Sulle tracce di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme: nuovo ambizioso progetto tra archeologia biblica e storia del regista veneziano Alberto Castellani per un film in due puntate

Maria e Giuseppe in viaggio verso Betlemme: il regista Alberto Castellani ne seguirà le orme per un nuovo film “Storia di Myriam e Yoseph: in cammino nella terra dei Padri”
Scrive l’evangelista Luca: “Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide , chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa , che era incinta”. Tutto è iniziato da queste poche parole, spiega Alberto Castellani, il regista veneziano in partenza l’8 luglio per Israele e la Palestina, con un nuovo ambizioso progetto: seguire il viaggio di Maria e Giuseppe da Nazaret a Betlemme. “In questa laconicità di informazione sta proprio il fascino della mia ricerca che ho voluto sviluppare in fase di sceneggiatura e che intendo ora sperimentare direttamente sul territorio”. Due settimane di riprese, un gruppo di lavoro collaudato, il sostegno della Cei (Conferenza episcopale italiana) e dell’ambasciata di Palestina a Roma, la consulenza di professori di grande valenza, come Pietro Kaswalder, SBF Jerusalem (scomparso recentemente) e Danilo Mazzoleni , PIAC Pontificio Istituto di Archeologia, e il contributo di esperti del calibro del biblista il card. Gianfranco Ravasi, di Alberto Bobbio di Famiglia Cristiana e dell’egittologo Alberto Elli: ecco in sintesi il progetto del film “Storia di Myriam e Yoseph: in cammino nella terra dei Padri”, programma che, nelle intenzioni di Castellani, dovrebbe essere suddiviso in due puntate da mandare in onda sul canale 28-TV 2000 e su un gruppo di emittenti europee e statunitensi. “Sarà un’indagine sul campo per cercare di dar voce al misterioso silenzio evangelico”.
Dopo aver seguito le orme dello svizzero Johann Ludwig Burckhardt che duecento anni fa scoprì Petra, la capitale dei Nabatei, in Giordania, da cui è scaturito il fortunato film “Sulla via di Petra” (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/), ora il regista veneziano che da più di vent’anni rivolge la sua attenzione all’archeologia del Medio Oriente, cerca di indagare su quello che può ragionevolmente essere accaduto duemila anni fa in terra di Palestina quando una coppia di sposi , destinati ad entrare ben presto nella storia, si accinsero a compiere un viaggio che da Nazareth si sarebbe concluso a Betlemme. Ponendosi subito una domanda: quale via può aver percorso dalla Galilea verso Betlemme di Giuda, Giuseppe, della casa di Davide e la sua giovanissima sposa prossima al parto, allorché l’editto di Augusto ordinò il censimento delle genti di Palestina? A venire in “soccorso” di Castellani è stato Pietro Kaswalder, eminente studioso di geografia biblica, recentemente scomparso, che ha tracciato una ipotesi di lavoro: “Più che la Valle del Giordano, che si estendeva lungo la parte orientale della Palestina alla sinistra del fiume, o della romana Via Maris, tra la piana dello Sharon e la costa del Mediterraneo, plausibile è apparso il percorso della cosiddetta Via Centrale o della Montagna che nella tradizione dei primi pellegrini cristiani , ma non solo, era chiamata Strada della Fede o anche Via dei Patriarchi”. E su tale itinerario che Castellani e la sua troupe hanno deciso di orientare i loro passi programmando più di due settimane di presenza in Israele. Punto di partenza non poteva essere, ovviamente, che il villaggio di Nazareth.
È lo stesso Castellani a raccontarci come si muoverà sulle orme di Maria e Giuseppe. “Dopo una indagine accurata sui locali reperti archeologici custoditi nella Basilica della Annunciazione, sugli scavi della cosiddetta Casa di Giuseppe fino alla più recente scoperta archeologica sulla presunta Casa di Gesù, ci sposteremo lungo la valle di Esdrelon, percorrendola in gran parte. Qui toccheremo il villaggio di Taanich, che conserva il ricordo della biblica Deborah, giungendo successivamente a Jenin, l’antica Betulia nota per l’episodio di Giuditta ed Oloferne. Da qui a Dotan, località non lontana da Jenin, per rivivere sul crinale di un piccolo tell apparentemente anonimo il racconto dell’Antico Testamento di Giuseppe venduto dai fratelli”.
Sarà quindi la volta di Samaria/Sebaste in cui missioni archeologiche italiane, francesi ed israeliane stanno cercando di portare alla luce il passato di questa città attraverso una attività scavo e conservazione dei reperti fino ad ora rinvenuti . E poi la mitica Nablus , l’antica Neapolis della famiglia Flavia, e il rinnovarsi del ricordo di Giuseppe figura legata a tante storie della Bibbia e del Corano. “Mi auguro di poter documentare anche la sua tomba venerata in cui ancor oggi converge la popolazione locale per richieste di buon raccolto, di fertilità e di amore: questo soprattutto da parte delle donne”. A Nablus non mancherà una indagine sul sito di Tel Balata uno dei più importanti della Cisgiordania tra i biblici monti Ebal e Garizin e, se possibile , un contatto con la antichissima comunità Samaritana. “La vicina Shiloh, la città di Giosué e dell’Arca dell’Alleanza – continua -, ci propone uno dei luoghi più emozionanti del mondo ebraico e della sua fede millenaria, già attivo, prima della costruzione del Santuario di Gerusalemme”. Tappa obbligata l’altopiano sassoso di Bethel dove, secondo tradizione, Abramo piantò le sue tende ed eresse un altare e Giacobbe uno dei tre padri del popolo ebraico, ebbe il misterioso sogno su una discendenza destinata a diffondersi “ come polvere della terra” ( Gn 28,14). Pochi chilometri ed ecco la attuale capitale dello stato palestinese, la moderna Ramallah e la vicina Tell en Nasbeh con il ricordo del profeta Samuele e la testimonianza dei risultati delle missioni archeologiche statunitensi che hanno portato alla luce una imponente raccolta di documenti dal calcolitico all’età del ferro fino alle indagini accurate operate verso la metà del secolo scorso dal francescano padre Bagatti. “Infine ecco una Gerusalemme insolita, quasi nascosta: la valle della Geenna, le mitiche piscine di Salomone, l’ eccezionale testimonianza delle preziose lamine di Ketef Hinom, oggi conservate all’Israel Museum. Una certificazione incisa con caratteri paleo ebraici e scritta attorno al 600 prima di Cristo, conferma della fondatezza e della esistenza del testo biblico quattrocento anni prima della scoperta dei rotoli nelle grotte di Qumram nel Mar Morto”.
Con il sito di Kathisma, sul crinale dell’ultima collina alla periferia di Gerusalemme, che fa riferimento ad una sosta richiesta da Maria ormai prossima al parto e la documentazione di ciò che resta, a detta degli archeologici israeliani, di una chiesa che doveva essere addirittura più bella e maestosa di quella del Santo Sepolcro costruita al tempo di Costantino , l’itinerario si conclude nell’ormai vicina Betlemme. “E anche qui sarà l’archeologia ad aiutarci per dare spessore storico ad un evento ed a una sua localizzazione tuttora dibattuta. Dietro solitarie pietre di vallate deserte, dietro eventi ancestrali che soltanto la toponomastica di villaggi sperduti o addirittura scomparsi è ancora in grado di richiamare – conclude Castellani -, cercherò di offrire lo spaccato di un mondo che di lì a poco si sarebbe aperto al cristianesimo prima che secoli di storia, di sovrapposizioni o di leggende nascondessero in parte l’ immagine autentica di una terra che i piedi di Gesù, di lì a poco avrebbero cominciato a percorrere. Per rivivere idealmente quel lontano cammino che mi condurrà verso quella debole luce che appena rischiara una grotta dove ogni giorno sostano in preghiera migliaia di fedeli”.
Montegrotto. Riaperta a tempo di record l’area archeologica delle terme Neroniane, danneggiata dall’alluvione del 2014. Visite guidate a tutti gli scavi del parco delle Terme Euganee
Riaperta a tempo di record l’area archeologica sotto l’hotel Terme Neroniane. Così Montegrotto ritrova il suo articolato parco archeologico delle Terme Euganee, realizzato col Progetto Aquae Patavinae, operativo da anni grazie alla sinergia tra soprintendenza Archeologia del Veneto, università di Padova e Comune di Montegrotto. L’area archeologica delle Terme Euganee – lo ricordiamo – si estende sull’ampio appezzamento di terreno posto tra viale delle Terme e via degli Scavi con vestigia di età romana, punto di partenza di un interessante itinerario archeologico che comprende varie tappe di cui le più significative sono gli scavi di via Neroniana e il complesso termale dell’Hotel Terme Neroniane.
L’area sotto l’hotel Terme Neroniane, aperta al pubblico nel 2011 con un bell’allestimento basato sulle suggestioni luminose, ha subito gravi danni con l’alluvione che, nel febbraio 2014, ha messo in ginocchio Montegrotto. Nel giro di pochi mesi, grazie a un finanziamento in somma urgenza da parte del ministero e a una febbrile attività di risanamento e restauro, la soprintendenza Archeologia del Veneto è riuscita a riparare ai danni e a riallestire l’area, meglio di prima, per la stagione turistica che si è appena aperta. Dopo un periodo di forzata chiusura, i visitatori possono di nuovo apprezzare i resti archeologici del complesso termale di età romana scoperto sotto l’hotel Terme Neroniane grazie a una serie di scenari luminosi, che pongono l’attenzione ora sulle strutture, ora sui pavimenti, ora sul percorso dell’acqua; possono confrontare quel che resta con le ipotesi ricostruttive, ben illustrate nella pannellistica di allestimento dell’area; possono soddisfare le curiosità in materia interrogando gli archeologi che li accompagnano nella visita.
“Come soprintendenza Archeologia”, spiega Marianna Bressan, responsabile del progetto Aquae Patavine per la soprintendenza, “siamo orgogliosi di essere riusciti a ottenere e far fruttare un finanziamento straordinario del ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, stanziato in somma urgenza dopo l’alluvione che, nel febbraio 2014, ha sommerso Montegrotto e con essa le nostre aree archeologiche. L’area che ha sofferto di più ovviamente è stata quella ipogea, sotto l’hotel Terme Neroniane. Grazie a un’intensa attività in questi mesi, però, la nostra soprintendenza è riuscita a risanarla, restaurarla, sostituire la pannellistica completamente marcita, ripristinare l’apparato luminoso, che rappresenta la cifra peculiare dell’area, e migliorarlo con un nuovo scenario”.
La riaperta area archeologica sotto l’hotel Terme Neroniane a Montegrotto Terme, come si diceva, è parte integrante del Progetto Aquae Patavinae, nato nel 2005 con la collaborazione dell’università di Padova, la soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto e il Comune di Montegrotto Terme, per realizzare il Parco Archeologico delle Terme Euganee in cui tutte le aree archeologiche siano collegate e fruibili. Altri siti archeologici situati tra Abano e Montegrotto sono purtroppo andati perduti, ma grazie ad un percorso attrezzato con pannelli esplicativi è possibile ricostruire e visitare virtualmente tutti i principali luoghi che hanno reso importanti e famose le Terme Euganee nell’antichità. L’ampia zona archeologica è stata scoperta nel 1780 da Giovan Antonio Dondi Orologio che qui compì un primo scavo, ma solamente a partire dagli anni ’60 del secolo scorso è stata riportata completamente alla luce attraverso una lunga campagna di scavi e un accurato studio dei reperti. Nell’area sono visibili i resti di una imponente struttura termale risalente all’età augustea (I e II secolo d.C.) costituita da tre grandi vasche-piscine collegate tra di loro da un articolato sistema di canalizzazioni per l’adduzione e il deflusso delle acque termali e da altri edifici funzionali all’accoglienza di coloro che usufruivano delle terme. Si riconoscono i portici, gli spogliatoi, le aree di riposo, i ninfei e pure un piccolo teatro, che completava l’offerta di svago ed intrattenimento del grande complesso termale. Le strutture sono state ricostruite graficamente e illustrate con grande chiarezza nei pannelli espositivi che arredano il percorso di visita.
Visita agli scavi. A poche centinaia di metri dall’area archeologica di via Degli Scavi, oltrepassando la stazione ferroviaria di Montegrotto e imboccando via Neroniana si incontra una importante area archeologica che presenta i resti di una sontuosa villa romana databile agli inizi del I secolo d.C.. La villa è stata in fasi successive ampliata e probabilmente fu utilizzata fino al IV secolo d.C.; a seguito della caduta dell’Impero Romano il territorio euganeo venne progressivamente abbandonato e la lussuosa residenza lasciata cadere in rovina. Sui suoi resti si insediò un villaggio di capanne e più tardi venne edificata una solida dimora signorile, sopravvissuta fino all’alto medioevo e di cui sono ancora visibili alcune parti. Recenti scavi hanno portato alla luce anche alcune testimonianze di epoca pre-protostorica che dimostrano una frequentazione di questo luogo sin dal III-II millennio a.C. Per la tutela e valorizzazione degli importanti ritrovamenti sono state realizzate delle coperture che riproducono nei volumi le dimensioni originarie della villa di età imperiale. Adiacente agli scavi di via Neroniana si trova l’hotel Terme Neroniane, dove sono stati rinvenuti i resti di un altro straordinario complesso termale risalente alla fine del I e inizio del II secolo d.C. C’erano un’ampia sala absidata, vasche adibite all’immersione e al nuoto, con un complesso sistema di circolazione delle acque termali, e vari edifici complementari. Il sito archeologico è visibile dal pavimento a vetrate posto nella sala ristorante dell’hotel ed è stato reso accessibile anche esternamente grazie alla realizzazione di un passaggio che consente di entrare sotto le fondamenta dell’edificio per ammirare da vicino gli scavi. Da luglio e per tutta la stagione estiva, apertura ogni domenica delle aree archeologiche di viale Stazione/via degli Scavi, della villa romana di via Neroniana e sotto l’Hotel Terme Neroniane. Previste visite ogni ora con archeologi: al mattino 10:30 -12:30, al pomeriggio 17-19. Meglio prenotare. Tutti gli altri giorni apertura delle aree archeologiche solo su prenotazione per gruppi, scolaresche, associazioni (minimo 10 partecipanti). Visite in lingua straniera su prenotazione. Per info e prenotazioni: LAPIS Archeologia-Storia-Arte-Ricerca lapisarcheologia@gmail.com
Nonsoloarcheologia: tornano in Toscana le Notti dell’Archeologia, oltre 200 eventi promossi da musei, parchi e siti alla scoperta del patrimonio culturale regionale con rappresentazioni teatrali, concerti, laboratori per bambini, aperitivi, cene e degustazioni di prodotti locali
Per una sera sarà possibile visitare il Parco Archeologico di Santa Maria a Monte in provincia di Pisa, e rimanere ad osservare le stelle dalla terrazza panoramica del Parco sotto la guida di un esperto astrofisico, orientarsi tra le tante luci del cielo, legando quindi il passato con il presente, l’uomo antico con l’uomo dei nostri giorni. Oppure approfittare della passeggiata ideata dal museo Archeologico di Cortona in provincia di Arezzo, che propone di andare a conoscere i tratti delle antiche mura etrusche che delimitavano l’originario insediamento, creando l’occasione per addentrarsi nell’intricato dedalo delle piccole strade che caratterizzano la città. O salire al Castello di Murlo in provincia di Siena, dove sarà possibile visitare l’Antiquarium di Poggio Civitate e partecipare al festival “Bluetrusco” che coinvolge il borgo per più giorni trasformandolo in laboratorio di arte e cultura con un ricco programma di spettacoli teatrali e musicali, come di altri appuntamenti compresi quelli dedicati alle degustazioni di prodotti alimentari locali. Con oltre 200 eventi in tutta la Toscana fino al 2 agosto tornano le Notti dell’Archeologia, giunte alla quindicesima edizione, tradizionale appuntamento toscano con quanto la storia e la cultura ci hanno lasciato, atteso da un pubblico fedele e sempre alla costante ricerca di occasioni di apprendimento legate al patrimonio archeologico, che rappresenta il fondamento dell’identità regionale. Anche quest’anno partecipano all’iniziativa sia i musei che le raccolte che espongono una collezione archeologica, i parchi e le aree archeologiche, sia quei musei che, pur non archeologici, intendono valorizzare e promuovere il patrimonio antico del proprio territorio, organizzando attività e mostre destinate a diffondere l’interesse per il più lontano passato.
Oltre 80 musei e parchi archeologici del territorio della regione si attivano per creare eventi, aperture serali e notturne, occasioni di rappresentazioni teatrali, concerti, laboratori per bambini, aperitivi, cene e degustazioni di prodotti a filiera corta, che offrono ai musei, centri espositivi e parchi archeologici l’opportunità di farsi apprezzare in tutte le loro potenzialità compreso anche l’aspetto del “Buon vivere” nel passato e nel presente, proponendo la tematica centrale dell’Expo di Milano 2015. Le Notti dell’Archeologia rappresentano un’occasione per entrare in contatto con il ricco patrimonio archeologico regionale ed una opportunità per i musei ed i parchi archeologici di farsi conoscere. In particolare quest’anno la Regione ha programmato anche l’Anno dell’Archeologia in Toscana, iniziativa destinata a promuovere per l’intero arco del 2015 il patrimonio archeologico della regione per fare della Toscana la meta di specialisti, appassionati e turisti italiani e stranieri interessati ai molteplici aspetti del mondo antico.
Le oltre 200 le occasioni comprese nel programma delle Notti dell’Archeologia 2015 sono rivolte a un pubblico di tutte le età e con orari di svolgimento molto diversificati in grado di rispondere ad ogni esigenza, comprese anche occasioni dedicate al pubblico dei diversamente abili. Molti sono i laboratori dedicati ai ragazzi. Solo per citarne alcuni, si possono indicare il laboratorio organizzato dal museo del Distretto Minerario di Rio nell’Elba, che fa sperimentare le tecniche di scrittura degli Etruschi, mentre il museo del Lavoro e delle Tradizioni della Versilia Storica di Seravezza, in provincia di Lucca, organizza, come Indiana Jones, una caccia al tesoro alla scoperta delle antiche miniere dell’Alta Versilia. Ma ci sono anche occasioni più tradizionali e non meno suggestive, come quella del museo civico di Palazzo Pretorio di Certaldo, dove è possibile, in orario notturno, effettuare visite guidate alla sezione archeologica del museo, o come quella della Biblioteca Ragionieri di Sesto Fiorentino, dove si parlerà degli studi effettuati sulle tombe etrusche della Montagnola e della Mula entrambe sul territorio del Comune.
Memoria e riuso dell’antico dal neoclassico al post-classico: tre giornate di studio tra Pompei e Napoli a corollario della mostra “Pompei e l’Europa 1748-1943”
L’antico e il mondo classico hanno sempre avuto un effetto profondo sull’uomo, sia come fonte di ispirazione formale e di gusto, che come incubatore di valori “assoluti” quali la bellezza, l’armonia, la perfezione e la misura. Non è un caso che a partire dalla loro fortuita scoperta nella prima metà del XVIII secolo, e fino al XX, le città di Ercolano e Pompei abbiano attratto artisti, intellettuali, studiosi e curiosi da tutto il mondo. Così la mostra “Pompei e l’Europa 1748-1943” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/06/06/rapiti-alla-morte-una-piramide-nellanfiteatro-per-i-calchi-di-pompei-parte-della-grande-mostra-pompei-e-leuropa-allarcheologico-di-napoli-che-racconta-la-sug/), un grande progetto espositivo al museo Archeologico Nazionale di Napoli e all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei per raccontare la suggestione evocata dal sito archeologico di Pompei sugli artisti e nell’immaginario europeo, dall’inizio degli scavi nel 1748 al drammatico bombardamento del 1943, diventa occasione proprio per riflettere e approfondire questo rapporto dell’uomo con l’immortale suggestione dell’antico, attraverso le Giornate internazionali di studi “Pompei e l’Europa. Memoria e riuso dell’antico dal neoclassico al post-classico”, promosso dalla soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia e dalla Seconda Università degli Studi di Napoli, da mercoledì 1° luglio a venerdì 3 luglio 2015 all’auditorium di Pompei e, per l’ultima giornata, alla Seconda Università di Napoli, sala degli affreschi in S. Andrea delle Dame.
Il fascino dei frammenti del passato e dei resti mutili della civiltà classica ha stimolato la curiosità di artisti e studiosi e con essa quella pratica all’imitazione, sovrapposizione, ridefinizione e rielaborazione dei modelli il cui ri-utilizzo veniva appunto percepito come un esercizio di stile, una ricerca del bello e dell’evasione. Pensiamo ai soggetti pompeiani dei raffinati dipinti di Joseph-Marie Vien o di Antonio Canova, alle ceramiche prodotte dalla Real Fabbrica della Porcellana di Napoli, ai mobili tratti dai modelli antichi da Righetti o Lavillain, o, ancora, alle ardite ipotesi di restauro degli architetti francesi ospiti dell’accademia romana, fino alle ricostruzioni in stile di Alfred Normand a Parigi e di Friederich Von Gartner a Aschaffenburg. Nel Novecento la suggestione del passato trova spazio poi nei nuovi media, rivivendo nelle sorprendenti scenografie del cinema muto (The last days of Pompei di Mario Caserini ed Eleuterio Ridolfi, 1913), nella “moderna classicità” di Sironi come “oggetto ideologico delle politiche della memoria”, o nel dissacrante riuso di icone di culto di Pistoletto come muse inquietanti, pezzi da scomporre in frammenti monchi, capaci di esprimere la fragilità dell’essere contemporaneo.

I calchi restaurati per la mostra “Rapiti alla morte” nell’allestimento dell’architetto Francesco Venezia
Le giornate, con la partecipazione di studiosi e ospiti autorevoli, si aprono mercoledì 1° luglio alle 15.30 all’auditorium di Pompei. Tra gli interventi previsti, quello del soprintendente Massimo Osanna – dal titolo “Rapiti alla morte” – approfondirà il tema dei calchi pompeiani illustrando più da vicino l’omonima sezione della mostra allestita nell’anfiteatro degli Scavi e di cui è curatore con Adele Lagi. Giovedì 2 luglio si prosegue con una serie di dibattiti sulla fortuna di Pompei e sul suo immenso patrimonio, per concludere venerdì 3 alla Seconda Università degli Studi di Napoli, nella Sala degli affreschi in S. Andrea delle Dame, con uno sguardo al contemporaneo e alla fotografia. A seguire, nella sede del museo Archeologico Nazionale di Napoli, la visita alla mostra “Pompei e l’Europa 1748-1943” guidata da Luigi Gallo, curatore insieme a Massimo Osanna e Maria Teresa Caracciolo.
Le ancora misteriose statue-stele della Lunigiana ritrovano la loro casa: riaperto il museo di Pontremoli, nuovo allestimento con più stele esposte

Le statue-stele in arenaria sono il simbolo della Lunigiana, realizzate dal IV millennio al VI secolo a.C.
Le statue-stele della Lunigiana ritrovano la loro casa. Sabato 27 giugno, dopo i lavori di riallestimento partiti nel 2009 al Castello del Piagnaro di Pontremoli (Ms), ha riaperto al pubblico il museo delle Statue Stele Lunigianesi. Attualmente divisa tra Liguria e Toscana, la Lunigiana, che trae il suo nome da Luni, colonia romana fondata nel 177 a.C. e importante porto prima militare poi commerciale, si accentra attorno al bacino del Magra, delimitata dal mare, dalle Alpi Apuane, dalla dorsale appenninica e dalle montagne che formano la testata della valle del fiume Vara. In questo ambiente sono state finora rinvenute (quasi sempre casualmente, per lavori campestri o stradali) 80 statue stele: nel fondovalle, in zone collinari, ma anche in zone montuose fino a 700 metri di altitudine. Ma le zone che hanno restituito il maggior numero di monumenti sono le terrazze alluvionali del fiume Magra e dei suoi affluenti, tra i 150 e i 350 metri. In assenza di fonti scritte le statue stele possono essere datate soltanto sulla base di contesti archeologici e stratigrafici. Quasi tutte le statue stele della Lunigiana sono state rinvenute casualmente (lavori campestri o stradali) e il ritrovamento è avvenuto in epoche diverse, a partire dal secolo XIX. Talvolta manca addirittura la documentazione sulle circostanze del rinvenimento e sul luogo esatto in cui esso è avvenuto. Tutto questo fa sì che per la datazione delle statue stele si debba ricorrere ad altri metodi come lo studio degli oggetti (ad esempio i pugnali) raffigurati sui monumenti. Sulla base di diversi studi e datazioni si è individuato per le statue stele un arco cronologico che va dall’inizio dell’Eneolitico (fine IV millennio a.C.), fino alla piena età del Ferro (VII-VI sec.a.C.), con uno sviluppo del fenomeno soprattutto nella fase centrale dell’Età del Rame (2800 – 2300 a.C.).

Il nuovo allestimento del museo di Pontremoli espone una quarantina di stele, la metà di quelle finora conosciute
Con il nuovo allestimento il museo delle Statue Stele Lunigianesi diventa un punto di riferimento indiscusso dell’arte megalitica europea, fiore all’occhiello nell’offerta museale dedicata alla scultura preistorica. All’interno del Museo – firmato dal team di Canali Associati – è possibile ammirare la più importante collezione di Statue Stele Lunigianesi, con quaranta esemplari esposti: cioè la metà di quelli finora conosciuti. Le Statue Stele sono monumenti in pietra arenaria di età preistorica che raffigurano personaggi maschili e femminili, stilizzati, spesso caratterizzati da monili o armamenti. “Rispetto al precedente allestimento”, spiegano gli organizzatori, “il museo, dedicato al fondatore Augusto Cesare Ambrosi che negli anni ’70 per primo decise di riservare a questi reperti uno spazio espositivo, presenta un numero maggiore di stele, grazie alla disponibilità di un’area finora inaccessibile al piano terreno: un’ampia manica medievale rimasta intatta nei secoli che costituisce una delle ambientazioni più suggestive del castello del Piagnaro, costruito attorno all’anno mille con funzioni di difesa e controllo stradale, sulla collina che domina il borgo di Pontremoli. Così il percorso espositivo è raddoppiato e senza barriere architettoniche. L’apertura del rinnovato museo – concludono – diventa infine l’occasione per dare una nuova spinta all’attività scientifica e capire finalmente la funzione delle Statue Stele, simbolo indiscusso della Lunigiana”.
Siria. L’Isis distrugge due antichi mausolei islamici a Palmira, perché “simbolo del politeismo”. Per ora l’antica città romana, patrimonio Unesco, è stata risparmiata

Lo monumentali rovine di Palmira, patrimonio dell’Unesco, dominata dal mausoleo islamico dello sheikh Mohammad Ben Ali
Palmira a rischio distruzione da parte delle milizie jihadiste dell’Isis. Un evento temuto, annunciato, ma per ora rimasto – in parte – solo una minaccia. Perché se è vero che al momento non ci sono prove che l’Isis abbia infierito sulla città romana, patrimonio dell’Unesco, è invece certo che sono stati fatti saltare in aria due antichi mausolei, tra cui quello dello sheikh Mohammad Ben Ali, vicino al sito archeologico romano, ritenuti “un simbolo del politeismo”. Appena due giorni fa, in piena avanzata jihadista, era anche trapelato che l’Isis aveva piazzato mine e ordigni nella città vecchia. Per timore di distruzioni centinaia di statue e reperti del sito siriano erano stati trasferiti in altre località il mese scorso quando i jihadisti erano penetrati nella parte moderna della città. Ma poi questa notizia era stata smentita da Ahmad Daas, attivista politico siriano dell’opposizione, secondo cui le notizie circolate al riguardo “sono false”: “Non è vero che l’Is ha collocato degli ordigni tra le rovine di Tedmor e i rapporti che ne parlano sono imprecisi e si basano su fotografie fasulle scattate da alcuni cittadini”, smentendo quanto circolato nei giorni scorsi sui media e sugli osservatori per i diritti umani.

Il colonnato di Palmira, punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano
La Sposa del Deserto. Dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, Palmira fiorì nell’antichità come punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano ed ebbe un notevole sviluppo fra il I e il III secolo d.C. Per questo motivo fu soprannominata la “Sposa del deserto”. Il nome greco della città, “Palmyra”, è la traduzione fedele dall’originale aramaico, Tadmor, che significa “palma”. La città è citata nella Bibbia e negli annali dei re assiri, ma in particolare la sua storia è legata alla regina Zenobia che si oppose, secondo la tradizione, ai romani e ai persiani. Poi venne incorporata nell’impero romano e Diocleziano, tra il 293 e 303, la fortificò per cercare di difenderla dalle mire dei Sassanidi facendo costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica. A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano. Durante la dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza. L’imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l’importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione. Poi sotto il dominio degli arabi la città andò in rovina.

Il mausoleo islamico di Mohammad Ben Ali, discendente del cugino del Profeta Maometto sulla cima di una collinetta a circa 4 chilometri dal sito romano prima dell’esplosione
Qui sopra, il momento dell’esplosione provocato dai miliziani dell’Isis; sotto, quel che resta del mausoleo
La distruzione dei Mausolei. L’Isis, attraverso il suo “braccio mediatico” Wilayat Homs, ha pubblicato due foto del mausoleo islamico di Mohammad Ben Ali, discendente del cugino del Profeta Maometto – una costruzione in pietra e fango consumata dall’erosione, in fango sulla cima di una collinetta a circa 4 chilometri dal sito romano – prima e nel momento dell’esplosione, in cui si vedono le pietre proiettate in tutte le direzioni e pennacchi di polvere. Il servizio è intitolato “L’eliminazione dei simboli politeisti”. Si vedono inoltre di militanti che trasportano l’esplosivo al sito storico. L’Onlus, citata dai media, ha confermato l’avvenuta distruzione, e quella di un altro sacrario islamico antico, quello di Abu Behaeddin, una figura storica di Palmira. I jihadisti dell’Isis “considerano questi mausolei islamici contrari alla fede”, cioè una forma di idolatria, e perciò “hanno proibito qualsiasi visita ad essi”, ha detto, citato da Newsweek, Maamoun Abulkarim, direttore delle antichità del governo siriano. Finora non risultano invece essere state distrutte le rovine romane di Palmira del I e II secoli.
Egitto. Dalle catacombe di Anubi, nella necropoli di Saqqara, emerge una fossa comune con 8 milioni di cani mummificati in periodo tolemaico
Otto milioni di cani mummificati: sacrificati agli dei. Un’immensa fossa comune risalente all’Antico Egitto trovata nelle cosiddette “catacombe di Anubi”, a pochi passi dalla piramide a gradoni di Zoser a Saqqara. è stata interamente riportata alla luce dagli archeologi a Saqqara, 30 chilometri a sud della città moderna del Cairo. Come spiega il sito ‘Discovery News’, le mummie dei cani erano ospitate in un sistema di catacombe, su un’area vasta 173 metri per 140, nei pressi del tempio di Anubi, divinità con la testa di sciacallo, che proteggeva le necropoli e il mondo dei morti. Secondo i ricercatori, i cani mummificati erano probabilmente offerti in dono ad Anubi, come segno di fedeltà o di gratitudine. Ma non è escluso che gli animali fossero oggetto di venerazione. La particolare necropoli di Saqqara, non lontana dalle piramidi di Giza, era stata scoperta nel diciannovesimo secolo, ricordata da Jacques de Morgan nel 1897, ma solo di recente si sono conclusi gli scavi che hanno permesso di riportare alla luce tutte le mummie, in gran parte custodite in contenitori di terracotta e ben conservate, con la pubblicazione dei risultati del primo studio di mappatura del sito durato sei anni e diretto da Paul Nicholson, professore di archeologia all’università di Cardiff.
La struttura, composta da almeno 49 gallerie sotterranee che si affacciano su un corridoio di raccordo di 173 metri, era stipata di resti animali che i fedeli hanno dedicato come ex voto agli dèi durante tutto il Periodo Tardo e tolemaico. La squadra di Nicholson ha esplorato ogni possibile angolo della catacomba centrale, le parti confinanti sono state ostruite dalla sabbia. Hanno trovato le mummie di sciacalli, volpi, falchi, gatti e manguste, anche se circa il 92 per cento dei resti appartenevano a cani. Saqqara, infatti, è stato un importante centro cultuale oltre che funerario e, probabilmente, esisteva un sistema di produzione su larga scala di mummie di cani, gatti, ibis, falchi, tori e, a volte, di falsi vendute ai visitatori. In particolare, il grandissimo numero di cuccioli uccisi poco dopo la nascita fa presupporre che ci fosse un allevamento apposito nelle vicinanze.
“Quella era una zona molto popolata”, ha spiegato a Live Science Paul Nicholson, responsabile dello scavo. “Una comunità permanente di persone viveva qui. I visitatori arrivando a Saqqara visitavano i templi, vedevano commercianti vendere statue di divinità in bronzo, sacerdoti che celebravano cerimonie, persone che interpretavano i sogni e perfino guide turistiche. Poco distante, c’erano allevatori di animali, cani e altri tipi, che in seguito li avrebbero mummificati in onore degli dei”. Le catacombe con i resti dei cani, furono probabilmente costruite nel IV secolo a.C., realizzati con pietre risalenti a circa 48-56 milioni di anni fa. Sul soffitto i ricercatori hanno scoperto un fossile di un grande ‘mostro’, un vertebrato lungo ed estinto. Non è chiaro però se gli antichi egizi fossero a conoscenza del fossile quando hanno realizzato la scavo.
“Ma Ötzi, che lingua parlava?”: apre all’archeoparc della Val Senales la mostra che racconta la storia del linguaggio e delle lingue dalla mummia del Similaun ai nostri giorni

Che lingua parlava Oetzi, la mummia del Similaun? Le risposte nella mostra all’archeoparc della Val Senales
Ma Ötzi, la mummia del Similaun, oggi conservata al museo archeologico di Bolzano, che lingua parlava 3500 anni fa? Se lo sono chiesto alcuni archeologi e linguisti che hanno raccolto le loro ricerche, le loro ipotesi e le loro conclusioni nella mostra “Ma Ötzi, che lingua parlava? Parlare e scrivere – ieri e oggi” che viene inaugurata domenica 21 giugno alle 10 all’archeoParc della Val Senales. La mostra, che rimarrà aperta fino al 1° novembre, racconta la storia del linguaggio e delle lingue, iniziando dalle origini fino ai giorni nostri. Da quand’è che parliamo? Quale lingua usava Ötzi? E perché abbiamo iniziato a scrivere? “Ma Ötzi, che lingua parlava?” si occupa della genesi e dell’evoluzione della lingua parlata e scritta, focalizzando soprattutto le lingue della regione alpina e i tempi di Ötzi. La mostra è stata realizzata da un gruppo di persone con a capo Simona Marchesini, archeologa e linguista di Verona, e Johanna Niederkofler, direttrice dell’archeoParc.
Niederkofler spiega com’è nata l’idea della mostra: “Spesso io ed il mio team siamo chiamati dai visitatori a confrontarci sulla domanda se Ötzi parlasse e quale fosse la sua lingua.” Marchesini, che presiede Alteritas, un istituto che si occupa da anni dello scambio interculturale in società moderne e antiche, si è mostrata un’alleata ideale per concretizzare l’idea. Entusiasta anche lei della collaborazione rivela: “Trattare domande fondamentali della storia dell’umanità – come lo sono quelle legate alla lingua – e renderle accessibili a un pubblico più ampio è un compito affascinante”. Diversi oggetti messi a disposizione da vari prestatori illustrano le funzioni della lingua e due minilaboratori invitano a lavori manuali, ma anche a riflettere: “La mostra racconta anche di questa pluralità di strategie comunicative. Vorremmo stimolare i visitatori a confrontare le lingue e le varietà delle lingue che parlano, scoprendo le loro similitudini e differenze”, conclude Niederkofler. Il sindaco di Senales, Karl Josef Rainer, aprirà la mostra ufficialmente. Quindi seguirà un aperitivo e alle 11 una visita guidata con le due curatrici Simona Marchesini e Johanna Niederkofler.
Giordania. A maggio nel siq di Petra è caduto un masso di 10 tonnellate: l’evento era stato previsto da un algoritmo ideato all’università di Firenze

Il siq di Petra, un canyon scavato nell’arenaria con rocce instabili: ora si può prevedere lo stacco dei massi
L’avevano previsto. Ed è successo alla fine di maggio. Calcolato nella tempistica ad altissima precisione come si trattasse di un’eclisse, l’ammaraggio di una navicella spaziale o il passaggio di una cometa. Ma stavolta non si è trattato di calcolare un fenomeno astrale, bensì il distacco di un grande masso, di un blocco di roccia di oltre 10 tonnellate che incombeva su una via di transito speciale, percorsa ogni giorno da migliaia di visitatori da ogni parte del mondo: il siq di Petra, il canyon scavato nelle arenarie della Giordania, per secoli protetto e celato dai beduini, e che – giusto due secoli fa – permise allo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, una volta individuato il passaggio, di scoprire la favolosa capitale dei Nabatei (vedi il post sul film di Alberto Castellani https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/). E a prevedere il distacco della roccia è stato un italiano, Giovanni Gigli dell’università di Firenze, che, studiate le caratteristiche del siq e individuate le masse rocciose instabili, ha approntato uno speciale algoritmo, cioè un complesso sistema di calcolo, dai risultati eccellenti.

Il siq di Petra è stato studiato dall’università di Firenze dove è stato ideato l’algoritmo che prevede lo stacco dei blocchi di roccia
Il gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze è intervenuto su sollecitazione dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), che sta lavorando a un progetto Unesco per la stabilizzazione di quell’area, soggetta a fenomeni di crollo, in collaborazione con l’Università di Città del Capo (Sudafrica). “Attraverso immagini tridimensionali ad alta risoluzione, ottenute mediante laser scanner, abbiamo estratto i dati necessari a identificare le fratture nella roccia”, spiega il ricercatore fiorentino, “a seconda della loro collocazione e dell’orientazione della parete è infatti possibile calcolare la possibilità di scivolamenti, ribaltamenti e distacchi”.
L’elaborazione del dato è stata fatta nei laboratori del Dipartimento a Firenze, mentre un sopralluogo a Petra, avvenuto alla fine dello scorso anno, ne ha reso possibile la validazione. “È da molti anni che lavoriamo e perfezioniamo il nostro algoritmo – prosegue Gigli – Lo abbiamo applicato in diversi contesti per problemi di Protezione Civile, beni culturali e nel settore minerario. Fino a oggi abbiamo centrato tutte le nostre previsioni”. Anche alla luce di questi risultati, alcuni ricercatori del team di Nicola Casagli, ordinario di Geologia applicata, hanno costituito una società, Geoapp, dopo aver concluso il percorso di preincubazione presso l’Incubatore Universitario Fiorentino (Iuf). L’intento è di allargare il campo di interventi del gruppo di ricerca, soprattutto nel campo della sicurezza delle attività minerarie e delle grandi infrastrutture.





























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