tra i risultati di vecchi e nuovi studi consente di tracciare un quadro più completo e circostanziato dell’habitat e delle risorse dell’antica città etrusca di Marzabotto-Kainua. La seconda sezione tratta il modo di consumare il cibo esponendo gli utensili e le stoviglie usati quotidianamente per mangiare. Il percorso che si snoda tra le varie sale del museo evidenzia l’uso dei diversi recipienti fittili di produzione locale, di forma sia chiusa che aperta, che servivano per contenere o consumare alimenti liquidi e solidi. Alcune anfore commerciali e una macina per il grano consentono di approfondire i temi dei prodotti d’importazione e della lavorazione delle materie prime mentre la presenza di pozzi e bacili introduce il tema delle modalità di sfruttamento delle risorse idriche. Il cuore della terza sezione è situato nella IV sala del museo dove sono esposte le due sepolture di V secolo a.C. rinvenute nel 1969 a Sasso Marconi. Dotate di pannelli informativi che illustrano gli aspetti simbolici che compongono la complessa ideologia del banchetto dell’aldilà, le due tombe hanno restituito corredi forniti di tutti gli elementi più significativi del servizio da vino, dalla ceramica attica ai grandi recipienti ed utensili in bronzo tra cui spicca, per eccezionale stato di conservazione, un capiente stamnos in bronzo, un recipiente utilizzato per miscelare l’acqua e il vino da consumare durante il banchetto. L’itinerario tematico che si snoda in tutte le quattro sale del museo pone l’accento sui vasi attici che rimandano all’ideologia del simposio corredati da didascalie e pannelli che spiegano gli usi specifici delle diverse forme di vasi greci rinvenuti nelle necropoli di Marzabotto. Nella II sala questo itinerario si apre sulle problematiche simboliche del vino dedicando una vetrina all’immagine di Dioniso, il dio del vino, quale appare sulla ceramica attica restituita dagli scavi di Marzabotto. La mostra si conclude illustrando i vari aspetti del cibo e dell’alimentazione nel mondo etrusco con una serie di pannelli didattici tratti dalla pubblicazione “Tutti a tavola”, curata dai Servizi educativi della soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna.

Nell’area archeologica di Marzabotto ripristino dei filari di vite maritata esistenti e semina di parcelle di lino, orzo e favino (foto Fabio Lambertini)
Ambiente e paesaggio nella città etrusca, il 28 giugno e il 4 ottobre 2015. Legati sia alla mostra che all’Expo 2015, e in concomitanza con il raccolto di orzo e favino (a giugno) e dell’uva (a ottobre), sono proposti due eventi tesi a far conoscere il ciclo agronomico e l’importanza di alcune colture antiche e riflettere sulla economia dell’epoca etrusca. “Per meglio visualizzare il paesaggio rurale degli Etruschi all’interno dell’area archeologica”, spiega Desantis, “è stato realizzato un intervento che ripropone le colture dell’epoca: coltivazioni di cui si trovano tracce e testimonianze sia nella documentazione archeologica che in quella archeobotanica. Sono stati ripristinati due filari di vite maritata, comunemente detti “Piantate”, da tempo esistenti, e sono state seminate parcelle di lino, orzo e favino”. I due eventi proposti il 28 giugno e il 4 ottobre renderanno possibile rievocare queste storie e immaginare con laboratori ed esperienze dirette gli utilizzi di queste produzioni. Infine, a margine della mostra sono previste visite guidate gratuite alle 16 nelle domeniche del 24 maggio (Matteo Tirtei), 31 maggio (Malik Franzoia), 7 giugno (Siriana Zucchini), 14 giugno (Riccardo Vanzini) e nelle domeniche del 21 e 28 giugno (Paola Desantis).
“Hortus Hominum. Un passato da coltivare”: mostra al museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine
Raccontare le principali tappe dello sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento, ponendo attenzione ai risvolti culturali e alle implicazioni emozionali che coinvolgono la “filosofia del cibo” è l’obiettivo della mostra “Hortus Hominum. Un passato da coltivare” che apre il 23 maggio al museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine (Rovigo) con il patrocinio di Expo Milano 2015. “Seminare, raccogliere, allevare, conservare, trasformare, mangiare, bere, …” sono solo alcune delle parole-chiave lungo il filo rosso teso idealmente a collegare i giorni della sperimentazione neolitica, i villaggi dell’età Bronzo, i paesaggi agrari del mondo romano, passando per il medioevo, fino ai giorni nostri. La mostra viene inaugurata venerdì 23 maggio alle 17, e rimarrà aperta fino al 26 luglio, tutti i giorni dalle 8.30 alle 19. In occasione dell’inaugurazione della mostra, sabato 23 maggio al museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine, l’AssociazioneStudio propone, tra le 16.30 e le 18.30, “Viaggio intorno all’orto”, laboratori didattici per bambini tra i 6 e i 10 anni alla scoperta della vita dei semi e delle piante, dalla loro nascita… alla tavola degli antichi… alla nostra.
Roma. Il Colosseo avrà di nuovo l’arena, come era fino all’Ottocento. Franceschini: coi diritti Tv degli eventi si pagheranno i restauri dell’area archeologica

L’interno del Colosseo di Roma: al centro si vedono gli ambienti di servizio che erano sotto l’arena
Il Colosseo è il più importante anfiteatro romano, il più imponente monumento della Roma antica che sia giunto fino a noi, conosciuto in tutto il mondo come simbolo della città di Roma e uno dei simboli d’Italia. Giusto lasciarlo allo stato di “rudere”? È quanto si chiede e chiede il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini nel lanciare una sfida “storica”: “La copertura dell’arena del Colosseo non è più solo un’idea, la copertura si farà”. Del resto quello che oggi centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo ogni anno ammirano è in qualche modo lo “scheletro” dell’anfiteatro flavio, più noto dal Medioevo come “Colosseo”: quello che duemila anni di storia – fatti di interventi, ma anche di saccheggi, degrado, abbandono – ci hanno restituito. Eppure quando fu realizzato nel I secolo d.C. in epoca flavia (la sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 72 d.C. ed inaugurato da Tito nell’80, con ulteriori modifiche apportate durante il regno di Domiziano) l’arena ellittica (86 × 54 m) si presentava con una pavimentazione parte in muratura e parte in tavolato di legno, ricoperta da sabbia, costantemente pulita, per assorbire il sangue delle vittime dei giochi (ludi) gladiatori. Era separata dalla cavea tramite un alto podium di circa 4 metri, decorato da nicchie e marmi e protetto da una balaustra bronzea, oltre la quale erano situati i sedili di rango. Sotto l’arena erano stati realizzati ambienti di servizio (che sono quelli che oggi vediamo a cielo aperto, probabilmente in un rifacimento di III-IV secolo), articolati in un ampio passaggio centrale lungo l’asse maggiore e in dodici corridoi curvilinei, disposti simmetricamente sui due lati. Qui si trovavano i montacarichi che permettevano di far salire nell’arena i macchinari o gli animali impiegati nei giochi e che, in numero di 80, si distribuivano su quattro dei dodici corridoi.
“Ricostruiremo l’arena del Colosseo, com’è stata fino all’Ottocento. È un modo per tutelare il monumento”. Lo ha ribadito Dario Franceschini intervenendo al XIX convegno del Fai, Fondo Ambiente Italiano. Nel Colosseo, con l’arena ricostruita, ha sottolineato Franceschini si “potrebbero ospitare delle rappresentazioni adatte a quel luogo. Rappresentazioni uniche al mondo che potrebbero raccogliere una quantità di diritti televisivi sufficienti per restaurare tutta l’area archeologica centrale”. Dopo l’ok arrivato alla fine di dicembre dalla commissione paritetica Mibact- Roma Capitale, la soprintendenza archeologica di Roma sta ora lavorando concretamente alla definizione di un progetto fattibile che procede e supera le tante polemiche che accompagnarono il primo annuncio nel novembre 2014 quando Franceschini aveva lanciato l’idea sposando una suggestione dell’archeologo Daniele Manacorda.

Il Colosseo è al centro della grande area archeologica di Roma di cui sarà un polo vivo per la città
Prima del ministro, sulla questione dell’area archeologica centrale di Roma era intervenuto il presidente del consiglio superiore dei beni culturali Giuliano Volpe, a capo della commissione paritetica Mibact-Roma capitale, che si è detto contrario all’idea di trasformare l’area centrale in un grande parco archeologico: “Sarebbe visitato soprattutto dai turisti e rischierebbe di diventare un non luogo che espelle i cittadini. L’area archeologica centrale romana, che è la più grande d’Italia e non solo, deve essere un luogo vitale e vivo”. Ci vuole tutela, ha detto Volpe, e “ci vuole buona comunicazione che fronteggi la cattiva comunicazione, quella del sensazionalismo, dei misteri, della fanta-archeologia. Ci vuole un racconto che renda la complessità senza banalizzare”. Anche nella tutela, ha aggiunto il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, “bisogna evitare i conservatorismi, servono ricostruzioni, anastilosi, strumenti che aiutino la comprensione e la fruizione”. Anche la ricostruzione dell’arena del Colosseo aiuterebbe a “migliorare la comprensione e la fruizione del monumento”.
In una grotta del Negev (Israele) trovato un tesoro dei faraoni di 3500 anni fa (età del Bronzo): centinaia di oggetti con sigilli a scarabeo, figurine e amuleti
Quella grotta sotterranea del Negev, a una decina di chilometri a nord-est di Beersheva, nel sud di Israele, si è rivelata un vero e proprio scrigno di tesori antichi: “Gli archeologi hanno trovato un’impressionante quantità di reperti, per lo più databili a 3mila anni fa, tra cui un tesoro dei faraoni”, ha annunciato l’Israel Antiquities Authority. Gli ispettori dell’unità israeliana per la prevenzione dei furti di antichità sono giunti alla grotta nella zona di Tel Halif, vicino al kibbutz Lahav, quando i ladri erano già riusciti a penetrarvi e avevano iniziato a saccheggiare il vasellame della tarda età del bronzo (circa 1500 a.C.) e dell’età del ferro (1000 a.C.), causando danni al sito e ai manufatti sepolti all’interno. Per salvare i reperti archeologici, gli ispettori hanno effettuato degli scavi di recupero durante i quali hanno scoperto oltre 300 vasi di terracotta di vario tipo, alcuni dei quali ancora intatti. Inoltre hanno trovato decine di pezzi di gioielleria in bronzo, conchiglia e maiolica, vasi unici in alabastro beige-giallastro, sigilli, timbri per sigilli e vasi per cosmetici. Gli archeologi ritengono che gli oggetti siano stati accumulati nella grotta nel corso di decenni.

In una grotta di tell Halif sono stati trovati oltre 300 vasi di terracotta dell’età del Bronzo (3500 anni fa)
”Tra i numerosi reperti che sono stati scoperti, per la maggior parte caratteristici della cultura giudaica (della tribù di Giuda) nel sud del paese”, spiega Amir Ganor, direttore dell’Unità per la prevenzione dei furti di antichità, “abbiamo trovato decine di sigilli di pietra, alcuni dei quali sono sagomati a forma di scarabeo e portano incisi immagini e simboli tipici della cultura egizia diffusa nel paese nella tarda età del bronzo. Alcuni dei sigilli sono forgiati su pietre semi-preziose provenienti dall’Egitto e dalla penisola del Sinai”. Secondo Daphna Ben-Tor, curatrice dell’archeologia egizia al Museo Israel di Gerusalemme, ”la maggior parte dei sigilli a scarabeo trovati nello scavo risalgono ai secoli XV e XIV a.C., un periodo durante il quale la terra di Canaan era governata dall’Egitto. Su alcuni sigilli appaiono i nomi dei re. Tra l’altro, possiamo identificare una sfinge posta di fronte al nome del faraone Thutmose che regnò circa dal 1504 al 1450 a.C. Un altro sigillo a scarabeo porta il nome di Amenhotep che regnò circa dal 1386 al 1349 a.C. Un altro ancora raffigura Ptah, il principale dio della città di Memphis”. Fra gli altri manufatti scoperti, anelli-sigillo in maiolica e una quantità di figurine e amuleti rappresentanti divinità sacre alla cultura egizia. “È vero che gli israeliti abbandonarono l’Egitto – aggiunge Ganor – ma evidentemente gli egizi non abbandonarono gli israeliti e i loro discendenti. Il fatto è attestato dagli scavi archeologici dove abbiamo scoperto prove risalenti a molti anni dopo l’Esodo di una profonda influenza della cultura egizia sugli abitanti giudaidici del paese”.
”Durante la tarda età del Bronzo”, precisa Amir Golani, della Israel Antiquities Authority, “l’Egitto era un impero molto potente che imponeva la sua autorità in tutta la nostra regione. L’autorità egizia non si manifestava solo nel controllo politico e militare, ma anche come una forte influenza culturale che permeava la società. Insieme a un’amministrazione retta da funzionari egizi in Israele, si è evoluta nel paese una élite locale che adottava molte delle usanze egizie e la loro arte”. I manufatti sono stati trasferiti alla Israel Antiquities Authority per un ulteriore trattamento. L’esame della grotta e i suoi risultati sono ancora nelle fasi iniziali. Dopo aver completato il trattamento delle centinaia di oggetti riportati alla luce sarà possibile aggiungere informazioni importanti circa l’influenza dell’Egitto sulla popolazione della Terra d’Israele in periodo biblico.
Notte europea dei Musei 2015: le proposte dei musei nazionali del Veneto, del civico di Montebelluna e di Archeonaute a Verona
Sabato 16 maggio, in occasione della “Notte Europea dei Musei”, anche i musei archeologici nazionali presenti in Veneto, cioè Adria, Altino e Fratta Polesine, il Concordiese di Portogruaro e l’Atestino di Este offrono un’apertura serale straordinaria (dalle 20 alle 23.30), accompagnata da iniziative di divulgazione, concerti e inaugurazioni. Il biglietto d’ingresso per la serata avrà il prezzo simbolico di 1 euro. Ecco il programma di massima.
MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI ADRIA. Alle 21: “Quando eravamo Re”. Inaugurazione della mostra fotografica di Matteo Sauli e presentazione del libro d’artista, con fotografie di Matteo Sauli e poesie di Daniele Serafini. Iniziativa nell’ambito di DeltArte, Festival d’arte contemporanea. MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI ALTINO. Alle 20.30: “Passeggiando tra Altino romana e Altino preromana”. Percorso guidato alle aree archeologiche e alla sezione preromana del nuovo Museo. MUSEO NAZIONALE ATESTINO DI ESTE. Alle 21: “Foglie, fiori e frutti. Materie prime vegetali tra antichità e contemporaneità”. Percorso interattivo con visita guidata. Iniziativa in collaborazione con l’Associazione Studio D. MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI FRATTA POLESINE. Alle 21: “To a certain Mr. Andrea Palladio”. Concerto per chitarra del maestro Franco Guidetti, con esecuzione di testi musicali ispirati alle ville venete del Polesine e all’opera di Andrea Palladio. MUSEO NAZIONALE CONCORDIESE DI PORTOGRUARO. Alle 21.30: “Musica e feste nel mondo romano”. Visita guidata tematica., in collaborazione con l’associazione studio D. L’apertura straordinaria riguarderà anche l’area archeologica di Concordia Sagittaria.
MUSEO DI STORIA NATURALE E ARCHEOLOGIA DI MONTEBELLUNA. Ma il Veneto propone anche altre iniziative culturali in adesione alla Notte internazionale dei Musei. A Montebelluna dalle 19 alle (ingresso libero) una serata per immergersi nei grandi temi di Expo, declinati in tante e coinvolgenti espressioni. Un’occasione per tutti per vivere gli spazi del Museo di Montebelluna in modo insolito e in un orario insolito: luogo di sperimentazione, dialogo, confronto ed esperienza rispetto ai temi che Expo 2015 ha posto all’attenzione mondiale: nutrire il pianeta, energia per la vita. Partire dal museo significa partire dalla cultura e partire dall’approccio culturale significa recuperare usi e costumi antichi, come anche sapori antichi, mettendo al centro le persone e le loro emozioni, orientando gli stili di vita e di consumo verso modalità più sostenibili per la salute, l’ambiente e l’integrità sociale. Attività previste: “Il vino di Omero”, “Il sorbetto di Nerone”, “Acqua, l’oro blu”, “Energie: tra passato e futuro”, “Gioca in cucina”, “Musiche e danza del ventre dal vivo” con Venice Oriental Ensamble. Percorso sensoriale al buio: 4 sensi in azione! Con Unione Italiana Ciechi-sezione di Treviso e CoopAdriatica. Incontri: “La biodiversità”, “Le eccellenze alimentari del territorio”, “Le cucine solari”, “Osservazione del cielo” con Astrofili Gruppo Bellona; video: “Il Viandante del Sole”, video documentario di Dimitri Feltrin.
CORTE SGARZERIE A VERONA. In occasione della Notte Europea dei Musei, sabato 16 maggio sarà possibile visitare gratuitamente a Verona l’area archeologica di Corte Sgarzerie dalle 20.00 alle 23.30 e passeggiare nel criptoportico romano che sorgeva sotto il Capitolium della Verona romana. Un’opportunità unica proposta dall’associazione onlus Archeonaute per esplorare in notturna un gioiello archeologico della Verona sotterranea!
Nelle domeniche gratis, a Pompei visite contingentate: “numero chiuso a tempo” per non danneggiare gli Scavi. Non più di 15mila visitatori contemporaneamente

Domenica 3 maggio a ingresso gratuito: assalto alle entrate degli Scavi di Pompei. A fine giornata si conteranno 35mila visitatori
Pompei a numero chiuso a tempo nelle domeniche gratis. Lo ha deciso il ministero in accordo con la soprintendenza per tutelare il patrimonio archeologico di Pompei, sentite le indicazioni degli ispettori dell’Unesco, dopo le criticità emerse in occasione della domenica record dello scorso 3 maggio, quando il numero delle presenze ha raggiunto quota 35mila unità. A destare maggiore preoccupazione sono gli affreschi che, secondo gli esperti, vengono messi a rischio dall’alterazione del microclima determinato dall’aumento dell’umidità nelle domus innescato dalla massiccia presenza di persone. Il successo dunque della prima domenica del mese gratis nei musei e siti statali è indubitabile. Ma non sempre si può gridare al successo. Come appunto è il caso dell’area archeologica di Pompei: 35mila visitatori in un solo giorno negli Scavi “non sono un flusso sostenibile”, aveva lanciato l’allarme il soprintendente Massimo Osanna che aveva subito contattato il ministro per i Beni culturali e turismo, Dario Franceschini, così da “arrivare preparati” alla prossima domenica ad ingresso gratis, prevista il 7 giugno, con un incremento di sorveglianza e il “numero chiuso”. Nell’occasione Osanna aveva abbozzato anche un’ipotesi di lavoro: «Si potrebbe contingentare l’afflusso di visitatori bloccando gli ingressi oltre i 15-20mila. Ma la proposta può essere anche quella di visite con itinerari programmati, ampi, perché nemmeno si può pensare di far confluire una tale massa di persone in un’unica zona degli Scavi”.

“Troppi 35mila visitatori in un giorno: a rischio il microclima del sito archeologico”, parola di soprintendente Massimo Osanna
“Gli oltre 33mila visitatori a Pompei, e i quasi 40mila in tutti i siti vesuviani, registrati in occasione della prima domenica di maggio a ingresso gratuito – spiega la soprintendenza – confermano, anche grazie all’attento lavoro di restauro quotidianamente posto in essere, il grande richiamo e interesse che le nostre aree archeologiche esercitano su fasce sempre più ampie di visitatori. Tuttavia, ancora una volta, e con forza, pongono il tema della tutela e della conservazione di un patrimonio di per sé fragile e della sua corretta fruizione. Pur superando ogni aspettativa, il gran numero di turisti a Pompei era in parte atteso, tanto che già dall’ultima domenica di aprile, per evitare una forte concentrazione antropica e contestualmente eludere rischi al patrimonio archeologico, si era provveduto alla chiusura di alcune domus”.
“È del tutto evidente, però – evidenzia la soprintendenza – che tali misure non sono da sole sufficienti a garantire la salvaguardia del sito e delle strutture archeologiche ivi custodite che, per loro natura, mal sopportano flussi di visitatori quale quello fatto registrare la prima domenica di maggio. Per questo, facendo seguito alla lettera del Ministro Franceschini, si sta provvedendo a incentivare le misure di sicurezza e, allo stesso tempo, individuare il numero massimo di visitatori per gli scavi di Pompei. Non un numero chiuso, ma il limite massimo di presenze simultanee negli scavi archeologici. Grazie a questo provvedimento si auspica anche un’ottimizzazione dei flussi turistici che, da una parte garantirà un miglioramento del servizio e, dall’altra, potrebbe essere l’occasione per far confluire i visitatori negli altri siti di questa soprintendenza, purtroppo, meno conosciuti a livello internazionale”, conclude la nota.

Nuove regole: nelle domeniche a ingresso a Pompei non potranno mai esserci più di 15mila visitatori contemporaneamente
La decisione è stata presa: dal prossimo 7 giugno scatta il numero chiuso “a tempo” per i visitatori negli scavi archeologici di Pompei in occasione delle domeniche ad ingresso gratuito. Il numero massimo non dovrà superare quota 15mila unità. Una volta raggiunto il tetto massimo si dovrà attendere l’uscita dei visitatori presenti negli scavi per consentirne l’ingresso di altri.
In Val Venosta scoperte due statue stele di 5000 anni fa: rappresentano un uomo e una donna, sono le più antiche mai trovate in Trentino-Alto Adige

L’assessore Mussner e la direttrice dell’ufficio Beni archeologici Catrin Marzoli alla presentazione
In Val Venosta scoperte due grandi statue-stele del 3000 a.C (Età del Rame) in marmo di Lasa. Il rinvenimento un anno fa da parte dell’Ufficio Beni archeologici nel cantiere aperto alla Giardineria Schöpf di Vezzano, una frazioncina venostana ai piedi del monte di Mezzodì, meglio noto come Sonnenberg, per la costruzione di nuove serre e di un garage. Nelle settimane scorse la presentazione ufficiale dei due reperti da parte di Catrin Marzoli, direttrice dell’Ufficio beni archeologici. “Le due statue stele sono le più antiche attestazioni di scultura monumentale prodotte nell’area alpina nel III millennio a.C”. Nell’area atesina le statue stele ricorrono infatti numerose (Val Venosta-Val d’Adige fino al Lago di Garda). I due nuovi rinvenimenti di Vezzano si aggiungono ora agli altri 20 già noti in regione (13 dall’Alto Adige, e 9 dal Trentino). Particolarmente famosi sono i menhir di Lagundo e il menhir che si trova nel bosco del Renon, a pocas distanza dal Lago di Costalovara. Queste statue-stele antropomorfe hanno un’altezza compresa fra 0,60 e 2,75 metri e sono decorate con composizioni figurative che si estendono anche sul lato posteriore della pietra. Le figure sono state incise con attrezzi in pietra: le stele maschili sono identificabili per la raffigurazione di armi, in particolare pugnali triangolari e asce piatte (come il pugnale e l’ascia che anche Ötzi portava con sé), ovvero le prime armi in metallo. Le stele femminili, invece, sono caratterizzate da seni e gioielli (elementi d’ornamento come diademi), mai dalle armi. Gli archeologi hanno potuto datare le statue-stele proprio grazie alla raffigurazione delle armi. Ed è stato proprio confrontando la forma dei pugnali triangolari e delle asce con oggetti reali ritrovati in scavi archeologici che è stato possibile datare questi reperti all’Età del Rame. In origine le statue stele dovevano essere infitte nel terreno e disposte in gruppo, e costituivano il centro cultuale della comunità.
Le statue stele di Vezzano raffigurano un uomo e una donna. La statua stele maschile presenta un cinturone ed è dotata di più pugnali, mentre quella femminile è caratterizzata dal seno, e presenta uno scialle ed una lunga veste. Non si sa ancora con certezza chi rappresentino davvero le statue-stele. Si tratta di antenati, adorati come padri fondatori o eroi di una comunità, oppure di divinità? Anche il loro significato è tuttora oggetto di discussione; secondo molti archeologi queste pietre sono da collocare nella sfera del culto, come ad esempio, la statua-stele rinvenuta in una zona di sepoltura a Velturno, in Valle Isarco. Si è ipotizzato, inoltre, che servissero più semplicemente per delimitare confini territoriali. Gli archeologi concordano comunque sul fatto che questi monumenti in pietra hanno comunque un grande significato simbolico. Le statue-stele sono diffuse in molte parti d’Europa: la loro presenza si estende dal Portogallo alla Francia, passando per la Corsica e la Sardegna verso l’Italia settentrionale e in tutto l’arco alpino fino all’Europa centro-orientale.
La statua stele maschile di Vezzano, oggi spezzata in due parti, si distingue nettamente dalle altre per la sua straordinaria altezza pari a 3,4 m. Con l’età del Rame iniziò una nuova epoca nella storia dell’umanità. Il valore materiale del metallo e la sua lavorazione condussero ad una crescente gerarchizzazione della struttura sociale. I manufatti di rame, investiti di un carattere simbolico, erano segni distintivi di alto rango sociale, di potere e ricchezza. Immediatamente dopo la loro scoperta, questi straordinari reperti sono stati restaurati e sottoposti ad un’attenta documentazione scientifica.
Alla scoperta dei tesori di tre secoli di storia presentati nella mostra “Brixia. Roma e le genti del Po” con una guida speciale: il curatore Luigi Malnati, soprintendente dell’Emilia-Romagna
La mostra “Brixia. Roma e le genti del Po”, in programma del 9 maggio al 17 gennaio nel Museo di Santa Giulia di Brescia, come abbiamo visto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/08/da-annibale-a-catullo-la-romanizzazione-delle-genti-padane-nella-grande-mostra-archeologica-a-brescia-brixia-roma-e-le-genti-del-po-che-si-completa-con-il-parco-archeologico-tra-i/) ricostruisce, sullo sfondo della pianura del Po, un’area estesa tra gli Appennini e le Alpi e favorita in antico da una posizione privilegiata e dalla presenza di un grande fiume, la fisionomia sorprendente di un luogo d’Italia che divenne vero laboratorio di integrazione tra etnie e culture diverse e cassa di risonanza del confronto fra cultura romana ed ellenismo. E allora cerchiamo di saperne di più sulla mostra approfondendo il percorso della mostra e concedendoci una visita guidata con un accompagnatore speciale, il curatore della mostra Luigi Malnati, soprintendente ai Beni archeologici dell’Emilia-Romagna.

Ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna: documenta la presenza di coloni di origine centro-italica in Romagna
Il percorso della mostra è articolato in 12 sezioni. Nella prima, dedicata ai protagonisti, il visitatore può collegarsi al quadro storico dell’epoca, ai suoi principali eventi e al volto di alcuni grandi uomini, politici e condottieri, che ne furono attori; si attraverserà virtualmente il paesaggio che i romani si trovarono ad affrontare arrivando nella pianura (Prima di Annibale, sezione 2) e le popolazioni che lo abitavano, le loro tradizioni, i primi segni della loro apertura a messaggi culturali nuovi. Qui da non perdere le Lamine in bronzo da Castiglione delle Stiviere (Museo Archeologico Nazionale di Mantova), pertinenti a una tromba da guerra (carnyx), ad un elmo o a elementi di animale totemico; il Busto fittile di guerriero da Ravenna (Museo Archeologico Nazionale di Ravenna), un giovane guerriero in nudità eroica, riferito al modello del Diomede tipo Cuma; la Kelebe a figure rosse da Adria (Museo Nazionale di Adria), grande vaso decorato di produzione volterrana. La guerra (sezione 3) è uno dei temi principali, rappresentato in mostra dal fregio di Talamone e da una serie di eccezionali esempi di elmi e di armature. Ma attraverso la guerra cominciò a farsi strada sempre più incisiva la propaganda romana (sezione 4), una forma lungimirante di fidelizzazione attuata attraverso l’assimilazione in una nuova ideologia religiosa dei santuari sparsi nelle città e nei territori, ancora vincolati a tradizioni locali. Da non perdere il Frontone di Talamone (Museo Archeologico “Polveriera Guzman”), decorato con altorilievi che rappresentano il mito dei Sette contro Tebe; sarebbe da collegarsi alla vittoria contro i Galli nella battaglia del 225 a.C., episodio di cui il rilievo rappresenterebbe la trasposizione in chiave simbolica. Fine III- metà Il secolo a.C. L’Elmo etrusco-italico da Berceto (Museo Archeologico Nazionale di Parma), di produzione centro-italica o etrusca, III secolo a.C.; l’Ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna (Soprintendenza Archeologia Emilia e Romagna), documenta la presenza di coloni di origine centro-italica nel territorio romagnolo; la Lamina di bronzo da Vicenza (Vicenza Museo Naturalistico Archeologico), con corteo di donne di rango riccamente vestite. IV-III secolo a.C.

La Sima policroma fittile da Rimini: attesta l’alto tenore architettonico degli edifici urbani riminesi
L’esito di questi processi è rappresentato dalla Cisalpina in età repubblicana (sezione 5) con la nascita delle grandi città, ormai inserite in una rete viaria efficiente, che segnarono la definitiva romanizzazione della pianura attraverso l’adozione di modelli urbanistici e architettonici comuni, secondo precise esigenze ideologiche oltre che funzionali. I simboli della città (sezione 6) ne raccontano le diverse forme, espresse dai più importanti edifici pubblici aggregati intorno al foro, spazio urbano comune per eccellenza. Tra i più importanti, sotto l’aspetto simbolico, gli edifici di culto (sezione 7) spesso portatori nelle nuove forme architettoniche e nelle immagini di divinità il retaggio dei culti più antichi tradotto nelle forme dell’Ellenismo. La ricezione di questo nuovo linguaggio si manifesterà anche nel gusto privato, con dimore di pregio ornate da pavimenti, mosaici e arredi lussuosi. In queste sezioni troviamo la Sima policroma fittile da Rimini (Rimini, Museo della Città), che attesta l’alto tenore architettonico degli edifici urbani riminesi; la Testa di divinità femminile da Alba Pompeia (Torino, Museo Archeologico Nazionale), ispirata a modelli ellenistici. Fine del II-inizi del l secolo a.C.; la Statua panneggiata da Piacenza (Museo di Palazzo Farnese, Piacenza), firmata dallo scultore attico Kleomenes, interpretata come Apollo. Prima metà del I secolo a.C.; il Pavimento in cementizio da Sarsína (Museo Archeologico Nazionale, Sarsina), di ispirazione legata a maestranze di formazione centro italica. Fine del Il secolo a.C.; la Statua femminile da Milano (Milano, Civico Museo Archeologico), realizzata da un artista greco, importante testimonianza della ricezione dei modelli ellenistici nella cultura figurativa delle città transpadane. Fine II – inizio I secolo a.C.; il Letto con rivestimento in osso da Piacenza (Soprintendenza Archeologica Emilia Romagna), realizzato da artisti di tradizione centro italica come oggetto rappresentativo del rango del suo proprietario. Seconda metà del Il secolo a.C.

La Stele di Ostiala Gallenia da Padova: presenta un’iscrizione che testimonia la fase di transizione verso la romanizzazione
Il tema dell’incontro tra culture torna anche nei documenti che raccontano i rituali legati alla morte, dove l’immagine e la memoria (sezione 9) si fondono per restituire i personaggi defunti al mondo dei vivi secondo codici espressivi nuovi e antichi nello stesso tempo. Tra le opere da non perdere la Stele di Ostiala Gallenia da Padova (Civico Museo Archeologico di Padova), con iscrizione che testimonia la fase di transizione verso la romanizzazione. I secolo a.C.; la Stele di Komevios da Torino (Museo di Antichità), rinvenuta nell’area di una necropoli celtica (Dormelletto), la stele presenta un’iscrizione in alfabeto leponzio che riporta al proprietario, un personaggio di prestigio della comunità indigena. Fine del Il secolo a.C. Ma oltre le città (sezione 10) anche il territorio vive un’intensa trasformazione con la razionalizzazione dei paesaggi e delle campagne per dare nuovo impulso all’agricoltura, alle attività economiche e agli scambi. Anche qui un ruolo fondamentale viene svolto dalla viabilità, che collega città e campagne in una rete efficiente di comunicazioni, e che aggrega anche i santuari periferici (gli dei del territorio, sezione 11), ancora una volta assimilando la fisionomia culturale di tradizione celtica a quella romano-ellenistica. Qui ammiriamo le Falere da Manerbio, località cascina Remondina (Brescia, Museo di Santa Giulia), dischi in lamina d’argento pertinenti a bardature di cavalli. Metà I secolo a.C.; la Lastra architettonica con Dioniso e Arianna da San Lorenzo in Strada (Rimini, Museo della Città), probabile ornamento di un tempio, attesta la completa adesione a canoni artistici ellenizzanti. Metà del secolo a.C. Sintesi eloquente di questo straordinario incontro, in chiusura della prima parte della mostra, è il volto di Catullo. Un grande poeta (la voce dei poeti, sezione 12), di famiglia ceitica, ma di raffinata cultura ellenistica, nato a Verona ma assai legato a Brixia. La sua voce accompagnerà il visitatore nella seconda emozionante parte del percorso, dove per la prima volta sarà possibile entrare nell’antico santuario di Brescia, luogo in cui i temi della mostra, la tradizione indigena e la nuova cultura ellenistica e romana trovano perfetta fusione. Da non perdere l’Affresco da Sirmione (Antiquarium di Sirmione), dove si riconosce l’immagine di un letterato, per il quale è stata suggerita l’identificazione con il poeta Catullo. I secolo a.C.
E ora godiamoci la visita guidata con il curatore della mostra, il soprintendente Luigi Malnati. “La mostra di Brescia – spiega – vuole narrare questa vicenda uscendo dallo schema tradizionale dello scontro tra Roma e popolazioni locali considerate semibarbare e da integrare nella civiltà classica per mostrare invece la realtà di un confronto che aveva molteplici sfaccettature. Le popolazioni che abitavano la valle Padana avevano alle spalle storie molto diverse. Le tribù celtiche (Insubri, Cenomani, Boi) avevano ereditato le civiltà dei popoli che abitavano i territori sui quali dominavano: Etruschi, Umbri, Liguri, Celti di ceppo ancora più antico; ne avevano assimilato i costumi e costituivano un’élite politico-militare organizzata. I Veneti erano di provenienza assai antica, con una cultura urbana elaborata e comuni origini con i Latini; al contrario i Liguri, che si consideravano a ragione una stirpe autoctona, erano ancora organizzati sul modello tribale. Ciascuna di queste popolazioni ebbe una propria politica nei confronti di Roma: alcuni furono alleati stabili (Veneti, Cenomani) altri ostili (Boi, Insubri) o divisi al proprio interno (Liguri). Ma neppure la strategia della Repubblica nei loro confronti fu mai univoca: a seconda che prevalessero le ragioni del partito “popolare” o di quello “senatorio” fu attuata una politica aggressiva per guadagnare nuove terre da assegnare a coloni italici disposti a trasferirsi o di collaborazione “amichevole” con i ceti dirigenti e aristocratici locali. Sono i reperti archeologici presenti nei musei dell’Italia del nord, rinvenuti negli scavi anche recentissimi che ci consentono di ricostruire un quadro così complesso e vivace, di cui le fonti antiche ci illustrano soltanto gli elementi essenziali”.
“Il filo dell’esposizione – continua Malnati – segue il racconto secondo una sequenza cronologica e rispettando la logica del confronto. Vengono presentate le diverse popolazioni padane nel IV e III secolo a.C.: i reperti significativi e simbolici dei corredi funerari e anche ciò che esce dagli scavi delle loro città. Ne esce l’immagine di civiltà complesse, con capi che esaltano ora il loro livello culturale ora il ruolo guerriero e un’organizzazione politica avanzata, con l’uso della scrittura e l’introduzione della moneta. A fronte sono esposti i reperti contemporanei della colonia di Rimini e di centri come Ravenna sotto il controllo diretto di Roma. Seguono gli anni delle guerre. L’imponente frontone di Talamone celebra la disfatta dell’ultima offensiva celtica nel 225 avvenuta sul promontorio toscano; la risposta di Roma porta alla prima conquista della val Padana e alla vittoria di Casteggio. Infine Annibale passa le Alpi e attraversa la pianura nell’incendio dell’insurrezione di Boi e Insubri, che appoggiando la sua impresa mettevano in gioco la loro indipendenza. Di quegli anni sono esposte le armi degli eserciti contrapposti recuperate nei corredi funerari e rappresentate nei monumenti e nei reperti votivi, ma anche l’esito della penetrazione culturale e politica di Roma, con l’impianto di santuari di tipo italico già alla fine del III secolo, i cui reperti si confrontano con quelli dei contemporanei luoghi di culto locali”. “
Con il Il secolo – sottolinea il soprintendente – le principali colonie latine e romane così come le città alleate presentano da Rimini a Bologna o Piacenza, così come a Aquileia, Padova, Brescia o Milano, caratteristiche comuni. Si illustrano le mura, le porte urbiche, le strade, gli edifici civili, come il foro, le basiliche o, nel caso di Bologna, uno dei più antichi teatri stabili. I grandi templi come il Capitolium, i santuari urbani e del territorio sono testimoniati da resti architettonici fittili figurati di tipo italico ed ellenistico e da statue di culto, per lo più acroliti in marmo. Vengono introdotti nuovi culti, italici e orientali, che spesso riflettono gli orientamenti delle diverse personalità politiche romane, ma vengono anche confermati e assimilati i culti locali, come ben dimostra il caso emblematico di Brescia. La ricchezza crescente della Cisalpina in età repubblicana è verificabile non solo negli edifici pubblici e religiosi, ma anche nel livello delle case private. In mostra sono esposte soprattutto le pavimentazioni, che evolvono da modesti laterizi e semplici battuti in cementizio a pavimenti decorati con motivi geometrici e a mosaico, ma non mancano decorazioni parietali e reperti di lusso rinvenuti negli scavi a seguito di episodi di abbandono o di tesaurizzazione. Le planimetrie mostrano nel I secolo l’adesione delle classi dirigenti al modello della casa ad atrio. Tutto riflette l’aumento progressivo di ricchezza dell’Italia settentrionale, dovuto certamente allo sfruttamento agricolo del territorio, ben organizzato grazie al controllo delle acque e alla distribuzione funzionale delle terre (la centuriazione), ma, come dimostrano i resti archeologici, dalla nascita di manifatture locali (vasellame bronzeo, tessuti, laterizi, ceramiche, carpenteria) e dallo sfruttamento di risorse naturali, come le riserve aurifere della Bessa”. “Il confronto tra le popolazioni locali e i coloni – ricorda Malnati – è affidato in questa fase soprattutto alle sepolture; per la prima volta vengono esposti insieme reperti (corredi ma anche stele funerarie) dello stesso periodo attribuibili a romani (in Emilia Romagna e Aquileia) a Veneti, Cenomani, lnsubri, Liguri. E’ così possibile confrontare l’apparato funerario di un notabile romano sepolto presso Piacenza con il letto funerario in osso di fattura centro-italica e tradizione ellenistica, con la sepoltura del capo cenomane di Zevio con resti del carro e vasellame bronzeo della medesima provenienza. Così dall’intesa tra le classi dirigenti e da un confronto virtuoso tra le diverse aree culturali nasceva la provincia della Gallia Cisalpina, centro propulsore delle conquiste di Cesare e futuro baluardo della civiltà classica contro le invasioni germaniche”.





























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