Pompei. Lo scavo della Regio V restituisce un’altra eccezionale scoperta: il “tesoretto della fattucchiera”, amuleti, gemme, gioielli femminili, statuine, portafortuna indossati o portati con sé per proteggersi contro la malasorte

Il “tesoretto” di amuleti e gioielli scoperto nella casa del Giardino durante lo scavo della Regio V a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

Anche un teschio tra gli amuleti ritrovati nel “tesoretto” della Casa del Guardino a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

Amuleti, gemme, gioielli femminili, statuine, elementi decorativi; c’è anche un piccolo teschio. Sono in faïence, bronzo, osso e ambra: utilizzati per ornamento personale ma anche portafortuna indossati o portati con sé per proteggersi contro la malasorte. È il “tesoretto della fattucchiera” l’ultima eccezionale scoperta, restituitaci dallo scavo della Regio V di Pompei, in uno degli ambienti della casa del Giardino. Custoditi in una cassa in legno, e da poco restaurati e riportati al loro splendore dalle restauratrici del Laboratorio di Restauro del Parco Archeologico di Pompei, si trattava di una parte dei preziosi di famiglia, che forse gli abitanti della casa non riuscirono a portare via prima di tentare la fuga. Considerate le straordinarie condizioni di conservazione e la particolare qualità dei manufatti è stato possibile donar loro una nuova vita mediante un intervento di semplice pulitura e consolidamento con materiali reversibili. Presto i monili saranno esposti, con altri gioielli pompeiani, alla Palestra Grande, in un’esposizione che si propone come seguito di “Vanity”, la mostra da poco conclusasi, e dedicata finora al confronto di stile e manifattura di gioielli dalle Cicladi e da Pompei, oltre che da altri siti campani.

Ambre e vaghi di collana scoperti nella Casa del Giardino a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

Straordinarie paste vitree incise tra i gioielli e gli amuleti trovati nella Casa del Giardino a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

La scoperta, lo scavo. La traccia della cassa in legno che conteneva i reperti, le cui cerniere bronzee si sono ben conservate all’interno del materiale vulcanico, a differenza della parte lignea decompostasi, è stata individuata accanto all’impronta di un’altra cassa o mobile nell’angolo di uno degli ambienti di servizio, probabilmente usato come deposito. Sul fondo dell’impronta sono stati rinvenuti i numerosi oggetti preziosi, tra cui due specchi, diversi vaghi di collana, elementi decorativi in faïence, bronzo, osso e ambra, un unguentario vitreo, amuleti fallici, due frammenti di una spiga di circa 8 cm e una figura umana, entrambi in ambra, probabilmente dal valore apotropaico, e varie gemme (tra le quali una ametista con figura femminile e una corniola con figura di artigiano). Diversi pezzi si contraddistinguono per la qualità pregiata dei materiali, oltre che per la fattura. Tra le paste vitree, straordinarie sono quelle con incise, su una la testa di Dioniso, sull’altra un satiro danzante.

Durante lo scavo della Casa del Giardino nella Regio V a Pompei è stato scoperto un tesoretto di gioielli e amuleti (foto parco archeologico Pompei)

Alcuni oggetti preziosi sono stati rinvenuti anche in una altra stanza della casa, presso l’atrio, dove sono stati documentati i resti scheletrici di donne e bambini, sconvolti da scavi clandestini di età moderna (XVII – XVIII secolo), probabilmente finalizzati proprio al recupero dei preziosi che le vittime portavano con sé. Solo un anello in ferro, ancora al dito della vittima, e un amuleto di faïence sono casualmente sfuggiti a questo saccheggio.

Oggetti di ornamento personale femminili scoperti a Casa del Giardino (foto Cesare Abbate / Ansa)

“Si tratta di oggetti della vita quotidiana del mondo femminile e sono straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione”, dichiara il direttore generale Massimo Osanna. “Nella stessa casa, abbiamo scoperto una stanza con dieci vittime, tra cui donne e bambini, di cui stiamo cercando di stabilire le relazioni di parentela e ricomporre la biografia del gruppo familiare, attraverso le analisi sul DNA. E chissà che la cassetta di preziosi non appartenesse a una di queste vittime. Particolarmente interessante è l’iconografia ricorrente degli oggetti e amuleti, che invocano la fortuna, la fertilità e la protezione contro la mala sorte. E dunque i numerosi pendenti a forma di piccoli falli, o la spiga, il pugno chiuso, il teschio, la figura di Arpocrate, gli scarabei. Simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione”.

Ercolano, a Ferragosto parco archeologico gratuito. Venerdì, i percorsi serali con Ercolano by night, e domenica si esplora l’Antico Teatro scendendo tra i cunicoli aperti nella lava

Ercolano by night: il venerdì ci sono i Percorsi serali (foto parco archeologico Ercolano)

Il Ferragosto ad Ercolano è gratis. In occasione del Ferragosto, che coincide anche con la ricorrenza della Festa dell’Assunta particolarmente sentita ad Ercolano, per la prima volta gli Scavi, il Padiglione della Barca e la Mostra SplendOri resteranno aperti al pubblico con ingresso gratuito per tutti i visitatori. “Anche in questo modo”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “il Parco di Ercolano dimostra di essere aperto, inclusivo e vicino a tutti coloro che si trovano su questo splendido territorio durante la parte centrale del periodo estivo”. Ma per tutto il lungo ponte di Ferragosto il parco archeologico di Ercolano propone un’offerta che va incontro a ogni richiesta. Ogni venerdì al parco archeologico di Ercolano è possibile ammirare le rovine della cittadina vesuviana al chiaro di luna grazie al programma “I Venerdì di Ercolano”, i percorsi notturni di visite guidate e performance del programma Campania by night. Le visite, realizzate in cofinanziamento dal Parco con la SCABEC Regione Campania, e in collaborazione con il Comune di Ercolano e numerose associazioni di volontariato, offrono percorsi accompagnati al sito, arricchiti da proiezioni di luci e riproposizioni in videomapping degli affreschi e delle statue attualmente conservate al museo Archeologico nazionale di Napoli provenienti dagli scavi borbonici. Suggestivi “Tableaux Vivants”, a cura di Teatri 35, completano questo percorso tra gli incanti della città antica. Partite il 19 luglio le serate hanno registrato il tutto esaurito che ha indotto l’organizzazione a introdurre turni in lingua inglese; l’iniziativa si ripeterà fino al 21 settembre. Si accede in gruppi di massimo 40 persone ciascuno con partenze ogni 10 minuti, dalle 20 alle 24, per un percorso della durata di un’ora; l’ultimo ingresso è alle 23. I biglietti si acquistano in prevendita sul sito TicketOne e alla biglietteria del Parco (l’acquisto alla biglietteria è possibile durante la settimana e fino alle 15.30 di ogni venerdì, oltre che durante la sera stessa dell’evento, dalle 20 alle 23). Tutte le informazioni riguardo l’evento e il costo del ticket di ingresso sono disponibili sul sito ufficiale del parco archeologico di Ercolano e su quello di Campania ByNight.

L’Antico Teatro di Ercolano scoperto dai Borboni sotto 20 metri di lava (foto parco archeologico Ercolano)

E alla domenica, compresa quella della settimana di Ferragosto, si scende nelle viscere di Ercolano, tra i cunicoli aperti nella lava alla scoperta dell’Antico Teatro, con tre turni di visita. Un percorso sotterraneo unico nel suo genere concepito come una vera e propria esplorazione: i visitatori scendono sotto il materiale eruttivo a più di 20 metri attraverso scale e gallerie realizzate in età borbonica. Un viaggio nel tempo concepito come una vera ‘avventura’ archeo- speleologica, un’immersione nell’atmosfera del Grand Tour e nella brulicante vita di questo monumento antico in eccezionale stato di conservazione. I visitatori oltre ai resti dell’antico edificio possono osservare i graffiti lasciati nei secoli dai visitatori che, alla luce delle fiaccole, attraversarono nel XVIII e XIX secolo le gallerie e i pozzi creati per penetrare nelle viscere dell’antica Ercolano. Si possono ammirare persino piccole e giovani stalattiti che hanno solo 300 anni di età. Sepolto dall’eruzione del 79 d.C., fu il primo monumento a essere scoperto nei siti vesuviani colpiti dal cataclisma. Fin dalla sua scoperta, suscitò grande interesse, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, da parte dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa e diventò una tappa del Grand Tour.

Locri Epizefiri. Il museo Archeologico nazionale è temporaneamente chiuso per restauri, ma ora il museo Archeologico nazionale di Palazzo Nieddu Del Rio apre le sale dedicate alla colonia di Locri

Il museo Archeologico nazionale di Palazzo Nieddu Del Rio di Locri (Reggio Calabria)

Il teatro greco nel parco archeologico nazionale di Locri (Rc)

Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico nazionale dell’Antica Kaulon

Le sale del museo Archeologico nazionale di Locri Epizefiri, all’interno del parco archeologico, sono attualmente chiuse per restauro, legato al progetto di adeguamento sismico dell’edificio. Ma dal 10 agosto 2019 al museo Archeologico nazionale di Palazzo Nieddu Del Rio (Museo del Territorio), sempre a Locri, sono visitabili anche le sale espositive il cui allestimento è dedicato alla colonia di Locri. Il museo Archeologico nazionale di Palazzo Nieddu Del Rio racconta ai visitatori la storia del territorio della Locride partendo dalle testimonianze precedenti all’arrivo dei greci fino all’età ellenistica. Il piano terra ospita le testimonianze collegate alla vita dei popoli indigeni che abitarono in questa area prima dei Greci: in particolare, i corredi funerari da alcune delle necropoli più importanti quale, tra le altre quella di località Canale Ianchina scavata da Paolo Orsi agli inizi del ‘900. Il primo piano ospita una sezione dedicata alle collezioni e una seconda più ampia, ai risultati delle numerose scoperte effettuate in occasione della realizzazione della nuova SS 106 tra la fiumara del Torbido e quella del Condoianni partendo dal II millennio a.C. fino al II secolo a.C. Viene così completata la narrazione della storia e della archeologia locrese, come spiega il direttore Rossella Agostino: “I tre musei locresi, quindi, – due al Parco archeologico dedicati l’uno al periodo greco e l’altro alle testimonianze di età romana – e il Palazzo Nieddu, dedicato al periodo anteriore alla fondazione della colonia e alle scoperte dal territorio, offriranno al pubblico una visione completa della Locride tra IX a.C. fino ad età tardo antica”. Ovviamente anche se il museo Archeologico nazionale di Locri è temporaneamente chiuso, sono regolarmente aperti sia il parco archeologico sia il complesso museale Casino Macrì, dal martedì alla domenica dalle 9 alle 20 con ultimo ingresso alle 19.

Mostra “Magnifici ritorni”. L’archeologo Godard: “I capolavori di Aquileia – in mostra ce ne sono 110 – appartengono al mondo classico e al mondo cristiano, che sono alle fondamenta dell’Europa. Aquileia si mostra come luogo di dialogo privilegiato tra i vari popoli, dove si può elaborare una sintesi tra culture diverse”

Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, tra le vetrine della mostra “Magnifici ritorni” (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Magnifici Ritorni. Tesori aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum di Vienna” dall’8 giugno al 20 ottobre 2019

“La mostra di Aquileia Magnifici ritorni è nata dalla collaborazione della Fondazione Aquileia con il Kunsthistorisches Museum di Vienna. È una splendida collaborazione di respiro europeo che insiste sul destino europeo di Aquileia, mostrando capolavori che appartengono al mondo classico e al mondo cristiano. Se pensiamo che l’eredità classica e quella cristiana sono alle fondamenta dell’Europa, possiamo capire meglio la valenza dell’esposizione aquileiese che illustra con reperti unici proprio tutti e due i pilastri della cultura europea”. Inizia così la prolusione dell’archeologo Louis Godart alla presentazione della mostra “Magnifici ritorni. I tesori aquileiesi conservati al Kunsthistorisches Museum di Vienna” aperta al museo Archeologico nazionale di Aquileia fino al 20 ottobre 2019. Organizzata dalla Fondazione Aquileia, dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna con il patrocinio del Comune di Aquileia e in collaborazione con Fondazione So.co.Ba per celebrare i 2200 dalla fondazione dell’antica città romana, la mostra riporta ad Aquileia, a distanza di quasi 200 anni, alcuni tra i più importanti reperti archeologici restituiti dal ricchissimo sottosuolo aquileiese, attualmente esposti nella collezione permanente del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Un viaggio nel tempo che, grazie ai 110 reperti del Kunsthistorisches, ci trasporta nell’Aquileia di 2200 anni fa ma anche nell’Aquileia dell’Ottocento quando la città era parte dell’Impero asburgico e le raccolte viennesi rappresentavano l’alternativa istituzionale al collezionismo privato delle famiglie locali e alla dispersione del materiale sul mercato antiquario.

Testa di Demetra-Iside, marmo del I sec. d.C., espressione di regalità e abbondanza anche per i romani. L’opera è conservata al Kunsthistorishes Museum di Vienna (foto Graziano Tavan)

L’archeologo accademico Louis Godart (foto Graziano Tavan)

“Come si manifesta l’antichità classica ad Aquileia?”, si chiede Godart. “Il territorio di Aquileia da sempre apre orizzonti verso l’Europa del Nord e Orientale, ma anche verso l’Europa Occidentale. Aquileia si mostra dunque come luogo di dialogo privilegiato tra culture diverse, dove si può elaborare una sintesi tra culture diverse. Troviamo così tra i reperti provenienti da Aquileia divinità che appartengono al pantheon romano ma anche a realtà estranee al mondo romano, come le divinità egizie. È un bellissimo esempio della tolleranza che gli antichi avevano nei confronti delle altre religioni. Il successo dell’impero romano – e non è un caso – è legato all’estrema tolleranza verso le religioni dei popoli sottomessi, realizzata inserendo nel pantheon romano le divinità straniere”.

Rilievo in marmo che uccide il toro trovato ad Aquileia, oggi al Kunsthistorisches museum di Vienna: il culto arrivò dall’Oriente portato dai legionari (foto Graziano Tavan)

“Mi chiedo”, continua l’archeologo: “questa tolleranza esiste ancora? Temo di no. Alle porte dell’Europa ci sono tendenze che vanno a cozzare contro quella tolleranza che invece emerge nel mondo classico. In questo senso è esemplare quanto “codificato” della tragedia greca di Eschilo Le supplici, scritta 2500 anni fa, che illustra una storia di profughe. Le protagoniste in questione sono le 50 figlie di Danao, le cosiddette Danaidi, che lo zio Egitto – fratello gemello di Danao con il quale condivideva la sovranità dell’Egitto – voleva andassero in sposa ai suoi 50 figli. Le Danaidi rifiutano il matrimonio con i cugini e fuggono ad Argo, in Grecia. Qui supplicano accoglienza al re di Argo. Nota che sono straniere perché hanno il colore della pelle diversa. Così chiede loro cosa vogliono o cercano. Per loro parla il padre Danao che spiega che le sue figlie chiedono ospitalità. Allora il re invita Danao a partecipare all’assemblea del popolo. E al suo ritorno Danao spiega alle figlie che Argo le accoglie. Ma quell’accoglienza va meritata e onorata. Come? Rispettando gli dei di Argo e ubbidendo alle leggi della città. Un insegnamento che dovrebbe essere preso ad esempio anche oggi”.

La croce bronzea Chrismon trovata ad Aquileia e oggi a Vienna al Kunsthistorishes Museum (foto Graziano Tavan)

Come si manifesta l’eredità cristiana ad Aquileia? “C’è un oggetto che parla per tutti”, indica Godart: “è la Croce di Aquileia, con l’alfa e l’omega, che è proprio la rappresentazione del messaggio cristiano. La massiccia croce bronzea è stata ritrovata intorno alla metà dell’Ottocento, durante i lavori per l’aratura di un vigneto in località Monastero, poi donata a Vienna dal barone Ettore von Ritter. La croce richiama il simbolo del Chrismon, dato dall’intersezione delle iniziali del nome greco di Cristo (cioè le lettere Chi e Ro), e rappresenta uno dei simboli cristiani più antichi, con le lettere alpha e omega appese al braccio orizzontale della croce latina. “Il significato – chiude Godart – è legato all’origine e alla fine ultima della creazione divina, come si legge nelle parole della Bibbia “Io sono l’Alpha e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine” (Apocalisse 22:13-21)”.

Venezia. A Palazzo Grimani la mostra “Domus Grimani 1594 – 2019” che celebra, dopo oltre quattro secoli, il ritorno a Palazzo Grimani della collezione di statue classiche (sculture, marmi, vasi, bronzi e gemme) appartenuta al patriarca di Aquileia, Giovanni Grimani

La locandina della mostra “Domus Grimani 1494 -2019” fino al 31 maggio 2021

Sculture, marmi, vasi, bronzi e gemme: costituivano la collezione di antichità di Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia, erede col fratello Vettore, procuratore di San Marco, del doge Antonio Grimani, il primo proprietario del palazzo veneziano in Santa Maria Formosa. È proprio in Palazzo Grimani che Giovanni collocò la sua collezione, con le sculture più importanti esposte nel cosiddetto “Camerino delle Antichità”. Nel 1587 il patriarca decise di donare la collezione di sculture provenienti dalla sua wunderkammer alla Repubblica di Venezia. Dopo la sua morte, le sculture, che oggi fanno parte della collezione del museo Archeologico di Venezia, furono collocate nell’antisala della Biblioteca Marciana progettata da Vincenzo Scamozzi, conosciuta come lo Statuario della Repubblica di Venezia. E poiché il famoso soffitto dello Statuario da febbraio 2019 è sottoposto a un importante intervento di restauro, che durerà almeno due anni, tutte le sculture che decorano le pareti della sala sono state rimosse, offrendo un’occasione unica per riportare temporaneamente, dopo più di 400 anni, la Collezione Grimani nella sua collocazione originale. È nata così l’eccezionale mostra “DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” (fino al 30 maggio 2021), curata da Daniele Ferrara, direttore del Polo museale del Veneto, e Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage. Prodotta da Civita Tre Venezie, l’operazione – che gode del patrocinio della Regione del Veneto ed è realizzata in collaborazione con UNESCO – è resa possibile grazie al sostegno di Venetian Heritage, di un donatore anonimo, della Helen Frankenthaler Foundation di New York e Gagosian. Inoltre, con il sostegno della Michelangelo Foundation e di Lady Monika del Campo Bacardi. Il catalogo edito da Marsilio, oltre ad approfondire la storia della collezione Grimani, ne rivela la sua straordinaria bellezza, grazie a una importante campagna fotografica realizzata per l’occasione.

La Tribuna di Palazzo Grimani come l’ha pensata Giovanni Grimani con le statue antiche (foto Venetian Heritage)

Un disegno dello Zanetti del 1736 “fotografa” la Tribuna Grimani prima del suo smantellamento (foto Venetian Heritage)

Il fulcro di “DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” è la ricostruzione di uno dei più significativi episodi della museologia europea – la Tribuna del patriarca Giovanni, ancora integra nella sua struttura architettonica – accompagnata dall’esposizione di arredi e opere nelle sale antecedenti, con l’intento di ricreare la decorazione di una dimora aristocratica del XVI e di restituire così ai visitatori l’atmosfera di un luogo che, grazie a questo progetto, torna protagonista dell’offerta culturale veneziana attraverso un allestimento ispirato all’estetica della “casa-museo”. Il percorso espositivo si sviluppa nell’infilata di sale che conducono al Camerino delle Antichità, accessibile solo attraverso il suo unico ingresso originale dal quale il patriarca Giovanni soleva accogliere gli ospiti più illustri. La Tribuna, infatti, subì nei secoli alcune trasformazioni, come l’apertura di una grande finestra e della seconda porta che immette nella così detta sala Neoclassica, adibita a camera da letto durante la seconda metà del Settecento. Attraverso l’istallazione delle due nicchie architettoniche temporanee, ricostruite per l’occasione a imitazione di quelle già esistenti, è stato ricreato l’aspetto originale dello spazio.

Il Ratto di Ganimede sospeso al centro della Tribuna chiusa da vele a cassettoni che ricordano il Pantheon (foto Polo museale Veneto)

Il patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, ritratto attribuito a Domenico Tintoretto

Giovanni Grimani fu raffinato collezionista, influenzato dal grande interesse che la sua famiglia nutriva da sempre per l’arte e il bello. Lo stesso Palazzo Grimani è una preziosa rarità per via della sua conformazione architettonica che richiama la domus romana e i modelli rinascimentali della città papale. Mèta culturale frequentata da eruditi, letterati, artisti, sovrani e personaggi di rilievo in visita a Venezia, deve il suo aspetto agli interventi realizzati da Vittore Grimani e suo fratello Giovanni durante il XVI secolo e può vantare decorazioni di impronta manierista tosco-romana, con affreschi e stucchi di Francesco Salviati, Federico Zuccari e Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Figlio minore di Girolamo Grimani, a sua volta figlio del doge Antonio, Giovanni fu creato Patriarca di Aquileia nel 1545 e in quegli anni decise di ampliare il palazzo e realizzare la Tribuna, che insieme alle stanze che la precedono e altri ambienti della dimora, raccoglieva la sua preziosa collezione di antichità. Per questo, oltre alla ricostituzione della Tribuna, l’allestimento coinvolge anche le stanze immediatamente antecedenti in cui ammirare arredi d’epoca, arazzi, quadri e oggetti evocativi di un’epoca e di uno stile di vita unici nel loro genere.

La particolare manifattura fiorentina del Tavolo Grimani, oggi parte di una collezione privata di Zurigo

Palazzo Grimani: il particolare soffitto della Sala dei Fogliami (foto Palazzo Grimani)

Nella Sala dei Fogliami, così denominata per l’affresco a soffitto che ritrae una selva lussureggiante, viene eccezionalmente esposto uno dei due preziosissimi tavoli tardo rinascimentali marmorei – con piano in marmi antichi e lapislazzuli, di manifattura romana della fine del XVI secolo – che fino al 1829 si trovavano a palazzo. Nel 1829 il tavolo fu venduto da Michele Grimani, ultimo erede del ramo di Santa Maria Formosa, a Henry Greville, III Conte di Warwick, per il castello di Warwick in Inghilterra. Nel 2015 il tavolo fu messo all’incanto dalla casa d’aste Sotheby’s e attualmente è di proprietà di un collezionista privato. Grazie a una fruttuosa collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, poi, sono esposti alcuni arredi cinquecenteschi conservati nei depositi del Museo Correr restaurati per l’occasione. Primo fra tutti l’arazzo cinquecentesco di manifattura medicea, eseguito su cartone del Salviati e molto probabilmente commissionato dai Grimani, esposto per la prima volta dopo un accurato intervento di restauro conservativo. Tra le altre importanti opere che arricchiscono il percorso espositivo un dipinto di Pomponio Amalteo raffigurante Sansone, il dipinto su tavola con una copia di Leda e il Cigno da Michelangelo, nonché un frammento di paliotto d’altare eseguito dall’arazziere Johan Rost, raffigurante il doge Antonio Grimani, realizzato nel 1554 per la Basilica di San Marco. Altre importanti opere provengono dalla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, come gli alari in bronzo da camino di Girolamo Campagna e il grande tavolo ligneo cinquecentesco, su cui sono esposti alcuni bronzetti di Jacopo Sansovino e Tiziano Aspetti, scultore-restauratore di Giovanni Grimani, che aveva il suo atelier proprio a palazzo.

“DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” per far rivivere un momento della storia di Venezia nel XVI secolo si affida anche alle tecnologie più all’avanguardia in modo da rendere vivo e vitale un passato che può ancora stupire e affascinare. Per questo motivo sono state previste delle audioguide che accompagneranno i visitatori all’interno delle sale. E per sottolineare l’eccezionalità della mostra, sono state scelte due voci particolarmente speciali: la versione in italiano sarà infatti recitata da Isabella Rossellini, mentre quella in inglese da Jude Law, membro onorario di Venetian Heritage. Palazzo Grimani rivive anche attraverso un progetto ad hoc ideato in collaborazione con ETT, azienda leader nel settore dello sviluppo di soluzioni tecnologiche per l’arte e la cultura. Grazie a visori VR da indossare durante la visita, le stanze riveleranno dettagli nascosti: sarà possibile, infatti, ammirare altre statue all’interno delle Tribuna – tra cui i Galati che il Patriarca Giovanni aveva sistemato a pavimento – oppure le statue che fino al XIX secolo adornavano il cortile. Importante anche il lavoro di Factum Arte, tra i più importanti creatori di contenuti multimediali per l’arte a livello internazionale. Grazie al loro intervento è stata ricreata la tela che adornava il soffitto dell’anti Tribuna raffigurante Disputa tra Minerva e Nettuno di Giuseppe Porta, detto Salviati. Infine, la Tribuna Grimani si dota di un nuovo progetto illuminotecnico a cura di iGuzzini: lavori permanenti che permetteranno anche in futuro di apprezzare lo spazio in tutta la sua spettacolarità attraverso scelte curatoriali e ingegneristiche all’avanguardia sia dal punto di vista della fruizione che da quello del risparmio energetico.

Antica Kaulon (Monasterace, Rc). Opportunità speciale per ammirare, anche con visite guidate, il Mosaico ellenistico dei draghi e dei delfini, tra i più grandi mai scoperti nella Magna Grecia, nelle terme del parco archeologico

La scoperta della sala dei draghi e dei delfini nell’antica Kaulon

Il parco archeologico dell’Antica Kaulon a Monasterace (Reggio Calabria)

È un mare popolato di draghi, delfini e ippocampi quello che lambiva l’Antica Kaulon, splendida città magnogreca, la cui fondazione risale all’VIII secolo a.C., identificato dall’archeologo Paolo Orsi agli inizi del Novecento e localizzato nell’odierna cittadina di Monasterace Marina (Reggio Calabria). Lo testimonia uno straordinario mosaico scoperto nel 2012 in uno dei rari edifici termali greci rinvenuti nel Sud Italia: i leggendari animali sono raffigurati in uno splendido mosaico policromo, risalente alla fine del IV secolo a.C., quindi il più antico mosaico della Calabria e tra le più grandi opere musive dell’epoca ellenistica, che fa parte di un quadro più ampio, che misura venticinque metri quadrati. Dopo la scoperta, a cura della soprintendenza Archeologica della Calabria il mosaico ad oggi ricordato come uno dei più importanti e dei più antichi ritrovati in Magna Grecia, è stato ricoperto per una sua opportuna tutela e conservazione, dopo un intervento di restauro conservativo finalizzato alla messa in sicurezza delle parti più deteriorate. Ma in questa settimana, per pochi giorni, lo si può ammirare in tutta la sua bellezza.

La locandina dell’esposizione temporanea del Mosaico dei draghi e dei delfini nel parco archeologico dell’Antica Kaulon

museo Archeologico nazionale dell’Antica Kaulon

Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico nazionale dell’Antica Kaulon

Mosaico dei draghi e dei delfini. Fino al 16 agosto 2019 appuntamento al parco archeologico di Kaulonia, centro coloniale acheo, odierna Monasterace Marina, per l’esposizione temporanea del Mosaico dei draghi, delfini e ippocampi: “Il manufatto, pertinente a uno ambiente termale di un complesso monumentale pubblico di IV secolo a.C. abbandonato nel corso del II secolo a.C.”, interviene Rossella Agostino, direttore del museo e parco archeologico dell’Antica Kaulon, afferente al Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello, “è infatti un formidabile “attrattore” del sito archeologico cauloniate e grazie alla collaborazione di sponsor interessati fattivamente alla valorizzazione del sito – Ditta Falcomar s.r.l., Lions Club Monasterace – Kaulon, Cooperativa Vivikaulon e Restauro Opere d’Arte Giuseppe Mantella – si è programmata la sua apertura nel periodo che solitamente vede una maggiore una maggiore affluenza di turisti in questo bel tratto di litorale ionico meridionale”.

Dettaglio del grande mosaico dei draghi e dei delfini del complesso termale al parco archeologico dell’Antica Kaulon

Il mosaico, di circa 30 mq e databile tra fine IV- inizio III secolo a C., costituisce il piano pavimentale centrale di un lungo vano con piscina per il bagno caldo di un edificio termale, eretto su un edificio pubblico già esistente, munito di ambienti di rappresentanza e di servizio. Colpisce la particolare ricchezza dei motivi e dei soggetti decorativi scelti – delfini, draghi, ippocampi – e la loro composizione armoniosa con particolari tecnici quali l’uso di lamine in piombo per delineare i profili dei delfini. Lo schema compositivo del mosaico – realizzato con tessere policrome in pietra naturale, ceramica e terracotta di varie forme e dimensioni – pone al centro sei medaglioni con motivi floreali, delimitati da più listelli colorati, la cui particolare composizione dà luogo a una visione prospettica, mentre sul lato occidentale e meridionale sono disposti stretti e lunghi pannelli con figure di animali marini (draghi, delfini e ippocampo) affrontati per coppie. Un particolare decorativo è costituito inoltre, in prossimità dell’accesso alla sala, da una rosetta circolare a 12 petali.

La locandina del programma delle visite guidate al mosaico dei draghi e dei delfini dell’Antica Kaulon

Non solo visite guidate. In occasione dell’esposizione temporanea del mosaico dei draghi e dei delfini, che vede la presenza anche della Capitaneria di Porto-Guardia Costiera e dell’Arma dei Carabinieri, sono previste visite guidate a cura dei Servizi aggiuntivi, Vivikaulon, nei giorni 4, 9, 11, 14, 16 agosto 2019, organizzate in tre turni, rispettivamente alle ore 16, 17 e 18. Costo di 4 euro a persona per l’ingresso a museo e parco (il biglietto va acquistato obbligatoriamente al bookshop del museo), costo di 3 euro a persona per la visita guidata (gratuita fino ai 10 anni). Consigliata la prenotazione: 340.0742442, 328.7378995, email: vivikaulon@gmail.com). Il punto di incontro al museo dove è opportuno presentarsi 30 minuti prima dell’inizio della visita. Infine giovedì 8 agosto 2019, incontro serale nel giardino del museo archeologico a cura dei Lions Club Monasterace-Kaulon.

Preistoria. Nelle acque salentine dell’area protetta di Torre Guaceto una missione archeologica subacquea italo-tedesca cerca l’anello mancante tra le origini mesopotamiche delle immagini e il suo ritrovamento in Germania del famoso Disco di Nebra, la più antica raffigurazione del cielo

L’area marina protetta di Torre Guaceto (Brindisi) con insediamenti protostorici fortificati

Il team di ricercatori impegnati nelle ricerche archeologiche subacquee del progetto Disco di Nebra

È la più antica raffigurazione del cielo: un’opera dallo straordinario valore storico e archeologico. Stiamo parlando del famoso Disco di Nebra, su lastra in bronzo con lamine d’oro: fu deposto intorno al 1600 a.C. tra i boschi del Mittelberg (Germania), dove fu rinvenuto nel 1999 da clandestini insieme ad armi e ornamenti in bronzo. E oggi è conservato nel museo archeologico di Halle. Ma le origini delle immagini, la rappresentazione dei fenomeni astronomici sul disco di Nebra non sono dei popoli del Centro-Europa dell’età del Bronzo ma vanno ricercati in Egitto e in Mesopotamia. Per trovare un collegamento del Disco di Nebra con il Vicino Oriente i ricercatori dell’università di Halle stanno cercando indizi al largo della costa brindisina e leccese, utilizzando SeaCat, un modernissimo veicolo autonomo sottomarino progettato e messo a disposizione da Atlas Elektronik. I ricercatori della Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt di Halle, della soprintendenza tedesca e di quella di Brindisi Lecce Taranto hanno iniziato le ricerche archeologiche subacquee nell’area marina protetta di Torre Guaceto; si proseguirà a Roca Vecchia di Melendugno. “Si cerca il collegamento mancante”, spiega François Bertemes, docente di archeologia preistorica alla Martin-Luther Universität di Halle -. Sappiamo che le origini delle immagini, la rappresentazione dei fenomeni astronomici sul disco di Nebra sono in Egitto e in Mesopotamia. Ma non sappiamo in che modo questa informazione è arrivata in Europa”.

Il famoso disco di Nebra (museo di Halle, in Sassonia) dell’età del Bronzo, una delle più antiche rappresentazioni del cielo

Il Disco di Nebra. La piastra metallica, di forma quasi circolare, con un diametro di circa 32 centimetri, uno spessore di 4,5 mm al centro e di 1,7 mm sul bordo, pesa circa 2 kg, ed è costruita in bronzo, una lega di rame e stagno. Le applicazioni in lamina d’oro presentano una tecnica particolare di lavorazione ad intarsio e sono state aggiunte e più volte modificate. Grazie ad altri ritrovamenti (spade di bronzo, due asce, uno scalpello e frammenti di un bracciale a forma di spirale) è presumibile che il disco sia stato sotterrato intorno al 1600 a.C., mentre la data di fabbricazione viene stimata tra il 1700 e il 2100 a.C. Queste applicazioni consistevano inizialmente in 32 piccole placche rotonde, e due più grandi, una rotonda e una a forma di falce; sette delle placche più piccole sono raggruppate in alto tra le due maggiori. Più tardi sul bordo destro e sinistro furono applicati i cosiddetti archi dell’orizzonte, costituiti da oro estratto in altri luoghi, meno puro dal punto di vista chimico; per poterli applicare una delle placche più piccole fu spostata dalla parte sinistra verso il centro, e altre due sulla parte destra furono ricoperte; così, oggi sono visibili solo 30 placche minori. In un ultimo tempo è stato aggiunto un altro arco sul bordo inferiore, ancora una volta con oro di diversa provenienza. Questa specie di barca solare è formata da due linee quasi parallele con sottili tratteggi intagliati sugli angoli esterni. Secondo l’interpretazione dell’archeologo Harald Meller (Ente per l’Archeologia e la conservazione dei monumenti storici di Halle) e dell’ astronomo Wolfhard Schlosser (università di Bochum) le placche più piccole rappresentano le stelle, e il gruppo di sette rappresenta forse le Pleiadi visibili nella costellazione del Toro. Si ritiene che le altre 25 non siano astri, ma semplici decorazioni. Il disco maggiore in un primo momento fu considerato il Sole ma anche la Luna, mentre la falce era la luna crescente. L’insieme dei corpi celesti nel cielo ad ovest, poco prima del tramonto, formato a periodi alterni dalle Pleiadi con la Luna crescente e con la Luna piena, nell’età del bronzo coincideva, rispettivamente, con il 10 marzo e il 17 ottobre; perciò il disco potrebbe essere servito a ricordare il periodo adatto per i lavori dell’agricoltura, dalla preparazione del terreno fino al termine del raccolto.

“La missione prende il via nelle acque della Riserva sulle cui coste sono presenti due insediamenti protostorici fortificati, Torre Guaceto e scogli di Apani, realizzando una mappatura completa dei fondali attorno a essi”, interviene Rino Scarano, specialista per gli studi sull’età del Bronzo in Puglia, archeologo del Consorzio di Gestione di Torre Guaceto che, insieme al Comune di Melendugno, sostiene questa ricerca archeologica subacquea nell’ambito del progetto di cooperazione internazionale siglato tra i due uffici di soprintendenza, con Atlas Elektronik GmbH di Brema sponsor tecnologico del progetto, in collaborazione con il Cetma di Mesagne. E la soprintendente Maria Piccarreta: “La soprintendenza con il Consorzio di Torre Guaceto e l’Amministrazione comunale di Melendugno guidano, da qualche tempo, un rinnovato fermento culturale in questi luoghi. Grazie a questa ricerca l’attenzione si concentrerà in particolare sul ricco patrimonio subacqueo prospiciente Torre Guaceto e Roca Vecchia. La ricognizione eseguita con i colleghi tedeschi ci permetterà di svelare qualche mistero su queste affascinanti vicende che legano sorprendentemente il nostro Salento alla Germania, dove si trova oggi il disco”. Conclude Corrado Tarantino, presidente del Consorzio: “Torre Guaceto ed il suo immenso patrimonio naturalistico ed archeologico non smettono di stupirci. Siamo orgogliosi di far parte della cordata che ha dato vita a questa missione. Attendiamo i risultati della ricerca e, come sempre, lavoriamo tutti uniti per la tutela di Torre Guaceto in tutte le sue parti e la sua promozione”.

Nel nome di Paolo Orsi. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria la mostra “Paolo Orsi. Alle origini dell’archeologia tra Calabria e Sicilia”, con oltre 230 reperti, omaggio all’archeologo roveretano fondatore dell’archeologia moderna, “papà” del MArRC, per 40 anni protagonista della ricerca tra Calabria e Sicilia

Il manifesto della mostra al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria “Paolo Orsi. Alle origini dell’archeologia tra Calabria e Sicilia” fino all’8 settembre 2019

Un’immagine dell’archeologo roveretano Paolo Orsi in mostra a Reggio Calabria (foto MArRC)

Nel nome di Paolo Orsi. Proprio a lui, autentica autorità nel mondo della ricerca archeologica, al quale si devono i principali ritrovamenti in Calabria e Sicilia, insieme a una metodologia di ricerca e di analisi e un rigore di ricostruzione dei contesti umani e ambientali che ancora oggi costituiscono un modello di riferimento per archeologi, antropologi culturali e restauratori, è dedicata la mostra-evento dell’estate al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, museo che fu proprio Orsi a ideare e a proporne la nascita, concepito come lo scrigno prezioso in cui raccogliere i reperti provenienti dagli scavi in tutto il territorio regionale. Tra i meriti indiscussi dello studioso, considerato tra i fondatori dell’archeologia moderna, vi è quello di avere ipotizzato e ricostruito per primo le relazioni tra le popolazioni di Calabria e Sicilia, che si sono mantenute strette nel corso dei secoli fin dall’antichità. Fino all’8 settembre 2019, al livello E del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, è aperta la mostra “Paolo Orsi. Alle origini dell’archeologia tra Calabria e Sicilia”, a cura del direttore del MArRC Carmelo Malacrino e Maria Musumeci, già alla direzione del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa. Il progetto è co-finanziato dalla Regione Calabria nell’ambito di un programma europeo di valorizzazione del sistema dei Beni Culturali e per la qualificazione e il rafforzamento dell’attuale offerta culturale presente in Calabria annualità 2018. “Paolo Orsi può essere considerato il primo narratore della grande cultura di questi nostri meravigliosi luoghi e dei popoli che li hanno abitati”, spiega Malacrino. “La sua passione nella ricerca attraverso lo scavo e lo studio si univa al rigore dello scienziato positivista nell’annotare dettagli, riflessioni, ipotesi ricostruttive sui suoi taccuini, tanto da essere un esempio da seguire anche oggi per gli specialisti. Sulle tracce di Orsi, in collaborazione col museo Archeologico regionale di Siracusa a lui intitolato, proponiamo ai nostri visitatori un percorso straordinario alle origini dell’archeologia”.

La Gorgone dal museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa (foto MArRC)

Oltre 230 reperti sono esposti in un percorso storico-biografico-tematico articolato attraverso differenti strumenti di comunicazione e apparati didattici, per offrire ai visitatori un unico e straordinario, suggestivo racconto della Calabria e della Sicilia sulle tracce dell’attività svolta da Paolo Orsi in più di quarant’anni. L’allestimento presenta, nella sezione introduttiva, la personalità scientifica e la biografia personale e professionale di Paolo Orsi. I risultati dei principali contesti di ricerca sono esposti secondo un criterio di datazione cronologica in cinque sezioni: Preistoria e Protostoria della Sicilia e della Calabria (dal III millennio all’VIII secolo a.C.), Città e Santuari dei Greci d’Occidente (dal VII al IV secolo a.C.), Sicilia e Magna Grecia in età romana (dal III secolo a.C. al VI d.C.), il Medioevo (fino al XIV secolo d.C.). Tra i meriti riconosciuti a Orsi dagli studiosi vi è, infatti, anche quello di avere per primo indagato il periodo medioevale e, in particolare, a cavallo tra la dominazione bizantina e quella normanna.

Il direttore del MArRC, Carmelo Malacrino, alla mostra “Paolo Orsi. Alle origini dell’archeologia tra Calabria e Sicilia” (foto StrettoWeb / Salvatore Dato)

“Paolo Orsi è una figura eccezionale e complessa”, riprende Malacrino. “Ha improntato tutta la sua attività appassionata e rigorosa sullo scavo in luoghi spesso impervi e inesplorati, il recupero dei materiali rinvenuti, la salvaguardia del patrimonio culturale e la valorizzazione del territorio. L’archeologo di Rovereto ha contribuito in maniera decisiva alla conoscenza del passato della Calabria, nell’ambito di una visione illuminata della cultura come strumento di riscatto di un territorio e di progresso. Fu proprio Orsi – continua il direttore – a sognare un grande museo Archeologico nazionale a Reggio Calabria, capace di unificare in una sola storia le diverse realtà territoriali. Mostrò così una straordinaria capacità di costruzione di una sola identità culturale calabrese, superando i provincialismi. Questa mostra inaugura una collaborazione con il prestigioso museo Archeologico di Siracusa intitolato a Orsi con l’intento di presentare al pubblico la vita e le scoperte archeologiche di questa figura affascinante come occasione per conoscere o riscoprire il patrimonio culturale di due regioni che sono rimaste in stretta relazione, nel corso della storia, condividendo abitudini, tradizioni, esperienze”.

Il meraviglioso complesso statutario del Cavaliere di Marafioti, conservato al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

I reperti testimonial dell’esposizione sono due capolavori dell’arte greca occidentale, entrambi datati V secolo a.C.: il meraviglioso complesso statutario del Cavaliere di Marafioti, della collezione del MArRC, e la seducente seppur mostruosa Gorgone-Medusa, bene culturale del patrimonio archeologico del museo siracusano. Le opere, che sono i “fiori all’occhiello” dei due istituti museali organizzatori, accolgono i visitatori all’ingresso alla mostra, per introdurli al fascino senza tempo di un viaggio straordinario sulle tracce dei reperti rinvenuti da Paolo Orsi nei suoi scavi in Calabria e Sicilia.

Una vetrina dell’allestimento della mostra “Paolo Orsi” con alcune terrecotte da Locri Epizefiri (foto MArRC)

Tra gli oggetti in mostra più suggestivi si segnalano, della collezione del MArRC: gli elementi architettonici di Reggio, di età tardo-arcaica, provenienti dagli scavi dell’Odeon e nell’area in cui è stato costruito il Palazzo della Prefettura; una protome femminile di grandi dimensioni del VI secolo a.C. e una serie di eccezionali pinakes (tavolette in terracotta) del V secolo a.C., provenienti dal Santuario dedicato a Persefone nella valle della Mannella, nell’antica Locri-Epizefiri; un delicato Busto di Afrodite in terracotta con in braccio Eros, del V secolo a.C., proveniente dall’antica Medma. Della collezione del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa: una lekythos (vaso porta unguenti) del V secolo a.C. proveniente da Gela, di alto valore artistico e straordinaria intensità, che ritrae una donna a piedi scalzi e lo sguardo rivolto all’indietro, con indosso un chitone nero e un himation (mantello) raccolto sulla spalla; un’antefissa silenica rinvenuta nella stessa area della Sicilia centrale, tipica della produzione siceliota tra il VI e il IV secolo a.C.; una coppa (kotyle) a tema erotico del VI secolo a.C., che raffigura una scena orgiastica e reca sotto il piede un’iscrizione graffita che attesterebbe la vitalità dell’ethnos indigeno ancora nel VI secolo a.C.; una serie di piatti in maiolica invetriata di epoca medioevale trovati negli scavi nell’area di Siracusa, che testimoniano le influenze arabe nella produzione artistica normanna.

Paolo Orsi con i Dioscuri scoperti a Locri Epizefiri (foto da http://www.giornalesentire.it)

A disposizione dei visitatori un servizio di audioguide in quattro lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo), per offrire un’esperienza di conoscenza approfondita e coinvolgente, nella scoperta a ritroso nel tempo della storia biografica e professionale di Paolo Orsi e, insieme, degli eccezionali risultati della sua attività di archeologo attraverso lo scavo e lo studio in Calabria e Sicilia. E un ricco catalogo, di alto profilo scientifico, che accoglie i contributi degli specialisti in un indice che ripercorre la linea temporale del piano mostra. Il corredo iconografico comprende fotografie originali dell’archivio del MArRC. Tra gli apparati didattici rivolti soprattutto ai ragazzi, è a disposizione una lavagna interattiva, per la ricostruzione storica in una rete di percorsi tematici sulle orme di Paolo Orsi. In un meraviglioso viaggio nel tempo, si potrà conoscere meglio il lavoro dell’archeologo e gli strumenti che usa, il contesto sociale e culturale in cui operò l’illustre intellettuale cui è intitolata la mostra, ruoli e istituzioni nell’ambito dei Beni Culturali, le collezioni dei due principali musei della Calabria e della Sicilia organizzatori, i luoghi in cui avvennero i ritrovamenti di Orsi nelle due regioni e le civiltà che le abitarono.

Scavi clandestini, saccheggio e traffico di reperti archeologici: da Pompei parte un modello pilota. Firmato un protocollo d’intesa con il Tribunale di Torre Annunziata. Il caso di Civita Giuliana

La firma del protocollo d’intesa tra il procuratore del Tribunale di Torre Annunziata, procuratore Pierpaolo Filippelli, e il Parco archeologico di Pompei, dg Massimo Osanna (foto parco archeologico di Pompei)

Il caso di Civita Giuliana era stato emblematico. Ricordate i titoli? “Straordinaria scoperta tra i cunicoli di scavi clandestini di Civita Giuliana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/08/straordinaria-scoperta-tra-i-cunicoli-di-scavi-clandestini-a-civita-giuliana-appena-fuori-le-mura-nord-di-pompei-trovata-una-villa-suburbana-in-ottimo-stato-di-conservazione-per-evitare-fake-news-e/). E ancora: “A Civita Giuliana, nel settore non danneggiato irrimediabilmente dai tombaroli, trovati una stalla con cavalli di razza e una mangiatoia, e una sepoltura di età imperiale” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/11/pompei-osanna-contro-le-fake-news-ecco-la-descrizione-scientifica-delle-eccezionali-scoperte-nella-villa-suburbana-di-civita-giuliana-nel-settore-per-fortuna-non-danneggiato-irrimediabilme/). Scavi clandestini. Una piaga. Ma da Pompei arriva una risposta che potrebbe essere d’esempio per altre aree d’Italia con la firma, giovedì 1° agosto 2019, di un protocollo d’intesa tra il Parco archeologico di Pompei e il Tribunale di Torre Annunziata. Da Pompei parte dunque un modello pilota per contrastare il saccheggio e il traffico di reperti archeologici che è l’obbiettivo alla base dalla collaborazione istituzionale tra il Parco archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, già avviata con successo da tempo e che si è formalizzato, appunto con la firma del protocollo d’intesa tra il procuratore F.F, Pierpaolo Filippelli, e il direttore generale, Massimo Osanna.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri

Il territorio di competenza del Parco archeologico di Pompei, in particolare l’area suburbana dove sono presenti vari insediamenti (tra cui alcune ville e necropoli), la cui tutela è anche tra gli obbiettivi di natura giurisdizionale della Procura, è stato interessato negli anni da diversi episodi di danneggiamento e di furto. Scopo del protocollo è l’attivazione di un costante e rapido canale di scambio di informazioni e notizie e l’attuazione di procedure condivise, nel rispetto delle reciproche attribuzioni e competenze, volte ad interrompere l’azione criminale e arrestare la spoliazione di siti archeologici, spesso reiterata, scongiurandone la prosecuzione. L’ efficace operazione congiunta degli scorsi anni, che ha visti impegnati il Parco e la Procura, assieme agli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli per salvare il patrimonio archeologico in pericolo presso l’area suburbana di Civita Giuliana (nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei), oggetto di cunicoli clandestini, ha sottolineato l’importanza di formalizzare le buone prassi operative avviate, allo scopo di creare uno strumento modello da riproporre in diverse situazioni. In quel caso la Procura che da tempo aveva rilevato l’esistenza di attività illecite di tombaroli aveva richiesto al Parco archeologico di avviare un vero e proprio scavo, per le acquisizioni probatorie, che ha consentito tra l’altro di portare in luce ambienti di una ricca villa suburbana oltre al rinvenimento di importanti reperti archeologici e scientifici.

Nella stalla della lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana scoperto un terzo cavallo di razza con bardature militari (foto parco archeologico di Pompei)

La stretat di mano tra Massimo Osanna e Pierpaolo Filippelli dopo la firma del protocollo d’intesa tra il Parco archeologico di Pompei e il Tribunale di Torre Annunziata (foto parco archeologico Pompei)

Ecco i principali punti dell’accordo che ha validità di due anni, con possibilità di rinnovo. La Procura si impegnerà a trasmettere tempestivamente e formalmente al Parco tutte le notizie in proprio possesso relative ad attività clandestine nelle aree di competenza ed eventualmente a richiedere la realizzazione di saggi archeologici o vere e proprie attività di scavo. Sul cantiere sarà autorizzata la presenza di ufficiali della Polizia Giudiziaria autorizzati a ispezionare tunnel e cunicoli, a sequestrare gli oggetti e strumenti di reato, oltre che a prendere visione dei reperti rinvenuti, che saranno affidati in custodia al Parco. Il Parco, per sua parte, si impegnerà ad attivare in caso di richiesta, procedure di somma urgenza per avviare i relativi scavi, nell’area di interesse investigativo. Le attività di scavo, oltre a garantire il rispetto di tutti gli standard di intervento scientifico, contribuiranno a fornire tutti gli elementi di prova di attività illecite, utili alle indagini. Dovrà fornire, inoltre, periodicamente una carta archeologica aggiornata del territorio di pertinenza, con indicazione delle aree d’interesse non esplorate e suddivise per tipologia (necropoli, ville suburbane, monumenti infrastrutturali ecc.), eventuali scavi legalmente condotti e re-interrati, o anche scavi clandestini precedenti, di cui si abbia avuto notizia. E ancora il Parco si impegnerà a fornire un dettagliato elenco dei beni trafugati, anche quelli che attraverso varie fonti risultino attualmente esportati in territorio estero, al fine di consentire una visione complessiva e aggiornata del fenomeno e poter meglio orientare le azioni investigative.

Museo Egizio di Torino: agenda di agosto ricca di eventi con visite guidate a tema, attività didattiche per adulti e bambini, percorsi per famiglie, per scoprire l’Antico Egitto in modo originale, anche con l’aiuto della tecnologia

La magica atmosfera dello statuario del museo Egizio di Torino

È un agosto pieno di eventi e idee quello proposto dallo staff del museo Egizio di Torino; visite guidate a tema, attività didattiche per gli adulti, attività per i bambini, visite per le famiglie. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Visita guidata al museo Egizio di Torino

Museo Egizio nascosto. I venerdì 2, 9, 16, 23 e 30 agosto 2019, alle 19, visite speciali che mettono in luce le curiosità più interessanti relative alla fondazione del Museo. La descrizione dei reperti è accompagnata dalla narrazione di alcuni aneddoti, che consentono di scoprire le meraviglie e gli aspetti più insoliti della cultura materiale egizia che il Museo custodisce. Durata: 90 minuti. Pubblico: adulti. Prezzo: 5 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti anche online: https://www.ticketlandia.com/m/event/museo-egizio-nascosto-132

Una sala storica del museo Egizio di Torino con l’allestimento ottocentesco (foto Graziano Tavan)

L’Egitto a Torino. Giovedì 1° agosto 2019, alle 15:40, visita guidata attraverso un percorso articolato tra le sale storiche del Museo e la mostra temporanea “Archeologia Invisibile” che si trasforma in un viaggio nel tempo, dal ‘700 ad oggi, alla scoperta dell’importanza di Torino nella disciplina egittologica. La visita guidata permette ai visitatori di scoprire come il collezionismo antiquario abbia suscitato interesse e curiosità crescenti, fino al cambio epocale che ha coinciso con la nascita dell’archeologia. Il primo reperto giunto a Torino, le iniziali disavventure nel deciframento dei geroglifici e l’accanita competizione tra studiosi, i viaggi rocamboleschi condotti in una terra pressoché sconosciuta, la scoperta di tombe nascoste ad arte e talvolta inviolate: tutti aneddoti avvincenti che saranno condivisi con i partecipanti. Durata: 60 minuti. Prezzo: 5 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio

Immagini 3D dei sarcofagi egizi nella mostra “Archeologia invisibile” al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

AAA Detective Cercansi! Sulle tracce del passato (speciale adulti). Venerdì 2, 9, 16, 23 e 30 agosto 2019, alle 19:30, il museo Egizio invita il suo pubblico adulto a partecipare a una nuova attività didattica, da vivere in museo in modo piacevole e costruttivo. I visitatori potranno sperimentare il lavoro d’indagine compiuto da un archeologo, aiutato dalle moderne tecnologie. In questo modo, utilizzando speciali programmi informatici, sarà possibile vedere come “dal vivo” lo scavo archeologico nel deserto egiziano mediante l’uso della fotogrammetria e della riproduzione in 3D degli oggetti emersi dalla sabbia. Attraverso i potenti mezzi della tecnologia sarà possibile “sbirciare” dentro un vaso antico ancora sigillato, così come all’interno di un corpo imbalsamato senza spostare di una virgola le sue bende. A seguire i partecipanti, forniti di una torcia UV, potranno collaborare alla ricerca di errori, correzioni, mutilazioni antiche e restauri più recenti che l’occhio umano non è in grado di vedere. Grazie a tale dotazione i detective potranno dare continuità alle indagini iniziate in museo! Durata: 90 minuti. Pubblico: adulti (edizione speciale!). Prezzo: 12 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

AAA piccoli archeologi cercansi! Caccia al reperto. Sabato 3 e domenica 4 agosto 2019, alle 11:30, il museo Egizio invita le famiglie a partecipare ad una nuova attività didattica, da vivere in museo in modo piacevole e costruttivo: “Caccia al reperto!”. Nel corso della visita i piccoli visitatori potranno farsi accompagnare dai loro genitori per sperimentare il lavoro d’indagine e documentazione compiuto da un archeologo, aiutato dalle moderne tecnologie, ma soprattutto dal suo spirito d’osservazione! Dopo una visita alla mostra temporanea “Archeologia Invisibile”, dove riveleremo ciò che l’occhio umano non può vedere, la visita si sposterà sui restanti piani del museo, approfondendo diverse tematiche: quali erano le pratiche funerarie nell’antico Egitto? Come si viveva nel villaggio degli operai di Deir el-Medina? Nel corso della visita verrà messo alla prova lo spirito d’osservazione dei piccoli archeologi che partiranno per una vera e propria caccia alla ricerca di reperti speciali! Una volta trovati, come ogni buon archeologo, dovranno compilare la scheda reperto. Documentare i reperti è uno degli aspetti fondamentali del mestiere dell’archeologo! Durata: 90 minuti. Pubblico: famiglie con bambini (ragazzi tra i 5 e gli 11 anni). Prezzo: 12 euro (biglietto d’ingresso escluso). Le prenotazioni sono obbligatorie. Per prenotare chiamare 011 4406903 oppure mandare una email: info@museitorino.it (fornendo i seguenti dati: nominativo, un recapito telefonico, età dei partecipanti). L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio

Vasetti per olii sacri esposti al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Egitto essenziale. Sabato 3 e domenica 4 agosto 2019, alle 10:10, il Museo propone un percorso per famiglie dedicato all’olfatto. Gli antichi egizi si prendevano cura del proprio corpo, per esaltarne la bellezza e ottenere benessere. Da subito impararono a sfruttare le proprietà delle piante e dei minerali, alla ricerca di rimedi naturali, talvolta anche molto fantasiosi (ma poco efficaci). Unguenti, oli profumati, spezie e legni erano considerati preziosi, così come le resine profumate, bruciate durante le cerimonie religiose e funerarie. La visita guidata rivela gli aspetti più curiosi della cosmesi egizia e, mediante appositi totem da annusare, distribuiti lungo il percorso, i partecipanti potranno cogliere alcune note olfattive, capaci di evocare la vita lungo le antiche sponde del Nilo. Durata: 90 minuti. Costo: 5 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio

La “falsa porta” proveniente dagli scavi Schiaparelli al Giza, oggi al museo Egizio di Torino (foto da Antonella Giroldini Travels Blog)

Dalla sabbia alle piramidi. Giovedì 8 agosto 2019, alla 15:40. La visita guidata illustra le caratteristiche delle diverse comunità di villaggio che abitavano le antiche sponde del Nilo in Epoca Predinastica (3900-3300 a.C.), ripercorrendo i passaggi salienti delle complesse dinamiche che hanno portato all’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto. Vengono illustrate le testimonianze materiali a partire dal IV millennio a.C. scelte nella produzione ceramica più rappresentativa, tra pratici oggetti quotidiani e curiosi elementi dei corredi funerari. Le tradizioni cultuali sono indagate nella loro evoluzione storica; le tombe a “mastaba”, la funzione simbolica della “falsa porta”, i contesti tombali connessi ai governatori di provincia sono alcuni degli elementi che non solo rivelano l’identità di funzionari di spicco, ma conducono anche al recupero di differenti realtà di vita quotidiana. Durata: 60 minuti. Prezzo: 5 euro (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio

Amuleti dell’Antico Egitto al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Formule magiche, storie e incantesimi sulle sponde del Nilo. Sabato 10 e domenica 11, sabato 17 e domenica 18, sabato 24 e domenica 25 agosto 2019, alle 11:30. Visita tematica lungo un percorso guidato inusuale che propone ai giovani visitatori una scelta di oggetti della collezione, che offrano l’occasione di raccontare storie di maghi ultracentenari capaci di prodigi sorprendenti, come trasformare una tavoletta di cera in uno spietato coccodrillo, spalancare le acque di un lago oppure riportare magicamente in vita animali dal capo mozzato. Le famiglie hanno l’occasione di ascoltare storie e testimonianze materiali poco note, immersi nella millenaria e affascinante dimensione magica egizia. Durata: 90 minuti. Pubblico: famiglie con bambini (bambini in età di Scuola Primaria). Prezzo al pubblico: 5 euro, per adulti e bambini (biglietto d’ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio

Scena di caccia dalla Tomba di Nakht (foto Ado)

Una fame da Oltretomba: menù per il corpo e per lo spirito. Lunedì 12 agosto 2019, alle 10.30, torna l’attività per famiglie “Una fame da Oltretomba: menù per il corpo e per lo spirito”. Al museo Egizio potrete scoprire le principali strategie di sopravvivenza adottate dagli antichi abitanti della Valle del Nilo mediante la coltivazione della terra e le attività di caccia, pesca e allevamento. Le esigenze nutrite nel corso della vita quotidiana per gli Egizi avrebbero dovuto essere soddisfatte anche dopo la morte, in un Aldilà popolato dalle anime dei defunti e dalle divinità. Con l’aiuto della guida, osservando curiosi reperti, cibo e ingredienti da cucina perfettamente conservati e alcune raffigurazioni sulle pareti delle tombe, si andrà alla scoperta delle abitudini alimentari degli egizi, imparando a distinguere gli “ingredienti” comuni dai prodotti più pregiati riservati alla “tavola” del faraone e degli dei. Durata: 90 minuti. Pubblico: bambini (6-11 anni) accompagnati dai genitori. Prezzo: 5 euro per adulti e bambini (biglietto di ingresso escluso). Prenotazione obbligatoria: 011 4406903 – email: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. È possibile acquistare i biglietti online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio