Iran. Allarme degli archeologi: Persepoli rischia di sprofondare. Lo sfruttamento indiscriminato della falda per usi agricoli potrebbe provocare fenomeni di subsidenza. Il prof. Callieri che scava a Tol-e Ajori: “Sono preoccupato”
Allarme rosso per Persepoli. Rischia di sprofondare l’area archeologica in cui si trovano le vestigia dell’antica capitale voluta da Dario I e le tombe rupestri monumentali dei re achemenidi di Naqsh-e Rostam. È dunque sempre più reale il pericolo subsidenza, fenomeno che preoccupa non poco gli studiosi italiani impegnati nella zona: colpa della siccità e dello sfruttamento indiscriminato delle falde. Proprio nei giorni scorsi è scattato l’allarme amplificato dai media iraniani e dalla televisione di Stato Irinn per l’allargarsi di una delle fratture che già si erano aperte nel terreno, lunga 200-300 metri e profonda circa un metro: fenomeno che gli esperti, riportano sempre i media iraniani, riconducono alla siccità e all’uso massiccio e illegale delle falde acquifere. A parlarne è stato in particolare il quotidiano Etemaad. “Quando gli esperti dell’Institute for East Studies di Chicago fecero rinascere una parte della storia di questo Paese”, scrive il giornale, a proposito dei ricercatori che diressero gli scavi sistematici dell’area negli anni Trenta del Novecento, “probabilmente non pensavano che un giorno la siccità e la cattiva gestione avrebbero danneggiato gli esiti dei loro sforzi e ne avrebbero scosso i pilastri”. Principali imputati sono i pozzi scavati illegalmente nella zona, nonostante l’Organizzazione iraniana per i Beni culturali abbia cercato di ostacolarli ancor prima che scattasse l’allarme rosso. E oggi, secondo sempre fonti di stampa iraniana, sarebbero ben 16mila i pozzi presenti nella pianura di Marvdasht, in cui sorge Persepoli, e la metà non sarebbe autorizzata.

L’impressionante frattura nella piana di Persepoli a un passo dalla terrazza: frame dal video della tv di Stato iraniana Irinn rilanciato dall’Ansa
Ma questa fenditura che si apre nella piana di Persepoli a un passo dalla grande terrazza non sarebbe la prima. Fonti dei media iraniani ricordano che un’altra frattura simile si era verificata alcuni anni fa a soli 250 metri dalla piattaforma rocciosa su cui sorge la capitale achemenide. E nonostante il Consiglio tecnico di Persepoli non permetta lo scavo di nuovi pozzi, pressioni in senso contrario sarebbero giunte dall’Organizzazione regionale per l’acqua che ne avrebbe autorizzati di nuovi. Il problema è che se fino a qualche anno fa bastava scendere fino a 50 metri sotto terra per pescare l’acqua, ora si arriva anche ai 200.
“Sono molto preoccupato per il futuro, anche perché in Iran manca ancora una cultura del risparmio dell’acqua”, interviene Pierfrancesco Callieri dell’università Alma Mater di Bologna co-direttore con Alireza Askari Chaverdi dell’ateneo di Shiraz, della missione congiunta irano-italiana a Persepoli, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MAECI, della Fondazione Flaminia di Ravenna e della Lighthouse-Group (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/27/iran-contrafforte-o-muro-di-recinzione-la-porta-monumentale-di-tol-e-ajori-vicino-a-persepoli-regala-nuove-scoperte-ma-anche-nuovi-interrogativi-progetti-e-ambizioni-della-missione-diretta-da-ali/). Callieri sta scavando a Tol-e Ajori una porta monumentale copia della porta di Ishtar a Babilonia, che al momento sembra il più antico monumento achemenide conosciuto, probabilmente dell’epoca di Ciro, sicuramente precedente la fondazione di Persepoli nel 518 a.C. “Il sito di Tol-e Ajori si trova a 3,5 chilometri dalla terrazza di Persepoli”, spiega Callieri, “all’interno di una più vasta area sottoposta a vincoli per gli agricoltori. Vincoli che saranno più accettabili, grazie al fatto che l’area degli scavi è stata acquistata dal governo e si potrà costruire una tettoia di protezione”. Dalla terrazza di Persepoli e dalla montagna in cui sono scavate le tombe dei re achemenidi, relativamente protetti dal rischio subsidenza, gli scavi cominciano dunque ad estendersi verso la più vulnerabile pianura, alla ricerca di Parsa, la città vera e vissuta che affiancava la città-palazzo monumentale voluta da Dario.
Con lo svuotamento delle falde il rischio è dunque quello della subsidenza, che può anche danneggiare le antiche pietre. Un fenomeno quest’ultimo che studiano gli archeologi italiani dei laboratori per il restauro della pietra aperti di recente dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr) di Roma nella vicina Pasagarde, la prima capitale achemenide voluta da Ciro il Grande che si fece seppellire in una tomba monumentale, nell’ambito di un progetto predisposto in collaborazione con l’Iranian Cultural Heritage Organization. A monte della crisi anche le attività agricole e la coltura intensiva del riso, la gestione della diga di Sivand e il prosciugamento dei fiumi prima usati per irrigare i campi. “I danni seri sono già iniziati”, sottolinea Kourosh Mohammadkhani, uno degli esperti citati dal quotidiano iraniano. “Ma se non si possono fermare le attività agricole, il governo può però comprare gradualmente le terre”. Come sta facendo a Tol-e Ajori, “la Persepoli prima di Persepoli”.
Israele. Un vaso ricomposto da centinaia di cocci, trovato nel 2012 nella valle di Elah, restituisce una rara iscrizione cananea di tremila anni fa con il nome del proprietario di un’azienda agricola che ricorda quello di un eroe biblico

L’archeologo israeliano Saar Ganor indica la posizione dell’iscrizione cananea sul vaso ritrovano in centinaia di cocci nel 2012
Una rara iscrizione del tempo di re David (XI-X sec. a.C.) con il nome di Eshbaal Ben Badà è stata trovata nella valle di Elah in Israele. Ma per giungere a questa importante scoperta ci sono voluti anni di paziente lavoro per ricostruire i cocci di un vaso di argilla vecchio di tremila anni. Il vaso in argilla fu infatti portato alla luce a Khirbet Qeiyafa (la antica Shearaim) nella valle di Elah (fra Gerusalemme e Ashqelon), in numerosi frammenti, ancora nel 2012 durante gli scavi effettuati dal prof. Yosef Garfinkel dell’istituto di Archeologia dell’università Ebraica e Saar Ganor della Israel Antiquities Authority.
Fu in quell’occasione che la presenza di alcune lettere scritte su alcuni frammenti, in antica scrittura cananea, scatenò la curiosità dei ricercatori. Il restauro, condotto nei laboratori dell’Israel Antiquities Authority, durante il quale sono stati incollati insieme centinaia di frammenti di ceramica fino a ricomporre l’antico vaso, ha alla fine risolto l’enigma. Sul vaso fu fatto incidere il nome Eshbaal Ben Badà, decifrato dall’equipe diretta da Mitka Golub e Haggai Misgav. Secondo Garfinkel e Ganor “questa è la prima volta che il nome Eshbaal appare su un’antica iscrizione in Israele”. Finora il nome Eshbaal compariva solo sulla Bibbia, mentre ora c’è anche un riscontro nella documentazione archeologica, durante il regno di re Davide, nella prima metà del X secolo a.C. Questo nome non è stato utilizzato in seguito nel periodo del Primo Tempio. La correlazione tra la tradizione biblica e i reperti archeologici indica che questo era un nome comune solo in quel periodo, mentre il nome Beda è unico e non si hanno riscontri in antiche iscrizioni o nella tradizione biblica”.
L’iscrizione con il nome Eshbaal Ben Badà non è la prima che restituisce il sito di Khirbet Qeiyafa. Durante le stagioni di scavo dirette dal Garfinkel e Ganor, in questa città fortificata, due porte, un palazzo e magazzini, abitazioni e locali di culto, sono stati scoperti manufatti unici. Ad esempio, nel 2008 è stata trovata l’iscrizione ebraica più antica del mondo. E ora questa nuova iscrizione. “Fino a cinque anni fa non si conoscevano iscrizioni del periodo del Regno di Giuda (X sec. a.C.). Ora ne sono state pubblicate ben quattro: due da Khirbet Qeiyafa, una da Gerusalemme, e una da Bet Shemesh. Questa cambia completamente le nostre conoscenze sulla distribuzione della scrittura sotto il Regno di Giuda e ormai è chiaro che la scrittura era molto più diffusa di quanto si pensasse in precedenza, collegata anche all’organizzazione del regno che necessitava di impiegati e scribi”.
Ma chi c’era dietro questo nome? Ora si parla del nome di un eroe biblico: Eshbaal Ben Badà, il comandante di una unità di élite composta da 30 coraggiosi, fedelissimi al re Davide nelle sue lotte con i filistei. Ma secondo i ricercatori, il fatto che il nome Eshbaal sia stato inciso su un vaso suggerisce che si trattava di una persona importante, quasi sicuramente il proprietario di una grande azienda agricola la cui produzione veniva raccolta e trasportata in contenitori – vasi – che portavano il suo nome. Questa è la prova evidente della stratificazione sociale e della creazione di una classe economica consolidata che si è verificata al momento della formazione del Regno di Giuda”.
Miti sfatati. Il Cavallo di Troia? Era una nave: l’hippos fenicio. L’archeologo navale Tiboni rilegge Omero e i relitti antichi e smaschera l’equivoco millenario dovuto al traduttore antico all’oscuro dell’esistenza dell’imbarcazione dei Fenici

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana
Anche il grande Giandomenico Tiepolo, quando nella seconda metà del Settecento decise di affrescare la villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana, non esitò a inserire nei vari soggetti anche un mito universale: il Cavallo di Troia. Eppure quel mito che fa parte dell’immaginario collettivo da millenni potrebbe essere sfatato dai recenti studi di Francesco Tiboni, 39 anni, archeologo subacqueo nato e cresciuto a Vobarno, provincia di Brescia, da tre anni ricercatore all’università di Aix en Provence. Ne parla in un ampio servizio l’ultimo numero della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore). “Il Cavallo di Troia non era un cavallo di legno, bensì una speciale nave da guerra”, assicura Tiboni. L’archeologia navale arriva ora in soccorso dell’interpretazione del celebre episodio narrato da Omero: non il mitico (e improbabile) quadrupede i Troiani avrebbero introdotto dentro le mura della città – in parte abbattendole per farcelo entrare – ma l’Hippos, una nave di tipo fenicio con la polena a testa di cavallo. Un equivoco millenario di una traduzione di un termine ha impedito di conoscere in realtà il marchingegno che fu utilizzato per abbattere le mura di Troia, sostiene l’archeologo italiano che insegna in Francia. Tiboni spiega che l’inganno ideato da Ulisse e allestito dagli Achei fu messo in atto per mezzo di “una nave, piuttosto che di un cavallo”, perchè l’Hippos va identificato con un vascello e non con un quadrupede.
“Le navi usate dai commercianti nel mondo antico erano piuttosto larghe e di forma fortemente arrotondate, adatte a trasportare merci di ogni genere”, spiega Lionel Casson, “esperto di navi e navigazione antiche. “Lo scafo di legno veniva costruito senza usare chiodi metallici, le parti venivano tenute insieme da perni anche questi di legno, e per l‘impermeabilizzazione e il riempimento di intersizi si usava stoppa (corda) e pece. I greci chiamavano queste imbarcazioni gaulos (plurale gauloi) e hippos (plurale hippoi), il primo termine significava ‘vasca’ e si riferiva alla forma arrotondata, ma il termine poteva anche derivare dalla parola fenicia golah, il secondo termine faceva riferimento alla forma di testa di cavallo della prua. La stabilità della nave sull’acqua si otteneva con pesi sul fondo, pietre o sabbia se si trasportavano le anfore, le navi erano prive di chiglia o carena. Oltre ai fenici anche i greci, gli italici e forse anche i sardi usavano imbarcazioni simili”. Tiboni non entra nel merito della questione omerica o della giungla delle verità o meno degli episodi narrati da Omero, si sofferma sul cavallo. Fa analisi del testo, intreccia le parole omeriche e di Virgilio con quelle di tecnologia navale. La pancia del cavalo diventa una stiva, le ruote e le lunghe funi con i quali il cavallo fu trasportato sotto le mura di Troia assomigliano al modo in cui, secondo le più recenti ricerche, le navi mercantili venivano tirate con forza. Il cavallo prende forma, si deforma, e si trasforma in nave, in un Hippos. «Una nave che cadde in disuso nei secoli successivi – spiega Tiboni – e chi tradusse in seguito non ne era proprio a conoscenza dell’esistenza. Ma Omero, nei suoi versi, è invece preciso nel suo linguaggio marinaresco». Il lavoro di Tiboni inizia a girare per mesi tra alcuni addetti ai lavori. C’è incredulità, talvolta scetticismo, alla fine convincimento. «Ho trovato più diffidenza tra i giovani ricercatori – osserva -, mentre ho raccolto più attenzione e sostegno tra gli studiosi della vecchia scuola».
Ma come e quando la nave è diventata un cavallo? Intorno al VII secolo a. C. è nato l’equivoco, poi ingenerato successivamente anche da Virgilio che ne fu inconsapevole trasmettitore rispetto all’originale di Omero. “Dal punto di vista lessicale, appare evidente che l’apparizione del cavallo risulta legata a un errore di traduzione, un’imprecisione nella scelta del termine corrispondente che, modificando di fatto il contenuto della parola originaria, ha portato alla distorsione di un’intera vicenda”, scrive Tiboni. “Se, infatti, esaminiamo i testi omerici, reintroducendo il significato originale di nave – certamente noto ai contemporanei – non solo non si modifica in alcun modo il significato della vicenda, ma l’inganno tende ad acquisire una dimensione meno surreale. È di certo più verosimile che un’imbarcazione di grandi dimensioni possa celare al proprio interno dei soldati, e che loro possano uscire calandosi rapidamente da portelli chiaramente visibili sullo scafo e per nulla sospetti agli occhi di chi osserva”. E appare più plausibile anche ipotizzare che una grande nave, di un tipo noto per essere solitamente utilizzato per pagare tributi, possa essere non solo interpretata come un dono e un segno di resa, ma anche come un eventuale voto divino. È possibile che, nel corso dei secoli, essendo caduto in disuso il termine navale, l’identificazione dell’Hippos con uno scafo “non fosse più automatica”, sottolinea l’archeologo.

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all’ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia
“Se consideriamo l’iconografia, notiamo che tra le pochissime figurazioni del cavallo (venticinque in tutta la storia dell’arte antica), le prime si datano al VII secolo a.C., periodo cui risalgono le opere post-omeriche prese a riferimento da Virgilio. Dunque, è più che possibile che l’equivoco millenario della traduzione dell’Hippos omerico si possa collocare in questo momento”, spiega sempre Francesco Tiboni. “E che Virgilio, cui si deve la vera grande diffusione del tema nella cultura occidentale, abbia codificato tale passaggio utilizzando il termine latino ‘equus’ (che significa ‘cavallo’), forse a causa della tradizione post-omerica, come farà anche il filosofo bizantino Proclo (412-485 d.C.) nella Crestomazia, riportando testi di Lesche di Mitilene (VIII-VII sec. a.C.) e di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.). La sottovalutazione incolpevole – e ante litteram – dell’archeologia navale, intesa come capacità di analisi delle diverse fonti a disposizione degli studiosi finalizzata al riconoscimento e studio dei modelli di imbarcazione antichi, potrebbe quindi aver determinato questo equivoco plurisecolare, che, oggi, proprio l’archeologia navale può finalmente sanare», conclude Tiboni deciso a tradurre tutta la vicenda in un libro.
Iran. Contrafforte o muro di recinzione: la porta monumentale di Tol-e Ajori (vicino a Persepoli) regala nuove scoperte ma anche nuovi interrogativi. Progetti e ambizioni della missione diretta da Alireza Askari Chaverdi e Pierfrancesco Callieri per la campagna 2016

L’archeologo iraniano Alireza Askari Chaverdi co-direttore della missione irano-italiana a Tol-e Ajori nella piana di Persepoli (Fars, Iran)
La porta monumentale achemenide di Tol-e Ajori a un passo da Persepoli, nell’Iran meridionale, copia della porta di Ishtar a Babilonia, ha ancora molti misteri da svelare. Per questo nella quinta campagna di scavo, tenutasi tra settembre e ottobre 2015, la missione congiunta irano-italiana a Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MAECI, della Fondazione Flaminia di Ravenna e della Lighthouse-Group, dopo aver indagato nell’ambiente centrale (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/23/il-giallo-archeologico-di-tol-e-ajori-vicino-a-persepoli-iran-la-quinta-missione-conferma-la-scoperta-di-una-porta-monumentale-achemenide-copia-della-porta-di-ishtar-di-babilonia-lambien/) alla ricerca di informazioni più precise per datare e dare una paternità al monumento, ha spostato la propria attenzione all’esterno della porta concentrandosi sul tratto nord del lato SO e sul lato NE. “Sono state aperte due nuove trincee per cercare informazioni sul rapporto del monumento con il territorio”, spiega Callieri. “E anche qui sono arrivate delle risposte interessanti sul sistema di costruzione e sulla stratificazione esterna”.

Tol-e Ajori: nel saggio a NE del muro spogliato, il piano esterno; a sinistra oltre alla fossa di spoliazione principale si vede anche una seconda fossa di spoliazione obliqua alla faccia del muro
COSTRUZIONE Il risultato più interessante è stata la scoperta di una sezione in mattoni cotti alla base di tutto il muro e non solo nelle due parti esterne. “Avevamo visto che il muro di 10 metri di spessore era composto da due sezioni esterne di mattoni cotti larghe 2,5 metri e da una sezione centrale di mattoni crudi di 5 metri di spessore”, ricorda Callieri. “ma ora si è scoperto che anche sotto la sezione di mattoni crudi c’è uno strato di mattoni cotti”. Quindi era stata creata una specie di “guaina” impermeabile non solo sui lati esterni del muro ma anche sul fondo così da proteggere il monumento dall’umidità di risalita, in grado di danneggiare irrimediabilmente il corpo centrale del muro in mattoni crudi. Inoltre sul lato NE si è confermato il fatto che la fondazione del muro era costruita entro un cavo di fondazione tagliato nel terreno preesistente.

Trincea 13 a Tol-e Ajori, sul muro NE, faccia NE esterna. La parte restante del blocco di mattoni cotti e nel resto il risultato della spoliazione arrivata sino al terreno pre-costruzione
MURO DI CINTA “Proprio nel punto in cui quest’anno abbiamo aperto la nuova trincea sul lato SO è stata trovata una struttura in mattoni cotti e crudi che si appoggia sul lato esterno del monumento”, annuncia l’archeologo italiano. Ma questa scoperta sta sollevando molti interrogativi, destinati per ora a rimanere senza risposta. La struttura riportata alla luce non è infatti coeva alla porta, ma è stata costruita in una fase successiva, senza che per ora sia possibile quantificare l’intervallo cronologico tra i due momenti costruttivi. E non basta: la struttura esterna va contro il muro della porta ma lasciando uno spazio di 10 cm. “Si tratta di una struttura realizzata in modo complicato”, cerca di spiegare Callieri, “a sezioni parallele al lato esterno del monumento che si protendono verso il territorio. In tutto abbiamo individuato tre sezioni. Purtroppo non sappiamo quanto fosse larga, perché non abbiamo ancora definito i limiti laterali”. Per ora si avanzano ipotesi. “Si tratterebbe o di un contrafforte all’angolo O, che confermerebbe l’ipotesi avanzata nel 2014”, dicono gli archeologi, “o dell’inizio di un muro di recinzione che partiva dal lato SW del monumento delimitando un’area interna: la porta di Ishtar a Babilonia si apriva proprio nelle mura della città. Qui a Tol-e Ajori siamo ancora incerti sulla natura di questa struttura. Purtroppo non ci sono venute in aiuto neppure le indagini e le prospezioni geofisiche curate dalla Francia e dall’Iran. Finora non sono state rilevate altre tracce di mura di cinta, e tuttavia questa ipotesi ancora non si può escludere”. E il motivo è presto detto. Forse c’era effettivamente un muro che però potrebbe essere stato asportato nel corso dei secoli o semplicemente perché realizzato in mattoni crudi che non hanno lasciato traccia. Ma questo “muro” potrebbe anche avere altre funzioni che al momento non sono esemplificabili. Anche perché ci mancano monumenti di confronto. Nelle altre porte achemenidi conosciute, cioè quelle di Persepoli e di Pasargade, le porte monumentali non sono collocate su un muro: probabilmente le porte avevano nel mondo achemenide soprattutto una funzione simbolica, diversamente da Babilonia dove la porta di Ishtar era la porta di ingresso alla città, pur se riservato a cerimonie ufficiali.
“Quanto comunque è stato trovato”, chiarisce subito Callieri per sgombrare qualsiasi dubbio, “è ancora troppo poco per poter dire che si tratta di un muro: bisogna acquisire altre informazioni. Purtroppo la parte più interessante, cioè l’ingresso NW, che nella porta di Ishtar a Babilonia corrisponde al lato che guarda l’esterno della città, è quella che si trova nella zona danneggiata del tepe, livellata dai lavori agricoli. E quindi non abbiamo a disposizione uno strato archeologico di spessore sufficiente a dare risposte”. L’ipotesi da verificare è che quanto finora riportato alla luce sia la testimonianza dell’esistenza di un muro di difesa costruito con una tecnica particolare: una sequenza di mattoni cotti-crudi-cotti, in sezioni parallele alla porta che progressivamente si allontanano dal centro.

Tol-e Ajori: Veduta della trincea 12, con la parte restante della sezione in mattoni cotti del muro SW verso l’esterno: il blocco delle fondazioni in mattoni cotti prosegue verso il nucleo sotto il blocco in mattoni crudi
OBIETTIVI DELLE PROSSIME CAMPAGNE La missione irano-italiana a Tol-e Ajori si pone due obiettivi per il futuro. Il primo e principale obiettivo è sicuramente quello di proseguire l’esplorazione del monumento, soprattutto dell’ambiente interno nella speranza – mai venuta meno – di trovare nuovi frammenti delle decorazioni e soprattutto dell’iscrizione che dovrebbe contenere il nome del re che l’ha costruita, e poi di verificare le ipotesi sul pavimento; e all’esterno procedere all’esplorazione per confermare o smentire la presenza di un muro di cinta. Soprattutto per capire se c’è un’analoga situazione sul lato E. C’è poi un secondo obiettivo, molto più ambizioso: la realizzazione della musealizzazione del sito. Fortunatamente il Governo iraniano ha mostrato un notevole interesse per il monumento e ha recentemente acquisito tutta l’area. Ciò permetterà di costruire una tettoia per ripoter riaprire le trincee sin qui scavate e proseguire gli scavi con più tranquillità, al riparo dalla pioggia che danneggia in modo irreparabile i mattoni crudi. Considerando che il monumento misura circa 40 x 30 metri, la tettoia dovrà essere necessariamente almeno 50 x 40 metri. “Sappiamo che l’unico modo per capire sino in fondo il monumento è quello di liberare le trincee (che alla fine di ogni campagna di scavo vengono risigillate per la loro conservazione) e proseguire lo scavo: ma questo si può fare solo se c’è una copertura protettiva sul sito” conclude Callieri. Il giallo archeologico continua.
(2 – fine. Il precedente post è uscito il 23 maggio 2016)
Il giallo archeologico di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli (Iran): la quinta missione conferma la scoperta di una porta monumentale achemenide copia della porta di Ishtar di Babilonia. L’ambiente centrale restituisce una panchina a mattoni invetriati, un altro frammento dell’iscrizione, ma non ancora il nome del sovrano costruttore

I risultati della campagna di scavo 2015 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per confermare la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale
Che a Tol-e Ajori, a un passo da Persepoli, nell’Iran meridionale, ci sia una porta monumentale achemenide non è più un mistero. Dopo quattro anni di ricerche nella piana di Persepoli in cui sembrava di essere di fronte a un vero e proprio giallo archeologico con continui colpi di scena e autentiche “sorprese”, la quinta campagna di scavo a Tol-e Ajori (settembre-ottobre 2015) ha confermato le ipotesi avanzate negli anni precedenti (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/19/svelato-il-giallo-delledificio-di-tol-e-ajori-vicino-persepoli-iran-callieri-cosi-abbiamo-capito-che-era-una-porta-monumentale/). Ma non tutti i dubbi sono stati sciolti. Restano aperti ancora alcuni interrogativi importanti che vedremo in questo e nei prossimi post. I risultati della quinta campagna della missione congiunta irano-italiana a Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MAECI, della Fondazione Flaminia di Ravenna e della Lighthouse-Group, sono stati resi noti per la prima volta in una relazione dei due co-direttori, presentata da Alireza Askari Chaverdi al 14° congresso di Archeologia dell’Iran tenutosi a Teheran dal 6 all’8 marzo 2016, consentendo così la divulgazione dei risultati della campagna di scavo 2015 e delle relative immagini.
L’EREDITÀ Nell’autunno del 2014 la quarta campagna di scavo si era chiusa con alcune certezze ma anche lasciando aperti molti dubbi (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/10/chi-ha-costruito-la-porta-monumentale-di-tol-e-ajori-e-il-palazzo-di-firuzi5-prima-di-persepoli-iran-gli-indizi-portano-a-ciro-ma-e-presto-per-dirlo-il-giallo-continua/). Di certo si è ormai sicuri che a Tol-e Ajori sia stata individuata una porta monumentale del primo periodo achemenide la cui iconografia riproduce quella della porta di Ishtar a Babilonia. Ed è ormai sicuro che questo edificio monumentale sia anteriore all’edificazione di Persepoli. Ma qui iniziano a insinuarsi i primi dubbi. Quando è stata costruita esattamente la porta? E soprattutto, da chi? Da quale sovrano tra Ciro (ritenuto il più probabile), Cambise e Dario I? Ma non è solo la “paternità” del monumento a rimanere incerta. Gli archeologi infatti non sono ancora riusciti a stabilire se la porta sia un monumento isolato oppure inserito all’interno di un sistema di delimitazione territoriale, quindi collegato a un muro di cinta.
LA QUINTA CAMPAGNA Con queste certezze e soprattutto con questi dubbi è iniziata la quinta campagna di scavo nella piana di Persepoli, campagna che è stata condotta dal 17 settembre al 31 ottobre 2015, diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna con la collaborazione di Luca Colliva e di un folto gruppo di archeologi iraniani e italiani. “Abbiamo cercato innanzitutto di studiare meglio l’ambiente centrale della porta, da cui provenivano gli unici due frammenti di iscrizione ritrovati nelle campagne precedenti”, spiega Callieri. L’obiettivo è evidente: trovare altri frammenti dell’iscrizione e quindi – con un po’ di fortuna – risolvere il primo problema rimasto aperto: conoscere il nome del suo costruttore. Infatti nel caso di Tol-e Ajori l’arco cronologico all’interno del quale la porta dovrebbe essere stata realizzata è così ridotto (poco più di vent’anni) che nessun sistema di datazione attualmente noto può essere considerato affidabile, dal C14 alla termoluminescenza. Il monumento può infatti essere datato tra il 539 a.C. (anno della conquista di Babilonia da parte di Ciro, che potrebbe aver voluto una replica della porta di Ishtar su scala maggiore) e il 515 a.C. (anno intorno al quale Dario iniziò la costruzione di Persepoli). Quindi sono solo 24 anni, un arco di tempo – come si diceva- troppo ristretto: nessun metodo di analisi oggi può dare delle certezze con questi limiti. Quindi l’unica speranza per gli studiosi è quella di trovare un frammento di iscrizione che si aggiunga ai due già trovati, uno dei quali con la parola [RE]. La missione sperava in un colpo di fortuna: trovare proprio un frammento con il nome del sovrano. “Non l’abbiamo trovato”, chiarisce subito Callieri, tradendo una piccola delusione. “Ma lo studio approfondito dell’ambiente centrale non è stato infruttuoso, anzi. I risultati sono molto interessanti e costituiscono uno dei punti qualificanti della quinta campagna di scavo”.

Tratto della faccia interna del muro SW (con decorazione a mattoni invetriati in situ), di una delle banchine e del pavimento dell’ambiente interno (trincea 11)
L’AMBIENTE CENTRALE Come si diceva, l’approfondimento delle conoscenze dell’ambiente centrale della porta di Tol-e Ajori è stato uno degli obiettivi della quinta missione. “Nell’ambiente centrale interno è stato trovato un nuovo tratto con corsi di mattoni invetriati in situ”, precisa l’archeologo italiano. Così ora sono due i tratti di muro ritrovati in situ (l’altro era nel corridoio). Dalla prima analisi dei filari di mattoni si può subito trarre una osservazione importante: ripropongono lo stesso schema e la stessa decorazione della fascia inferiore della porta di Ishtar, quella decorata con mattoni piani e non a rilievo, con i quali erano invece composti i pannelli sovrastanti. “Lo scavo di quest’anno (2015, ndr) ci ha dato preziose informazioni sulle decorazioni e sulla pianta dell’ambiente centrale, informazioni che hanno confermato quanto ipotizzato nella campagna del 2014. Tra queste, la presenza di una panchina lungo le pareti dell’ambiente interno. È una seduta larga 60 cm realizzata in mattoni cotti, che sulle fasce esterne sono invetriati. Invetriati dovevano pure essere i mattoni sulla faccia superiore, quello della seduta, ma sono stati portati via nella spoliazione del monumento. Siamo sicuri che c’erano perché ci sono rimasti due frammenti. La panchina si interrompeva al centro dell’ambiente, forse perché lì si trovava l’iscrizione da cui provengono i nostri frammenti”.
LE RISPOSTE DEL 2015 Tre sono gli aspetti cui lo scavo del 2015 ha dato risposte. Innanzitutto l’architettura del monumento con la scoperta/conferma della presenza della panchina. E poi la decorazione del monumento che si è confermata uguale a quella della porta di Ishtar. Infine, lo stato di conservazione del monumento: “C’è la possibilità che la porta sia stata oggetto di un evento sismico (terremoto). Il tratto di muro che conserva intatto il paramento invetriato è traslato verso NE di 10 cm, ma non è crollato. Su questa particolare situazione delle strutture sta studiando un esperto irano-statunitense. Comunque il terremoto non è stato la causa della fine del monumento, perché prima dell’evento sismico la struttura era già stata abbandonata con un accumulo di argilla sul pavimento dell’ambiente centrale, forse spogliato di eventuali mattoni cotti, e di alcuni frammenti di pietra sul pavimento esterno”. È stata poi migliorata la conoscenza del sistema dei segni per la messa in opera dei mattoni invetriati, confermando quanto già si sapeva. Infine trovati due frammenti con scrittura cuneiforme, uno in lingua babilonese e l’altro in lingua elamita. “Su un frammento è stato trovato un segno cuneiforme che secondo Gian Pietro Bsello significa [PORTA]. Quindi l’iscrizione presenterebbe un testo che ricorda un sovrano [RE] e un monumento [PORTA]. Ma purtroppo – conclude Callieri – manca ancora l’elemento più importante: il nome del sovrano”.
(1 – continua nei prossimi giorni)
Archeologia in lutto. È morta Nancy Sandars, l’archeologa inglese che tradusse l’Epopea di Gilgamesh il più antico poema epico del mondo. Studiò anche l’arte preistorica in Europa e i Popoli del Mare
Archeologia in lutto. Negli ultimi mesi il mondo della ricerca archeologica ha perso alcuni dei suoi protagonisti tra paleontologia, orientalistica, antropologia, egittologia, archeologia classica. Li ricordiamo qui di seguito con brevi note. Il 20 novembre 2015 l’archeologa inglese Nancy Sandars, nota a livello mondiale per i suoi studi sull’epopea di Gilgamesh, è morta all’età di 101 anni nella sua casa nello Oxfordshire. L’annuncio della scomparsa è stato dato a funerali avvenuti dal quotidiano londinese The Telegraph. Dopo gli studi in archeologia all’Università di Oxford, Sandars divenne collaboratrice dell’archeologa Kathleen Kenyon, grazie alla sorella Betty che insegnava proprio a Oxford. Con Kenyon Sandars iniziò i primi scavi, proseguiti poi con Mortimer Wheeler in Europa (Inghilterra e Normandia in siti dell’età del bronzo) e in Vicino Oriente, soprattutto in Iraq e Iran, dove contribuì a portare alla luce vestigia dei Sumeri e dei Babilonesi. Dopo la guerra, Nancy decise di riprendere gli studi di archeologia perché il suo curriculum scolastico era stato interrotto per malattia, e perciò non aveva ancora un titolo di studio. Prima studiò nell’istituto di Archeologia a San Giovanni Lodge (University of London) dove completò il corso di preistoria e protostoria dal Paleolitico all’età del Ferro sotto la direzione di Gordon Childe. Poi al St. Hugh College di Oxford, dove si laureò con Christopher Hawkes, docente di Preistoria europea. La sua tesi di laurea “Culture del Bronzo in Francia” sarebbe divenuta il suo primo libro pubblicato (Cambridge University Press, 1957).

L’Epopea di Gilgamesh nell’edizione per Penguin Classics: oltre un milione di copie solo per la versione in inglese
Sandars nel 1947 divenne professoressa ad Oxford. Tra gli anni ’50 e ’60, oltre a partecipare a numerosi scavi in Europa, in Vicino Oriente e nei Paesi comunisti, pubblicò numerosi articoli e saggi sui Babilonesi e tradusse integralmente l’Epopea di Gilgamesh, il più antico poema epico della letteratura mondiale, scritto su tavolette di argilla (che lei stessa contribuì a decifrare nelle parti ancora equivoche o oscure) in un alfabeto cuneiforme circa 1500 anni prima di Omero (cioè 4500 anni fa). La sua edizione critica del poema antico è stato pubblicato nella serie Penguin Classics, vendendo oltre un milione di copie solo nella versione in lingua inglese. La prima edizione dell’Arte preistorica in Europa fu per Pelican Art nel 1967, dove respinse l’interpretazione religiosa dell’arte preistorica. Secondo Sandars le pitture rupestri che riproducevano soggetti umani e animali, come nella grotta d Lascaux in Francia, volevano rappresentare la natura e rende l’illusione di una cosa vista. Per lei era “frivolo” chiamare “figure di Venere” schizzi di figure femminili o leggere nelle immagini un significato simbolico.
Altra opera famosa di Sandars è “I Popoli del Mare: guerrieri del Mediterraneo antico” (1978) in cui l’archeologa inglese esaminò con particolare attenzione quell’epoca sul finire del II millennio a.C. quando nel Mediterraneo orientale venivano meno l’influenza egiziana e quella ittita, le grandi città del tardo Bronzo di Cipro e della Mesopotamia erano cadute, la civiltà micenea era in rovina, e la Grecia entrava in un periodo buio che sarebbe durato per più di 300 anni. La scarsità di testi del periodo, insieme alla frammentarietà delle evidenze archeologiche, fece ipotizzare che la spiegazione potrebbe essere stata trovata in qualche catastrofe naturale che spazzò via tutta la regione. Nancy Sandars, tuttavia, si concentrò sui cosiddetti “popoli del mare”, una confederazione di “predoni” che fecero scorrerie nelle città costiere e della regione mediterranea approssimativamente tra il 1276 e il 1178 a.C. con una ferocia senza eguali. E sulla base di dati letterari e archeologici ipotizzò che i Popoli del Mare erano originari dell’Anatolia, da cui si erano mossi per sfuggire a una diffusa carestia. Altre pubblicazioni di Nancy Sandars comprendono “Poesie del Paradiso e dell’Inferno dall’Antica Mesopotamia” (1971) e un libro di sue poesie, pubblicato nel 2001. Dal 1984 Nancy Sandars è stata eletta membro della British Academy.
(1 – continua)































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