#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalla basilica romana al museo Narrante di Hera, dagli studi sulle metope del tempio di Hera a un tour nell’area sacra alle foci del Sele, fino ai depositi del museo
La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.
Con il bollettino numero 16 del Parco Archeologico di Paestum e Velia, il direttore Gabriel Zuchtriegel ci riporta alla Paestum romana e alla “Basilica”, la sede dei tribunali civici. Un’iscrizione ci fa sapere che la Basilica di Paestum fu costruita con il sostegno economico di Mineia, moglie del senatore Flaccus. “La basilica di Paestum”, spiega il direttore, “prende come modello le famose basiliche sul Foro romano a Roma, dove importanti aristocratici e uomini di potere usavano questa tipologia di edifici per esprimere le loro ambizioni: non è un caso che le basiliche a Roma spesso portano il nome di chi ha finanziato l’edificio, come ad esempio la basilica Emilia, dal nome della famiglia che ha contribuito notevolmente a questa costruzione. Qui a Paestum invece è una donna protagonista della ricostruzione della basilica in epoca augustea (15 a.C.), e questo è un dato eccezionale perché nel mondo antico le donne spesso non avevano la stessa visibilità, e non avevano lo stesso accesso alla vita pubblica e al potere come gli uomini. La cosa cambia leggermente con l’epoca romana, ma non bisogna per questo immaginare che ci fosse una vera emancipazione delle donne. Tuttavia hanno delle possibilità, soprattutto chi appartiene ai ceti elevati, di apparire pubblicamente, e Mineia che era sposata con il senatore Flaccus è ricordata in alcune iscrizioni per aver provveduto alla ricostruzione di questo edificio sontuoso, con decorazioni e colonne, e pitture parietali (di cui rimangono ancora delle tracce). Interessanti le nicchie sui due lati corti interni dell’edificio dove c’erano le statue di Minea e della sua famiglia. Qui si vede come Paestum da grande centro della Magna Grecia si trasforma man mano in una città del grande impero romano dove il modello diventa sempre di più la città di Roma, l’Urbe con i suoi monumenti, ma anche nei comportamenti e nelle interazioni sociali”.
Nel bollettino numero 17 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta al museo Narrante di Hera alla foce del fiume Sele. Attualmente il museo è oggetto di lavori di ristrutturazione previsti dai fondi PON Cultura e Sviluppo. Non appena l’emergenza terminerà, i lavori riprenderanno veloci. “Vi aspettiamo tutti alla riapertura”. Il sito è estremamente importante con una storia affascinante. “I Greci quando vengono qua”, ricorda Zuchtriegel, “contestualmente o subito dopo la fondazione della città, fondano alla foce del Sele un importante santuario dedicato a Hera, importante divinità soprattutto nel Peloponneso dove è venerata e da dove vengono anche i coloni di Sibari che poi fonderanno Posidonia. Nel museo Narrante – continua il direttore -, museo molto bello con un approccio didattico per le scuole e per le famiglie, si spiega questa parte essenziale della storia di Paestum. E proprio recentemente abbiamo fatto degli studi multispettrali sulle metope che vengono da questo santuario, e oggi sono al museo di Paestum, che risalgono alla prima metà del VI sec. a.C., quindi alla prima o seconda generazione della città, fondata probabilmente intorno al 600 a.C. Secondo queste recenti analisi erano dipinte: quindi la lunga discussione se queste metope furono mai parte di un tempio o solo un progetto iniziato e poi abbandonato, ora si può chiudere perché se le metope erano dipinte, vuol dire che erano anche montate su un edificio. E quindi qua da qualche parte doveva stare questo primo tempio di Hera alla foce del Sile. Probabilmente era proprio sotto il tempio più grande, più recente, che si vede tuttora in fondazione. E al di sotto di questo monumento effettivamente ci sono tracce di un edificio più antico. Quindi l’archeologia continua, le scoperte continueranno anche nel futuro, superata l’emergenza”.
Il bollettino n° 18 il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel, parte dalle metope provenienti dal santuario di Hera alla foce del Sele e conservate al museo Archeologico nazionale di Paestum, per cercare di capire come era fatto questo edificio e come erano disposte le metope sul fregio. Il direttore si sofferma su una metopa in particolare, quella con Aiace suicida. “Aiace aveva tentato di uccidere il re dei Greci Agamennone”, spiega Zuchtriegel, “e, dopo aver realizzato di aver commesso un atto così grave, si suicida perché non si considera più un uomo degno della comunità degli eroi e dei guerrieri greci. È un episodio che richiama all’osservazione del codice d’onore di questa società arcaica in cui la guerra e i comportamenti dei guerrieri sono molto centrali”. Nel precedente bollettino il direttore aveva spiegato come le nuove indagini hanno chiuso la discussione sul collocamento delle metope. “Sappiano oggi che anche queste metope, come quella di Aiace, che sembrano solo abbozzate e semifinite, in realtà erano finite con la pittura e questo vuol dire che un edificio doveva essere lì da qualche parte perché la pitturazione di solito è uno degli ultimi step nella costruzione di un tempio. Non può essere l’edificio cui si pensò in un primo momento, il cosiddetto Thesaurus, ma ci sono altri elementi, come due capitelli in arenaria (esposti in museo) probabilmente parte di un primo tempio, che propendono per la presenza di un edificio al di sotto del tempio tardo arcaico, quindi intorno al 500 a.C.”. Gli scavi diretti da Giovanna Greco hanno permesso di recuperare le trincee di fondazione di un tempio. “E oggi, in base alle recenti analisi sui colori non più visibili ma che possiamo rintracciare con la fotografia multispettrale, pensiamo che questo era il primo tempio di Hera con le metope. E ora stiamo anche lavorando su un’ipotesi di ricostruzione grafica, un’ipotesi ricostruttiva, che si basa appunto sulla presenza delle metope, e di elementi come i capitelli e altri frammenti architettonici: in questa ipotesi, la metopa di Aiace è proprio all’angolo perché è una di quelle che sono un po’ più larghe e quindi potrebbero stare benissimo all’angolo dove c’è il cosiddetto conflitto angolare e quindi la necessità di allargare un po’ il fregio”. Si fanno anche ipotesi su come poteva essere la struttura interna di questo edificio. “Un dato interessante riguarda proprio il fregio delle metope: poiché la superficie di molte metope è irregolare, sembra che non potevano avere una funzione portante. Quindi il fregio di uno pei primi grandi templi dorici in pietra è un elemento puramente decorativo. Ciò dimostra come la volontà di adornare questi templi con immagini sia un fattore determinante nella costruzione di un nuovo linguaggio architettonico quale è quello dorico nella prima metà del VI sec. a.C.”.
Nel bollettino numero 19 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci accompagna in un tour virtuale nel santuario di Hera Argiva alle foci del fiume Sele, a 9 chilometri dalla città, un’area sacra che apparteneva a Paestum e che oggi fa parte del parco archeologico di Paestum e Velia. Sono presenti due altari, uno grande e uno più piccolo. “E questo è uno dei punti interrogativi del santuario, perché quello maggiore sicuramente apparteneva al grande tempio di cui sono state trovate le evidenze, a partire dalle fondazioni, di un grande edificio periptero (circondato da colonne) con una cella centrale e un fregio dorico con le famose danzatrici, rilievi di pietra che adornavano l’edificio oggi esposti al museo di Paestum. A fianco c’è un’area libera dove sono state trovate alcune stele e cippi che troviamo in modo simile anche nel santuario Meridionale urbano di Posidonia: i due luoghi erano probabilmente in qualche modo anche connessi attraverso processioni perché anche a Paestum troviamo Hera in un ruolo da protagonista. E poi più in là c’è questo piccolo edificio che in un primo momento fu interpretato come un Thesaurus, cioè un piccolo sacello dove venivano custoditi i doni votivi per la divinità. Invece recenti scavi diretti da Giovanna Greco dell’università Federico II di Napoli hanno suggerito si tratti di un edificio molto più recente, forse un recinto, perché manca un lato aperto verso l’area degli altari, e questo è sicuramente un aspetto che dobbiamo ancora chiarire. E poi intorno c’è un’area con altri edifici porticati: portici e anche piccoli edifici di culto. Gli scavi continuano sempre da parte dell’università Federico II per capire anche meglio il contesto ambientale più ampio: la situazione di oggi con una zona paludosa e uccelli ricorda un paesaggio molto simile all’antichità, quando la dea Hera qua venerata aveva intorno a sé una specie di giardino sacro”.
Con il bollettino numero 20 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci mostra i depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum, dei luoghi solitamente inaccessibili ai visitatori, ma che a Paestum sono visitabili tutti i pomeriggi tranne il lunedì quando con “Il museo dietro le quinte” va in scena il racconto di una tomba di età lucana e del suo corredo: dopo lo scavo tante sono le strade che un oggetto archeologico può intraprendere, l’esposizione nelle sale del museo è solo una di queste. Gli assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza raccontano di schede di catalogo, di viaggi in altri musei per mostre temporanee e di operazioni di conservazione e di restauro. “Purtroppo l’emergenza sanitaria ha sospeso anche le visite ai depositi, ma noi ci teniamo pronti per farvi rivivere emozioni uniche nei depositi di Paestum”.
1° maggio social al museo Archeologico nazionale di Napoli: dal mosaico fotografico “Mann at work” tra passato e presente, al Menologium rusticum Colotianum

Una squadra osserva l’obiettivo in un attimo di riposo, durante le operazioni di trasporto della statua di Ferdinando I, scolpita da Antonio Canova: foto del 1927 dall’Archivio Fotografico del Mann


Impegno, attenzione, spirito di squadra: valori caratteristici del lavoro, ieri come oggi. Il museo Archeologico nazionale di Napoli celebrerà il 1° maggio 2020 in versione social: e sceglierà di presentare, agli appassionati di Facebook ed Instagram, un interessante viaggio per immagini tra passato e presente. Risale al 1927, infatti, un suggestivo scatto dischiuso dall’Archivio Fotografico del Mann: una squadra osserva l’obiettivo in un attimo di riposo, durante le operazioni di trasporto della statua di Ferdinando I, scolpita da Antonio Canova. A questa splendida immagine d’epoca, in un mosaico che diviene una sorta di melting pot temporale, saranno abbinate tre istantanee del reportage fotografico di Paolo Soriani, che ha seguito le attività di spostamento dei reperti dal Mann all’Ermitage di San Pietroburgo, in occasione della grande mostra “Pompei. Uomini, dei, eroi”, allestita al museo russo: le immagini di Soriani hanno corredato l’Annual Report 2018 del Mann. Le composizioni fotografiche, che saranno postate venerdì 1° maggio 2020 sui canali social del MANN, sottolineeranno quanto, alle soglie del terzo millennio, l’evoluzione tecnologica debba essere accompagnata da fattori di perenne importanza: la passione, l’intelligenza e la cooperazione degli uomini. A conclusione della giornata, sempre sulle piattaforme online dell’Istituto, sarà possibile ammirare un reperto valorizzato in occasione della mostra “Mann on the moon”, organizzata al museo Archeologico nazionale di Napoli per i cinquant’anni dallo sbarco sulla luna: si tratta del Menologium rusticum Colotianum, un particolarissimo parallelepipedo del I sec. d.C. (appartenente alla Collezione Farnese), che riportava, per ogni mese, il numero dei giorni, definendo la durata delle ore di luce e della notte, le fasi lunari, l’elenco delle divinità celebrate, le feste religiose ed anche le lavorazioni agricole (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/07/18/mann-on-the-moon-il-museo-archeologico-di-napoli-celebra-i-cinquantanni-dallo-sbarco-sulla-luna-con-una-mostra-tra-archeologia-e-scienza/).
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone dei video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus. Si comincia con la Torre di Augusto, il maschio del castello, il punto più alto della città. Realizzata nel ‘200 a difesa del principe vescovo, divenne nell’Ottocento punto di vedetta degli austriaci

La Torre di Augusto svetta dal castello del Buonconsiglio a Trento (foto Castello del Buonconsiglio)
Si chiama #buonconsiglioadomicilio: è il nuovo format del museo di Trento girato in questi giorni difficili per raccontare con brevi video il Castello del Buonconsiglio e le sue collezioni in questo triste momento dove tutti dobbiamo restare a casa per sconfiggere il virus. Ogni settimana i curatori del museo proporranno contributi per scoprire la bellezza dei manieri trentini. Il primo appuntamento con gli approfondimenti video #buonconsiglioadomicilio è dedicato a uno dei luoghi più affascinanti del maniero che per ragioni di sicurezza non è aperto al pubblico, ovvero la Torre d’Augusto. Sotto la consueta regia di Alessandro Ferrini, con Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi, potremo salire le ripide scale in legno e conoscere i segreti del mastio, il nucleo più antico del castello, dove le guardie vigilavano sul maniero per proteggere il principe vescovo.
“È il 1237”, ricorda Jurman, “quando viene nominato podestà imperiale della città di Trento Sodegerio di Tito. È un momento delicato della storia dei principi vescovi di Trento. Il principe vescovo, infatti, non riesce più a esercitare i poteri amministrativi sulla città e il territorio. Così Sodegerio di Tito nell’esercizio del governo della città dà avvio alla costruzione di una fortezza sul dosso del Malconsei, in una zona sopraelevata rispetto alla città, addossata alle mura urbiche fatte costruire nel periodo di Federico Banga. Nucleo principale di questa fortificazione, denominata nei documenti come domus imperatori, la casa murata dell’imperatore, è una torre, il maschio del castello, quella che tradizionalmente è stata indicata nell’Ottocento come la torre di Augusto, perché si pensava fosse di epoca romana. In realtà questa torre risale proprio agli inizi del ‘200. È imponente nella sua forma cilindrica, nella sua altezza – svetta oltre 40 metri – e viene costruita in conci squadrati di pietra a vista”. Per accedere alla torre di Augusto bisogna alzarsi di qualche metro: gli ingressi non erano mai alla base del maschio ma più alti e vi si poteva accedere attraverso delle scale in legno o in corda che potevano essere facilmente rimosse. Il maschio infatti costituiva il nucleo principale del castello, ma costituiva anche l’ultimo baluardo di difesa all’interno dell’edificio, ed era circondato da una serie di mura a costruzione concentrica che rendevano appunto il più difficoltoso possibile l’avanzare del nemico. “Salire nel maschio è quasi un’avventura”, continua Jurman. “Il primo tratto viene compiuto all’esterno, salendo attraverso delle scale e dei passaggi che si trovano tra la cinta muraria esterna – quella realizzata ancora in epoca banghiana – e l’esterno del maschio. Ci sono scale e ballatoi, camminamenti di ronda che servivano proprio per la difesa del castello. Poi si entra all’interno della torre passando attraverso lo spessore delle mura della torre, di quasi un metro e mezzo. I collegamenti interni del maschio sono attraverso ampie sale, larghe quanto la torre, messe in comunicazione da scale in legno che salgono al loro centro. Attraverso una botola si raggiunge la sommità della torre, una piattaforma realizzata nell’Ottocento durante gli interventi di fortificazione del governo austroungarico. Il maschio originariamente aveva una copertura conica modificata nel tempo. Ma appunto gli austriaci, avendo bisogno di una piattaforma per avere una veduta sull’intero territorio vanno a demolire queste coperture e a realizzare questo piano. Da qui si gode una veduta sulla città e sulla valle. Qui siamo infatti nel punto più alto della città, oltre 43 metri dal livello del terreno”.
#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Napoli porta on line gli “Incontri di Archeologia”: le meraviglie della collezione Magna Grecia e un cold-case nella collezione Egizia. Per il Politecnico di Milano, con il lockdown, il Mann è stato il Museo d’Italia più attivo su Fb
Un abbraccio reale, e non virtuale, dopo una carrellata di eventi, conferenze, squarci suggestivi sulle collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli: si conclude con un’istantanea del direttore Paolo Giulierini e di una parte della squadra del Mann il videospot degli “Incontri di Archeologia”, la storica rassegna, giunta alla XXV edizione ed organizzata dai Servizi Educativi dell’Istituto, che da giovedì 30 aprile 2020 avrà nuovi appuntamenti online sulla pagina Facebook del Museo. Dopo essere stato riconosciuto il Museo d’Italia più attivo su Facebook secondo la rilevazione del Politecnico di Milano per il periodo di lockdown (sono stati 188, infatti, i post realizzati nel solo mese di marzo 2020), il Mann intensifica la propria offerta online. Primo appuntamento con la lezione di Marialucia Giacco sulla collezione Magna Grecia; il 7 maggio, sarà la volta della Sezione Egizia con l’intervento di Rita di Maria. Le sorprese non si fermeranno qui: da metà maggio, infatti, la Mann Tv presenterà, in postproduzione, tutti gli Incontri di Archeologia presentati nella programmazione culturale 2019/2020 del Museo. L’appuntamento? Sempre il giovedì, alle 16, sulla pagina Facebook del Mann.

Il cratere di Altamura, uno dei capolavori della collezione Magna Grecia del Mann (foto Graziano Tavan)

Il direttore del Mann Paolo Giulierini con Marialucia Giacco, curatrice della collezione Magna Grecia (foto Graziano Tavan)
Primo appuntamento degli “Incontri di Archeologia” online (giovedì 30 aprile, ore 16) con Marialucia Giacco, responsabile scientifico della Collezione Magna Grecia del MANN: la funzionaria traccerà un percorso suggestivo fra le oltre 400 opere che testimoniano le caratteristiche insediative, le strutture sociopolitiche, il retroterra religioso ed artistico nella Campania di epoca preromana. Meraviglia nelle meraviglie, da ammirare anche con le nuove tecnologie digitali, le quattordici sale del Museo in cui è ospitata la Collezione: gli ambienti sono caratterizzati da pregiati sectilia a motivi geometrici e mosaici di età romana, sottoposti in questi anni ad un intervento di manutenzione e pulizia, che ha restituito alle superfici la vivacità dei colori delle diverse qualità di marmo.
Giovedì 7 maggio 2020, ancora, si potrà seguire, sempre su Facebook, la conferenza di Rita Di Maria su “Un cold case: il collezionismo egittologico di Giuseppe Picchianti e Angelica Drosso”: in simultanea (ore 16), l’intervento sarà condiviso sui canali social di Mann, Archivio di Stato di Napoli, Archivio di Stato di Livorno ed Archivio del Museo Galileo-Istituto e Museo di Storia della Scienza (ARMU) di Firenze. Una rete virtuale che, ai tempi del Coronavirus, permetterà al mondo della cultura di fare squadra: i tre istituti, infatti, hanno concesso in prestito, autorizzandone la divulgazione online, i documenti utili per la ricerca scientifica del Mann.

Il cosiddetto Naoforo farnese apre la sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)
La Sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Napoli consta di un importante nucleo di reperti provenienti da collezioni private, come quella Picchianti: nel 2016, in occasione del nuovo allestimento della Collezione, una definitiva verifica presso l’Archivio di Stato di Napoli ha dato una imprevedibile svolta alla “sfida”, rimasta aperta per ben 34 anni, con i Picchianti; il fascicolo ritenuto distrutto dal fuoco nel 1943, infatti, era miracolosamente riapparso dalle sue ceneri e, con esso, pochi, ma fondamentali frammenti dell’avventura egiziana dei due collezionisti. I nuovi dati emersi dalle ricerche nell’Archivio di Stato napoletano hanno consentito di aprire nuove piste di studio, prima presso l’Archivio di Stato di Livorno, i cui documenti hanno fornito le date di arrivo a Livorno della Collezione e della permanenza dei Picchianti nel lazzaretto di S. Leopoldo, e poi presso l’Archivio del Museo Galileo-Istituto e Museo di Storia della Scienza (ARMU) di Firenze, che ha rivelato un aspetto inedito della sedicente contessa Angelica Drosso Picchianti quale venditrice di animali esotici vivi.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con il dodicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere gli artisti e gli artigiani del villaggio di Deir el Medina fondato da Amenhotep I, e la ricca collezione dagli scavi di Schiaparelli e della MAI
Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al dodicesimo appuntamento, ci portano a tu per tu con gli artigiani e gli artisti che realizzarono le tombe dei faraoni e delle regine. Questi vivevano nel villaggio di Deir el Medina. Ed è proprio dalle sale dedicate alla cultura materiale di questo villaggio che parte la “passeggiata” del direttore Christian Greco. La pianta mostra chiaramente il nucleo abitativo con le necropoli a occidente e a oriente. “Il villaggio – ricorda Greco – era già stato investigato dagli agenti di Drovetti. E a Torino ci sono molti oggetti della collezione Drovetti. Ma fu oggetto di indagini specifiche a partire dal 1903 da parte di Ernesto Schiaparelli e della Missione Archeologica Italiana in Egitto”. Ma perché questo villaggio è così importante? “Deir el Medina fu fondato all’inizio del Nuovo Regno (XVI sec. a.C.) per insediare gli artigiani, i lavoratori, gli artisti che dovevano poi costruire e portare a compimento le tombe nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine. Si tratta di una comunità di circa 120 famiglie che ha una sua evoluzione dall’inizio del Nuovo Regno all’età ramesside: quindi una comunità che per più di 500 anni continuerà ad abitare in questo villaggio e a costruire le tombe regali”.

La statua cultuale in calcare bianco del faraone Amenhotep I proveniente da Deir el Medina e conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Il museo Egizio di Torino possiede una delle collezioni più importanti che ci parlano degli abitanti di Deir el Medina. “Una statua in calcare bianco ci ricorda uno dei fondatori del villaggio, il faraone Amenhotep I, oggetto di un culto privato e personale proprio all’interno del villaggio. Sulla statua – tra l’altro – si legge “Sa Ra” cioè “figlio del dio Sole”, che mostra ancora una volta la relazione molto stretta tra il sovrano e la divinità solare. Nella IV dinastia si aggiunse questo epiteto a quello regale e la solennizzazione del culto divenne molto importante. Il sovrano – ricordiamolo – non è solo colui che regge le sorti politiche, economiche e militari del Paese, ma è davvero colui che fa in modo che Maat (“l’ordine”) in Egitto possa essere portato avanti. La sua connessione con il divino quindi è fondamentale. Ma non c’è solo il culto del faraone. Anche la madre, Amhose Nefertari, viene vista come una divinità protettrice del sito di Deir el Medina. Di lei il museo Egizio di Torino possiede una serie di statue lignee importantissime, in cui a volte viene anche rappresentata con un colore nero. Probabilmente è un aspetto simbolico-rituale. Il nero è un colore importantissimo per l’antico Egitto. Lo stesso Egitto veniva chiamato Kemet “terra nera”, che altro non è che il limo che si deposita sulle sponde del Nilo quando vi è l’inondazione del dio Hapi, che fa diventare la terra molto fertile. Ecco quindi che il nero simboleggia la fertilità e la rinascita del Paese. Faraone e regina vengono continuamente rappresentati in vari oggetti che sono stati ritrovati a Deir el Medina: in stele dove i proprietari fanno delle offerte, ma anche in intarsi lignei che facevano parte del mobilio e a volte addirittura in un piccolo ostracon. Tantissimi e svariati gli oggetti provenienti da Deir el medina. Tra questi, un piccolo modellino di cappella: proprio quello dipinto in un quadro di Lorenzo Delleani, dove si vedeva Ariodante Fabretti, l’allora direttore del museo, insieme a Lanzone in una sala mentre studiavano gli oggetti e proprio sul pavimento era posizionato questo oggetto molto importante che si vede nella sezione di Deir el Medina”.
Il museo egizio ha avito un ruolo fondamentale nel determinare chi fossero questi lavoratori nel villaggio di Deir el Medina. Ed è stato possibile non solo grazie alla cultura materiale che era qui preservata, ma agli studi che proprio in questo museo vennero portati avanti, soprattutto da Černý, uno studioso che proveniva da quella che allora era la Cecoslovacchia e che nell’immediato dopoguerra cominciò a fare visite regolari in museo a Torino, a studiare i documenti qui preservati, scrivendo un libro fondamentale, “The Workman Village”, ancora oggi di importanza vitale per chiunque si voglia dedicare agli studi di Deir el Medina.
#iorestoacasa. L’ottava “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia ci porta a conoscere gli affreschi dell’abside della Basilica Patriarcale di Aquileia descritti dalla storica dell’arte Enrica Cozzi

L’ottava “pillola video” promossa dalla Fondazione Aquileia, aderendo alla campagna del Mibact #iorestoacasa, ci porta ancora all’interno della basilica patriarcale di Aquileia alla scoperta degli “affreschi dell’abside”, descritti dalla prof.ssa Enrica Cozzi, docente di Storia dell’Arte medievale all’Università degli Studi di Trieste. “La decorazione dell’abside centrale della basilica di Aquileia”, spiega la storica dell’arte, “arriva a completamento dei lavori architettonici dell’intera basilica. Possiamo datarla in modo abbastanza preciso tra il 1027 e il 1031: il 1031 ci viene dato da una serie di testimonianze ma anche dalla lunga iscrizione che scorre nella zona mediana dell’abside”. Si tratta di un affresco storico: “Al centro troneggia la maiestas virginis con la Vergine seduta con il Bambino entro mandorla, circondata dai simboli degli Evangelisti. Ma la cosa veramente singolare e importante qui ad Aquileia è che sui lati del catino absidale oltre i Santi locali, da Ermacora protovescovo con il diacono Fortunato al secondo vescovo Ilario con Tarsiano, e a San Marco, compaiono altri personaggi in dimensioni minori che sono dei personaggi storici: c’è ovviamente il patriarca Popone con il nimbo quadrato a significare che è un personaggio vivente ma anche è il committente degli affreschi. E poi compaiono le figure dell’imperatore vivente Corrado II il Salico, della moglie l’imperatrice Gisella e del figlioletto Enrico qui incoronato (sarebbe diventato re come Enrico III) anche se all’epoca era un adolescente. Infine c’è un altro personaggio, sulla sinistra, quasi completamente perduto: si tratta dell’imperatore Enrico II che all’epoca era già morto da alcuni anni, ma era troppo importante per la storia di Popone e la storia di Aquileia”.
#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un quarto reperto “imperdibile”: la coppa di vetro murrino a nastri e a millefiori (fine I sec. a.C. – inizio I d.C), un oggetto lussuoso e raro. E per i bambini propone la lettura di una favola con due ragazzi che sognano di aprire una bottega di calzolaio
Vado a Villa Giulia per vedere il sarcofago degli sposi. E vado ad Altino per vedere…? È la quarta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il quarto reperto “imperdibile”: la coppa di vetro murrino a nastri e a millefiori (fine I sec. a.C. – inizio I d.C.) dalla tomba 509 della necropoli nord-orientale lungo la via Annia. Nel video di Francesca Ferroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

La coppa di vetro murrino (I sec. a.C. – I sec. d.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto PM-Veneto)
“Se metti le mani a conca e le accosti, possono contenere questa coppetta coloratissima, resistente e fragile come solo il vetro può essere. Questo stesso gesto avrà fatto duemila anni fa una persona, non ti so dire se uomo, donna, giovane, anziana, di certo emozionata e con fare solenne, per essere certa di usare tutte le cautele necessarie a deporre intatta la coppetta accanto ai poveri resti di una parente o una compagna di vita o un’amica, appena partita per il viaggio da cui non si torna. E pensare che lei, la padrona della coppetta, era stata così orgogliosa di quell’oggetto lussuoso e raro. Era un pezzo unico, fatto a mano da un abile vetraio, forse ad Aquileia o ad Adria; un maestro, che sapeva ottenere paste di colori diversi e tutti brillanti, lavorarle in tessere e canne, tagliarle secondo necessità, comporle con fantasia in disegni geometrici, fonderle, per poi dar forma di coppetta alla piastra ottenuta e molare la superficie, per renderla liscia, brillante, senza imperfezioni. Un artigiano d’altri tempi: le sue mani interpretavano una tecnica, che avevano iniziato a mettere a punto i vetrai di Mesopotamia ed Egitto almeno quindici secoli prima. Lei, la padrona, amava esibire la coppetta con il servizio buono, quando c’era occasione di avere ospiti per cena. Per questo i suoi cari gliela misero nel bagaglio, quando partì per sempre, lasciandosi Altino alle spalle”.
Ed ecco la terza favola altinate per i bambini. 👨🏻👩🏻👧🏻👦🏻👩🏻👧🏻👩🏿👩🏿👧🏿👧🏿 Bambine, bambini! 👨🏼👨🏼👧🏼👦🏼👨👦👨👩👧 questa domenica per voi un’altra lettura… favolosa!📖 Ci racconta la favola di oggi Giovanni Nato, custode del Museo. Il testo è di Gabriella Bosmin e le illustrazioni di Erica Schweizer. E allora…. cominciamo! C’era una volta, ad Altino… Donato, il figlio del 👞calzolaio👠 e il suo amico Procolo. Riusciranno i due ragazzi ad aprire la loro bottega di calzolai? Scopriamolo insieme! https://www.facebook.com/MuseoArcheologicoAltino/videos/245720066810048/?__so__=permalink&__rv__=related_videos P.S. se verrete a Museo di Altino, quando riaprirà, potrete conoscere Donato il calzolaio di persona!
#iorestoacasa. Per la prima volta online , il progetto “La genesi del #MANN. Un viaggio con ilCartastorie | Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli| Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli in quattro video”- Ecco i primi due docufilm: “Alcubierre. Scavando tra le carte” e “Il Passeggero artista”

Frame del video “Alcubierre. Scavando tra le carte” del progetto “La genesi del #MANN. Un viaggio con ilCartastorie | Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli in quattro video” (foto video Mann)

Per la prima volta online, il progetto “La genesi del #MANN. Un viaggio con ilCartastorie | Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli| Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli in quattro video”. Ecco i primi due video. Cominciamo con “Alcubierre. Scavando tra le carte”. Regia e montaggio: Damiano Falanga – Testi di Andrea Zappulli – Supervisione: Sergio Riolo– Voce narrante: Andrea Cioffi – Ricerche: Luigi Abetti, Sabrina Iorio, Raffaele Di Costanzo, Andrea Zappulli –Supporto alla ricerca bibliografica e iconografica: Carla Glorioso e Benedetta Moricola – Produzione ilCartastorie– Anno di produzione: 2018 – Nazione: Italia – Si ringrazia il Parco Archeologico di Ercolano. Il lavoro è stato realizzato nell’ambito del progetto #Obvia e della rete #Extramann.
Il docufilm presenta, con una narrazione in prima persona, la figura dell’ingegnere militare che fu artefice dell’inizio della grande stagione archeologica napoletana, definendo il principio della passione di Carlo di Borbone per i reperti classici. All’interno del cortometraggio sono presenti, alternate alle immagini nel Parco Archeologico di Ercolano, le scritture dell’Archivio Storico del Banco di Napoli relative ai pagamenti assegnati ad Alcubierre e a coloro che si occuparono degli scavi e della loro divulgazione presso le corti europee. I pagamenti agli incisori, incaricati di ricopiare fedelmente le meraviglie sepolte dall’eruzione del Vesuvio, il funzionamento della Real Stamperia, i viaggi effettuati da Alcubierre per ispezionare gli scavi, che si andavano incessantemente allargando da Ercolano alle località di Pompei e Stabia, sono solo alcune delle notizie riscontrabili nei documenti che restituiscono particolari inediti sulla vita dell’ingegnere e sulla nascita dell’archeologia a Napoli. Il progetto è stato realizzato anche grazie al tirocinio, finanziato dalla Fondazione Banco di Napoli, di due studentesse dell’università Federico II di Napoli.

Frame del docufilm “Il passeggero artista” del progetto “La genesi del #MANN. Un viaggio con ilCartastorie | Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli in quattro video” (foto video Mann)
Il secondo appuntamento con il ciclo “La genesi del #MANN. Un viaggio con ilCartastorie | Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli in quattro video” è con il video “Il Passeggero artista”. Regia: Damiano Falanga per Fondazione IlCartastorie– Produzione: Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Consulenza scientifica: Andrea Milanese, Sergio Riolo, Daniela Savy – Anno di produzione: 2018 – Nazione: Italia. Il docufilm è stato realizzato nell’ambito del progetto #Obvia e nella rete #Extramann.
Un documento dell’Archivio Storico del Banco di Napoli sulle spese di viaggio di Giovanni Antonio Aloja, incisore di alcuni tra i più bei rami delle Antichità di Ercolano, è lo spunto per un’immersione nel clima di entusiasmo che i primi scavi archeologici suscitarono a Napoli durante il regno di Carlo III. Il cocchiere dell’ufficio del Regio Corriere racconta la sua esperienza di viaggio insieme al talentuoso incisore e le sue reazioni innanzi ai reperti che da Ercolano si copiano e si trasportano al Real Museo di Portici.







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