Kurdistan iracheno. A Tell Zeyd scoperto un laboratorio per la produzione di pipe in terracotta (XVIII secolo) dalla missione archeologica dell’università Ca’ Foscari diretta da Cristina Tonghini

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Incontro a Ca’ Foscari: da sinistra, Bekas Hasan, direttore delle Antichità del governatorato di Dohuk; Cristina Tonghini, responsabile missione a Tell Zeyd; Tiziana Lippiello, rettrice Ca’ Foscari; Ali, direttore generale delle Antichità e del Patrimonio della Regione Autonoma del Kurdistan (foto unive)

A Tell Zeyd, nel Kurdistan iracheno, scoperto un laboratorio per la produzione di pipe in terracotta risalente al XVIII secolo dalla missione archeologica dell’università Ca’ Foscari, come informa il magazine on line dell’ateneo veneziano CFnews. Le indagini archeologiche sul sito di Tell Zeyd, nella regione del Kurdistan iracheno, si sono svolte tra settembre e ottobre 2022 sotto la direzione di Cristina Tonghini, specialista dell’archeologia del cosiddetto periodo islamico (VII-XIX secolo). Il progetto nasce grazie a un accordo con la Direzione generale delle Antichità e del Patrimonio del Kurdistan, è un programma di ricerca dell’università Ca’ Foscari Venezia, finanziato dalla stessa università col patrocinio del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale.

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Veduta da drone del sito di Tell Zeyd nel Kurdistan iracheno (foto unive)

Il sito si trova nella valle del Tigri, in Kurdistan (Iraq), a Nord della diga di Mosul, ed è lambito da uno dei suoi affluenti a regime torrentizio. Oggi è visibile un tell (collinetta), formatasi con il susseguirsi delle varie fasi di occupazione a partire dal periodo Calcolitico. L’insediamento di periodo islamico è sorto ai piedi del tell. L’analisi del materiale di superficie, studiato in collaborazione con il progetto dell’università di Udine Land of Nineveh Archaeological Project, suggerisce che il sito sia stato occupato per l’intero periodo islamico, e possa dunque costituire uno straordinario osservatorio per studiare i caratteri dell’insediamento, la gestione delle risorse, l’economia, la cultura e la società dell’area fra VII e XIX secolo. I resti di un mulino ad acqua sono ancora visibili sulla sponda del corso d’acqua e questo fa di Tell Zeyd un sito chiave per l’avanzamento delle nostre conoscenze. Si tratta infatti di uno di quei rari casi in cui sia il mulino che l’insediamento che esso serviva si sono conservati; permettendoci di recuperare dati che consentano di comprendere l’intero processo produttivo e chiarire il rapporto con l’insediamento. Nel 2022 lo scavo ha riguardato l’area dell’abitato, ai piedi del tell, ed ha consentito di documentare tre macro-fasi: una fase di insediamento domestico, databile ad un periodo precedente il 1910 (l’abbandono è testimoniato da un discendente degli abitanti del villaggio antico e da una moneta individuata negli strati di abbandono); una fase relativa all’impianto del laboratorio di produzione delle pipe; una più antica fase occupazionale sul cui abbandono va ad impiantarsi il laboratorio. Il proseguimento degli scavi nelle prossime stagioni consentirà di completare la sequenza con lo studio delle fasi più antiche, ancora interrate.

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Una pipa decorata scoperta nel sito di Tell Zeyd nel Kurdistan iracheno dalla missione archeologica di Ca’ Foscari, diretta da Cristina Tonghini (foto unive)

Le pipe e il tabacco. L’utilizzo di pipe in terracotta è ampiamente attestato nei territori dell’Impero Ottomano, compresa l’Europa orientale (area balcanica, Grecia), testimoniato da un consistente volume di frammenti arrivati fino a noi e illustrato in dipinti ed incisioni. Tuttavia, fino ad oggi, rimangono molto scarse le informazioni relative al ciclo di produzione di questi oggetti nell’Impero Ottomano. Gli studi condotti sulle fonti scritte riferiscono dell’arrivo del tabacco in Medio Oriente nella seconda metà del XVI secolo, e ci raccontano dei vari tentativi di proibirne l’uso messi in atto dalle autorità ottomane nella prima metà del XVII soprattutto. Questa nuova pratica, che accanto all’uso del caffè costituisce una vera e propria rivoluzione dei costumi e delle pratiche sociali, non sembra risentire più di tanto di queste proibizioni. Si diffonde rapidamente in tutto l’Impero Ottomano ma il suo consumo viene autorizzato solo nel 1646 e definitivamente legalizzato nel 1720. Sui siti archeologici del Medio Oriente vengono frequentemente ritrovati frammenti di queste pipe; tuttavia, ad oggi risulta assai difficile collocare questi ritrovamenti entro un preciso arco cronologico. Per quel che riguarda i siti di produzione, gli studiosi hanno ipotizzato che questi dovessero collocarsi nelle grandi città dell’impero grazie ai resoconti di cronisti e viaggiatori e allo studio di una serie di marchi di fabbrica rinvenuti sulle pipe stesse. Con gli scavi a Tell Zeyd è stato possibile identificare per la prima volta nell’ambito di uno scavo archeologico un laboratorio di produzione, collocato non in una grande città, ma in un insediamento rurale.

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Resti delle fornaci nel sito di Tell Zeyd nel Kurdistan iracheno (foto unive)

La produzione di pipe e la scoperta delle fornaci. Estremamente rilevante è senza dubbio l’individuazione del laboratorio per la produzione di pipe in terracotta. L’elemento in terracotta, di varia forma, colore e decorazione, si utilizzava insieme ad una lunga cannula in legno – di rosa, di ciliegio, di nocciola. Il tipo più ampiamente attestato a Tell Zeyd si articola in una piccola camera di combustione nella parte inferiore separata da quella superiore da un filtro, dove poggiava il tabacco. In via preliminare, ed in attesa del conforto di altri elementi di datazione, è possibile collocare la fase di produzione nell’ambito del XVIII secolo. La superficie delle pipe veniva decorata con incisioni e stampigliature, e la superficie ricoperta di uno strato nero, marrone, o rosso. A Tell Zeyd sono state ritrovate alcune fornaci preposte alla cottura delle pipe, numerosi frammenti di prodotti che recano vistosi difetti di fabbricazione, probabilmente scarti di produzione, residui della materia prima utilizzata (argilla purissima), strumenti litici e metallici utilizzati per la forgiatura delle pipe. Uno straordinario tesoro, miniera di informazioni circa il ciclo di produzione. La continuazione degli scavi consentirà di documentare in dettaglio l’intero laboratorio, così come permetterà di fare luce sulle pratiche di produzione delle pipe, e anche, auspicabilmente, sulle ragioni che hanno portato a installare un laboratorio in questo contesto. Studi specialistici correlati. Le ricerche a Tell Zeyd comprendono anche studi specialistici, come quelli di archeo-botanica, al fine di identificare le colture dell’area ed acquisire dati sulle pratiche alimentari. Con il ritrovamento del laboratorio saranno anche indispensabili per individuare il tipo di combustibile utilizzato nelle fornaci ed esplorare la presenza di coltivazioni di tabacco nel territorio circostante. Il progetto sul sito di Tell Zeyd si avvale della collaborazione del gruppo di Geomatica del dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente e del Territorio (DIATI) e di Architettura e Design (DAD) del Politecnico di Torino, che ha sperimentato metodi di documentazione 3D integrata a supporto delle indagini archeologiche (tecnologie topografiche e fotogrammetriche da drone). Attraverso l’utilizzo di droni equipaggiati di macchine fotografiche, è stato possibile acquisire blocchi di immagini fotogrammetriche sia nello spettro del visibile e non visibile che hanno permesso di realizzare modelli in 3D dell’intera area archeologica. Nel caso di strutture non certo monumentali come quelle che si prevede di intercettare a Tell Zeyd, la documentazione di dettaglio con restituzione in 3D dell’intero deposito scavato sono fondamentali per una efficace disseminazione dei risultati.

Ferrara. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo”, culmine delle celebrazioni Spina100: racconta di una città costruita sull’acqua e votata alla navigazione per mare, potente centro dell’alto Adriatico in dialogo paritario con l’Atene di età classica

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Ricostruzione di un’abitazione di Spina (foto università di zurigo)


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Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)

“L’impresa archeologica più importante nell’ambito dell’Italia settentrionale preromana”: così Nereo Alfieri, primo direttore del museo Archeologico di Ferrara, chiosò nel 1960 l’epica vicenda degli scavi di Spina, che andavano allora chiudendosi dopo una stagione assai intensa di scoperte e ritrovamenti, campagne di scavo e trafugamenti, clamore mediatico e partecipazione popolare. Nella tarda primavera del 1922, durante le bonifiche dei bacini lagunari attorno a Comacchio, tra operai al lavoro e trincee colme di acque di risalita, riemerse dall’oblio la ricca città portuale degli Etruschi fondata in prossimità del delta del Po alla fine del sesto secolo a.C., sommersa per secoli dalle acque dolci e dal fango e perduta alla conoscenza diretta degli uomini. Solo le fonti antiche e i poeti (Boccaccio e Carducci, per fare qualche nome) ne conservarono memoria fino a cento anni fa.

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Locandina della mostra “Spina etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara dal 22 dicembre 2022 al 23 aprile 2023

 

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Presentazione della mostra “Spina etrusca”: da sinistra, Massimo Osanna, Vittorio Sgarbi e Giorgio Cozzolino (foto drm-emilia-romagna)

Dopo un secolo dall’impresa archeologica, il museo Archeologico nazionale di Ferrara, diretto da Tiziano Trocchi, nato per Spina e inaugurato nel 1935, intende celebrare questa ricorrenza con una mostra ospitata nei saloni di Palazzo Costabili, che – inaugurata il 22 dicembre 2022 – rimarrà aperta al pubblico fino al 23 aprile 2023: “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo” (nel video, la presentazione ufficiale con Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura; Giorgio Cozzolino, direttore regionale Musei Emilia-Romagna; Massimo Osanna, direttore generale Musei; Monica Miari, soprintendente ABAP-BO reggente; Cristina Ambrosini, responsabile Cultura della Regione Emilia-Romagna; Marco Gulinelli, assessore alla Cultura del Comune di Ferrara; Giuseppe Sassatelli, presidente dell’istituto nazionale di Studi etruschi ed italici e presidente del comitato scientifico della mostra). La mostra racconta di una città costruita sull’acqua e votata alla navigazione per mare, potente centro dell’alto Adriatico in dialogo paritario con l’Atene di età classica, porto dalla strategia aggressiva a controllo delle rotte verso occidente. La mostra rappresenta il culmine delle iniziative per le celebrazioni del centenario, coordinate dalla direzione generale Musei in stretta collaborazione con la direzione regionale Musei Emilia-Romagna e il museo Archeologico nazionale di Ferrara, d’intesa con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara, con la partecipazione di Regione Emilia-Romagna, delle amministrazioni comunali di Ferrara e Comacchio e delle università di Ferrara, Bologna e Zurigo.

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Allestimento della mostra “Spina etrusca” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

L’allestimento sceglie di affidarsi in modo consistente al linguaggio delle tecnologie di ricostruzione dei paesaggi e dei contesti antichi per dare vita a una narrazione di forte suggestione. Al di là dell’indubbio splendore materico dei reperti esposti – con importanti prestiti dai principali musei archeologici italiani e prestigiosi materiali provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York, alla cui presenza in mostra ha contribuito anche la Regione Emilia-Romagna -, la mostra intende suggerire ai visitatori il significato del grande porto di Spina per gli Etruschi del V secolo a.C. e per i cittadini “mediterranei” del 2022.

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Ceramiche esposte nella mostra “Spina etrusca: un grande porto del Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

Col tragitto per mare dal Pireo fino al delta del Po, su imbarcazioni percorse da marinai, cariche di contenitori di vino e profumi, ricche di raffigurazioni mitiche ben note agli Etruschi, comincia il percorso espositivo, accompagnato dalle narrazioni mitologiche che ambientavano qui, alla foce dell’Eridano (antico nome del fiume Po), le tristi vicende di Fetonte e di Icaro, degli eroi greci civilizzatori per antonomasia, Diomede ed Eracle. Il profilo di Spina, per chi vi approdava dal mare, si mostrava coi dossi e le depressioni delle sue necropoli, ancora evocati nella rappresentazione delle carte geografiche del Salone d’Onore del museo, e dichiarava nelle scelte del rituale funebre la complessità della comunità che vi abitava.

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Corredi dalla necropoli di Spina (foto drm-emilia-romagna)

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Bronzetto esposto nella mostra “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

Gli spineti si facevano seppellire con ricchi corredi di materiali ceramici e bronzei di provenienza eterogenea, che evocavano analoghe scelte nel rituale condivise con le élites aristocratiche degli altri grandi centri etruschi della Penisola. È una rete complessa di echi, di rimandi, somiglianze ed evocazioni quelle che si dipana tra gli oggetti delle tombe da Spina e da Pisa, Adria o Cerveteri. Ma la vita quotidiana degli spineti si muoveva tra l’abitato, con le sue costanti esigenze di manutenzione e adattamento all’ambiente lagunare, e il porto, fulcro dell’attività commerciale ed economica della città e dei suoi dintorni. Mercanti, anfore e marinai, rumori di sartie e di magazzini, prezzi e contrattazioni in più lingue. Anche testimonianze di culto, per pregare e ringraziare di un viaggio pericoloso giunto a destinazione. Il richiamo all’attualità, evocata con discrezione per associazione di funzioni e significati, senza mai sottintendere confronti impossibili, invita il visitatore a immaginare la storia “organica” che sfugge ai metodi di ricerca della disciplina archeologica: gli uomini, i rumori, gli odori che dovevano seguire il percorso dei bellissimi capolavori di ceramica attica oggi esposti in museo. Due mari, Tirreno e Adriatico, due porti, e lo stesso privilegio: come ci tramandano Dionigi e Strabone, entrambe le città etrusche di Spina e Pyrgi (Cerveteri), a cui la mostra dedica un’intera sezione, ebbero l’onore di costruire un donario nel santuario panellenico di Delfi.

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Preziose ceramiche a figure rosse dagli scavi di Spina (foto drm-emilia-romagna)

L’incredibile mobilità che connota la comunità spinete si riflette nella pluralità delle provenienze degli oggetti delle necropoli e nella molteplicità culturale ed etnica della compagine cittadina, frequentata da persone che parlavano e scrivevano in lingue differenti. La mostra non trascura di raccontare anche di una mobilità più recente, che testimonia i fenomeni di dispersione del patrimonio emerso dalle valli di Spina in diversi musei italiani e stranieri. Il prestigioso prestito dei vasi del Metropolitan Museum of Art di New York si fa portavoce di questo racconto e porta luce sulla presenza internazionale di Spina in numerose esposizioni museali. Il viaggio per mare dalle coste della Grecia si conclude con un percorso che termina a Ferrara, nel momento della scoperta della necropoli di Valle Trebba e nella conseguente decisione di dar vita al Regio Museo di Spina, oggi Museo archeologico nazionale di Ferrara. La mostra che celebra a Ferrara il centenario della scoperta di Spina segue dopo quasi vent’anni l’ultima grande esposizione dedicata alla città etrusca e vuole narrare il volto di un centro nodale nei traffici mediterranei e adriatici di età classica.

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Hydria etrusca a figure nere del Pittore del Vaticano 238 dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto drm-emilia-romagna)

Nella seconda metà del 2023 la mostra “Spina etrusca” sarà ospitata dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ultima tappa del suo viaggio. “Un grande motivo di orgoglio”, commenta il direttore Valentino Nizzo, “di cui dobbiamo ringraziare la direzione regionale musei dell’Emilia Romagna e la Direzione generale Musei del MiC. Cercheremo di onorare adeguatamente l’impegno rendendo omaggio a Spina e a ciò che rappresenta nell’archeologia, nell’arte, nella storia e nel mito”.

Roma. Per “Natale all’Etru” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia “Gli Etruschi e i loro contatti con la cultura greca”: visita guidata con Fernanda Abbadessa

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Anfora nicostenica (ultimo quarto VI sec. a.C.) proveniente dalla Tomba dei Vasi Greci della Necropoli della Banditaccia a Cerveteri, conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Per il “Natale all’Etru”, giovedì 30 dicembre 2022, alle 11, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia visita guidata “Gli Etruschi e i loro contatti con la cultura greca” con Fernanda Abbadessa: sarà l’occasione, attraverso l’esame di vari reperti del museo sia di produzione etrusca che di produzione greca ma rinvenuti in Etruria, di scoprire i numerosi rapporti esistenti fra la civiltà etrusca ed il mondo greco e magno greco, e le relative influenze culturali le quali hanno permeato profondamente gli usi, i rituali religiosi, la scrittura, la società e l’artigianato etruschi. La visita guidata è compresa nel costo del biglietto. Per info e prenotazioni: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. È possibile prenotarsi direttamente all’accoglienza del Museo il giorno della visita, salvo disponibilità.

Taranto. Aperture straordinarie il 1° e il 2 gennaio al museo Archeologico nazionale: domenica ingresso gratuito, lunedì aperto a tutti e non solo ai gruppi

taranto_archeologico_apertura-1-2-gennaio_locandinaCome iniziare il nuovo anno in maniera stimolante e originale. La proposta viene dal museo Archeologico nazionale di Taranto che invita tutti al MArTA nei giorni 1° e 2 gennaio 2023. Il primo gennaio coincide con il programma previsto per la prima domenica del mese, che secondo quanto disposto dalla circolare ministeriale offre a tutti i visitatori l’ingresso gratuito ai luoghi di cultura italiani. Dalle 9 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.30, si potrà dunque godere della fruizione gratuita di tutti i piani espositivi del museo di Taranto e della mostra “Athenaion: Tarentini Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro”. Lunedì 2 gennaio 2023 il museo non sarà riservato, come di consueto, ai gruppi, ma sarà aperto a tutti osservando l’orario d’ingresso previsto dal martedì al sabato, e orario continuato dalle 8.30 alle 19.30, con ultimo ingresso prenotabile alle 19. Per prenotare la propria visita www.shopmuseomarta.it.

Napoli. Gli dèi, rappresentati da Paolo Barbieri, protagonisti del calendario 2023 del museo Archeologico nazionale realizzato dalla Scuola Italiana di Comix

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Zeus protagonista del mese di Febbraio 2023 del calendario del Mann realizzato da Comix (foto mann)

Da Zeus ad Era, da Artemide a Poseidone, da Apollo a Eros: sono alcune delle dodici “presenze divine” protagoniste del calendario 2023 del museo Archeologico nazionale di Napoli che anche quest’anno – ormai è una tradizione – sarà realizzato dalla Scuola Italiana di Comix. Che sceglie un artista unico, Paolo Barbieri, come mentore di un viaggio suggestivo tra passato e presente.

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Apollo protagonista del mese di Maggio 2023 del calendario del Mann realizzato da Comix (foto mann)

Filo conduttore delle illustrazioni dei prossimi dodici mesi sarà il tema del divino: “Non era facile competere artisticamente con gli dèi dell’Olimpo”, commenta il direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Tanti maestri, nel tempo, si sono cimentati nel tentativo di rappresentarli. Ogni età, tuttavia, necessita del proprio sguardo, altrimenti gli dèi muoiono. Oggi Barbieri con le sue mirabili tavole risuscita dall’oblio e riporta nel contemporaneo il mito antico”.

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Atena protagonista del mese di Novembre 2023 del calendario del Mann realizzato da Comix (foto mann)

Il calendario 2023 del Mann è stato presentato il 12 dicembre 2022 in auditorium alla presenza di Paolo Giulierini (direttore del museo), Mario Punzo (direttore Scuola italiana di Comix), Daniela Savy (università di Napoli “Federico II”), Luca Crovi (editor Sergio Bonelli Editore) e l’artista Paolo Barbieri che ha ripreso la ricerca creativa che ha dato vita alla pubblicazione “Favole degli dèi. Eroi, creature e divinità della mitologia greca” (Sergio Bonelli editore, 2022): anche per il calendario 2023 del Mann dunque la collaborazione con l’editore si rinnova e ribadisce l’attenzione del Museo ai nuovi linguaggi della comunicazione (e del fumetto). È una conferma la rete con la Scuola italiana di Comix diretta da Mario Punzo: la collaborazione si sviluppa nell’ambito del progetto di disseminazione Obvia- Out Of Boundaries Viral Art dissemination.

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Afrodite protagonista del mese di Dicembre 2023 del calendario del Mann realizzato da Comix (foto mann)

“Miriamo a promuovere il Museo in un dialogo sempre propositivo con il territorio”, spiega la responsabile del progetto, la professoressa Daniela Savy (università di Napoli “Federico II”): “necessario coinvolgere la nostra collettività nella conoscenza e fruizione del patrimonio archeologico”.

Pompei. Su ITsART disponibile gratuitamente il docufilm “Eterna Pompeii” sul restauro della Casa dei Vettii: un’occasione per ammirare in anteprima la splendida domus, in attesa della sua riapertura al pubblico

La Casa dei Vettii, a Pompei, attende ancora la riapertura ufficiale, dopo il lungo restauro. In attesa che si trovi la data giusta, dopo vari rinvii, da mercoledì 28 dicembre 2022 è possibile ammirare gratuitamente in anteprima la splendida domus. Infatti il documentario “Eterna Pompeii” sul restauro della Casa dei Vettii sbarca su ITsART, disponibile gratuitamente a questo link https://bit.ly/3g8OZNS. Un racconto esclusivo che narra il restauro della domus romana più sontuosa e celebre dell’epoca, un’opera densa di storia e bellezza. Grazie al documentario – una produzione originale ITsART, realizzato da Except, in collaborazione con il parco archeologico di Pompei – è possibile ripercorrere passo dopo passo tutti i lavori di restauro e visitare in anteprima la casa, prossima alla riapertura al pubblico.

Vicenza. Christian Greco, direttore del museo Egizio, introduce alla visita della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”, in Basilica Palladiana. Ecco la sua prolusione alla presentazione ufficiale

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Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023


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Mostra “I creatori dell’Egitto eterno”: da sinistra, Paolo Marini, Corinna Rossi, Christian Greco, Francesco Rucco, Simona Siotto, Cédric Gobeil (foto graziano tavan)

Nell’anno, il 2022, in cui vengono celebrati gli anniversari di due avvenimenti fondamentali per la storia dell’Egittologia, i 200 anni dalla decifrazione dei geroglifici da parte di Champollion e il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon, il museo Egizio di Torino cura, per la prima volta in Italia, un progetto espositivo così importante “al di fuori del museo”, presentando una straordinaria selezione di reperti e sviluppando un tema centrale per gli studi egittologici. Parliamo della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”, in Basilica Palladiana a Vicenza fino al 7 maggio 2023 (e durante le festività, fino all’8 gennaio 2023, sempre aperta dalle 10 alle 18, eccetto Capodanno dalle 13 alle 18), fortemente voluta dalla Città di Vicenza e curata dal direttore del museo Egizio, Christian Greco, dalla docente di Egittologia al Politecnico di Milano, Corinna Rossi, dagli egittologi e curatori del museo Egizio, Cédric Gobeil e Paolo Marini. Qualche numero: 180 reperti originali, 3 installazioni multimediali, 4 curatori, 2 prestatori (museo Egizio di Torino e museo del Louvre di Parigi), 17mila prenotazioni, 550 gruppi, 1 città (Vicenza).

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L’allestimento della mostra “I creatori dell’Egitto eterno” nella Basilica palladiana di Vicenza (foto graziano tavan)


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Christian Greco, Francesco Rucco e Simona Siotto alla presentazione della mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana a Vicenza (foto graziano tavan)

In occasione della presentazione ufficiale della mostra, prima della vernice, alla presenza del sindaco di Vicenza Francesco Rucco e dell’assessore alla Cultura Simona Siotto, il direttore dell’Egizio Christian Greco nella sua prolusione ha introdotto gli elementi più significativi che hanno sotteso la realizzazione della grande mostra, e il perché della scelta del villaggio di Deir el Medina e dei suoi abitanti per il senso della vita e della vita dopo la morte secondo gli antichi Egizi. Grazie a una registrazione live del regista veneziano Alberto Castellani, che l’ha gentilmente messa a disposizione di archeologiavocidalpassato.com, tutti gli appassionati possono così prepararsi meglio alla visita della mostra.

“Questa mostra, grazie al lavoro di tutti, vi permetterà di fare un viaggio ideale – lo si vede già dal video all’inizio dell’esposizione – tra Vicenza e Deir el Medina”, annuncia Christian Greco. “E quando Guido Beltramini, direttore del Cisa, mi disse Vorremmo una mostra dell’Egitto a Vicenza, pensare a Deir el Medina fu immediato. Perché era pensare a un villaggio, a un insediamento di cui conoscevamo le vite delle donne e degli uomini che vi avevano lavorato; era vedere l’altra faccia della medaglia, era collegarlo a quell’idea che era piaciuta molto al sindaco che l’ha voluto porre anche come manifesto per Vicenza candidata alla capitale della Cultura: l’idea di fabbrica, ovvero di un contesto sociale ed economico che lavora assieme per una trasformazione. Ebbene, a Deir el Medina avvenne questo.

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Statua della dea Sekhmet (XVIII dinastia, regno di Amenofi III, 1390-1353 a.C.) conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“E quindi voi, visitando la mostra – spiega Greco -, vi troverete catapultati prima nella sponda Est della Tebe del Nuovo Regno, dove vengono eretti i grandi templi delle divinità locali che diventano divinità nazionali: Amon, colui che è nascosto – questo significa il nome -, che diventa la divinità principale dell’Egitto, profondamente legata alla regalità. E, come ricordava l’assessore Simona Siotto, l’esistenza e la caducità dell’esistenza era un qualcosa che interrogava molto gli Egizi e quindi proprio in quel periodo nella sponda Ovest di Tebe (vedrete la magnifica statua di Sekhmet) cominciarono a erigere i templi cosiddetti di milioni di anni, dove il culto del faraone potesse essere portato avanti.

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La stele dedicata ad Amenofi I e Amhose Nefertari da Amenepimet e dal figlio Amennakht, conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Servivano però delle maestranze – fa notare il direttore del museo Egizio -, servivano delle persone che sapessero progettare, operare, scavare nella roccia, trasformare le pareti, levigarle, fare la sinopia. Dopo di ché scolpirle, e poi ancora con i pigmenti trasformare completamente questo spazio. Oggi si parla molto di metaverso. Ma cosa c’è di più metaverso della per djet, della casa per l’eternità, di quello spazio cioè che, una volta varcata la soglia, diventava la casa del faraone per sempre? Uno spazio però in cui valevano delle regole diverse, delle regole spazio-temporali completamente diverse. Non erano più in questa realtà. Serviva quindi uno sviluppo del tempo diverso, dal tempo ciclico che era il tempo del dio Sole, che ogni giorno risorge e di notte combatte contro Apofis e poi può tornare sulla terra. E il faraone, una volta entrato, dopo il rituale dell’Apertura della Bocca, era completamente trasformato.

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Il faraone Ramses II tra il dio Amon e la dea Mut, gruppo in granito dal tempio di Amon a Karnak (XIX dinastia, regno di Ramses II, 1279-1213 a.C.), conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Prima l’assessore Siotto ricordava come si potrebbe definire la vita. Allora – continua Greco – i biologi e i filosofi si interrogano molto. E a me ha sempre molto colpito vedere immagini su cui i biologi lavorano molto: che differenza c’è tra una persona nel momento in cui è in vita e il momento successivo in cui la vita non c’è più? Cos’è la vita? Ebbene oggi ci dicono che nel momento successivo non ci sono più quelle connessioni, non ci sono più le connessioni molecolari, non c’è più l’energia, non c’è più lo scambio. E pensate che gli Egizi questo l’avevano capito perfettamente già nel Medio Regno, e codificato nel Nuovo Regno. E l’hanno capito in una serie di cose. Hanno capito che la persona era complessa. La persona era composta dal corpo. Però se io cadessi morto in questo momento gli egiziani mi definirebbero cadavere. Il corpo doveva ridiventare immagine vivente della persona, ricomponendo una serie di cose: ricomponendo il nome, ricomponendo l’ombra, ricomponendo il ba che è l’anima che può trasmigrare da questo all’altro regno, il ka che è la forza vitale, e mettendo assieme tutto questo potevano tornare a vivere.

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Statuetta in legno della dea Tauret, dedicata dal disegnatore Parahotep, venerata in ambito domestico, proveniente da Deir el Medina, e conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Ebbene quindi in mostra – sintetizza Greco – vedrete come vivevano gli abitanti di Deir el Medina, questo villaggio voluto da Amenofi I e dalla madre Ahmose Nefertari, che per 600 anni ospita 120 famiglie che hanno un unico compito: quello di costruire le tombe nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine. Il loro nome è “servitore nel luogo della verità (Set Maat)”, e avevano forse il lavoro più importante al mondo, cioè quello di consegnare all’eternità la vita dei faraoni in modo che il loro culto potesse perpetrarsi. Però non era un mero culto regale, era un qualcosa di più vitale, di cosmico. Lo vedrete nel video curato da Corinna Rossi, e ringrazio Robin Studio per il lavoro eccellente che anche questa volta hanno fatto, che vi farà fare un viaggio all’interno di uno dei progetti più antichi al mondo, il progetto della tomba di Ramses IV. La vedrete trasformata, potrete viaggiare assieme al faraone, come questo spazio era un nuovo spazio di vita.

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Dettaglio del modellino della Tomba di Nefertari, scoperta da Ernesto Schiaparelli nel 1904, conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“La mostra continua Greco – vi farà riflettere sulla wehem meswt, sulla rinascita, su quello che gli egiziani chiamavano la nuova vita che non era la morte. Ci saranno gli elementi che tutti noi ricolleghiamo all’Egitto, ovvero i sarcofagi, che sono quel luogo di trasformazione che permette al corpo di tornare a nuova vita. E passando dalla prima alla seconda parte della mostra, passerete proprio dalla vita del villaggio alla vita nell’aldilà e incontrerete un personaggio importantissimo, incontrerete Nefertari, la cui tomba fu trovata nel 1904 da Ernesto Schiaparelli. E vedrete il modello che Schiaparelli ha fatto fare. Ma vedrete anche le statuette funerarie. E vedrete gli oggetti che Nefertari si era portata con lei. Pensate, c’è persino una manopola con sopra il nome di Ahy, un faraone che era vissuto più di 200 anni prima, e quindi forse lei era legata ad Ahy che era stato sovrano dell’Egitto; o era un oggetto di famiglia caro, un ricordo che lei volle portare tomba. Non dobbiamo pensare che gli egiziani fossero degli alieni. Avevano lo stesso trasporto per la cultura materiale che abbiamo noi.

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Ushabti in faience del faraone Seti I (XIX dinastia, 1290-1279 a.C.) conservati al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“In mostra si possono vedere le statuette in faiance, meravigliose, di un altro grande sovrano, Seti I, proprio di fronte a Nefertari. Vedrete i sarcofagi gialli. Vedrete il sarcofago di XXV dinastia che ci fa vedere un’evoluzione dell’iconografia.

“Però volevamo chiudere facendovi vedere anche la fine di questa storia. Amenofi I e Ahmose Nefertari hanno voluto questo villaggio. Questo villaggio ha funzionato. Poi probabilmente – oggi si direbbe – l’Egitto aveva speso troppo rispetto alle proprie necessità. Già all’epoca di Ramses III cominciamo ad assistere a dei disagi sociali, e nell’epoca di Ramses XI, probabilmente durante la vita di Butehamon, venne abbandonato il villaggio. Non è sicurissimo, perché alcuni ostraka, sia figurativi sia letterari, forse ci attestano una continuazione della vita nel villaggio. Però sappiamo sicuramente che Butehamon fondò un suo ufficio, la casa, forse anche la sua tomba nel tempio di Medinet Habu, qualche chilometro più a Sud, in un posto che era protetto. E sappiamo che Butehamon aveva un compito importantissimo: lui andava in giro per la necropoli, perché abbiamo ritrovato i suoi graffiti, a mettere in sicurezza i sarcofagi che venivano depredati. A Londra c’è un documento, il Robbery Papyrus, che ci parla del fatto di come fosse finito questo periodo dell’Eldorado, di come una vedova viene interrogata da un magistrato che le chiede ma perché tuo marito notte tempo si è introdotto in una tomba e ha rubato dei bacili di bronzo? e lei risponde perché con quello io e i miei figli abbiamo mangiato per tre anni. “E allora abbiamo voluto farvi riflettere anche su questo: come questa parabola del villaggio si concluda anche con un periodo di crisi e lo facciamo vedere – a mio giudizio in modo esemplare – utilizzando le nuove tecnologie, facendovi vedere il sarcofago di Butehamon, colui che mise in sicurezza i sarcofagi delle necropoli e al contempo, mentre lo faceva, prese dei pezzi per mettere in sicurezza anche il proprio.

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Sarcofago giallo femminile, in legno e stucco, del Terzo periodo intermedio (XXI dinastia, 1076-943 a.C.) conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“È una mostra quindi – conclude – che ci fa riflettere sulla vita, sulla vita dopo la morte, sull’esistenza, sulle difficoltà dell’esistenza, su come il lavoro veniva organizzato, su come si svilupparono anche delle credenze locali, e su come c’è un tema etico che pare trascendere i limiti temporali della storia. Alla fine anche per gli Egizi, come molto spesso anche per noi, quello che contava era maat, era la giustizia, era la verità, ed era l’unica cosa che ci permetteva di vivere bene sulla terra e di poter ambire a una vita dopo. E allora auguriamoci anche noi, come si auguravano gli antichi Egizi, di diventare maat keru, veritieri di voce, e di poter essere dotati di vita come il dio Sole per sempre”. Buona visita.

 

Agrigento. Iniziate le potature delle piante del museo vivente del Mandorlo nel parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi. L’intervento del direttore Sciarratta

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Mandorli in fiore nel parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento (foto parco valle dei templi)

Sono iniziati gli interventi straordinari di potatura al museo vivente del Mandorlo, istituito nel 1997 ai piedi della collina del tempio di Giunone, all’interno del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi. Una collezione realizzata con oltre 250 cultivar provenienti da tutta l’isola, che gli esperti della facoltà di Agraria dell’università di Palermo studiano per comprenderne e tutelarne la biodiversità. L’obiettivo del Museo Vivente del Mandorlo è quello di mantenere in vita le varietà di mandorle più antiche che rischiano di scomparire. Il lavoro di selezione svolta da tante generazioni di agricoltori è conservato e si rende disponibile a future necessità produttive e a mutati caratteri ambientali. Il museo è dedicato alla figura di Francesco Monastra, illustre studioso scomparso nel 1997, che aveva fatto del mandorlo la sua specie prediletta. I dettagli dal direttore del parco Roberto Sciarratta.

“Tra le attività che abbiamo messo in campo a partire da questi giorni”, spiega Sciarratta, “vi è l’attenzione particolare al museo vivente del Mandorlo, un museo che ormai vive da più di vent’anni e che abbiamo realizzato di concerto con l’università, ma che era bisognoso di attenzioni particolari. E proprio in questi giorni abbiamo iniziato delle potature ai numerosi alberi che compongono questo meraviglioso museo che conta più di 250 cultivar di mandorlo e che è un progetto che testimonia l’attività non solo laboriosa dell’amministrazione ma la possibilità che questa biodiversità e questo incantevole paesaggio possa raccontare sempre una storia importante. Ed è per questo che noi ci siamo rivolti con particolare attenzione al museo del Mandorlo perché lo vedevamo un po’ in sofferenza e aveva bisogno di cure che porteranno nella prossima stagione primaverile ad avere un’aria ancora più rigogliosa. Lo scorso anno già avevamo iniziato con innesti, soprattutto nella parte più a Nord dove erano presenti degli esemplari di pistacchio che abbiamo innestato proprio lo scorso anno a testimonianza che l’intera parte che contraddistingue quest’areale della valle dei Templi è un areale che noi abbiamo messo sotto la nostra lente di ingrandimento al fine poi di far parte del progetto di recupero del paesaggio cui tanto abbiamo pensato e investito nel corso di questi anni”.

 

Roma. Per “Natale all’Etru”, visita guidata gratuita con l’archeologa Romina Laurito al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia su “Gli Etruschi prima degli Etruschi”

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Testa di fanciullo cosiddetta “Malavolta” (430-420 a-C.), terracotta plasmata a mano proveniente dal santuario di Veio, in località Portonaccio, e conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Nell’ambito del ciclo di visite guidate “Natale all’ETRU” mercoledì 28 dicembre 2022, alle 11, si parlerà del prima degli Etruschi. L’archeologa Romina Laurito con la visita guidata “Gli Etruschi prima degli Etruschi” condurrà i visitatori tra le vetrine del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia facendo il punto sullo stato dell’arte. Racconterà le origini di questa affascinante civiltà. E alla fine si vedrà se possiamo ancora parlare di “misteri”. La visita guidata è gratuita compresa nel costo del biglietto. Per info e prenotazioni: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. È possibile prenotarsi direttamente all’accoglienza del Museo il giorno della visita, salvo disponibilità.

Napoli. “Un re, una capitale, un presepe”: nella sala della Villa dei Papiri, al museo Archeologico nazionale, il presepe continuum dell’Associazione Presepistica Napoletana dedicato a Carlo III di Borbone e ai primi scavi di Ercolano e Pompei

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Presepe continuum 2022 al Mann: la scena che illustra la Natività inserita nella cronaca dei primi scavi borbonici a Ercolano e Pompei (foto graziano tavan)

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Presepe continuum 2022 al Mann: la scena che illustra il trasporto delle antichità alla Reggia di Portici con la creazione del Museo Ercolanese (foto graziano tavan)

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Presepe continuum 2022 al Mann: la scena che illustra il re Carlo di Borbone che sfoglia il volume sulle Antichità Ercolanesi e affronta il piano di rinnovamento del regno di Napoli (foto graziano tavan)

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Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, davanti al presepe continuum 2022 (foto graziano tavan)

Un re, una capitale, un presepe: un continuum con l’antico. Nella sala della collezione Villa dei Papiri, al museo Archeologico nazionale di Napoli, nelle festività si può ammirare il presepe che l’Associazione Presepistica Napoletana ha dedicato, quest’anno, a Carlo III di Borbone: la suggestiva installazione si divide in tre scene diverse, che narrano i primi ritrovamenti archeologici nelle città vesuviane del Settecento. L’allestimento non è un presepe bensì lo storytelling presepiale dei primi scavi a Ercolano e Pompei durante il regno di Carlo di Borbone e del riflesso che le riscoperte ebbero sui presepi allestiti a corte e nelle case della nobiltà napoletana della seconda metà del Settecento in poi. A raccontarlo le trasposizioni presepiali di pitture, bronzi e sculture scelti tra le collezioni del Mann. Capolavori che rivivono nelle scene e nelle figure senza tempo del presepe napoletano, a testimonianza dei valori identitari straordinari. A questi si affiancano i personaggi della storia e primi tra tutti Carlo di Borbone, con gli uomini e le donne che lo accompagnarono nell’avventura archeologica e non solo. Dall’erudizione antiquaria alla divulgazione scientifica, l’allestimento è un focus sul piano del rinnovamento che Carlo di Borbone volle attuare per il regno di Napoli a partire dalla Capitale e di cui l’archeologia e la pubblicazione dei ritrovamenti divennero uno dei cardini più importanti.

“Il Mann ha sempre creduto che le identità della città non fossero solo quelle antiche ma anche quelle più recenti”, spiega ad archeologiavocidalpassato.com Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli.

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Presepe continuum 2022 al Mann: riproduzione frammento affresco delle Villa dei Misteri di Pompei (foto graziano tavan)

“Una di queste è sicuramente il presepe attorno al quale si incontrano tutti i napoletani ma che è anche oggetto di visione e di ricerca da parte di turisti e da parte di interessati. Quest’anno abbiamo presentato una ricostruzione eccezionale dei momenti degli scavi di Carlo di Borbone tra Ercolano e Pompei, e in particolare la villa dei Papiri. Ci sono dettagli incredibili come il sovrano che sfoglia il primo volume delle Antichità di Ercolano; citazioni colte con personaggi che hanno la stessa raffigurazione delle statue della villa dei Papiri; ma soprattutto tante antichità che vengono portate in giro e vengono messe dentro le casse dai personaggi. Quindi è una storia nella storia senza scordarsi naturalmente che il simbolo del presepio è un simbolo di rinascita e di vita nuova per tutti”.

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Presepe continuum 2022 al Mann: le lavandaie, che si ispirano alle Danzatrici dalla villa dei Papiri di Ercolano (foto graziano tavan)

“Il progetto di quest’anno”, illustra per archeologiavocidalpassato.com Enzo Nicolella, direttore artistico dell’Associazione Presepistica Napoletana, “nasce da un’esigenza, quella di aver avuto come disponibilità la sala della villa dei Papiri per allestire il nostro presepe annuale qui all’interno del museo Archeologico, come facciamo dal 2018. I nostri allestimenti hanno sempre un taglio archeologico, quindi le opere, i capolavori delle collezioni museali diventano la naturale trasposizione presepiale di pastori. E quindi ecco che bronzi affreschi mosaici e anche marmi diventano delle figure presepiali che raccontano storie che sono anche diverse da quelle che vengono poi direttamente dai canoni evangelici e che sono piuttosto storie legate a quella che è stata l’evoluzione del presepe attraverso il riflesso di tutto quello che è il mondo dell’Archeologia, in particolare stando all’interno del Mann.

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Presepe continuum 2022 al Mann: il pozzo di Enzechetta (foto graziano tavan)

“Quindi si parte in questo allestimento dal Pozzo di Enzechetta che viene visitato nel 1738 da Roque Joaquín de Alcubierre, che era un colonnello dell’esercito borbonico, che era stato – come è noto – incaricato di fare i rilievi per la realizzazione della villa di Portici. Il Pozzo di Enzechetta insieme a quello di Spinetta danno poi l’avvio ufficiale allo scavo sistematico di Ercolano.

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Presepe continuum 2022 al Mann: riproduzione di vasellame, lucerne e bronzi dagli scavi di Ercolano e Pompei (foto graziano tavan)

“Noi abbiamo riprodotto affreschi, elementi di minuterie, oggetti in bronzo, le lucerne, e tutto il vasellame realizzato in scala minuziosamente rispetto a quello in originale, e tutto quello che era poi il riflesso di queste riscoperte sul presepe.

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Presepe continuum 2022 al Mann: la famiglia reale in visita agli scavi (foto graziano tavan)

“C’è la famiglia reale in visita agli scavi, ci sono i personaggi che hanno contribuito alla realizzazione del piano di rinnovamento di Carlo di Borbone che pone per il nuovo regno a partire dalla capitale e che inizialmente non prevedeva ci fosse questa avventura archeologica. E che divenne poi uno dei cardini più importanti del piano di rinnovamento di Carlo per dargli anche una grande visibilità sulle altre corti d’Europa.

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Presepe continuum 2022 al Mann: re Carlo di Borbone visiona il primo tomo delle Antichità di Ercolano (foto graziano tavan)

“Quindi c’è la presentazione del primo tomo delle Antichità di Ercolano esposte e c’è l’originale esposto ovviamente in vetrina. Quindi c’è una trasposizione non solo delle statue ma anche del libro in questo caso.

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Presepe continuum 2022 al Mann: un personaggio con le movenze dei Corridori della Villa dei Papiri di Ercolano, che si vedono sullo sfondo (foto graziano tavan)

“Abbiamo i Corridori della sala della Villa dei Papiri che diventano dei mandriani, abbiamo l’Ermes a riposo che è anch’egli un mandriano.

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Presepe continuum 2022 al Mann: la Natività ispirata a personaggi raffigurati negli affreschi pompeiani (foto graziano tavan)

“Quindi la Donna diventa l’Afrodite, il San Giuseppe diventa il vecchio saggio della Scuola Ellenistica, la Stefania questa giovane fanciulla che fa visita al Bambino Gesù appena nato diventa la ninfa Peithò che accompagna l’Eros punito alla madre Afrodite. Quindi – conclude Enzo Nicolella – c’è un doppio riferimento alla cultura classica che nello stesso tempo poi diventa tradizione popolare napoletana”.