Napoli. Più di 60mila visitatori hanno scelto la mostra “Assiri all’ombra del Vesuvio” al museo Archeologico nazionale. Ora la mostra “Vola alta, parola. Trent’anni di Colophonarte” e OpenMANNFest

Rilievo con leonessa morente dal Palazzo Nord i Assurbanipal a Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)
Più di sessantamila visitatori. Tanti sono stati gli ospiti del museo Archeologico nazionale di Napoli che, dopo aver staccato un biglietto per il Mann, ed essersi immersi nella visita della collezione Farnese o dei tesori di Pompei ed Ercolano, hanno deciso di salire la rampa che porta alle sale 90-93 (ve lo ricordate? Quasi un’ascesa alla ziggurath…) per trovarsi a tu per tu con “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, la mostra organizzata dal Mann in collaborazione con l’università “L’Orientale” di Napoli (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/08/28/al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-gli-assiri-allombra-del-vesuvio-viaggio-multisensoriale-alla-scoperta-di-una-grande-civilta-con-reperti-dai-grandi-musei/).
Nel periodo di programmazione della mostra (3 luglio/15 settembre 2019), su 104mila visitatori complessivi dell’Archeologico, il sistema di rilevamento posto all’accesso delle sale 90/93 (in prossimità della Meridiana), ha captato, in particolare, l’ingresso del pubblico interessato a scoprire il fascino dell’antica civiltà mesopotamica, ammirando 45 preziosi reperti (provenienti tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, musei Vaticani, museo Barracco, musei civici di Como e musei Reali di Torino) ed i calchi ottocenteschi del Mann. E grazie ai questionari, posti a fine percorso, è stato anche verificato il gradimento degli utenti rispetto agli occhiali multimediali per le ricostruzioni in 3D degli ambienti dei palazzi assiri: il servizio, che rientra nella sezione tecnologica del percorso di visita (coordinamento: prof. Ludovico Solima/università della Campania “Luigi Vanvitelli”), è stato percepito in maniera molto positiva in termini di valore aggiunto apportato alla fruizione complessiva della mostra.
Chiusa la mostra “Assiri”, non certo la programmazione del Mann. Mercoledì 18 settembre 2019 (alle 17), il vernissage della mostra “Vola alta, parola. Trent’anni di Colophonarte”, dove sarà ripercorso il viaggio culturale della casa editrice bellunese, nota, in Italia ed all’estero, per i raffinati libri d’artista, realizzati con i contributi di importanti autori internazionali (solo per citarne alcuni: Mimmo Paladino, Enrico Castellani, Arnaldo Pomodoro, Lucio Del Pezzo, Giuseppe Maraniello, Kounellis, Enrico Baj, Emilio Isgrò, Giorgio Griffa, Roberto Barni, Giulio Paolini, Ferdinando Scianna, Hermann Nitsch, Corneille, Eduardo Arroyo, Claude Viallat, François Morellet, Medhat Shafik, Michel Kenna).
E dal 19 al 22 settembre 2019, al via l’OpenMANNFest: per quattro giorni, sarà possibile, esclusivamente presso la biglietteria del museo, sottoscrivere a prezzi promo l’abbonamento annuale all’Archeologico (15 euro per adulti, 10 per giovani tra i 18 ed i 25 anni, 30 per una coppia di over 25). L’OpenMANN Fest è stato programmato non soltanto in occasione della festività di San Gennaro (dalle 9 alle 19, l’ingresso al Mann sarà gratuito, mentre dalle 20 alle 23 il museo resterà aperto con ticket a 2 euro), ma anche delle Giornate Europee del Patrimonio. Il 21 ed il 22 settembre, saranno in calendario, infatti, alcuni eventi culturali per festeggiare gli European Heritage Days: sabato 21 (ore 18), presentazione del volume “Gli ultimi giorni del comandante Plinio” di Alessandro Luciano; per l’apertura serale (orario: 20-23; costo: 1 euro), nel Giardino delle Fontane (ore 21), in programma il concerto dei dipendenti dell’Archeologico intitolato “DivertissMANN”. Spazio per il pubblico di giovanissimi (8-12 anni), nel laboratorio didattico “Archaeology for kids”, previsto per domenica 22 settembre (ore 11): partendo dalla mostra “Mann on the moon”, la fantasia dei più piccoli sarà guidata in un suggestivo racconto delle stelle, realizzato in collaborazione con l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte e la Biblioteca Nazionale di Napoli (l’evento, condotto dalla prof. Alessandra Pagliano, rientra nella preview della manifestazione “La notte dei ricercatori 2019). E durante le aperture serali (19 e 21 settembre) sarà possibile degustare gli aperitivi preparati dal MANNCaffé (le consumazioni non saranno incluse nel ticket di ingresso al MANN).
A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (2^ parte): focus sull’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019
L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Verso queste terre, a partire dal XVI secolo, iniziarono gli itinerari dei grandi viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata nella mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, al museo di Storia Naturale di Verona fino al 30 giugno 2019, a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, mostra promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’istituto italiano di Cultura Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dopo aver apprezzato i reperti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/), oggi cerchiamo di conoscere meglio l’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini, che costituiscono la seconda sezione della mostra veronese, e alcuni brevi video con i commenti dello stesso Franchini.
“La varietà ambientale dell’Etiopia deriva in primis da un’orografia caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi, frutto di una travagliata vicenda geologica legata all’origine della Rift Valley, del Mar Rosso e ai connessi fenomeni tettonici e vulcanici”, A spiegarlo è Andrea Manzo, docente di Egittologia e Civiltà copta all’università “L’Orientale” di Napoli. “In Etiopia infatti si può -spesso rapidamente- passare dalle regioni di bassopiano o, addirittura, dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 m dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa poi un regime climatico monsonico, caratterizzato da un’accentuata stagionalità. La combinazione di tali condizioni crea tante nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora di questa regione. Nell’arco di distanze limitate si possono attraversare tantissimi ambienti diversi, che hanno favorito l’adozione di sistemi economici diversi da parte delle popolazioni che hanno abitato e abitano l’Etiopia, contribuendo alla loro differenziazione culturale. Ma la differenziata distribuzione delle risorse ha però da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie”.
“Nell’antichità, nei cui periodi più lontani l’Etiopia è stata la culla dell’umanità attuale proprio grazie alle tante risorse minerali, animali e vegetali che le sue diversissime parti offrono”, – continua Manzo -, “la regione ha rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambi sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per questo motivo l’Etiopia e le altre regioni del mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa, trasfigurate nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni, lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresenta poi la base anche per la conoscenza scientifica della regione”.
Chiese nella roccia. “In nessun altro luogo della terra”, scrive Françisco Alvarez nel 1540, “l’uomo, scavando nella roccia, ha prodotto qualcosa di veramente comparabile alle chiese nella roccia d’Etiopia. Chiese nella roccia. Intendo con questa definizione chiese in grotta: chiese ricavate sotto tettoie di roccia… o all’interno di caverne; interamente o in parte costruite. Intendo chiese ipogee: chiese scavate dalla roccia, grotte artificiali più che non costruzioni, alcune chiuse nella montagna, altre con uno dei lati visibili. Intendo le vere e proprie chiese monolitiche, ricavate da un unico blocco, libera da ogni lato, chiese-sculture, radicate e sorgenti dalla roccia viva solo con il basamento, le vere meraviglie tra i monumenti a noi noti… le chiese rupestri dell’Etiopia sono uniche… Chiese rupestri con affreschi e altri tesori allo stati grezzo attendono in Etiopia chi non rifugga dalle marce o dal mulo come mezzo di trasporto e sia in grado di scalare pareti quasi verticali”.
La città sacra di Axum. “Il 9 maggio lasciammo Adua per un’escursione ad Axum, situata a circa dodici miglia di distanza in direzione Ovest”, scrive Henry Salt in Voyage to Abyssinia and Travels into the Interior of that Country (1814). “A poche miglia da Axum si apre una vasta piana coltivata dove si raccolgono numerosi esemplari di pietre dure e agate. La città di Axum è collocata in una posizione molto gradevole in un angolo della piana, riparata dalle colline adiacenti. Avvicinandosi, il primo elemento che attira l’attenzione è una piccola stele ai piedi di una collina a mano destra, in cima alla quale sorge il monastero di Abba Pantaleon, e di fronte la grande lastra con l’iscrizione in greco che avevo precedentemente decifrato. Superati questi, la città e la sua chiesa cominciano ad apparire e, dopo aver virato un poco in direzione nord, lasciando una serie di piedistalli rotti (troni, ndt) sul lato sinistro, si apre una vista completa del grande obelisco, in piedi accanto a un immenso sicomoro. Quest’opera d’arte, finemente lavorata, ricavata da un unico blocco di granito che misurava sessanta piedi di altezza, produsse la stessa forte impressione nella mia mente come la prima volta in cui la vidi, e mi sentivo ancora più incline ad ammirare l’abilità e l’ingegnosità di chi aveva realizzato un’opera così stupenda. I suoi ornamenti a rilievo, insieme allo spazio cavo che corre verso l’alto e alla patera, conferiscono all’intera opera una leggerezza ed un’eleganza probabilmente senza rivali. Diversi altri obelischi giacciono rotti a terra, a poca distanza, uno dei quali di dimensioni ancora più grandi di quello or ora descritto”.
A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (1^ parte): scopriamo i reperti etnografici e faunistici – mai visti prima – portati dai missionari e dagli esploratori, oggi patrimonio del museo di Storia Naturale: scimmie, antilopi, coccodrilli, gioielli, ornamenti, e libri rari

Il bell’esemplare di ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre la mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia Naturale di Verona (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019
Il suo sguardo è quasi magnetico e sembra essere un avvertimento preciso ai visitatori che, superato l’ingresso di Palazzo Pompei a Verona, sede del museo di Storia Naturale, si accingono a scoprire l’Etiopia e il fascino della terra d’Africa attraverso la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, esposizione-racconto delle più interessanti scoperte fatte dai sui principali esploratori, aperta fino al 30 giugno 2019. A cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, la mostra è promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’Istituto Italiano di Cultura Addis Abeba, l’Ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dunque il ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre l’esposizione che diventa quasi un viaggio immaginario nella sconfinata terra etiope, in cui sarà possibile ripercorrere le tracce degli esploratori che nei secoli scorsi hanno visitato questi straordinari territori. Scimmie, antilopi, coccodrilli nelle loro dimensioni reali. E ancora, gioielli, ornamenti e bellissime immagini. Partendo dalle descrizioni contenute in alcuni testi di importanti viaggiatori, le cui edizioni sono conservate a Roma nella Biblioteca della Società Geografica italiana, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia è rappresentata e visibile al pubblico attraverso gli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini.
“In mostra”, spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “reperti etnografici e faunistici mai visti prima. Animali, fotografie ed ornamenti d’Africa raccontano al pubblico le particolarità della terra etiope e il desiderio di scoperta che, oltre un secolo fa, spinse tanti esploratori in lunghi viaggi di ricerca. Un grande tesoro documentale che, grazie alle numerose donazioni effettuate negli anni da appassionati d’Africa, è oggi patrimonio culturale della città di Verona, sapientemente conservato negli importanti archivi del museo di Storia Naturale”. E la direttrice dei Civici Musei di Verona, Francesca Rossi: “Il legame tra Verona e l’Africa è qualcosa di molto più grande, profondo e radicato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Un rapporto che, con la mostra ‘La bellezza rivelata dell’Etiopia’, si mostra al pubblico sotto forma di reperti, immagini e, in particolare, storie di quanti, al tempo dei grandi viaggi di scoperta, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 nell’area del corno d’Africa, poterono per primi ammirare questa meraviglia”.

Scudo in pelle di ippopotamo utilizzato dai guerrieri etiopi, conservato al museo di Storia Naturale di Verona
Dopo esserci fatti un’idea della mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata” – nel breve video – dalle parole di Leonardo Latella, conservatore del museo di Storia Naturale di Verona, e uno dei curatori della mostra, vediamo un po’ meglio quanto lo staff scientifico ha “pescato” dalla ricca collezione di materiali etnografici provenienti da diverse aree africane. Tra questi, decine di manufatti di origine etiopica, riportati a Verona di missionari Veronesi che nei primi anni del secolo scorso hanno compiuto viaggi in quel paese. In mostra, all’interno di classiche casse da spedizione in legno, molto simili a quelle con cui sono stati spediti più di un secolo addietro, vengono esposti strumenti di guerra come scudi rotondi realizzati con pelli di ippopotamo portati in Italia da missionari nel 1936. Ma anche una sciabola con elsa in corno di bufalo risalente allo stesso periodo di fattura simile a quelle usate dalla guardia imperiale del Ras Menelik, ed oggetti di uso quotidiano come contenitori per il miele in legno, coppe ornate con conchiglie della famiglia Cypraeidae. Le stesse conchiglie ornano altri oggetti di abbellimento, come una preziosa collana anch’essa in mostra. Poi alcuni classici poggiatesta in legno ancora oggi utilizzati da alcune popolazioni locali.

Due esemplari di babbuini gelada esposti nella mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)
Gazzelle, stambecchi e scimmie sono posizionati nell’atrio del museo sopra le classiche piattaforme di legno usate per la spedizione di merci, come un tempo usavano gli esploratori naturalisti per spedire gli esemplari frutto delle loro cacce e ricerche. Tra questi i Dik dik (Madoqua saltiana), le più piccole antilopi del mondo, alte 30-40 centimetri, i cui maschi marcano il territorio rilasciando un liquido denso dalle ghiandole che si trovano intorno agli occhi (a questa piccola gazzella si sono ispirati i componenti dell’omonimo gruppo musicale degli anni ’60); lo stambecco del Semien (Capra walie), specie di stambecco esclusivo delle montagne del Nord dell’Etiopia, considerato uno dei mammiferi più a rischio del mondo, di cui il Museo di Verona possiede un cranio risalente alla prima metà del ‘900; il babbuino gelada (Theropithecus gelada), scimmia endemica dell’Etiopia che utilizza un linguaggio con analogie impressionanti con quello umano, infatti non solo con lo schiocco delle loro labbra producono un suono labiale simile ai baci, ma comunicano anche con un ritmo e un tono che ricordano il nostro. Non solo grandi animali illustrano la fauna etiopica, anche colorati coleotteri, alcuni dei quali studiati per la prima volta da ricercatori del nostro museo, eleganti farfalle e altri insetti, riuniti nelle classiche scatole entomologiche, ci raccontano della diversità della fauna e degli ambienti etiopici.
Una zampa di “bestia feroce” (leone) ci ricorda poi come la passione per le “mirabilia” abbia accompagnato l’uomo sino all’avvento della televisione, che ha portato nelle case di tutti le immagini degli incredibili animali africani. Tutti i reperti esposti provengono dalle ricche collezioni del museo di Storia Naturale di Verona che ha voluto cogliere l’occasione di questa mostra per far conoscere al pubblico, veronese e non, una parte dei tesori in esso conservati che, impossibili da esporre tutti (si pensi che solo le collezioni zoologiche contano circa 3 milioni di esemplari), sono normalmente utilizzati solo dagli specialisti di ciascuna materia. E dalle collezioni del museo veronese provengono anche esemplari dei più interessanti mammiferi Etiopici, reperti provenienti da spedizioni effettuate nella prima metà del secolo scorso.
“Etiopia. La bellezza rivelata”: al museo di Storia naturale di Verona: un viaggio al fianco di studiosi ed esploratori della terra che fu della Regina di Saba

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019
Fu la terra della Regina di Saba, terra dai paesaggi di fantastica suggestione percorsa nei secoli scorsi dagli esploratori che ne hanno descritto animali di grande bellezza. È l’Etiopia. E dal 24 marzo al 30 giugno 2019 è protagonista al museo di Storia naturale di Verona della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”. Quasi un viaggio immaginario percorso al fianco di alcuni degli studiosi ed esploratori che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza di quella terra, accompagnati dagli animali che la popolano e dagli antichi oggetti delle sue genti. Cercando di far rivivere al visitatore il sentimento di meraviglia che spesso traspare dalle pagine che ci hanno lasciato. Partendo dalle descrizioni contenute in alcune loro opere librarie, le cui edizioni – spesso di gran pregio – sono conservate nella Biblioteca della Società Geografica, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia sarà evocata dagli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini. La ricchezza naturalistica e l’esclusività della fauna etiopica sarà poi raccontata dagli animali delle collezioni del museo di Verona. La molteplicità dei documenti, degli esemplari, degli oggetti e delle immagini in mostra consentono di apprezzare la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese e le sue antiche radici. “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” è una mostra Organizzata da Carlo e Marcella Franchini (Caluma) e dal museo di Storia naturale di Verona in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica Italiana, l’istituto italiano di Cultura di Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba.
L’Etiopia è un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare – spesso rapidamente – dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2mila metri dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell’arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale. La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.
L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa – trasfigurate per lo più nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni – lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata in questa mostra.
Alberto Angela chiude con “Cleopatra” la giornata finale di Tourisma 2019. E poi videogame per visite più divertenti dei musei, e un tuffo nelle realtà più antiche del Vicino Oriente
Finale col botto alla quinta edizione di TourismA, il Salone Internazionale dell’archeologia e del turismo culturale “in scena” al Palazzo dei Congressi di Firenze. Domenica 24 febbraio 2019, alle 15.50, in auditorium, a salutare sarà Alberto Angela con la “sua” Cleopatra, la regina che sfidò il mondo… Il noto divulgatore tv quest’anno presenterà al pubblico la sua ultima fatica letteraria dedicata a Cleopatra: “Sovrana, moglie, madre, amante, grande stratega, nessun’altra donna nella storia è mai stata come lei”, dichiara lo scrittore e archeologo che a TourismA ormai è di casa. La domenica di TourismA sarà l’ultima grande occasione per tutte le famiglie che vorranno avvicinare bambini e giovani al mondo antico attraverso laboratori didattici di ogni tipo, oltre venti, a cui si aggiunge in questa edizione anche una ricca offerta “virtual”. A questo proposito “L’allegro Museo” è il titolo dell’incontro organizzato dal CNR che spiega proprio come i nuovi sistemi di comunicazione, tra cui videogame ad hoc, possano rendere le visite molto meno barbose di un tempo. Dalle 9 alle 14, in Sala Verde. “L’allegro museo. Metti una visita divertente e piacevole…”: ricerca di strumenti utili per coinvolgere i visitatori. Ecco “MiRasna – Io sono Etrusco”, un gioco per la conoscenza della Civiltà Etrusca; o “A night in The Forum”, giocare nel Foro di Augusto passandovi una notte con gli abiti di un cittadino romano. E ancora “The Town on Light”, videogioco thriller ambientato nell’ex-manicomio di Volterra, dove la protagonista Renée, un tempo paziente dell’istituto, torna per scoprire la verità che vi si nasconde; o “Arkaevision”, gioco nell’area archeologica di Paestum. Spazio poi a chi ama viaggiare consapevolmente con l’incontro organizzato da Travelmark dal titolo “Non solo siti Unesco” (sala Onice, 9.30-13.30) in cui si farà il punto sulle mete culturali emergenti e alternative alle più classiche (e prese d’assalto). E a proposito di viaggi culturali, nella domenica di tourismA, si presenteranno i tesori del Sichuan una delle province cinesi più ricche di testimonianze archeologiche alcune delle quali prestate in via del tutto eccezionale al museo Archeologico nazionale di Napoli (auditorium, 11.55): Paolo Giulierini, direttore MANN, e Giuliano Volpe, università di Foggia, su “La Cina in Italia. Mortali immortali: i tesori dell’antico Sichuan al museo Archeologico nazionale di Napoli”; Ran Hong Lin, istituto di ricerca per l’Archeologia del Sichuan, e Yi Li, istituto di ricerca per l’Archeologia di Chengdu, su “La collaborazione tra Italia e Cina per i beni culturali”.
Un tuffo nelle realtà più antiche del Vicino Oriente sarà invece possibile grazie ai reportage delle varie università italiane da anni impegnate nello studio dei testi e delle testimonianze che sono arrivate fino a noi. In sala Verde (14.30-18.15), “Dal mito alla storia”: le ricerche archeologiche ed epigrafiche dell’università di Firenze nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo a cura di Ilaria Romeo, dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte Spettacolo (SAGAS). Dopo i saluti del magnifico rettore Luigi Dei e dl direttore di Sagas Andrea Zorzi, iniziano Amalia Catagnoti (università di Firenze), Marco Bonechi (ISMA CNR – Roma), Noemi Borrelli (L’Orientale – Napoli) e Paola Corò (università di Venezia Ca’ Foscari) su “Firenze cuneiforme. I testi del Museo Archeologico Nazionale e il loro futuro (un progetto del dipartimento SAGAS in collaborazione con il Polo Museale della Toscana)”. Invece Stefania Mazzoni (università di Firenze) e Anacleto D’Agostino (università di Pisa) illustreranno la “Missione archeologica italiana a Usaklı Höyük (MAIAC): Ittiti, Frigi e Galati a Usaklı Höyük. Continuità, crisi e trasformazione di un centro sacro dell’altipiano anatolico”. Mentre con Giulia Torri (università di Firenze) conosceremo “Il culto del dio della Tempesta in Anatolia centrale: feste stagionali ed economia templare”. A raccontare al meglio il nostro patrimonio, anche quello meno noto, ci pensa inoltre lo staff di Rai Cultura che svelerà in anteprima al pubblico di TourismA, due nuovi efficacissimi “prodotti” per la tv. Alle 10.20, in auditorium, approfondimento sui due format di Rai Storia dedicati ai siti culturali del nostro Paese: “Italia, viaggio nella bellezza” e “Siti italiani del Patrimonio Mondiale Unesco” con Giuseppe Giannotti, vicedirettore Rai Storia / Rai Cultura, e Eugenio Farioli Vecchioli, autore e capo progetto Rai Cultura.
Al museo Archeologico nazionale di Napoli approda il cinema archeologico con “ArcheocineMANN”: film in concorso e per le scuole, e incontri con i protagonisti
Il grande cinema archeologico fa tappa al Mann. L’appuntamento è dal 17 al 20 ottobre 2018 con “archeocineMANN”, festival internazionale del Cinema Archeologico di Napoli: incontri con i protagonisti e una quindicina di film scelti dal direttore artistico Dario Di Blasi dall’archivio cinematografico di Firenze Archeofilm; traduzioni di Stefania Berutti, Carlo Conzatti, Gisella Rigotti; voce narrante Davide Sbrogiò; conduce Giulia Pruneti. Per il Mann, diretto da Paolo Giulierini, coordinamento e organizzazione Lucia Emilio ed Elisa Napolitano; allestimento Antonio Aletto e Antonio Sacco. I film sono proiettati nella sala conferenza del Mann a ingresso libero: sette concorrono per il Premio Mann, quattro sono fuori concorso, alcuni sono riservati alle scuole (che entrano con prenotazione obbligatoria).
Martedì 16 ottobre 2018 anteprima speciale in trasferta al castello aragonese di Baia (Bacoli). In programma due film. “Pavlopetri. Un tuffo nel passato” di Paul Olding (Inghilterra, 50’). Pavlopetri, all’interno di una insenatura naturalmente protetta lungo le coste meridionali della Grecia, era uno scalo importante nel Mediterraneo antico di circa duemila anni fa e fu sommersa dalle acque. I suoi resti sono stati riscoperti nel 1967: fondazioni, templi e sepolture ci parlano ora dell’alba della civiltà occidentale. “Indagini in profondità – Il naufragio del Francesco Crispi” di Guilain Depardieu, Frédéric Lossignol (Francia, 26’). Aprile 1943. Il “Francesco Crispi”, un piroscafo di 7600 tonnellate, nave ammiraglia dei mercantili italiani, riconvertito dalla Marina militare, lasciò Genova per raggiungere la Corsica. A bordo c’erano armi, munizioni e soprattutto un’unità militare di 1300 uomini. Lungo la rotta, il Crispi incrociò il sottomarino britannico HSM Saracen, che sganciò due missili. Lo affondò in pochi minuti. Più di 900 uomini persero la vita. Nonostante numerosi studi, il relitto della nave non è stato mai trovato…
Mercoledì 17 ottobre 2018, al Mann, mattinata dedicata alle scuole, dalle 10, con due film. “L’enigma del Gran Menhir” di Marie-Anne Sorba, Jean-Marc Cazenave (Francia, 52’). Fin dall’antichità, viaggiatori, poeti e scienziati hanno interpretato i megaliti neolitici sorti lungo le coste dell’Atlantico come soldati pietrificati, templi, altari o osservatori astronomici. Dopo diversi anni di scavi, l’archeologo Serge Cassen cerca di decifrare, anche grazie alla tecnologia digitale, i segni e i simboli incisi su queste pietre mille anni prima della nascita della scrittura in Medio Oriente. “La sepoltura del Bambino di Lapedo 29000 anni fa: una ricostruzione ideale” di Diogo Vilhena (Portogallo, 5’). 29000 anni fa un bambino fu sepolto presso Abrigo do Lagar Velho – Lapedo nella regione di Leiria, avvolto in un sudario tinto di ocra rossa, con un rituale attento e complesso. Nel film ricostruisce il rituale e il contesto, così come è emerso durante lo scavo archeologico e attraverso le analisi condotte sullo scheletro, di quella che può considerarsi una delle scoperte più importanti per la conoscenza del processo evolutivo umano. Nel pomeriggio, alle 15, con corti del Mann il fuori concorso. “Il MANN” (1’ 30’’) di Stefano Incerti, musiche di Antonio Fresa; “I volti del MANN” (3’ 35’’) di Paolo Soriani; 3 Spot cartoon: “Can’t miss it” (0’ 15’’), “Heroes never change” (1’ 20’’), “Beauty is forever” (0’ 40’’) di Giorgio Siravo, musiche di Antonio Fresa; “Father and Son the game trailer” (1’). Alle 16, apertura del Festival con i film in concorso. “La grande odissea umana” di Niobe Thompson (USA, 1 h 53’). Il film è uno spettacolare viaggio che segue le orme dei nostri antenati che dall’Africa, dove vivevano in piccoli e isolati gruppi, raggiunsero e popolarono rapidamente ogni angolo del pianeta. I nuovi dati scientifici ci portano alla scoperta delle capacità e delle tecnologie sviluppate da questi antichi grandi uomini per sopravvivere a climi e situazioni estreme… Segue l’incontro/intervista con Fabio Martini, ordinario di Paletnologia all’università di Firenze.
Giovedì 18 ottobre 2018, al Mann, dalle 10, mattinata per le scuole, con il film “Iceman Reborn” di Bonnie Brennan (USA, 53’). Assassinato più di 5.000 anni fa, Otzi, la più antica mummia umana sulla Terra, è portata alla vita e preservata con la modellazione 3D. Adesso, recentissime scoperte fanno luce non solo su questo misterioso uomo antico, ma sugli albori della civiltà in Europa. Pomeriggio per il pubblico, alle 15, con i fuori concorso. “Alcubierre” (5’ 2’’) a cura de Il Cantastorie, direzione di Damiano Falanga, testi di Andrea Zappulli, supervizione di Sergio Riolo. “Amedeo Maiuri. Una vita per l’archeologia” (25’ 40’’) di Marco Flaminio. “Verde e marmi antichi” (18’ 16’’) di Marco Flaminio; Ideazione e cura di Laura del Verme; fotografia di Stanislao Flaminio. Dalle 16, i film in concorso. “Sotto la sabbia” di Domingo Mancheño Sagrario (Spagna, 50’). La scoperta di alcuni disegni sulle pareti di una caverna vicino allo Stretto di Gibilterra ci parla di antiche colonizzazioni e della più importante città fenicia d’Occidente: Gadir. “Sotto la sabbia” riguarda alcune di queste scoperte, soprattutto il ritrovamento sorprendente dei sarcofagi fenici di Sidone. Gli archeologi ci parlano dei reperti riemersi dopo 3000 anni, delle circostanze dei ritrovamenti, delle curiosità e della loro importanza storica. “I confini del mare Tirreno e Adriatico diviso tra Etruschi, Fenici e Focesi” di Maurizia Giusti (alias Syusy Blady) (Italia, 36’). Il Mediterraneo, prima di diventare il Mare Nostrum dei Romani, cinque secoli prima di Cristo era diviso tra diverse popolazioni che se ne contendevano il controllo, strategico per i commerci e per il dominio sul mondo occidentale. Segnò questa spartizione la grande battaglia navale di Aleria o Alalia in Corsica, dove si scontrarono Fenici, Etruschi e Focesi. Segue l’incontro / intervista con Syusy Blady, conduttrice televisiva, e Valentino Nizzo, direttore Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. “Indagini in profondità – Ci siamo tuffati nella Luna” di Guilain Depardieu, Frédéric Lossignol (Francia, 26’). Nel luglio 1664, la “Luna”, una nave lunga 40 metri, naufraga vicino al porto di Tolone, portando a picco centinaia di marinai, un reggimento di fanteria e un carico di armi, vasellame e oggetti personali. A bordo dell’imbarcazione del team di ricerca, vivrete minuto per minuto una missione eccezionale, che si avvale di 3 robot costruiti per prelevare reperti a grande profondità. Riusciranno i robot a portare a termine la loro missione? In quale stato saranno gli oggetti recuperati dopo più di 350 anni sott’acqua?
Venerdì 19 ottobre 2018, al Mann, mattinata per le scuole, dalle 10, con due film. “Il profumo ritrovato” di Luc Ronat (Francia, 28’). Nell’antichità i profumi erano molto importanti, come si può dedurre da scritti e affreschi rinvenuti e dalle aree di Pompei che sono state scavate. Un gruppo di esperti – archeologi, chimici, filologi, botanici – sta lavorando per ricostruire uno dei profumi più famosi… “Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Qui hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Fino a oggi, si pensava che il sito si limitasse alla sua terrazza imponente, utilizzata dai re persiani solo qualche mese all’anno. Ma le recenti scoperte rivelano uno scenario completamente diverso, quello di una città tra le più ricche del mondo antico: un Eden tra le montagne persiane. Pomeriggio per il pubblico: alle 15, con i film fuori concorso. “Pompei il plastico e la città” (8’) di Altair4 Multimedia, video della ricostruzione 3D; “Ercolano e Pompei. Visioni di una scoperta” (6’) di Altair4 Multimedia; “L’opera della bellezza. Il grande plastico di Pompei” (4’) di Danilo Pavone, video presentazione del progetto di rilievo 3D IBAM CNR. Alle 16, i film in concorso. “Ercole Contu e la scoperta della Tomba dei Vasi tetrapodi” di Andrea Fenu (Italia, 19’). Nel 1959, ad Alghero, dopo 5000 anni di oblìo, l’archeologo Ercole Contu riportò alla luce una delle sepolture neolitiche più importanti del bacino del mediterraneo. A 60 anni dalla scoperta, nell’estate del 2016 l’ultra novantenne archeologo è ritornato nel sito per raccontarci la sua straordinaria avventura: un racconto ricco di storia e di emozioni, dal quale è nato questo documento da condividere con tutti. Ercole Contu ci ha lasciati lo scorso 7 gennaio 2018. Avrebbe compiuto 94 anni il 18 gennaio. Segue l’incontro / intervista con Rosanna Pirelli, docente di Egittologia e Archeologia egiziana all’università L’Orientale di Napoli. “L’harem del Faraone del Sole” di Richard Reisz (Inghilterra, 90’). Nel gennaio del 2011, mentre la regione del Cairo subiva gli attacchi della rivoluzione egiziana, l’Università di Basilea realizzava due importanti scoperte nella Valle dei Re: una cripta contenente decine di corpi e una tomba fino a quel momento sconosciuta. Mentre gli archeologi e gli studiosi riflettono sull’identità dei resti contenuti in queste tombe, giungono a una conclusione stupefacente…
Sabato 20 ottobre 2018, ultima giornata del festival del Mann. Mattinata per la stampa e il pubblico, dalle 10 con i film fuori concorso: le nuove produzioni audiovisive del MANN. “L’antico presente” (19’), 5 corti di Lucio Fiorentino. “What’s on” (40’), 10 video di Mauro Fermariello. Intervengono Paolo Giulierini, direttore MANN; Daniela Savy, università Federico II di Napoli – Progetto Obvia; Ludovico Solima, università della Campania L. Vanvitelli; i registi Lucio Fiorentino e Mauro Fermariello. Pomeriggio, alle 16, per il pubblico. “Il misterioso vulcano del Medioevo” di Pascal Guérin (Francia, 52’). Il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione, degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di questo misterioso vulcano. Questa scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche, hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società… Alle 17.30, cerimonia di consegna del Premio MANN Napoli 2018, prima edizione.
Archeologia in lutto. È morto Maurizio Tosi, uno dei più grandi archeologi preistorici dal Mediterraneo alla Mongolia. In Iran nel 1967 scoprì lo straordinario sito di Shahr-e Sokhta, la Città Bruciata. L’ambiente scientifico iraniano in lutto per l’amico Maurizio “Rostam”
Una vita dedicata allo studio delle civiltà preistoriche dall’Iran alla Mongolia. È morto il 24 febbraio 2017 a Ravenna all’età di 73 anni Maurizio Tosi, professore di paletnologia all’Università di Bologna, autore di importanti scavi archeologici nel Vicino Oriente e in Asia. Nato a Zevio (Verona) il 31 maggio 1944, professore ordinario dal 1981, Tosi ha coperto fino al 1994 la cattedra di Preistoria e protostoria dell’Asia presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli e, dal 1994, la cattedra di Paletnologia presso la Scuola di Conservazione dei Beni culturali dell’università di Bologna. La sua principale specialità sono stati i processi formativi delle società complesse e lo sviluppo della ricerca archeologica per la definizione di tali processi. Dal 1967 ha diretto progetti di ricerca sul campo per l’Isiao (Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente), spesso in collaborazione con numerosi istituti europei ed americani in Iran, Oman, Pakistan, Turkmenistan, Yemen e nelle regioni asiatiche della Federazione Russa.
Proprio in Iran ha legato il suo nome a una delle scoperte più importanti del Novecento: Shahr-e Sohkta (la “Città Bruciata”), uno dei siti più imponenti del mondo riconosciuto il 22 giugno 2014 come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Era il 1967 quando Tosi, 23 enne, arrivò in Iran per dirigere uno scavo nella regione del Sistan, nel sud-est dell’Iran, che sulla carta non dava garanzie di successo. Non a caso, secondo la vulgata popolare, quella missione sarebbe stata affidata proprio a lui: in caso di insuccesso, la figuraccia meglio lasciarla fare al giovane piuttosto che a qualche luminare dell’archeologia. Tosi fu premiato. Fu allora che scoprì appunto Shahr-e Sokhta, realizzata da una civiltà misteriosa e incredibile tra il 3200 e il 1800 a.C. Ed è in Iran che Tosi, uomo robusto e tenace, si guadagnò il soprannome di “Rostam”, eroe della mitologia persiana dalla forza erculea e protagonista del poema Shahnamé (Libro dei Re) di Ferdowsì. Del resto c’era più di una ragione per questo “appellativo”: gli scavi di Shahr-e Sokhta si conducevano nella regione del Sistan iraniano, la stessa che secondo la mitologia era governata da Rostam: “Rostam era re del Sistan, il professor Tosi lo era in un altro senso per il suo lavoro”. Come nel caso di pochi, la comunità scientifico-accademica iraniana ha proclamato un vero e proprio lutto dopo aver appreso della morte dell’amato archeologo italiano. Messaggi di cordoglio sulla rete e soprattutto da parte di chi lo conosceva, aveva lavorato con lui o dagli ambienti accademici.
Intenso, in rete, il ricordo che Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare, ha affidato al sito della sua soprintendenza. “I ricordi si accavallano nella mente – scrive – raggiungendo in breve dimensioni immense sovrastando la capacità di contenerli e viverli tutti nella loro dimensione temporale reale. E’ ciò che ho provato apprendendo della scomparsa di Maurizio Tosi. I pensieri e i ricordi si affastellavano rapidi e intensi così come avveniva durante i nostri colloqui. La sua enorme capacità progettuale innestata in un’intelligenza fuori del normale e in un’altrettanta immensa cultura rendeva ogni incontro una fucina di progetti, idee e teorie assolutamente originali e innovative. Questo era per me Maurizio. Un’incredibile e unica fonte di stimoli, idee che ti facevano oltrepassare ogni limite proiettandoti in dimensioni teoriche cognitive del tutto nuove. Tracciarne in poche righe le caratteristiche e la dimensione scientifica è pressoché impossibile data la grande ricchezza delle sue conoscenze che spaziavano dalla preistoria nord-americana a quella vicino e medio-orientale e mediterranea con approfondite puntate anche nel mondo classico e medievale euroasiatico. Spaziava da una conoscenza approfondita della storia dalle origini fino al contemporaneo a una puntuale capacità di collegare ed interpretare ogni fatto storico alla luce di molteplici chiavi di lettura politico – filosofiche. Generoso nell’offrire la sua scienza agli altri, quanto burbero e ostile verso la banalità e la superficialità. Personalmente, come ho sempre affermato, devo alla sua frequentazione e ai suoi insegnamenti gran parte della mia dimensione di archeologo. Devo a lui l’avermi dato gli strumenti per comprendere le civiltà orientali nella loro dimensione globale e, quindi, anche del presente. Infatti guardava e interpretava il passato apprezzando e conoscendo profondamente il presente che viveva da protagonista e da leader. Era, a mio avviso, proprio questa sua capacità di agganciare passato e presente in una dimensione interpretativa dialettica unitaria la sua più affascinante e originale qualità che difficilmente troviamo in noi archeologi molto spesso condizionati dai limiti del nostro campo di approfondimento professionale. È pleonastico dire che mancheranno le sue a volte aspre e pungenti critiche all’establishment accademico nazionale ed internazionale, mirate a creare condizioni di ricerca più consone alla realtà effettiva di un’archeologia moderna, multidisciplinare e realmente interpretativa e non descrittiva”.
Maurizio Tosi è stato anche co-direttore di un programma di ricerca internazionale mirato allo studio dell’origine della navigazione e del commercio di lunga distanza nell’Oceano Indiano. Studioso di paleoeconomia e dell’organizzazione sociale dei popoli asiatici nella preistoria, il professore Tosi ha indirizzato dal 1985 gran parte delle sue attività allo studio del rapporto tra popolazione e risorse nella ricostruzione sistematica dei paesaggi antichi.


























































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