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“ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”: a Bolzano la mostra fotografica di Lucio Rosa, reportage sui gruppi etnici (molti a rischio estinzione) che popolano la bassa valle del fiume Omo

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

La galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

L’Africa resta nel suo cuore, perché quella vera per ora è irraggiungibile. Così Luco Rosa, il regista fotografo, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, da quasi mezzo secolo impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere, l’Africa ha deciso di portarla nella sua Bolzano con la mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di piazza Domenicani dal 9 al 28 gennaio 2020 (vernice l’8 gennaio, alle 18). “È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo”, sintetizza Lucio Rosa. “Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tuttora vivide”. Nella bassa valle del fiume Omo, in Etiopia, esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze e di gruppi etnici, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. Natura e uomo, indissolubilmente intrecciati, danno forma a razze e gruppi etnici adagiati su un mosaico multiforme. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Dassanech, dei Karo, dei Borana, dei Konso, degli Hamer, degli Arbore, dei Mursi. “Per potersi avvicinare a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, spiega il regista, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze ed ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di culture di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”. Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate”. La minaccia resta intatta e la distruzione di queste fragili e preziose culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. “Sarà così?” è l’emblematica domanda-denuncia che Lucio Rosa lancia attraverso la mostra a quanti sono in potere di fare qualcosa.

La cartina della bassa valle dell’Omo in Etiopia con i gruppi etnici presenti

Etiopia “Land Grabbing”. È dal 2008 che in tutta la bassa valle dell’Omo si sta verificando un rapido cambiamento delle condizioni di vita a scapito dei deboli della Terra, come sono i gruppi etnici che qui cercano di sopravvivere. Il governo etiope disbosca ampi territori sottraendoli brutalmente ai gruppi tribali distruggendo i loro pascoli. E il bestiame è l’unica fonte di sostentamento di questa gente. Questi vastissimi territori vengono dati in concessione ad imprese multinazionali malesi, finlandesi, turche, olandesi, italiane, coreane, specializzate nella coltivazione della canna da zucchero, cotone, palma da olio, mais per produrre biocarburanti. I gruppi etnici che vivono nella bassa valle dell’Omo e che non dispongono più degli spazi necessari per la vita dei loro armenti, sono destinati a scomparire. O diventano braccianti agricoli, perdendo la loro identità, costretti ad accettare salari da sfruttamento imposti dalle multinazionali, oppure sono costretti ad andarsene, non si sa dove. Chi si oppone e fa resistenza rischia il carcere o l’isolamento in villaggi “riserva”. E così sparirà da questi luoghi anche il turismo, culturale o non che sia, che ancora oggi è attratto da questo mondo “antico” e da queste “lontane” culture.

Una donna del gruppo etnico Dassanech (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Dassanech. Nella parte più meridionale della valle dell’Omo, in un territorio semi arido, non lontano dal delta del fiume Omo che si spinge in Kenya verso il lago Turkana, vivono i Dassanech, il “Popolo del delta”. Sono una popolazione di circa 30mila individui. Originariamente erano stanziati in Kenya, lungo entrambe le rive del lago Turkana, ma negli ultimi 60 anni, sono stati esclusi da questi territori e quindi, avendo perso la maggior parte delle loro terre tradizionali, una gran parte dei Dassanech è migrata nella bassa valle dell’Omo. Nonostante l’influenza del fiume e del lago, il territorio è estremamente secco, un deserto. I Dassanech sono tradizionalmente dediti alla pastorizia, ma negli ultimi anni praticano anche una agricoltura di sussistenza, lottando contro un ambiente a loro ostile.

Donne del gruppo etnico Karo (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Karo. Lungo le rive dell’Omo inferiore si trovano i villaggi dei Karo, una popolazione di poco più di 1000 individui la cui sopravvivenza è seriamente minacciata. Nonostante le incertezze che colpiscono la loro dura esistenza, un innocente entusiasmo sembra coinvolgere i Karo nel “vestire” i loro corpi con pitture eseguite con il gesso. Sono motivi elaborati che non hanno un significato simbolico ma un carattere puramente estetico. Un tempo vivevano su entrambe le sponde del fiume ma, a causa dei conflitti sanguinosi degli anni tra il 1980 ed il 1990 con la tribù dei Nyangatom, loro storici avversari, sono stati costretti a migrare sulla riva orientale. ll popolo dei Karo è comunque destinato ad estinguersi e nei pochi villaggi ancora esistenti sopravvivono solo alcune centinaia di individui. Basterebbe una epidemia per causare l’estinzione dell’etnia. Inoltre sono molte le giovani Karo che preferiscono sposare uomini di un gruppo etnico più forte che offra maggior sicurezza, vedi gli Hamer, e che lasciano il villaggio paterno per formare una nuova famiglia nel villaggio del futuro marito. Nel villaggio Karo tutto ciò determina una crisi demografica senza fine che porterà all’estinzione dell’etnia e all’assimilazione di un intero popolo.

Un uomo del gruppo etnico Borana (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Borana. I Borana (“genti del mattino”) sono un gruppo etnico che vive distribuito tra il Sud dell’Etiopia (Oromia) e l’arido Nord del Kenya. Appartengono al vasto gruppo degli Oromo, di cui ritengono essere “l’etnia primigenia” e di essere gli unici a vivere ancora secondo le antiche tradizioni. Si stima siano tra i 400 e i 500mila individui, sparsi nei due Paesi e divisi in più di un centinaio di clan. Sono un popolo semi-nomade di pastori. Allevano zebù, mucche, cammelli, capre, pecore, asini. Recentemente hanno iniziato a dedicarsi anche all’agricoltura e sono diventati sempre più sedentari. La religione tradizionale è fondata sulla concezione del Dio unico, Waaka. Parlano un dialetto della lingua Oromo, l’afaani Boraana. I Borana sono provetti ingegneri idraulici. Nelle loro aride terre in cui vivono, l’acqua non è sempre disponibile. Per procurarsela i Borana hanno scavato profondi pozzi a gradoni che arrivano a superare anche i 30 metri di profondità e che ancora oggi utilizzano nei periodi di siccità. Nella stagione secca, i giovani Borana si calano lungo il pozzo nelle viscere della terra per prelevare l’acqua che, formando una vera catena umana, con la tecnica del passamano, portano in superficie in recipienti ricolmi. Il lavoro è accompagnato dal loro canto da cui il nome di “pozzi cantanti”. Il canto dà al lavoro un senso di gioia e aiuta a mantenere il ritmo nel ripetersi dei gesti.

Un villaggio del gruppo etnico Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso. Tra le colline a Sud del lago Chamo, in un territorio montagnoso che si estende lungo il margine orientale della valle dell’Omo a una altezza intorno ai 1500 metri, vivono i Konso, un popolo di agricoltori sedentari, un gruppo etnico di lingua cuscitica. I villaggi dei Konso, a scopo difensivo, sono arroccati sulle falesie che dominano le ampie vallate. Legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano questi insediamenti. Strade e stradine, delimitate da muretti in pietra a secco, intersecano i villaggi che si presentano come un fitto labirinto di recinti. I vicoli si fanno sempre più stretti mano a mano che salgono verso la sommità della falesia. Un vero dedalo per disorientare e rendere difficile l’accesso al villaggio ad eventuali nemici. I Konso sono una popolazione di circa 20mila individui. Possono essere di religione cattolica, cristiana-ortodossa o musulmana, ma effettuano ancora riti pagani propri della religione animista. La loro abitazione è una capanna circolare con il tetto di paglia. Sulla sommità un vaso di terracotta, privato della base, ne sigilla l’apertura. La sua forma, sempre diversa, identifica la famiglia che ci abita. Al centro del villaggio si trova un alto “totem” (olahita), l’albero delle generazioni. È costruito con tronchi di juniper, un legno molto duraturo. Ogni 18 anni si aggiunge un nuovo tronco per segnare l’inizio di una nuova generazione. Diventa quindi una sorta di calendario tradizionale, un indicatore dei passaggi generazionali.

Le Wagas, caratteristiche statute in legno dei Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso: le Wagas. Suggestive, enigmatiche appaiono queste nude figure in legno, corrose dalla pioggia e dal tempo, che vogliono essere espressione delle imprese dell’uomo. Sono chiamate Wagas nella lingua dei Konso, cioé “qualche cosa dei padri”. Sono statue commemorative dedicate a un defunto dal passato importante, un uomo che ha protetto la sua gente, che ha ucciso un nemico o un animale feroce, come un leone o un leopardo. Si trovavano presso la sua tomba, spesso, con accanto la Wagas della moglie. Il culto degli antenati, attraverso le sembianze di questi Totem, ha per i Konso una grande importanza, perché tramanda la vita e la storia personale di un eroe, di un uomo importante. Tale usanza è solo un ricordo ed è affidata a vecchie fotografie come questa che mostriamo scattata nel 1905 da Renato Biasutti, geografo, etnologo. Fortunatamente, questi Totem vengono ora protetti e tutelati in un museo.

Un giovane del gruppo etnico Hamer (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Hamer. Hamer è un gruppo etnico indigeno che vive nel sud dell’Etiopia, nel bacino della valle del fiume Omo. Il censimento del 2007 ha contato 46.532 individui di etnia Hamer. Sono pastori, ma praticano anche una agricoltura di sussistenza. Nella popolazione dei pastori Hamer, sia le donne che gli uomini sono molto “ambiziosi” e prestano molta cura al proprio corpo. Le donne Hamer, altere e bellissime, sono infaticabili. Impegnate nell’allevare i figli, nel preparare i pasti per la famiglia, nell’accudire all’abitazione. Ma tutto ciò non impedisce loro di dedicarsi anche alla cura della bellezza. Una caratteristica estetica, un segno inconfondibile delle donne Hamer, è l’elaborata pettinatura, sfoggiata con fierezza. La tipica acconciatura, chiamata “goscha”, è ottenuta dall’intreccio di sottilissime treccine spalmate di burro, ocra, polvere di ferro e argilla. Le donne indossano strette collane di ferro, gli “ensente”. Si tratta del dono di fidanzamento che la donna porterà per tutta la vita. Al momento del matrimonio, e se si tratta della prima moglie, la donna può portare un secondo collare di ferro, chiamato “bignere”, che presenta una protuberanza fallica e che viene aggiunto ai collari del fidanzamento. Gli uomini che abbiano ucciso un nemico oppure un animale feroce, pericoloso come un leone o un leopardo, si fregiano di una particolare acconciatura sul capo. Con l’argilla, che viene impastata direttamente sulla testa, formano una originale crocchia, una specie di caschetto che viene dipinto con ocra. Un piumaggio, preferibilmente di struzzo, completa l’acconciatura. È un segno di riconoscimento per il coraggio dimostrato. Come in molte altre culture, anche tra gli Hamer vige un complesso sistema di classi sociali. Un evento chiave della cultura di tutte le comunità che abitano nel cuore della valle dell’Omo, è il rito che celebra il passaggio di classe d’età dei giovani adolescenti. Uno dei riti più radicati e controversi della cultura Hamer è la cerimonia del “salto dei tori”, Uklì Bulà, rito che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. I giovani Hamer sono chiamati a dimostrare forza e coraggio saltando e correndo sui dorsi dei tori senza cadere, il che li farebbe risultare “sconfitti”. Superata la prova, i giovani diventano “adulti” e potranno sposarsi, possedere del bestiame ed avere dei figli. La cerimonia inizia con un “prologo” che agli occhi di noi occidentali può apparire arcaico e cruento. Le giovani Hamer, per mostrare che il loro coraggio è pari a quello degli uomini, si lasciano fustigare dai Maza, cioè da giovani che hanno già superato la prova del salto in anni precedenti, ma che sono ancora da sposare. Le giovani Hamer non subiscono questa che a noi appare una violenza. Anzi, per dimostrare la loro fierezza sfrontatamente affrontano i Maza per invitarli a colpirle. Questo atto violento lascerà sui corpi delle ragazze profonde cicatrici che verranno ostentate con orgoglio.

Una giovane del gruppo etnico Arbore (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Arbore. Un popolo fiero, quello degli Arbore, che ora non supera i 4000 individui. Vivono nei pressi del lago Chew Bahir (ex lago Stefania) nella pianura ad ovest del fiume Woito. Sono di religione islamica, ma sono ancora molto presenti credenze tradizionali che riconoscono un unico Dio creatore, chiamato Waaqa. Grazie all’acqua presente nel loro territorio, si dedicano ad una piccola agricoltura. Ma sono anche pastori. Dal collo delle donne scendono a grappoli numerose collane. Donne molto belle con un portamento fiero e deciso, quasi di sfida. Si ritiene che gli Arbore provengano da lontane terre orientali e che, quasi certamente, il loro sangue sia misto. La loro discendenza li pone tra i popoli che anticamente abitavano la valle dell’Omo e gli altopiani di Konso, come i Borana e i Dassanech.

Donne di etnia Mursi con il caratteristico piattello labiale (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Mursi. “Queste tribù selvagge hanno tendenze detestabili e abitudini bestiali, eppure non mostrano l’indole feroce”. Così appuntavano, nel 1896, nel loro diario di viaggio Lamberto Vannutelli e Carlo Citerni al seguito della spedizione condotta da Vittorio Bottego alla scoperta del fiume Omo e della sua foce, primi occidentali ad incontrare questo popolo. L’incontro dei primi esploratori con una donna Mursi non può non averli lasciati sbalorditi. Il piattello labiale altera le sembianze del volto e può sembrare una usanza, come hanno riportato Vannutelli e Citerni, “detestabile e bestiale”. L’usanza del piattello labiale, per alcuni antropologi, pare abbia avuto origine nel periodo della tratta degli schiavi. Il volto così sfigurato poteva essere un deterrente, un modo per deprezzare la donna e quindi utile a dissuadere gli schiavisti dal portarla via e una opportunità di salvezza per lei. Il piattello labiale è un segno di prestigio per la donna che lo porta ma è anche un segno di ricchezza. Sicuro è il valore economico del piattello. Più grande è, maggiore sarà il numero di capi di bestiame che la sua famiglia chiederà al pretendente per cederla in sposa. I Mursi, o Murzu, sono pastori nomadi, in continuo movimento alla ricerca di pascoli e acqua per il loro bestiame. Per proteggersi da attacchi di possibili nemici, i Mursi, donne e uomini, presidiano armati con armi automatiche i loro villaggi. Le mandrie di bovini rappresentano la ricchezza di questa gente, ma fanno anche gola a molti altri e l’abigeato è un male assai comune, qui. Secondo il censimento del 2007 i Mursi costituiscono una comunità di circa 7500 persone. Ma il loro numero diminuisce sempre più a causa delle condizioni sanitarie estremamente precarie, dei prolungati periodi di siccità e del loro spostamento forzato verso le terre aride dell’Est.

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

“Questo mio “viaggio” è finito”, chiude Lucio Rosa. “Sono 115 le immagini che propongo. Immagini che non si limitano a mostrare le genti che vivono in questo estremo angolo d’Africa nel sud dell’Etiopia. Sono immagini che indagano, scrutano i loro volti, i loro sguardi, ogni loro atteggiamento, le loro fattezze e che “raccontano” a volte fierezza, a volte gioia, a volte tristezza. Genti “lontane” di un mondo che, forse, è giunto alla fine del suo “viaggio” e che inevitabilmente stiamo perdendo”. A corollario della mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”, il museo civico di Bolzano propone, nella sala delle Stufe, la proiezione di alcuni film del regista Lucio Rosa: mercoledì 15 gennaio 2020, alle 18, “BILAD CHINQIT” (59’); giovedì 16 gennaio 2020, alle 18, “IL SEGNO SULLA PIETRA” (59’); venerdì 17 gennaio 2020, alle 18, “BABINGA, piccoli uomini della foresta” (25’) e, a seguire, “IL “RAGAZZO” CON LA NIKON” (30’).

Venezia intitola il museo di Storia Naturale a Giancarlo Ligabue, l’imprenditore-paleontologo che proprio a quel museo ha dato, in dono o in deposito permanente, oltre duemila reperti frutto delle sue spedizioni scientifiche in tutto il mondo, tra cui gli scheletri di un dinosauro e di un coccodrillo gigante

La locandina per l’intitolazione del museo di Storia Naturale di Venezia a Giancarlo Ligabue

Foto di gruppo per l’intitolazione del museo di Storia Naturale di Venezia a Giancarlo Ligabue

In cuor suo l’aveva sempre considerato il “suo” museo, perché era il museo della sua città, Venezia, che le aveva dato i natali e che non ha mai lasciato. Non è un caso che al ritorno dalle sue spedizioni scientifiche paleontologiche e archeo-antropologiche in tutto il mondo Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia avesse dato, tra donazioni e deposito permanente, oltre duemila reperti, alcuni eccezionali come gli scheletri di “ouranosaurus nigeriensis” e del coccodrillo “sarcosuchus imperator”, con una sola richiesta: che questo tesoro venisse “degnamente esposto”. Si può immaginare perciò prima la sua intima sofferenza a vedere il “suo” museo chiuso per anni per lavori di riallestimento, poi la gioia alla riapertura nel 2010, quando il paleontologo era già malato, di vedere il “suo” dinosauro nel nuovo percorso e di potersi intrattenere per un’ultima volta, come amava fare lui, con i giovani visitatori, raccontando loro aneddoti e avventure. A quasi cinque anni dalla morte, avvenuta nel gennaio 2015, del grande imprenditore-paleontologo, Venezia ha deciso di intitolare a Giancarlo Ligabue il museo naturalistico della città, tra i più visitati della Fondazione Musei Civici di Venezia, ospitato nel bellissimo edificio del XIII secolo che fu il Fontego dei Turchi, affacciato sul Canal Grande: dal 30 ottobre 2019 il nome ufficiale è museo di Storia Naturale di Venezia “Giancarlo Ligabue”. Una decisione presa nei mesi scorsi dalla giunta comunale di Venezia su richiesta del sindaco Luigi Brugnaro e appoggiata dalla presidenza e dalla direzione della Fondazione Musei Civici di Venezia e il 30 ottobre 2019 ufficialmente sancita, a ricordare la passione per la ricerca, ma soprattutto l’impegno profuso nei confronti di questo museo e della città, da parte dell’imprenditore – paleontologo Giancarlo Ligabue.

Giancarlo Ligabue, imprenditore e paleontologo, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia

Veneziano, alla guida di un’azienda di catering e approvvigionamenti navali ereditata dal padre e da lui resa internazionale, che festeggia quest’anno il primo secolo di attività, Giancarlo Ligabue (1931 -2015) era anche un appassionato studioso, ricercatore ed esploratore. Una personalità eclettica della cultura, un moderno avventuriero assetato di sapere e di conoscenza del passato come del presente, desideroso di capire i mondi e le culture diverse; un collezionista instancabile, sostenitore di giovani ricercatori e di grandi imprese scientifiche. Un uomo che ha saputo alternare la sua vita di imprenditore con quella di studioso – un dottorato in paleontologia alla Sorbona e cinque lauree honoris causa – attingendo al suo dna di esploratore per l’una e per l’altra attività.

Il logo del Centro studi e ricerche Ligabue

Con il Centro Studi e Ricerche Ligabue da lui istituito, forte di un comitato scientifico internazionale, Giancarlo ha promosso o sostenuto in 40 anni – spesso guidandole direttamente – oltre 130 spedizioni nei diversi continenti a fianco delle principali istituzioni scientifiche internazionali, scoprendo sei giacimenti di dinosauri, cinque di ominidi fossili, diverse etnie in via di estinzione o sconosciute al mondo occidentale, e ancora città sepolte, necropoli, insediamenti, centri megalitici, pitture e graffiti rupestri, nuove specie di animali e impronte fossili. Diversi gli ambiti di interesse – paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali -, tantissime le pubblicazioni scientifiche, le testimonianze e i materiali documentari che oggi vengono valorizzati dalla Fondazione che porta il suo nome, voluta e presieduta dal figlio Inti Ligabue: un’istituzione che prosegue l’impegno del Centro Studi scegliendo la via della ricerca e della divulgazione, con l’intento di “conoscere e far conoscere” e con tante iniziative culturali offerte alla città.

Giancarlo Ligabue nel deserto del Tenerè nel sito di Gadoufaoua (Niger)

Il rapporto tra Giancarlo Ligabue e il museo di Storia Naturale di Venezia inizia nella metà degli anni Settanta del Novecento in seguito a una missione di scavo organizzata dal paleontologo-imprenditore veneziano nel deserto del Ténéré, nel Niger orientale, in collaborazione con Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi. Le operazioni di scavo iniziarono il 17 novembre del 1973 nel sito di Gadoufaoua (Niger) – che significa “dove fuggono i cammelli” – e si protrassero per circa un mese. La vastità e la ricchezza del giacimento permisero di raccogliere un’enorme quantità di fossili che, consolidati dai tecnici della spedizione, vennero trasportati in Europa per essere restaurati e studiati al museo parigino. Si tratta di fossili di organismi vissuti nel Cretaceo inferiore, circa 110 milioni di anni fa, che testimoniano un clima caldo umido con un paleoambiente caratterizzato da una foresta tropicale con alberi alti fino a trenta metri e grandi zone paludose in cui vivevano pesci e molluschi.

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città

Tra i fossili più importanti c’era lo scheletro quasi completo di un Ouranosaurus nigeriensis, lungo oltre sette metri. Giancarlo Ligabue decise di donare alla città di Venezia lo scheletro del dinosauro – l’unico pressoché completo in un museo italiano – assieme ad altri fossili dello stesso giacimento e ad un impressionante scheletro di coccodrillo Sarcosuchus imperator, la specie di coccodrillo più grande mai esistita. Gli straordinari reperti vennero trasportati a Venezia ed esposti al pubblico nel 1975. Ligabue voleva che il materiale donato venisse “degnamente esposto”: volle essere coinvolto nella sistemazione dei reperti paleontologici all’interno del museo e partecipò alle spese di trasporto e allestimento. Per Giancarlo il museo divenne l’altra grande passione della vita. Vedere i bambini ammirati davanti al “suo” dinosauro lo emozionava. Prima quasi dimenticato, il museo veneziano ricevette da questo straordinario evento un nuovo slancio. Nel 1978 il sindaco di Venezia Mario Rigo nominò Ligabue presidente del museo, una carica onorifica ma che investì Giancarlo di nuovo entusiasmo. Fu anche presidente del comitato scientifico internazionale che egli stesso aiutò a comporre insieme all’allora direttore.

Inti Ligabue alla cerimonia di intitolazione del museo di Venezia al padre Giancarlo

Al museo, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo, Giancarlo Ligabue donò e diede in deposito permanente, a partire dagli anni Settanta e poi per la riapertura delle sale espositive tra il 2010 e il 2011, oltre 2000 reperti. Negli anni Ottanta e Novanta furono sviluppati anche singoli progetti di allestimento con materiali della sua collezione: una saletta di museologia scientifica al piano terra; la sala di icnologia, originalissima, che conteneva una straordinaria raccolta di impronte e tracce fossili. La grande mostra “I Dinosauri del Deserto del Gobi” del 1992, ispirata dalle spedizioni in Mongolia finanziate dal Centro Studi e Ricerche, grazie all’intermediazione di Giancarlo presentò per la prima volta in Occidente molti scheletri completi di dinosauro, facendo registrare oltre 120mila visitatori. Un numero sorprendente se si pensa che nel decennio precedente la media era attestata attorno ai 20mila visitatori l’anno.

L’esploratore Giovanni Miani

Oggi la prima sala del museo di Storia Naturale di Venezia divenuto, con i suoi 80mila visitatori annui, uno dei più visitati in laguna – una sala di grande effetto scenico, portale d’accesso alla sezione paleontologica – è dedicata proprio alla spedizione che Giancarlo Ligabue organizzò nel deserto del Ténéré e ai due giganteschi, straordinari reperti che hanno resa famosa quell’avventura, celebrata dalla stampa internazionale e di tutto il mondo. Quindi, nella sezione del museo dedicata agli “esploratori veneziani, racconti di viaggi, ricerche e spedizioni”, la figure di Giancarlo è ricordata in un’apposita sala, accanto a grandi protagonisti delle ricerche di fine Ottocento-inizi Novecento, come Giovanni Miani e Giuseppe de Reali. L’intitolazione ora del ma Giancarlo Ligabue segna la definitiva consacrazione di un legame di affetto e il riconoscimento di una generosità e di un impegno fondamentali, mai sopiti.

Il Fontego dei Tedeschi, sede del museo di Storia Naturale di Venezia, con la piroga proveniente dalla Nuova Guinea conservata nell’affaccio del palazzo

Un uovo di dinosauro della Collezione Ligabue

La collezione Giancarlo Ligabue, conservata al museo di Storia Naturale di Venezia, conta oltre 2000 reperti di paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo. La maggior parte dei reperti si può ammirare lungo il percorso espositivo, in particolare nella sezione paleontologica “sulle tracce della vita” e nella sala dedicata al Centro Studi e Ricerche Ligabue della sezione “Raccogliere per stupire, raccogliere per studiare”. Tra i reperti più significativi – come si diceva – lo scheletro di Ouranosaurus nigeriensis con i reperti provenienti dalla spedizione nel deserto del Ténéré; un ricca collezione di uova dinosauro e icnofossili, la piroga proveniente dalla Nuova Guinea che caratterizza l’affaccio sul Canal Grande del museo; gli affascinanti crani degli antenati Asmàt; una raccolta di divinità antropomorfe; una serie di asce e strumenti delle diverse età dei metalli; uccelli, insetti e molluschi esotici.

L’esemplare di Ouranosaurus nigeriensis scoperto da Giancarlo Ligabue e simbolo del museo di Venezia

Ouranosaurus nigeriensis Gli ouranosauri, particolari iguanodonti ritrovati solamente a Gadoufaoua nel deserto del Ténéré, raggiungevano una lunghezza di sette metri, un’altezza di tre metri e un peso di forse due tonnellate. Il loro scheletro è massiccio, con zampe adatte a un’andatura fondamentalmente quadrupede, ma con la possibilità di utilizzare la postura eretta per raggiungere le parti più alte della vegetazione o per porsi in posizione di difesa. Le zampe posteriori sono fornite di tre dita con unghie a forma di zoccolo mentre quelle anteriori, a cinque elementi, presentano sia un “mignolo” estremamente flessibile e funzionale forse per la raccolta del cibo sia un “pollice” modificato in una struttura prominente appuntita, usata forse come arma o come strumento di richiamo sessuale. La bocca è caratterizzata dalla presenza di una sorta di becco privo di denti, utilizzato per afferrare e strappare vegetali; posteriormente si trovano due file di denti adatti a triturare il cibo. Caratteristica della specie è la presenza di lunghe spine neurali sulle vertebre dorsali e su parte di quelle caudali, probabilmente ricoperte dalla pelle in modo continuo a formare una lunga cresta rigida, una specie di “vela” le cui funzioni sono solamente ipotizzabili. È possibile che fosse usata come regolatore termico, per assorbire o rilasciare il calore a seconda delle necessità. Altre possibili funzioni potrebbero essere legate alla riproduzione (richiamo sessuale) o alla difesa (per sembrare più grande ai predatori).

Il fossile di Sarcosuchus imperator scoperto da Giancarlo Ligabue e conservato al museo di Venezia (foto da http://www.boneclones.com)

Sarcosuchus imperator Il sarcosuco è considerato la specie di coccodrillo più grande mai esistita: poteva raggiungere una lunghezza di 12 metri e pesare 8 tonnellate. Possedeva un centinaio di denti lunghi fino a 10 centimetri, robusti, lisci e arrotondati, adatti ad afferrare grosse prede e a frantumarne le ossa. I suoi denti superiori e inferiori, a differenza di quelli dei coccodrilli piscivori, non venivano a trovarsi intervallati a fauci serrate, poiché probabilmente non si nutriva solo di pesci di grossa taglia ma anche di animali terrestri come piccoli dinosauri. Come in tutti i coccodrilli, gli occhi e le narici situati sulla sommità del cranio gli permettevano di nuotare quasi completamente nascosto sotto il pelo dell’acqua, tendendo imboscate alle prede sulle rive dei fiumi per poi trascinarle in acqua e ucciderle. Il corpo era ricoperto dorsalmente da file di piastre ossee sovrapposte a formare una sorta di armatura, estesa dal collo a circa metà lunghezza della coda che, assieme alla forma delle vertebre, limitava la flessibilità del corpo e la velocità dei movimenti. All’estremità del muso è presente una grossa protuberanza ossea arrotondata, simile a quella degli attuali gaviali indiani in cui, probabilmente, alloggiava un’ampia cavità nasale sferica denominata “bulla”. Gli studiosi ritengono che potesse migliorare l’olfatto e forse consentirgli di emettere richiami impressionanti analogamente a quanto fanno gli attuali gaviali in particolare durante gli accoppiamenti.

Icnofossili: tracce fossili lasciate dal passaggio di animali

Gli icnofossili Sono chiamati icnofossili le tracce fossili lasciate da antichi organismi nel loro ambiente come orme del passaggio di un animale, escrementi, resti di una tana o di un nido e molte altre tracce conservate nella roccia. Gli icnofossili sono di grande importanza per gli studi etologici sugli organismi estinti; grazie a essi si possono infatti ricostruire il loro comportamento, l’ambiente in cui essi si muovevano, il modo in cui si nutrivano, cacciavano, o più semplicemente si spostavano. I numerosi icnofossili esposti nel Museo, appartenenti alla collezione Ligabue, costituiscono una raccolta unica in Italia. Tra i reperti esposti in apposite teche trasparenti nel pavimento delle sale si possono notare le orme lasciate dai trilobiti nei loro spostamenti su un fondale marino del primo Paleozoico, le impronte dei primi vertebrati come quelle dell’Eryops, un grande anfibio che visse circa 300 milioni di anni fa, e quelle lasciate da un pelicosauro, un rettile sinapside del Permiano caratterizzato da una grande vela dorsale. Particolarmente interessanti sono l’ultimo percorso di un limulo sui sedimenti di una laguna del Giurassico e l’orma di un celurosauro, dinosauro carnivoro che visse in Istria nel Mesozoico, e la pista lasciata da un uccello nel fango eocenico della Provenza.

Inti Ligabue e Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi che promosse la spedizione scientifica nel deserto del Tenerè con Giancarlo Ligabue

Il ritrovamento dell’Ouranosaurus nigeriensis nel deserto del Teneré dalal spedizione di Giancarlo Ligabue

La prima impresa scientifica giacimento di Gadoufaoua – deserto di Ténéré. Nel febbraio del 1973 fu organizzata da Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi e da Giancarlo Ligabue una spedizione nel deserto del Ténéré (Niger orientale) alla ricerca dei dinosauri. Il giacimento individuato si estendeva su una superficie di circa 175 chilometri per 2 di larghezza con una potenza (spessore) calcolata in 60 metri, le qui rocce erano prevalentemente formate dal grés. Il periodo geologico, a cui il giacimento appartiene, è riferibile all’Aptiano-Albiano (circa 100 milioni di anni fa). È considerato uno dei giacimenti di dinosauri più vasti al mondo ed è costituito dall’antico letto di un grande fiume che nasceva dalle alte montagne allora esistenti nella vicina Nigeria. Nella parte a monte, le acque scendevano in modo impetuoso per poi calmarsi; a valle scorrevano tranquille in una vasta pianura formando ampie paludi, meandri, laghi, dove le continue alluvioni depositavano sabbie e finissimi sedimenti argillosi, creando così le condizioni ideali per la presenza di una folta e varia vegetazione, costituita prevalentemente da foreste di Araucaria e di felci. Il clima presente allora era di tipo caldo temperato. In questo ambiente si sono rinvenute, allo stato fossile, alcune presenze vegetali di Crittogame come le Felci e le prime Fanerogame con fiore (piante caratterizzate dal fiore e dal seme). Nella parte a valle del fiume, vivevano i Lepidotes, di grandi pesci che superano il metro di lunghezza. Si sono rinvenute diverse grosse conchiglie Unio, Lamellibranchi caratteristici delle acque dolci a lento scorrimento, alimento ricercato dei pesci presenti allora nel fiume. La spedizione ha rinvenuto carapaci di tartaruga e altri resti di piccoli rettili, nonché la mandibola di un gigantesco coccodrillo Sarcosuchus imperator, rassomigliante al Gaviale del Gange, lungo oltre 12 metri, esposto al museo naturale di Venezia, che è considerato uno dei più grandi coccodrilli mai esistiti. Il solo cranio misura un metro 60 di lunghezza circa. Per la sua vastità il giacimento fossilifero di Gadoufaoua, prima impresa scientifica del Centro studi Ligabue, potrebbe riservare nuove straordinarie scoperte.

“Addio Babinga, piccoli uomini della foresta”: a Bolzano mostra fotografica-denuncia di Lucio Rosa su un popolo di pigmei dell’Africa centrale cancellato dalla storia

Locandina della mostra a Bolzano “Addio Babinga. Piccoli uomini della foresta”, foto-reportage di Lucio Rosa

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Non solo fotografie, ma una testimonianza di vita, un appello per un popolo, i Babinga, che la storia sembra ormai aver dimenticato e abbandonato alla sua estinzione. E già il titolo della mostra fotografica in programma all’Espace-La Stanza di Bolzano dal 10 al 24 settembre 2019, “Addio Babinga, piccoli uomini della foresta Repubblica Popolare del Congo. Testimoni superstiti di epoche antichissime, un’immagine di quella che probabilmente era stata la vita dei cacciatori – raccoglitori della preistoria”, dà un’idea della drammaticità del momento. A regalarci questo momento di riflessione è ancora una volta lui, Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, il fotografo con l’Africa nel cuore, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, che da oltre 45 anni è impegnato nella realizzazione di film documentari, reportages anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere.

Anna Rosa durante le riprese tra i Babinga (foto Lucio Rosa)

Sono forse 200mila i pigmei dell’Africa Centrale. Vivono distribuiti su una fascia della foresta pluviale africana, che si estende per 1800 chilometri a cavallo dell’equatore, a partire dal Camerun e Gabon per giungere fino al Lago Vittoria. “Sono, o meglio erano”, sottolinea Rosa, “gli unici ed indiscussi padroni di questa enorme foresta, ed esprimevano, probabilmente, la cultura più integra e più antica di tutto il continente nero. Tre sono le etnie predominanti: gli Mbuti, i Babinga, i Twa”. I 60 scatti – rigorosamente in bianco e nero – in mostra, che risalgono all’ottobre/novembre del 1988, hanno colto i Pigmei quando erano ancora gli unici ed indiscussi padroni della foresta. “Io, mia moglie Anna e l’amico giornalista Ermanno Ferriani Abbiamo trascorso 60 giorni in questo angolo di Africa profonda per effettuare questa documentazione fotografica e per la realizzazione del film/documento “Babinga, piccoli uomini della foresta”. Sono gli ultimi scatti possibili, le ultime testimonianze che documentano questo fragile microcosmo di cui ho voluto tentare di cogliere la sua anima originaria, oggi ormai perduta”.

Donna Babinga con il suo bimbo (foto Lucio Rosa)

I pigmei Babinga. Nella foresta del Nord della Repubblica Popolare del Congo e nel Sud-Est del Camerun vivono i pigmei Babinga. La buia ed impraticabile foresta equatoriale africana è stata da sempre un baluardo che ha protetto la vita e l’identità culturale di questa etnia. Entrare in questo mondo incuteva paura, se non terrore, e nessun estraneo osava infrangere questo confine naturale. Come altri pigmei dell’Africa equatoriale, i Babinga non conoscono l’agricoltura, né la metallurgia, non filano e non sanno lavorare l’argilla.

Vita in un accampamento Babinga (foto Lucio Rosa)

Vita all’accampamento. I pigmei, distribuiti nell’immensa foresta e costretti a spostarsi continuamente per la ricerca di cibo, non possono costituirsi in vere e proprie tribù organizzate, ma non vivono senza fondamentali regole sociali. Formano gruppi di poche famiglie, sotto l’autorità di un anziano o del più esperto in problemi di caccia. Il “capo”, tuttavia, non rappresenta una figura di autorità come generalmente questa viene intesa: nessuno, nel gruppo, è superiore agli altri per diritto, né dispone di un potere da trasmettere ai discendenti. Il legame nel gruppo è di tipo economico-sociale e ciascuna comunità risolve i propri problemi, esercita poteri giudiziari ed esecutivi, vigila sui matrimoni. Regola fondamentale è la subordinazione degli interessi del singolo a quelli del gruppo. La famiglia costituisce la base dell’organizzazione sociale dei pigmei; il matrimonio ne è il fondamento. Il pigmeo è monogamo. Tra i Babinga la donna occupa nella famiglia e nel gruppo, una posizione di rilievo, adoperandosi per ogni necessità non solo della famiglia ma di tutta la comunità.

Uomini Babinga cacciano nella foresta (foto Lucio Rosa)

La caccia. Le prime luci dell’alba trovano i Babinga già svegli. Hanno attizzato il fuoco accanto al quale si riscaldano prima di intraprendere le attività del giorno, la caccia in primis. Occupazione fondamentale è la caccia. La caccia non è per i Pigmei il semplice compito di procurarsi del cibo: è qualcosa di più. Essa rappresenta l’interesse primario della loro esistenza, la stessa loro ragione di vita. In una preghiera che i Babinga rivolgono a Komba, il loro dio, c’è tutta la loro considerazione per la madre foresta: “Komba è nostro Dio perché ci dà da mangiare – Komba è la foresta che ci dà da mangiare – noi amiamo la foresta che ci dà tutto per vivere”. La carne frutto della caccia, soprattutto di antilopi e facoceri, che eccede le necessità alimentari del gruppo, viene affumicata per la conservazione e diventa merce per il baratto con gli agricoltori Bantu. In cambio i Babinga ottengono il ferro per le asce o punte per le lance ed anche prodotti dell’agricoltura.

Le donne Babinga impegnate nella raccolta nella foresta (foto Lucio Rosa)

La raccolta in foresta. Alle donne spetta il compito della raccolta dei prodotti spontanei che la foresta offre. Lasciano l’accampamento, accompagnate dai figli, cantando a voce spiegata, sia per dare al lavoro un senso di gioia, sia per allontanare e quindi evitare brutti incontri con animali pericolosi. La foresta non offre soltanto selvaggina, ma anche una grande varietà di prodotti, come bacche, foglie commestibili, larve, radici, tuberi, funghi, con cui i Babinga arricchiscono la loro dieta alimentare. Le donne rimaste all’accampamento preparano un pasto che, in mancanza di selvaggina, è totalmente vegetariano, a base di manioca e foglie di djaboucà, una pianta che cresce spontanea nella foresta. Per la carne dovranno attendere il ritorno dei cacciatori.

La limatura dei denti per i Babinga è un segno di fierezza (foto Lucio Rosa)

La limatura dei denti incisivi risponde a tre aspetti della cultura Babinga: è una forma di abbellimento sia per i ragazzi che per le ragazze, è un segno di fierezza, ma ha anche una funzione pratica. I denti appuntiti possono essere “strumenti” utili in molte occasioni. Insostituibili anche nel mangiare la carne di facocero, di antilope o di scimmia che sia, aiutandosi con i denti a strappare “succulenti” bocconi. Antica tradizione dei Babinga, è l’abbellimento del volto e del corpo con disegni incisi in modo indelebile sulla pelle. Una usanza diffusa, comunque, a tutte le latitudini. Le scarificazioni vengono effettuate con mano esperta e sicura da una anziana del gruppo. Sono segni che distinguono i vari clan e permettono di riconoscere facilmente il clan di appartenenza di ogni pigmeo. Quando una ragazza si prepara al matrimonio, i segni vengono eseguiti per piacere di più al proprio uomo. Alla fine dell’intervento, le “ferite” vengono riempite con la cenere che servirà quale pigmento per dare maggior risalto ai segni ornamentali.

La deforestazione mette a repentaglio il futuro dei Babinga (foto Lucio Rosa)

Deforestazione e conseguenze. Dagli anni ‘80 del secolo scorso, tutto è cambiato. Le abitudini di vita dei Babinga e la loro stessa esistenza sono state radicalmente e drammaticamente messe a repentaglio. Nella repubblica popolare del Congo si è evitata una deforestazione intensiva e selvaggia. Ma anche uno sfruttamento forestale limitato comporta l’apertura di numerose piste per il recupero ed il trasporto degli alberi abbattuti fino alle segherie poste lungo i fiumi. Queste piste hanno facilitato le comunicazioni ma hanno creato anche sempre più stretti rapporti tra la fragile cultura dei Babinga e quella più forte degli agricoltori Bantu, a tutto scapito della prima, destinata a soccombere. I villaggi Bantu si sono sviluppati anche grazie all’industria forestale, raggiungendo un certo benessere. I Pigmei, lusingati da una vita che può sembrare più agevole e abbagliati dal denaro di cui non afferrano il senso, sono usciti dalla foresta per vivere accanto e con i Bantu, in un rapporto che li vede sicuramente perdenti.

A tre mesi dal disastro aereo dell’Ethiopian Air Lines, in cui perse la vita Sebastiano Tusa, la Regione Sicilia ricorda il “suo” assessore-archeologo con una commemorazione e un video. Il ricordo dell’amico archeologo Luigi Fozzati

Sebastiano Tusa, 66 anni, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, morto nel disastro areeo dell’Ethiopian Air LInes

10 marzo 2019 – 10 giugno 2019: sembra ieri ma sono già passati tre mesi da quando Sebastiano Tusa, 66 anni, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, ha trovato la morte sul Boing 737 dell’Ethiopian Air Lines per Nairobi (Kenia), con tutti gli altri 156 passeggeri, tra cui 7 italiani, precipitato appunto il 10 marzo 2019, a Bishoftu (Etiopia) sei minuti dopo il decollo dall’aeroporto della capitale Addis Abeba. Tusa era diretto a Malindi, in Kenia, per una conferenza internazionale promossa dall’Unesco con la partecipazione di archeologi provenienti da tutto il mondo per discutere del progetto Unesco di creare proprio a Malindi un centro di interesse storico e di recupero delle tradizioni e della cultura di tutto il Kenya. Il professor Tusa, soprintendente del mare della Regione Siciliana, era stato chiamato proprio in virtù della sua competenza nel settore dell’archeologia marina. Le ricerche di Tusa e del suo staff, di concerto con il direttore del museo nazionale di Malindi “Caesar Bita”, aveva evidenziato già a Natale (quando vi era stato con la moglie, Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del museo d’Arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo) le grosse potenzialità nell’ambito dei ritrovamenti sotto la superficie dell’oceano Indiano, al largo di Malindi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/).

Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, con l’assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, il giorno del suo insediamento

Lunedì 10 giugno 2019 la Regione Siciliana ha deciso di ricordare il proprio assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, a tre mesi dalla tragica scomparsa nell’incidente aereo in Etiopia. Alle 17, nella Cattedrale di Palermo, si terrà una messa di suffragio, celebrata dall’arcivescovo Corrado Lorefice. A seguire, nel Palazzo d’Orleans, sono previsti gli interventi commemorativi del governatore Nello Musumeci, del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, del rettore dell’università Fabrizio Micari, dello scrittore e storico Valerio Massimo Manfredi e della giornalista e conduttrice televisiva Donatella Bianchi. In occasione della giornata dedicata alla commemorazione, negli uffici centrali e periferici della Regione Siciliana, saranno poste le bandiere a mezz’asta. Per l’occasione, sulla pagina Fb della Regione Siciliana è stato postato un video che sulle immagini sfumate di Sebastiano Tusa scorrono le immagini suggestive dell’immenso patrimonio archeologico vanto della Sicilia, mentre l’audio riporta una dichiarazione d’intenti dell’archeologo-neo assessore regionale ai Beni culturali.

Risentirle oggi quelle parole, che dovevano essere il manifesto programmatico di Tusa, diventano l’impegnativa eredità che l’archeologo-politico lascia ai suoi conterranei: quasi un decalogo che lui non ha potuto mettere in pratica ma la cui valenza non è certo venuta meno. “Il futuro strategico della Sicilia deve puntare sulla Cultura, e quindi sui tre pilastri che la reggono: il Turismo, l’Enogastronomia, il Mare. È tempo di pensare a lavorare meglio, senza inventarsi niente di nuovo, ma gestendo al meglio quello che abbiamo. Poi non possiamo più permetterci di avere aree archeologiche sporche, musei che non funzionano, con standard vecchi, oppure musei chiusi; dobbiamo cercare di acquistare e acquisire degli standard europei. Oggi il museo, l’area archeologica, il monumento devono diventare luoghi dove si va anche ripetutamente, si va anche per divertirsi: anche solo per prendere un caffè o ritrovarsi con gli amici. Questi luoghi devono diventare elementi sentiti di tutti, quasi parte di un itinerario quotidiano o comunque frequente. Dobbiamo lavorare sull’offerta culturale che in Sicilia è enorme, rendendo il patrimonio culturale appetibile, perché noi sappiamo che questi luoghi sono importanti, ma gli altri non lo sanno”.

L’archeologo subacqueo Luigi Fozzati, già soprintendente del Friuli-Venezia Giulia

“Non è facile parlare di Sebastiano”, scrive tra l’altro sull’ultimo numero di Archeologia Viva (maggio-giugno 2019) Luigi Fozzati, già soprintendente del Friuli Venezia Giulia, che con Tusa ha condiviso importanti esperienze di archeologia subacquea, e stretto una sincera amicizia, “per quella vita straordinaria che ha vissuto all’insegna del non risparmiarsi mai. In lui convivevano più aspetti, tutti vissuti con passione professionale: lo studioso di preistoria, che ci ha lasciato sintesi esemplari sulla storia più antica della Sicilia; l’archeologo subacqueo, che ha saputo imporsi ai politici della sua isola e saputo istituire la prima e unica Soprintendenza del Mare di tutta l’Italia, dove in questo settore non si muove foglia; il docente, instancabile e lieto di trasmettere il suo sapere nelle università. Infine il politico: ci teneva anche a questo ruolo, convinto che per arrivare a certi obiettivi occorra lo specialista. Dall’11 aprile 2018 rivestiva in Sicilia la carica di assessore ai Beni culturali, indicato da Vittorio Sgarbi, che lo aveva preceduto. Questi profili differenti che dialogavano tra loro si reggevano sulle qualità dell’uomo, superiore alle miserie di un’Italietta quasi indifferente alla bellezza. Pensare che il suo mondo fosse la sola Sicilia sarebbe un errore: adorava la sua terra, ma nel cuore aveva l’Italia. Gli arrivavano continue richieste di consigli per impostare ricerche, mostre, convegni: non si negava mai, con la semplicità e l’avvedutezza di un aristocratico che ben conosce l’animo umano. Con la scomparsa di Sebastiano Tusa l’archeologia perde un interprete di eccezionale umanità e sapere: un vuoto che non si può colmare”.

A Verona, a margine della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” a museo di Storia Naturale, Carlo Franchini illustra le sue suggestive immagini nell’incontro “Etiopia, terra straordinaria”

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

L’Etiopia abbiamo avuto modo di conoscerla in questi mesi in tutta la sua ricchezza – di paesaggi, di genti, di storia, di cultura, di tradizioni, di animali, di religioni – grazie alla mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, aperta al museo di Storia naturale di Verona fino al 30 giugno (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/, e https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/24/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-2-parte-focus-sulletiopia-attraverso-le-fotografie-di-carlo-franchini/). Abbiamo apprezzato gli animali e gli oggetti di quella terra d’Africa portati dagli esploratori e dai missionari nell’Ottocento e nel primo Novecento e confluiti nella collezione etnografica e faunistica del museo veronese che li ha esposti per la prima volta. Abbiamo apprezzato le straordinarie fotografie di Carlo Franchini che aprono una finestra sull’Etiopia.

La locandina dell’incontro con Carlo Franchini con “Etiopia, una terra straordinaria” al museo di Storia Naturale di Verona

Carlo Franchini, studioso e fotografo

Venerdì 7 giugno 2019 alle 18 nella sala del museo di Storia di Verona quelle suggestive immagini diventeranno vive nelle parole dello stesso autore. Carlo Franchini infatti sarà il protagonista della conferenza “Etiopia, una terra straordinaria”. Carlo Franchini è nato ad Asmara, oggi capitale dell’Eritrea, dove ha risieduto fino al 1980. Laureato in Economia e Commercio presso l’università di Bologna, ha conseguito un Master in commercio internazionale con attività di studio in alcuni paesi arabi (Arabia Saudita, Oman, Kuwait) e un Master di specializzazione in politica internazionale alla SIOI di Roma. Una grande passione lo ha portato, sin da giovanissimo, a seguire il padre, Vincenzo Franchini, a cui sono dovute numerose scoperte dei siti d’arte rupestre dell’Eritrea, nelle sue frequenti escursioni avendo così modo di approfondire le conoscenze archeologiche, culturali ed etnografiche di quei territori. Amante dell’Africa, esperto fotografo e video-operatore, ha visitato gran parte dei Paesi di questo continente e in particolare l’Etiopia, pubblicando diversi articoli scientifici e libri di viaggio.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Carlo Franchini illustrerà da profondo conoscitore di questo Paese africano la sua esperienza di studioso e fotografo. Le immagini esposte in mostra raccontano di paesaggi suggestivi e incontaminati, di tradizioni e cultura millenarie di una terra che fu della Regina di Saba. Ma il curatore saprà anche sottolineare le eccellenze che caratterizzano il nostro tempo e la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese proprio in relazione con le sue antiche radici. L’Etiopia è infatti un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare – spesso rapidamente – dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 metri dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell’arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale. La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (2^ parte): focus sull’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Verso queste terre, a partire dal XVI secolo, iniziarono gli itinerari dei grandi viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata nella mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, al museo di Storia Naturale di Verona fino al 30 giugno 2019, a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, mostra promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’istituto italiano di Cultura Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dopo aver apprezzato i reperti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/), oggi cerchiamo di conoscere meglio l’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini, che costituiscono la seconda sezione della mostra veronese, e alcuni brevi video con i commenti dello stesso Franchini.

Il prof. Andrea Manzo dell’università Orientale di Napoli

“La varietà ambientale dell’Etiopia deriva in primis da un’orografia caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi, frutto di una travagliata vicenda geologica legata all’origine della Rift Valley, del Mar Rosso e ai connessi fenomeni tettonici e vulcanici”, A spiegarlo è Andrea Manzo, docente di Egittologia e Civiltà copta all’università “L’Orientale” di Napoli. “In Etiopia infatti si può -spesso rapidamente- passare dalle regioni di bassopiano o, addirittura, dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 m dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa poi un regime climatico monsonico, caratterizzato da un’accentuata stagionalità. La combinazione di tali condizioni crea tante nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora di questa regione. Nell’arco di distanze limitate si possono attraversare tantissimi ambienti diversi, che hanno favorito l’adozione di sistemi economici diversi da parte delle popolazioni che hanno abitato e abitano l’Etiopia, contribuendo alla loro differenziazione culturale. Ma la differenziata distribuzione delle risorse ha però da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie”.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

“Nell’antichità, nei cui periodi più lontani l’Etiopia è stata la culla dell’umanità attuale proprio grazie alle tante risorse minerali, animali e vegetali che le sue diversissime parti offrono”, – continua Manzo -, “la regione ha rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambi sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per questo motivo l’Etiopia e le altre regioni del mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa, trasfigurate nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni, lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresenta poi la base anche per la conoscenza scientifica della regione”.

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Chiese nella roccia. “In nessun altro luogo della terra”, scrive Françisco Alvarez nel 1540, “l’uomo, scavando nella roccia, ha prodotto qualcosa di veramente comparabile alle chiese nella roccia d’Etiopia. Chiese nella roccia. Intendo con questa definizione chiese in grotta: chiese ricavate sotto tettoie di roccia… o all’interno di caverne; interamente o in parte costruite. Intendo chiese ipogee: chiese scavate dalla roccia, grotte artificiali più che non costruzioni, alcune chiuse nella montagna, altre con uno dei lati visibili. Intendo le vere e proprie chiese monolitiche, ricavate da un unico blocco, libera da ogni lato, chiese-sculture, radicate e sorgenti dalla roccia viva solo con il basamento, le vere meraviglie tra i monumenti a noi noti… le chiese rupestri dell’Etiopia sono uniche… Chiese rupestri con affreschi e altri tesori allo stati grezzo attendono in Etiopia chi non rifugga dalle marce o dal mulo come mezzo di trasporto e sia in grado di scalare pareti quasi verticali”.

La città sacra di Axum. “Il 9 maggio lasciammo Adua per un’escursione ad Axum, situata a circa dodici miglia di distanza in direzione Ovest”, scrive Henry Salt in Voyage to Abyssinia and Travels into the Interior of that Country (1814). “A poche miglia da Axum si apre una vasta piana coltivata dove si raccolgono numerosi esemplari di pietre dure e agate. La città di Axum è collocata in una posizione molto gradevole in un angolo della piana, riparata dalle colline adiacenti. Avvicinandosi, il primo elemento che attira l’attenzione è una piccola stele ai piedi di una collina a mano destra, in cima alla quale sorge il monastero di Abba Pantaleon, e di fronte la grande lastra con l’iscrizione in greco che avevo precedentemente decifrato. Superati questi, la città e la sua chiesa cominciano ad apparire e, dopo aver virato un poco in direzione nord, lasciando una serie di piedistalli rotti (troni, ndt) sul lato sinistro, si apre una vista completa del grande obelisco, in piedi accanto a un immenso sicomoro. Quest’opera d’arte, finemente lavorata, ricavata da un unico blocco di granito che misurava sessanta piedi di altezza, produsse la stessa forte impressione nella mia mente come la prima volta in cui la vidi, e mi sentivo ancora più incline ad ammirare l’abilità e l’ingegnosità di chi aveva realizzato un’opera così stupenda. I suoi ornamenti a rilievo, insieme allo spazio cavo che corre verso l’alto e alla patera, conferiscono all’intera opera una leggerezza ed un’eleganza probabilmente senza rivali. Diversi altri obelischi giacciono rotti a terra, a poca distanza, uno dei quali di dimensioni ancora più grandi di quello or ora descritto”.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (1^ parte): scopriamo i reperti etnografici e faunistici – mai visti prima – portati dai missionari e dagli esploratori, oggi patrimonio del museo di Storia Naturale: scimmie, antilopi, coccodrilli, gioielli, ornamenti, e libri rari

Il bell’esemplare di ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre la mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia Naturale di Verona (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

Il suo sguardo è quasi magnetico e sembra essere un avvertimento preciso ai visitatori che, superato l’ingresso di Palazzo Pompei a Verona, sede del museo di Storia Naturale, si accingono a scoprire l’Etiopia e il fascino della terra d’Africa attraverso la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, esposizione-racconto delle più interessanti scoperte fatte dai sui principali esploratori, aperta fino al 30 giugno 2019. A cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, la mostra è promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’Istituto Italiano di Cultura Addis Abeba, l’Ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dunque il ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre l’esposizione che diventa quasi un viaggio immaginario nella sconfinata terra etiope, in cui sarà possibile ripercorrere le tracce degli esploratori che nei secoli scorsi hanno visitato questi straordinari territori. Scimmie, antilopi, coccodrilli nelle loro dimensioni reali. E ancora, gioielli, ornamenti e bellissime immagini. Partendo dalle descrizioni contenute in alcuni testi di importanti viaggiatori, le cui edizioni sono conservate a Roma nella Biblioteca della Società Geografica italiana, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia è rappresentata e visibile al pubblico attraverso gli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini.

Francesca Rossi, direttrice dei Civici Musei di Verona (foto Graziano Tavan)

“In mostra”, spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “reperti etnografici e faunistici mai visti prima. Animali, fotografie ed ornamenti d’Africa raccontano al pubblico le particolarità della terra etiope e il desiderio di scoperta che, oltre un secolo fa, spinse tanti esploratori in lunghi viaggi di ricerca. Un grande tesoro documentale che, grazie alle numerose donazioni effettuate negli anni da appassionati d’Africa, è oggi patrimonio culturale della città di Verona, sapientemente conservato negli importanti archivi del museo di Storia Naturale”. E la direttrice dei Civici Musei di Verona, Francesca Rossi: “Il legame tra Verona e l’Africa è qualcosa di molto più grande, profondo e radicato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Un rapporto che, con la mostra ‘La bellezza rivelata dell’Etiopia’, si mostra al pubblico sotto forma di reperti, immagini e, in particolare, storie di quanti, al tempo dei grandi viaggi di scoperta, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 nell’area del corno d’Africa, poterono per primi ammirare questa meraviglia”.

Scudo in pelle di ippopotamo utilizzato dai guerrieri etiopi, conservato al museo di Storia Naturale di Verona

Preziosa collana di conchiglie dal museo di Storia Naturale di Verona

Dopo esserci fatti un’idea della mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata” – nel breve video – dalle parole di Leonardo Latella, conservatore del museo di Storia Naturale di Verona, e uno dei curatori della mostra, vediamo un po’ meglio quanto lo staff scientifico ha “pescato” dalla ricca collezione di materiali etnografici provenienti da diverse aree africane. Tra questi, decine di manufatti di origine etiopica, riportati a Verona di missionari Veronesi che nei primi anni del secolo scorso hanno compiuto viaggi in quel paese. In mostra, all’interno di classiche casse da spedizione in legno, molto simili a quelle con cui sono stati spediti più di un secolo addietro, vengono esposti strumenti di guerra come scudi rotondi realizzati con pelli di ippopotamo portati in Italia da missionari nel 1936. Ma anche una sciabola con elsa in corno di bufalo risalente allo stesso periodo di fattura simile a quelle usate dalla guardia imperiale del Ras Menelik, ed oggetti di uso quotidiano come contenitori per il miele in legno, coppe ornate con conchiglie della famiglia Cypraeidae. Le stesse conchiglie ornano altri oggetti di abbellimento, come una preziosa collana anch’essa in mostra. Poi alcuni classici poggiatesta in legno ancora oggi utilizzati da alcune popolazioni locali.

Due esemplari di babbuini gelada esposti nella mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)

Esemplare di gazzella dei laghi alla mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)

Gazzelle, stambecchi e scimmie sono posizionati nell’atrio del museo sopra le classiche piattaforme di legno usate per la spedizione di merci, come un tempo usavano gli esploratori naturalisti per spedire gli esemplari frutto delle loro cacce e ricerche. Tra questi i Dik dik (Madoqua saltiana), le più piccole antilopi del mondo, alte 30-40 centimetri, i cui maschi marcano il territorio rilasciando un liquido denso dalle ghiandole che si trovano intorno agli occhi (a questa piccola gazzella si sono ispirati i componenti dell’omonimo gruppo musicale degli anni ’60); lo stambecco del Semien (Capra walie), specie di stambecco esclusivo delle montagne del Nord dell’Etiopia, considerato uno dei mammiferi più a rischio del mondo, di cui il Museo di Verona possiede un cranio risalente alla prima metà del ‘900; il babbuino gelada (Theropithecus gelada), scimmia endemica dell’Etiopia che utilizza un linguaggio con analogie impressionanti con quello umano, infatti non solo con lo schiocco delle loro labbra producono un suono labiale simile ai baci, ma comunicano anche con un ritmo e un tono che ricordano il nostro. Non solo grandi animali illustrano la fauna etiopica, anche colorati coleotteri, alcuni dei quali studiati per la prima volta da ricercatori del nostro museo, eleganti farfalle e altri insetti, riuniti nelle classiche scatole entomologiche, ci raccontano della diversità della fauna e degli ambienti etiopici.

Zampa di “bestia feroce” (leone) tra i reperti conservati al museo di Storia Naturale di Verona

Una zampa di “bestia feroce” (leone) ci ricorda poi come la passione per le “mirabilia” abbia accompagnato l’uomo sino all’avvento della televisione, che ha portato nelle case di tutti le immagini degli incredibili animali africani. Tutti i reperti esposti provengono dalle ricche collezioni del museo di Storia Naturale di Verona che ha voluto cogliere l’occasione di questa mostra per far conoscere al pubblico, veronese e non, una parte dei tesori in esso conservati che, impossibili da esporre tutti (si pensi che solo le collezioni zoologiche contano circa 3 milioni di esemplari), sono normalmente utilizzati solo dagli specialisti di ciascuna materia. E dalle collezioni del museo veronese provengono anche esemplari dei più interessanti mammiferi Etiopici, reperti provenienti da spedizioni effettuate nella prima metà del secolo scorso.