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Roma. All’Archivio centrale dello Stato apre la mostra fotografico-documentaria “Italia-Libia: i luoghi dell’archeologia. Dagli archivi all’impegno sul campo” che racconta 70 anni di missioni archeologiche italiane in Cirenaica, Tripolitania, Fezzan a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso col contributo delle fonti archivistiche

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Locandina della mostra fotografico-documentaria “Italia-Libia: i luoghi dell’archeologia. Dagli archivi all’impegno sul campo”: all’Archivio centrale dello Stato dal 9 al 30 giugno 2022

I paesaggi archeologici della Libia, che coincidono con i luoghi dove ancora oggi sono attive le missioni operanti in seno al Dipartimento di Antichità della Libia (DoA), rappresentano un patrimonio che negli anni dell’occupazione italiana della Libia (1911-1943) si è prestato a lungo a narrazioni retoriche con finalità apertamente propagandistiche. A partire dagli anni Cinquanta il confronto con questa eredità si è espresso in un dialogo sempre più costruttivo tra il DoA e le missioni archeologiche italiane: il processo di rinnovamento è stato segnato da ricerche che esulano totalmente dalla tradizione coloniale e che sono ancora oggi sostanziate dal proficuo scambio con altre missioni straniere presenti in Libia. La ricerca archeologica, senza dimenticare il passato – le fonti documentarie sono lì a ricordarlo – si presenta oggi totalmente rinnovata negli obiettivi, nelle metodologie e nell’assunzione di nuove responsabilità sotto il segno di una nuova cooperazione. Giovedì 9 giugno 2022, alle 9.30, a Roma. all’Archivio centrale dello Stato, verrà inaugurata la mostra fotografico-documentaria “Italia-Libia: i luoghi dell’archeologia. Dagli archivi all’impegno sul campo” organizzata dall’Archivio centrale dello Stato, l’ISMEO e la Fondazione MedA col patrocinio del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. Con l’occasione sarà presentato il catalogo della mostra “Libia-Italia: un’archeologia condivisa” (Tripoli, 22 settembre-22 dicembre 2021). Il programma. Dopo i saluti istituzionali, intervengono: alle 10.15, Mohamed Faraj al-Faloos, presidente Dipartimento di Antichità della Libia; 10.30, Giorgio Sobrà, Istituto centrale per il restauro – MiC; 10.45, Mirco Modolo, Archivio Centrale dello Stato – MiC; 11, Mustafa A. Turjman, Dipartimento Antichità della Libia; 11.15, Bashir O. Galgham, Dipartimento Antichità della Libia. Presentazione catalogo mostra “Libia-Italia: un’archeologia condivisa” (Tripoli: 22 settembre-22 dicembre 2021); 12, Andrea Manzo, ISMEO; 12.30, Emanuele Papi, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene. A seguire: visita alla mostra e buffet. La mostra è allestita nell’atrio della sede monumentale di piazzale degli Archivi e si propone il duplice scopo di raccontare 70 anni di missioni archeologiche italiane in Cirenaica, Tripolitania, Fezzan a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso e di mettere in evidenza il ruolo delle fonti archivistiche per ricostruire la storia della ricerca archeologica italiana in Libia. Ne sono un esempio i fondi archivistici dell’Archivio centrale dello Stato e le fotografie della Biblioteca IsIAO (Biblioteca nazionale centrale di Roma), che aprono il percorso espositivo. La mostra resterà aperta al pubblico, con accesso gratuito, dal 9 al 30 giugno 2022, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 18.

Belgrado. Alla XXII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico l’Italia – il Paese ospite – è presente con quattro film portati dall’IIC di Belgrado grazie alla collaborazione del RAM film festival

La locandina della XXII rassegna internazionale del cinema archeologico di Belgrado

Dal 20 al 26 maggio 2022, il museo nazionale di Belgrado ospita nell’atrio la XXII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Belgrado, organizzata dal museo nazionale di Belgrado in collaborazione con principali istituzioni culturali serbe e internazionali attive nella capitale serba. La Rassegna offre agli esperti del settore e al vasto pubblico di appassionati la possibilità di conoscere le produzioni più recenti nel settore dell’archeologia e delle discipline affini. Nei sette giorni di programmazione saranno 31 i film proposti da dieci Paesi diversi, tra cui l’Italia. Proprio grazie all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, uno dei principali promotori della Rassegna fin dalla prima edizione, l’Italia, Paese ospite di questa edizione, presenta quattro documentari messi a disposizione dell’IIC Belgrado dai loro autori con la preziosa collaborazione del RAM film festival della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Ad inaugurare la Rassegna venerdì 20 maggio alle 18.30 sarà il documentario “Langobardi Alboino e Romans” (2021) di Simone Vrech. Seguiranno nei giorni successivi: sabato 21, “Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Scrigno di civiltà” (2021) di Laura Pintus, lunedì 23, “Etiopia. “Lontano” lungo il fiume” (2021) di Lucio Rosa e giovedì 26 maggio chiuderà la rassegna “Agalma” (2020) di Doriana Monaco. Tutti i documentari saranno presentati in versione originale italiana, con sottotitoli in lingua serba.

Venerdì 20 maggio: “Langobardi Alboino e Romans” di Simone Vrech (Italia, 2021; 53’). Produzione: Matteo Grudina. Un innovativo docufilm sul mondo longobardo che, attraverso un equilibrio tra cinema e divulgazione storica ed archeologica, racconta la storia del re Alboino, dell’arrivo del popolo longobardo nella penisola italiana, e della nascita del villaggio di Romans, importante presidio militare friulano che ci ha restituito una delle più grandi necropoli longobarde d’Italia. Nell’anno 551, dopo una grande vittoria contro i Gepidi, emerge la figura dell’eroe Alboino che da quel momento entra nella storia. Seguiranno anni di gloria e di imprese fino a giungere al suo destino fatale a Verona nel 572 ed alla nascita del suo mito. Nel mezzo delle vicende di questo re leggendario verranno mostrate immagini innovative e dal forte impatto emozionale, dove si vedrà come viveva il popolo longobardo a Romans, un importante crocevia della pianura friulana dove uomini e donne svilupparono un villaggio che ancor oggi esiste.

Sabato 21 maggio: “Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Scrigno di civiltà” di Laura Pintus (Italia, 2021; 52’). Produzione: Rai – Tg2. Tra capolavori dell’arte e siti archeologici, i miti della Magna Grecia riemergono nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il direttore Paolo Giulierini mostra alle telecamere del Tg2 i gioielli del più importante museo per l’archeologia classica al mondo, tra cui il celeberrimo mosaico di Alessandro, ritrovato a Pompei nell’800; un viaggio tra passato e presente, tra usi e costumi, in cui rispecchiarsi.

Lunedì 23 maggio: “Etiopia. “Lontano” lungo il fiume” di Lucio Rosa (Italia, 2021; 44’). Produzione: Studio Film TV. È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo. Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tutt’ora vivide. Natura e uomo indissolubilmente intrecciati danno forma e razze ed etnie adagiate su un mosaico inclinato e multiforme. Occidentali, è d’obbligo denudarsi senza indugio se vogliamo tentare di cogliere le anime originarie e ancestrali della valle dell’Omo. Solo così può emergere un pensiero d’Africa remota, in equilibrio sui pilastri ancestrali della magia e delle origini dell’uomo. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Karo, dei Konso, dei Mursi, degli Hamer, dei Dassanech, degli Arbore, dei Borana. Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate. La minaccia resta intatta e la distruzione di queste fragili e preziose culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. Sarà così?

Giovedì 26 maggio: “Agalma” di Doriana Monaco (Italia, 2020; 54’). Produzione: Parallelo 41 Produzioni. Napoli. Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico che ospita il Museo Archeologico Nazionale, un vortice di attività offre nuovo respiro a statue, affreschi, mosaici e reperti di varia natura. Il film osserva ciò che accade ogni giorno negli ambienti del museo, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori, alle prese con interventi delicatissimi che necessitano di cura e tempo, e manutenzione costante. Le opere che vivono e vibrano da secoli sono monitorate come corpi viventi. Tutto ciò accade mentre giungono visitatori da ogni parte del mondo, popolando le numerose sale espositive sotto l’occhio apparentemente impassibile delle opere che sono protagoniste e spettatrici a loro volta del grande lavorio umano. Tutto fa emergere il museo come grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale. Agalma (dal greco “statua”, “immagine”) coglie la bellezza del museo non solo nell’evidenza della sua incantevole esposizione dell’arte classica, ma anche nelle relazioni intime e altrimenti invisibili che si realizzano al suo interno: il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana; il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del museo.

Rovigo. Al via a Palazzo Roncale la mostra “Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo” che racconta la vicenda di un uomo irrequieto e fuori dagli schemi, di indomito coraggio e volontà ferrea, amante del rischio e dell’avventura, che votò la sua vita alla scoperta delle sorgenti del Nilo

Il manifesto della mostra “Giovanni Miani. Il leone bianco del Nilo” disegnato da Renato Casaro

Palazzo Roncale a Rovigo è pronto per aprire le porte al pubblico per l’evento di primavera, la mostra “Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo” in programma dal 12 marzo al 26 giugno 2022: per la prima volta ad essere soggetto di una mostra è la storia di un Indiana Jones dell’Ottocento, l’uomo che votò la sua vita alla scoperta delle sorgenti del Nilo. La mostra, che nasce da un’idea di Sergio Campagnolo, a 150 anni dalla morte dell’esploratore, è curata da Mauro Varotto, docente di Geografia del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’università di Padova e delegato della rettrice per i Musei e le collezioni dello stesso Ateneo. Tra storia, geografia ed etnografia, la mostra intende raccontare la vicenda di questo personaggio irrequieto e fuori dagli schemi, di indomito coraggio e volontà ferrea, amante del rischio e dell’avventura, sfortunato inseguitore di grandi ideali come di riscatto sociale.

Il passaporto di Giovanni Miani esposto nella mostra “Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo” a Rovigo (foto esseci)

Lui, il “bastardo”, sognava la celebrità e per tutta la vita inseguì un riconoscimento sociale che non gli riuscì di ottenere. Figlio di una domestica, non sarà mai riconosciuto dal padre. Ha 14 anni quando lascia Rovigo, dov’era nato il 17 marzo del 1810, per raggiungere la madre a Venezia, al servizio del nobile Pier Alvise Bragadin. Quest’ultimo accoglie il ragazzo, dandogli un’istruzione e destinandogli, nel suo testamento, un cospicuo lascito, che il giovane dilapida velocemente nel progetto di pubblicare un’enciclopedia universale della musica, naufragato al primo volume. Lui stesso scrive musica e frequenta i conservatori di mezza Europa, tentando senza fortuna anche la carriera di baritono. Rientrato a Venezia, partecipa ai moti del ’48-’49 contro la dominazione austriaca, ma qualche giorno prima della definitiva capitolazione prende la via del volontario esilio. Raggiunge Costantinopoli e poi l’Egitto, dove per un periodo presta servizio come pedagogo e insegnante di francese e italiano.

La carta geografica dell’Egitto con le sorgenti del Nilo del 1858 (foto esseci)
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L’esploratore rodigino Giovanni Miani (foto esseci)

Nel frattempo si fa strada il sogno di individuare le sorgenti del grande Nilo, che nella sua idea coincidevano con la mitica regione dell’Ofir, la terra dalle immense ricchezze ricordata dalla Bibbia. Nel 1859, un modesto finanziamento del governo francese gli consente di avventurarsi in una spedizione che lo conduce a Khartoum, dove giunge il 20 luglio del 1859. La città, da poco fondata dagli inglesi, sorge alla confluenza dei due rami principali del Nilo, quello Azzurro e quello Bianco. Del primo si conosce l’origine; il secondo è invece oggetto dell’interesse delle spedizioni delle potenze europee che puntano ad impossessarsi di territori che sarebbero diventati fondamentali qualora si fosse realizzato quello che poi sarà il Canale di Suez. Da Khartoum Miani riparte senza i compagni di spedizione, decisi a non seguirlo. Raggiunge Gondokoro, oltre 1500 km a sud della città, trascrivendo dettagliatamente il viaggio nel suo diario e in una mappa del territorio destinata alla Società Geografica Francese. Il suo viaggio tuttavia è destinato a terminare poco oltre Galuffi, non lontano dal grande lago Nianza (poi ribattezzato Victoria) senza raggiungerlo: una febbre persistente ed una piaga ad una gamba, unite alla ostilità delle popolazioni indigene, lo costringono ad abbandonare il progetto. Del suo passaggio lascia traccia sul tronco di un tamarindo. Per gli indigeni era intanto diventato il “Leone Bianco”, tributo al suo coraggio e alla sua lunga e candida barba. Nel frattempo gli esploratori inglesi Speke e Grant entusiasmano il mondo con il loro annuncio della scoperta delle sorgenti del Nilo, individuate nel Lago Victoria, da loro raggiunto nel 1858. A Miani non resta che tornare in Europa. Lo accompagnano, al suo rientro, 14 casse zeppe di 1800 reperti. Tutti i tentativi di vendere la sua collezione falliscono. Decide allora di lasciarla in dono alla sua città di adozione, Venezia. Parte di questi eterogenei materiali (tessuti, armi, minerali, strumenti musicali, antichità varie…) è oggi esposta al museo di Storia naturale di Venezia.

Il luogo di sepoltura di Giovanni Miani in Zaire (foto esseci)

Il mal d’Africa torna prepotente ed eccolo ancora una volta a Karthoum, dove diventa direttore del nuovo zoo della città. Utilizza questa funzione per farsi accettare in una spedizione diretta verso il Mombuto, nell’attuale Zaire. Il suo ruolo è duplice: esperto scientifico della spedizione e cercatore di specie animali sconosciute da introdurre nel suo zoo. Riesce a catturare anche due pigmei, che avrebbero svelato l’enigma della loro esistenza favoleggiata da Erodoto. Ospite del re Bunza, muore a Nangazizi nel novembre del 1872. La notizia della sua morte giunge a Venezia l’anno dopo e la sua tomba sarà rinvenuta solo nel 1881. I suoi resti saranno destinati all’Accademia dei Concordi della natia Rovigo.

Archeologia in lutto. Si è spento l’ultimo esploratore: è morto a Gallarate a 85 anni Angelo Castiglioni, con il fratello Alfredo (scomparso nel 2016) protagonista di mezzo secolo di ricerche in Africa: esploratore, archeologo, antropologo, etnologo, autore di libri, film, reportage. Il ricordo dell’ex assessore Palazzi

Angelo Castiglioni col figlio Marco al museo Castiglioni a Villa Toeplitz di Varese (foto museo castiglioni)

Archeologia in lutto. Si è spento l’ultimo esploratore. A Gallarate (Va), a sei anni di distanza dal fratello Alfredo, e quasi nello stesso giorno – il primo il 14 febbraio, lui 17), è morto Angelo Castiglioni. Aveva 85 anni. Alfredo e Angelo Castiglioni, fratelli gemelli, esploratori, archeologi, antropologi, etnologi di fama internazionale, erano stati inseparabili, entusiasti del loro lavoro e delle loro ricerche, capaci di farti rivivere con le parole e le immagini emozioni e scoperte dei loro numerosi viaggi, soprattutto in Africa. Raccogliendo migliaia di reperti storici che sono stati poi donati alla città di Varese per essere esposti al museo Castiglioni a Villa Toeplitz, diretto oggi da Marco Castiglioni, figlio di Angelo, che parlerà in futuro per tutti e due. La coppia, che si era rotta improvvisamente nel 2016, quando un infarto aveva stroncato Alfredo, ora si è “ricomposta”. Sabato 19 febbraio 2022 le esequie nella basilica di San Vittore a Varese.

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni insieme in una delle loro esplorazioni in Africa

“Raramente accade che la morte di un uomo coincida con la conclusione di un’epoca”, scrive l’avvocato Massimo Palazzi, già assessore alla Cultura del Comune di Gallarate, in ricordo di Angelo Castiglioni. “Da quando conobbi i fratelli Castiglioni, nel 1999, mi piaceva pensare ed affermare che erano gli ultimi esploratori ottocenteschi viventi, perché la loro vita affascinante, le scoperte etnografiche ed archeologiche, la raccolta di collezioni e la loro valorizzazione in contesti sia locali che internazionali, lo spirito stesso d’avventura che li caratterizzava era identico a quello dei grandi viaggiatori e pionieri dell’esplorazione dell’Africa sviluppatasi tra la metà e la fine del XIX secolo. Però quando i fratelli Castiglioni partirono per il loro primo viaggio verso il Sahara alla fine degli anni Cinquanta, l’epopea dell’esplorazione romantica era già definitivamente terminata da oltre 50 anni. In un continente in cui maturava lo sconvolgimento di tutte le caratteristiche della sua antica storia, sembrava non esserci più posto per le scoperte che avevano illuminato le figure di Giovanni Battista Belzoni, Orazio Antinori, Giovanni Miani, Carlo Piaggia, Guglielmo Massaja, Gustavo Bianchi, Vittorio Bottego, per ricordare solo alcuni degli italiani che avevano attraversato un’Africa ancora sconosciuta”.

L’archeologa Serena Massa e l’esploratore e cineasta Angelo Castiglione (foto ARONAnelWEB.it)

“Ma le persone straordinarie – continua Palazzi – sono quelle che superano l’ingannevole sipario delle apparenze e Alfredo e Angelo Castiglioni hanno dimostrato che le grandi scoperte erano ancora possibili: cogliendo e conservando tramite le nuove tecnologie i costumi e le tradizioni orali prima della loro repentina e inesorabile estinzione, attraversando territori in precedenza poco frequentati perché a margine della frenetica corsa alle sensazionali scoperte geografiche, o, ancor più intelligentemente, rileggendo con occhi differenti le fonti antiche, per individuare luoghi affioranti nella memoria, ma ancora fisicamente coperti da metri di sabbia. Per me il lascito più emozionante di Alfredo e Angelo Castiglioni è che hanno saputo traslare il Tempo. Non intendo dire semplicemente che hanno viaggiato nel tempo, qualità che si è soliti attribuire agli archeologi, poiché hanno fatto molto di più: hanno creato una parentesi di Ottocento, ponendola a cavaliere tra XX secolo e Nuovo Millennio e ci hanno donato così la possibilità di vivere con loro questa meravigliosa esperienza di esplorazione romantica. Ciò che si conclude oggi con la scomparsa di Angelo Castiglioni è proprio quella parentesi: si chiude con loro la “proiezione” di quel tempo nel mondo contemporaneo. Per me – conclude – questo rimane il dono più grande della lanterna magica con la quale Alfredo ed Angelo Castiglioni sono riusciti ad emozionarci per oltre sessant’anni”.

Ministero della Cultura: nominati nuovi direttori di musei autonomi. Tiziana D’Angelo al parco archeologico di Paestum, Andrea Viliani al museo delle Civiltà di Roma, Enrico Rinaldi al parco archeologico di Sepino, Vincenzo Bellelli al parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia

Tiziana D’Angelo è la nuova direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia (foto nottingham.ac.uk)

Tiziana D’Angelo, 38 anni, milanese, è la nuova direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia. Archeologa di formazione internazionale (Phd Harvard), esperta di arte e archeologia della Magna Grecia, insegna all’università di Nottingham (GB), ha conseguito il dottorato di ricerca in archeologia classica all’università di Harvard nel 2013. “Dopo diciassette anni di studio ed esperienze professionali come archeologa all’estero, l’opportunità di lavorare con i Beni Culturali in Italia e di farlo in un sito come Paestum, a cui sono fortemente legata a livello scientifico, è un’occasione straordinaria”, dichiara la nuova direttrice. “Sono arrivata a Paestum da dottoranda, per studiare le splendide lastre funerarie dipinte esposte nel Museo o conservate nei depositi. Gli anni successivi ho avuto la fortuna di collaborare con il Parco di Paestum e Velia a diversi progetti, sotto la direzione di Gabriel Zuchtriegel. Sotto la sua guida il Parco è cresciuto moltissimo e ho intenzione di proseguire questo percorso virtuoso, restituendo a Paestum e Velia, e alla realtà dei Beni Culturali in generale, almeno una parte di quello che mi hanno dato in tutti questi anni”. Il Parco Archeologico di Paestum e Velia, iscritto dal 1998 nella lista del patrimonio mondiale UNESCO, ha competenza territoriale sul museo e sull’area archeologica di Paestum, sul Museo narrante di Hera Argiva alla foce del Sele, sull’area dell’ex stabilimento della Cirio, sulle mura di cinta e su altre aree archeologiche di competenza. Il Parco ha il compito di arricchire, conservare e valorizzare le collezioni e i monumenti archeologici e storico-artistici al fine di contribuire alla salvaguardia, alla ricerca e alla fruizione sostenibile del patrimonio culturale.

Tiziana D’Angelo riceve prestigiosi premi e borse di studio che le consentono di trascorrere un anno di ricerca a Roma, come Mary Isabel Sibley Fellow in Greek Studies della Phi Beta Kappa Society di Washington (2011-12), e un anno a Los Angeles come Predoctoral Fellow al Getty Research Institute (2012-13). Appena conseguito il dottorato, è prima a Berlino, come borsista di ricerca dell’Archaeological Institute of America e del Deutsches Archäologisches Institut (2013), e poi a New York, dove lavora nel Dipartimento di Arte Greca e Romana del Metropolitan Museum of Art in qualità di Jane and Morgan Whitney Postdoctoral Fellow (2013-14). Nel 2014 risulta vincitrice di una Lectureship in Classical Art and Archaeology a tempo determinato presso la University of Cambridge (2014-18) e durante questi anni è anche Fellow, Director of Studies in Classics e Tutor a St Edmund’s College, Cambridge. Da settembre 2018 è Assistant Professor in Ancient Greek and Roman Art presso la University of Nottingham, Department of Classics and Archaeology. La dottoressa D’Angelo ha partecipato a campagne di scavo in Italia e Turchia, ha collaborato a progetti di mostre allestite in musei italiani e stranieri e alla realizzazione di alcuni documentari.

Tiziana D’Angelo fa parte dei sei nuovi direttori di musei autonomi nominati al termine del concorso internazionale come annunciato dal ministro della Cultura Dario Franceschini. Con lei Ilaria Ester Bonacossa per il nuovo museo dell’Arte Digitale a Milano, Andrea Viliani al museo delle Civiltà di Roma, Enrico Rinaldi per il parco archeologico di Sepino, Vincenzo Bellelli per il parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, Axel Hemery alla Pinacoteca di Siena. La commissione, che ha valutato 156 candidati, era presieduta da Stefano Baia Curioni, professore associato di storia economica presso la Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano e esperto di economia della cultura, e composta da Nadia Barrella, professoressa ordinaria di museologia presso l’università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”; Valérie Huet, professoressa di storia antica presso l’Università della Bretagna Occidentale e Centro “Jean Bérard”; José María Luzón Nogué, Real Academia de Belòlas Artes de San Fernando, già direttore del Museo del Prado; Antonia Pasqua Recchia, già segretario generale del ministero della Cultura. “L’incrocio tra autonomia e qualità dei direttori ha permesso di compiere importanti passi avanti nella modernizzazione del sistema museale e nel rafforzamento della tutela e della produzione scientifica”, commenta Franceschini. “Ringrazio la commissione per l’accurato lavoro svolto in questi mesi che ha portato alla nomina da parte del direttore generale musei, Massimo Osanna, di sei nuovi direttori, cinque italiani e uno francese”.

Andrea Viliani, 48 anni, di Casale Monferrato, è il nuovo direttore del Museo delle civiltà di Roma. Storico dell’arte, è responsabile e curatore del Centro di Ricerca Castello di Rivoli. Ha precedentemente ricoperto l’incarico di direttore generale e artistico della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee/MADRE di Napoli (2013-2019) presso cui ha curato e organizzato importanti mostre internazionali; dal 2009 al 2012 Viliani è stato direttore della fondazione Galleria Civica-Centro di ricerca sulla contemporaneità di Trento. Il museo delle Civiltà raccoglie le collezioni dei seguenti musei: museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”; museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”; museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”; museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’; museo italo africano ‘Ilaria Alpi’ (ex Museo Coloniale). La nascita del museo delle Civiltà si inserisce nella visione di grandi musei internazionali incentrati sull’uomo e le sue culture, per la valorizzazione di patrimoni e testimonianze delle diverse identità e memorie.

Enrico Rinaldi, 53 anni, è il nuovo direttore del parco archeologico di Sepino. Archeologo specializzato in restauro dei monumenti, ha diretto a lungo progetti di manutenzione programmata a Ostia e Pompei. Professore a contratto alla Scuola Superiore Meridionale dell’università di Napoli “Federico II”, lavora attualmente alla direzione generale Musei. Il parco archeologico di Sepino, istituito solo nel 2021, comprenderà l’omonima area archeologica, con i resti dell’antica città romana sorta nella valle del Tammaro, e il museo della città e del territorio, siti che complessivamente nel 2019 hanno visto oltre 27mila visitatori. 

Vincenzo Bellelli, 53 anni, di Potenza, è il nuovo direttore del parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia. Archeologo di fama internazionale, dirigente di ricerca al CNR in servizio all’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale, è responsabile scientifico degli scavi archeologici nell’area urbana di Cerveteri. Il parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia comprende la necropoli della Banditaccia, la più estesa dell’area mediterranea, iscritta nel 2004 dall’Unesco nella lista del patrimonio dell’umanità; il museo Archeologico nazionale di Tarquinia, che ha sede nell’antico Palazzo Vitelleschi; la necropoli di Monterozzi. Tali siti complessivamente hanno registrato oltre 153.000 visitatori nel 2019.

“Eredità problematiche. Musei etnografici tra mediazione del patrimonio e decolonizzazione”: dialogo con Giulia Grechi e Vito Lattanzi al museo delle Civiltà di Roma-Eur e on line. Riflessione e confronto su su sguardi, strumenti e prospettive di curatela nei processi di mediazione e decolonizzazione dei patrimoni etnografici

Come esporre, presentare e gestire le eredità problematiche conservate nei musei di etnografia? Quale il ruolo del curatore nel mediare, rimediare e decostruire le narrazioni che circondano oggetti raccolti durante le diverse fasi dell’esplorazione, dell’imperialismo e della conquista coloniale europea sugli altri continenti? Quale il contributo critico dell’antropologia e delle arti contemporanee in una prospettiva decoloniale? Se ne discute sabato 15 gennaio 2022 al museo delle Civiltà a Roma-Eur nell’incontro “Eredità problematiche. Musei etnografici tra mediazione del patrimonio e decolonizzazione”: dialogo con Giulia Grechi e Vito Lattanzi introdotto e moderato da Gaia Delpino e Rossana Di Lella. Sarà un’occasione per riflettere e confrontarci – insieme anche a Simona Bodo – su sguardi, strumenti e prospettive di curatela nei processi di mediazione e decolonizzazione dei patrimoni etnografici. Appuntamento sabato 15 gennaio 2022, dalle 16 alle 18, al museo delle Civiltà, sala conferenze Filippo Maria Gambari, museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”. Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria. Si potrà seguire l’incontro in presenza o da remoto. Per prenotarsi, scrivere a: rosaanna.dilella@beniculturali.it. Nei recenti lavori di Vito Lattanzi, “Musei e antropologia. Storie, esperienze, prospettive” (2021, Carocci editore), e di Giulia Grechi, “Decolonizzare i musei. Mostrazioni, pratiche artistiche, sguardi incarnati” (2021, Mimesis edizioni) possiamo trovare una riserva di riflessioni teoriche, di sguardi e di strumenti di applicazione nelle pratiche curatoriali e nei processi di mediazione e decolonizzazione dei patrimoni etnografici. L’incontro metterà in dialogo le prospettive dei due autori partendo da progetti realizzati al museo delle Civiltà e tentando di ampliare la riflessione oltre le specificità dei patrimoni etnografici.

L’incontro rientra nel programma “Deposti aperti. Come immaginare un museo decoloniale?”, un’installazione-laboratorio nata per dare avvio a un processo partecipativo che proseguirà per tutto il 2022, con la finalità di creare occasioni di confronto, dialogo e discussione sulle collezioni, sull’eredità del colonialismo e sui suoi immaginari. Sarà un percorso che ci porterà a pensare collettivamente la nuova sezione dedicata alle collezioni coloniali, dove verranno presentati oggetti e documenti dell’ex Museo coloniale di Roma.

Paleoantropologia in lutto. Si è spento nella sua Nairobi a 77 anni il “padre dell’Homo erectus” Richard Leakey, figlio di Louis e Mary Leakey che gli hanno trasmesso la passione per la ricerca di fossili umani. Ha dimostrato che l’umanità si è evoluta in Africa. Sua la scoperta del “Ragazzo del Turkana” di 1.6 milioni di anni fa

Il paleoantropologo kenyota Richard Leakey si è spento all’età di 77 anni

“Origins” è stato il suo primo libro famoso. Lo scrisse nel 1977, quasi alla fine di un decennio era stato protagonista di spedizioni in Kenya con la scoperta dei crani fossili di Homo habilis (1,9 milioni di anni) nel 1972 e di Homo erectus (1,6 milioni di anni) nel 1975 che ricalibrarono la comprensione scientifica dell’evoluzione umana. Un successo sancito dalla copertina della rivista Time con Richard Leakey in posa con un modello di Homo habilis sotto il titolo “How Man Became Man”. L’inizio dell’anno si è portato via all’età di 77 anni il famoso paleoantropologo, ambientalista e politico keniano Richard Leakey, le cui scoperte rivoluzionarie hanno contribuito a dimostrare che l’umanità si è evoluta in Africa. È morto il 2 gennaio 2022 nella sua casa fuori Nairobi, dove era nato il 19 dicembre 1944 da Louis e Mary Leakey, tra i più famosi scopritori mondiali di ominidi. Leakey ha ereditato dai genitori la vocazione per la paleoantropologia, ovvero lo studio dei reperti fossili umani. Ad annunciarne la morte “con profondo dolore” il presidente del Kenia, Uhuru Kenyatta. Leakey soffriva da anni di tumori alla pelle e affezioni renali ed epatiche. Nel 1969 gli era stata diagnosticata una malattia renale terminale, e nel 1979, all’aggravarsi della malattia, aveva ricevuto un trapianto di rene da suo fratello Philip, permettendogli di riprendersi. 

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Lo scheletro fossile del “Ragazzo del Turkana” di 1.6 milioni di anni fa scoperto da Richard Leakey

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Le fasi della ricostruzione facciale del “Ragazzo del Turkana” di 1.6 milioni di anni fa

Era già un noto cacciatore di fossili quando fece il suo ritrovamento di fossile più famoso: il Ragazzo del Turkana. Era il 23 agosto 1984 quando l’équipe diretta del paleoantropologo Richard Leakey, nel giacimento di Nariokotone in prossimità delle sponde del lago Turkana in Kenya, scoprì uno scheletro quasi completo (mancano soprattutto mani e piedi), di un giovane Homo ergaster morto a circa 9-12 anni, 1.6 milioni di anni fa all’inizio del Pleistocene. Classificato inizialmente come Homo erectus viene ora attribuito alla specie Homo ergaster. La scoperta e la sua interpretazione fu riportata nel libro “Origins Reconsidered”, scritto da Leakey con Roger Lewin e pubblicato nel 1992. Ma Richard Leakey si era già allontanato dalla paleontologia fin dal 1989, lasciando la moglie Meave Leakey e la figlia Louise Leakey a condurre le ricerche paleontologiche nel Nord del Kenya, e dedicandosi alla difesa dell’ambiente e contrastando il bracconaggio degli elefanti, come presidente del Kenya Wildlife Service (KWS).

Cosa ci porta il nuovo anno? In marzo a Rovigo una mostra ci accompagnerà sulle orme dell’esploratore Giovanni Miani, l’Indiana Jones dell’Ottocento, alla ricerca dei tesori di Re Salomone e della mitica Offir con l’Arca Perduta

L’esploratore rodigino Giovanni Miani (foto esseci)

Cosa ci porta il 2022? A Rovigo una mostra ci porterà a seguire le orme di Giovanni Miani, solitamente avvicinato ad Indiana Jones. E forse non si tratta proprio di un caso. In uno dei più fortunati episodi della famosa serie cinematografica, quello dedicato a “I predatori dell’Arca Perduta” (1981, regia di Steven Spielberg, 5 Premi Oscar),  Harrison Ford si prodiga nella ricerca dell’Arca dell’Alleanza. Qualche cosa di simile ebbe a sognare anche Giovanni Miani, come evidenzierà la mostra “Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo”, a lui dedicata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in programma a Palazzo Roncale dal 12 marzo al 26 giugno 2022, curata da Mauro Varotto, da un progetto di Sergio Campagnolo. L’esploratore rodigino, nel mentre si avventurava alla scoperta delle sorgenti del Nilo, continuava a essere roso da un chiodo fisso: individuare il mitico Offir. Ovvero la città, il luogo, la regione del mondo dalla quale Re Salomone riceveva, quale tributo ogni tre anni, una flotta carica d’oro, pietre preziose e legno di sandalo. Un luogo dove anche le strade si diceva fossero lastricate d’oro. A menzionare l’Offir, e le sue incommensurabili ricchezze, era la Bibbia e perciò non di un mito ma di una certezza doveva trattarsi. Miani sognò per una vita di rintracciare quel biblico luogo di ogni ricchezza e a questi suoi studi dedicò persino una memoria letta a Parigi nel 1858 in occasione del Congresso delle Società Dotte di Francia ed edita poi a Venezia nel 1862 col titolo: “Posizione Geografica dell’Offir della Bibbia e dell’origine del Nilo”, pubblicazione che sarà esposta nella mostra rodigina. L’Offir, secondo Miani, “non poteva essere né in Arabia, né nelle Indie, né in Perù, come lo avevano stabilito molti dotti con inutile erudizione”, affermando invece che “l’Offir è nel centro dell’Africa, e credo potere far conoscere i tesori che essa possiede, e quanta utilità sarà la scoperta del Nilo, essendo vicina all’Oceano Indiano”.

Busto di Giovanni Miani da l’Illustrazione Popolare dell’11 novembre1877 (foto esseci)

Miani, come si evince dal suo scritto, non fu il solo a dedicare la vita alla ricerca di questo biblico Eldorado. È decisamente fitta la schiera di studiosi, esploratori, visionari che ritenevano di aver individuato l’Offir. Chi in Asia – tra Afghanistan, India e Filippine –  chi in Africa – tra Zimbabwe, Mozambico e Sudan – ma anche in Perù e negli Stati Uniti. Quanto questo nome continui a pervadere l’immaginario, lo conferma la scelta dell’esercito israeliano che, occupando il Sinai nel corso della Guerra dei Sei Giorni, decise di fondare un insediamento sulle sponde del Mar Rosso, chiamandolo appunto Offir. Nasceva così quella che pochi anni dopo sarebbe diventata una delle mete più ambite dal turismo: Sharm el-Sheikh. Dove l’oro è quello della sabbia e il tesoro è dato dalle entrate derivanti dal turismo internazionale. Anche l’Arca Perduta, di cinematografica memoria, ha a che vedere con l’Offir. Re Salomone ebbe infatti un figlio dalla Regina di Saba. Costui, Menelik, si ribellò al padre e, nell’abbandonare Gerusalemme, sottrasse l’Arca dell’Alleanza che, si tramanda, venne nascosta proprio nell’Offir, tesoro divino tra i tesori umani. Diventando l’oggetto assoluto del desiderio di generazioni e generazioni di cercatori dei tesori di un mito impossibile.

Firenze. Conto alla rovescia per la settima edizione di TourismA 2021, il salone dell’Archeologia e del Turismo culturale. Ecco qualche appuntamento spulciato dal ricco programma di tre giorni di eventi e incontri

Il Palacongressi di Firenze gremito per TourismA 2020 (foto AV)

firenze_tourisma_foto-archeologia-vivaOrmai ci siamo. È iniziato il conto alla rovescia. Mancano una decina di giorni alla settima edizione di TourismA 2021, il salone dell’Archeologia e del Turismo culturale in scena al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 17 al 19 dicembre 2021, per un’immersione totale nella storia e nelle testimonianze del passato: decine di incontri e centinaia di relatori, dalle grandi scoperte alle proposte di musei e parchi, dall’arte all’ambiente ai borghi e siti Unesco, ai nuovi itinerari, alle tecnologie d’avanguardia. Ingresso gratuito. Verifica green pass e registrazione obbligatoria all’ingresso (vedi modalità di accesso). Prenotazioni solo per le scuole. Novità e grandi ritorni tra i “big”: Franco Cardini, Andrea Carandini, Louis Godart, Giuliano Volpe, Cristoforo Gorno, Giorgio Manzi, Massimo Osanna, Mario Tozzi, Paolo Giulierini, Alberto Angela… E per i più piccoli i laboratori di archeologia sperimentale (prenotazione diretta). Importante appuntamento per il turismo culturale: spazi espositivi e proposte di valorizzazione / promozione sono al centro di “tourismA 2021” con Stand e Box poster di operatori e agenzie turistiche, parchi, poli museali, editoria e università; Buy Cultural Tourism. A “tourismA 2021” il 4° Workshop del Turismo Culturale riservato a buyers e sellers; viaggi di cultura e archeologia. Programmi di viaggio con interventi dei vari curatori scientifici nella Rassegna di itinerari turistico-culturali. Vediamo qualche proposta di TourismA 2021, spulciando nel ricco programma.

Il sassofonista Stefano Cocco Cantini (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 9.15, Auditorium: LA MUSICA PERDUTA DEGLI ETRUSCHI. Grande ritorno a “tourismA 2021” del sassofonista Stefano “Cocco” Cantini e dell’etruscologa Simona Rafanelli. I due esperti apriranno il XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva nel grande auditorium del Palacongressi di Firenze.

L’area archeologica di Cirene in Libia (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 11.45, sala Onice: RITORNO IN LIBIA. La settima edizione di “tourismA” si apre con il convegno ITER sulla ricerca italiana all’estero nel ricordo del suo ideatore Ettore Janulardo. Fra i relatori è Oscar Mei (Università di Urbino) direttore della Missione a Cirene e Tripoli con un intervento su “Archeologia in Libia (dopo dieci anni di guerra)”.

Il sito preistorico di Poggetti Vecchi frequentato dall’uomo di Neanderthal e da elefanti (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 12.00, Auditorium: NEANDERTHAL VS ELEFANTI. A “tourismA” l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria presenta la mostra virtuale “170.000 anni fa a Poggetti Vecchi. Neanderthal ed elefanti nella Maremma toscana, la sfida del clima” con una spettacolare “visita guidata” sul grande schermo dell’auditorium del Palacongressi di Firenze.

Il parco archeologico di Ostia antica presente alla settima edizione di TourismA (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 14.15, sala Onice: OSTIA ANTICA Il Parco archeologico: patrimonio culturale, società e territorio: dal ruolo del parco alle opportunità per il territorio di Fiumicino, dal nuovo museo delle Navi al marchio europeo del Patrimonio.

Ricerche archeologiche subacquee nei fondali pugliesi (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 15.00, Auditorium: LA PUGLIA E IL MARE. Un nuovo centro di ricerche per conoscere e valorizzare i paesaggi costieri e subacquei: ne parlano a “tourismA” Rita Auriemma, Luigi De Luca, Danilo Leone, Maria Turchiano e Giuliano Volpe, nell’ambito del XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva.

Ricostruzione del forno preistorico per la produzione di rame sul passo Redebus ad Acqua Fredda (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 15.40, sala Limonaia: TURISMO NELLA PREISTORIA. A tourismA 2021, convegno dell’IIPP sulle potenzialità turistiche delle aree preistoriche. Spettacolari i casi di studio in programma, fra cui il sito di Passo Redebus in Trentino con forni per la produzione del rame presentati da Franco Marzatico e Luisa Moser.

Panorama del Montenegro (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 9.40, Auditorium: BERE E FUMARE AI CONFINI DELL’IMPERO. A “tourismA 2021” convegno SCAVARE IL PRESENTE a cura di Giuliano Volpe. Interviene fra gli altri Sauro Gelichi: “Tabacco e caffè in una città del Montenegro in età moderna”.

Lo scavo di Campo 65 di Altamura in Puglia (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 10.00, Auditorium: SCAVARE IL PRESENTE. In Puglia il Campo 65 di Altamura: prima campo di prigionia, poi campo di addestramento di partigiani titini, infine campo profughi. Ne parlerà Giuliano De Felice (Università di Bari) a “tourismA” nell’ambito del convegno “Scavare il presente” curato da Giuliano Volpe e dallo stesso De Felice.

L’iscrizione rupestre di età romana a Trenčín in Slovacchia (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 10.00, sala Onice: LA SLOVACCHIA A TOURISMA. Clima, Patrimonio Unesco, i confini dell’Impero romano sul Danubio centrale e una storia nascosta: la veduta di Bratislava in Palazzo Vecchio.

Il laboratorio dell’Opificio delle Pietre dure a Firenze (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 10.20, sala Verde: CONSERVARE IL PATRIMONIO. Marco Ciatti, soprintendente Opificio delle Pietre Dure, e James Bradburne, direttore Pinacoteca di Brera, sono in programma a “tourismA 2021” nel convegno “Conservare e valorizzare il patrimonio culturale” a cura 4CH.

Cristoforo Gorno, autore e conduttore televisivo: a lui è stato assegnato il premio Francovich 2021 (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 12.00, Auditorium: RAVENNA E GORNO PREMIATI A TOURISMA. Il Premio “R. Francovich” 2021, per la comunicazione museale e la divulgazione del Medioevo, attribuito dalla SAMI – Società Archeologi Medievisti Italiani, è andato al Museo Classis Ravenna, realizzato dalla Fondazione RavennaAntica, e all’autore e conduttore televisivo Cristoforo Gorno. Il prestigioso riconoscimento verrà consegnato dal presidente SAMI prof. Paul Arthur nell’ambito del prossimo “tourismA”.

Particolare della Colonna Traiana a Roma (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 16.20, Auditorium: TRAIANO PRINCIPE IDEALE. Ne parlerà a “tourismA” il professor Livio Zerbini presentando il suo ultimo libro nell’ambito del XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva.

Scavo archeologico di un sito indigeno in Corsica (foto AV)

19 dicembre 2021, alle 9.30, sala Onice: CORSICA INDIGENA. Domenica 19 dicembre l’Università e la Collettività di Corsica organizzano a “tourismA” (Palacongressi di Firenze) un convegno su “Mobilità e contatti nel Tirreno durante il I millennio a.C.”.

Copertina del libro “L’ultimo Neanderthal racconta. Storie prime della storia” (Il Mulino) di Giorgio Manzi

19 dicembre 2021, alle 11.30, Auditorium: L’ULTIMO NEANDERTHAL. Ne parlerà Giorgio Manzi, paleoantropologo alla Sapienza Università di Roma, nell’ambito del XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva.

Simona Rafanelli, direttrice del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, all’inaugurazione della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” (foto MArTa)

19 dicembre 2021, alle 14.30, sala Onice: TARAS E VATL, Città di mare e antichi porti del Mediterraneo. Simona Rafanelli, direttore museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttore museo Archeologico nazionale di Taranto, parlano del progetto culturale Taras e Vatl, delle due mostre rispettivamente a Vetulonia e Taranto, e del convegno al MArTa.

Alberto Angela e Piero Pruneti a TourismA 2020 (foto AV)

19 dicembre 2021, alle 17.00, Auditorium: ALBERTO ANGELA. Come da tradizione, il divulgatore scientifico e scrittore, Intervistato da Piero Pruneti direttore di Archeologia Viva, chiuderà l’Incontro Nazionale di Archeologia Viva. Ma quest’anno, l’intervento non sarà in presenza ma da remoto a evitare rischi di contagio per probabili assembramenti.

Primo RAM film festival Rovereto Archeologia Memorie: al film Rai Cultura “Il patrimonio sommerso” il premio del pubblico, all’iraniano “Ganj Dareh” il premio Paolo Orsi. Ecco tutti gli altri premi e le menzioni

Al film Rai Cultura “Il patrimonio sommerso”, il premio del pubblico del primo RAM film festival Rovereto Archeologia Memorie e all’iraniano “Ganj Dareh” il premio Paolo Orsi: alla fine di una “cinque giorni” (dal 13 al 17 ottobre 2021) densa di proiezioni, eventi e personaggi speciali in città all’insegna della valorizzazione del patrimonio culturale mondiale, chiude l’edizione 2021 del RAM film festival, un’edizione vivace che ha saputo usare diversi registri per portare i temi della cultura in città, rinnovandosi nel nome e nella formula. Di grande successo gli eventi speciali, la serata con Federico Buffa sulle Olimpiadi del 1936 e Leni Riefenstahl, il concerto con Leandro Piccioni e il quartetto Pessoa dedicato a Ennio Morricone, gli aperitivi con ospite negli incontri informali al Bistrot di Alfio Ghezzi. Applauditissimo lo spettacolare film fuori concorso di Nicolò Bongiorno, presente al festival,  “Songs of the water spirits” sul Ladakh, regione dell’India travolta dai cambiamenti climatici. Molti i film premiati, dalle diverse giurie chiamate a valutare i film in concorso.

Frame del film “Il patrimonio sommerso. Un viaggio sul fondo del mare” di Eugenio Farioli Vecchioli e Marta Saviane

Il premio del pubblico del RAM film Festival, è andato al film Rai Cultura “Il patrimonio sommerso. Un viaggio sul fondo del mare” di Eugenio Farioli Vecchioli e Marta Saviane (Italia 2020, 60’), un viaggio alla scoperta dello straordinario patrimonio sommerso nei nostri mari, che ha vinto anche la menzione speciale degli Archeoblogger, attribuito da Antonia Falcone di Professione Archeologo, Marta Coccoluto, Alessandro Tagliapietra di Archeologia Subacquea, Giovina Caldarola, Astrid D’Eredità di ArcheoPop, Giovanna Baldasarre di ArcheoKids, Michele Stefanile di Archeologia Subacquea Blog, Mattia Mancini di Djed Medu – Blog di Egittologia, Marina Lo Blundo – coordinatrice per quest’anno – e Domenica Pate con la seguente motivazione: “Il Patrimonio sommerso questo sconosciuto? “Assolutamente no”, sembra dirci la suggestiva immagine iniziale – e più volte ricorrente – dell’acquario di casa nel quale pesci tropicali nuotano accanto a coreografiche rovine in miniatura: il mondo sommerso ci è molto più familiare di quanto non sembri. L’approccio giusto, scientifico e divulgativo di questa fortunata serie di Rai Storia, prosegue in questa nuova puntata, presentandosi come una sorta di antologia dell’archeologia subacquea italiana, una disciplina ormai matura e giunta a livelli avanzati, che viene qui presentata in maniera “stratigrafica”, illustrando cioè le ricerche subacquee secondo un criterio progressivo di discesa in profondità. Il tema della ricerca, della valorizzazione e della protezione emergono nel corso del documentario e costituiscono un fil rouge che si dipana man mano che scorrono le immagini e i casi presentati. Giusto e necessario il tributo riservato a Nino Lamboglia, figura decisiva per l’archeologia subacquea italiana, e a Sebastiano Tusa, morto prematuramente tre anni fa, cui era caro il tema del senso di appartenenza che i ritrovamenti in mare suscitano nelle comunità locali. Importante il tema della tutela strettamente legato alla valorizzazione, perché senza l’una non può esservi l’altra, ben evidente sia per il caso di Baia sia per il caso ligure. Altrettanto rilevante il tema dell’educazione civica intesa come educazione al patrimonio, un aspetto che nel docufilm emerge forte e chiaro. Molto affascinanti tutti i dettagli tecnici relativi alle indagini vere e proprie, rintracciabili nei segmenti relativi ai relitti: tempi di immersione, metodologie, interviste con i ricercatori. “Il patrimonio sommerso. Un viaggio sul fondo del mare” è dunque un interessante documentario sull’archeologia subacquea a 360° che ricostruisce la nascita del metodo di ricerca arricchendolo con spezzoni di filmati storici dei primi importanti rinvenimenti e con testimonianze dei protagonisti, dell’epoca e recenti. Notevole la percezione dell’evoluzione dell’archeologia subacquea, dell’intensa e difficoltosa attività sia di monitoraggio sia di scavo nelle diverse aree di interesse. Alla narrazione si uniscono la bellezza delle riprese subacquee, il ritmo che non cala mai e la pluralità di voci, che concorrono a costruire un racconto corale e al tempo stesso estremamente variegato e vivace della ricerca archeologica subacquea in Italia”.

Il premio “Paolo Orsi”  è stato attribuito all’iraniano “Ganj Dareh”, di Keyvan Tabatabaie Samimi (Iran 2021, 39’): alcuni anni fa, un gruppo di archeologi danesi si recò in Iran per lavorare per la prima volta con i colleghi iraniani in uno dei siti “preistorici” più famosi e importanti del Medio Oriente, Ganj Dareh. Nel documentario si racconta la collaborazione archeologica internazionale, per scoprire e comprendere segreti e misteri di questo luogo chiave nella storia della vita umana. Il regista, che nei giorni scorsi ha tentato di venire a Rovereto, ma non ha potuto a causa delle restrizioni per la pandemia, ha mandato un bellissimo messaggio al pubblico, un ponte “dall’antica terra dall’Iran, all’antica terra italiana”.

Frame del film “Ganj Dareh”, di Keyvan Tabatabaie Samimi

La motivazione della giuria, formata da Andrea Augenti, Iefke van Kampen, Maria Concetta Parello e Antonia Falcone: “Per l’ottima ricostruzione di un capitolo importante della storia dell’archeologia a cavallo tra tre continenti, creando un ponte importante e significativo tra Iran, Canada e Danimarca; per aver dimostrato che la cooperazione tra nazioni in archeologia può portare a risultati notevoli; per aver saputo illustrare in maniera efficace l’evoluzione del lavoro dell’archeologo, partendo dalle indagini svolte nel passato fino ad arrivare a quelle più recenti; e per l’ottima qualità delle immagini e della sceneggiatura, e in particolare per la sapienza e il gusto nell’alternare in maniera equilibrata e illuminante interviste, nuovi filmati e testimonianze storiche”.

Menzione speciale al film francese “Homo Sapiens. Les Nouvelles Origines / Homo Sapiens. Le nuove origini” di Olivier Julien (Francia – Marocco 2020, 45’): una scoperta a Jebel Irhoud, in Marocco, ha rivoluzionato la storia della nostra specie, Homo sapiens. Nel 2017 un team internazionale annunciò di aver scoperto fossili che dimostrano la presenza dei nostri antenati umani nell’Africa nord-occidentale già 300.000 anni fa. Fino ad allora, i paleontologi credevano che Homo sapiens risalisse a 200.000 anni fa e che l’Africa orientale fosse la culla della nostra specie.

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Frame del film “Homo Sapiens, les Nouvelles Origines / Homo Sapiens, le nuove origini” di Olivier Julien

Il film, recita la menzione, “documenta per la prima volta sullo schermo le importanti recenti scoperte su Homo sapiens che hanno rivoluzionato le conoscenze sulla nostra specie. Per la capacità di raccontare il lavoro dell’archeologo in maniera semplice ma con grande attenzione ai dettagli, in particolare rispetto all’uso delle tecnologie più avanzate; per l’alta qualità delle immagini e delle ricostruzioni storiche, molto efficaci perché appena suggerite grazie al ricorso alle ombre; per la sceneggiatura di ottimo livello, che ricostruisce la vicenda in maniera avvincente come un giallo archeologico”. 

Il premio “L’Italia si racconta” è andato a “Paesaggi del cibo” di  Michele Trentini e Andrea Colbacchini, prodotto da tsm | step Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio. La giuria presieduta da Isabella Bossi Fedrigotti con Romina Zanon e Alessandro De Bertolini ha dato la seguente motivazione: “L’opera di Michele Trentini e Andrea Colbacchini, prendendo le mosse dall’analisi di un piatto creato da un affermato chef locale, offre un approfondimento su alcune pratiche agroalimentari strettamente legate alla biodiversità del territorio trentino. Alternando un codice narrativo tipico dell’osservazione documentaristica ad un linguaggio lirico-visivo segnato da pause e silenzi evocativi, i registi disegnano un viaggio che conduce lo spettatore dai paesaggi alpini e dolomitici della Val Rendena e della Valle del Vanoi fino a quelli terrazzati dai tratti mediterranei dell’Alto Garda. Volti, gesti e frammenti di vita agreste si fondono in un canto corale allo spazio agricolo del territorio antropico trentino e alla solerzia degli uomini e delle donne che lo abitano”.

Il premio “Sguardi dal mondo” è andato al film spagnolo “Queens of Orango / le regine di Orango” di Raúl Bueno Herrera (Spagna 2020, 52’), uno splendido documentario antropologico ricchissimo di spunti di riflessione. Nel sud-ovest della Guinea Bissau ci sono alcune isole dove vive un popolo molto particolare, i Bissago, in armonia con la spettacolare natura che li circonda, dove la donna è protagonista. Attraverso  le donne di Eticoga, sull’isola di Orango, conosciamo gli aspetti più significativi e particolari di questa società matriarcale così diversa non solo dal modo di vivere occidentale, ma dal resto dell’Africa e da quasi tutte le altre culture del pianeta.

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Frame del film “Queens of Orango / le regine di Orango” di Raúl Bueno Herrera

Questa la motivazione della giuria presieduta da Duccio Canestrini con Katia Berrnardi e  Alessandro De Bertolini: “Arcipelago di Bissau (Isole Bijagos,  Africa occidentale). Una manciata di isolette sotto Capo Verde, davanti alla Guinea Bissau. Sull’isola maggiore, Orango, un’antica tradizione matriarcale affida alle donne sia la gestione delle risorse economiche sia la funzione spirituale. Interessante notare, come elemento di riflessione in un mondo ancora travolto dalle discriminazioni sessiste, come le donne qui abbiano grandi responsabilità politiche e sociali, oltre a tenere aperto il dialogo con la divinità: un rapporto straordinariamente intenso, mediato attraverso il contatto con le  anime dei defunti. Ottime le riprese video, intelligente la scelta degli intervistati. E com’è giusto che sia nell’ottica di una cinematografia etnografica moderna, c’è attenzione anche ai segnali di cambiamento, senza stucchevoli nostalgie né traccia di primitivismo”.

Il premio “Cultura animata”  è stato attribuito dalla giuria presieduta da Andrea Artusi con Sabrina Zanetti e Dalia Macii al geniale film d’animazione francese “Amerigo et le nouveau monde” di Luis Briceno e Laurent Crouzeix (Francia 2020, 14’) preferito anche dalle scuole primarie intervenute la prima mattina del festival, “per la straordinaria capacità di affrontare un tema storico controverso, come quello dell’attribuzione del nome al continente americano, attraverso le vicende di Amerigo Vespucci narrate con ironia e padronanza delle diverse tecniche di animazione, capaci di rendere il corto in grado di intrattenere e incuriosire sia un pubblico adulto che di ragazzi con ritmo, rigore narrativo e al contempo leggerezza dei toni espressivi”. 

Menzione speciale all’inglese “Weight of consciousness/ Il peso della coscienza” di Alemsah Firat (Regno Unito 2020, 4’) “per la poesia e l’originalità della tecnica utilizzata nell’animazione che, con un elegante e raffinato linguaggio pittorico, è in grado di condurre lo spettatore in un viaggio attraverso l’evoluzione della coscienza umana fin dal grembo della madre terra attraverso i luoghi del mito rappresentati con originalità e spessore narrativo”.

La menzione CinemAMoRe attribuita dai rappresentanti dei tre festival trentini Trento FIlm Festival, Religion Today e RAM film festival è andata al film “Et si Babel n’était qu’un mythe? / E se Babele non fosse che un mito?” di Sandrine Loncke (Francia 2019, 56’) con la seguente motivazione: “Ci sono storie che possiedono una forza intrinseca ed eversiva. Narrazioni in grado di ricalibrare, con una dolce e risoluta spinta, la nostra posizione nel mondo. Quella di What if Babel was just a Myth? è una di quelle storie. Il documentario descrive, con una cinematografia curata ed essenziale, le vicende umane, linguistiche e sociali degli abitanti di una remota località del sud del Ciad. La macchina da presa segue da vicino il lavoro di un giovane linguista francese che cerca di documentare nella maniera più precisa possibile uno dei molti idiomi locali. Gli abitanti del villaggio si rivelano essere poliglotti provetti. Alcuni di loro conoscono ed utilizzano fino a sei lingue diverse. Se ad ogni lingua corrisponde una visione del mondo e un sistema di valori, non si può non pensare che i protagonisti di questo documentario siano dotati di una immensa ricchezza, che rischia di scomparire insieme alla lingua che di essa è espressione. Il film diviene così una vera e propria celebrazione della diversità e dell’apertura mentale e della capacità di accoglienza che il multilinguismo porta con sé”.