Parco archeologico di Paestum e Velia propone di regalare per Natale l’abbonamento Paestum&Velia a soli 10 euro. Zuchtriegel: “Un bellissimo regalo e un investimento nella cultura”

Il Natale si avvicina ed è tempo di regali. Fino al 31 gennaio 2021 è possibile acquistare l’abbonamento “Paestum&Velia” al prezzo speciale di soli 10 euro, in vendita online sul circuito Vivaticket. Nonostante l’ultimo Dpcm ha prorogato la chiusura dei musei fino al 15 gennaio 2021, il parco archeologico di Paestum e Velia ha voluto, come di consueto, lanciare la promozione dell’abbonamento a 10 euro: un’occasione unica per chi crede in un futuro sereno e ricco di bellezze, come quelle delle due città antiche di Paestum e Velia. “Non è solo un bellissimo regalo”, dichiara il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, “ma anche un investimento nella cultura, che ci aiuterà ad affrontare il nuovo anno proseguendo con lavori, restauri e servizi che creano sviluppo e occupazione in un settore fortemente colpito dalla crisi sanitaria. Chi regala l’abbonamento, ad altri o a se stesso, regala speranza alla cultura”. Per acquistare on line l’abbonamento clicca qui https://www.vivaticket.com/it/biglietto/abbonamento-annuale-paestum-velia-promo-natale/154626. Costo abbonamento: Intero, 10 euro (anziché 20); Ridotto (da 18 a 25 anni), 7 euro (anziché 13); Famiglia (2 adulti + uno o più bambini e ragazzi fino ai 25 anni), 15 euro (anziché 30).

L’abbonamento Paestum&Velia si attiva al primo ingresso, dura 365 giorni e prevede l’ingresso libero e illimitato all’area archeologica di Velia, al museo e all’area archeologica di Paestum. Comprende anche la partecipazione gratuita agli eventi che, nel rispetto della normativa anti Covid-19, sono in programmazione per il 2021. Ma gli eventi rappresentano solo un motivo in più per acquistare l’abbonamento Paestum&Velia: passeggiare tra i templi greci meglio conservati della Magna Grecia anche al tramonto, scoprire la Tomba del Tuffatore, accompagnare i propri figli al Parco dei Piccoli e a vedere il teatro dei burattini con “Pulcinella racconta Paestum”, fare il percorso con le lanterne tra gli scavi di Velia al chiaro di luna, partecipare a percorsi didattici mirati con un occhio attento all’accessibilità e all’inclusione, sono solo alcune delle cose che sarà possibile realizzare appena il Parco Archeologico di Paestum e Velia aprirà le porte ai visitatori. Nell’attesa è comunque possibile visitare virtualmente Paestum e Velia grazie ai progetti di didattica a distanza e ai tour guidati alla scoperta delle due città antiche. Per maggiori informazioni https://www.museopaestum.beniculturali.it/le-playlist-di-paestum/
Torino. Conferenza egittologica con Susanne Töpfer, curatrice della collezione di papiri del museo Egizio, una delle più importanti al mondo, su “La Collezione Papiri di Torino: passato, presente e futuro”. Diretta streaming

La collezione del museo Egizio di Torino conta circa 700 manoscritti e oltre 17mila frammenti di papiro, che documentano più di 3000 anni di cultura materiale scritta in 7 scritture e 8 lingue. Come ce ne prendiamo cura? Risponderà a questa domanda Susanne Töpfer che coordina un team internazionale di studiosi impegnato a decifrarne i contenuti, analizzarne lo stato conservativo e renderli accessibili a tutti noi, nella nuova conferenza egittologica “La Collezione Papiri di Torino: passato, presente e futuro”. Appuntamento giovedì 10 dicembre 2020, alle 18, Susanne Töpfer, curatrice e responsabile della collezione papirologica del Museo. L’incontro sarà introdotto da Federico Poole, curatore del Museo, sarà in lingua italiana e verrà trasmessa in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Il museo Egizio ospita – si è detto – una delle più significative collezioni di papiri al mondo, che comprende circa 700 manoscritti, interi o riassemblati, e oltre 17mila frammenti di papiro, che documentano più di 3000 anni di cultura materiale scritta in sette scritture e otto lingue. Alcuni papiri sono stati ben conosciuti e studiati fin dal loro arrivo nel 1824 con la collezione di Bernardino Drovetti; ma molti dei papiri custoditi nei depositi sono ancora oggi sconosciuti, e il loro contenuto è in fase di studio, se non ancora tutto da scoprire. La conferenza si propone quindi di presentare le ricerche in corso sui papiri torinesi con la guida di Susanne Töpfer , che illustrerà passato, presente e futuro della collezione papirologica del museo Egizio.

Susanne Töpfer, responsabile della collezione papirologica del museo Egizio di Torino
Susanne Töpfer è la curatrice responsabile della collezione papirologica del museo Egizio dal 2017. Nel suo ruolo di curatore coordina anche la “Turin Papyrus Online Platform” e i progetti di ricerca riguardanti i papiri di Torino; inoltre gestisce la sezione torinese del progetto “Crossing Boundaries”. Laureatasi all’università di Lipsia nel 2007, ha ottenuto il dottorato in Egittologia all’università di Heidelberg nel 2013. Prima di entrare a far parte del museo Egizio, ha lavorato come assistente di ricerca al museo Egizio di Lipsia e al “Book of the Dead Project” dell’università di Bonn. Come ricercatrice e postdoc all’università di Heidelberg è stata editor di numerosi testi sulla magia, il lessico e i rituali dell’antico Egitto e ha prodotto numerose pubblicazioni sugli stessi argomenti.
“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Quarta puntata: la Domus Tiberiana, il primo palazzo

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa quarta puntata si parla della Domus Tiberiana, il primo palazzo.

Tra le residenze imperiali del Palatino la Domus Tiberiana è sicuramente la meno conosciuta dal pubblico e dagli stessi archeologi. A rendere “misterioso” questo grande e complesso edificio ha contribuito anche il suo destino rinascimentale: nel XVI secolo infatti la Domus fu coperta ed in parte obliterata dal verde degli Horti Farnesiani, costruiti dal cardinale Alessandro Farnese, che ancora ricoprono il versante Nord-occidentale della collina.

Gli scavi archeologici, di conseguenza, si sono limitati quasi sempre alle parti marginali dell’edificio: ricordiamo l’enorme lavoro svolto da Pietro Rosa – l’archeologo incaricato da Napoleone III, che aveva acquistato i Giardini Farnese – che a partire dal 1861 la scavò sistematicamente per circa 10 anni e ne mise in luce i versanti meridionale ed orientale, e soprattutto quello settentrionale, con le imponenti sostruzioni che raggiungono i 20 metri di altezza e che ancora oggi fungono da spettacolare quinta per il Foro Romano.


Uno dei corridoi della Domus Tiberiana sul Palatino, il cosiddetto Criptoportico Neroniano, in una foto d’epoca Alinari
Ancora in parte da indagare e da interpretare sono gli intricati piani inferiori, dentro i quali sono inglobati resti di numerose case aristocratiche di età repubblicana. Proprio queste domus costituirono il primo nucleo della Domus Tiberiana, a partire da quella di Tiberio Claudio Nerone, padre dell’imperatore omonimo; questa casa fu forse la stessa abitata da Germanico, da Claudio, prima di diventare imperatore, e da Caligola, che secondo le fonti ingrandì la Domus Tiberiana ampliandola “fino al Foro”. Quello di Caligola, che, per uno strano scherzo del destino, proprio in un criptoportico della sua Domus fu ucciso nel 41 d.C., fu il primo grande impulso costruttivo della Domus Tiberiana, che non fu mai, per architettura e cronologia, un edificio unitario, ma che si formò progressivamente grazie a una serie di ampliamenti successivi, assumendo un aspetto monumentale solo a partire dall’imperatore Claudio e poi con Nerone.

In quest’epoca le antiche domus furono infatti inglobate in un grande basamento (di metri 50 x 45 circa) circondato da un quadriportico, che fu collegato all’area del Foro da una scalinata monumentale. Ad epoca claudia si datano anche la grande vasca circondata da giardini, scavata a partire dal 2005, sulla terrazza degli Horti Farnesiani ed il criptoportico messo in luce nella stessa area: esso ha infatti restituito una conduttura di piombo con inciso il nome dell’imperatore.

Con la costruzione del Palazzo Flavio la Domus Tiberiana perse la sua centralità e assunse un ruolo maggiormente funzionale; Domiziano, e poi Traiano ed Adriano continuarono però a curarla, ampliandola, tra l’altro, sul versante Nord con le poderose sostruzioni; vi abitarono anche gli Antonini, e Commodo la ristrutturò dopo un incendio. La vicinanza con il Foro e con la parte ancora abitata della città la fecero preferire alle altre residenze palatine nel corso del Medioevo se, ancora nell’VIII secolo d.C., vi abitò anche Papa Giovanni VII, figlio di Platone, curator dei Palazzi Imperiali.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella sesta clip del museo Egizio protagonista Verbano Cusio Ossola e Giuseppe Botti, papirologo e primo esperto di scrittura demotica in Italia
Sesta tappa, Verbano Cusio Ossola. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Verbano Cusio Ossola con la sesta delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La sesta puntata è dedicata a Verbano Cusio Ossola e Giuseppe Botti (1889-1968), papirologo e primo esperto di scrittura demotica in Italia, raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice Centro studi piemontesi.

1914, Vanzone con San Carlo, provincia di Verbano Cusio Ossola. Seduto sulla scalinata della chiesa, un giovane tiene la testa tra le mani, una lacrima gli riga il volto mentre continua a sussurrare: “Non è vero, non è vero niente”. La leggenda narrava che Vanzone dovesse il suo nome alla capacità di essere sempre “avanzato”, risparmiato dalle epidemie e così era sempre stato. Eppure la sua amata Peppina non ce l’aveva fatta, a soli 24 anni era morta di spagnola proprio a Vanzone, il paese in cui erano nati entrambi, dove facevano ritorno ogni estate e dove si erano promessi amore eterno fin dall’infanzia. Quel giovane inconsolabile è Giuseppe Botti (1889-1968), si è formato in ambienti religiosi e si è appena laureato all’università di Torino con una tesi sulla letteratura cristiana. Ed è proprio per quel dolore lacerante che decide che nel suo cuore ci sarà solo più posto per una grande passione, l’unica che non lo abbandonerà mai e a cui dedicherà l’intera vita: gli studi e la ricerca umanistica. “Isepon”, come lo chiamano in famiglia, torna a Vanzone ogni estate, ma vive a Torino dove insegna in vari licei e continua a studiare, ottenendo anche il diploma in Filologia Classica. Anche la civiltà faraonica lo appassiona e diventa un assiduo frequentatore del museo Egizio, dove scopre che questa affascinante civiltà ha sviluppato tre tipi di scrittura: geroglifica, ieratica e demotica. Siamo negli anni ’20 del Novecento. Apprende che il geroglifico, già decifrato da Champollion quasi 100 anni prima, era utilizzato sui monumenti e sugli oggetti per riportare parole sacre. Lo ieratico veniva invece usato dagli antichi egizi alfabetizzati ed era usato per semplificare i geroglifici. Ma è il demotico a sedurlo, una scrittura che sembra fatta per scrivere velocemente, così come usano la stenografia negli uffici. Ed effettivamente scopre che gli egizi la usavano per i documenti amministrativi. Ernesto Schiaparelli, direttore del museo torinese, è molto colpito dall’intuito e dal rigore del Botti, lo incoraggia nello studio del demotico e lo guida nell’ordinamento dei papiri torinesi. E lui non si risparmia, frequenta corsi di specializzazione e intrattiene scambi con egittologi stranieri che ne apprezzano la vivacità intellettuale e la competenza. Nel 1939 esce un suo studio che la consacra come primo demotista nella storia dell’Egittologia italiana. Con l’umiltà e la sobrietà che gli è propria, pubblica altri studi di rilievo che gli consentono una rapida ascesa nel mondo accademico. Giuseppe Botti inizia a insegnare all’università di Firenze, poi vince il concorso per la prima cattedra italiana di Egittologia presso l’università di Milano. E infine, a 67 anni, viene chiamato all’università La Sapienza di Roma dove appassiona e forma generazioni di egittologi. Si dedica a loro come fossero suoi figli, quella famiglia a cui ha dovuto rinunciare in gioventù perdendo la sua Peppina. Dal 1968 riposano insieme a Vanzone, il loro paese natale all’ombra del Monte Rosa.
Napoli. La facciata del Mann si illumina per le festività natalizie 2020: dall’8 dicembre fasci di luce proiettati verso la città. Giulierini: “Il Museo siamo tutti noi e solo insieme possiamo risollevarci. La luce è vita che ritorna”. Su Facebook “MANN in quiz” per regalare abbonamenti al museo

Tre grandi fasci luminosi, proiettati dal museo Archeologico nazionale di Napoli verso la città: una luce simbolica che, dal Mann chiuso a causa dell’emergenza Coronavirus, brillerà sulla strada. La cultura non si ferma: sui tre portoni, corrispondenti all’ingresso principale dell’edificio storico, al cosiddetto centro studi ed al lato degli uffici, sono installati fari che diffonderanno luce naturale e, dai prossimi giorni, anche colorata come la bandiera italiana. Il direttore Paolo Giulierini esprime, così, un messaggio di speranza: ”La vita delle città d’arte e dei loro quartieri, in questo Natale diverso da tutti gli altri, è un tema che, come istituto di cultura attivo sul territorio, non potevamo ignorare. In occasione dell’8 dicembre 2020, accenderemo le luci sulla nostra facciata: la luce è da sempre identificata con la vita che ritorna. È la prima volta che lo facciamo e la chiusura del Museo è un motivo in più per dare questo segnale ai cittadini e agli operatori commerciali. E stiamo preparando altre sorprese a dicembre, per contribuire a tenere viva questa parte di centro storico così legata alla nostra identità. Perché il ‘museo’ siamo tutti noi e solo insieme possiamo risollevarci”.

Dal dialogo con i cittadini al dialogo con il pubblico online: come cadeau natalizio, ogni martedì dall’8 dicembre al 29 dicembre 2020, sarà proposto il gioco Mann in quiz Christmas; per ciascun appuntamento, in palio un abbonamento OpenMANN in versione family, da destinare a chi risponderà, in modo corretto e veloce, alle domande postate su Facebook. Come si partecipa al “Mann in quiz/Christmas” per vincere un abbonamento annuale al Museo? Basta collegarsi a questo gruppo (https://www.facebook.com/groups/593861947885346), dall’8 al 29 dicembre 2020, ogni martedì dalle 11; per ogni appuntamento, nel gruppo si trovano cinque post con cinque domande aperte, collegate a cinque immagini: si possono inserire le risposte nel commento a ciascun post che contiene il quiz; il giocatore che risponderà, nel modo più completo e veloce possibile, a tutti o alla maggior parte dei cinque quesiti, previsti per ogni giornata del gioco, sarà nominato vincitore ed, alla riapertura del Museo, ritirerà in biglietteria una card di abbonamento annuale OpenMann (opzione Family), valida per due adulti over 25. Postare le risposte nel commento ad ogni quesito permette ai giocatori di verificare i propri tempi, apprendere informazioni nuove, monitorare l’andamento del game e la nomina del vincitore! Ci saranno così quattro vincitori per le quattro giornate del gioco.
“Kainua-Marzabotto: la scrittura e la dimensione civica del sacro”: è il tema sviluppato dal progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto

“La scrittura e la dimensione civica del sacro” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I quattro approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Martina Borsani, Martina Castoldi, Chiara Chiodarelli, Gianmaria Feola (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/Kainua-Marzabotto-la-scrittura-e-il-sacro-egv1lg).


Ricostruzione grafica del tempio di Tinia di Kainua-Marzabotto (foto unibo)
Kainua-Marzabotto: la scrittura e il sacro. Attorno al 500 a.C., nel corso di una riorganizzazione dell’intero territorio etrusco, venne fondata in chiave urbanistica Kainua, su un insediamento arcaico presso la moderna città di Marzabotto. Essendo il primo esteso pianoro per chi giungeva dall’Etruria tirrenica attraversando gli Appennini, la sua posizione risultava strategica per gli intesi traffici commerciali, nei quali rivestiva anche un importante ruolo come centro artigianale. La città si trovava ai piedi di una piccola collina che fungeva da acropoli e si sviluppava secondo assi stradali ortogonali, risultato di un preciso rituale basato su osservazioni astronomiche. Gli edifici sacri dell’Acropoli si collegavano, tramite uno degli assi viari principali, al settore nord-est della città, che era riservato ai templi urbani di Tinia e Uni. Questi edifici sono indice dell’importanza che assumeva la dimensione del sacro all’interno della comunità di Kainua. È proprio dai contesti sacri urbani che giungono le testimonianze epigrafiche più importanti della città. Le iscrizioni rivelano che l’alfabeto traeva origine da quelli dell’Etruria settentrionale e forti erano le influenze di Chiusi nella fase più antica. Nelle iscrizioni santuariali sono attestati il nome dell’antica città e quelli delle principali divinità, che hanno permesso di sapere a chi fossero dedicati i due templi urbani. I supporti privilegiati per la scrittura erano le ceramiche di produzione locale, tra cui in particolare il bucchero. Un caso eccezionale è la lamina di bronzo proveniente dal Tempio di Tinia, sia per il tipo di supporto che per la lunghezza del testo iscritto.


Grafica della trascrizione del termine kainuathi (foto unibo)
Kainua la nuova. Durante gli scavi del tempio urbano di Tinia è stata ritrovata un’epigrafe che restituisce il nome antico della città, cioè Kainua. L’iscrizione è stata graffita sul fondo esterno dopo la cottura del vaso, una coppa in bucchero di produzione locale. In ambito sacro, la coppa è il supporto maggiormente utilizzato per le iscrizioni, mentre il bucchero, caratteristico del mondo etrusco, evoca con il suo colore scuro il più pregiato metallo. In base allo stile della scrittura e al contesto di ritrovamento, è stato possibile datare l’epigrafe tra il 500 e il 450 a.C. Il testo, purtroppo mutilo in quanto si conservano soltanto alcuni frammenti del vaso, riporta il termine kainuathi. La terminazione -thi in etrusco indicava lo stato in luogo, mentre è stato proposto di vedere nel termine Kainua l’etruschizzazione dell’aggettivo greco καινόν (kainon, “nuovo”), quindi “la (città) nuova”. Il nome sarebbe dunque stato scelto come chiaro riferimento alla fondazione della città, avvenuta con un piano urbanistico regolare attorno al 500 a.C. su un precedente insediamento di cui conosciamo ancora poco. In passato è stato proposto di vedere un’origine greca della planimetria, ma in seguito è stata appurata una fondazione secondo le norme stabilite dall’Etrusca disciplina, a immagine del templum celeste. Concrete testimonianze rinvenute negli scavi, come il ciottolo con croce incisa posto al centro della città, permettono di ricostruire le fasi di questo complesso atto sacro.


Grafica con trascrizione del termine Tins (foto unibo)
Abitare vicino agli dei. Nel corso della fondazione della città di Kainua sono state osservate le norme dell’Etrusca disciplina per la pianificazione urbanistica. I due templi urbani furono dedicati a Tinia e Uni, riconducibili a Zeus ed Era, e si collocano nel quadrante nord-est della città, in corrispondenza con la loro sede nel templum celeste. Il tempio di Uni è il più antico, risale alla fine del VI secolo a.C. ed è tuscanico, tipologia architettonica nata e sviluppatasi nel mondo etrusco. Il ritrovamento su un frammento in bucchero dell’iscrizione unialthi, che significa “in quello di Uni”, sottintendendo il santuario, ha permesso di attribuire il tempio alla dea. L’area sacra era circondata da un muro, al cui interno è stato portato alla luce un frammento ceramico riferito alla dea Vei, paragonabile a Demetra. Il coccio è legato al rifacimento del recinto sacro del santuario, sacralizzato da un atto rituale che comportò anche la deposizione di un infante. Il tempio di Tinia, più a Ovest, presenta una planimetria greca con alcuni adattamenti etruschi ed è più recente di qualche decennio. Tre iscrizioni testimoniano la pertinenza del tempio a Tinia. Interessante è il frammento di un piccolo vaso in bucchero che riporta il termine Tins. L’epigrafe è collocata sul fondo esterno suggerendo che l’oggetto appartenesse agli strumenti per il culto del dio. L’importanza di queste iscrizioni è ancora più evidente se si considera il quadro scarno di attestazioni epigrafiche cultuali in tutta l’Etruria Padana.


Grafica con trascrizione del termine spural (foto unibo)

Grafica con trascrizione del termine Kainu (foto unibo)
Il rito della comunità. Durante gli scavi del Tempio urbano di Uni, all’interno di uno dei muri di fondazione, sono stati ritrovati due frammenti ceramici riconducibili al collo e all’orlo di un’unica anfora in bucchero. I due frammenti riportano una parola ciascuno. Sulla base dei dati archeologici e del tipo di scrittura, è possibile datare le epigrafi attorno al 500 a.C. Una delle due parole è spural, cioè “della comunità”, e si riferisce al concetto di città intesa come collettività organizzata dal punto di vista sociale e istituzionale, ricalcando il concetto latino di civitas. Questo si contrappone a un altro termine etrusco “per città”, methlum, che ne denota l’aspetto edilizio e infrastrutturale, corrispondente alla urbs latina. Data la cronologia del documento, questa di Marzabotto è una delle più antiche testimonianze del termine “spura”. L’altra parola è kainu, terza attestazione incompleta del poleonimo Kainua. L’ipotesi più accreditata prevede che del testo, forse in origine più esteso, siano state scelte queste due parole nel corso di un rituale, durante la fondazione del tempio. Protagonista era l’intera comunità di Kainua, il suo spura. Secondo un’altra ipotesi, invece, le iscrizioni sui due frammenti sarebbero state graffite dopo la rottura del vaso durante la cerimonia. Pregnante la scelta dell’anfora come supporto scrittorio, in quanto legata al consumo collettivo del vino a scopo rituale. L’atto, compiuto dall’intera Kainua, evidenzia la forte dimensione civica del sacro nella città.


Grafica con trascrizione delle cinque righe di iscrizione (foto unibo)
La celebrazione del tempio. Nell’area sacra del tempio di Tinia, sono venuti alla luce alcuni frammenti di una lamina di bronzo iscritta. Il supporto, piccolo e sottile, insieme al ritrovamento di due chiodi rivestiti d’oro, lascia supporre che fosse affisso ad una struttura lignea. Grazie alla grafia, la lamina è stata datata ai primi decenni del V secolo a.C. Conserva 13 parole disposte su 5 righe, rappresentando così una delle iscrizioni più estese dell’Etruria Padana. Sono citati quattro personaggi, forse magistrati, che sembrano coinvolti in due azioni differenti di carattere rituale. I primi due avrebbero compiuto dei riti presso il muntie di pertinenza dello spura, il corpo civico della città. Il termine muntie potrebbe rimandare al mundus latino, cioè il pozzo sacro a una divinità infera scavato nel momento della fondazione di una nuova città. Gli altri due personaggi, invece, sarebbero legati alla costruzione del tempio di Tinia, come si deduce dalla presenza del verbo hecce, in etrusco “costruire”. Il contenuto e le caratteristiche della lamina possono suggerire dei confronti con altri esempi di documenti commemorativi esposti al pubblico. Uno dei più noti sono le Lamine auree affisse sulla porta di un tempio nel santuario di Pyrgi, vicino a Cerveteri. Grazie al confronto con il mondo greco, è stato inoltre ipotizzato che, a differenza delle Lamine di Pyrgi, la lamina di Marzabotto fosse posta su un’intelaiatura lignea collocata nell’area del tempio, quindi visibile dall’intera comunità.
Parco archeologico del Colosseo. Seconda delle tre “Lezioni di archeologia” tenute dal prof. Andrea Carandini. In questa lezione il grande archeologo spiega lo scavo del Palatino, uno straordinario viaggio nel tempo alla scoperta delle origini di Roma

Secondo appuntamento con le “Lezioni di archeologia” con il prof. Andrea Carandini promosse dal Parco archeologico del Colosseo, di cui l’eminente professore e famoso archeologo è membro del comitato scientifico. Dopo aver magistralmente spiegato, con parole semplici e immagini esemplificative, cos’è e come si fa uno scavo stratigrafico, in questa “lezione” ci spiega il “suo” scavo sul Palatino, che si snoda come un viaggio a ritroso nel tempo, dove ha definito le origini di Roma, dal Septimontium alla città romulea dell’VIII sec. a.C. all’ampliamento dell’urbe con la Roma murata del re Servio Tullio nel 530 a.C.
“In vita mia – spiega Carandini – ho scavato soprattutto a Roma, in Italia e nell’Africa settentrionale. In questa vasta esperienza lo scavo più impressionante che ho affrontato è stato senz’altro quello delle pendici settentrionali del Palatino, cioè quel lato del Palatino rivolto alla via Sacra, al Foro e alla Velia, dove io ho scavato per una generazione, cioè circa 35 anni, con gli studenti di Roma e con tanti aiuti e con tanti collaboratori. All’inizio volevo trovare, sotto i grandi magazzini e negozi dell’epoca imperiale, le case dei consoli, di cui parlano le fonti letterarie, che stavano chiaramente sotto questi edifici, e così ho trovato appunto queste case addirittura risalenti al VI sec. a.C. Intorno al 530 a.C. sorgono delle spettacolari case in opera quadrata, già ad atrio, quindi già con una forma che poi diventerà canonica soprattutto nella tarda Repubblica e nel primo Impero. Quindi tutta la storia della casa romana è stata svelata da questo scavo in tutta la sua diacronia. Ma il problema era: cosa c’era prima delle case del 530 a.C.? e prima delle case del 530 a.C. c’era un curiosissimo vuoto al centro del quale c’era un muro. Questo muro aveva una porta, questa porta aveva una soglia, e sotto la soglia c’era un deposito di natura sacrale che ha dotato questa porta intorno al 775-750 a.C. Era molto difficile non confrontare questo dato monumentale con le fonti letterarie che dicevano che Romolo aveva fondato Roma alla metà dell’VIII sec. a.C., quindi proprio in quegli anni, benedicendo il terreno del Palatino e circondandolo con un muro, il Murus Romuli, quello che poi Remo ha violato e per cui poi è stato ucciso da Romolo. La tradizione cominciava ad essere confermata. Era una struttura molto importante che non aveva niente davanti e dietro, perché le mura devono essere rispettate sia davanti che dietro. Abbiamo scavato queste mura che poi sono state rifatte nel tempo, nel VII secolo e nel VI, fino a che sono state abolite proprio per fare quelle case del 530 di cui ho parlato. E perché le case hanno abolito il muro? Perché intorno al 530 Servio Tullio ha allargato la zona benedetta di Roma per contenere tutta la città e ha costruito le famose mura serviane che si possono vedere ancora in alcuni punti di Roma. Quindi le mura dell’VIII secolo non servivano più, ma le porte – avendo un significato simbolico molto importante – sono state conservate anche dopo, direi almeno fino a Nerone, e quindi ne abbiamo seguito tutta la traiettoria. Questo dimostrava che effettivamente era esistita una Roma sul Palatino murata, soprattutto tra la metà dell’VIII e la metà del VI sec. a.C. E poi c’era stato un re, Servio Tullio, rifondatore, che aveva avuto – diciamo – una concezione molto più ampia e molto più grande della città. Questo scavo ha permesso anche di conoscere ciò che c’era sotto le mura, perché sotto le mura invece riprendevano le case, ma non più in opera quadrata e ben costruite, ma appunto come capanne. Erano le capanne del Septimontium, della Roma prima di Roma, di cui Varrone ci parla: “Ubi nunc est Roma, erat olim Septimontium”, e quindi siamo risaliti nel tempo di altri secoli riguadagnando a Roma una parte importantissima della sua storia che gli archeologi poco avveduti delle precedenti generazioni non erano riusciti a scoprire. Quindi Roma è stata preceduta da un abitato che aveva un nome diverso, è stata fondata alla metà dell’VIII secolo, e non è stata creata nel VI come hanno creduto gli storici. La critica storica che ha creduto del tutto infondata la leggenda di Roma – conclude Carandini – è il più grande fallimento della cultura umanistica occidentale”.
“Lapilli sotto la cenere”. Con la 13.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci guida alla scoperta delle Terme nord-occidentali, che conservano dettagli ornamentali veramente eccezionali

Con la 13.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci guida alla scoperta delle Terme nord-occidentali, un piccolo impianto termale situato nella zona nord-occidentale della città antica, che conserva dettagli ornamentali veramente eccezionali.
Subito sul limite occidentale della città si trovava un piccolo complesso termale non completamente scavato ma davvero molto interessante, che fa da parallelo alle terme suburbane che si trovavano sul lato Sud-Est. “Le terme sono state solo parzialmente esplorate”, spiega Sirano, “ma la parte ormai nota ci colpisce per il grado di conservazione. Il padiglione del calidarium delle terme, che conserva ancora la sua copertura originaria con una parte delle tegole ancora al loro posto, era caratterizzato dalla presenza di tante finestre che evidentemente dovevano catturare la luce e la brezza marina che qui si respirava. Il laconicum, che era la sala dove si sudava, e tutti gli altri ambienti che caratterizzano una terma romana, sono stati solo parzialmente sfiorati oppure si trovano ancora al di sotto della terra. Anche le finestre del calidarium non sono ancora state scavate, con il flusso piroclastico ancora nella sua posizione originaria all’interno dei vani finestra. Ai lati del calidarium c’erano due piccoli cortili che venivano utilizzati per esercizi ginnici. Su un lato c’era anche un portico ad U che chiudeva questo cortiletto. Avviandoci verso quello che doveva essere l’affaccio a mare, l’edificio termale aveva una soluzione estremamente panoramica. Attraverso delle scalette si andava su una terrazza inferiore e qui si trovava una vasca circolare che doveva direttamente permettere a chi si trovava nella vasca di guardare verso il mare.

Nel calidarium si entra, come facevano anche gli antichi, attraverso una porta finestra che -come detto- serviva per poter uscire verso la vasca circolare. “Appena entrati – continua Sirano – si nota la presenza di un bordino di marmo che serviva a raccogliere le gocce d’acqua di chi stava uscendo dalla piscina. Una volta dentro il vano, gli occhi su devono abituare all’oscurità, che però non c’era nel periodo romano quando le finestre raccoglievano tantissima luce. Ma, come detto, le finestre sono state ancora lasciate non scavate. Si vede infatti ancora il flusso piroclastico e addirittura in una finestra gli scavatori hanno lasciato in situ, perché lo scavo non è completo, uno degli scuri che chiudevano la finestra in legno. Sul fondo di questa sala c’è un abside con i resti di decorazione dipinta, e si vedono anche una serie di nicchie alle pareti dove dovevano essere collocate delle statue che non sono state trovate però al momento dello scavo. Interessantissima la copertura a volta. Per creare la camera d’aria si utilizzavano delle tegole mammate, cioè delle tegole che avevano dei peducci ancora visibili che servivano a creare una piccola intercapedine in maniera che l’aria calda circolasse. Questo edificio aveva anche un sovrappiù di decoro. Oltre la cornice, con una modanatura a stucchi policromi ancora conservati, c’è un trattamento fatto con dei legni, con della spuma di lava, a finta rocaille, cioè si riproduce una specie di grotta. È come se avessero voluto imitare una grotta naturale”.
La seconda edizione di archeocineMANN vinta dal film “Gli ultimi segreti di Nazca” sugli enigmatici geoglifi di Nasca e la piramide di Cahuachi. Ora per cinque giorni i film della rassegna sono on demand

Quattro giorni di diretta in streaming sulla piattaforma www.streamcult.it e ora cinque giorni, dal 6 al 10 dicembre 2020, on demand con la possibilità di vedere o rivedere i film in programma nella seconda edizione di archeocineMANN, festival internazionale del cinema archeologico di Napoli, organizzato dal museo Archeologico nazionale di Napoli in rete con Archeologia Viva e Firenze Archeofilm. Quest’anno, in mancanza di pubblico in presenza, il premio Mann è stato assegnato da una giuria tecnica, composta dal direttore del Mann, Paolo Giulierini; dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti; e dal direttore artistico di archeocineMANN, Dario Di Blasi.

È toccato proprio a Dario Di Blasi l’onore di proclamare il vincitore del premio Mann: “Gli ultimi segreti di Nazca / The last secrets of Nasca” di Jean Baptiste Erreca (Francia, 2018, 52’). Nel Sud del Perù, ai piedi della catena montuosa delle Ande, i Nazca costruirono città e disegnarono un’immensa rete di linee geometriche e geoglifi. Chi rappresentavano queste figure enigmatiche visibili solo dal cielo e qual era il loro significato? Un team di archeologi di tutto il mondo sta sfruttando le ultime tecnologie per scoprire uno dei più grandi segreti dell’umanità. Le loro ultime campagne di scavo hanno portato alla luce nuove mummie, tessuti favolosi, ceramiche e misteriosi teschi allungati… Questa la motivazione della giuria tecnica: “Dei geoglifi di Nasca e della piramide di Cahuachi molto si è parlato in questi anni. Molti film sono stati fatti, ma finalmente in quest’opera cinematografica, “Gli ultimi segreti di Nazca”, molte ipotesi sono state raffinate e sono diventate più plausibili e convincenti. La più che quarantennale ricerca di Giuseppe Orefici e la realizzazione del museo Antonini ricevono gratificazione da queste immagini. Un mondo così lontano nello spazio e nel tempo ci viene restituito con splendide immagini e particolareggiata ricerca. È con grande piacere che attribuiamo il premio Mann a quest’opera con la non troppo nascosta intenzione di premiare l’opera faticosa, difficile e puntigliosa di Giuseppe Orefici nel Progetto Nasca e del suo collaboratore Antonini prematuramente scomparso a cui è stato intitolato il museo di Nasca”.
Il museo Archeologico nazionale di Firenze ricorda la prof.ssa Edda Bresciani a pochi giorni dalla sua scomparsa: per il museo Egizio ha curato alcune mostre con la direttrice Maria Cristina Guidotti, sua allieva

A qualche giorno dalla scomparsa della professoressa Edda Bresciani, il museo Archeologico nazionale di Firenze ha postato sul proprio sito un ricordo della grande egittologa (Ricordo della professoressa Bresciani – Museo Archeologico Nazionale di Firenze (wordpress.com).

“Ricordiamo oggi la professoressa Edda Bresciani, professore emerito dell’università di Pisa e membro dell’Accademia dei Lincei ma anche personalità certamente molto significativa per il “Museo Egizio” di Firenze, recentemente scomparsa. Durante la sua lunga carriera ha dedicato studi e articoli a Ippolito Rosellini e alla spedizione franco-toscana in Egitto, durante la quale furono trovati tanti dei reperti oggi conservati al Museo. Maria Cristina Guidotti, per tanti anni curatrice del “Museo Egizio” di Firenze e sua allieva, ricorda gli scavi in Egitto e le tre mostre che la prof.ssa Bresciani ha organizzato con la collaborazione dell’allora soprintendenza Archeologica della Toscana con il materiale conservato proprio a Firenze: “Il Nilo sui Lungarni. Ippolito Rosellini egittologo dell’ottocento”, a Pisa, 29 maggio – 30 giugno 1982; “Le vie del vetro. Egitto e Sudan”, a Pisa, 28 maggio – 12 giugno 1988; “L’argilla e il tornio. La produzione fittile dell’Egitto antico in Toscana”, a Pisa, 21 dicembre 1991 – 23 febbraio 1992, e poi a Firenze presso il Museo Archeologico, 20 giugno – 30 settembre 1992.

“Al MAF è conservato ed esposto nelle ultime sale del “Museo Egizio” il sarcofago in pietra di Bakenrenef, acquistato da Rosellini nel 1828, la cui tomba è stata studiata a Saqqara proprio dalla prof.ssa Bresciani. Un ricordo in più che va ad arricchire l’intreccio di storie sussurrate dai reperti a chi li guarda…”.
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