Palmira. Un arco del tempio di Bel a Palmira è sopravvissuto alla furia dell’Isis: sarà ricostruito con una stampante 3D a Trafalgar Square a Londra in primavera. E poi a New York

Il rendering dell’arco del tempio di Bel di Palmira ricostruito con stampanti 3D in Trafalgar Square a Londra
La tecnologia entra in campo per combattere la furia iconoclasta dell’Isis. Il tempio di Bel (o Baal) è stato distrutto dei miliziani dell’Isis ma uno dei suoi archi è rimasto in piedi ed è diventato il simbolo della resistenza alla devastazione culturale portata avanti dello Stato islamico. Conosciuta come la perla del deserto Palmira, che significa città delle Palme si trova a 210 chilometri a nord est di Damasco. Prima del conflitto siriano scoppiato nel 2011 oltre 150 mila turisti hanno visitato la città di Palmira, patrimonio dell’Unesco, ogni anno. Il tempio di Bel era considerato tra le rovine meglio conservate a Palmira, fino alla conferma della sua distruzione ad agosto. Isis ha anche decapitato Khaled al-Asaad, l’archeologo siriano di 82 anni che si era preso cura delle rovine di Palmira per quattro decenni. Il suo corpo fu addirittura esposto in pubblico (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/11/19/siria-devastata-dai-miliziani-appello-del-direttore-dei-musei-di-damasco-non-lasciateci-soli-e-il-direttore-del-turismo-di-palmira-tre-generazioni-per-superare-i-danni-d/).

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis
Proprio l’arco del tempio di Bel a Palmira, in Siria, scampato (per ora) alle distruzioni dei jihadisti, “sorgerà” in primavera a Trafalgar Square: una copia della struttura risalente a duemila anni fa verrà ricostruita con la più grande stampante 3D al mondo. Ci sono anche piani per costruire ed esporre una copia della struttura a Times Square, nel cuore di New York. Si tratta, come spiega il Times di Londra, di un progetto internazionale, che vede anche una partecipazione italiana, finanziato dall’Institute for Digital Archaeology (Ida), che riunisce archeologi e studiosi delle università di Oxford e Harvard. La struttura di 15 metri verrà realizzata in diverse componenti a Shanghai e “ultimata in Italia”, si limita a prevedere il Times precisando però che sorgerà vicino alla colonna di Nelson nella celebre piazza londinese durante la World Heritage Week ad aprile. Come materiale è stato scelto un composto “leggero” formato da polvere di pietra per non rendere la copia troppo pesante.

Una copia dell’arco del tempio di Bel a Palmira ”sorgerà” a Trafalgar Square: ricostruita con la più grande stampante 3D al mondo
“Abbiamo scelto questo arco come omaggio all’ultima porzione ancora in piedi di quel sito antico. Non penso che sopravviverà a lungo”, ha detto Roger Michel, a capo dell’Ida. “Vogliamo dire a loro (i miliziani dell’Isis, ndr) che se distruggono qualcosa noi possiamo ricostruirlo”. L’iniziativa viene sostenuta con grande entusiasmo dal sindaco di Londra, Boris Johnson, che ha proposto di mantenere la struttura in pianta fissa a Trafalgar Square e non solo per una settimana come previsto. L’istituto di Archeologia digitale, in collaborazione con l’Unesco, ha cominciata distribuire qualche mese fa macchine fotografiche in 3D a fotografi volontari per catturare immagini di monumenti a rischio in zone di guerra in Medioriente e Nord Africa. Le immagini saranno caricate su un database “di un milione di immagini” che, nelle speranze, potrebbe essere usato per ricerche, programmi educativi e anche, come in questo caso, la ricostruzione in 3D in scala 1:1. I fotografi volontari sono soprannominati i nuovi Monuments Men, perché ricordano gli ufficiali alleati che durante la seconda Guerra Mondiale salvarono monumenti e opere d’arte dalla furia del conflitto e dalle mire dei nazisti.
Valle di Agrigento: il tempio di Demetra l’unico orientato al tramonto della luna piena del solstizio d’inverno. Archeoastronomi: “Celebra la riunione tra Demetra e Persefone”
Finora alla posizione dei famosi templi greci della valle di Agrigento non si era dato molto peso, visto che nella maggior parte sono orientati al sorgere del sole oppure semplicemente orientati secondo la morfologia del terreno o la griglia della città. Tutto vero. Eccetto uno, il tempio dedicato a Persefone e sua madre Demetra, che ha un orientamento geografico particolare: è rivolto al tramonto della luna piena più vicina al solstizio d’inverno. Lo hanno notato i ricercatori Giulio Magli del Politecnico di Milano, Robert Hannah dell’università di Waikato, Nuova Zelanda, e Andrea Orlando dell’Osservatorio Astrofisico di Catania, che hanno cercato di darne una spiegazione: quel particolare orientamento vuole celebrare la riunione di Demetra con la figlia Persefone, rapita da Ade, dio dell’oltretomba, che la portò negli Inferi per sposarla. La ricerca è stata svolta nell’ambito di un accordo di collaborazione scientifica tra ente parco Valle dei Templi di Agrigento e Laboratorio di formazione matematica e di sperimentazione scientifica (effediesse) del Politecnico di Milano, e pubblicata sul sito web della Cornell University.
Il Tempio detto di Demetra (i cui resti si trovano in località San Biagio al di sotto dell’omonima chiesa) può essere datato nel periodo compreso tra il 480 e il 470 a. C. Questo tempio offre un interessante esempio di edificio distilo in antis ovvero privo del colonnato esterno e costituito da una semplice cella preceduta da un pronao con due colonne. Della struttura originaria si conservano il basamento di m 30×13 c.a, ancora in parte visibile, i muri esterni della cella e quelli divisori tra cella e pronao. Queste parti che ancora permangono sono state inglobate dalla chiesa medievale dedicata a S. Biagio. Delle belle grondaie a protome leonina appartenute a questo edificio si possono ancora ammirare all’interno del museo archeologico regionale di Agrigento nella sala dedicata alle sculture architettoniche. Il Tempio di Demetra nel periodo classico faceva parte di un temenos, un recinto sacro, al quale si devono riferire anche altre strutture adiacenti come due piccoli altari rotondi con incavo centrale, botroi o pozzi sacri, all’interno dei quali sono stati ritrovati dei kernoi (vasi rituali legati al culto di Perfesone) e dei resti appartenenti a dei busti fittili che dovevano raffigurare la stessa Demetra.
I ricercatori stanno ancora approfondendo la ragione di questo allineamento, ma si crede che potrebbe essere dovuto a particolari riti religiosi. Si ipotizza che questi riti prevedessero una processione notturna che partiva dalla fontana santuario posta poco lontano dal tempio (dove sono stati trovati depositi votivi, tra cui una statuetta raffigurante Persefone), saliva al tempio stesso e poi attraversava il corridoio tra il lato nord del tempio e la collina (forse gettando le offerte nel pozzo centrale) e infine si riuniva in un vasto piazzale retrostante il tempio da dove si assisteva allo spettacolo della luna piena che tramontava sulla collina dell’acropoli. «L’archeoastronomia si rivela ancora una volta una scienza multidisciplinare”, afferma Giulio Magli, titolare al Politecnico di Milano dell’unico corso di Archeoastronomia in Italia. “In questo caso contributi diversi fra di loro come l’utilizzo di dati topografici digitali, la ricostruzione al calcolatore del cielo nell’antichità, il rilievo sul campo e la collaborazione con l’Ente Parco Valle dei Templi e quindi con l’archeologia hanno portato a risultati veramente inaspettati, che potrebbero aprire nuove prospettive nella comprensione di culti antichissimi, se solo si pensa che la fonte del Tempio di Demetra risale almeno al sesto secolo a.C. e quindi agli inizi, se non prima, rispetto alla colonizzazione greca della Sicilia”.
Pompei. Per le festività negli scavi due percorsi guidati alla scoperta delle sei domus appena restaurate e aree normalmente chiuse come l’anfiteatro e la grande palestra
Vacanze di Natale speciali a Pompei con due itinerari pensati proprio in occasione della riapertura delle sei domus restaurate lungo via dell’Abbondanza alla presenza del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/12/23/pompei-alla-vigilia-di-natale-il-premier-renzi-inaugura-sei-domus-ricche-di-affreschi-sulla-via-dellabbondanza-restaurate-nellambito-del-grande-progetto-pompei/): sono la Fullonica di Stephanus, la Casa del Criptoportico, la Casa di Paquius Proculus, la Casa del Sacerdos Amandus, la Casa di Fabius Amandio e la Casa dell’Efebo. Il restauro degli ambienti è stato portato a termine dalla soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia grazie ai fondi del Grande Progetto Pompei, che ammontano in totale a 105 milioni di euro e che stanno restituendo splendore al grande sito archeologico, dopo anni di crolli e danneggiamenti dovuti alla mancanza di manutenzione. Tra i siti riaperti spicca uno degli edifici storicamente più ammirati dai turisti, la Fullonica di Stephanus, che era una tintoria per il trattamento delle stoffe che venivano colorate in una grande vasca posta al centro dell’edificio.
Dunque due percorsi speciali. Fino al 10 gennaio (con la sola eccezione del 1° gennaio, quando l’area archeologica di Pompei sarà chiusa) Scabec (società campana per i beni culturali) propone con il circuito Campania-Artecard due percorsi inediti che guideranno gli ospiti alla scoperta delle domus appena restaurate e di aree normalmente chiuse al pubblico. Le visite sono comprese nel biglietto d’ingresso agli Scavi ma è necessario prenotarsi. Disponibilità fino a esaurimento posti. Per informazioni e prenotazioni 800.600601, cellulari ed estero +39.06.39967650, www.campaniacard.it. I percorsi speciali di Campania-Artecard a Pompei sono realizzati dalla Scabec, la società campana beni culturali, che ha curato anche il progetto “Pompei, un’emozione notturna”, le visite notturne guidate spettacolarizzate che si sono tenute durante l’estate ed ha prodotto il cortometraggio promozionale di Pappi Corsicato “Pompei, eternal emotion”.
Il primo percorso, “Di domus in domus” (visite dalle 10 alle 15 – biglietteria di piazza Esedra – tutti i giorni tranne il 1° gennaio) prevede la visita all’antica “tintoria” Fullonica di Stephanus dove sarà illustrato il trattamento dei tessuti utilizzato dagli antichi romani, ai quattro ambienti termali della Casa del Criptoportico, alla Casa di Paquius Proculus con le sue scritte elettorali, alla Casa del Sacerdos Amandus con le pitture del triclinio che riprendono le imprese degli eroi e all’attigua Casa di Fabius Amandio un esempio di piccola casa del ceto medio e infine alla Casa dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti che si distingue per il lusso e il fasto delle decorazioni delle pareti e dei pavimenti. Il secondo percorso proposto è “Memorie e suggestioni – viaggio dal 79 d.C. ad oggi” (visite alle 11, 13, 15 – biglietteria di Porta Anfiteatro tutti i giorni tranne il 1 gennaio) che prevede la visita all’Anfiteatro e alla Piramide, realizzata dall’architetto Francesco Venezia che custodisce i calchi, e la Palestra Grande, un tempo utilizzata per l’educazione fisica della juventus e arricchita dalla mostre degli affreschi provenienti dalla Villa di Moregine.

Il soprintendente Massimo Osanna con il regista Pappi Corsicato e la presidente di Scabec, Patrizia Boldoni
Massimo Osanna soprintendente speciale per Pompei, Ercolano e Stabia è soddisfatto: “Sei domus restituite alla fruizione, una attività globale di restauro e messa in sicurezza per la salvaguardia del sito e finalmente una grande attenzione alla valorizzazione e alla promozione dell’area archeologica. È il traguardo che la soprintendenza di Pompei ha raggiunto per il 2015 grazie al grande impegno di funzionari e tecnici della soprintendenza, del Grande Progetto Pompei e di Invitalia, che hanno dato il loro massimo per garantire risultati nel rispetto del cronoprogramma stabilito dall’Unione Europea. Ritengo si tratti di un importante successo sia per Pompei, in termini di opere concrete realizzate per il sito, sia per la soprintendenza che ha raggiunto un modello di lavoro di alto livello capace di far interagire, in un programma interdisciplinare di confronto e di studio, professionisti e tecnici di varia provenienza, non dimenticando il coinvolgimento anche di prestigiose università e istituzioni italiane e straniere. Chiudere il 2015 nel pieno fermento delle attività dei cantieri, avendo al tempo stesso ampliato l’offerta di visita al sito, è di grande auspicio per il futuro di Pompei”.
Pompei. Alla vigilia di Natale il premier Renzi inaugura sei domus ricche di affreschi sulla via dell’Abbondanza, restaurate nell’ambito del Grande Progetto Pompei
Sotto l’albero Pompei regala l’apertura di cinque domus e una bottega artigiana: sei “gioielli” del sito archeologico lungo la centralissima via dell’Abbondanza (l’arteria principale dove si svolgeva la vita nell’antica città romana) finora neppure presenti sulla mappa degli itinerari proposti dalla soprintendenza e in alcuni casi neppure segnalati da una targa all’esterno dell’edificio. Restaurate nell’ambito dei lavori del Grande progetto Pompei, le sei domus sono: la Fullonica di Stephanus, la casa del Criptoportico, la casa di Paquio Proculo, la casa del Sacerdos Amandus, la casa di Fabius Amandius e la casa dell’Efebo. Stavolta Pompei finisce in prima pagina per una notizia positiva: niente crolli, danneggiamenti, o cancelli chiusi per assemblea sindacale. L’eccezionalità e importanza dell’evento è sottolineata dalla presenza non solo del ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ma dello stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi. È stato proprio il premier a chiedere al suo ministro di spostare la cerimonia di inaugurazione a giovedì 24 dicembre 2015. L’appuntamento era inizialmente fissato per mercoledì 23, poi il cambio di programma. Confermato su Facebook dallo stesso Renzi: “Al lavoro in questi giorni prenatalizi. Giovedì 24 inauguriamo la riapertura di sei domus a Pompei che finalmente fa notizia per i restauri e non più per i crolli”. L’appuntamento è alle 11. Col premier Renzi – alla seconda visita dopo quella dello scorso aprile – ci saranno il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il soprintendente Massimo Osanna e il direttore del Grande Progetto Giovanni Nistri. Sarà l’occasione per fare il punto della situazione negli scavi. Il Grande Progetto Pompei termina ufficialmente il 31 dicembre, ma andrà avanti anche nella programmazione Fesr 2014-2020 così da fare in modo che venga spesa l’intera somma di 105 milioni di euro prevista. Dopo il 31 dicembre la segreteria del Grande Progetto verrà assorbita dalla soprintendenza, e scadrà anche il mandato di Nistri. La struttura di supporto, ovvero 17 unità tra cui molti ufficiali dei carabinieri, cesserà di operare. Una preoccupazione in più per l’ente a cui capo c’è Massimo Osanna.
Come si diceva, le sei domus restaurate grazie ai fondi del Grande Progetto Pompei, dopo decenni di buio e incuria, tornano a presentarsi in tutto il loro splendore con gli affreschi, gli apparati decorativi e i mosaici che hanno ritrovato la luce e i colori di quando riaffiorarono dalle ceneri dopo mille e settecento anni. Le domus affacciano tutte su via dell’Abbondanza. Vediamole. La Fullonica di Stephanus è all’incrocio con il vicolo del Citarista. Tra gennaio e luglio 2014 sono stati eseguiti interventi di manutenzione e ripristino delle coperture, reintegrazioni murarie, attività di scavo e ripulitura per riportare alla luce i piani originari. Proprio grazie agli scavi, è stato possibile individuare il percorso di approvvigionamento e di deflusso delle acque, funzionale fin dall’origine alle lavorazioni che si svolgevano all’interno della fullonica. Durante le attività di cantiere è stato deciso di utilizzare il percorso dell’antica canalizzazione di deflusso, per sistemare un impianto di smaltimento delle acque piovane provenienti dal giardino, senza dover realizzare nuovi scavi. Sono serviti altri 10 mesi di lavoro e ulteriori 315mila euro, in aggiunta al milione, per far risplendere i decori della fullonica.
Lì vicino c’è il Criptoportico, uno dei primi cantieri aperti. La dimora prende nome dalla presenza lungo tre lati del giardino quadrangolare di un portico sotterraneo fenestrato – criptoportico appunto – sul quale si aprivano una stanza di soggiorno (oecus) e ambienti termali. L’intervento di restauro, 304mila euro, si è sviluppato in tre fasi: il consolidamento e restauro delle strutture antiche, con integrazione dei precedenti restauri; la restituzione della volumetria originaria attraverso la ricostruzione spaziale con strutture in legno di ciò che era andato perduto anche a seguito del bombardamento del 1943. Un importante intervento a salvaguardia degli affreschi ha, inoltre, interessato il deflusso delle acque meteoriche attraverso opere di drenaggio nel giardino. Quindi si incontra la casa di Paquio Proculo, per il cui restauro è stato speso circa un milione. Quindi si apre la casa di Sacerdos Amandus famosa per le iscrizioni sulle pareti esterne dell’edificio: a fianco della porta di ingresso la scritta di sostegno al sacerdote e l’iscrizione in osco “Spartacs” su uno dei gladiatori raffigurati sulla parete destra del vestibolo. Per il restauro degli affreschi spesi 50mila euro per gli apparati decorativi. Proseguendo il viaggio nella città archeologica, si arriva alla dimora di Fabius Amandus, che ha un piccolo corridoio di accesso che immette direttamente nell’atrio, caratterizzato da un giardino e da una piccola piscina semicircolare, alimentata direttamente dall’acqua piovana. Infine c’è la casa di Efebo che si trova nell’omonimo vicolo, sul lato destro di via dell’Abbondanza. Per la prima tranche di lavori, il restauro architettonico, sono serviti 500mila euro e 716 giorni. La casa è conosciuta anche con il nome di Cornelio Tagete, per il ritrovamento di una statua in bronzo di un efebo, utilizzata come portalampada: la casa è il frutto dell’unione di più abitazioni ed era divisa in un quartiere riservato alla famiglia ed uno di rappresentanza con decorazioni o in stucco o a mosaico. Per il recupero degli apparati decorativi, invece, sono stati spesi altri 900mila euro e impiegati ulteriori nove mesi di lavoro.
Protostoria dei popoli latini. A Roma, nella nuova sezione al museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano, prendono forma le sepolture delle principesse dell’antica Collatia

Il ricco corredo dalla Tomba 81 dalla necropoli dell’antica Collatia ora esposto nella nuova sala al museo nazionale Romano di Roma
Il nome di Collatia ai più dice poco. Era uno dei centri minori che si sviluppano nel Latium vetus intorno al IX sec. a.C., fiorito grazie alla sua posizione strategica su alcune delle principali vie di comunicazione e di scambio: la via Collatina e il fiume Aniene. Ne parlano le fonti storiche – è vero – per il suo collegamento con la storia più antica di Roma. Collatia infatti è ricordata da Tito Livio per la vicenda di Lucrezia, la virtuosa moglie di Lucio Tarquinio Collatino: dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo, si uccise per l’oltraggio subito e, stando alle fonti, sarebbe stata proprio la sua morte a scatenare la rivolta contro la tirannia etrusca che portò alla istituzione della repubblica. Siamo nel V sec. a.C. e Collatino sarebbe stato eletto primo console insieme a Bruto. Ma come si vede siamo sempre a conoscenze molto specialistiche. Ma con l’apertura al primo piano del museo nazionale Romano alle terme di Diocleziano a Roma della nuova sala all’interno della sezione dedicata alla “Protostoria dei popoli latini”, l’antica Collatia con le sue principesse è destinata a diventare famosa.
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Principesse e principi dall’antica Collatia: è la nuova sala della sezione “Protostoria dei popoli latini”
Tre corredi principeschi, uno maschile e due femminili, risalenti al periodo tra l’VIII e il VII secolo a.C., di cui è stata appena concluso il restauro e lo studio, sono esposti per la prima volta nella nuova sala museo Nazionale Romano: la collezione permanente, che illustra lo sviluppo della cultura laziale tra il XI e il VI secolo a.C., si arricchisce così di uno dei più importanti ritrovamenti degli ultimi decenni, rimasto inedito fino a oggi. Sono stati gli scavi condotti dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma, a consentire di localizzare con certezza, in corrispondenza della borgata di La Rustica, l’antico centro di Collatia. La scoperta del sepolcreto e dell’abitato arcaici in corrispondenza di La Rustica risale al 1972, quando si stava costruendo il tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Tra il 2009 e il 2012 i lavori di archeologia preventiva per l’ampliamento di questo tratto autostradale hanno portato alla luce le tre tombe principesche esposte ora alle terme di Diocleziano insieme ad altre sepolture ancora in fase di studio e restauro. Alle indagini sul campo come al successivo lavoro in laboratorio sui reperti hanno partecipato studiosi di diverse discipline e specializzazioni. Questo lavoro interdisciplinare ha consentito di ricostruire il quadro dello stile di vita e dell’organizzazione della comunità dell’antica Collatia in epoca protostorica. L’apertura di questa nuova sala della sezione di “Protostoria dei popoli latini” arricchisce dunque la collezione permanente che illustra e valorizza lo sviluppo della cultura laziale, compreso tra la fine dell’età del Bronzo (XI secolo a.C.) e l’età del Ferro fino al cosiddetto periodo “orientalizzante” (X sec. a.C. – inizio del VI sec. a.C.). “La vicenda di Collatia è una vicenda particolare e significativa, perché riesce ad inquadrare la nascita e la crescita di Roma nell’ambiente in cui il seme della città ha germinato”, spiega il soprintendente dell’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti.
La scoperta del sito archeologico. “Il sito archeologico di La Rustica, oggi certamente identificabile con l’antico centro di Collatia”, riassumono gli archeologi della soprintendenza, “è stato individuato nel 1972, in seguito ai lavori per la costruzione del tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Collatia, situata lungo l’antica via Collatina, si trovava non lontano dall’Aniene e in posizione intermedia fra Roma e Gabii. Sorgeva su un’altura di forma allungata e dalle pareti ripide, immediatamente a sud di una seconda collina occupata dalla necropoli. Proprio i lavori per la costruzione della A24 sono stati determinanti per la scoperta del sito, ma al tempo stesso hanno causato la distruzione di un ampio settore della necropoli e la perdita di alcune centinaia di tombe”. In totale della necropoli di La Rustica fino a oggi sono state scavate 418 tombe, per la maggior parte databili fra l’VIII e gli inizi del VI sec. a.C. (III e IV periodo della cultura laziale). Circa 30 sepolture senza corredo possono probabilmente essere datate al VI-V secolo a.C.; le tombe più recenti, circa 10, si datano al III-II secolo a.C. Le tombe più antiche offrono la documentazione più ampia e completa per la fase avanzata del III periodo laziale (VIII secolo a.C.): un totale di 155 sepolture a inumazione in fossa, per la maggior parte femminili e con corredi molto ricchi. Al IV periodo (fine VIII-inizi VI secolo a.C.), che coincide con il momento di massimo sviluppo dell’insediamento, si data un gruppo di 224 tombe: sono fosse più larghe spesso con un loculo scavato al centro di uno dei lati lunghi per contenere il corredo. Le tombe più importanti sono a pseudo-camera (grandi fosse quadrangolari senza ingresso e con copertura di tavole di legno). In tutte le sepolture di questo periodo sono presenti vasi da rituale: olle di impasto rosso e soprattutto anfore di impasto bruno, rotte intenzionalmente e gettate nella fossa prima della deposizione del cadavere e del corredo, durante una cerimonia di libagione in onore del defunto.

Lo scettro trovato nella Tomba 3: un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici, contenuto in una scatola di legno di faggio.
Le tombe principesche. La “tomba 3” appartiene a un principe che ha esercitato il potere politico sul centro di Collatia ed è databile alla metà del VII secolo a.C. (orientalizzante medio). La struttura a pseudo-camera ha conservato un ricco corredo che comprende oltre alla fibula, all’affibbiaglio (un prezioso ferma mantello in argento) e alla spada di ferro anche uno scettro, costituito da un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici ottenuti con intarsi in ferro, contenuto in una scatola di legno di faggio. “Si tratta di un ritrovamento straordinario perché documenta per la prima volta la presenza sicura di uno scettro nel Latium vetus. Alla sinistra principe era posto un carro da guerra a due ruote. Il resto del corredo era composto da vasi di bronzo e di impasto, due coltelli, due spiedi e due lance di ferro”.
La “tomba 81” è invece riferibile a una giovane tra i 16 e i 18 anni. La defunta era collocata all’interno di un tronco di quercia avvolta in un sudario orlato con anellini di bronzo. Gli ornamenti personali, fra i quali un cinturone di lamina di bronzo, sono straordinari per la quantità e la fattura. Anche la ceramica mostra elementi non comuni: due vasi sono probabilmente importati dall’Etruria meridionale, forse da Veio, e sono presenti due vasetti da filtro. “Lo straordinario cinturone di bronzo compare solo in pochissimi importanti corredi della necropoli, ritrovati esclusivamente in tombe di giovani donne di età compresa fra 16 e 20 anni. Questo elemento specifico potrebbe indicare un ruolo collegato con attività di culto”.
La “tomba 238”: una grande fossa isolata in cui era deposta una donna adulta, avvolta in un sudario fermato ai lati da fibule di piccole dimensioni. Il corredo, ricchissimo di ornamenti personali, comprende una fascia di lamina di bronzo sulla fronte, fibule e collane di perle di pasta vitrea e ambra, cinque vasi di bronzo e cinque di impasto. Avvolti in una stoffa sono stati trovati anche un grande coltello e tre spiedi. In uno dei vasi di bronzo erano contenute alcune ghiande che potrebbero indicare che la morte è avvenuta nei mesi autunnali. La sepoltura è in fase di restauro. Infine la “tomba 64”, che ha restituito un principe. “L’ipotesi è data dal ritrovamento di un poggiapiedi di lamina di bronzo con decorazione a sbalzo che suggerisce la presenza di un trono di legno, materiale deteriorabile e per questo probabilmente non conservato”. Come nella tomba 3 era presente un carro a due ruote, adatto all’andatura veloce. Del carro si conservano solo le parti in ferro: i cerchioni e i morsetti fermagavelli delle ruote, le fasce copri-mozzo, gli acciarini. Gli altri elementi strutturali, costituiti da materiali organici come legno e cuoio, sono andati perduti quasi completamente.
“Lo studio sulle comunità protostoriche”, interviene Prosperetti, “è frutto di decenni di ricerche archeologiche, che hanno avuto l’opportunità di riconnettere tante informazioni sul momento in cui Roma comincia a nascere e sulla crescita del suo potere sui popoli del Lazio ad essa preesistenti. Di Collatia si sono perse le tracce durante i secoli e si sono susseguite ipotesi di dove fosse questa città. Le uniche tracce certe sono quelle lasciate dalle sepolture, riemerse dai lavori dell’A24. Non sono tombe qualsiasi – conclude – perché destinate a principesse e principi. I corredi ritrovati sono corredi speciali, unici per la loro importanza, a testimonianza di questa realtà che si potrebbe definire “feudale”, precedente all’egemonia di Roma. Erano luoghi in cui esistevano importanti personaggi che avevano forza e potere su limitate porzioni di territorio, spesso in lite tra loro. Per questo motivo troviamo, in due sepolture, veri carri da guerra di cui sono rimaste intatte le parti metalliche”.
Dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica: l’Eurasia protagonista nella mostra di Cagliari con eccezionali reperti dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo in dialogo con i manufatti sardi

Placca in oro che raffigura un leone: uno degli eccezionali reperti dall’Ermitage di San Pietroburgo in mostra a Cagliari
Dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica, oltre 250 eccezionali opere dal V al I millennio a. C. nella mostra “Eurasia, fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”, aperta fino al 10 aprile 2016 nel Palazzo della Città di Cagliari: gli straordinari materiali dall’Ermitage di San Pietroburgo dialogano con manufatti sardi e italiani, assolutamente sorprendenti, selezionati per l’evento. La mostra nasce nell’ambito di Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015 ed è il primo atto di un Protocollo di collaborazione triennale tra la città – che ha da tempo avviato un importante processo di rigenerazione urbana su base culturale, esemplare a livello nazionale – e il museo dell’Ermitage, con l’obiettivo di sviluppare studi, ricerche, sinergie e relazioni anche nei prossimi anni. Curata da Yuri Piotrovsky, Marco Edoardo Minoja e Anna Maria Montaldo, la mostra offre una straordinaria selezione, “capace di ricostruire il processo preistorico che cambiò il volto dell’Eurasia, un intero continente, dove, sul finire dell’età della pietra, prese corpo, inarrestabile, una rivoluzione culturale nata nel Vicino Oriente e diffusa nel giro di pochi millenni su un territorio vastissimo. L’era neolitica aveva infatti portato con sé, con l’affermarsi di un’economia di produzione, un cambiamento radicale spazzando via in poche decine di secoli pratiche e consuetudini esistenti da circa un milione di anni”.
“Eurasia, fino alle soglie della Storia” conduce i visitatori a ripercorrere un’epoca cruciale attraverso le testimonianze di ricchissime civiltà che costituirono l’avanguardia nelle trasformazioni culturali, presentando aspetti di eccezionale novità in quella fase di grande evoluzione del pensiero, delle capacità, delle tecniche. Società che, ciascuna per il proprio specifico comparto geografico, seppero costruire ponti e forme di contatto, a livello continentale e a livello mediterraneo, tali da assicurare una posizione preminente nelle dinamiche di scambio e circolazione delle idee, dei saperi, delle innovazioni culturali e tecnologiche. Dal grande museo russo sono giunti oggetti d’uso comune e straordinari corredi funerari, importanti manufatti in oro e pietre preziose, in argilla e pietra, in bronzo e in rame mentre dai musei della Sardegna sono state selezionate oltre cento opere che insieme ad alcuni reperti prestati da musei italiani contribuiscono a indicare i collegamenti e le vie di penetrazione delle diverse culture. “Siamo di fronte a un evento scientifico e di collaborazione internazionale di grandissima valenza”, spiegano i curatori. “Mai prima d’ora, infatti, il museo Ermitage aveva infatti prestato ed esposto in una mostra un nucleo così vasto e importante di opere preistoriche, fondamentali testimonianze del progresso della civiltà”.
“Nulla fu più come prima”, continuano i curatori. “Popolazioni nomadi divennero progressivamente stanziali, la natura diventò paesaggio all’interno del quale l’uomo lavorò, trasformò, costruì, coltivò campi ed allevò animali. Nacquero i villaggi, le distanze, la ruota e nacquero i mezzi di trasporto, gli scambi e, con essi, il commercio. Con la ricchezza si diffusero le guerre e gli strumenti per combatterle e dunque furono necessari nuovi mezzi e nuovi materiali per produrli. Nel giro di pochi millenni l’uso dei metalli determinò cambiamenti epocali, tanto negli utensili e nelle loro fogge, quanto nei sistemi per realizzarle”.
Dal grande museo di San Pietroburgo – che oltre a raccogliere le collezioni imperiali ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella ricerca archeologica e nelle campagne di scavi – sono giunti anche materiali Neolitici risalenti al V millennio a.C., rinvenuti principalmente nel complesso della tomba di Nalchik, con gioielli realizzati con zanne di cinghiale, collane fatte con i denti incisivi del cervo, braccialetti in pietra e utensili in pietra e corno, punte di freccia in selce. Sono però due i principali gruppi di oggetti provenienti dalla Russia esposti in mostra. Il primo s’incentra su due straordinari corredi funerari appartenenti alla “cultura di Maikop” nota per i suoi eccezionali “kurgan”, tombe a tumulo che hanno restituito parure funerarie prestigiose e ricchissime, dove gli strumenti della vita quotidiana si affiancano a vasellame di prestigio e a gioielli in oro e pietre preziose. Proprio alla cultura di Maikop appartiene la sepoltura di un adolescente dal villaggio Ulskogo (Ulyap), dove sono state rinvenute figurine di argilla e pietra, che consentono di ipotizzare legami con le culture del Mediterraneo. Il secondo gruppo di materiali offre un’ampia esemplificazione della cultura di Koban (II-I millennio a.C.), che ci presenta i tratti caratterizzanti di una civiltà della più evoluta età dei metalli, a cavallo tra le fasi recenti dell’età del bronzo e la piena età del ferro.
“Il mondo che non c’era”: incontro a Venezia sull’arte precolombiana esposta a Firenze dal Centro studi ricerche Ligabue

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”
Vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sud America prima di Colombo raccontati da oltre 230 opere d’arte. Ecco la grande mostra “Il mondo che non c’era”, promossa dal Centro studi ricerche Ligabue fino al 6 marzo 2016 al museo archeologico nazionale di Firenze (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/). Capolavori mai visti della collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, dal Messico alle Ande. Chi non ha ancora avuto l’occasione di ammirare gli eccezionali pezzi della mostra fiorentina o vuole approfondire le tematiche delle civiltà del Nuovo mondo, può approfittare dell’incontro “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” lunedì 14 dicembre 2015 alle 17 all’istituto veneto di Scienze, lettere e Arti in Palazzo Cavalli-Franchetti (San Marco, 2842) a Venezia. Due gli ospiti di eccezione che saranno moderati da Adriano Favaro, direttore del Ligabue Magazine e curatore della mostra “Il mondo che non c’era”: André Delpuech, curatore capo del Patrimonio, responsabile delle collezioni americane del Musée du quai Branly e uno dei curatori della mostra fiorentina; e Davide Domenici del dipartimento di Storia culture e civiltà dell’università di Bologna, esperto di archeologia americana.
“Con la mostra di Firenze e con il catalogo che l’accompagna”, racconta Inti Ligabue, presidente del Centro Studi Ligabue nell’introduzione al catalogo, “ho cercato di raccontare le storie delle culture di un altro continente che ci hanno affiancato per millenni senza farsi conoscere. Lo stesso continente al quale devo la metà delle mie radici. Mia madre, Sylvia, originaria delle vallate di Tiahuanaco della Bolivia, si è sempre adoperata affinché mantenessi in me vive origini ed orgoglio, a cominciare dal mio nome, Inti. Ho appreso invece da mio padre Giancarlo – scomparso all’inizio del 2015 (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/) – appassionato e curioso collezionista per decenni prima di me, l’importanza di raccogliere le testimonianze di questi popoli rimasti senza voce e dei quali si diventa conservatori di messaggi, poeti narranti. La convivenza con la sua costante ed appassionata ricerca di ritornare indietro all’archetipo mi ha contagiato antropologicamente. A lui si devono gran parte delle opere esposte a Firenze. In queste decine di capolavori dell’arte precolombiana si sono concentrati i segni dei villaggi centroamericani, delle aree olmeche, della grande testimonianza della città di Teotihuacan, delle meraviglie mixteche, azteche, maya. Vi sono trattenute le voci – che ora parlano – degli abili artigiani di Valdivia, Chorrera o Tairona. Per arrivare alle impressionanti testimonianze dei grandi imperi andini: chavin, vicus, nazca, moche, chimù e infine inca. Queste Arti Nuove – continua Inti Ligabue – completamente diverse da quelle del vecchio mondo, troppo estranee alla mitologia classica e perciò diverse nell’estetica artistica, esprimono la propria realtà del “mito” e i misteriosi nessi degli elementi naturali con grandi realizzazioni nel campo dell’arte figurativa e non solo”.

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall’Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra
“Gli occidentali, distratti anche dalla loro storia e dalla loro cultura permeate dell’asse tradizionale Oriente-Grecia-Roma”, riprende Inti, “non riescono ad immaginare quasi niente di quei mondi che hanno comunicato con glifi scolpiti, dipinti e cordicelle annodate o che hanno realizzato insuperati capolavori di idraulica, usando le loro energie per dialogare con l’ambiente e l’aldilà. Per cinque secoli il tesoro dell’antica Mesoamerica e del Sudamerica è stato visto solo come un’eredità misurata da quelle tonnellate d’oro e d’argento arrivate in Europa sui galeoni. È giusto ricordare come i Medici a Firenze – mentre gli spagnoli fondevano quelle stupende manifatture per trasformarle in banale oro e argento – raccoglievano nei loro gabinetti oggetto come quelli esposti in questa mostra: atleti, maschere di giada, collane. Solo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, successivamente all’esposizione universale di Parigi, dove anche Van Gogh rimarrà sbalordito dalla forza di queste creazioni, l’arte dell’America antica (o del “mondo che non c’era”) verrà considerata in tutta la sua grandezza. I primi collezionisti europei cominciano a raccogliere opere d’arte precolombiana a partire dagli anni Venti. E i musei li seguono poco dopo”. Nel frattempo, nota il presidente del Centro Ligabue, erano passati cinque secoli per tornare a vedere con gli occhi dell’ambasciatore veneto in Spagna, Francesco Corner, che aveva visto e toccato i doni di Montezuma a Cortes: tessuti, piume d’uccello, mosaici di pietre dure, inventariati con lo scrupolo di un raffinato intenditore rinascimentale.
Museo Archeologico nazionale di Altino: per il primo compleanno ultimo “aperitivo” con i progetti Venissa e Venetian White Wine Experience
“Il grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia” prende forma venerdì 12 dicembre: la pre-apertura del nuovo museo nazionale Archeologico di Altino durerà solo un giorno per chiudere subito dopo e riaprire a giugno, una volta completato l’allestimento del primo lotto espositivo. Ma la cerimonia se pur breve di venerdì, con l’inaugurazione del nuovo edificio museale di Altino e la presentazione del progetto di restauro e del progetto del nuovo allestimento, darà il via ufficialmente a quel percorso virtuoso – condiviso con il pubblico – che porterà appunto nel prossimo giugno 2015 all’apertura del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino” (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/12/11/il-nuovo-museo-archeologico-di-altino-venezia-prende-forma-venerdi-12-si-inaugura-il-nuovo-edificio-e-per-un-giorno-si-visitano-gli-spazi-che-apriranno-nel-giugno-2015/). Giusto un anno fa, il 12 dicembre 2014, iniziava la riapertura del museo archeologico nazionale di Altino che la direzione vuole festeggiare nel suo primo compleanno con un evento speciale: il quarto aperitivo al museo. “Dopo i successi dei precedenti incontri”, spiega il direttore Mariolina Gamba, “concludiamo il ciclo dedicato all’alimentazione nella tradizione del territorio, al vino nell’antichità e al “bere insieme” con cui il Museo ha voluto aderire alle proposte di EXPO 2015, presentando i progetti sostenuti da Bisol, Venissa e Venetian White Wine Experience”.
Alle 17.15 di sabato 12 dicembre 2015 Gianluca Bisol interverrà su VENISSA e la Venetian White Wine Experience, tour emozionale di quattro tappe: oltre Bisol, il percorso lungo le eccellenze dei vini bianchi veneti include due perle incastonate nei Patrimoni UNESCO di Venezia e delle Dolomiti: da un lato, la storica vigna murata di Venissa a Mazzorbo Burano – nell’arcipelago Venezia Nativa – e, dall’altro, Vigna Major 1350 a Cortina d’Ampezzo, la più alta d’Europa, protagonista del progetto di valorizzazione dei Vini Estremi mondiali del Cortina Wine Club. Questo tour enologico e culturale propone, nel cuore dei Colli Euganei, Maeli, tenuta guidata da Elisa Dilavanzo, che sorge su un terroir di origine vulcanica, sopra Villa dei Vescovi, patrimonio FAI. Dalle 18, visita guidata del museo Archeologico nazionale a cura di Studio D. Al termine Gianluca Bisol brinderà al compleanno del museo con il pregiato spumante JEIO di Bisol. È gradita la prenotazione. Info e prenotazioni: museo Archeologico nazionale di Altino, tel.0422.789443. Ingresso al museo 3 euro.












































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