Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Maurizio Cattani con “Alla ricerca delle origini della civiltà Araba: la missione archeologica nel Sultanato d’Oman”
Luglio volge al termine. Ma al museo Classis Ravenna, nell’ambito della rassegna “Classe al chiaro di luna” c’è tempo per un altro incontro per saperne di più sulle ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Appuntamento mercoledì 31 luglio 2019, alle 21, con il ciclo “Museo Classis. Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte”. Il prof. Maurizio Cattani, dell’università di Bologna, responsabile della missione archeologica in Oman, la cui ultima campagna si è conclusa nel gennaio di quest’anno, parlerà di “Alla ricerca delle origini della civiltà Araba: la missione archeologica nel Sultanato d’Oman”. Conferenza a partecipazione gratuita in collaborazione con L’Ordine della Casa Matha.
“La Missione Archeologica Italiana nel Sultanato di Oman”, scrive Maurizio Cattani, “svolge la sua attività di ricerca nell’ambito del “Joint Hadd Projecr” cui negli anni hanno partecipato l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente di Roma, il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna, l’università di Parigi e l’ERA 41 del Cnrs di Parigi”. Dal 1985 le ricerche – portate avanti da Maurizio Tosi, scoomparso nel 2017 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2017/03/03/archeologia-in-lutto-e-morto-maurizio-tosi-uno-dei-piu-grandi-archeologi-preistorici-dal-mediterraneo-alla-mongolia-in-iran-nel-1967-scopri-lo-straordinario-sito-di-shahr-e-sokhta-la-citta-bruciat/) e Maurizio Cattani – hanno preso in esame l’area del Ja’alan, corrispondente alla parte orientale del Sultanato di Oman, tra Ra’s al Hadd e Al Ashkarah, ove l’abbondante presenza di dati paleoambientali e di elementi storico-archeologici permette di documentare e controllare l’evoluzione del popolamento dall’antico e medio Olocene fino all’epoca islamica. “La documentazione dei resti strutturali, dei manufatti archeologici, delle evidenze bioarcheologiche”, continua Cattani, “permette di tracciare il processo di adattamento delle popolazioni antiche in rapporto alle risorse naturali (principalmente ottenute dall’ambiente marino) e il modo in cui le popolazioni costiere interagivano con quelle delle regioni interne dell’Arabia”.

L’edificio 1 nello scavo HD6 a Ras al-Hadd della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

Planimetria dell’area meridionale dello scavo HD6 a Ras al-Hadd della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)
“Oggi la missione archeologica italiana dell’università di Bologna nel Sultanato d’Oman”, spiegano al dipartimento dell’Alma Mater, “sta indagando la fascia costiera dalla penisola di Musandam al Dhofar. In particolare le ricerche si sono concentrate nell’area di Ra’s al-Hadd, lungo la costa orientale, con gli scavi nel sito di HD-5 (IV millennio e seconda metà del III millennio) e nel sito dell’antica Età del Bronzo di HD-6 (3000-2700 a.C.). Ad HD-5 nelle ultime campagne di scavo, dirette da Federico Borgi e Elena Maini, sono state messe in evidenza le tracce di comunità di pescatori e raccoglitori che sfruttano gli ambienti costieri, mentre nel secondo lo scavo ha rivelato un complesso abitativo particolarmente significativo per comprendere l’evoluzione tecnologica e sociale che investe la Penisola nei primi secoli del III millennio a.C. Ad HD-6, il nucleo centrale dell’abitato è rappresentato da un complesso architettonico composto da edifici modulari costituiti da ambienti di varie dimensioni, di pianta approssimativamente rettangolare, costruiti con mattoni d’argilla cruda di dimensioni standardizzate. Il periodo principale a cui si riferisce il complesso architettonico è stato suddiviso in tre fasi stratigrafico-strutturali: la Fase I è rappresentata da un nucleo di più limitate dimensioni con edifici costruiti in mattoni molto compatti a matrice sabbiosa; le Fasi II e III sono legate alla costruzione di un muro perimetrale in pietra e di diversi edifici a pianta tripartita costruiti con mattoni d’argilla cruda. Il periodo III coincide con l’abbandono degli edifici e con la formazione di strati carboniosi relativi a tipologie di occupazione più effimere Chiude la sequenza stratigrafica una rioccupazione successiva all’abbandono dell’abitato principale, che consiste in quindici capanne ovali e circolari costruite in pietra a secco. Tra i materiali rinvenuti si segnala una forte presenza di manufatti in metallo (piccoli lingotti, ami da pesca, punte, pugnaletti) ed un’abbondante produzione di elementi ornamentali in pietra e conchiglia. Pressoché assente è la ceramica testimoniata da rarissimi frammenti di vasi presumibilmente importati dall’esterno. Particolarmente significativi sono alcuni forni in argilla a pianta circolare costruiti in prossimità degli edifici e destinati ad attività di trasformazione di prodotti alimentari”.
“La scoperta e le prime indagini compiute nel sito di HD-6 localizzato presso il villaggio di Ra’s al-Hadd”, continuano gli archeologi bolognesi, “hanno permesso di identificare uno dei punti chiave nello studio dell’evoluzione delle popolazioni arabe nella fase della cosiddetta “grande trasformazione”, in cui tra la seconda metà del IV e gli inizi del III millennio, si attivano i processi che porteranno a definire un nuovo tipo di società. Si formano in questa fase le prime oasi, caratterizzate dalla diffusione della palma da dattero e dalla costruzione di sistemi di canalizzazione, e si attiva lo sfruttamento delle miniere di rame che permette di identificare l’Oman come il paese di Magan, noto dalle fonti mesopotamiche. Gli scavi di Ra’s al-Hadd hanno messo in luce un complesso architettonico composto da una piattaforma in pietra e argilla delimitata da un muro perimetrale in pietra e in mattoni di argilla cruda. Alla struttura monumentale, che ospita all’interno numerosi edifici in mattoni di argilla, si associa la costruzione di tombe collettive a tumulo: entrambe le testimonianze archeologiche suggeriscono una struttura sociale costituita da gruppi tribali che vogliono affermare il controllo territoriale e proporsi come attori nello scambio delle risorse marine con i prodotti delle oasi all’interno (principalmente datteri e rame). Gran parte dell’Oman interno è caratterizzato da centinaia di tumuli posti sui crinali e sui bordi dei terrazzi, ben visibili a chi attraversasse il territorio, a dimostrare il prestigio e la ricchezza di queste comunità. In questo ambito un nuovo progetto di ricerca è rivolto all’individuazione e al censimento delle tombe risalenti all’età del bronzo presenti nell’area di Zukayt, presso Izki”.
“La fase successiva (II metà del III millennio a.C.) è documentata dallo scavo del villaggio di Ra’s al-Jins (RJ-2), dove gli scavi hanno messo in luce diversi edifici in mattoni di argilla. In questa fase, nonostante la pesca e lo sfruttamento delle risorse marine siano ancora alla base dell’economia di questo villaggio, è evidente il ruolo che tale centro viene ad assumere nell’ambito degli scambi con le regioni interne dell’Arabia e con i paesi oltremare. Il carattere commerciale dell’abitato di RJ-2 è documentato da evidenze che attestano la navigazione attraverso l’oceano, rappresentate da blocchi di bitume che servivano a rivestire le barche, e dagli unici documenti iscritti costituiti da sigilli in pietra e in rame. La diversa struttura sociale è inoltre evidenziata nelle tombe rinvenute sul terrazzo sovrastante il villaggio: le dimensioni e le ripartizioni interne di grandi tumuli di tipo Umm an-Nar indicano segmenti sociali più estesi con un rituale funerario molto più complesso che comprende la riesumazione e la deposizione delle ossa all’interno di fosse esterne”.
Ad Aquileia in prima assoluta il film “Incanto” che, seguendo gli studi di don Pressacco, ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese
“Incanto”: non poteva essere scelto titolo più indicato per il film di Marco D’Agostini: un viaggio di scoperta attraverso la ricerca storica e le intuizioni di don Pressacco, uno dei protagonisti della scena culturale friulana di fine Novecento, che ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese. Ecco dunque l‘incanto della basilica e dei suoi splendidi mosaici testimonianza di fede prima ancora che di arte unica. Ecco l’incanto dei ritmi, delle musiche, dei canti che da questa basilica sono stati elementi di identità di un’intera comunità cristiana. Per iniziativa della Fondazione Aquileia, con il patrocinio del Comune di Aquileia, martedì 30 luglio 2019, alle 21, verrà proiettato in prima assoluta sul grande schermo in piazza Capitolo “Incanto”, l’ultimo documentario del regista Marco D’Agostini nato da un progetto dell’Associazione culturale don Gilberto Pressacco e prodotto da Agherose. Il film è stato realizzato con il sostegno di Fondo per l’Audiovisivo del FVG, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, Fondazione Aquileia, CIRF dell’Università di Udine, patrocinato dalla Società Filologica Friulana e distribuito da Forum editrice. In caso di pioggia la proiezione si svolgerà nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo.
“L’idea del documentario “Incanto” – spiega la produzione Agherose – prende le mosse da una ricognizione sull’operato della figura di don Gilberto Pressacco (1945-1997) protagonista della scena culturale friulana di fine Novecento per le sue originali idee sulle origini e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese e per le sue attività di rilievo in campo musicologico e corale. Questi temi, apparentemente localistici, sono in realtà di ampio interesse vista l’importanza storica della città di Aquileia e la diffusione di un insieme di canti corali e danze nelle comunità rurali friulane, portatori di un sistema ritualistico originale e rappresentativo di una pluralità di cristianesimi in tutto il bacino del Mediterraneo. In questo senso, raccontare Gilberto Pressacco è raccontare un caleidoscopio di suggestioni, un gioco di rimandi continuo: dagli studi in ambito musicale – partendo da una delle specificità del canto corale di area aquileiese – fino al tema della danza sacra e popolare. Di ritmo in ritmo, di nota in nota, fino alla ricerca dei lontani ascendenti di queste particolarità, Pressacco con la sua ricerca ha riannodato fili dispersi e sparpagliati dal tempo, giungendo a collegare Aquileia con Alessandria d’Egitto che durante il I sec. d.C. era la vera capitale del Mediterraneo”.
Turrida di Sedegliano è un piccolo centro che sorge a qualche centinaio di metri dal fiume Tagliamento. È qui che Gilberto Pressacco ha vissuto i suoi primi anni assorbendo i ritmi e la cultura di una civiltà contadina oggi scomparsa. Ed è qui che Pasquale Pressacco insieme a fratelli, racconta le atmosfere, la vita in famiglia, il carattere di Gilberto bambino. Durante il loro racconto, Pasquale e i fratelli mostrano le foto un po’ sgualcite e invecchiate, la camera rimasta quella di un tempo, gli spazi dove erano soliti giocare. Questa descrizione del personaggio è arricchita dalle immagini del Tagliamento, luogo dei giochi ma anche dei primi lavori, e dalle testimonianze di Sandro Azaele, prima allievo e poi amico di Pressacco, e da Gianpaolo Gri, compagno di studi e oggi antropologo ed esperto proprio di quella vita contadina che non c’è più.
“Dopo aver introdotto a livello biografico il “personaggio” don Gilberto Pressacco”, continua la produzione, “il film documentario procede su una doppia linea narrativa. Da una parte le ricerche legate al cristianesimo aquileiese e dall’altra alcuni aneddoti di vita ad arricchire il percorso. Nella parte centrale del documentario, quindi, il prete friulano diventerà il tramite attraverso il quale scoprire la sua affascinante ricerca, ricca di suggestioni e approfondimenti storico-religiosi. Rifacendosi anche ad altri studi e collegando spunti e conoscenze anche del campo musicologico, Gilberto Pressacco elaborò una teoria singolare e suggestiva: Aquileia e il territorio della bassa friulana sono stati la culla di una comunità religiosa di “terapeuti” proveniente da Alessandria d’Egitto che ha portato in questo territorio un primo Cristianesimo, probabilmente divulgato direttamente da San Marco. Una teoria che anche all’interno del documentario trova un contrappunto critico da parte di una studiosa e ricercatrice, Emanuela Colombi, docente di Cristianesimo delle origini all’università di Udine. Insieme a Luca De Clara (storico ed insegnante) siamo ad Aquileia, dove vengono illustrati alcuni aspetti cruciali della ricerca di don Pressacco ad un gruppo di studenti. Insieme a loro ci muoviamo all’interno della Basilica di Santa Maria Assunta e tra gli scavi nella zona dei mercati, in cui giovani archeologi stanno operando. Questo percorso è arricchito e intervallato da brevi sequenze di disegno animato che approfondiscono alcuni aspetti della ricerca visualizzando i contenuti e rendendo il tutto fruibile ad un ampio pubblico. Attraverso l’animazione infatti, viviamo le atmosfere del primo secolo dopo Cristo. Con una serie di disegni animati accompagniamo il tragitto di una nave mercantile lungo il mar Adriatico e vediamo sbarcare ad Aquileia, insieme alle merci, un gruppo di uomini con tuniche bianche. Sono loro i terapeuti che opereranno nella città romana e nelle altre zone della bassa friulana. Le immagini d’animazione sono arricchite da suoni, rumori e voci che provengono dalla notte dei tempi. In una sovrapposizione tra passato e presente, alla città di Aquileia del I sec. d.C. con i suoi 200mila abitanti si fondono i mosaici della Basilica giunti intatti fino a noi, testimoni proprio della vita e delle pratiche religiose del tempo; la zona dei mercati, oggi importante sito archeologico; il porto fluviale, luogo strategico per lo scambio di commerciale ma anche culturale”.
“Altro elemento chiave che funge da contrappunto alla narrazione è la musica e il canto corale. Le sequenze di un coro che sta provando alcuni canti tradizionali all’interno di una chiesetta con affreschi del ‘500 del medio Friuli (Santa Marizza), sono l’occasione che ci permette di ascoltare l’intensità del canto polifonico e nello specifico del canto a due cori (es. Scjarazzule Marazzule). La musica corale, con alcune versioni anche di canto gregoriano, ritornerà a cadenzare il racconto fondendosi e costituendo il supporto decisivo per dimensionare con intensità le immagini del territorio della bassa friulana (Aquileia, Grado, Palazzolo dello Stella, Codroipo). Alle immagini di oggi si succederanno anche frammenti di materiali audiovisivi d’archivio che mostrano la direzione del coro e le lezioni-concerto dello stesso Gilberto Pressacco che ha messo in luce più di altri l’originalità del cantare “popolare” e “sacro”. In questo contesto, la testimonianza di Claudio Zinutti, successore alla direzione del coro Candotti, e Milvio Trevisan, suo assistente, saranno fondamentali per approfondire l’aspetto umano e di insegnamento. Nell’ultima parte, coincidente con il racconto dell’ultimo periodo di vita e ricerca di don Gilberto Pressacco, i testimoni incontrati lungo il cammino, tracciano un bilancio della ricerca e dell’importanza del territorio friulano e della sua cultura. Un territorio spesso dimenticato, ma ricco di storia e originalità. Anche in questo caso”, si conclude la presentazione di “Incanto”, “Aquileia e infine Grado, sono i luoghi principali nei quali Sandro Azaele e Luca De Clara, espongono con forza e chiarezza l’importanza del passato da cui proveniamo. Passato ricco di confronto tra culture diverse, originalità musicale e incanto artistico”.
Pompei. La direzione del parco: “Nessun crollo alla Casa della Piccola Fontana né pericolo per i turisti. Solo il parziale distacco di un travetto della copertura dell’atrio”

L’atrio della Casa della Fontana Piccola a Pompei, visto dall’ingresso (foto parco archeologico Pompei)

Il pronto intervento per la messa in sicurezza della Casa della Fontana Piccola a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Il travetto della copertura dell’atrio della Casa della Fontana Piccola messo in sicurezza (foto parco archeologico Pompei)
Il rullo delle notizie che scorre in basso dei notiziari tv annuncia crollo in casa patrizia a Pompei, causa maltempo. Immediata la reazione della direzione del parco archeologico di Pompei: “Nessun crollo o cedimento a Pompei alla Casa della Fontana Piccola e tantomeno situazioni di pericolo e panico per i turisti o danni alle strutture archeologiche”, annuncia un breve comunicato che racconta la dinamica dei fatti: “Ieri (domenica 28 luglio 2019, ndr) presso la Casa della Fontana piccola si è verificato il parziale distacco di un travetto della copertura dell’atrio, che è stato immediatamente individuato e puntellato per la messa in sicurezza. Si è trattato di un episodio ordinario, possibile in una situazione di forte vento e avverse condizioni meteorologiche, ma dovutamente monitorato e segnalato dal personale di vigilanza all’ufficio tecnico del Parco”. Il commento dell’istituzione è amaro: “La situazione inammissibile in assoluto, è la totale distorsione delle informazioni, che non verificate e per di più amplificate, creano inutili preoccupazione e danni di immagine al sito. L’episodio, che non meritava alcuna necessità di diffusione allarmistica, è stata inopportunamente comunicata alla stampa in maniera strumentale, da non addetti, generando disinformazione”. La casa è stata chiusa al pubblico, già dal pomeriggio di domenica 28 luglio, per avviare un monitoraggio completo delle coperture da parte dei tecnici del Parco. In alternativa, per assicurare un’adeguata offerta di visita, è stata aperta al pubblico la Casa della Caccia antica.
Oman primo, Mesopotamia seconda, Pisidia terza: il Vicino Oriente affascina il pubblico dell’Aquileia Film Festival chiamato ad assegnare il premio Aquileia al miglior film. Alberto Angela (a lui la cittadinanza onoraria) ha fatto sognare gli appassionati, rimasti tutti nonostante il fortunale
Il fascino e l’archeologia del Vicino Oriente ha conquistato il numeroso e appassionato pubblico dell’Aquileia Film Festival che per quattro sere, dal 23 al 26 luglio 2019, si è assiepato nella suggestiva piazza Capitolo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/07/22/dalla-mesopotamia-alloman-da-creta-allegitto-dalla-pisidia-a-venezia-al-via-il-x-aquileia-film-festival-quattro-serate-di-cinema-archeologia-arte-e-grandi-divulgatori-scientifi/) per seguire la rassegna di cinema arte e archeologia, organizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con Archeologia Viva e Firenze Archeofilm, il patrocinio del comune di Aquileia e il sostegno di Vini Jermann, giunta quest’anno alla sua decima edizione.
Si è aggiudicato il premio Aquileia del pubblico, un mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli, come annunciato da una nota dell’agenzia AgiCult, il docu-film “Oman, il tesoro di Mudhmar / Oman, le trésor de Mudhmar” di Cédric Robion (Francia, 2017; 52’) che segue gli scavi in Oman condotti da un team di scienziati francesi. Il loro obiettivo è capire come gli abitanti di queste terre siano riusciti a prosperare in un ambiente così ostile, creando tecnologie innovative per la gestione dell’acqua. All’équipe di giovani archeologi il deserto riserverà non poche sorprese nel corso di questa emozionante avventura archeologica nel cuore del Vicino Oriente. Al secondo posto il film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 2019; 50’) che propone un’indagine sul “passato” e sul “presente” della Mesopotamia e in particolare sulla grande stagione della nascita e dello sviluppo della cultura urbana in Iraq. Grazie al secolare apporto della ricerca archeologica emerge nella “terra tra i due fiumi” una lunga storia fatta di insediamenti e di figure entrate nel mito. Al terzo posto il film “Vivere tra le rovine / Living amid the ruins” di Isilay Gürsu (Turchia, 2017; 14’) che esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che abitano vicino ai siti archeologici siano influenzate dal contesto in cui vivono. Il cortometraggio conduce lo spettatore nell’antica regione della Pisidia, sulla catena montuosa del Tauro nel sud-ovest della Turchia.

Aquileia Film Festival 2019: il sindaco di Aquileia, Emanuele Zorino, conferisce la cittadinanza onoraria ad Alberto Angela (foto agicult.it)
Un fortunale, che si è abbattuto su Aquileia proprio alle 21 dell’ultima serata, venerdì 26 luglio 2019, ha stravolto la scaletta, ma non il pubblico che è rimasto impassibile per seguire film e incontro in programma. Così alle 22, passato il temporale, ha aperto la serata Alberto Angela, intervistato dal direttore di Archeologia Viva Piero Pruneti, che ha fatto sognare il pubblico conducendolo per mano tra le curiosità dello sbarco sulla luna e qualche aneddoto del backstage delle sue recenti riprese a Houston, passando a parlare poi del fascino di Cleopatra e della battaglia delle Egadi con un omaggio all’archeologo Sebastiano Tusa recentemente scomparso. Dopo la conversazione è salito sul palco il sindaco di Aquileia Emanuele Zorino che ha conferito ad Alberto Angela la cittadinanza onoraria e la targa con il sigillo della città deliberata nei giorni scorsi dal consiglio comunale per la lunga amicizia con Aquileia (da 7 anni partecipa al Film Festival), “per il lungo e proficuo rapporto con il territorio aquileiese e la sua cittadinanza che negli anni si è consolidato, per il servizio reso nel valorizzare e dare visibilità al proprio paese con un’opera di divulgazione a livello nazionale e internazionale, per l’attenzione e il rispetto che da sempre riserva ad Aquileia e alle sue tante sfaccettature storiche, archeologiche, architettoniche e artistiche, per la costante disponibilità e le numerose partecipazioni a iniziative che hanno visto il coinvolgimento dei cittadini”.
Così è slittato a fine serata, fuori concorso, il film “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 2017; 50’). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto…
Il profumo dei reperti racconta la storia dell’Antico Egitto. All’Egizio di Torino un’indagine mai svolta prima in un museo: si annusa il profumo dei reperti della Tomba di Kha e Merit per avere informazioni inedite. I risultati tra qualche settimana

Alcuni reperti del corredo della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino impacchettati e pronti per essere annusati (foto Federico Taverni / museo Egizio)
La storia dell’Antico Egitto raccontata attraverso il profumo dei reperti. È l’ultima frontiera delle tecnologie applicate all’archeologia: in questo caso è la chimica che si è messa al servizio dei beni culturali per un’indagine mai svolta in un museo: il corredo funebre della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino “annusati” dai ricercatori dell’università di Pisa. Quando Ernesto Schiaparelli scoprì nel 1906 la tomba di intatta di Kha e Merit, nel villaggio di Deir el-Medina, sapeva bene di aver trovato un tesoro inestimabile. A distanza di 3500 anni circa, questa tomba, che rappresenta uno dei principali tesori della collezione egittologica torinese, continua a svelare le sue meraviglie. In questi giorni, una ventina di contenitori provenienti dalla tomba sono stati protagonisti di un’indagine innovativa, mai eseguita prima d’ora in un museo: la ricerca del loro “profumo”. Nel quadro di un progetto europeo di ricerca, un team di chimici dell’università di Pisa, in collaborazione con gli archeologi e i curatori del museo Egizio, ha analizzato in modo del tutto non invasivo, senza prelevare alcun campione, il contenuto di più di venti vasi. Ad essere “annusati” grazie a questa tecnologia sono i composti volatili rilasciati nell’aria in concentrazioni estremamente basse (ultratracce) dai residui organici presenti nei contenitori al fine di identificarne la natura. L’indagine ha coinvolto il dottor Jacopo La Nasa e le professoresse Francesca Modugno, Erika Ribechini, Ilaria Degano e Maria Perla Colombini dell’università di Pisa, il dottor Andrea Carretta della SRA Instruments e Federica Facchetti, Enrico Ferraris e Valentina Turina del museo Egizio. L’iniziativa rientra nel progetto MOMUS – Spettrometria di Massa SIFT portatile e identificazione di Materiali Organici in ambiente museale, realizzato con il sostegno della Regione Toscana e di SRA Instruments, cha inoltre ha messo a disposizione lo spettrometro di massa e la sua esperienza.

Lo spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) annusa il contenuto di una ciotola del corredo della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Federico Taverni / museo Egizio)
Delle provviste alimentari contenute in un piatto, per esempio, furono identificate come “verdura finemente triturata e impastata con un condimento” da Ernesto Schiaparelli, che scoprì la tomba intatta di Kha e Merit a Deir el-Medina. Ma finora nessuna analisi ha potuto confermare né smentire tale ipotesi, e una risposta potrebbe ora arrivare dalla spettrometria. L’esame è stato eseguito con uno spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) trasportabile, un macchinario che solitamente viene impiegato in ambito medico per quantificare i metaboliti del respiro e che solo recentemente ha dimostrato la sua utilità anche nel campo dei beni culturali per eseguire indagini preservando l’integrità dei reperti.

Esperti al lavoro con lo spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) al museo Egizio di Torino (foto Federico Taverni / museo Egizio)
“Per svolgere l’esame sono stati necessari alcuni giorni; infatti nella prima fase abbiamo chiuso ampolle, vasi e anfore in sacchetti a tenuta stagna in modo da concentrare il più possibile le molecole nell’aria”, spiega Francesca Modugno dell’università di Pisa, “i dati saranno registrati nell’arco di due giorni, ma risultati delle analisi saranno disponibili tra alcune settimane, considerata la difficoltà della loro interpretazione. Quello che ci aspettiamo di rilevare sono frazioni volatili di oli, resine o cere naturali”. E il direttore del museo Egizio, Christian Greco: “Siamo orgogliosi di collaborare con i partner di questo progetto e di sperimentare nelle nostre sale l’utilizzo di una tecnica così sofisticata. La ricerca è il cuore delle nostre attività e sentiamo fortemente il dovere di sostenerla, pur garantendo l’integrità della straordinaria collezione che abbiamo l’onore di custodire”.
Grande Progetto Pompei: è nato il sito www.grandepompei.beniculturali.it per essere informati su Piano strategico per tutta l’area vesuviana e aprire un contatto attivo con gli utenti

L’home page del nuovo sito web http://www.grandepompei.beniculturali.it
Vi piacerebbe essere informati sui programmi e gli interventi contenuti nel Piano strategico del Grande Progetto Pompei? E poter dialogare con le istituzioni per suggerire interventi o collaborazioni? Ora si può. L’Unità Grande Pompei e il personale della struttura di supporto al Direttore generale del Grande Progetto Pompei hanno realizzato il sito web https://www.grandepompei.beniculturali.it per la presentazione al vasto pubblico del Piano strategico e per l’attivazione di canali di comunicazione con cittadini e stakeholder dell’area vesuviana costiera, altrimenti nota come buffer zone, per la conoscenza del patrimonio culturale dell’area vesuviana costiera. Ma si può anche partecipare ai processi di attuazione dei programmi e degli interventi del Piano strategico. Il sito presenta infatti una landing page, denominata “Un territorio da rilanciare”, che invita alla costruzione partecipata della conoscenza del patrimonio culturale, materiale e immateriale, meno conosciuto e presente nei comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, Pompei, Boscotrecase, Trecase, Boscoreale, Terzigno e Castellammare di Stabia. L’utente del sito può partecipare direttamente attraverso la compilazione di un form e la possibilità di allegare contenuti digitali.
Con la pubblicazione di questo sito e l’attivazione di una modalità di contatto diretto con gli utenti è iniziato il percorso di sviluppo del portale Open Data per il Sistema Turistico Culturale Integrato, una delle “Azioni immateriali” previste nel Piano strategico adottato dal Comitato di gestione il 20 marzo 2018, per dotare il territorio dell’area vesuviana costiera di una piattaforma digitale per la gestione integrata di dati e servizi, finalizzati alla conoscenza, alla fruizione e alla valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, nel solco di un “piano di digitalizzazione di tutti i beni culturali, artistici, archeologici e paesaggistici presenti nella buffer zone atto a promuovere gli stessi nel mondo, anche con la realizzazione di un apposito open data utile per la nascita e lo sviluppo di imprese culturali” e “realizzare un portale trasparenza unico per i beni culturali della buffer zone che renda conoscibile ogni iniziativa intrapresa nell’ambito del Grande Progetto Pompei e del piano di gestione Unesco”, come sollecitato dalla Risoluzione 7/00007 della VII Commissione (Cultura, Scienza e istruzione) presentata il 26 giugno 2018.
XXII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: a quattro mesi dal via a Paestum il programma prende forma: 12 eventi unici al mondo. Ecco tutte le novità e le conferme. Ci sarà anche l’Archeotreno

La XXII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico si tiene a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019
Meno di quattro mesi al via e il programma della XXII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico prende forma. La XXII edizione della Bmta si svolgerà a Paestum al Centro espositivo Savoy hotel, Basilica paleocristiana, museo Archeologico nazionale, e parco archeologico da giovedì 14 a domenica 17 novembre 2019. Obiettivo, ancora una volta, promuovere i siti e le destinazioni di richiamo archeologico, favorire la commercializzazione, contribuire alla destagionalizzazione e incrementare le opportunità economiche. Senza dimenticare lo sviluppo della cooperazione tra i popoli (a Paestum in ogni edizione sono presenti Paesi non solo del Mediterraneo) e il confronto e lo scambio di esperienze con 300 relatori, 100 giornalisti accreditati, 120 operatori dell’offerta e 60 tra conferenze e incontri. E ben tre novità che si aggiungono a un già ricco programma: ArcheoIncoming, spazio espositivo e Workshop con protagonisti i tour operator che promuovono le destinazioni italiane per sviluppare l’incoming del turismo archeologico; ArcheoStartUp, per la prima volta in collaborazione con l’Associazione Startup Turismo che riunisce le migliori realtà che offrono nuovi prodotti e servizi digitali nei settori del turismo e della cultura; Archeotreno: oltre alla rinnovata partnership con Trenitalia, vettore ufficiale, che riserverà ai visitatori il 30% di sconto, nei giorni della Borsa sarà disponibile per la prima volta il servizio ArcheoTreno, a cura della Fondazione FS Italiane, che permetterà di raggiungere Paestum da Napoli e Salerno a bordo di un treno storico composto dalle “Centoporte” carrozze degli anni ’30 e dalle “Corbellini” carrozze degli anni ’50, trainate da una locomotiva elettrica degli anni ’60 in livrea d’origine.

La basilica paleocristiana a Paestum è una delle sedi della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico
12 eventi unici al mondo tutti in una Borsa. La Borsa, con i suoi 100 espositori (presenti 25 Paesi, e per la prima volta l’Agenzia di Strategia Turistica delle Isole Baleari), è sede del più grande Salone espositivo al mondo dedicato al patrimonio archeologico: luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati all’archeologia e al turismo e occasione di incontro per addetti ai lavori, operatori turistici e culturali, viaggiatori, appassionati, mondo scolastico e universitario. Il Workshop è un’opportunità di business tra la domanda e l’offerta del turismo culturale: gli operatori potranno incontrare buyer selezionati dall’Enit provenienti da 8 Paesi Europei (Austria, Belgio, Francia, Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, Svizzera) e, per la prima volta, un tour operator australiano specialista di viaggi culturali in Europa per College e High School. Inoltre, nell’intento di favorire l’incontro anche con la domanda nazionale, la Borsa ha invitato i tour operator impegnati nella promozione delle destinazioni turistico-archeologiche italiane a partecipare al Workshop nell’ambito della nuova sezione ArcheoIncoming.
Le sezioni. Oltre alle due novità già segnalate, cioè ArcheoIncoming e ArcheoStartUp, ecco le altre sezioni. ArcheoExperience, laboratori di Archeologia Sperimentale per la divulgazione delle tecniche utilizzate dall’uomo nel realizzare i manufatti di uso quotidiano. ArcheoIncontri, per conferenze stampa e presentazioni di progetti culturali e di sviluppo territoriale. ArcheoLavoro, orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle università presenti nel Salone. ArcheoVirtual, l’innovativa mostra internazionale di tecnologie multimediali, interattive e virtuali in collaborazione con Itabac, istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Cnr. Ci sono poi le conferenze, nelle quali organizzazioni governative e di categoria, istituzioni ed enti locali, associazioni culturali e professionali si confrontano su promozione del turismo culturale, valorizzazione, gestione e fruizione del patrimonio. E gli incontri con i protagonisti, nei quali il grande pubblico interviene con i più noti divulgatori culturali, archeologi, soprintendenti, direttori di musei, docenti universitari, giornalisti.
International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”: è il Premio – istituito proprio dalla Bmta con Archeo – alla scoperta archeologica dell’anno intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio. Le cinque scoperte archeologiche del 2018 candidate alla vittoria della quinta edizione del Premio sono: Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo; Egitto: a Saqqara a sud del Cairo un antico laboratorio di mummificazione; Giordania: nel Deserto Nero il pane più antico del mondo; Italia: l’iscrizione e le dimore di pregio scoperte a Pompei; Svizzera: la più antica mano in metallo trovata in Europa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/24/paestum-xxii-bmta-annunciate-le-5-scoperte-archeologiche-candidate-alla-vittoria-della-5a-edizione-dellinternational-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-sono/). E poi i premi “Antonella Fiammenghi” e “Paestum Archeologia”, assegnati rispettivamente a laureati con tesi sul turismo archeologico e a personalità impegnate a favore dell’archeologia e del dialogo interculturale.
“Notte delle Muse” a Locri: al complesso Casino Macrì arriva da Civita Castellana il Sarcofago delle Muse che dialogherà con i sarcofagi romani da Saletta e Salice. Occasione per un incontro tra due diverse civiltà: i Falisci e i Locresi
Sarà la “Notte delle Muse” per la presentazione del cosiddetto Sarcofago delle Muse che approda in Calabria nell’ambito di uno scambio di reperti tra il Polo museale della Calabria e quello del Lazio. Giovedì 25 luglio 2019, alle 21, a Locri (Reggio Calabria), al complesso museale Casino Macrì del parco archeologico nazionale di Locri sarà presentato da Sara De Angelis, direttore del museo archeologico dell’Agro Falisco-Forte Sangallo, il Sarcofago delle Muse. Artefice dell’iniziativa Rossella Agostino, direttore dei musei di Locri. Il sarcofago, di età romana, sarà esposto da luglio a settembre a Locri nell’ambito di uno scambio tra Polo museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli e il Polo museale della Calabria, diretto da Antonella Cucciniello che ha dato in prestito temporaneo, in occasione della mostra “Lessico italiano, volti e storie del nostro paese” allestita al Complesso del Vittoriano a Roma, la Statua del Togato, opera marmorea di valenza artistica databile tra fine I sec. a.C.- inizi I sec. d.C. La scelta di avere in prestito il sarcofago, tra le opere messe a disposizione dal Polo museale del Lazio, è legata alla volontà di ricordare al pubblico che anche nel territorio della Locride, tra le scoperte di età romana, sono stati rinvenuti due sarcofagi in marmo entrambi esposti nel parco archeologico di Locri: il sarcofago da contrada Saletta di Locri, di Caius Octavianus Crescens di II-II secolo d.C., dedicato dalla moglie al marito defunto e il sarcofago da contrada Salice di Ardore del III secolo d.C. con busto panneggiato maschile centrale e figurina di pastore accosciato alle cui spalle si vede un ariete, opera probabilmente importata da Roma su commissione. In occasione della presentazione del Sarcofago delle Muse è in programma la conversazione Rossella Agostino e Sara De Angelis, direttore del museo Archeologico dell’Agro Falisco di Civita Castellana (Vt), una bella occasione d’incontro tra due realtà archeologiche ricche e interessanti, espressioni di due diverse civiltà ugualmente affascinanti: i Falisci la cui capitale era Falerii, odierna Civita Castellana, e la cui storia è narrata dal percorso espositivo del museo di Civita Castellana e i Locresi, significativa testimonianza della cultura magno-greca.
Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Nicolò Marchetti con “Da Karkemish a Ninive. Scavi e ricerche archeologiche dell’università di Bologna in Turchia e in Iraq”
“Classe al chiaro di luna” questa settimana ci porta alla scoperta delle missioni archeologiche dell’università di Bologna in Turchia e Iraq con il direttore delle due aree di ricerca, il prof. Nicolò Marchetti. Mercoledì 24 luglio 2019, alle 21, al museo Classis Ravenna, per “Museo Classis. Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte” la conferenza a ingresso gratuito “Da Karkemish a Ninive. Scavi e ricerche archeologiche dell’Università di Bologna in Turchia e in Iraq” con Nicolò Marchetti, professore di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’università di Bologna, dal 2011 direttore della missione archeologica turco-italiana a Karkemish e dal 2016 direttore della missione archeologica italo-irachena per la ricognizione di superficie del settore orientale della regione di Qadissiya (QADIS).

Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C. a Karkemish in Turchia (foto della missione italo-turca)
“Il sito archeologico di Karkemish in Turchia sud-orientale”, spiegano gli archeologi dell’università di Bologna, “è una delle più importanti capitali del Vicino Oriente preclassico. Attestato nella documentazione cuneiforme fin dal 2300 a.C., Karkemish è uno dei principali regni al tempo di Hammurabi di Babilonia, poi la sede del viceré ittita e infine un centro di straordinaria monumentalità artistica nell’Età del Ferro, fino alla distruzione assira del 717 a.C., che viene seguita da una nuova fioritura nel VII sec. a.C. fino a divenire più tardi una città romana provinciale. Le imponenti rovine del sito, con mura alte fino a 20 m che racchiudono un’area di 90 ettari, sono state oggetto di celebri campagne di scavo condotte tra il 1911 e il 1920 dal British Museum con C.L. Woolley e T.E. Lawrence (d’Arabia). Le ricerche si sono poi interrotte a causa della presenza di un’installazione militare. Nell’autunno del 2011 una missione congiunta turco-italiana con le università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, ha avviato una prima, nuova campagna di scavi e restauri, nel quadro di un progetto integrato di ricerca attivo nella regione di Gaziantep dal 2003. Il nuovo progetto, di lunga durata, intende realizzare sul sito anche un parco archeologico e ambientale in vista della valorizzazione della provincia di Karkamış”. Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C.: è un tesoro inestimabile quello venuto alla luce a Karkemish: “Scoperte così non se ne facevano da 50 anni”, sottolinea Nicolò Marchetti. “Una scoperta sensazionale, eravamo emozionati”. Dal punto di vista operativo è un “paradiso, anche se il nostro isolamento è presto destinato a finire”, dichiarava qualche anno fa l’archeologo, svelando gli ambiziosi piani futuri per l’area, con la creazione di un parco archeologico. Un progetto già in fase avanzata in cui Marchetti crede molto: “Vogliamo che questa regione abbia uno sviluppo economico dal turismo, ci sembra giusto ed etico”.
Le campagne archeologiche nella zone di Qadisiyah e al-Kut in Iraq hanno avuto l’obiettivo di reperire dati sul popolamento, sulla cultura materiale e sul rapporto tra uomo e territorio nell’antica Mesopotamia. I dati raccolti e il lavoro archeologico saranno la base per organizzare attività di training per il personale impiegato nel settore dei beni culturali in Iraq, corsi nelle scuole superiori sull’importanza del patrimonio culturale e per lavorare in alcuni importanti musei a Baghdad e in zone provinciali come Kufa e Qadisiyah. Ma l’impegno dell’università di Bologna in Iraq non finisce qui. L’Alma Mater è attiva infatti nel paese mediorientale anche con Qadis: progetto congiunto italo-iracheno diretto da Nicolò Marchetti e pensato per la ricognizione mirata di siti archeologici. Il punto di partenza di Qadis risale al lavoro svolto tra gli anni ’60 e ’70 da una équipe americana diretta da Robert Mc. Adams (Università di Chicago). L’obiettivo è comprendere, grazie a metodologie e tecnologie innovative, l’evoluzione degli insediamenti e dell’utilizzo del territorio nell’area orientale della moderna regione di Qadisiyah, in Iraq centrale. I ricercatori di Qadis utilizzano immagini satellitari (Google Earth, ESRI, Bing Maps, Corona), foto da droni (sia quadricotteri, sia velivoli monoala), ricerche geoarcheologiche con carotaggi, ricognizioni sul campo e sondaggi stratigrafici. Tutte attività che nascono dalla collaborazione tra archeologi e topografi di università di Bologna, State Board of Antiquities and Heritage, università di Qadisiyah e università di Kufa. Metodologie d’indagine innovative, grazie alle quali è stato possibile scoprire nuovi siti archeologici e definire i percorsi degli antichi canali d’acqua, vere e proprie vie di comunicazione dell’antica Mesopotamia. Le immagini scattate con i droni hanno inoltre permesso di ricostruire gli impianti urbani di alcuni siti risalenti a più di 4000 anni fa, come Puzrish Dagan (Tell Drehem), Tummal (Tell Dlehim) e Umm al-Fugas.
Museo Archeologico nazionale di Napoli: alla presentazione dell’Annual Report 2018 il dg Musei del Mibac annuncia a sorpresa che il direttore Giulierini sarà confermato alla guida del Mann per il 2019-2023
L’appuntamento al museo Archeologico nazionale di Napoli erano di quelli fondamentali nell’attività di un’istituzione pubblica: la presentazione dell’Annual Report 2018, il documento che registra, in ossequio al framework di medio termine definito dal Piano strategico 2016-2019, il livello di raggiungimento degli obiettivi operativi prefissati per l’anno solare appena trascorso. Ma la notizia non è stata quella che ci si aspettava, cioè che “il 2018, per il MANN, è stato un anno in cui i numeri hanno riflesso il successo di una nuova politica di valorizzazione, basata non soltanto sulla pianificazione strategica, ma anche sull’adesione agli standard qualitativi e quantitativi stabiliti dalla rete del Sistema Museale Nazionale”. E, come scrive nella prefazione lo stesso direttore Paolo Giulierini: “Il 2018 è stato infatti un anno molto intenso, ricco di eventi e attività che hanno contribuito a consolidare l’immagine del MANN, sempre più percepito come un istituto altamente dinamico, in grado di sviluppare una politica culturale a servizio dei propri visitatori, fisici e digitali, entrambi in forte crescita”. La notizia è arrivata, a sorpresa, da uno dei partecipanti all’evento, cui erano stati invitati Patrizia Boldoni, presidente del consiglio scientifico Arti e Cultura della Regione Campania; Ludovico Solima, università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ideatore e coordinatore del Piano Strategico 2016-2019 e dei relativi report annuali; e Antonio Lampis, direttore generale Musei del Mibac. Proprio il dott. Lampis, durante la conferenza stampa, ha annunciato l’avvio del procedimento amministrativo di conferma alla guida del Mann per il direttore Paolo Giulierini nel quadriennio 2019-2023: secondo il dg Musei, infatti, “Paolo Giulierini si è dimostrato al top della perfomance sia sul piano annuale che quadriennale e ciò giustifica pienamente la sua riconferma”. E il direttore Giulierini: “Sono onorato delle parole del direttore generale e per questo ringrazio, oltre a lui, il ministro e il dott. Panebianco. Lavorare per il Mann ed essere al servizio di Napoli è un privilegio che va onorato con tutte le forze. Dobbiamo finire un lavoro e lo condurremo a termine, riportando il Mann nel suo naturale status, quello di più grande museo archeologico del mondo dell’arte classica”.



































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