Preistoria. Scoperto a Must Farm, in Inghilterra, il più antico e meglio conservato villaggio palafitticolo dell’Età del Bronzo, definito la “Pompei britannica”

L'impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

L’impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

Gli archeologi inglesi hanno esultato alla grande scoperta, gridando al ritrovamento della “Pompei britannica”, tanto erano convinti ed entusiasti. Sgombriamo subito ogni equivoco: non si tratta di insediamento romano distrutto da un’eruzione di un vulcano, ma l’eccezionalità della scoperta a Must Farm, nel Cambridgeshire, è una palafitta dell’età del Bronzo tra le più antiche e meglio conservate mai trovate in Gran Bretagna, distrutta verosimilmente da un incendio tra il 700 e il 500 a.C. Gli scavi condotti dall’Unità archeologica di Cambridge (Cau) e iniziati con la campagna 2010-2011, sono tuttora in corso. In questi anni hanno restituito barche, lance e spade; tessuti in fibre vegetali, gioielli; ciotole intagliate e vasi ancora pieni di cibo. Ma l’entusiasmo è salito alle stelle quando sono stati trovati i tronchi di quercia conficcati nel letto del fiume Nene, nel nord della contea di Cambridge, resti di un villaggio preistorico.

L'impressionate qualità dell'impianto di tronchi a sostegno delle case circolari di Must Farm

L’impressionate qualità dell’impianto di tronchi a sostegno delle case circolari di Must Farm

La scoperta è senza precedenti nel Paese: un agglomerato di case circolari di legno, costruite come palafitte, la cui datazione viene indicata fra il 1000 e l’800 avanti Cristo. Stando ai ricercatori coinvolti, l’insediamento fu verosimilmente devastato da un incendio e le rovine di quelle case finirono in un fiume, il cui fondale di limo ha contribuito a preservarli per circa 3000 anni. Fra gli oggetti ritrovati, vasellame con ancora tracce di cibo fossilizzato all’interno. L’età del Bronzo, che nella Grecia classica fu quella cantata da Omero, durò nelle isole britanniche fra il 2500-2000 e il 650 a.C. L’uso dei primi strumenti bronzei della storia dell’umanità permise in quei secoli, secondo gli studiosi, una certa migrazione di persone dall’Europa continentale. Proprio dal sito di Must Farm provengono asce, utensili piuttosto “sofisticati”, preziosi monili d’oro e caratteristici tumuli funerari a forma circolare. Sono ben conservate le travi carbonizzate del tetto di una delle case circolari, insieme ai legnami che mostrano segni di utensili e i resti di una palizzata con pali di legno che un tempo racchiudeva il sito.

Il vasellame in ceramica ancora con i resti di cibo fossilizzato all'interno

Il vasellame in ceramica ancora con i resti di cibo fossilizzato all’interno

L’archeologo David Gibson della Cau, che dirige lo scavo, è entusiasta: “Gli archeologi che hanno scavato due metri (6 piedi) sotto il piano della moderna cava hanno trovato anche le impronte delle persone che probabilmente abitarono il villaggio. Una volta che tutti gli oggetti recuperati saranno stati puliti e documentati ci si aspetta grandi risultati. Si è conservato così tanto che si può veramente ricostruire a tutto tondo la vita quotidiana in un villaggio dell’età del bronzo. Siamo in presenza di un’archeologia preistorica in 3D, con un assemblaggio di reperti insuperabile, sia in termini di gamma e sia di quantità”. E aggiunge: “È vero che nel Regno Unito è stato già trovato un certo numero di insediamenti dell’Età del Bronzo, ma nessuno si è conservato così bene come il sito di Must Farm. Infatti nella maggior parte dei casi non sono stati restituiti reperti lignei, ma solo buche di palo e tracce del loro posizionamento”. Invece a Must Farm si è addirittura conservata, come detto, la struttura del tetto. Alcune abitazioni molto ben conservate a Loch Tay nel Perthshire, ma risalgono alla prima età del Ferro, più tarde di circa 500 anni rispetto al villaggio del Cambridgeshire.

Ai Lincei Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per mezzo secolo in Siria, interviene sulla situazione in Vicino Oriente: “Italia in prima linea per salvare il patrimonio dall’odio dell’Isis”

L'archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per quasi 50 anni ha operato in Siria

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per quasi 50 anni ha operato in Siria

Dolore e rabbia per quanto sta accadendo nel Vicino Oriente, ma anche una certezza: “L’Italia è e sarà in prima linea per contrastare la distruzione del patrimonio storico e artistico della Siria e dell’Iraq che il sedicente Stato Islamico sta compiendo, mostrando un odio inconcepibile, oltre ogni più orribile previsione”. Paolo Matthiae, accademico dei Lincei, uno dei più grandi archeologi orientalisti non solo tra gli italiani, direttore per 47 anni (1964-2010) della missione archeologica a Tell Mardikh, in Siria, dove ha scoperto l’antica città di Ebla e i suoi straordinari archivi reali, proprio all’Accademia dei Lincei a Roma ha coordinato la conferenza su “Le distruzioni del patrimonio culturale tra passato e futuro. Il dramma della Siria e dell’Iraq, e le iniziative dell’Italia” alla presenza del senatore Francesco Rutelli e dello storico Andrea Giardina.

L'archeologo Paolo Matthiae

L’archeologo Paolo Matthiae

Quanto è a rischio il patrimonio archeologico del Vicino Oriente? Che cosa sta facendo e cosa può fare il mondo civile per fermare questa barbarie? Temi cari allo scopritore di Ebla che sarà uno dei protagonisti alla seconda edizione di Tourisma, il salone internazionale dell’archeologia in programma a Firenze dal 19 al 21 febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/18/dal-19-al-21-febbraio-2016-appuntamento-a-firenze-per-tourisma-il-salone-internazionale-dellarcheologia-decine-di-incontri-con-piu-di-duecento-relatori/). Per Matthiae “una sofferenza non facilmente dicibile”. Lui che in Siria ci ha vissuto quasi mezzo secolo, e che la Siria ha visto crescere e aprirsi al mondo. “Negli ultimi decenni era un luogo di concentrazione di attività archeologiche straordinarie. Pensate: nel 1964, quando sono andato in Siria per la prima volta, c’erano 7-8 missioni archeologiche straniere. Quando gli archeologici di tutto il mondo hanno dovuto abbandonare la Siria nel 2010 c’erano un’ottantina di missioni straniere che arrivavano a 120 missioni se si calcolavano quelle congiunte siro-francesi, siro-tedesche, siro-italiane”.

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell'Unesco, da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

“Dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale”, spiega Matthiae, “nessuno di noi avrebbe mai pensato che si potessero ripetere intenzionali distruzioni del patrimonio per odio dell’altro. Un odio assolutamente inconcepibile, perché quando si distrugge un tempio spettacolare di Palmira si distrugge un patrimonio storico siriano, ma anche un patrimonio straordinario dell’umanità non in maniera diversa da quello che è avvenuto a Dresda alla fine della Seconda guerra mondiale”. Per il sedicente Stato Islamico “la cui radice culturale è nel fanatismo wahhabita e salafita, ciò che appartiene al mondo pagano e preislamico è esecrabile e va distrutto”, continua, “ma la furia dell’Is-Daesh non si abbatte solo contro le testimonianze del mondo pagano anteriore all’Islam, ma anche contro opere islamiche e non solo del mondo sciita, ma anche sunnita”.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Accanto all’aspetto teologico, però, la distruzione dei siti storico-archeologici nelle terre conquistate dai miliziani dell’Isis ha anche un aspetto economico. “C’è questo paradosso”, denuncia Matthiae: “l’Is-Daesh distrugge, annienta, polverizza monumenti, opere e centri interi di interesse storico, ma una parte la salva per chi ha un interesse nell’antiquariato. Qui ci sono deplorevoli connivenze nel mondo del Vicino Oriente e Occidentale. Perché ovviamente se si vendono delle cose c’è qualcuno che le acquista”. Su come intervenire per fermare questa barbarie, l’accademico sostiene che “sarebbe un rischio assurdo, impensabile e inattuabile intervenire sullo scenario di guerra”. Tuttavia “l’Italia è in prima linea con una serie di proposte e l’Unione Europea lo riconosce”, conclude Matthiae, che approva la proposta del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini sostenuta dal premier Matteo Renzi dell’istituzione di caschi blu dell’Unesco a protezione del patrimonio culturale: “Il fatto che l’Unesco abbia approvato all’unanimità questa proposta italiana è importante per il futuro sotto un duplice aspetto. Da un lato perché appena si creeranno condizioni di sicurezza si potrà intervenire con dei caschi blu. In secondo luogo perché le forze militari di pace possono essere affiancate da forze specializzate per la protezione culturale”.

“Passeggiate nel cuore di Roma antica tra Romolo e Costantino”: Andrea Carandini racconta l’antica Roma al Piccolo Eliseo di Roma

L'archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

L’archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

Quattro passi nell’Antica Roma: l’archeologo Andrea Carandini, uno dei massimi conoscitori del Palatino e delle origini di Roma, oggi presidente del Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano), sarà il protagonista al Piccolo Eliseo di Roma di un ciclo di incontri dedicati allo straordinario patrimonio artistico, archeologico e monumentale di Roma antica dal titolo “Passeggiate nel cuore di Roma antica tra Romolo e Costantino”. Quattro appuntamenti a cadenza mensile che ripercorrono la storia dei luoghi e degli eventi che vi si svolsero. Una sintesi (fino al 21 aprile) storico, topografica e archeologica del cuore dell’Urbe, tra l’VIII secolo a.C. e il IV secolo d.C., con le sue meraviglie e i suoi monumenti. Il Palatino e, in particolare, la sua pendice settentrionale erano il cuore di Roma antica. Qui, attorno alla metà dell’VIII secolo a.C., vengono edificati edifici sacri e pubblici che erano il fulcro della città stato. Col passare del tempo il paesaggio del monte e della pendice mutano: prima accogliendo le dimore dell’aristocrazia e poi i palazzi degli imperatori e grandi edifici funzionali. “L’archeologo è come Freud”, ricorda Carandini. “Sono trent’anni che scavo dentro. Anche lì si porta alla luce, si cercano radici, fondamenta”.

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Al Piccolo Eliseo di Roma gli incontri di Andrea Carandini

Al Piccolo Eliseo di Roma gli incontri di Andrea Carandini

Si comincia giovedì 21 gennaio 2016 alle 17.30 con “Il tempo dei primi re: tra Romolo e Tarquinio Prisco (750-530 a.C.)”. Si prosegue poi giovedì 18 febbraio alle 17.30 con “Dagli ultimi re alla tarda repubblica: tra Servio Tullio e Giulio Cesare (530-44 a.C.)” sulla storia di Servio Tullio che dà inizio a un lungo processo che porterà sulla pendice del Palatino le splendide dimore dei più illustri uomini della città e che giungerà al culmine in età tardo-repubblicana. Sempre alle 17.30 giovedì 17 marzo ci sarà “Dalla fine della repubblica a Nerone: tra il triumvirato e il grande incendio (44 a.C.-64 d.C.)” che racconta come, dopo le guerre civili e la fine della Repubblica, Augusto rifonda, ingrandisce e abbellisce la città. Sotto i suoi successori le dimore palatine dell’aristocrazia senatoria vengono sostituite dai palazzi imperiali. Tutto sarà interrotto dalla distruzione causata dall’incendio neroniano. Infine l’ultimo incontro dal titolo “L’età imperiale: tra l’incendio di Nerone e Costantino (64 d.C.-IV secolo d.C.)” che si svolgerà giovedì 21 aprile e che racconta la nuova rivoluzione urbanistica, quella neroniana, iniziata dopo l’incendio. Il tiranno puntava a trasformare Roma in una grande e regolare capitale ellenistica incentrata sulla sua sconfinata reggia, la Domus Aurea. L’assolutismo di Nerone e la sua sconfinata dimora falliscono e vengono sepolti dalle opere degli imperatori successivi, ma il tessuto cittadino rimarrà lo stesso fino alla fine dell’impero.

Dal 19 al 21 febbraio 2016 appuntamento a Firenze per Tourisma, il salone internazionale dell’Archeologia: decine di incontri con più di duecento relatori

L'auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l'Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

È cominciato il conto alla rovescia: tra un mese, il 19 febbraio 2016, al Palacongressi di Firenze aprirà la seconda edizione di TourismA, il salone internazionale dell’Archeologia, con un ricco calendario di eventi. Oltre a convegni, incontri e workshop (più di venti nei tre giorni del Salone con circa duecentoventi relatori!) sono previsti quattro Archeolaboratori aperti alla partecipazione di grandi e piccoli, singoli, gruppi e scuole. Ospite d’onore di TourismA 2016 è l’archeologo Andrea Carandini che aprirà il XII Incontro Nazionale di Archeologia Viva con una lectio magistralis sulle origini di Roma, mentre il regista Pupi Avati interverrà per ricevere il Premio “R.Francovich” dal ministro Dario Franceschini. Lunghissimo è l’elenco delle grandi personalità del mondo dell’archeologia, della storia, dell’arte e della comunicazione che interverranno nei tre giorni di TourismA, dal 19 al 21 febbraio 2016. Vediamo, a grandi linee, il programma degli eventi, anche se non è ancora quello definitivo.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016. Tre i temi particolarmente significativi del primo giorno di lavori. Professione archeologo: all’auditorium (9-13), “Formazione ricerca tutela professione: l’archeologia italiana agli inizi del Terzo millennio”; cui segue nel pomeriggio in sala Verde (14-18), “Archeologi nella società. Archeologia per la comunità”, assemblea nazionale dell’associazione nazionale Archeologi. Prima parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, all’auditorium (14.15-18.45): oltre alla lectio magistralis di Carandini, un ricordo dell’archeologo Khaled Asaad, custode dei tesori di Palmira, trucidato dall’Isis con interventi di Paolo Matthie (“La Siria in fiamme”), Viviano Domenici (“Salvare i tesori dalla furia dell’Isis”) e il il film di Alberto Castellani “Khaled al-Asaad: quel giorno a Palmira”. Terzo grande tema: l’archeologia nei territori di guerra. In Sala Verde (9.30-13) e in Sala Onice (14.30-17), “Spes contra Spem: archeologia e ricerca italiana all’estero al tempo della crisi”: sarà un viaggio alla scoperta delle missioni italiane: Phoinike in Albania (Sandro De Maria), Harwa in Egitto (Francesco Tiradritti), Erbil nel Kurdistan iracheno (Luca Peyronel), Afghanistan (Anna Filigenzi), Dmanisi in Georgia (Lorenzo Rook), Althiburos in Tunisia (Gilberto Montali), Gortina di Creta (Enzo Lippolis), Gerico in Palestina (Lorenzo Nigro).

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

SABATO 20 FEBBRAIO 2016. La seconda giornata si apre all’auditorium (9-12.15) con un focus su “Vecchi e nuovi direttori: riusciranno i nostri eroi?”, con le testimonianza da Reggio Calabria a Napoli, da Taranto a Paestum; cui segue (12.15-13) la consegna del premio “R.Francovich” al regista Pupi Avati. Nel pomeriggio , sempre all’auditorium (14.15-18.15), la seconda parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, si sofferma con Damiano Marchi sulla scoperta in Sudafrica dell’Homo Naledi; riflette con Franco Cardini sul Califfo e l’ipocrisia dell’Occidente; invece Daniele Morandi Bonacossi prende spunto dalla mostra di Aquileia per introdurre il progetto “L’archeologia ferita. Aquileia ponte tra Occidente e Oriente”; infine Alberto Angela si sofferma sulla millenaria storia della basilica di San Pietro tra arte e archeologia. Per chi cerca curiosità o scoperte particolari, da segnalare in Sala Verde (9-12.30), “Toscana archeologica: ultime scoperte tra il mare e l’Appennino”; in Sala 4 (16-17.30), la “Cultura villanoviana: nuovi dati dalle necropoli di Verucchio”; infine il convegno-workshop in Sala 4, “Sudan, il regno dei faraoni neri”.

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

DOMENICA 21 FEBBRAIO 2016. Il terzo e ultimo giorno di Tourisma è praticamente monopolizzato in auditorium (8-18) dalla terza parte del XII incontro nazionale di Archeologia Viva. Il film “Petra. La città perduta” di Gary Glassman apre i lavori. La mattina passa dall’archeologia della Magna Grecia: archeologia pubblica nella valle dei Templi di Agrigento (Giuseppe Parello), pitture campane e paestane a Paestum (Angela Pontrandolfo), ricerche in corso a Pompei (Massimo Osanna). Alla letteratura greca: Luciano Canfora parla di Tucidide e Giorgio Ieranò di Omero. Nel pomeriggio, Sebastiano Tusa ci porterà nei fondali delle Egadi e delle Eolie e Maria Ausilia Fadda nei santuari nuragici. Gran finale con Valerio Massimo Manfredi e Lorenzo Braccesi sulle donne nell’antichità.

Andrea Pessina, soprintendente ai Beni archeologici della Toscana (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Andrea Pessina, soprintendente ai Beni archeologici della Toscana (foto Valerio Ricciardi, Roma)

L’inaugurazione ufficiale di Tourisma 2016 è in programma giovedì 18 febbraio alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza del sindaco Dario Nardella, del soprintendente all’Archeologia della Toscana Andrea Pessina e del direttore di Archeologia Viva Piero Pruneti.  Louis Godart, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per il patrimonio culturale, terrà una conferenza su “Una civiltà per l’Europa”. Ingresso con prenotazione obbligatoria. L’accredito nominativo va richiesto per e-mail a: archeologiaviva@ giunti.it.

Egitto. Nella valle delle balene (Wadi el Hitan) nel deserto occidentale è stato inaugurato il primo museo al mondo dei Fossili e dei cambiamenti climatici: un viaggio tra i resti fossili dei Basilosauros, i grandi cetacei che 40 milioni di anni fa dominavano gli abissi marini

Wadi el Hitan, la Valle delle Balene, sito Unesco nel deserto occidentale del Medio Egitto

Wadi el Hitan, la Valle delle Balene, sito Unesco nel deserto occidentale del Medio Egitto

La posizione del Museo dei Fossili nel grande deserto occidentale visto dal satellite (Google Map)

La posizione del Museo dei Fossili nel grande deserto occidentale visto dal satellite (Google Map)

Visto dal cielo è un puntino in un mare di sabbia. E non è un caso che anche una volta a terra, avvolti in un silenzio che ti prende e ti rapisce, ti sembra quasi di “nuotare” su un fondale piatto e impressionante, disseminato da quanto meno strani filari di pietre. Ma se torniamo indietro di 40 milioni di anni, alla fine dell’era geologica che gli studiosi chiamano Eocene, ci troveremmo veramente in fondo a un grande mare popolato da “mostri” marini, almeno dalla nostra prospettiva umana. Così scopriremmo che quelle strane pietre altro non sono che i resti fossili di grandi balene che ora vedremmo inarcare i loro possenti corpi: saremmo di fronte a degli Archeoceti, i Signori degli Abissi (una sotto famiglia di balene ora estinta). Questo puntino nel deserto occidentale, nel Medio Egitto, è il Wadi el Hitan, la “valle delle balene”, sito Unesco patrimonio dell’umanità dal 2005. Nessun altro posto al mondo conserva fossili di questo tipo in tale numero, concentrazione e qualità. Il Cairo è a 150 chilometri a nord-est, l’oasi più vicina, quella del Fayyum, a una cinquantina. Qui si possono ancora osservare reperti fra i più rari al mondo (altri ne sono stati trovati in Pakistan ed in poche altre zone). Questi reperti fossili ci raccontano una storia delle più incredibili: la trasformazione dei mammiferi acquatici, il salto evolutivo che li portò, alla fine dell’Eocene, dalla vita terrestre alla vita acquatica, perdendo l’uso degli arti per la deambulazione.

Il museo dei Fossili: la sala centrale è dominata dal grande Basilosauros dell'Eocene

Il museo dei Fossili: la sala centrale è dominata dal grande Basilosauros dell’Eocene

I resti fossili dei grandi cetacei nel percorso all'esterno del museo di Wadi el Hitan

I resti fossili dei grandi cetacei nel percorso all’esterno del museo di Wadi el Hitan

Proprio in questo luogo così scomodo da raggiungere (almeno tre ore di pullman dal Cairo) e apparentemente dimenticato dal mondo, nel sito naturalistico di Wadi el Hitan, nel governatorato egiziano di Fayyum, è stato inaugurato il Museo dei Fossili e del cambiamento climatico, un museo unico al mondo realizzato anche grazie alla Cooperazione italiana. Al centro dello spazio espositivo ci sono le ossa del più grande “Basilosaurus isis” mai rinvenuto completo, un tipo di cetaceo preistorico che poteva arrivare alla lunghezza di 20 metri. Intorno c’è anche un percorso a cielo aperto di 11 “stazioni” con pannelli illustrativi in cui si possono ammirare altri fossili di balena sempre risalenti a oltre 40 milioni di anni fa. “Il museo è il primo di questo tipo nel Vicino Oriente, anzi essendo in mezzo al deserto e affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici, il museo è il primo di questo tipo al mondo”, spiegano i promotori del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) che ha curato la realizzazione finanziata dall’Italia con circa 500mila dollari.

La forma arrotondata del Museo dei Fossili e dei cambiamenti climatici di Wadi el Hitan

La forma arrotondata del Museo dei Fossili e dei cambiamenti climatici di Wadi el Hitan

L'insegna del Museo dei Fossili e dei mutamenti climatici

L’insegna del Museo dei Fossili e dei mutamenti climatici

Uno dei pannelli illustrativi del museo

Uno dei pannelli illustrativi del museo

Dall’esterno il museo dei Fossili di Wadi el Hitan col suo profilo circolare si confonde con le dune del deserto occidentale egiziano, in una sorta di basso canyon. All’interno spiccano due scheletri di Basilosauro, un animale che – spiegano gli esperti – poteva arrivare alla lunghezza di 20 metri. Le ossa formano un doppio cerchio, e intorno pannelli e fossili illustrano altre balene e squali preistorici, granchi e mangrovie pietrificate, coralli di milioni di anni fa. Il complesso è arricchito da una serie di strutture per facilitare la ricezione dei visitatori quali un centro informazioni, biglietteria, caffetteria, posto di polizia turistica, parcheggio e servizi igienici realizzate sempre dalla Cooperazione italiana negli anni precedenti. “Abbiamo posto i muri nel sottosuolo e la cupola sopra”, spiega Gabriel Mikhail, l’architetto progettista, “così da imitare l’ambiente circostante e assicurare una migliore temperatura all’interno. Qui si viene portati in un viaggio che inizia dalla creazione della terra e passa attraverso diverse ere: qui, dove oggi c’è il deserto un tempo c’era una foresta tropicale e prima ancora quest’area era sotto il mare”. Il museo vuole educare i visitatori all’importanza del patrimonio naturale. Il suo messaggio è chiaro: “State attenti ai cambiamenti climatici; se non lo fate, vi estinguerete come queste balene preistoriche”.

Dopo Tunisi, la Persia: a giugno Aquileia ospiterà una mostra con i tesori del museo archeologico di Teheran. Dalla missione del governatore del Friuli Venezia Giulia in Iran un protocollo di collaborazione culturale

Debora Serracchiani, presidente Regione Friuli Venezia Giulia; Mauro Conciatori, ambasciatore d'Italia a Teheran; e Antonio Zanardi Landi, presidente Fondazione Aquileia, al Museo archeologico nazionale dell'Iran a Teheran

Debora Serracchiani, presidente Regione Friuli Venezia Giulia; Mauro Conciatori, ambasciatore d’Italia a Teheran; e Antonio Zanardi Landi, presidente Fondazione Aquileia, al Museo archeologico nazionale dell’Iran a Teheran

Dopo Tunisi, Teheran. Dopo i tesori dell’arte provinciale romana, ad Aquileia arriveranno i capolavori dell’impero persiano. Se il buon giorno si vede dal mattino, la missione diplomatica del governatore della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, in Iran sembra destinata ad aprire un canale privilegiato tra Aquileia e Teheran non solo per la realizzazione di mostre ma anche per lo scambio di know how nella conservazione e nel restauro dei Beni Culturali. A fare da “apripista” a questa speciale collaborazione dovrebbe essere il progetto di portare ad Aquileia importanti reperti provenienti dal museo archeologico nazionale (Iran bastan) di Teheran di cui si è discusso nella capitale iraniana nel corso dell’incontro tra la presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani e il vicepresidente dell’Organizzazione iraniana del Patrimonio culturale e del Turismo / ICHHTO (organismo dipendente direttamente dalla Presidenza della Repubblica) Mohammad Hassan Talebian. Già dai prossimi giorni si lavorerà per la stesura del documento, mentre una formale ufficializzazione potrebbe giungere a fine gennaio.

Debora Serracchiani, presidente Regione Friuli Venezia Giulia, e Mohammad Hassan Talebian, vicepresidente Organizzazione iraniana Patrimonio culturale e Turismo / ICHHTO) al Tavolo dell'accordo per portare ad Aquileia reperti archeologici del museo nazionale dell'Iran

Debora Serracchiani, presidente Regione Friuli Venezia Giulia, e Mohammad Hassan Talebian, vicepresidente Organizzazione iraniana Patrimonio culturale e Turismo / ICHHTO) al Tavolo dell’accordo per portare ad Aquileia reperti archeologici del museo nazionale dell’Iran

“Da giugno e per circa quattro mesi”, hanno sottolineato Serracchiani e Talebian, assieme al presidente della Fondazione Aquileia Antonio Zanardi Landi e al direttore generale dei musei persiani Mohammad Reza Karegar, “una quindicina di reperti probabilmente mai usciti dalle sale del museo nazionale di Teheran, potranno essere esposti al museo archeologico nazionale di Aquileia”. L’iniziativa conferma la volontà da parte della Fondazione Aquileia di proseguire sulla strada intrapresa con la mostra dedicata ai tesori del museo del Bardo di Tunisi, di offrire sempre un discorso culturale di altissima qualità. Il gruppo di reperti scelto dagli archeologi iraniani insieme con i colleghi italiani permetterà di avere una panoramica dell’arte e della cultura dell’Antica Persia. “La mostra”, ha osservato la presidente Serracchiani, “pone Aquileia e la sua storia al centro di nuovi contatti culturali con Paesi come l’Iran che da sempre guardano con interesse all’Italia, coniugando in tal modo i patrimoni UNESCO del mondo e ricreando idealmente un percorso verso Aquileia della Via della Seta che inequivocabilmente è legata al territorio persiano”.

La sala con i reperti achemenidi al museo archeologico nazionale dell'Iran a Teheran

La sala con i reperti achemenidi al museo archeologico nazionale dell’Iran a Teheran

Mohammad Reza Karegar, direttore generale Musei iraniani

Mohammad Reza Karegar, direttore generale Musei iraniani

La possibilità di concludere un protocollo d’intesa tra Friuli Venezia Giulia e ICHHTO, grazie anche alla collaborazione dell’ambasciatore d’Italia a Teheran Mauro Conciatori, verrà approfondita con l’obiettivo di inserire ulteriori contenuti. Ci sono infatti altri settori culturali sui quali Talebian e Karegar hanno ribadito il notevole interesse del Governo iraniano: in particolare le autorità e gli specialisti della Repubblica Islamica puntano a perfezionare e approfondire le conoscenze iraniane nei settori della conservazione dei reperti archeologici e museali, della loro catalogazione e restauro. Perciò l’accordo che sarà perfezionato conterrà anche alcune precise indicazioni, hanno concordato Serracchiani e Talebian, per la messa a disposizione dell’ICHHTO delle competenze d’eccellenza maturate dal corso di Laurea nella Conservazione dei Beni culturali, architettonici e bibliografici dell’Università di Udine e dall’Istituto di Catalogazione di Villa Manin. “Questi organismi”, ha concluso la presidente, “vantano una grande esperienza e la mostra ad Aquileia non farebbe altro che dare avvio alle relazioni culturali tra la nostra regione e Teheran”.

Pompei. Si restaura la Schola Armaturarum a più di cinque anni dal crollo che costò il posto al ministro Bondi. Dalle macerie della Domus dei Gladiatori al Grande Progetto Pompei

6 novembre 2010: a Pompei è crollata la Domus dei Gladiatori, dove si allenavano gli atleti nell'antica Pompei

6 novembre 2010: a Pompei è crollata la Domus dei Gladiatori, dove si allenavano gli atleti nell’antica Pompei

Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi a Pompei

Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi a Pompei

La domus dei Gladiatori crollata in via dell'Abbondanza

La domus dei Gladiatori crollata in via dell’Abbondanza

“Gravissimo danno al patrimonio artistico italiano: a Pompei è crollata l’intera Domus dei Gladiatori, così chiamata perché al suo interno gli atleti si allenavano e nella quale deponevano le armi all’interno di alcuni incassi ricavati nei muri”. Iniziava così l’articolo del Corriere della Sera on line del 6 novembre 2010, annunciando il crollo della Schola Armaturarum che sarebbe costato il posto al ministro per i Beni culturali dell’epoca, Sandro Bondi (si dimise nel marzo dell’anno successivo). “Secondo quanto si apprende dalla soprintendenza – continua-, vi erano anche dipinti nella parte sottostante il perimetro della sala. L’edificio, che si apre su via dell’Abbondanza, la strada principale della città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., era visitabile solamente dall’esterno ed era protetto da un alto cancello in legno. Il crollo, secondo primi accertamenti, è avvenuto intorno alle ore 6 ed è stato notato dai custodi appena arrivati al lavoro verso le ore 7.30. L’area è stata transennata e non è possibile accedere. È stato predisposto un percorso alternativo per i turisti”. E poi il primo commento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Quello che è accaduto a Pompei dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l’Italia. E chi ha da dare delle spiegazioni non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie”. La risposta del ministero fu immediata per voce di Roberto Cecchi, segretario generale del Mibac: “Questo ennesimo caso di dissesto ripropone il tema della tutela del patrimonio culturale e quindi della necessità di disporre di risorse adeguate e di provvedere a quella manutenzione ordinaria che non facciamo più da almeno mezzo secolo. La cura di un patrimonio delle dimensioni di quello di Pompei e di quello nazionale non lo si può affidare ad interventi episodici ed eclatanti. La soluzione è la cura quotidiana, come si è iniziato a fare per l’area archeologica centrale di Roma e per la stessa Pompei”. E il ministro Bondi: “Quanto è accaduto ripropone la necessità di disporre di risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell’immenso patrimonio storico artistico di cui disponiamo. Il crollo ha interessato le murature verticali Schola Armaturarum che erano state ricostruite negli anni Cinquanta, mentre parrebbe essersi conservata la parte più bassa, la parte cioè che ospita le decorazioni affrescate, che quindi si ritiene che potrebbero essere recuperate. Allo luce dei primi accertamenti, il dissesto che ha provocato il crollo parrebbe imputabile ad uno smottamento del terrapieno che si trova a ridosso della costruzione per effetto delle abbondanti piogge di questi giorni e del restauro in cemento armato compiuto in passato”.

Quanto resta della Schola Armaturarum dopo il crollo (foto coordinamento Uil beni culturali)

Quanto resta della Schola Armaturarum dopo il crollo (foto coordinamento Uil beni culturali)

Sono passati più di cinque anni da quel tragico crollo che portò il sito di Pompei all’attenzione del mondo. E dall’antica città romana, distrutta nel 79 d.C. da un’eruzione del Vesuvio, arrivano finalmente buone notizie: avviati gli interventi di recupero della Schola Armaturarum, posta su via dell’Abbondanza, all’angolo con il vicolo di Ifigenia (Regio III, Insula 3, Civico 6). Dopo il dissequestro dell’edificio nello scorso mese di dicembre, ricorda la soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, sono iniziati i lavori di recupero di quello che un tempo fu luogo di riunione di una associazione militare. Gli interventi attuali consistono nella realizzazione di coperture a protezione delle pareti affrescate originali, ovvero di quelle porzioni di mura che già miracolosamente si salvarono al bombardamento del 1943 e a cui negli anni ’50 seguì il restauro delle parti crollate e il rimpiazzo in cemento armato del soffitto. Gli interventi di copertura sono propedeutici agli interventi di messa in sicurezza dell’edificio, in attesa di valutare la possibilità di ricostruire in futuro le parti crollate, già non più originali a seguito del bombardamento e ridar così forma e volume idealmente all’edificio. Termine dei lavori febbraio 2016. Quindi in un secondo momento si valuterà se ed eventualmente come ricostruire la “Schola”.

Il governo Berlusconi avviò un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi sfociato nel Grande progetto Pompei

Il governo Berlusconi avviò un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi sfociato nel Grande progetto Pompei

Dopo il crollo del novembre 2010, il governo Berlusconi, attraverso i ministri prima Galan, subentrato a Bondi, e poi Fitto, avviò su sollecitazione del commissario europeo Johannes Hahn un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi, perfezionato dal governo Monti (ministri Barce e Ornaghi). L’area venne intanto sottoposta a sequestro dalla procura di Torre Annunziata. Il Grande progetto Pompei da 105 milioni di euro fu inviato all’Ue a dicembre 2011 e approvato a febbraio 2012, i primi bandi pubblicati ad aprile. Ma per lunghi mesi la Schola è rimasta così, recintata e inaccessibile, coperta da teli bianchi a ricordare a visitatori e istituzioni che Pompei resta un luogo fragile, dove non bisogna mai smettere di vigilare e intervenire. “Il dissequestro della Schola armaturarum avvenuto nel corso dell’anno appena conclusosi (2015, ndr) e, finalmente, l’inizio dei lavori di copertura delle pareti affrescate originali, ovvero di quelle porzioni di mura che già miracolosamente si salvarono al bombardamento del 1943 cui seguì il restauro delle parti crollate e il rimpiazzo in cemento armato del soffitto”, sottolinea il soprintendente Massimo Osanna, “si colloca in un momento “storico” che non può che risultare simbolico. I lavori partiti due settimane fa sono anch’essi espressione di quella rinascita generale del sito che, finalmente, viene percepita dal pubblico e dalla stampa, ma che soprattutto coincide con attività concrete, quelle dei cantieri del Grande progetto e di interventi a lungo attesi, come questo della Schola. L’obbiettivo finale al quale stiamo lavorando è, al momento, quello di proteggere le strutture dell’edificio per poi pensare alla migliore soluzione di restauro dello stesso, che soprattutto consenta al pubblico di continuare a godere tangibilmente di un altro pezzo della storia di questa città antica”.

I teli bianchi che in questi anni hanno protetto le decorazioni della Schola Armaturarum

I teli bianchi che in questi anni hanno protetto le decorazioni della Schola Armaturarum

Sopralluogo dei restauratori sotto i teloni

Sopralluogo dei restauratori sotto i teloni

La struttura di copertura temporanea consisterà in tre ali larghe di circa tre metri, che seguono e inglobano il perimetro dell’edificio storico, con appoggi disposti all’interno dello stesso e lungo il perimetro esterno. Il perimetro della struttura sarà schermato da un sistema di teli microforati di pvc, stampati con testi e immagini sull’intervento in corso così da permettere una buona visibilità interna, una certa schermatura dall’irraggiamento solare diretto e una buona comunicazione per la fruizione e valorizzazione turistica. Previsto anche il diserbo di tutta l’area della Schola, la risagomatura del terreno dell’ambiente a nord dell’ambiente principale e la formazione di una trincea drenante retrostante alla parete ovest. Una volta montata, le murature affrescate saranno liberate dai teloni plastici che le hanno protette per questi cinque anni, e potranno entrare in campo i restauratori, per operare al coperto e senza che pioggia o sole interferiscano con le operazioni. Gli interventi in programma per un valore complessivo di circa 80mila euro sono stati coordinati dal responsabile unico del procedimento Cesira d’Innocenzo, dal direttore archeologo dei lavori Paolo Mighetto e dal direttore operativo archeologo Mario Grimaldi, dal coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione Mariano Nuzzo e per il rilievo laser scanner dall’architetto Raffaele Martinelli. “Abbiamo immaginato una struttura reversibile”, spiega l’architetto Paolo Mighetto, del gruppo di progettazione della segreteria tecnica della soprintendenza Pompei, “semplicemente appoggiata sul manufatto antico. Dopo il restauro conservativo delle pareti ovest, nord ed est della Schola, sulla base dei risultati scientifici che avremo acquisito si potrà procedere alla sistemazione definitiva dell’edificio”.

Il Museo Egizio di Torino chiude il 2015 dei record (800mila visitatori) aprendo un museo parallelo nei magazzini (Gallerie della Cultura Materiale) e allestendo il Coffee Shop. E da marzo prima grande mostra temporanea

Il Museo Egizio ha aperto al pubblico i magazzini creando le Gallerie della Cultura Materiale

Il Museo Egizio ha aperto al pubblico i magazzini creando le Gallerie della Cultura Materiale

Sotto l’albero il museo Egizio di Torino si ritrova… un altro museo. Teorie di ushabti, scarabei, vasi canopi, modellini in legno, amuleti, sandali, poggiatesta: alla vigilia di Natale l’Egizio ha inaugurato le “Gallerie della Cultura Materiale”, un nuovo percorso, parallelo all’allestimento permanente, alla scoperta dei magazzini visitabili del museo, che ha chiuso così alla grande un anno eccezionale. Infatti già a sei mesi dall’apertura del nuovo allestimento l’Egizio di Torino – alla fine di novembre – aveva raggiunto la soglia dei 700mila visitatori, che hanno girato la boa del 2015 intorno agli 800mila. “L’afflusso di pubblico”, sottolinea la presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, Evelina Christillin, “non ha registrato alcuna inflessione per l’effetto paura dopo i fatti di Parigi”, fatti che comunque hanno portato anche a Torino ad accrescere le misure di sicurezza. Così dal 1° dicembre a vigilare sui visitatori è stata posta all’ingresso la guardia armata, autorizzata a effettuare controlli a campione.

Le vetrine allestite nei magazzini con migliaia di oggetti dell'Antico Egitto

Le vetrine allestite nei magazzini con migliaia di oggetti dell’Antico Egitto

Nel suo primo Natale il nuovo allestimento del museo Egizio, inaugurato il 1° aprile 2015, ha dunque festeggiato con l’anteprima delle “Gallerie della Cultura Materiale”, veri e propri magazzini visitabili allestiti lungo tutto il percorso museale. Si tratta di una serie di armadi che espongono un’ampia rassegna di manufatti, provenienti dalla straordinaria collezione del museo Egizio, ordinati per tipologie in base al materiale con cui sono realizzati, alla loro forma, alla loro funzione e a ciò che rappresentano. “In una società come la nostra, sempre più immersa in una cultura digitale insistere sulla cultura materiale significa tracciare un filo che collega il nostro mondo con quello dell’antichità, in particolare egizia: gli oggetti di cui l’uomo si è sempre circondato sono espressione della sua cultura materiale, studiata dagli archeologi per comprendere le società del passato”.

Le Gallerie della Cultura Materiale permettono un viaggio parallelo all'interno del museo Egizio di Torino

Le Gallerie della Cultura Materiale permettono un viaggio parallelo all’interno del museo Egizio di Torino

Le Gallerie della Cultura Materiale rappresentano per il pubblico un affascinante viaggio tra gli oggetti prodotti dall’ingegno dell’uomo nell’antico Egitto oltre a un’occasione per accedere anche ai magazzini che diventano finalmente visitabili mostrando una selezione di circa 10mila oggetti sui 40mila custoditi dal museo Egizio. Le Gallerie sono un work in progress e saranno continuamente arricchite offrendo contenuti ed esperienze tattili che consentiranno al visitatore di acquisire maggiori informazioni sui reperti in mostra. Attualmente il percorso si compone di 38 armadi collocati lungo il percorso museale, nei primi mesi del 2016 saranno inaugurate tre nuove sale, sempre dedicate alla cultura materiale. “Con l’inaugurazione di un nuovo percorso a soli otto mesi dalla riapertura”, sottolineano alla fondazione, “’Egizio intende mantenere la promessa di essere un Museo vivo, capace di rinnovarsi per offrire al suo pubblico sempre nuove possibilità di visita”.

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La nuova caffetteria del museo Egizio di Torino (Foto Daniele Solavaggione)

La nuova caffetteria del museo Egizio di Torino (Foto Daniele Solavaggione)

proprio in questa direzione va l’apertura del Coffee Shop del museo Egizio: 350mq su due piani, comprensivi di un magnifico terrazzo di inverno in cui concedersi una pausa durante la visita delle collezioni. Il Coffee Shop è accessibile sia dall’interno del museo (ingresso dalla sala 6, dedicata a Deir el Medina – 1° piano) sia da via Accademia delle Scienze, senza obbligo di acquistare il biglietto, attraversando il cortile e salendo al 2° piano della manica su via Eleonora Duse. La caffetteria osserva l’orario del Museo, 8.30 – 18.30 (prolungato fino alle 19.30 nei periodi festivi di massima affluenza). “Con il nostro museo stiamo dando una grande spinta all’internazionalizzazione di Torino”, conclude Christillin, che dopo l’apertura dei magazzini visitabili (“due soppalchi ricchi di materiale straordinario”), annuncia per marzo la prima mostra temporanea nel rinnovato percorso museale, dedicata a “Pompei e l’Egitto”. A proposito di mostre, la Christillin ricorda che il bando per la scelta dei gestori della nuova caffetteria “è stato un bando pilota”. L’azienda aggiudicataria infatti, la Serenissima Spa, sarà anche sponsor delle mostre itineranti organizzate dall’Egizio, per le quali mette a disposizione 132mila euro l’anno.

Una notte con Pompei: su Sky Arte HD in anteprima il cortometraggio “Pompei, eternal emotion” di Pappi Corsicato e immagini mozzafiato delle domus affrescate

Il regista Pappi Corsicato ha "trasformato" i turisti in calchi viventi

Il regista Pappi Corsicato ha “trasformato” i turisti in calchi viventi

“Pompei, eternal emotion” il cortometraggio di Pappi Corsicato dedicato a Pompei, in prima assoluta sui canali Sky Arte HD e Sky Arte HD 400, mercoledì 6 gennaio 2016 alle 21. Il film, nato come un video promozionale, ha da subito attirato l’attenzione degli esperti di settore per la sua forza poetica e artistica che riesce in soli dieci minuti a trasmettere l’emozione di un fermo immagine nella storia. È stato infatti presentato nella sezione onde 2015 al TorinoFilm Festival. I turisti dell’area archeologica diventano dei calchi contemporanei, restano immobili, ma dal tremolio degli abiti, dal vento tra i capelli, da uno sbattere di ciglia si percepisce una staticità che conserva in sè l’essenza della vita. Ed è proprio questo il potere seduttivo di Pompei, la città ferma nel tempo, che ha vissuto la più grande catastrofe dell’antichità, un’atroce sepoltura che è stata allo stesso tempo la sua consacrazione all’eterno (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/11/30/la-tragedia-di-pompei-rivissuta-in-10-intensi-minuti-con-i-turisti-protagonisti-nel-corto-pompei-eternal-emotion-di-pappi-corsicato-al-museo-archeologico-di-napoli/). “L’idea di mettere in scena dei calchi viventi (i turisti che si sono gentilmente prestati a partecipare a questo video)”, spiega il regista, “è nata dal voler evocare lo struggente e contraddittorio sentimento della vita e della morte che convive quando si è a Pompei. Da una parte la vitalità che procede in una direzione e da un’altra la fissità più assoluta”. Pappi Corsicato, regista pluripremiato, dall’inconfondibile linguaggio visivo, ha scelto di raccontare una giornata pompeiana dalle prime luci dell’alba sino al tramonto. Luoghi, persone, case, affreschi, calchi, tutto appare in sequenza come un lungo affascinante viaggio che trascina e incanta lo spettatore; un viaggio reso ancora più emozionante dalla bellissima colonna sonora. “Pompei, eternal emotion” fa parte di un progetto di valorizzazione della Regione Campania realizzato dalla Scabec (Società regionale beni culturali) dal titolo “Pompei, un’emozione notturna” finanziato da fondi POIn ‘ttrattori culturali, naturali e turismo FERS 2007-2013 Linea d’intervento II.2.1, che, oltre alla produzione del film, ha incluso un programma per tutta l’estate 2015 di visite guidate e passeggiate notturne a Pompei, illuminata e resa magica da installazioni d’arte e un ciclo d’incontri culturali con scrittori e personalità del mondo dell’arte, dell’archeologia e della comunicazione.

Il corto di Corsicato rientra in un progetto di valorizzazione dell'area pompeiana

Il corto di Corsicato rientra in un progetto di valorizzazione dell’area pompeiana

Ma cosa accadde, precisamente, in quel giorno del 79 d.C.? A rispondere sarà il documentario ‘Pompei – La città eterna’, in onda alle 21.10 dopo il corto di Corsicato. Non una lezione di archeologia, quanto piuttosto una vera e propria investigazione, condotta con metodo forense sui calchi delle vittime stesse dell’eruzione, sorprese nelle loro attività quotidiane da quella cenere incandescente che ne ha conservato fedelmente le forme. Grazie ai calchi realizzati da Giuseppe Fiorelli nell’800, il documentario ricostruirà profili e identità di coloro che il vulcano condannò all’immobilità eterna. A chiudere la notte dedicata a Pompei, alle 22.10, la puntata della serie “Sette Meraviglie” dedicata a questo straordinario sito archeologico, giustamente iscritto nella lista dei Patrimoni Unesco. Dopo aver approfondito ogni dettaglio della città antica, suggestive riprese aeree ne mostreranno una panoramica mozzafiato per poi addentrarsi nelle domus, tra sale finemente affrescate e alcove segrete, alla scoperta della dimensione pubblica e privata di una civiltà raffinatissima, colta all’apice del proprio splendore.

Il De Bello Gallico ha detto il vero: Giulio Cesare raggiunse la Gallia Belgica (Olanda) e qui nel 55 a.C. massacrò le tribù germaniche di Usipeti e Tencteri. Scoperto il luogo della battaglia, armi e resti umani del I sec. a.C.

Armi e ossa umane: è quanto è rimasto a testimoniare la battaglia di Cesare contro Usipeti e Tencteri (Università di Vrije di Amsterdam)

Armi e ossa umane: è quanto è rimasto a testimoniare la battaglia di Cesare contro Usipeti e Tencteri (Università di Vrije di Amsterdam)

Se non fosse per Giulio Cesare che ne parla esplicitamente nel suo De Bello Gallico il massacro di Usipeti e Tencteri sarebbe caduto nell’oblio insieme al luogo dove quel massacro di consumò. Ma ora l’archeologia ha recuperato un’altra tessera del mosaico della storia: i reperti ritrovati dimostrano che la battaglia si combatté in Olanda. Una scoperta importante perché così gli archeologi dell’università di Vrije di Amsterdam diretti dal professor Nico Roymans non solo hanno stabilito che la battaglia fu combattuta nel sito di Kessel, oggi nella provincia di Brabant, nel sud dell’Olanda, ma hanno anche dimostrato per la prima volta che il console romano arrivò negli odierni Paesi Bassi, dove nel 55 a.C. le sue legioni massacrarono due tribù germaniche nel corso di una battaglia che provocò 150mila morti. Anche se Cesare infatti sostiene nel suo De Bello Gallico di aver visitato la Gallia Belgica, finora non si conoscevano siti nei Paesi Bassi che potessero essere collegati alla presenza di Cesare o a un massacro ad opera dei romani. Numerosi scheletri, insieme a migliaia di punte di lance, spade e caschi in bronzo erano stati trovati sul sito di Kessel negli ultimi trenta anni dagli archeologi dell’università. Ma solo ora la datazione con il carbonio 14 e altre analisi storiche e chimiche hanno permesso di datare al primo secolo avanti Cristo i reperti rinvenuti negli scavi.

La planimetria della battaglia del 55 a.C. tra le legioni romane di Cesare e le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri

La planimetria della battaglia del 55 a.C. tra le legioni romane di Cesare e le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri

Vediamo dunque così scrive Giulio Cesare. Nel libro IV capitolo I del De Bello Gallico il console parla di due tribù germaniche, i Tencteri e gli Usipeti, che a causa della pressione degli Svevi (Suebi), nel 55 a. C. (cioè quando erano consoli Gneo Pompeo e Marco Crasso) si erano insediati sulla riva destra del corso finale del Reno, appena oltre l’estremo confine nord del territorio romano: “Ea quae secuta est hieme, qui fuit annus Cn. Pompeio, M. Crasso consulibus, Usipetes Germani et item Tencteri magna [cum] multitudine hominum flumen Rhenum transierunt, non longe a mari, quo Rhenus influit”. Le due tribù chiesero di trattare ma attaccarono a tradimento i romani. La vendetta di Giulio Cesare non si fece attendere. “Germani post tergum clamore audito cum suos interfici viderent, armis abiectis signisque militaribus relictis se ex castris eiecerunt et, cum ad confluentem Mosae et Rheni pervenissent, reliqua fuga desperata magno numero interfecto reliqui se in flumen praecipitaverunt atque ibi timore lassitudine vi fluminis oppressi perierunt”. Il giorno dopo, come spiega nel capitolo XV, Cesare ordinò l’attacco. Giunti alla confluenza tra Mosa e Reno, le due tribù non avevano più speranza di salvezza e fu il massacro: «Molti vennero uccisi, gli altri si gettarono nel fiume e, vinti dalla paura, dalla stanchezza e dalla forte corrente, morirono». E a questo punto su Usipeti e Tencteri scese l’oblio.

La cartina dei territori occupati dalle tribù germaniche, tra cui gli Usipeti, nel I sec. a.C.

La cartina dei territori occupati dalle tribù germaniche, tra cui gli Usipeti, nel I sec. a.C.

Negli ultimi anni Roymans ha cercato di dimostrare l’arrivo dei Romani nei Paesi Bassi, basandosi però soprattutto su prove indirette, come tesori sepolti per essere nascosti ai saccheggiatori, informazioni su spopolamento o su sepolture rituali di armi. Ma finora nessuna traccia archeologica dei campi di entrambe le tribù germaniche, né dei soldati romani. In compenso le fonti ci davano qualche indizio interessante. In alcuni manoscritti medievali del De Bello Gallico, leggiamo nelle glosse che la confluenza della Mosa col Reno era a ottanta miglia romane (120 chilometri) dal mare. “Quel ramo del Reno è oggi chiamato Waal”, spiega l’archeologo, “e scorre ormai vicino alla Mosa a Kessel-Lith. In realtà siamo a circa 90 km dal Mare del Nord, ma se si prendono in considerazione i meandri, la misura di 120 chilometri ci può stare”.

Un elmo con i segni della battaglia ritrovato nel sito di Kessel in Olanda

Un elmo con i segni della battaglia ritrovato nel sito di Kessel in Olanda

Un riferimento suggestivo che avvalorava i molti ritrovamenti in zona, dragati dall’acqua nel corso dell’ultimo quarto del XX secolo e raccolti da dilettanti. “Grandi quantità di spade di ferro, punte di lancia, fibule, ganci cintura e ossa per la maggior parte databili al I sec. a.C.”, ricorda Roymans. “I ganci di cintura sono tipici dell’abito delle donne germaniche e offrono un primo indizio per l’identificazione delle persone che li indossavano. La ricerca antropologica ha poi dimostrato che le ossa appartengono a uomini, donne e bambini. Sono stati identificati almeno un centinaio di individui. La datazione al radiocarbonio dimostra che tre quarti di loro appartengono al I sec. a.C. E su molte di quelle ossa sono ancora ben visibili i segni di traumi da violenza, come la donna il cui occhio era stato trafitto da una lancia”. La location, le armi, le ossa con traumi violenti, la datazione: sembravano dati più che sufficienti per affermare di avere le prove per dichiarare che quello era il luogo del massacro delle due tribù germaniche da parte delle legioni di Giulio Cesare. Ma Roymans non era ancora del tutto convinto. Così ha chiesto un ulteriore test alla bioarcheologa Lisette Kootker dell’università di Amsterdam: indagare gli isotopi di stronzio dello smalto nei denti di tre individui. E Kootker ha spiegato: “Queste indagini ci aiutano a identificare l’area in cui un individuo è nato. Le tre persone non erano certo dalla zona del fiume olandese. Come ulteriore controllo, abbiamo confrontato i dati con quelli di un osso datato al VII secolo a.C., e che è noto essere di qualcuno che è nato in questa zona”. Quindi questi corpi potrebbero veramente appartenere alle tribù germaniche venute dall’ltra sponda del Reno. A suggellare la scoperta anche il parere dello storico Jona Lendering, autore di Edge of Empire e redattore di storia antica Magazine: “In quei giorni, ci sono stati più scontri tra tribù germaniche e romani, o tra le tribù stesse. Tuttavia, la posizione dei reperti studiati da Roymans, così vicino alla confluenza della Mosa e Waal, è veramente suggestivo e sono tentato di credere che sia giusto”.