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Tarquinia sotterranea: scoperta una rete di ambienti sotterranei dimenticati nel sottosuolo dell’ex-Ospedale di Santa Croce

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Ambienti sotterranei scoperti sotto l’ex ospedale di Santa Croce a Tarquinia (foto sabap-etru mer)

Tarquinia sotterranea: una scoperta inattesa nell’ospedale di Santa Croce. Una rete di ambienti sotterranei dimenticati è stata portata alla luce a Tarquinia nel sottosuolo dell’ex-Ospedale di Santa Croce, in via Garibaldi, durante i lavori di risanamento conservativo, effettuati sotto la supervisione della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale. L’ operazione di restauro dell’immobile sito al civico 23, da destinare alla nuova sede dell’ufficio anagrafe del comune di Tarquinia, ha richiesto la rimozione della pavimentazione moderna esistente. Sono stati così scoperti alcuni ambienti sotterranei, ai quali si è potuto accedere attraverso un vecchio lucernaio, un tempo chiuso da una griglia di ferro e poi murato all’epoca dell’abbandono del piano interrato.

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Ex ospedale di Santa Croce a Tarquinia: esplorazione degli ambienti sottostanti da parte degli archeo-speleologi dell’associazione Asso (foto asso)

Dopo una ripresa con una telecamera, una prima esplorazione degli ambienti sottostanti è stata effettuata dagli archeo-speleologi dell’associazione Asso (Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione), nell’ambito di un accordo di collaborazione con la soprintendenza. Sono stati così visitati in sicurezza e documentati tre ambienti, più un quarto quasi interamente riempito di detriti, che sembrano far parte di un sistema esteso sotto l’intera superficie di calpestio dell’immobile comunale. Con ogni probabilità i sotterranei sono stati abbandonati e poi sigillati nella prima parte del Novecento. Nel corso dell’avventurosa esplorazione, alla quale hanno preso parte di persona anche i funzionari della soprintendenza, Giuseppe Borzillo e Daniele F. Maras, e il sindaco Alessandro Giulivi, sono stati presi accordi per la continuazione delle indagini da parte del Comune di Tarquinia in sinergia con la soprintendenza.

La Fondazione museo civico di Rovereto pubblica il programma dell’edizione 2022 del film festival RAM – Rovereto – Archeologia – Memorie, dedicato al patrimonio culturale materiale e immateriale, con il focus “Sguardi al femminile”: 62 film in concorso per 4 premi tecnici più quello del pubblico, e due film fuori concorso. E poi incontri al bistrot e al circolo ed eventi speciali a teatro

rovereto_rassegna-RAM_locandina-2022Con la pubblicazione del programma la Fondazione museo civico di Rovereto inizia a scoprire le carte dell’edizione 2022 del film festival RAM – Rovereto – Archeologia – Memorie, dedicato al patrimonio culturale materiale e immateriale, a Rovereto dal 28 settembre al 2 ottobre 2022, con il focus “Sguardi al femminile”: un riflettore puntato sul ruolo delle donne nella storia, su parità di genere e opportunità attraverso testimonianze di registe, archeologhe, scrittrici, anche da zone di crisi e da quei paesi in cui cultura e formazione non sono scontate, soprattutto per le donne. La formula del Festival prevede proiezioni, incontri, corsi di formazione, visite alla scoperta del territorio. Il Teatro Zandonai, gioiello settecentesco della città, ospita le proiezioni dei film, gli eventi speciali e gli archeobook brunch. Ma la settimana del festival è anche occasione per scoprire il centro storico e il territorio attraverso gli appuntamenti del festival diffuso.

rovereto_rassegna-RAM_immagine-web-locandinaI film. Il programma dei film si articola in cinque giornate di proiezioni. In calendario 62 film (9 dei quali per il focus Sguardi al femminile) suddivisi nelle quattro sezioni che concorrono ad altrettanti premi assegnati da giurie composte da professionisti che operano nel campo del cinema, della cultura e della tutela del patrimonio. : 16 in concorso per il premio CINEMA ARCHEOLOGICO e la menzione speciale Archeoblogger, con tre prime nazionali; 17 in concorso per il premio CULTURA ANIMATA con 4 prime nazionali, 1 europea e 1 assoluta; 16 in concorso per il premio SGUARDI DAL MONDO e la menzione speciale CinemA.Mo.Re con 2 prime nazionali e 2 assolute; 13 in concorso per il premio L’ITALIA SI RACCONTA con 1 prima nazionale e 2 assolute. Tutti i film concorrono al premio “RAM film festival”, decretato dal pubblico in sala tramite votazione. Le mattinate di mercoledì, giovedì e venerdì sono dedicate alle scuole che hanno partecipato al progetto CINEMaSCUOLA. Due momenti sono dedicati in particolare al cinema d’animazione, venerdì pomeriggio e sabato mattina.

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Frame del film “Power of Rome” di Giovanni Troilo con Edoardo Leo

Gli eventi. Due serate speciali la sera: venerdì 30 settembre 2022, alle 20.30, al teatro Zandonai, proiezione del film fuori concorso “Power of Rome” di Giovanni Troilo (Italia, 2022, 83′). Saranno presenti il regista Giovanni Troilo e gli autori Luca Lancise e Donato Dallavalle. Il film è stato ideato per il compleanno di Roma del 2022 e interpretato da Edoardo Leo in cui si intreccia fiction e documentario. Sabato 1° ottobre 2022, alle 20.30, al teatro Zandonai, “Donne valorose”: Serena Dandini accompagna il pubblico alla scoperta delle molte donne esempi di forza, di valore, di straordinario contributo all’umanità, partendo dal suo libro “Il catalogo delle donne valorose”.

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Copertina del libro “Archeosocial 2.0” di Antonia Falcone

Durante la settimana, incontri informali con ospiti d’eccezione, per una chiacchierata davanti a un aperitivo o per un brunch. Per “Incontri al bistrot” di Alfio Ghezzi al Mart, mercoledì 28 settembre 2022, alle 17.30, “Patrimonio in ostaggio” con Lorenzo Pella, comandante del Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Udine, e con Giuseppe Guastella, giornalista di cronaca giudiziaria del Corriere della Sera. Modera Alessandra Cattoi, direttrice della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Venerdì 30 settembre 2022, alle 17.30, “Donne che minacciano il potere” con Mariarosaria Barbera, archeologa e autrice di libri sulle donne nell’antichità. Modera Marco Perinelli, archeologo e giornalista. Per “Incontri al circolo”, giovedì 29 settembre 2022, alle 17.30, nello storico locale del Circolo operaio nel quartiere di Santa Maria, “La legge della spada” con Andrea Rossini, esperto di scherma storica. Modera Maurizio Battisti, archeologo Fondazione Museo Civico di Rovereto. Per “Archeobook brunch”, sabato 1° ottobre 2022, alle 12, un momento informale immersi tra archeologia e libri nella sala bar del teatro Zandonai, “L’archeologia che riscrive il web” con Antonia Falcone, archeologa e autrice di “Archeosocial 2.0” (2018). Domenica 2 ottobre 2022, alle 12, nella sala bar del teatro Zandonai, “L’uomo preistorico era anche una donna” con Enza Elena Spinapolice, archeologa, insegna Preistoria e protostoria del Mediterraneo e Archeologia e culture del Paleolitico all’università di Roma La Sapienza.

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La copertina del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” di Maurizio Zulian e Graziano Tavan (Marsilio Arte)

A chiudere il programma degli incontri, domenica 2 ottobre 2022, al pomeriggio, l’appuntamento con Maurizio Zulian e Graziano Tavan, autori del volume sull’Egitto fresco di stampa “Nella terra di Pakhet”. Alle 17.30, al teatro Zandonai, Graziano Tavan intervista Maurizio Zulian sui viaggi compiuti per realizzare il volume “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” (Marsilio, 2022), con particolare attenzione alla zona di Amarna.

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Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Ma non è finita, al teatro Zandonai c’è un’ultima chicca nel programma del RAM 2022. Dopo la premiazione del film vincitore del premio del pubblico (i film premiati dalle giurie tecniche erano stati invece annunciati alle 10.30 nella sala bar del teatro Zandonai), anteprima assoluta fuori concorso del film “Afghanistan. Tracce di una cultura sfregiata” di Alberto Castellani (Italia, 2022, 52′), consulenza scientifica: Massimo Vidale, Anna Filigenzi, Luca Maria Olivieri, Mohammed Fahim Rahmi (vedi “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia | archeologiavocidalpassato).

Fermo. Le ricerche dell’università Federico II di Napoli e della soprintendenza hanno individuato un abitato dell’Età del Bronzo sul colle Girfalco

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Tracce dell’abitato dell’Età del Bronzo scoperto sul colle Girfalco di Fermo (foto unina)

Nuove scoperte a Fermo: un abitato dell’Età del Bronzo. Dal 18 al 31 luglio 2022 si è svolta una campagna di scavo archeologico sul fianco orientale del colle Girfalco a Fermo, nei pressi dell’abside della cattedrale di S. Maria Assunta. Lo scavo è stato condotto in regime di concessione ministeriale dal dipartimento di Studi umanistici dell’università di Napoli “Federico II” – Monte Sant’Angelo, diretto da Marco Pacciarelli, in stretta collaborazione con la soprintendenza per le provincie di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata (funzionario responsabile Federica Grilli).

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Frammento ceramico con la decorazione incisa o intagliata tipica della c.d. cultura appenninica (foto unina)

Le ricerche hanno permesso di mettere in luce e indagare una sezione stratigrafica in posto nella quale sono stati riconosciuti diversi strati, in prevalenza riferibili a un abitato della fase 3 della media Età del Bronzo (XIV secolo a.C.), e in parte forse al Neolitico (VI-inizi IV millennio a.C.). Gli strati hanno restituito molti frammenti ceramici, alcuni dei quali recanti la decorazione incisa o intagliata tipica della c.d. cultura appenninica, oltre a manufatti in selce e ossidiana, a resti di ossa animali, a carboncini, a semi, il cui studio permetterà, insieme all’analisi dei campioni pollinici e dei residui del contenuto organico dei vasi, di ottenere un’articolata ricostruzione dell’ambiente e delle attività economiche.

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Lo scavo archeologico sul colle Girfalco di Fermo (foto unina)

Le indagini hanno consentito di accertare la presenza di un abitato stabile dell’Età del Bronzo (e forse del Neolitico) sul colle del Girfalco – sito strategico di eccezionale rilevanza dal quale è possibile controllare un territorio molto vasto – che finora era stata solo ipotizzata in base al rinvenimento, avvenuto in passato, di frammenti ceramici in giacitura secondaria.

Roma. Scoperto un ponte romano di età imperiale sulla via Tiburtina durante i lavori di allargamento della strada: venuta alla luce la porzione centrale dell’arcata a tutto sesto del ponte

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La porzione centrale dell’arcata a tutto sesto del ponte scoperto sulla via Tiburtina (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

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Il cantiere di scavo sulla via Tiburtina dove è stato scoperto parte di un ponte romano (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

Gli operai e i tecnici della soprintendenza se ne sono subito resi conto: quei blocchi in travertino lavorati erano parte di una struttura antica. I resti di un ponte romano sono venuti alla luce durante le indagini archeologiche condotte sotto la direzione della soprintendenza Speciale di Roma per i lavori del Comune di Roma di allargamento della strada Tiburtina. La struttura, a una prima analisi di epoca imperiale, serviva all’antica Tiburtina ad attraversare il Fosso di Pratolungo.

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Gli incavi rettangolari usati per fissare i blocchi di travertino del ponte (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

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Frammenti del ponte romano scoperto sulla via Tiburtina (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

Gli scavi, condotti con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della soprintendenza Speciale di Roma, dalle archeologhe Stefania Bavastro e Mara Carcieri della Land srl, hanno messo in luce la porzione centrale dell’arcata a tutto sesto del ponte realizzata con possenti blocchi di travertino messi in opera a secco, fissati tra di loro mediante incavi rettangolari connessi a sporgenze dalle medesime caratteristiche e dimensioni e rinforzati esternamente da uno spesso strato di cementizio.

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Blocchi di travertino del ponte romano scoperto sulla via Tiburtina (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

“Roma ci sorprende sempre con la testimonianza della sua storia millenaria – ha dichiarato il soprintendente speciale Daniela Porro – Il ponte appena ritrovato ci mostra i resti di una pregevole opera dell’ingegneria romana e permetterà di comprendere meglio la topografia antica della zona e i suoi sviluppi nel corso dei secoli”.

Pantelleria. Inaugurate due mostre di tesori archeologici rispettivamente all’aeroporto e al museo Vulcanologico, in attesa di vederli esposti definitivamente nel Castello Medievale, interessato da lavori di messa in sicurezza

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La sala dell’aeroporto di Pantelleria allestita con reperti archeologici dell’isola (foto regione siciliana)

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Un momento dell’inaugurazione della sala-museo all’aeroporto di Pantelleria (foto regione siciliana)

I tesori archeologici dell’Isola di Pantelleria, recuperati durante gli scavi nell’Acropoli di San Marco, da sabato 6 agosto 2022 sono esposti nell’Aeroporto di Pantelleria, all’interno di un’ampia Sala già dedicata ai tesori sommersi recuperati dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Una seconda esposizione è allestita nei locali del museo Vulcanologico di Punta Spadillo con i reperti provenienti dal sito preistorico di Mursia. Le due esposizioni sono state inaugurate sabato 6 agosto 2022, alla presenza dell’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana Alberto Samonà, con una cerimonia che si è svolta prima all’aeroporto e poi al museo vulcanologico. Erano presenti, tra gli altri, il direttore del parco archeologico di Selinunte Cave di Cusa e Pantelleria, Felice Crescente; la direttrice del parco nazionale di Pantelleria, Sonia Anelli; il sindaco Vincenzo Campo.

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Le cosiddette Tre teste di Pantelleria, che raffigurano Giulio Cesare, l’imperatore Tito e Antonia Minore (foto regione siciliana)

L’allestimento nelle due strutture consente di esporre importanti reperti, liberando i locali del Castello Medievale di Pantelleria che saranno interessati da lavori di messa in sicurezza e di manutenzione straordinaria, offrendo ai turisti in visita nell’Isola e a tutti quanti l’opportunità di entrare immediatamente in contatto con il patrimonio culturale proveniente dal territorio. Un modo per stimolare la conoscenza dei luoghi da cui i reperti provengono. Tra quelli di maggiore interesse, nella sala dell’aeroporto, spiccano le Teste di Pantelleria, tre teste in marmo del I secolo d.C. rinvenute durante gli scavi nel sito di San Marco, i “ritratti imperiali” che raffigurano Giulio Cesare, l’imperatore Tito e Antonia Minore. Teste che da anni non venivano esposte. Il museo Vulcanologico ospita, invece, un’importante selezione di reperti ritrovati negli anni nel sito archeologico di Mursia. Per quest’ultimo allestimento, importante la collaborazione dell’archeologa Valeria Silvia che ha allestito uno spazio interamente dedicato al villaggio dell’Età de Bronzo di Mursia dove le vetrine presenti costituiscono una prosecuzione concettuale con le sale dedicate alla geologia.

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Veduta dall’alto del sito preistorico di Mursia a Pantelleria (foto regione siciliana)

“I reperti che esponiamo in questi due nuovi allestimenti”, sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, “ci danno la possibilità di far conoscere importanti testimonianze del patrimonio archeologico che offre Pantelleria, isola ricca di storia e custode di luoghi unici al mondo. Il parco archeologico di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria e la soprintendenza del Mare intendono valorizzare al massimo l’Isola e l’iniziativa che presentiamo è un tassello di questo lavoro che stiamo portando avanti”. E continua: “Naturalmente vocata al turismo e alla cultura per la sua storia, i suoi itinerari naturalistici e per il ricco patrimonio culturale, archeologico, etnoantropologico, paesaggistico e ambientale, l’Isola di Pantelleria è un unicum a livello mondiale da preservare e custodire. Questi reperti raccontano una storia antica e affascinante. Pantelleria è un’isola meravigliosa e vogliamo puntare sempre di più su cultura e turismo, nonostante gli sbarchi di migranti, che negli ultimi tempi si sono moltiplicati, destino non poca preoccupazione”. L’iniziativa è stata possibile anche grazie anche alla preziosa collaborazione dei responsabili delle missioni archeologiche presenti sull’isola, Maurizio Cattani e Thomas Schaeffer, che con la loro attività e competenza hanno contribuito ad offrire, attraverso l’esposizione, la possibilità di mostrare al pubblico, in una sede temporanea, testimonianza dei reperti più rappresentativi provenienti dagli scavi, nell’attesa di vederli nuovamente collocati nei locali del Castello Medievale, sede elettiva della loro esposizione.

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Un’anfora rinvenuta nelle acque di Pantelleria durante le ricerche di archeologia subacquea della soprintendenza del Mare (foto regione siciliana)

Importante sottolineare l’azione congiunta svolta dalle istituzioni dell’isola, in particolare l’Aeronautica Militare per il supporto tecnico-logistico, la Marina Militare per l’ospitalità offerta ai reperti da tenere in deposito, all’Enac che ha offerto la disponibilità di un locale di grande visibilità per l’esposizione dei reperti più significativi della soprintendenza del Mare di provenienza subacquea e del parco archeologico di Selinunte Cave di Cusa e Pantelleria provenienti dall’Acropoli di San Marco, nonché al parco nazionale con il quale è operativo già dallo scorso anno un protocollo di collaborazione e con il quale si è condiviso un percorso che ha portato alla musealizzazione temporanea nei locali del museo Vulcanologico di Punta Spadillo. Un prezioso contributo è stato fornito dal commissario del parco archeologico di Selinunte Cave di Cusa e Pantelleria, l’archeologo Roberto La Rocca.

Archeologia pubblica. In via delle Logge a Montorio (Vr) visita straordinaria al mosaico parte di una villa dell’epoca di re Teodorico, con presentazione dei lavori di scavo e di restauro prima della sua ricopertura. Le richieste e le curiosità della gente, le risposte di archeologi e restauratori. Ecco le interviste per archeologiavocidalpassato

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Tanti cittadini attorno alla trincea in via delle Logge a Montorio (Vr) a guadare il mosaico romano del V sec. d.C. (foto graziano tavan)

verona_montorio_presentazione-finale-mosaico_locandinaGuardano con attenzione la grande conchiglia che riprende i suoi vivaci colori grazie a un velo di acqua vaporizzata. Cercano di individuare i due delfini contrapposti e attorcigliati attorno a un tridente. Soprattutto non si capacitano che quel “tesoro” ritrovato tra le loro case, e che sentono come un proprio “bene” debba essere ri-sepolto. Forse per sempre. Attorno a quello che fino a qualche decennio fa sarebbe stato considerato un “buco” in mezzo alla strada che creava solo problemi e disagi, e quei lacerti di mosaico quattro pietre senza valore “con tutti quelli che già ci sono in giro”. Invece venerdì 5 agosto 2022 attorno a quella trincea aperta per la posa di nuove tubature del gas in via delle Logge a Montorio, frazione di Verona sulle colline a Nord-Est della città, c’erano veramente tanti cittadini richiamati dall’opportunità data dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona della “apertura straordinaria del mosaico di via delle Logge a Montorio con presentazione dei lavori di scavo archeologico e restauro”, prima di essere ricoperto.

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La conchiglia rappresentata sul mosaico romano del V sec. d.C. riaffiorato in via delle Logge a Montorio (Vr) durante la posa delle condotte del gas (foto graziano tavan)

Il mosaico a soggetto marino era stato rinvenuto nella primavera 2022 durante i lavori di posa delle nuove tubature del gas da parte di Agsm-Aim (vedi Verona. Durante la posa di condotte del gas, scoperto nella frazione di Montorio un prezioso mosaico romano del 500 d.C. parte di un’enorme villa appartenuta forse allo stesso re Teodorico: l’area è nota per i mosaici già conservati al museo del Teatro romano e nei depositi della soprintendenza | archeologiavocidalpassato).

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La trincea aperta in via delle Logge a Montorio per la posa di nuove condotte del gas portando alla luce parte di un mosaico di una ricca villa romana del V sec. d.C. (foto graziano tavan)

E probabilmente non era stata del tutto una sorpresa. Tutta la frazione di Montorio è nota agli archeologi perché ricca di manufatti e ritrovamenti di epoca romana e per questo la zona è vincolata: reperti da Montorio e, in particolare, da un’enorme villa appartenuta a famiglie di alto rango, forse allo stesso re Teodorico, sono conservati al museo civico Archeologico al Teatro Romano di Verona e nei depositi della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza. E il lacerto di mosaico romano di via delle Logge, databile intorno al 500 d.C., apparterrebbe proprio a questa villa legata, con ogni probabilità alla gestione delle acque di cui la zona è ricchissima, ipotesi che sarebbe indirettamente confermata dal soggetto marino dei mosaici: a Montorio ci sono infatti le risorgive, e da qui partiva in epoca romana anche un acquedotto che serviva la città di Verona.

Il mosaico di via delle Logge, una storia tutta da scrivere. A raccontarne ad archeologiavocidalpassato.com qualche capitolo, dalla sua scoperta al restauro conservativo, è l’archeologo Davide Brombo, della Ar.Tech. che ha curato le indagini archeologiche su concessione della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza.

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Mosaico romano di via delle Logge a Montorio (Vr): dettaglio dei due delfini contrapposti e attorcigliati attorno al tridente (foto graziano tavan)

La presenza di un archeologo era prevista nel cantiere perché in una zona “sensibile”. E le aspettative non sono rimaste deluse: individuati lembi di pavimenti appartenenti allo straordinario complesso residenziale fortificato tardo-antico noto sin dall’800. Grazie al finanziamento della ditta che eseguiva la posa delle condotte è stati possibile allargare la trincea e mettere in sicurezza il mosaico, in modo da poterlo ricoprire in modo corretto e sicuro. “Purtroppo – spiega Brombo – non è possibile lasciarlo alla visione del pubblico. Ci sono problemi tecnici. Non si può ricoprire con un vetro, perché – come successo altrove – dopo un po’ non sarebbe più visibile e comunque richiederebbe una manutenzione impegnativa. Non si può proteggere con una copertura perché la pendenza della strada comporterebbe l’allagamento del mosaico e quindi la necessità di installare pompe molto costose in rapporto alle dimensioni del mosaico. Non si po’ strappare, perché l’operazione richiederebbe degli spazi liberi attorno al mosaico che non esistono e soprattutto per la presenza si sottoservizi in eternit”.

Un restauro di conservazione per il futuro. Perché restaurare se poi il mosaico viene ricoperto? A spiegarlo ad archeologiavocidalpassato.com è la restauratrice Maria Chiara Ceriotti, del Consorzio Arkè di Roma – servizi di restauro di opere d’arte, che ha diretto le operazioni di messa in sicurezza.

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Dettaglio del mosaico romano di via delle Logge a Montorio (Vr) dopo i lavori di messa in sicurezza da parte dei restauratori (foto graziano tavan)

“C’è stata una leggera pulitura della superficie – spiega la restauratrice -, si è rimossa il più possibile la terra di scavo, e poi si è provveduto a un consolidamento con malte idrauliche di tutti i distacchi tra le tessere e lungo i bordi. Questo mosaico è particolarmente frammentato nella sua parte più stretta e quindi l’intervento è stato estremamente puntuale. Le lacune sono state colmate con stuccature o con il ricollocamento di tessere trovate sparse nel corso dello scavo. Il riposizionamento delle tessere metter maggiormente in sicurezza il mosaico. Purtroppo questo mosaico sarà ricoperto. Speriamo comunque di aver fatto un lavoro estremamente curato in modo che chi in futuro vorrà indagare ancora in questa zona lo ritrovi nella migliore condizione possibile”.

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Dettaglio delle decorazioni del mosaico romano del V sec. d.C. di via delle Logge a Montorio (Vr) (foto graziano tavan)

Bell’esempio di archeologia pubblica. Davide Brombo non si è risparmiato e per tutto il pomeriggio ha risposto alle domande, ai dubbi, alle curiosità sollevate dai cittadini presenti attorno allo scavo. E poi ha regalato una piccola “lezione” riassuntiva di quanto fatto in quattro mesi, cercando di dare una risposta convincente alle varie problematiche emerse.

Pompei. Nella Domus del Larario (Regio V) scoperti gli arredi abbandonati durante l’eruzione del Vesuvio: piatti, vasi, anfore, oggetti in vetro e terracotta lasciati in bauli e armadi, e ancora un prezioso bruciaprofumi decorato, e sette tavolette cerate. Una fotografia della Pompei del ceto medio

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La stanza arredata scoperta all’interno della Domus del Larario, nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)


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Archeologi e restauratori all’opera nella stanza arredata scoperta nella Domus del Larario della Regio V di Pompei (parco archeologico di pompei)

Piatti, vasi, anfore, oggetti in vetro e terracotta lasciati in bauli e armadi, e ancora un prezioso bruciaprofumi decorato, e il gruppo unico di sette tavolette cerate raccolte da un cordino: sono stati abbandonati frettolosamente duemila anni fa, nel 79 d.C., dagli abitanti della Casa del Larario che cercavano di mettersi in salvo da quella pioggia incandescente di cenere e lapilli che il Vesuvio stava riversando su Pompei. La vita sembra essersi fermata, come in uno scatto fotografico: e ora, poco a poco, torna a riaffiorare con gli strumenti degli archeologi moderni nello scavo stratigrafico. È l’ultima scoperta di Pompei nell’area nord nella cosiddetta Regio V, uno dei grandi quartieri della città antica, già interessata da scavi nel 2018, nell’ambito del più ampio intervento di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo lungo il perimetro del l’area non scavata della città, previsto dal Grande Progetto Pompei.

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Un portalucerna rinvenuto nella stanza arredata scoperta all’interno della Domus del Larario, nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

“Pompei davvero non finisce di stupire”, commenta il ministro per la Cultura, Dario Franceschini, “ed è una bellissima storia di riscatto, la dimostrazione che quando in Italia si lavora in squadra, si investe sui giovani, sulla ricerca e sull’innovazione si raggiungono risultati straordinari”. “Pompei è una scoperta continua”, sottolinea Massimo Osanna, direttore generale dei Musei. “Ma soprattutto si conferma essere un inesauribile laboratorio di studio e ricerca, che consente di non mettere mai un punto finale alla ricerca, ma al contrario di aggiungere nuovi dati alla storia della città. Il Grande progetto Pompei, con il quale attraverso superiori esigenze di tutela si sono determinati altri scavi, ha consegnato al Parco archeologico un’esperienza e una metodologia che oggi viene perseguita in un regime ordinario, nell’ambito del quale continuano a emergere eccezionali risultati”.

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Serpenti agatodemoni e pavoni popolano il larario scoperto negli scavi della Regio V a Pompei (foto di Ciro Fusco)

Le ricerche nella Regio V. In quest’area, con accesso dal vicolo di Lucrezio Frontone, nel 2018 emerse un lussuoso larario riccamente decorato. Si tratta di un ambiente adibito al culto, che presentava su una parete una nicchia sacra ai “Lari”, numi tutelari della casa e al di sotto due grandi serpenti “agatodemoni” (demone buono), simbolo di prosperità e buon auspicio. E tutt’intorno pareti dipinte con paesaggi idilliaci e una lussureggiante natura con piante e uccelli e su un lato una intera parete con scene di caccia su fondo rosso (vedi Dalla Regio V di Pompei emerge un sontuoso larario popolato di serpenti agatodemoni e pavoni, con decori floreali e scene di caccia: è tra le nuove scoperte che il ministro Bonisoli potrà ammirare nella sua visita ufficiale agli scavi | archeologiavocidalpassato).

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Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, nella stanza arredata scoperta nella Domus del Larario della Regio V di Pompei (foto Cesare Abbate)

Nel 2021 un progetto di scavo e di restauro del parco archeologico di Pompei, ha previsto l’estensione dell’indagine archeologica degli ambienti superiori al primo livello e quelli del piano terra, posti di fronte al larario, addivenendo alla scoperta di stanze (due sopra e due sotto) che celavano ancora diversi arredi, di cui è stato possibile realizzare i calchi, e di oggetti di uso quotidiano. Gruppo di lavoro è composto da Maria Rispoli, archeologo (rup); Raffaele Martinelli, architetto (direttore dei lavori); Antonino Russo, archeologo (direttore operativo); Vincenzo Calvanese, ingegnere (direttore operativo); Raffaella Guarino (direttore operativo restauri), Paola Sabatucci, restauratrice; Angelo Capasso, geometra; impresa Ingg. Mario e Paolo Cosenza srl; Bruno Baglivo e Francesca Longobardo, collaboratori archeologi; e Roberta Prisco, restauratrice.

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Il calco del baule rinvenuto nella stanza arredata della Domus del Larario nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

“Nell’impero romano c’era un’ampia fetta della popolazione che lottava per il proprio status sociale e per cui il ‘pane quotidiano’ era tutt’altro che scontato”, spiega il direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel. “Un ceto vulnerabile durante crisi politiche e carestie, ma anche ambizioso di salire sulla scala sociale. Nella Casa del Larario a Pompei, si riuscì a far adornare il cortile con il larario e con la vasca per la cisterna con pitture eccezionali, ma evidentemente i mezzi non bastavano per decorare le cinque stanze della casa, una delle quali fungeva da deposito. Nelle altre stanze, due al piano superiore e raggiungibili tramite un soppalco, abbiamo trovato un misto di oggetti, alcuni di materiali preziosi come il bronzo e il vetro, altri di uso quotidiano. I mobili di legno di cui è stato possibile eseguire dei calchi sono di estrema semplicità. Non conosciamo gli abitanti della casa ma sicuramente la cultura dell’ozio a cui si ispira la meravigliosa decorazione del cortile per loro era più un futuro che sognavano che una realtà vissuta”.

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Piattini e ampolline rinvenuti nella stanza arredata della Domus del Larario nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Gli ambienti del piano inferiore, interamente arredati. Gli archeologi hanno recuperato l’intero arredo della stanza, in quanto i vuoti creatisi in fase di scavo nella cinerite, hanno consentito l’esecuzione dei calchi del mobilio (la tecnica prevede che il gesso liquido venga versato nei vuoti restituendo le forme degli oggetti o dei corpi, una volta consolidatosi).

La stanza da letto. Una delle stanze presenta un letto, di cui si conservano parti del telaio, nonché il volume del cuscino, di cui è ancora visibile la trama del tessuto. La tipologia del letto è identica a quella dei tre letti scoperti l’anno scorso nella villa di Civita Giuliana nella “Stanza degli schiavi”: si tratta di una brandina estremamente semplice, priva di elementi di decorazione, smontabile e senza materasso; ci si stendeva su una rete di corde, delle quali si conservano tracce nel calco realizzato, e su un tessuto poggiato al di sopra di essa. Accanto ad esso un baule ligneo bipartito, lasciato aperto nel momento della fuga e su cui sono crollati travi e tavole del solaio soprastante. Il baule conservava un piattino in sigillata ed una lucerna a doppio beccuccio con bassorilievo raffigurante la trasformazione di Zeus in aquila. Accanto ad esso, un tavolino circolare a tre piedi con sopra ancora una coppa in ceramica contenente due ampolline in vetro, un piattino in sigillata e un altro piattino in vetro. Ai piedi del tavolino, un’ampolla in vetro e brocchette ed anforette che testimoniano un uso quotidiano della stanza. Il mobilio e le forme ceramiche sono stati trovati nella posizione in cui dovevano essere nel momento della fuga, restituendoci una fotografia di quell’istante.

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L’armadio (visto dall’alto) rinvenuto nella stanza-deposito della Domus del Larario nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Il deposito con l’armadio ligneo. L’altro ambiente scavo sembra essere un locale deposito o magazzino. È l’unico degli ambienti a non avere le pareti intonacate ed anche il piano pavimentale è semplice terreno battuto. È stato possibile realizzare due calchi, di cui uno ha restituito la forma appena percepibile di uno scaffale in cui l’anforame era stipato, mentre il secondo ha restituito un accumulo di fasciame ligneo legati da corde. Assi di legno di essenze diverse, con diverso taglio e rifiniture, probabilmente per usi disparati, dal mobilio a lavori di riparazione su edifici domestici e di servizio.

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Brocchette, anforette e piatti in vetro affiorano sulla mensola superiore dell’armadio ligneo della stanza-deposito della Domus del Larario nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

L’armadio ligneo. Del tutto sorprendente è invece ciò che è stato possibile recuperare all’esterno dell’ambiente, nell’angolo sud del breve disimpegno, di fronte alla cucina. Conservatosi all’interno della cinerite, si è messo in luce un armadio ligneo con almeno quattro ante. La parte superiore del mobile e gli sportelli anteriori sono risultati compromessi dal crollo del solaio soprastante, con tegole, pavimenti ed intonaci che ne hanno sventrato i livelli superiori di cui però sono comunque percepibili le forme sul muro retrostante. Si tratta di un mobile di circa 2 m di altezza, con almeno cinque ripiani. Su quello più in alto sono stati rinvenuti brocchette, anforette e piatti in vetro, mentre è tuttora in corso lo scavo dei livelli inferiori.

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Il bruciaprofumi in forma di culla rinvenuto nelle stanze al piano superiore della Domus del Larario nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)


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Calco delle tavolette cerate: gruppo di sette trittici, legati tra essi da un cordino sia in senso orizzontale che verticale (foto parco archeologico di pompei)

Gli ambienti del piano superiore: le tavolette cerate, il bruciaprofumi. Gli ambienti superiori sono stati scavati per prima, tuttavia i materiali rinvenuti sono stati prevalentemente ritrovati in fase di caduta nella volumetria degli ambienti sottostanti. Tra questi di gran valore documentario è il piccolo calco delle tavolette cerate. Un unicum per la tipologia di ritrovamento, che ne ha permesso di realizzare il primo esemplare di calco, che ne consente la perfetta restituzione della volumetria e dei dettagli. Si tratta di un gruppo di sette trittici, legati tra essi da un cordino sia in senso orizzontale che verticale. Il polittico doveva probabilmente essere conservato su qualche scaffale, unitamente ad altri oggetti in ceramica e in bronzo. Contenute all’interno di un grosso armadio, crollato durante l’eruzione, sono inoltre state recuperate diverse forme ceramiche d’uso comune, da cucina e da mensa, ma anche forme in sigillata (tipo di ceramica romana fine da mensa) ed in vetro, molto ben conservate. A queste si affianca un piccolo set di forme in bronzo, tra cui spicca una ben conservata pelvis (bacile) con fondo perlinato ed anse con attacchi a palmette. Con essa anche due brocche bronzee, una delle quali con ansa con applique sormontante a forma di sfinge ed attacco inferiore a testa leonina. Oltre alle forme metalliche, anche il ritrovamento di un bruciaprofumi in forma di culla, in ottimo stato conservativo, con la decorazione pittorica policroma perfettamente conservata che ancora mostra i dettagli di labbra, barba e capigliatura del soggetto maschile e decorazione geometrica sull’esterno.

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L’incannucciata contenuta nel cuore della malta del controsoffitto della stanza alle spalle della Domus del Larario nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

L’ambiente alle spalle della Domus del Larario. Alle spalle della Domus del Larario, infine, è stato indagato un ambiente pertinente ad un’altra unità abitativa., che ha restituito il parziale crollo del controsoffitto in cui, attraverso la tecnica dei calchi in gesso, è stato possibile recuperare il volume dettagliato dell’incannucciata contenuta nel cuore della malta del controsoffitto. Sono visibili i diversi fasci di sottili cannucce, legate tra loro da un sottile cordino e rivestite da una garza che le isolava dalla malta umida. Con la medesima tecnica, è stato successivamente possibile ottenere i calchi di ciò che al momento sembra una boiserie lungo le pareti nord, est e sud della stanza. Alcuni pannelli presentano una decorazione incisa a cassettoni mentre altri restituiscono una decorazione ad intarsio con l’inserimento di piccoli e sottili elementi in osso, alcuni dei quali fortunatamente ancora nella loro collocazione originaria.

Archeologia subacquea in laguna di Venezia. Il team di Ca’ Foscari ha scoperto a Lio Piccolo, nel sito della villa romana, una vasca per l’acquacoltura dei molluschi con le ostriche di duemila anni fa eccezionalmente conservate

Gusci di ostriche di duemila anni fa a un metro e mezzo di profondità nella laguna di Venezia, in una vasca che probabilmente serviva per conservare i prelibati molluschi prima di essere degustati. Siamo nel sito lagunare di Lio Piccolo, nel comune di Cavallino Treporti, scoperto quasi venti anni fa dall’archeologo amatore Ernesto Canal. E l’ipotesi preliminare su cui sta lavorando il team interdisciplinare impegnato nei giorni scorsi nella seconda campagna di scavo archeologico subacqueo è che la struttura detta “Villa romana di Lio Piccolo” era dotata di piscine per l’acquacoltura, in particolare di ostriche. Le indagini sono state dirette da Carlo Beltrame, professore associato di archeologia marittima del Dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari Venezia, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. Il progetto di indagine, pluriennale, ha coinvolto anche studenti e studentesse con idoneo brevetto di subacqueo, che hanno avuto l’occasione di formarsi in condizioni di sicurezza. Inoltre, hanno partecipato l’impresa Idra di Venezia; Paolo Mozzi, geomorfologo e geoarcheologo del Dipartimento di Geoscienze dell’università di Padova; e Elisabetta Boaretto, specialista in analisi al radiocarbonio del Weizmann Institute di Rehovot (Israele).

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Le ostriche di duemila anni fa ritrovate sul fondo della vasca in mattoni per l’acquacoltura nel sito della villa romana di Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

“Nel mondo romano”, spiega Carlo Beltrame, “le ostriche erano molto apprezzate e allevate, anche se forse già adulte, in Gallia e nella penisola italiane. Come ricorda Cicerone, famose erano quelle allevate nel Lago Lucrino da Sergio Orata. Gli autori antichi ci parlano anche delle ostriche dell’Istria ma non menzionano Altino, dove però ostriche sono emerse da vari scavi della città romana. Non stupisce quindi trovarle a Lio Piccolo, ossia in una località che in età romana doveva essere in prossimità del litorale, in condizioni ideali per la loro crescita”.

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Ricerche subacquee dei ricercatori dell’università Ca’ Foscari nel sito della villa romana di Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

La prima campagna si era svolta esattamente un anno fa e aveva permesso di mettere in luce alcune strutture murarie e palificate segnalate da Canal a poche decine di metri dall’argine di Lio Piccolo lungo Canale Rigà. Questa nuova breve campagna ha permesso di chiarire l’interpretazione e la datazione di quanto visto nel 2021. Il fondale conserva una vasca in mattoni sesquipedali di forma rettangolare databile, anche sulla base di analisi al radiocarbonio, al 1° e 2° secolo d.C. In età romana, la struttura era sommersa e serviva per la conservazione, forse poco prima della consumazione, di ostriche. Questi molluschi si sono infatti eccezionalmente conservati sul fondo della vasca. Le ostriche verranno ora studiate da Davide Tagliapietra di Cnr-Ismar. La presenza di un gargame in legno, che doveva suddividere lo spazio per mezzo di una saracinesca, fa pensare peraltro che questa non fosse l’unica specie ospitata nella vasca.

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Spalletta della vasca in mattoni usata duemila anni fa per l’acquacoltura delle ostriche a Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

Ostriche e affreschi per una villa di pregio. Gli studiosi hanno rinvenuto delle strutture fondazionali ad una profondità minore rispetto al livello del medio mare. Si tratta di fitte palificate infisse su un fondale argilloso compatto che sostenevano dei camminamenti in mattoni rivestiti di cocciopesto. Numerosi resti di affreschi di pregio, in corso di analisi ad opera di Alessandra De Lorenzi, chimico-fisica dell’ateneo veneziano, e di mosaici bianchi e neri completano il quadro. Secondo l’ipotesi preliminare del team di studiosi, ci troviamo di fronte a una villa marittima di un certo livello dotata di piscine per l’allevamento ittico. L’applicazione, in via sperimentale, della tecnica fotogrammetrica subacquea, condotta da Elisa Costa, assegnista di ricerca del Dipartimento di Studi umanistici dell’ateneo veneziano, sta dando ottimi risultati anche in queste acque a bassissima visibilità permettendo di documentare al meglio le strutture sommerse individuate.

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Pali di fondazione e resti di pavimento in mattoni nel sito della villa romana di Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

Il progetto riguarda la portualità di Altino. Questo sito si inserisce nel progetto di archeologia dei paesaggi lagunari condotto da Carlo Beltrame in collaborazione con Paolo Mozzi e incentrato sulla ricostruzione della dimensione portuale di Altino. Negli ultimi due anni sono già stati oggetto di indagine il cosiddetto torrione romano, dimostratosi in realtà una cisterna di tipologia estremamente simile a quelle “alla veneziana” come quella, già nota, di Ca’ Ballarin (molto vicina alla villa di Lio Piccolo). È stato inoltre indagato un piccolo molo in opera pozzolanica, sempre di età imperiale romana, forse di servizio alla cisterna di Ca’ Ballarin, anch’esso a poche centinaia di metri dalla villa romana. Parte integrante del progetto sono anche le ricerche “terrestri” sull’area del porto urbano di Altino in località Vallerossa dove è stata indagata la grande darsena ad elle, di un ettaro di superfice, collegata al Sioncello, già nota da precedenti ricerche del Dipartimento di Geoscienze dell’ateneo patavino. “Le quote di giacitura di queste strutture sommerse – conclude Beltrame – sono preziosissimi markers per studiare il fenomeno dell’innalzamento relativo del livello del mare nelle sue due componenti eustatiche (innalzamento o abbassamento a scala globale del livello medio dei mari, non dipendente cioè da fenomeni locali) e di subsidenza regionale che, sommate, hanno portato gli edifici romani ad una sommersione di oltre due metri rispetto al livello del medio mare attuale”.

Stintino. Al museo della Tonnara conferenza dell’archeologa e giornalista Valentina Porcheddu su “Scoperte eccezionali. L’archeologia raccontata sui giornali”

stintino_museo-tonnara_scoperte-eccezionali_conferenza-porcheddu_locandina“Scoperte eccezionali. L’archeologia raccontata sui giornali” è il titolo della conferenza che Valentina Porcheddu tiene sabato 30 luglio 2022, alle 19, al museo della Tonnara di Stintino (Ss). Valentina Porcheddu, archeologa e giornalista che da dieci anni collabora con il quotidiano nazionale Il Manifesto, affronta il tema del giornalismo correlato alle scoperte archeologiche e mostra con quali contenuti e linguaggio, sulla carta stampata e sui magazine online, vengono portate all’attenzione del pubblico le scoperte archeologiche. Attraverso una panoramica delle recenti scoperte “eccezionali” effettuate in Italia – dalla Sardegna a Pompei – ma anche in Grecia, si parlerà del sensazionalismo e di come questo fenomeno sempre più dilagante distorca la realtà dei rinvenimenti, contribuendo a diffondere una falsa immagine del lavoro dell’archeologo e spesso mistificando la Storia. Uno spazio verrà dedicato anche alla distruzione dei siti archeologici del Medioriente, in particolare Palmira, durante l’occupazione della Siria e dell’Iraq da parte dello Stato Islamico, allo scopo di mostrare come, anche in quel caso, una narrazione priva di un rigoroso controllo delle fonti abbia alimentato la propaganda politica delle parti in conflitto.

Lombardia. Emergenza siccità anche per i beni culturali: messe in sicurezza due imbarcazioni antiche emerse dal fiume Oglio e manufatti lignei di altri siti tra Cremona e Mantova. Individuata una palafitta dell’Età del Bronzo

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Messa in sicurezza di due piroghe medievali sul fiume Oglio a isola Dovarese (Cr) (foto sabap-cr-mn)

Messe in sicurezza due piroghe medievali emerse dal fiume Oglio in secca. Il protrarsi della siccità che nel corso di questa estate ha colpito la Lombardia, tra gli altri consistenti danni, ha causato l’affioramento dall’alveo dei fiumi di strutture, reperti archeologici e manufatti antichi. La situazione di emergenza per la tutela è collegata non solo al rischio che i materiali vengano raccolti da soggetti non autorizzati, ma anche all’esposizione al sole che ne mette a repentaglio la conservazione, in particolare per i reperti lignei. È il caso di due imbarcazioni antiche, emerse dal fiume Oglio nel territorio di Isola Dovarese (CR), poco a valle del ponte “Tre martiri”. Si tratta di due piroghe, vale a dire imbarcazioni monossili ricavate da un unico tronco d’albero scavato, risalenti all’epoca medioevale. Di particolare rilievo risulta una delle due, della lunghezza di 11.50 m, perché presenta anche alcune costolature di rinforzo interne, raramente attestate fino a oggi.

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Messa in sicurezza di una piroga medievale a Isola Dovarese (Cr) (foto sabap-cr-mn)

In seguito alla segnalazione dei volontari Auser (ex gruppo dell’ecomuseo di Isola Dovarese) e del sindaco di Isola Dovarese, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Cremona Lodi e Mantova, stanziando parte dei fondi destinati alla tutela per il 2022, ha diretto un progetto di messa in sicurezza dei due scafi, consistente nel riseppellimento in alveo, una volta eseguita la documentazione e la campionatura dei manufatti.

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Una fase della messa in sicurezza della piroga a Isola Dovarese (Cr) (foto sabap-cr-mn)

La delicata operazione, che ha avuto luogo il giorno 18 luglio 2022, progettata dallo Studio Associato di Ricerca Archeologica di Gattico (No) con l’intervento degli archeologi Fausto Simonotti, Andrea Montrasi e Alice Lucchini, dottoranda dell’università Ca’ Foscari di Venezia specializzata in questo tipo di evidenze, con il supporto tecnico della ditta Olli Scavi srl, è stata resa possibile dalla collaborazione di diversi soggetti, quali AIPO-ufficio di Mantova, il Parco Oglio sud, il Consorzio di Bonifica Navarolo, i gestori della centrale idroelettrica di Isola facenti capo alla FENENERGIA spa, il sindaco Gianpaolo Gansi di Isola Dovarese e i volontari Auser Rino Piseroni, Mauro Bernieri, Ferruccio Minuti, Pierluigi Migliorati e Luciano Sassi.

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Dalle acque del fiume Oglio è affiorata una piroga medievale (foto sabap-cr-mn)

Parallelamente a questa, altre situazioni di affioramento sono state segnalate contemporaneamente alla Soprintendenza nella zona: a Piadena (CR) e ad Acquanegra sul Chiese (MN) altre imbarcazioni monossili e a fasciame sono parzialmente emerse dall’acqua, ma, a differenza di quelle di Isola Dovarese, il livello raggiunto dal fiume non ne pregiudicava la conservazione.

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Palificazioni emerse in comune di Calvatone (Cr), presso la riva di un’ansa fluviale immediatamente a monte dell’oasi WWF “Le Bine” (foto sabap-cr-mn)

Più complesso è apparso invece il contesto individuato in comune di Calvatone (CR), presso la riva di un’ansa fluviale immediatamente a monte dell’oasi WWF “Le Bine”. La segnalazione, trasmessa dall’associazione Klousios – Centro Studi e ricerche basso Chiese, della presenza di una serie di palificazioni emerse dall’acqua e di abbondante materiale ceramico, ha permesso alla Soprintendenza di attivare la protezione del sito, con il coinvolgimento del sindaco di Calvatone, Valeria Patelli, del Comando Stazione Carabinieri di Piadena, del Comando Compagnia Carabinieri Casalmaggiore e l’aiuto nella sorveglianza di vari cittadini di Calvatone, Enrico Tavoni, Massimiliano Seniga, Francesco Cecere e dell’ispettrice onoraria e collaboratrice della Soprintendenza Daniela Benedetti.

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Imbarcazione a fasciame emersa in comune di Calvatone (CR), presso la riva di un’ansa fluviale immediatamente a monte dell’oasi WWF “Le Bine” (foto sabap-cr-mn)

L’indagine archeologica condotta ha permesso di rilevare e posizionare una struttura composta da un centinaio di pali lignei, che vanno a comporre una piattaforma quadrangolare a centro fiume collegata alla riva da due pontili. Nei pressi è stata reperita un’imbarcazione a fasciame, ancora per la maggior parte interrata. La presenza di materiale ceramico di diverse cronologie, collegata allo scorrimento del fiume, non permette di datare con sicurezza la struttura, già individuata nel 2003 e allora interpretata come una palafitta ascrivibile ad un periodo compreso tra l’età del Bronzo Antico Finale e il periodo centrale del Bronzo Medio. Le campionature effettuate dai pali permetteranno tramite analisi dendrocronologiche e con l’utilizzo del C14 di comprendere meglio la datazione e il significato del contesto, che risulta in ogni modo di straordinaria rilevanza.