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Cortona (Ar). “A 30 anni dagli scavi di Ossaia”: MAEC-Parco ricordano con un evento il ritrovamento, gli studi e i restauri dei reperti della villa romana di età tardo repubblicana-imperiale in località Ossaia. Visita agli scavi, incontro-dibattito e mostra fotografica sui reperti 

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Visita guidata alla villa romana di Ossaia (Cortona) (foto maec)

cortona_a-30-anni-dagli-scavi-di-ossaia_locandinaIn località Ossaia – La Tufa, nei pressi di Cortona in provincia di Arezzo, è stato messo in luce un’interessante villa romana di età tardo repubblicana-imperiale per un’area complessiva di circa 1000 mq in tre aree separate da un terrazzo intermedio. Questo complesso è stato interessato da tre diverse fasi abitative. La prima è databile tra il 50 a.C. e la metà del I sec. d.C. La seconda dall’80-100 d.C. al III sec. d.C. La terza fase documenta una ripresa fra l’età della Tetrarchia e quella costantiniana fino alla metà del V sec. d.C. I reperti più importanti della villa, che fa parte del Sistema MAEC-Parco, e una sua ricostruzione sono stati collocati nelle sale del museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (MAEC), a illustrare la fase romana della storia della città. Sabato 3 settembre 2022, alle 17.30, in località Ossaia di Cortona MAEC-Parco propone l’evento “A 30 anni dagli scavi di Ossaia” patrocinato dal ministero della Cultura, Comune di Cortona, Accademia Etrusca, Rotary Club Valdichiana Cortona, Gruppo sportivo Ossaia, Circolo Arci di Ossaia e Fotoclub Etruria. Ritrovo al parcheggio del Ristorante Tufa, visita agli scavi della Villa romana. Successivamente, al Circolo Arci di Ossaia, incontro-dibattito e piccolo buffet: saranno illustrate le fasi principali dei lavori e delle iniziative prese per la salvaguardia e la valorizzazione del sito. Coordinerà l’incontro l’architetto Silvia Neri, interverranno i professori Maurizio Gualtieri e Helena Fracchia, il sindaco di Cortona Luciano Meoni, l’assessore alla Cultura del Comune Francesco Attesti e il vice lucumone dell’Accademia Etrusca, Paolo Bruschetti. Parteciperà anche il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini. Quindi sarà aperta la mostra fotografica a cura del Fotoclub Etruria dedicata ai ritrovamenti archeologici.

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Mosaico policromo proveniente dalla villa romana di Ossaia, conservato al museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (foto maec)

Gli scavi archeologici sono effettuati appunto a partire dal 1992, su concessione ministeriale, con la supervisione scientifica dell’allora soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, condotti dall’università di Alberta (Canada) e di Perugia, sotto la direzione dei professori Helena Fracchia e Maurizio Gualtieri. L’università di Alberta ha effettuato la ricerca attraverso scavi e studi di materiali e strutture, con studenti universitari canadesi, dottorandi in archeologia, nell’ambito di un semestre accademico in Italia che ha permesso di individuare i resti di una villa imperiale romana, con una estensione complessiva di circa 1000 mq lungo un fronte di oltre 200 metri, impostata su un santuario etrusco del VI sec. a.C., che certamente era proprietà di personaggi di altissimo livello nella società cortonese di allora. La continuità abitativa del sito documenta varie trasformazioni sociali fino al VI sec. d.C. che illumina anche sullo sviluppo urbano e diacronico della città di Cortona. Il luogo dove sorgeva l’insediamento dominava su un’ampia estensione di terreni che raggiungevano anche il lago Trasimeno e che era collocato a ridosso dell’importante percorso stradale di collegamento fra le maggiori località dell’Etruria romana.

Agli Alberoni (Lido di Venezia) emerse strutture in elementi lignei e lapidei, e recipienti in vimini, uno ancora con coperchio. I risultati presentati in un incontro con i protagonisti

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Le strutture in elementi lignei e lapidei emerse nello scavo di emergenza agli Alberoni (Lido di Venezia) (foto sabap-ve-lag)

alberoni_sabap_conferenza_il-passato-che-riaffiora_locandinaAl Lido di Venezia, in località Alberoni sono emerse alcune strutture in elementi lignei e lapidei, oltre a dei recipienti in vimini, uno dei quali ancora con coperchio. Per chi è curioso di sapere qualche notizia più approfondita sui rinvenimenti agli Alberoni, la funzionaria archeologa Cecilia Rossi, assieme ai colleghi archeologi che hanno partecipato allo scavo, giovedì 1° settembre 2022, nella chiesa di Santa Maria della Salute, alle 17, hanno illustrato le prime interpretazioni del sito e i progetti di studio e valorizzazione futuri nella conferenza dal titolo “Alberoni: il passato che riaffiora. Gli scavi archeologici in corso in Strada della Marina”. Con gli archeologi incaricati dello scavo presenti anche alcuni ricercatori coinvolti nelle indagini aggiuntive. Ingresso gratuito senza obbligo di prenotazione.

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I recipienti in vimini, uno ancora col coperchio, scoperti nello scavo di emergenza agli Alberoni (Lido di Venezia) (foto sabap-ve-lag)

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Le strutture in elementi lignei e lapidei emerse nello scavo di emergenza agli Alberoni (Lido di Venezia) (foto sabap-ve-lag)

Durante i lavori per la realizzazione di due palazzine al Lido di Venezia, in località Alberoni, la funzionaria archeologa Cecilia Rossi aveva prescritto la sorveglianza archeologica, seguita dallo studio Zandinella. E la richiesta non era fuori luogo. “Sono infatti emerse – spiega – alcune strutture in elementi lignei e lapidei, oltre a dei recipienti in vimini, uno dei quali ancora con coperchio. Non è ancora chiaro a cosa potessero fare riferimento, ma non si esclude la loro interpretazione come strutture spondali, con camminamenti rialzati, rapportabili a un bacino interno (lacus) raffigurato, proprio in località Alberoni, nella mappa di Nicolò Dal Cortivo risalente al XVI secolo. Forse un luogo adibito alla piscicoltura?”. Qualche risposta più precisa nell’incontro promosso dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Venezia e laguna il 1° settembre agli Alberoni.

Riano (Rm). Durante i lavori di posa di una condotta idrica scoperti due tratti basolati dell’antica via Flaminia

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Il tratto di strada basolata dell’antica via Flaminia scoperto a Riano di Roma (foto sabap-etru-mer)

Quasi trenta metri di strada basolata romana a poco meno di un metro dal piano di calpestio. E non i basoli di una strada qualunque, ma dell’antica via Flaminia, la strada consolare costruita dal censore Gaio Flaminio per collegare Roma con l’Italia centro- settentrionale e realizzata in soli due anni, tra il 220 e il 219 a.C. È successo a Riano, a una trentina di chilometri a Nord di Roma, durante i lavori di scavo finalizzati alla messa in opera di una nuova condotta idrica. I lavori svolti da Acea Ato2 Spa, hanno rimesso in luce due tratti dell’antica via Flaminia.

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Il tratto di strada basolata dell’antica via Flaminia scoperto a Riano di Roma (foto sabap-etru-mer)

Subito sono partite le indagini archeologiche svoltesi a cura della società Archeo dell’archeologo Fabio Turchetta e sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio dell’Etruria Meridionale, con funzionario competente Biancalisa Corradini. La via basolata, individuata ad una profondità di circa -0,90 m dall’attuale piano di calpestio, è stata indagata per un tratto lungo 27 metri. In questo tratto la moderna via Flaminia ripercorre in maniera piuttosto precisa il tracciato della via romana, fatta eccezione per un lieve disassamento.

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Il tratto di strada basolata dell’antica via Flaminia scoperto a Riano di Roma (foto sabap-etru-mer)

La strada antica, che presenta i tipici solchi carrai, è stata indagata per una larghezza massima di 4 metri e conserva solo piccole porzioni dell’originaria crepidine sul limite occidentale. Non è stato invece possibile riportare alla luce il limite orientale del basolato antico che prosegue al di sotto del piano stradale della via Flaminia moderna. Un ulteriore tratto dello stesso tracciato antico è stato identificato 90 metri più a Nord, sulla banchina occidentale della strada moderna immediatamente a ridosso del Monumento dedicato a Giacomo Matteotti; anche in questo caso il basolato romano risulta perfettamente conservato a soli -0,80 m di profondità dall’attuale piano di calpestio della via Flaminia moderna.

Al via Varese Archeofilm 2022, rassegna internazionale del film di archeologia, arte, ambiente, etnologia: quattro serate con la presenza di prestigiosi ospiti che approfondiranno i temi dei film proiettati

varese_archeofilm_2022_locandinaTorna nella “città giardino” di Varese, dal 1° al 4 settembre 2022, Varese Archeofilm, la Rassegna internazionale del film di archeologia, arte, ambiente, etnologia, organizzata da associazione “Conoscere Varese” in collaborazione con Comune di Varese, museo Castiglioni e Archeologia Viva/Firenze ArcheoFilm. Quattro nuove serate con il meglio della produzione documentaristica mondiale arricchite dalla presenza di prestigiosi ospiti che approfondiranno i temi dei filmati. Un appuntamento con la storia da non perdere nella splendida cornice dei Giardini Estensi. Ogni sera alle 20.30.

Giovedì 1° settembre 2022, alle 20.30, ai Giardini Estensi, si apre il Varese Archeofilm 2022, con il film di Olivier Bourgois “Il Giuramento di Ciriaco” (Andorra, 73’), uno straordinario documentario pluripremiato sul salvataggio del museo di Aleppo, da parte di un piccolo gruppo di archeologi, curatori di musei e assistenti mentre la guerra infuria. Segue l’incontro con Antonio Maria Orecchia, docente di Storia contemporanea all’università dell’Insubria. Chiude la serata il film “I misteri di Cabeço da Mina / Os Enigmas do Cabeço da Mina” di Rui Pedro Lamy (Portogallo, 27’). Il documentario descrive un enigmatico sito archeologico dove è stato rinvenuto un raro insieme di statue-menhir dalle fattezze antropomorfiche.

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Frame del film “Memorie di un mondo sommerso” di Philippe Nicolet

Venerdì 2 settembre 2022, alle 20.30, apre il programma il film “Memorie di un mondo sommerso” di Philippe Nicolet (Svizzera, 58′). Gusci di nocciole, pani, gomitoli, scarpe… La banalità degli oggetti di uso quotidiano diventa un bene quando ci giungono, quasi intatti, dopo essere stati sepolti sott’acqua per millenni.  Segue l’incontro con Barbara Cermesoni, conservatore museale ai Musei Civici di Villa Mirabello di Varese, Pierre Corboud, docente di Archeologia preistorica e Antropologia dell’università di Ginevra, e Philippe Nicolet, regista (partecipazione da confermare). Chiude la serata la proiezione del film “Città del Vaticano, alla ricerca dell’eternità / Vatican City, the quest for eternity” di Marie Thiry, Marc Jampolsky (Francia, 52’). La Città del Vaticano custodisce tra le sue mura 2000 anni di storia. Il film segue il lavoro di scienziati, archeologi, storici e un team di restauratori per svelare eventi poco noti della storia architettonica del luogo sacro.

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Frame del film “Il mistero del Cavallo di Troia. Sulle tracce di un mito” di Roland May, Christian Twente (foto foto gruppe 5 _Scope VFX)

Sabato 3 settembre 2022, alle 20.30, apre il film “Il mistero del Cavallo di Troia. Sulle tracce di un mito / The Mystery of the Trojan Horse – On the Trail of a Myth” di Roland May, Christian Twente (Germania, 52’). La storia del cavallo di Troia è probabilmente una delle storie più famose mai raccontate. Nuove rivoluzionarie scoperte dimostrano che una delle storie più famose di tutti i tempi dovrà forse essere riscritta. Il cavallo di Troia probabilmente non era affatto un cavallo. Segue l’incontro con Francesco Tiboni, archeologo navale, archeologo subacqueo, che ha riscritto la storia del cavallo di Troia. Chiude la serata il film “Narbo Martius, la figlia di Roma/ Narbo Martius, la fille de Rome” di Marc Azéma (Francia, 52’). Narbo Martius, antico nome della città di Narbona, fu fondata nel 118 a.C. e soprannominata la “figlia di Roma”, è oggi un po’ dimenticata dai nostri libri di storia perché, a differenza delle città di Nîmes o Arles, la maggior parte dei suoi resti non sono visibili…

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Frame del film “Ritorno a Berenice Pancrisia. In memoria di Alfredo Castiglioni” di Angelo Castiglioni

Domenica 4 settembre 2022, ultima giornata del festival, alle 20.30, apre con un film fuori concorso dedicato ad Angelo e Alfredo Castiglioni “Ritorno a Berenice Pancrisia. In memoria di Alfredo Castiglioni” di Angelo Castiglioni (Italia 2019, 40’). Cronaca dell’ultima missione archeologica a Berenice Pancrisia (deserto nubiano sudanese) nel 1997. Alfredo Castiglioni, in presa diretta, racconta la storia di questo importante centro urbano legato all’estrazione dell’oro fin dall’Antico Egitto. Segue l’incontro con Serena Massa, docente di Archeologia dell’università Cattolica di Milano e direttrice degli scavi del sito di Adulis (Eritrea), e Silvana Cincotti, storica dell’arte ed egittologa. Quindi l’ultimo film in programma: “I Beja, un Popolo Antico” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 40’). Un viaggio di ritorno a Berenice Pancrisia, la città “tutta d’oro” degli antichi egizi, attraverso un’area abitata dai Beja-Bisharin, un’etnia ancora poco conosciuta del Deserto Nubiano. Chiude il Varese Archeofilm la cerimonia di premiazione con l’attribuzione del Premio del pubblico “Varese Archeofilm” e premio della giuria “Alfredo Castiglioni”.

Egitto. La missione ceco-egiziana nella necropoli di Abusir ha scoperto la tomba di un comandante di soldati mercenari (fine XXVI-inizio XXVII dinastia: inizio VI sec a.C. circa): in un pozzo, a 16 metri di profondità, trovato un doppio sarcofago con testi dal Libro dei Morti, uno scarabeo del cuore e un amuleto poggiatesta. Nel corredo 402 ushabti, due vasi canopi e un ostraka con formule religiose

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Il pozzo funerario di Wah-ib-Ra Mery-Neith scoperto dalla missione ceco-egiziana nella necropoli di Abusir (foto ministry of tourism and antiquities)

Scoperta la tomba di Wah-ib-Ra Mery-Neith, comandante di soldati mercenari, risalente alla fine della XXVI e inizio XXVII dinastia (inizio del VI sec a.C. circa), durante la campagna di scavi in atto ad Abusir, importante necropoli egizia situata a sud-ovest del Cairo, della missione archeologica dell’istituto ceco di Egittologia, facoltà di Lettere, dell’università Carlo (Univerzita Karlova) di Praga guidata da Miroslav Bárta. A darne notizia è stato Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità: “Il pozzo principale della tomba Wah-ib-Ra Mery-Neith è profondo sei metri e le sue dimensioni sono di circa 14 metri per lato, con diversi pozzi secondari scavati nella roccia.

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Una fase dello scavo del pozzo funerario di Wah-ib-Ra Mery-Neith scoperto dalla missione ceco-egiziana nella necropoli di Abusir (foto ministry of tourism and antiquities)

Al centro del pozzo principale è stato scavato in direzione Est-Ovest un altro pozzo più piccolo (6,5 x 3,3 metri circa), ma più profondo (16 metri circa) utilizzato come pozzo principale per la sepoltura del proprietario della tomba”. Wah-ib-Ra Mery-Neith, che si fregiava del titolo di “comandante dei soldati stranieri”, era un personaggio di alto rango dell’antico Egitto, figlio di Irturu del quale erano stati trovati i vasi canopi all’interno del deposito di imbalsamazione individuato nel febbraio 2022 vicino alla tomba del comandante ora scoperta. “Il design di questa tomba a pozzo”, sottolinea Waziri, “non ha una controparte identica nell’antico Egitto, ma nonostante ciò, il suo design architettonico è in parte simile a una sepoltura di una necropoli vicina e a una mastaba a Giza, nota come Campbell’s tomb”. Secondo il ministero delle Antichità e del Turismo egiziano la tomba del comandante restituisce una testimonianza tangibile di una prima vera forma di globalizzazione nel mondo antico.

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Lo scarabeo del cuore trovato nel sarcofago vuoto di Wah-ib-Ra Mery-Neith nella necropoli di Abusir (foto ministry of tourism and antiquities)

“In fondo al pozzo funerario principale”, spiega Marslav Barta, capo della missione ceca, a circa 16 metri di profondità, è stato rinvenuto un doppio sarcofago, alquanto danneggiato e completamente ricoperto di sabbia. Il sarcofago esterno di Wah-ip-re Merinet era costituito da due enormi blocchi di calcare bianco, e all’interno conteneva un sarcofago antropoide di basalto (lungo 2,30 metri e largo 1,98), con testi del capitolo 72 del Libro dei Morti incisi nella parte superiore, che descrivono la risurrezione del defunto e il suo viaggio nell’Aldilà. Purtroppo – aggiunge – il sarcofago di basalto è stato trovato completamente vuoto. All’interno sono stati trovati solo uno scarabeo del cuore, senza incisioni ma molto decorato, nonché un amuleto a forma di poggiatesta. I semplici corredi funerari del proprietario della tomba erano originariamente collocati sui lati occidentale e orientale del sarcofago”.

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Due vasi canopi e dieci coppe in miniatura parte del corredo funerario di Wah-ib-Ra Mery-Neith nella necropoli di Abusir (foto ministry of tourism and antiquities)

Proprio sul lato orientale la missione ha rinvenuto gran parte del corredo ancora nella sua collocazione originaria, tra cui 402 statue ushabti in faience (le ushabti sono statuine che dovrebbero rappresentare il proprietario del cimitero e svolgere servizi per suo conto nell’aldilà). Sono stati rinvenuti anche due vasi canopi in alabastro, oltre a un modello di tavola delle offerte in faience, dieci coppe in miniatura e un ostraka in calcare inciso con testi religiosi ieratici scritti con inchiostro nero. “A causa delle piccole dimensioni dell’ostraka”, sottolinea Barta, “l’autore del testo ha deciso di ricoprirlo con brevi estratti degli incantesimi del Libro dei Morti, che facevano anche parte della trasformazione rituale, garantendo così al defunto l’accesso al mondo ultraterreno”.

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Sarcofago interno di Wah-ib-Ra Mery-Neith danneggiato in epoca antica dai tombaroli (foto ministry of tourism and antiquities)

Gli studi preliminari condotti dalla missione ceco-egiziana sul pozzo funerario hanno rivelato che esso fu trafugato in tarda antichità, probabilmente intorno al IV e V secolo d.C., come testimonia il ritrovamento di due vasi di ceramica abbandonati nel pozzo principale. Gli antichi “tombaroli” fecero anche un buco nella parte occidentale del sarcofago esterno di Wah-ib-Ra Mery-Neith e ruppero in molti frammenti, ritrovati dagli archeologi intorno al sarcofago, la parte superiore (occidentale) del coperchio di basalto del sarcofago cioè quella che rappresentava il volto del defunto.

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L’area di scavo della tomba del comandante dei soldati mercenari da parte della missione ceco-egiziana nella necropoli di Abusir (foto ministry of tourism and antiquities)

“Sebbene gli scavi archeologici della tomba di Wah-ib-Ra Mery-Neith non ci abbiano fornito importanti reperti archeologici o elaborati corredi funerari”, interviene Muhammad Mujahid, vicedirettore della missione ceco-egiziana, “questa tomba è considerata unica e importante perché fornisce una nuova visione del turbolento periodo dell’inizio dell’era della dominazione persiana dell’antico Egitto. E inoltre, dai risultati delle ricerche in corso sul deposito di imbalsamazione del proprietario della tomba che la missione ha trovato durante la stagione precedente, possiamo farci un’idea della vita, dell’ambiente familiare e della carriera di Wah-ib-Ra Mery-Neith: colui che molto probabilmente morì inaspettatamente in un periodo in cui la sua tomba e il suo corredo funerario erano ancora in gran parte incompleti”. Pertanto sia il progetto architettonico della tomba che il suo contenuto forniranno agli archeologi informazioni molto preziose.

Ledro 50, dove la preistoria è più blu. Il museo delle Palafitte del lago di Ledro festeggia il mezzo secolo con un ricco programma di eventi sul tema della preistoria. Storia della scoperta della palafitta. Nascita e sviluppo del museo. I nuovi filoni di ricerca

ledro_museo-delle-palafitte_palafittando-2022_locandinaGiovedì 25 agosto 2022, alle 10, visita guidata nell’area protetta del lago d’Ampola; e al museo delle Palafitte di Ledro, alle 10.30 laboratorio, alle 16 visita guidata, e letture per bambini. Venerdì 26 agosto, alle 10, visita guidata a Ledro Land Art – un percorso artistico nella natura, situato nella pineta di Pur -, alle 10.30 e alle 16, al museo delle Palafitte di Ledro, laboratorio per i Venerdì biodiversi, alle 17 al museo Garibaldino e della Grande Guerra di Bezzecca visita guidata su “Dalle camicie rosse alla Grande guerra”. Domenica 28, in piazza Preistoria al museo delle Palafitte di Ledro, il gran finale con “Sogni dell’Adige”. Infine martedì 30 agosto, martedì 6 e 13 settembre, visita guidata al centro visitatori per la Flora e la Fauna “Mons. Ferrari” di Tremalzo (Stazione Inanellamento Casèt). Sono solo gli ultimi di oltre 150 eventi, ma già danno l’idea della ricchezza del programma Palafittando 2022 “Dove la preistoria è più blu” promossi per celebrare i 50 anni del museo delle Palafitte del lago di Ledro (Tn).

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Il museo delle Palafitte, le capanne ricostruite e il lago di Ledro (foto jacopo salvi)

Quest’anno il museo delle Palafitte del lago di Ledro, nato attorno al sito palafitticolo dell’Età del Bronzo patrimonio UNESCO (https://www.palafitteledro.it/museo/), festeggia infatti i 50 anni di storia. ledro_museo-delle-palafitte_Ledro 50_locandinaIl claim “Ledro 50. Dove la preistoria è più blu” richiama l’antico legame tra le popolazioni palafitticole e il bacino lacustre che nel 1929 riconsegnò ai ledrensi e a tutto il mondo un villaggio sospeso su oltre 10mila pali. Per festeggiare il mezzo secolo di vita la sede satellite del MUSE – Museo delle Scienze di Trento ha messo in campo un denso calendario di proposte che da luglio e fino a settembre animano le rive del lago a suon di concerti, visite in notturna e attività “paleolitiche”. Era il 1972 quando il museo delle Palafitte del lago di Ledro aprì per la prima volta le sue porte. Nato come antiquarium, un contenitore di reperti riaffiorati dall’antico villaggio palafitticolo, oggi il Museo è un vivace polo culturale capace di rendere “pop” anche la preistoria, di aprire nuove reti di relazione dentro e fuori il territorio e raccontare con linguaggi sempre nuovi la vita quotidiana dell’Età del Bronzo. Completamente rinnovata nel 2019 ottenendo la certificazione di ecosostenibilità LEED® livello “GOLD”, la sede museale propone, tra ricostruzioni e resti originali del villaggio palafitticolo (2.200-1350 a.C.), un viaggio nel tempo alla scoperta dei nostri antenati preistorici.  

“Questo importante anniversario del museo delle Palafitte del lago di Ledro”, dichiara il presidente del MUSE, Stefano Zecchi, “rappresenta non solo la grande e virtuosa rete museale del Muse sul territorio, ma anche l’eccellenza di una testimonianza storica e culturale di valore universale, Patrimonio dell’Unesco. Espressione prestigiosa di un ruolo dei Musei, non solo come spazi di conservazione di storia e civiltà, ma anche di continua narrazione e dialogo, in relazione con i fruitori della contemporaneità. Il Museo di Ledro è al tempo stesso luogo di sapere, di memoria e di esperienza emozionale, immersiva, conoscitiva ed educativa. Un Museo ‘vivente’: sito di reperti archeologici per un confronto con la nostra visione del mondo, oggi, tra passato, presente e futuro”. E il sostituto direttore e responsabile Sedi territoriali del MUSE, Alberta Giovannini: “Celebrare 50 anni di museo delle Palafitte non significa solo ripercorrere le tappe di un percorso di valorizzazione di un sito Patrimonio dell’Umanità, ma è anche raccontare la storia di un museo che ha cercato continuamente la sinergia con la comunità in cui è inserito e di cui è centro culturale e di richiamo turistico. Questo rapporto virtuoso con il territorio ha sviluppato nel tempo una vera e propria rete di realtà culturali, ReLED, di cui il museo delle Palafitte è il fulcro. Programmi rigorosi nel contenuto ma vivaci nelle modalità, hanno saputo attrarre non solo studenti ma anche migliaia di visitatori da tutta Italia e dall’estero, grazie al lavoro di personale entusiasta che ha saputo con professionalità portare il museo a essere luogo di incontro, comunicazione ma soprattutto esperienza. Come istituzione, il MUSE ha cercato di dare al museo delle Palafitte la giusta autonomia per la realizzazione di una strategia di dialogo con la comunità locale, e al contempo mettere a disposizione la forza scientifica e comunicativa di una realtà rilevante per potenziare il valore intrinseco del sito. In un luogo dove si indaga il passato, continua a vivere il desiderio di guardare a un futuro di continua crescita”.

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Attività didattica al museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto muse)

Qualche data e qualche numero sul museo delle Palafitte. 1972-2022: mezzo secolo di storie a filo d’acqua. 1972: nasce il museo delle Palafitte del lago di Ledro. 1995: prende il via la merenda preistorica, prima attività di preistoria imitativa. 1997: parte Palafittando, il programma estivo del museo. 2001: inaugura Ledrolab, spazio didattico per le scuole. 2006: nasce il villaggio preistorico-imitativo nell’area esterna. 2011: il sito entra nella lista Patrimonio UNESCO. 2012: nasce ReLED, la rete dei musei della Valle di Ledro, con capofila il museo delle Palafitte. 2019: il Museo viene ampliato e ristrutturato. 2012: il Museo ottiene la certificazione di ecosostenibilità LEED® GOLD. 2022: si festeggia il cinquantesimo compleanno. Negli ultimi dieci anni le presenze sono sempre state dai 35mila ai 40mila visitatori, eccezion fatta naturalmente durante il 2020 e il 2021 che si sono dimezzati.  Ogni anno tra i 7mila e i 10mila studenti raggiungono Ledro per scoprire le palafitte.

“Il museo delle Palafitte del lago di Ledro nei suoi primi cinquant’anni ha vissuto varie fasi, cambiando vestito più volte ma rimanendo sostanzialmente sempre se stesso”, ricorda Donato Riccadonna, responsabile museo delle Palafitte del lago di Ledro. “Questa vita proteiforme ne ha sottolineato l’estrema duttilità e resilienza, e si può a ragione sostenere un paradosso apparente, e cioè la contemporaneità di un museo che racconta la preistoria. Con il tempo è anche diventato modello organizzativo di una rete museale che non è una nuova istituzione, e questo ha dell’incredibile in un mondo che sforna di continuo nuove istituzioni e regole dettate non da uomini ma da algoritmi. E cosa dire di un centro di ricerca che guarda al mondo situato in una piccola valle di montagna, dove si coniuga cultura ed economia? Forse alla fine il segreto del nostro orgoglio è tutto in questa parola: lavoro”. 

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Il museo delle Palafitte del lago di Ledro all’inizio degli anni ’70 del Novecento quando era ancora solo un antiquarium (foto muse)

Le origini. 1972-1994: il museo antiquarium. A raccontarci le vicende storiche del museo è la tesi “Il museo delle Palafitte del lago di Ledro: mezzo secolo di storia” (Laurea in Lettere) discussa a febbraio del 2021 all’università di Trento da Manuela Pernter. Il museo delle Palafitte del lago di Ledro nasce il 24 settembre 1972 come un antiquarium, ossia come contenitore ed espositore di reperti a tutela del sito archeologico scoperto nel 1929 quando il livello del lago fu abbassato per i lavori di collegamento della centrale idroelettrica di Riva del Garda. Sulla sponda meridionale affiorò inaspettatamente una distesa di oltre diecimila pali, testimonianza di una delle più grandi stazioni preistoriche scoperte fino ad allora in Italia, nonché una delle più importanti – ancora oggi – in Europa. La scoperta ebbe subito una grande risonanza. Il primo saggio di scavo avvenne già nel 1929 mentre la campagna di scavo di maggiore estensione fu quella diretta da Raffaello Battaglia nel 1937, che esplorò una superficie di circa 4mila metri quadrati e portò alla luce oltre 12mila pali e tantissimi reperti. In seguito il sito fu sottoposto a successive ricerche per poterne ricostruire la stratigrafia, interpretare la struttura dell’abitato e recuperare altri materiali anche a fini museografici. L’interesse fu tanto da causare l’arrivo di numerosi visitatori che iniziarono non solo a frequentare l’area archeologica per curiosità ma anche per avere un’occasione di guadagno: spesso venivano fatte delle vere e proprie “cacce al tesoro” per raccogliere souvenir o per vendere dei reperti a turisti e appassionati. Nemmeno l’istituzione di un servizio di sorveglianza mise fine a questo processo di spoliazione; perciò, grazie anche alla consapevolezza dell’amministrazione comunale, dalla metà degli anni ’50, si cominciò a pensare alla costruzione di un edificio museale di fronte all’area archeologica. Duplice l’obiettivo: da una parte si voleva salvaguardare il contesto archeologico e fare da deterrente per chi avesse voluto addentrarsi nella zona dei ritrovamenti; dall’altra valorizzare il sito e offrire un’attrazione culturale.

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Il museo delle Palafitte con la capanna ricostruita come si vede in una pubblicazione di Gino Tomasi del 1972 (foto muse)

Un primo progetto, affidato al geometra Tiziano Muzzio (1957), che prevedeva la costruzione di un edificio simile a una palafitta nell’alveo vuoto del torrente Ponale, non fu mai realizzato. Successivamente, grazie anche all’interessamento del museo Tridentino di Scienze naturali, l’attuale MUSE, si arrivò al progetto definitivo realizzato dall’architetto veneziano Marcello Piovan. I lavori furono operati quasi esclusivamente da artigiani e ditte locali, mentre l’allestimento fu curato dall’allora direttore del museo Tridentino di Scienze naturali, Gino Tomasi, e dal prof. Bernardino Bagolini. Il museo venne inaugurato il 24 settembre 1972 e dopo la sua apertura fu assunto il primo custode, Pietro Risatti, che alloggiò in un piccolo appartamento a fianco del museo fino al suo pensionamento. Osservando l’edificio, alla base della sua costruzione si possono riconoscere delle idee all’avanguardia e intuitive che ne hanno determinato la fortuna e il pregio: innanzitutto la scelta del luogo.

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I reperti conservati al museo delle Palafitte dialogano direttamente con l’area palafitticola del lago di Ledro (foto jacopo salvi)

Fu sostenuta e proposta fin dall’inizio l’idea di realizzare il museo all’aria aperta in adiacenza al sito archeologico, un elemento che ha portato Ledro ad avere, come pochi altri, una posizione privilegiata tra i siti palafitticoli Unesco. Forte anche la volontà di considerare senza soluzione di continuità il rapporto tra edificio, paesaggio, reperti e visitatore: l’edificio si presentava come una grande “vetrina di vetrine” che non poneva barriere visive e si rapportava direttamente con l’ambiente circostante e l’area archeologica. In parallelo si era già compresa l’importanza dell’area esterna tanto che si pensò a una ricostruzione della zona archeologica, restaurando i pali e creando un sistema di passerelle. A ciò va aggiunta la consapevolezza, di cui va dato merito all’allora direttore del museo Tridentino di Scienze naturali, Gino Tomasi, che solo dando responsabilità in sede locale, investendo su un segno tangibile e da tutti usufruibile, si poteva transitare dalla separatezza alla partecipazione, riconoscendo così ai territori il diritto di prendersi cura e identificarsi con i propri beni culturali. Nonostante l’intuizione alla base del progetto architettonico, gli oggetti restavano immobili, non vi erano allestimenti o attività per intrattenere un dialogo con i visitatori.

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Educational del 22 maggio 2007 al villaggio palafitticolo museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto muse)

Imparando facendo. 1994-2018: il museo con la scuola e il territorio. La seconda fase è quella che vede il museo vivere più cambiamenti e l’attenzione spostarsi sempre più dall’oggetto archeologico al visitatore e ai rapporti con il territorio. L’attività che più rappresenta questo momento di passaggio è la prima merenda preistorica. Autunno 1995: gli alunni delle scuole medie di Bezzecca entrano in museo con un diverso approccio, quello dell’imparare facendo, così da acquisire un nuovo modo di conoscere e rivivere il passato. Cominciano così le prime attività di archeologia imitativa per scuole e i turisti che pongono Ledro sia come propaggine meridionale di un sistema di “musei all’aperto” del centro Europa, sia come modello pionieristico a livello nazionale, per le modalità di approccio al mondo della didattica, dell’intrattenimento educativo e dell’accoglienza.

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Il villaggio preistorico ad uso didattico realizzato vicino al museo delle Palafitte di Ledro (foto jacopo salvi)

Ledro si presenta come un museo di piccole dimensioni e questo fattore ha costituito in realtà un’opportunità: da una parte ha stimolato la ricerca di nuove attività per arricchire la visita, dall’altro ha permesso un contatto più diretto con il pubblico. Il successo è tanto che sorge presto la necessità di avere nuovo personale e nuovi spazi per migliorare l’offerta didattica e l’accoglienza delle classi. Nel 2001 si inaugura Ledrolab: il Comune di Molina ristruttura e mette a disposizione del museo un immobile da tempo inutilizzato trasformandolo in uno spazio per accogliere le scuole. Non basta: gli spazi sono ancora insufficienti per soddisfare tutte le richieste. Si comincia quindi a pensare alla costruzione di un villaggio preistorico imitativo-didattico, progetto che si concretizza nel 2006 nel Parco del museo. La nascita del villaggio ricostruito segna una svolta ulteriore: vengono messe sempre più in primo piano l’emozione e la sorpresa con attività basate sulla narrazione e l’intrattenimento educativo, come la Festa del villaggio e il Living Prehistory. Sempre in questa fase nasce l’idea di animare la stagione estiva, legata più al turismo e quindi non soltanto a un pubblico scolastico, con il programma Palafittando: a partire dal 1997, tutto questo ha creato un circolo economico virtuoso, che ha attirato l’attenzione di alcuni imprenditori locali diventati sponsor del museo, ha consolidato un rapporto di collaborazione con l’APT per la promozione della zona e la realizzazione di eventi ed inoltre sono stati coinvolti anche produttori locali.

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Manifestazioni garibaldine al museo Garibaldino e della Grande Guerra a Bezzecca (Tn) (foto muse)

Il rapporto con il territorio si rafforza sempre di più: nel 2010 il museo di Ledro prende in gestione il museo Garibaldino di Bezzecca; nel 2012 viene creata una rete museale Ledro, ReLed, sostenuta dal piano di promozione culturale del comune, con la quale Ledro diventa una sorta di quartier generale di una rete di piccoli centri culturali, infine nel 2013 rientra sotto il museo di Ledro il coordinamento della rete di riserve delle Alpi ledrensi. Ledro non è dunque rimasto chiuso in sé ma si è aperto prima verso il territorio poi anche al contesto nazionale e internazionale: dal 2008 è membro di EXARC e nel 2011 è stato iscritto nella lista del patrimonio dell’Unesco insieme a Fiavè e altri 109 siti dell’arco alpino. Si uniscono a ciò anche rinnovati rapporti con il mondo dell’università per tesi di laurea, tirocini, partecipazioni a convegni. Non manca nemmeno l’attenzione verso il mondo della ricerca che riserva nuove collaborazioni e interessanti scoperte.

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Il luminoso interno del museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto jacopo salvi)

Verso il futuro. 2019-2021: il nuovo museo di Ledro, “museo motore”. Nel biennio 2018-2019 il museo è oggetto di una profonda ristrutturazione che ne ha modificato e rinnovato sia gli spazi interni sia quelli esterni. Il progetto, frutto di almeno un decennio di “attività preparatorie” fatto di progetti preliminari, focus group, raccolta delle FAQ dei visitatori, attenzione alle modalità di “utilizzo del museo” da parte degli stessi, risponde alla necessità di allinearsi, dal punto di vista strutturale, alla vivacità espressa nelle attività territoriali, nella creazione di reti di stampo nazionale e internazionale, nella messa in campo di strategie culturali ed economiche. Il restauro dell’edificio, l’aggiunta del nuovo blocco vetrato (che amplia gli spazi a un totale di 421 metri quadrati) e la realizzazione di una nuova struttura a pergolato esterna sono il risultato di un necessario adeguamento strutturale, fornendo nuovi spazi dedicati a conferenze, concerti, attività didattiche e mostre temporanee, e creando dunque un nuovo ambiente non solo per gli oggetti ma anche per le persone. I nuovi spazi attivano automaticamente un processo creativo, nella mente degli operatori che vi lavorano, con l’apertura di nuovi canali di comunicazione, attività e intrattenimento coinvolgendo nuovi pubblici. La ristrutturazione ha inoltre permesso di ampliare la stagione di apertura, permettendo al museo di diventare un partner strategico per il turismo sostenibile dell’area.

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Piazza Preistoria, punto di riferimento per molte attività del museo delle Palafitte del lago di Ledro (foto muse)

Il sopraggiungere dell’evento Covid-19 ha modificato la vita della maggior parte delle persone e ha inciso anche sul lavoro ordinario e le attività svolte dai musei. Per rispondere e reagire a quanto andava accadendo, è iniziata per i musei una Second Life: anche il museo di Ledro, a porte chiuse e in un resettamento totale delle attività, ha dovuto immediatamente reinventarsi e riprogrammare il proprio futuro. Così è successo ad esempio nel rapporto con il mondo della scuola che è stato raggiunto da una riproposizione digitale del laboratorio “Quattro passi nella preistoria”. Il lockdown e la didattica a distanza (DAD) hanno invitato a esplorare il mondo del podcasting portando alla creazione di due format: 7MINUTI. Storie sulla linea del tempo e Motori di ricerca. Idee, persone e libri per un futuro migliore. Il museo non ha perso di vista, nonostante le problematiche, la possibilità di tornare a rivedere “dal vivo” i suoi visitatori. Il desiderio di “riportare tutti in piazza”, il desiderio di essere luogo in cui vige solo il distanziamento fisico ma non quello sociale, la possibilità di offrire un luogo culturale all’aria aperta, ha portato a raddoppiare i laboratori e le visite guidate sul territorio per ottemperare alle disposizioni in materia di numeri e assembramenti e a creare nuovi format come Piazza Preistoria, rassegna di musica, teatro, chiacchierate con ricercatori, presentazioni di libri, come in una vera e propria piazza, luogo per eccellenza della comunità che si ritrova.

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Visite guidate all’interno del villaggio preistorico di Ledro (foto jacopo salvi)

Già centro di animazione culturale, con la creazione della Rete museale ReLED il museo ha realizzato un distretto culturale vallivo che ha messo in rete e quindi valorizzando le offerte culturali presenti. Il museo si è rivelato nel corso degli anni un valore aggiunto per un territorio già ricercato ed apprezzato per il suo potenziale paesaggistico e naturalistico; grazie ad esso si è creato un modo di fare cultura partecipato coinvolgendo la comunità nella lettura del patrimonio, nel mettere in campo le proprie competenze e ampliare l’offerta culturale. Nel 2021, infine, il nuovo edificio del museo delle Palafitte del lago di Ledro ottiene anche la Certificazione LEED® [Leadership in Energy and Environmental Design] livello “GOLD”, lo standard di certificazione energetica e di sostenibilità più in uso al mondo: si tratta di una serie di criteri sviluppati negli Stati Uniti e applicati in oltre 100 paesi del mondo per la progettazione, costruzione e gestione di edifici sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale, economico e della salute.

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Ricerche archeologiche nel sito di Pozza Lavino a Tremalzo in Val di Ledro (Tn) (foto muse)

La ricerca scientifica. Non solo attività espositiva ed eventi. Da ormai una decina d’anni il Museo delle Palafitte ha dato avvio a una stagione di ricerca capace di gettare nuova luce sul popolamento preistorico della valle di Ledro. Nel 2011 è stato scoperto il sito d’alta quota di Pozza Lavino (Tremalzo – 1800 metri), che retrodata la prima frequentazione dell’area a circa 10mila anni fa; sono stati poi scoperti una decina di nuovi siti nel fondovalle. Questo non significa che si sia abbandonata l’attenzione sugli straordinari materiali ritrovati dal 1929 nel sito palafitticolo: le ricerche condotte negli ultimi cinque anni si sono infatti concentrate su alcuni di questi. Al momento sono quattro i filoni di ricerca studiati dai ricercatori del museo ledrense e dai colleghi operanti nella “casa madre” del MUSE.

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Il pane di Ledro proveniente dall’area archeologica della palafitta (foto muse)

Il pane di Ledro. Museo, università di Trento, associazione Panificatori della Provincia di Trento, Camera di Commercio si sono messe “al tavolo” per analizzare una pagnotta di 4000 anni fa. Analisi microscopiche permetteranno di capire la composizione di questo pane e di riprodurre, con la Scuola di Arte Bianca di Rovereto, l’antica ricetta, per dare nuova vita a questo alimento e creare un cibo …senza età!

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Palla di argilla con impronte proveniente dall’area archeologica della palafitta di Ledro (Tn) (foto muse)

Impronte digitali. Pare impossibile che in una palla di argilla cotta accidentalmente si siano conservate le impronte digitali delle persone che la stavano lavorando 4mila anni fa. Permutando le tecniche dall’archeologia forense, gli studiosi del MUSE stanno analizzando microscopicamente le tracce per capire sesso ed età dell’autore. Analizzando poi la composizione chimica di questa argilla cotta, sarà possibile verosimilmente individuare le fonti di approvvigionamento.

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Cranio di orso proveniente dall’area archeologica della palafitta di Ledro (Tn) (foto muse)

Bears&humans project – A new tale of bears and humans in Trentino throughout Prehistory. A Ledro il corpus dei resti faunistici conta decine di migliaia di reperti; negli ultimi anni sono stati riordinati e ricatalogati dai ricercatori del MUSE anche per sopperire alla diaspora che li ha portati negli anni in diversi musei ed enti italiani. Recentemente l’analisi si è focalizzata sui resti di orso bruno. Reperti unici al mondo come i crani e le mandibole forate permettono di tracciare l’evoluzione del rapporto tra l’umanità e gli orsi trentini, da risorsa economica durante la preistoria antica a interlocutore simbolico nella comunità agro-pastorale ledrense di 4mila anni fa. Un rapporto speciale sembra legare la comunità che occupava le sponde del lago a questo animale.

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Uno degli scheletri provenienti dall’area archeologica della palafitta di Ledro (Tn) (foto muse)

Genesi. Dal presente alle diverse origini. La storia del popolamento della valle di Ledro attraverso lo studio del DNA. Il progetto, attualmente in corso ha come scopo finale quello di ricostruire la storia genetica della valle di Ledro, attraverso due principali fasi di lavoro: la raccolta di 100 campioni di DNA di individui ledrensi attuali (fase 1) porterà all’estrazione del DNA mitocondriale per dare vita a un profilo genetico capace di definire l’aplogruppo di appartenenza e la relativa storia genetica (su linea materna) di ogni individuo. La seconda fase dello studio (che si concluderà nel 2023) avrà come oggetto la collezione antropologica di Ledro, che attende di essere studiata in maniera approfondita per valutare con precisione l’esatta cronologia e ricostruire i profili genetici di almeno un abitante del villaggio palafitticolo di 4000 anni fa.

Nuove scoperte a Piuro, la Pompei delle Alpi (So): il prof. Fabio Saggioro (università di Verona) fa il punto sulle ricerche in corso: rinvenuta un’area funeraria tardo-romana che apre nuovi scenari sulla storia del piccolo borgo distrutto e cancellato dalla frana del 1618

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Immagini delle ricerche archeologiche a Piuro (So) da parte del team dell’università di Verona diretto dal prof. Fabio Saggioro (foto univr)

Il ritrovamento di sepolture e strutture murarie di enormi dimensioni, che indicano come, ad un certo punto, intorno all’VIII secolo d.C., il villaggio si fosse sviluppato su un’area funeraria, aprendo scenari nuovi sulla storia dell’area, sono tra i più importanti risultati ottenuti dagli scavi in corso sul villaggio alpino di Piuro, in Val Bregaglia (Sondrio). Con l’aiuto di un team di ricercatrici e ricercatori dell’università di Verona, molti e importanti sono i reperti venuti alla luce nell’area del borgo appartenenti all’epoca tardo romana. Il progetto, coordinato da Fabio Saggioro, docente di Archeologia cristiana e medioevale, ha recentemente condotto il team di archeologi a scoperte sorprendenti e utili a ricostruire il ruolo storico del Comune in provincia di Sondrio. “L’orizzonte cronologico di questi ritrovamenti”, ha spiegato Saggioro, “sembra rimandare all’epoca tardo romana e apre scenari nuovi, che fanno pensare ad origini molto più complesse, legate a quella fase di instabilità tra la fine del mondo romano e l’inizio del medioevo”. Un’importante testimonianza dell’antico ruolo di Piuro è inoltre fornita da Palazzo Vertemate – l’unico integro dal 1618 – che testimonia la ricchezza del borgo precedente alla frana. Piuro, conosciuta anche come la Pompei delle Alpi, era un ricco centro alpino noto alle cronache per la violenta frana che lo distrusse totalmente nel 1618. Il borgo, prima del catastrofico evento, aveva conosciuto un periodo di splendore commerciale, diventando un importante riferimento commerciale nel panorama europeo.

Gli studi archeologici del territorio della Val Bregaglia sono iniziati nel 2015, a seguito di un accordo tra soprintendenza archeologica e università di Verona, nel quale è stato coinvolto anche il Comune di Piuro. Le ricerche hanno avuto messo in luce il ruolo del borgo alpino, evidenziando la complessità delle dinamiche socio-insediative e ambientali del luogo e approfondendo la frana che lo rase al suolo, rappresentante un momento drammatico ma centrale nella storia e nell’evoluzione della valle. “Abbiamo lavorato su due zone e con due obiettivi diversi”, spiega Saggioro. “Capire chi ha abitato Piuro nel corso del tempo, quindi la loro vita quotidiana, dove abitassero, le caratteristiche delle abitazioni; e poi – cosa per noi importantissima – capire l’ambiente circostante, cioè come fosse fatta la valle prima della frana, non solo in senso geologico, ma anche la tipologia della copertura vegetale, quali fossero le coltivazioni, quale fosse in buona sostanza il rapporto tra i piuraschi e l’ambiente circostante. E perché a un certo punto, nel 1618, questo rapporto uomo-ambiente si rompe. E capirne anche le cause può essere un elemento di riflessione utile per la situazione attuale”. Sono state trovate alcune strutture di incerta definizione, forse legate a una fortificazione, ma soprattutto una decina di sepolture. “Un’area cimiteriale – continua Saggioro – per la quale siamo in attesa delle datazioni al radiocarbonio: la cronologia si può collocare tra la tarda età romana e il primissimo medioevo. E questo è un elemento interessante, cioè apre un nuovo orizzonte su chi fossero queste persone, che cosa facessero, quale fosse il loro insediamento di riferimento visto che lì case e strutture non ne abbiamo trovate. Quando la frana seppellisce Piuro il paese era molto ricco ma era articolato anche con dei piccoli nuclei satelliti: c’era il paese di Scilano, e poi Savogno, Dasile. Cioè era sul fondovalle ma con una serie di satelliti attorno, motivo per cui i piuraschi che avevano sempre avuto una forte identità ritornano anche dall’Europa e rifinanziano la costruzione della nuova Piuro che oggi prende il nome di Borgonuovo ed è spostata rispetto all’abitato originale. Possiamo dire che prima degli scavi archeologici la storia di Piuro è sempre rimasta alla frana, cioè quella frana ha bloccato e congelato la storia della valle. È stato un evento traumatico – conclude – che ha bloccato anche emotivamente. Molto interessante è anche analizzare i risvolti culturali e sociali che questi drammatici fenomeni, che purtroppo vediamo anche ai nostri giorni, lasciano sulle comunità”.

In libreria “Il mondo nascosto di Pompei” di Massimo Osanna con Luana Toniolo: i due archeologi ci accompagnano “dentro il cantiere” di Civita Giuliana, nell’operatività della moderna archeologia, restituendoci l’emozione della scoperta e la passione del loro lavoro

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Copertina del libro “Il mondo nascosto di Pompei” di Massimo Osanna con Luana Toniolo

È il 2017 quando la Procura di Torre Annunziata contatta il parco archeologico di Pompei. La proposta è chiara: intraprendere indagini congiunte per stabilire le responsabilità dei tombaroli e degli “scavatori” non autorizzati che stanno saccheggiando – ultimi di una lunga serie di clandestini – il territorio vesuviano. Nasce da qui l’avventura di ricerca raccontata nel libro “Il mondo nascosto di Pompei” di Massimo Osanna con Luana Toniolo (Rizzoli, in libreria da aprile 2022): si ricomincia a scavare a Civita Giuliana, là dove, si sapeva da indagini di inizio secolo, era il complesso di un’antica villa. E gli straordinari risultati sono già chiari dal sottotitolo “Il carro della sposa, la stanza degli schiavi e le ultime scoperte”. E gli autori sono una garanzia oltre che i protagonisti di quelle ricerche.

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Massimo Osanna (foto graziano tavan)

Massimo Osanna è professore ordinario di Archeologia classica all’università di Napoli Federico II. Ha insegnato nell’università della Basilicata, a Matera, dove ha diretto la Scuola di Specializzazione in Beni archeologici; è stato visiting professor in prestigiosi atenei europei e ha promosso scavi e ricerche in Italia meridionale, Grecia, Francia. Dal 2014 al 2015 ha diretto la soprintendenza speciale di Pompei; dal 2016 è direttore generale del parco archeologico, riconfermato per un altro mandato nel 2019.

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Luana Toniolo (foto graziano tavan)

Luana Toniolo è dal 2017 funzionario archeologo del parco archeologico di Pompei, precedentemente componente della segreteria tecnica del Grande Progetto Pompei. Ha insegnato Antichità pompeiane ed ercolanesi all’università di Napoli “Federico II”. Specialista di ceramica romana, ha lavorato all’estero nella missione italiana a Hierapolis di Frigia (Turchia) e nella missione tedesca a Schedia (Egitto). Nel 2022 è stata nominata direttore della Direzione regionale Musei Sardegna.

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Il tratto di criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana con i calchi dei corpi dei due fuggiaschi ritrovati (foto Luigi Spina)

Seguendo gli interventi dei clandestini in un’area oggi densamente abitata, il team del Parco guidato dall’allora direttore Massimo Osanna avvia una campagna di scavi destinata a restituire, tra momenti di delusione per i reperti distrutti o trafugati dai tombaroli, scoperte sensazionali: nuove vittime di cui si riesce a realizzare i calchi in gesso (dopo trent’anni dagli ultimi) (vedi Eccezionale scoperta a Pompei. Nella villa suburbana di Civita Giuliana ritrovati i corpi integri di due fuggiaschi, il padrone col suo schiavo, vittime dell’eruzione: la tecnica ottocentesca della colatura di gesso restituisce “l’impronta del dolore”, una scena di morte e disperazione | archeologiavocidalpassato), una stalla con tre cavalli (il primo calco equino mai realizzato a Pompei) (vedi Pompei. Eccezionale scoperta nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli: nella stalla trovato un terzo cavallo di razza da parata con bardature militari. Osanna: “Nel 2019 fondi per esproprio terreni, completare lo scavo e aprire il sito al pubblico” | archeologiavocidalpassato), una sepoltura successiva all’eruzione del 79 d.C. Poi, in un ambiente limitrofo, un reperto eccezionale e unico nel suo genere: un pilentum, un fastoso carro da cerimonia finemente decorato, di cui si aveva traccia solo nelle fonti scritte. Praticamente intatto, solo sfiorato dai tunnel dei clandestini, conserva ancora i meravigliosi medaglioni a tema erotico (vedi Nuova eccezionale scoperta nella lussuosa villa di Civita Giuliana (Pompei): scoperto un carro da parata (pilentum) integro, con decorazioni erotiche, forse per una cerimonia nuziale. Osanna: “Un unicum in Italia. Grazie all’intesa Parco archeologico di Pompei e Procura di Torre Annunziata per contrastare le attività dei tombaroli” | archeologiavocidalpassato).

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La Stanza degli Schiavi nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Attraverso un’accurata ricostruzione del territorio oltre le mura di Pompei e delle ville che punteggiavano la campagna, Massimo Osanna e Luana Toniolo ci accompagnano dentro il cantiere di Civita Giuliana, nell’operatività della moderna archeologia, restituendoci l’emozione della scoperta e la passione del loro lavoro. Fino all’ultimo ritrovamento: una stanza abitata da una famiglia di schiavi che, a distanza di duemila anni dalla tragica eruzione, ci restituisce la vita quotidiana delle classi subalterne, quelle che meno – fino a oggi – avevano lasciato traccia di sé (vedi Pompei. Trovata la “stanza degli schiavi” nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli. L’eccezionale nuova scoperta segue quella della stalla con tre cavalli e del carro cerimoniale. L’ambiente, che ospitava una famigliola, è perfettamente conservata e permetterà di acquisire nuovi interessanti dati sulle condizioni abitative e di vita degli schiavi a Pompei e nel mondo romano | archeologiavocidalpassato). Un viaggio della conoscenza che diventa anche un monito: il nostro patrimonio archeologico e museale è un tesoro da difendere, da rilanciare, da valorizzare ogni giorno. E la villa al centro di questo libro, scrive Osanna, può oggi trasformarsi “da luogo di razzia, di distruzione dissennata, in un sito emblematico di tutela dinamica. Un simbolo della lotta dello Stato contro la piaga dello scavo clandestino e del commercio di manufatti archeologici e opere d’arte”.

Calabria. Il quarto appuntamento di “Fuori Campo. Il cinema abbraccia la storia” fa tappa al parco e museo archeologico di Capo Colonna (Kr) con “Heraion Lakinion. Il mare il sacro e il mito”. In presenza e in streaming su Fb. Protagonisti i registi Antonio Martino e Fabio Serpa, l’archeologa Maria Teresa Iannelli e il film sul patrimonio sommerso proposto dal RAM film festival

calabria_rassegna-fuori-campo_parco-capo-colonna_locandinaDopo la pausa di Ferragosto si riprende con gli appuntamenti di “Fuori Campo, il Cinema abbraccia la Storia”. Per il quarto appuntamento, la rassegna fa tappa sabato 20 agosto 2022 in uno dei siti più suggestivi della Calabria, nel parco e museo Archeologico di Capo Colonna (Kr) col tema “Heraion Lakinion. Il mare il sacro e il mito”: modera Ernesto Orrico. L’evento, finanziato dal MiC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e dalla Fondazione Calabria Film Commission attraverso l’Avviso pubblico per il sostegno alla realizzazione di festival e rassegne cinematografiche e audiovisive in Calabria 2022, è realizzato grazie alla collaborazione del Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei Calabria, RAM Film Festival, Calabria Movie International Short Film Festival e le Direzioni dei Musei e Parchi coinvolti. L’ingresso nel museo e nel parco è gratuito come il resto dell’iniziativa. Per chi non potrà essere presente, può seguire la diretta streaming sulla nostra pagina FB di rete Cinema Calabria. Ad accogliere gli ospiti, alle 18, per la visita al museo e al parco archeologico di capo Colonna sarà lo stesso direttore Gregorio Aversa. Alle 19, nell’anfiteatro del parco, “L’ultima colonna. La terra, il sacro, il mare, la memoria”, video racconto sul parco archeologico di Capo Colonna: un piccolo docufilm a quattro voci realizzato per la tappa da Francesco Cristiano e introdotto, come il resto degli appuntamenti, da Ernesto Orrico, figura fondamentale di moderazione e raccordo, che accompagna il pubblico presente da inizio rassegna in questo percorso di scoperta e conoscenza. Ai saluti, alle 19.20, del direttore Aversa, segue, alle 19.30, sempre nella cornice dell’anfiteatro del parco, l’interessante conversazione sull’archeologia territorio su “L’Heraion del Capo Lacinio. Il mito il culto e il mare” a cura dell’archeologa Maria Teresa Iannelli, Iannelli, responsabile della tutela e della ricerca archeologica nelle subcolonie locresi di Hipponion, di Medma, di Caulonia e di Mèthauros e del relativo. Alle 20, a cura e grazie alla collaborazione di Calabria Movie Short Film Festival, proiezione del cortometraggio di Fabio Serpa “Cracolice” (Italia, 2020; 11’) che narra le vicende di quella che è stata definita la Chernobyl calabrese: questo paesino marittimo del Tirreno è tristemente noto alla cronaca per un evento scoppiato nei primi anni ’90, mai smentito né confermato: a seguito dell’approdo delle famose “navi dei veleni”, la popolazione giovane smise improvvisamente di crescere, creando degli eterni adolescenti. Come questo sia stato possibile, rimane ancora un mistero. Alle 20.15, “Il canto della Sirena: archeologia progresso e tradizione”: workshop su cinema, territorio, archeologia e antropologia, che avrà un particolare taglio politico questa volta, come è nella storia professionale del regista Antonio Martino che da sempre si occupa di documentazioni e reportage di denuncia in ambito internazionale. “Con la riforma agraria, con la forzata industrializzazione del territorio e poi con il boom dell’edilizia abusiva”, ricorda il regista, “iniziarono a venire fuori, seppur involontariamente, reperti archeologici inediti. Molti dei siti archeologici vennero completamente distrutti in nome del progresso. Reperti unici per valenza storica vennero dispersi oppure scavati abusivamente e venduti sul mercato nero, attirando “tombaroli” e ricattatori da tutta Italia. Tra questi, un pezzo unico nel suo genere come l’Askos che testimonia direttamente la presenza di Pitagora a Crotone, trafugato e venduto sul mercato nero e finito nelle vetrine del museo Getty di Malibu”. Per l’occasione parlerà del suo ultimo lavoro in fieri, che sta realizzando proprio nella zona di Crotone e che svela una storia ricca di particolari poco conosciuti ai più. Chiude la giornata, alle 21, a cura del RAM film festival Rovereto Archeologia Memorie la proiezione del film “Il patrimonio sommerso. Un mistero sul fondo del mare” di Eugenio Farioli Vecchioli e Marta Saviane e prodotto da RAI Cultura (Italia, 2020; 60’) che ci porterà a scoprire il mondo sommerso dei nostri mari, che custodiscono tesori e patrimoni inestimabili: la città di Baia, la nave di Albenga, il satiro danzante di Mazara del Vallo, l’incredibile scoperta dei rostri navali della battaglia delle Egadi.

Paestum. International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2022 promosso da Bmta e Archeo: annunciate le 5 scoperte archeologiche del 2021 candidate. Egitto: la città fondata da Amenhotep III a Luxor; Italia: la stanza degli schiavi a Civita Giuliana; Pakistan: il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat; Regno Unito: a Rutland mosaico con scene dell’Iliade; Turchia: in Anatolia a Karahantepe santuario rupestre di oltre 11mila anni fa

paestum_bmta_Award Khaled al-Asaad-2022_locandinaAnnunciate le 5 scoperte archeologiche del 2021 candidate alla vittoria della 8ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico e dalla rivista Archeo. Le cinque scoperte archeologiche del 2021 finaliste sono: Egitto: dal deserto riaffiora la città fondata da Amenhotep III a Luxor; Italia: Pompei, a Civita Giuliana scoperta la stanza degli schiavi; Pakistan: nel sito di Barikot il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat; Regno Unito: in Inghilterra nella contea di Rutland uno straordinario mosaico con scene dell’Iliade; Turchia: in Anatolia il sito di Karahantepe un santuario rupestre di oltre 11mila anni fa. Il Premio, assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, sarà selezionato dalle 5 finaliste segnalate dai direttori di ciascuna testata e sarà consegnato venerdì 28 ottobre 2022, in occasione della XXIV BMTA in programma a Paestum dal 27 al 30 ottobre 2022, alla presenza di Fayrouz Asaad, archeologa e figlia di Khaled. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 4 luglio – 30 settembre sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

paestum_BMTA22-XXIV-edizione_logoLa Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla 8ª edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

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Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei della Mesopotamia (foto Bmta)

Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”.

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La città fondata da Amenhotep III scoperta a Tebe Ovest (foto bmta)

Egitto: dal deserto riaffiora la città fondata da Amenhotep III a Luxor. Sotto la sabbia per migliaia di anni “la più grande città mai trovata in Egitto” in buono stato di conservazione e con mura quasi complete è stata ritrovata dalla equipe di Zahi Hawass, alla ricerca in verità del tempio funerario di Tutankhamon. Il sito si trovava vicino al palazzo del faraone Amenhotep III (1391-1353 a.C.), dall’altra parte del fiume Nilo rispetto alla città e capitale di Tebe (oggi Luxor). Le iscrizioni geroglifiche indicano che la città era chiamata Tjehen-Aten, o Aton “abbagliante” e che fu fondata dal nonno di Tutankhamon, Amenhotep III. Acclamata “città d’oro perduta”, non è una città – che esisteva già ed era Tebe – non era esattamente perduta, visto che alcuni muri a zig-zag erano già stati scoperti negli anni ’30 dai francesi Robichon e Varille a 100 mt di distanza, e finora non ha prodotto alcun reperto d’oro: “la chiamo d’oro perché fondata durante l’età d’oro d’Egitto” ha dichiarato Hawass. Gli ambienti conservano oggetti legati alla vita quotidiana: preziosi anelli, scarabei, vasi di ceramica colorata, mattoni di fango con i sigilli a cartiglio di Amenhotep III, oltre a iscrizioni geroglifiche su tappi di argilla dei vasi di vino, hanno contribuito a datare l’insediamento. È stata individuata anche una panetteria, una zona per cucinare e preparare il cibo, con forni e stoviglie di stoccaggio. La seconda zona, ancora in gran parte sepolta, coincide con il quartiere amministrativo e residenziale, circoscritta da un muro a zig-zag. La terza area era predisposta per i laboratori: lungo un lato è la zona di produzione dei mattoni di fango usati per costruire templi e annessi, nell’altro un gran numero di stampi da fonderia per l’elaborazione di amuleti e delicati elementi decorativi. Due sepolture insolite di una mucca o di un toro sono state trovate all’interno di una delle stanze, mentre sorprendente la sepoltura di una persona con le braccia distese lungo i fianchi e i resti di una corda avvolta intorno alle ginocchia. A Nord dell’insediamento è stato scoperto un grande cimitero con un gruppo di tombe scavate nella roccia di diverse dimensioni (vedi Egitto. Zahi Hawass ha scoperto a Tebe Ovest la “città d’oro perduta”, edificata da Amenhotep III e utilizzata anche da Tutankhamon e Ay: è la più grande città mai trovata, con distretto amministrativo e industriale (“Scoperta paragonabile alla tomba di Tut”). Informazioni sulla vita quotidiana degli antichi egizi. Si spera dia risposte al perché Akhenaten e Nefertari si spostarono ad Amarna | archeologiavocidalpassato).

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La stanza degli schiavi scoperta a Civita Giuliana nella villa suburbana a nord di Pompei (foto bmta)

Italia: Pompei, a Civita Giuliana scoperta la stanza degli schiavi. Nella villa suburbana a nord di Pompei, a Civita Giuliana, la stanza degli schiavi offre uno spaccato straordinario su una parte del mondo antico che normalmente rimane all’oscuro. Lo stato di conservazione eccezionale dell’ambiente e la possibilità di realizzare calchi in gesso di letti e altri oggetti in materiali deperibili costituisce una “fotografia antica” della vita degli schiavi, generalmente trascurata dalla storia, concentrata sulle gesta dei potenti. Gli stallieri erano schiavi che abitavano in questa stanza disadorna dove sono state trovate tre brandine in legno e una cassa lignea contenente oggetti in metallo e in tessuto, che sembrano far parte dei finimenti dei cavalli. Inoltre, appoggiato su uno dei letti, è stato trovato un timone di un carro, di cui è stato effettuato un calco. Quello che colpisce è l’angustia e la precarietà di questo ambiente, una via di mezzo tra dormitorio e ripostiglio di appena 16 mq, che possiamo ora ricostruire grazie alle condizioni eccezionali di conservazione create dall’eruzione del 79 d.C. I letti sono composti infatti da poche assi lignee sommariamente lavorate che potevano essere assembrate a seconda dell’altezza di chi li usava. Due hanno una lunghezza pari a 1,70 m circa, ma un altro misura appena 1,40 m per cui potrebbe essere di un ragazzo o di un bambino. Al di sotto delle brandine si trovavano pochi oggetti personali, tra cui anfore poggiate per conservare possedimenti privati, brocche in ceramica e il “vaso da notte.” L’ambiente era illuminato da una piccola finestra in alto e non presentava decorazioni parietali. Era dunque probabilmente un dormitorio per un gruppo di schiavi, ma è possibile che fosse una piccola famiglia vista la presenza della brandina a misura di bambino. L’ambiente, comunque, serviva anche come ripostiglio, come dimostrano otto anfore stipate negli angoli lascati appositamente liberi per tal scopo. Il rinvenimento è avvenuto non lontano dal portico dove all’inizio del 2021 fu scoperto un carro cerimoniale attualmente oggetto di interventi di consolidamento e restauro (vedi Pompei. Trovata la “stanza degli schiavi” nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli. L’eccezionale nuova scoperta segue quella della stalla con tre cavalli e del carro cerimoniale. L’ambiente, che ospitava una famigliola, è perfettamente conservata e permetterà di acquisire nuovi interessanti dati sulle condizioni abitative e di vita degli schiavi a Pompei e nel mondo romano | archeologiavocidalpassato).

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Il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat nel sito di Barikot in Pakistan (foto bmta)

Pakistan: nel sito di Barikot il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat. La scoperta di uno dei più antichi templi buddhisti al mondo nell’antica città di Barikot, nella regione dello Swat, è il frutto dell’ultima campagna di scavo della Missione Italiana in Pakistan dell’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) con la direzione del professor Luca Maria Olivieri del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. L’antichissimo tempio buddhista (la datazione si attesta intorno alla seconda metà del II secolo a.C., ma probabilmente risale ad età più antica, al periodo Maurya, dunque III secolo a.C.) è considerato un rinvenimento molto importante perché rivela nuovi dettagli sull’organizzazione architettonica e sulla vita nell’antica città, sui rapporti tra i sovrani greci dell’epoca e il Buddhismo, nonché sulla diffusione della religione in tutta la regione. “La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca rimanda senz’altro a un grande e antico centro di culto e di pellegrinaggio”, ha spiegato Olivieri, sottolineando che “l’attribuzione ad età così antica per il Buddhismo in questa regione è di enorme importanza”. Barikot è nota nelle fonti greche e latine come una delle città assediate da Alessandro Magno, l’antica Bazira o Vajrasthana; fu occupata ininterrottamente dalla protostoria (1700 a.C.) al periodo medievale (XVI secolo), con oltre 10 metri di stratigrafia archeologica. Il tempio ritrovato ha una forma a podio absidato con cella circolare e stupa interno, forma finora unica e che rimanda evidentemente all’India, tanto che gli archeologi italiani e pachistani pensano possa risalire almeno all’età indo-greca. Il monumento fu abbandonato quando, ai primi del IV secolo, la città bassa fu distrutta da un disastroso terremoto (vedi Pakistan. La missione italiana nello Swat dell’Ismeo/università Ca’ Foscari Venezia ha scoperto uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, risalente al II sec. a.C. Ecco i risultati delle ricerche e le prospettive future | archeologiavocidalpassato).

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Mosaico romano con scene dell’Iliade scoperto in Inghilterra nella contea di Rutland (foto bmta)

Regno Unito: in Inghilterra nella contea di Rutland uno straordinario mosaico con scene dell’Iliade. Un magnifico mosaico romano, in cattive condizioni di conservazione, è stato scoperto sotto i campi arati nella regione delle Midlands orientali, il primo mosaico mai rinvenuto in Inghilterra con scene tratte dall’Iliade di Omero: presumibilmente decorava una grande sala da pranzo all’interno di una villa romana risalente alla fine del III o all’inizio del IV secolo d.C. Il sito è sotto la protezione ufficiale del governo su consiglio dell’Historic Buildings and Monuments Commission for England (conosciuto anche come Historic England). Il mosaico raffigura lo scontro tra Achille ed Ettore al termine della guerra di Troia e misura mt 7×11. Al momento del ritrovamento si trovava poco sotto la superficie, scoperto nel 2020 da Jim Irvine, figlio del proprietario terriero Brian Naylor, incappato in frammenti di vasellame durante una passeggiata in un campo di grano. Osservando in seguito le immagini satellitari Jim aveva notato un segno molto chiaro del raccolto, come se qualcuno avesse disegnato sullo schermo del computer con un pezzo di gesso, per cui contattò gli archeologi del Leicestershire County Council. Historic England con un finanziamento urgente inviò una squadra di archeologi nell’agosto 2020 con ulteriori lavori nel settembre 2021 a cura della School of Archaeology and Ancient History dell’università di Leicester con John Thomas, vicedirettore dei Servizi Archeologici dell’Università e project manager degli scavi. Il ritrovamento offre nuove prospettive su usi e tradizioni degli abitanti dell’epoca, la loro conoscenza della letteratura classica e fornisce anche informazioni sull’individuo che ha commissionato il mosaico, una persona benestante con una buona conoscenza dei classici. Parte del sito non è ancora stata scavata, ma le indagini geofisiche che rivelano le strutture sottostanti, mostrano un complesso di edifici, tra cui fienili a corridoio, strutture circolari, forse depositi di grano, e una presunta sala da bagno. Il lavoro continua anche con il contributo di David Neal, uno dei maggiori esperti di mosaici romani.

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Il santuario rupestre di oltre 11mila anni fa scoperto in Anatolia nel sito di Karahantepe (foto bmta)

Turchia: in Anatolia il sito di Karahantepe un santuario rupestre di oltre 11mila anni fa. Il sito archeologico di Karahantepe, a circa 25 miglia a Sud-Est del suo più famoso gemello Göbeklitepe, sta gettando nuova luce sull’ingegnosità e la sorprendente creatività del popolo neolitico di questa parte della Turchia sudorientale. La scoperta dell’università di Istanbul con l’équipe guidata dal professore Necmi Karul mostra un ambiente sotterraneo di 23 mt di diametro e profondo mt 5.50, con ben conservata la scultura di una imponente testa dai tratti umani, affiorante dalla parete rocciosa che pare “guardare come da una finestra” una serie di undici alti pilastri scolpiti a forma di fallo. Un tempio sacro che affonda le radici nella preistoria e che potrebbe essere stato il cuore di una processione di sacerdoti e possibili fedeli che si muovevano lungo una traiettoria che coinvolgeva altri tre templi collegati. Ha numerosi artefatti in pietra lavorata con almeno 250 monoliti, per lo più con pilastri a T, così come molte sculture in pietra e disegni unici. Come a Göbeklitepe questo sito è coperto da molte strane raffigurazioni di esseri umani, simboli e animali, a volte coinvolti in attività molto strane e una sorprendente rappresentazione 3D di una testa umana con un collo serpentino, che emerge dalla roccia. Molti manufatti sono ora esposti al Museo Archeologico di Şanlıurfa. Karahantepe è un’intera città sacra, con tanto di sistema idraulico per la distribuzione dell’acqua. I grandi megaliti di cui è costruita, a differenza di quelli rozzi e nudi delle più tardive costruzioni europee, sono coperti di elaborate decorazioni, incisioni che rappresentano soprattutto la fauna locale una volta presente sul sito, gru, cinghiali e altri animali da caccia, ma anche ghepardi, volpi, avvoltoi e perfino qualche rara testa umana. Le uniche rappresentazioni femminili sono oscene, una probabile indicazione di una società grossolanamente maschilista, un’ipotesi già suggerita dalla marcata abbondanza di falli maschili scolpiti nella pietra. Dopo essere stato abitato per millenni, intorno all’8mila a.C. il sito principale è stato abbandonato in un lasso di tempo relativamente breve: ma prima di andarsene, pare che gli abitanti lo abbiano deliberatamente sepolto, un lavoro immane, conseguito per motivi oggi inimmaginabili.