Bimillenario di Augusto. A Caorle la mostra “Mare nostrum”: viaggio virtuale sulle grandi navi commerciali o i potenti vascelli da guerra alla scoperta dell’età dell’oro di Roma, l’età augustea
“Fermati, visitatore!”. È lo stesso imperatore Augusto “in carne ed ossa” a ricevere e introdurre i visitatori alla mostra “Mare Nostrum. Augusto e la potenza di Roma”, organizzata da Culture Active al Museo del Mare di Caorle fino al 30 settembre (vedi il post del 20 agosto su archeologiavocidalpassato). Augusto appare dal buio e per un attimo hai l’impressione di averlo lì davanti in persona. Il breve video apre il viaggio virtuale alla scoperta dell’età dell’oro di Roma, l’età augustea. Attraverso ricostruzioni immersive, ambientazioni virtuali strumenti interattivi il visitatore si trova a viaggiare sulle grandi navi commerciali cariche di prodotti artigianali e beni di lusso; ma in questo viaggio virtuale si vivono in prima persona anche le battaglie navali che hanno cambiato il corso della storia.
Siete pronti? Il viaggio può cominciare. E si scopre subito perché i romani chiamavano il Mediterraneo “Mare Nostrum”, che ha dato il titolo alla mostra. Se si segnano le rotte che collegavano Roma con porti, empori, colonie lungo le sponde del Mediterraneo dalle Colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) all’Ellesponto (stretto dei Dardanelli), ne esce un intrico di collegamenti degno di un portolano di molti secoli dopo. Nell’urbe arrivavano dalle regioni più disparate dell’impero olio, grano, garum (salsa di pesce), vino, porpora, cotone, incenso, marmi… La maggior parte dei beni arrivavano all’interno di speciali contenitori, le anfore, di forme e dimensioni diverse a seconda del contenuto e del luogo di produzione: differenze utilissime oggi agli archeologi per ricostruire le rotte e le derrate delle navi commerciali di duemila anni fa.
Ma non sempre il trasporto andava a buon fine. Tempeste, mare in burrasca, bassi fondali e scogli affioranti, e talora un cielo senza stelle, trasformavano una navigazione sicura e remunerativa in un viaggio a rischio naufragio. Le coste italiane e mediterranee annoverano sui loro fondali relitti di ogni epoca. Anche al largo di Caorle ne sono stati individuati più di uno. È proprio il cosiddetto relitto Caorle I (scoperto nel 1992 a 13 miglia marine dalla costa e a 30 metri di profondità) che offre lo spunto per fare una conoscenza multimediale delle navi commerciali romane. Così la mostra “Mare Nostrum” ti fa immergere nelle acque del mare Adriatico: vedi il relitto adagiato sul fondale, ci cammini sopra e, grazie a un effetto speciale – molto gradito ai bambini-, ecco che i nostri passi sembrano spostare l’acqua creando piccole onde. La “passeggiata” sul relitto è utile, perché ci permette di scoprire alcuni particolari interessanti (mettendo insieme ritrovamenti archeologici subacquei avvenuti in realtà su più relitti): dal fornello allo scandaglio e alla cassetta del pronto soccorso. Sì, proprio la cassetta del pronto soccorso! Anche duemila anni fa qualche piccolo incidente o problema sanitario erano eventi da mettere in conto. Il kit sanitario era contenuto in casse di legno (materiale molto deperibile e perciò raro da trovare negli scavi archeologici, soprattutto subacquei): strumenti medico-chirurgici per le emergenze durante la navigazione e alcuni farmaci-medicamenti a base di coriandolo e cumino per curare i disturbi intestinali. Non è un caso che il termine “nausea” derivi dal latino nãusea mal di mare, derivante a sua volta dal greco “nusia” (νυσία), variante ionica di “nautia” (ναυτία), derivante da “naus” (ναῦς) che in greco significa “nave” e ci porta direttamente ai greci, popolo di navigatori ben prima dei romani. Con il fornelletto da campo, diremmo oggi, si risolveva il problema della cottura dei cibi in mare. Ne esistevano di due tipi: il tipo “a cassa”, con un piano di cottura in laterizi con sopra delle braci e una graticola in ferro; e il tipo “mobile” in piombo, più comune probabilmente perché utilizza il piombo che è un metallo più resistente e si ripara più facilmente; un utensile perfetto quindi per la vita a bordo di una nave: il fornello era in doppia lamina di piombo con un camino dove veniva versata acqua per impedire che il metallo si surriscaldasse avvicinandosi al punto di fusione. E quando poi la nave si stava avvicinando alla costa o cominciava a far buio tornava utile lo scandaglio per verificare la profondità del mare ed evitare così gli insidiosi bassi fondali. All’anello si legava una sottile fune di canapa (“sagola”) che, misurata a braccia, consentiva di determinare la profondità di quel tratto di mare. La base, che andava a toccare il fondo, era incavata e ricoperta di grasso animale (“sego”) che permetteva di prelevare piccoli campioni di fondale marino.
Ma non sempre i romani andarono per mare con scopi commerciali. Anzi, prima per creare degli empori o individuare dei centri abitati amici e poi per garantire la sicurezza delle rotte alle grandi navi da trasporto, furono necessarie nel corso dei secoli molte battaglie navali nei passaggi strategici del Mediterraneo o contro i popoli che tentavano di opporsi al nascente concetto di “mare nostrum”. Le battaglie sul mare sono andate avanti fino all’ascesa al potere di Ottaviano, il futuro Augusto primo imperatore romano, che è il tema portante della mostra di Caorle. Sono tre le battaglie importanti che hanno costruito la fortuna di Augusto: Filippi, Nauloco e Azio. Ancora una volta la multimedialità viene in aiuto al visitatore che, salendo su un tappetino-sensore, fa partire le immagini della battaglia desiderata le quali, con uno sviluppo concavo di quasi 200 gradi, “avvolgono” il visitatore e lo “immergono” negli scontri sanguinosi. Così a Filippi (42 a.C.) nella battaglia campale tra Marco Antonio e Ottaviano contro Bruto e Cassio, gli assassini di Cesare. Così a Nauloco (36 a.C.), vicino a Milazzo in Sicilia, quando la flotta al comando di Marco Vipsanio Agrippa, ammiraglio di Ottaviano nonché suo migliore amico e futuro genero, sconfisse Sesto Pompeo che con la sua flotta aveva invaso l’isola. Così ad Azio (31 a.C.), vicino al golfo di Ambracia, l’odierna Arta sulle coste ioniche nord-occidentali della Grecia, con la battaglia navale che segnò la definitiva vittoria da parte di Ottaviano su Marco Antonio e Cleopatra.
Il percorso della mostra volge al termine. Del primo imperatore di Roma ormai si conoscono tutte le tappe fondamentali della sua vita. Non rimane che il saluto finale. E naturalmente è ancora lui, Augusto, ad accomiatare i visitatori accompagnandoli virtualmente all’uscita.
L’Antico Egitto a Conegliano. In mostra da settembre a Palazzo Sarcinelli la ricostruzione di Abido, la città sacra ad Osiride. E la vitivinicoltura lungo il Nilo all’epoca dei faraoni

Il manifesto della mostra di Conegliano “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”
Meno di tre settimane all’apertura a Palazzo Sarcinelli di Conegliano della mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città santa per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione: qui i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, qui i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, qui per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o hanno fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. L’associazione culturale Osireion di Abido e Paolo Renier stanno dando forma all’esposizione al piano nobile di Palazzo Sarcinelli, dove aprirà il 12 settembre. E se qualche giorno fa eravamo riusciti a sbirciare gli allestimenti nell’androne al piano terra (vedi post del 12 agosto su archeologiavocidalpassato), ora filtra qualche indiscrezione sul nucleo principale della mostra al piano nobile.

Il presidente dell’associazione Osireion di Abido, Maurizio Sfiotti, mentre realizza il plastico dell’area archeologica di Abido

Mappa satellitare Umm el-Qa’ab (“La madre dei vasi”) con la posizione delle tombe reali delle prime dinastie
E allora saliamo al piano nobile a sbirciare un po’. Il visitatore sarà accolto da una presentazione generale del sito di Abido, con la sua localizzazione e una descrizione dell’area archeologica. Per facilitare la lettura di Abido ci sarà un modello in scala realizzato dal geometra Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione Osireion di Abido, affiancato dalle fotografie di Paolo Renier (alcune con soggetti ormai non più visibili nella realtà) . Così si potranno riconoscere le tombe reali proto dinastiche di Umm el-Qaab, o il Tempio di Osiride a Kom el-Sultan e il complesso di Shunet ez-Zebib. Umm el-Qa’ab (“La madre dei vasi”) è il nome moderno legato alla grande quantità di frammenti di ceramica scoperti nella zona. Qui nel 1895 Emile Amelineau scoprì una necropoli con le sepolture di sovrani predi nastici e faraoni della I e della II dinastia dell’Antico Egitto. Tutte le sepolture sono costituite da camere sotterranee sulle quali probabilmente insisteva una mastaba. È qui che l’egittologo tedesco Gunther Dreyer ha rinvenuto sigilli con le sequenze dei sovrani della I dinastia. Kom el-Sultan è una grande struttura di mattoni crudi che comprende un primo tempio di Osiride, sorto probabilmente sul luogo del tempio della prima divinità del luogo, Khenti-Amentiu. Gran parte della struttura originale è andata perduta, ma gli scavi hanno rivelato centinaia di stele legate al culto di Osiride. Qui è stata trovata l’unica statua finora nota del faraone Cheope (IV dinastia), quello della Grande Piramide di Giza. Infine Shunet ez Zebib: è una grande struttura in mattoni realizzata dal re Khasekhemwy (2690 a.C.), ultimo faraone della II dinastia. A completare questa conoscenza generale di Abido la mostra di Conegliano sarà arricchita da pannelli didascalici e da una vetrina con esempi di ceramica proveniente da Abido.
“Ora immaginiamo di essere ai limiti del deserto che lambisce la città sacra di Abido”, spiega Federica Pancin, la giovane egittologa di Ca’ Foscari che cura la consulenza scientifica. “Qui vedremmo l’imboccatura di un tunnel che emerge dalle sabbie: è l’ingresso del corridoio che porta all’Osireion, la tomba di Osiride, il luogo più sacro di tutto l’Antico Egitto”. A Conegliano il visitatore potrà idealmente percorrere il Corridoio Occidentale dell’Osireion grazie alle fotografie di Paolo Renier che permettono di vedere da vicino un luogo altrimenti inaccessibile al circuito turistico. A un certo punto il corridoio piega di 90 gradi, analogamente a quando succede nel monumento egizio. Anche qui pannelli informativi e didascalie faciliteranno la comprensione della struttura. “Si entra così all’interno dell’Osireion”. Qui un plastico in scala 1:20, realizzato sempre da Maurizio Sfiotti, illustrerà l’architettura della Tomba di Osiride: sarà impressionante constatare quale sia la mole dei pilastri monolitici in granito e quanto sia profondo il canale che circonda l’isola centrale. Più oltre l’allestimento è ancora in corso. Scopriremo il resto della mostra nei prossimi giorni.
Sala del vino. Ma intanto si viene a sapere che ci sarà un ambiente, collaterale alla mostra, che legherà a filo doppio l’Antico Egitto con Conegliano: la Sala del vino. “In questo ampio locale – spiega Renier – sarà approfondita la tematica della preparazione del vino, argomento che collega l’antico Egitto al territorio trevigiano. La ricostruzione in scala 1:1 di un torchio di Antico Regno permetterà di capire le antiche tecniche di lavorazione delle uve e servirà da spunto per descrivere quelle moderne, prerogative delle cantine di Conegliano e dintorni che vorranno conoscere il progetto. La sala ospiterà periodiche degustazioni dei vini della cantina Masottina ed eventi correlati al mondo enogastronomico di oggi e di ieri. La spiegazione dei processi antico-egiziani di coltivazione, vendemmia, spremitura, torchiatura e vinificazione sarà affidata alle immagini delle tombe nella Valle del Nilo, riproposte fedelmente da un artista contemporaneo”.
Bimillenario di Augusto. A Caorle “Mare nostrum”: percorso multimediale per rivivere la grandezza di Roma anche attraverso i più famosi film kolossal da “Cleopatra” a “Rome”
Spettacolare. Ma rigorosa nell’esposizione. È la singolare mostra “Mare nostrum. Augusto e la potenza di Roma” in corso a Caorle nel Veneziano (fino il 30 settembre, museo del Mare; tutti i giorni, 18-24; info 0422.583654), un viaggio virtuale e immersivo attraverso il tempo e lo spazio alla scoperta degli antichi romani. Un viaggio attraverso il “nostro mare” – il Mediterraneo – dal punto di vista dei grandi commerci ma anche della potenza navale di Roma durante uno dei periodi più gloriosi, l’età di Augusto. Così anche Caorle partecipa a suo modo alle manifestazioni per il Bimillenario della morte di Augusto (14-2014), presentando un viaggio che lega proprio la città di mare, porto commerciale oggi come duemila anni fa, all’antica Roma che sul mare fu potenza commerciale e militare.

Il monumentale busto di Augusto (dal set della serie televisiva “Rome”) accoglie i visitatori all’ingresso della mostra
Questo suggestivo percorso multimediale, con la ricostruzione di relitti trovati in fondo al mare ma anche delle grandi battaglie navali di Roma, ci porta poi a rivivere la grandezza di Roma attraverso i più famosi film kolossal, da “Cleopatra” (1960) con Elizabeth Taylor e Richard Burton, al “Gladiatore” (2000) con Russel Crowe , alla serie televisiva “Rome” (2005-2007), dalla quale proviene il monumentale busto di Augusto che accoglie i visitatori all’ingresso della mostra. Imponente, monumentale: Augusto accoglie i visitatori dall’alto della sua grandiosa figura, degna immagine del primo imperatore di Roma. Così, fin dall’ingresso, si capisce subito che la mostra “Mare nostrum. Augusto e la potenza di Roma”, aperta al museo del Mare di Caorle fino al 30 settembre, non è la “solita” mostra di archeologia. Spettacolare e rigorosa nella sua ricostruzione scientifica, “Mare nostrum” è un viaggio virtuale nello spazio e nel tempo alla scoperta degli antichi romani che proprio sul mare costruirono la potenza commerciale e militare di Roma, durante la sua “età dell’oro” (preannunciata da Virgilio nella IV Ecloga), cioè l’età di Augusto. Così in qualche modo anche Caorle partecipa alle celebrazioni che in tutta Europa si tengono per celebrare il bi millenario della morte di Augusto (14-2014). Non a caso all’ingresso della mostra – come detto – c’è il grande busto dell’imperatore Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Proviene direttamente dal set di “Rome”, la serie televisiva prodotta da Hbo, Bbc e Rai Fiction (2005-2007) in onda in questo periodo sui canali Rai. Ma con una chicca per i visitatori della mostra: sul busto colossale è proiettata la lorica di Augusto, con tutte le raffigurazioni che caratterizzavano la sua corazza in pelle con inserti di metallo.
Sulla lorica sono raffigurati: in alto una personificazione del Caelum. Sotto di esso vola la quadriga del Sol. Procedendo verso destra troviamo la Luna quasi completamente coperta da l’Aurora. Al centro vi è la scena del re dei Parti Fraate IV che restituisce le insegne catturate ai Romani dopo la sconfitta di Crasso; è presumibile che il generale romano raffigurato con ai piedi un cane (o più probabilmente un lupo, simbolo per eccellenza di Roma), sia Tiberio, visto che proprio lui partecipò alla campagna partica. Ma non è da escludere che si tratti dello stesso Augusto o di un semplice legionario romano o infine dello stesso dio della guerra Marte. Ai due lati si trovano rispettivamente due donne che piangono. Quella a destra tiene in mano uno stendardo sui cui è raffigurato un cinghiale e la tipica tromba celtica a forma di drago: il carnyx. Quella a sinistra, colta in atteggiamento di sottomissione, porge un fodero senza gladio. È possibile che la prima rappresenti le tribù celtiche del Nord-Ovest della Spagna, Astures et Cantabri, che erano state conquistate da Augusto, oppure la Gallia stessa che sempre dall’imperatore era stata riorganizzata e pacificata tra il 12 e l’8 a.C.; la seconda invece, non essendo completamente disarmata, potrebbe raffigurare le tribù germaniche situate tra il Reno e l’Elba che comunque sarebbero presto state oggetto di conquista oppure i regni dell’Oriente ellenistico, clienti di Roma. In basso, semisdraiata, si trovano la dea Tellus, simbolo di fertilità, tenente un corno colmo di frutta e due neonati che si afferrano alla veste della dea.
Ma non c’è solo il busto di Augusto. Grazie alla collaborazione con Special Effects Creatures Studios srl, sono esposte in mostra grandi installazioni che portano il visitatore direttamente sul set cinematografico di Cinecttà e negli studios degli intramontabili kolossal hollywoodiani: da “Cleopatra” (1960) con Elizabeth Taylor e Richard Burton, al “Gladiatore” (2000) con Russel Crowe. Dalla storia al cinema – come si vede – il passo è breve; ma è un passo che, se nell’immaginario collettivo ha contribuito a portare l’attenzione e l’interesse del grande pubblico su Roma antica con i suoi vizi e le sue virtù, ha anche diffuso non pochi errori storici e svarioni didascalici . Così in questo viaggio virtuale e immersivo (che vedremo meglio in un prossimo post) la mostra “aggiusta il tiro” offrendo ricostruzioni a tutto tondo – scientificamente precise – di alcuni personaggi chiave della romanità: si va dal legionario al gladiatore, dal tribuno al soldato barbaro, presentati con vestimenti e corredi corretti, accompagnati da pannelli informativi completi.
Il percorso della mostra chiude con un video-quiz, pensato per i ragazzi ma che piace molto agli adulti. Su uno schermo scorrono spezzoni di famosi film in costume: “Totò e Cleopatra” (1963), “Spartacus” (1960), “Quo vadis” (1951), “L’ultima legione” (2007), “Il gladiatore” (2000), “Cleopatra” (1960), “Troy” (2004), “Ben Hur” (1959), “Asterix e Obelix contro Cesare” (1999). Davanti allo schermo ci sono a disposizione dei visitatori altrettanti grandi pulsanti rossi, molto simili a quelli usati nei quiz televisivi preserali, ognuno dei quali riporta il titolo di uno dei film proiettati. Se si schiaccia il pulsante col titolo giusto, sullo schermo compare l’immagine di una statuetta dell’Oscar: è il “premio” per il visitatore che così lascia la mostra tradendo un sorriso di soddisfazione.
Bimillenario di Augusto. Mostre ed eventi a Roma dal’Ara Pacis (L’arte del comando) ai Mercati Traianei (La città di Augusto) e al foro di Augusto rivive la romanità con Piero e Alberto Angela
A Roma si susseguono mostre ed eventi per celebrare il bimillenario di Augusto. “L’arte del comando. L’eredità di Augusto”, al Museo dell’Ara Pacis fino al 7 settembre, è una tappa fondamentale per approfondire le principali politiche culturali e di propaganda messe in atto da Augusto nel suo principato e replicate nei secoli per il loro carattere esemplare. Le 12 sezioni della mostra, articolate per temi ed epoche storiche differenti, illustrano in che modo imperatori come Carlo Magno, Federico II, Carlo V o Napoleone, per citarne solo alcuni, nel corso della storia abbiano reinterpretato “l’arte del comando” di Augusto a volte con formule molto vicine o identiche. Sono esposti incisioni, dipinti, monete, mosaici, acqueforti, oli, sculture e gemme grazie ai prestiti di prestigiosi istituti culturali, dagli Uffici ai Musei Vaticani, dal museo di Capodimonte alla Galleria Borghese, da Palazzo Barberini al museo etrusco di Villa Giulia, solo per citarne alcuni. “La propaganda augustea si basava sulla discendenza della gens Julia dall’eroe troiano Enea, il figlio di Anchise e della dea Venere già noto dalla tradizione epica greca e romana e protagonista nel Lazio di antichi miti di fondazione”, spiegano i curatori della mostra Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. “Il principe ebbe però l’abilità di commissionare una serie di opere che sistematizzavano le origini troiane di Roma e al tempo stesso quelle della sua stessa famiglia, in modo tale che la sua ascesa al potere apparisse agli occhi dei contemporanei non solo legittima ma predestinata. A questo scopo commissionò opere come l’Eneide, l’arredo simbolico del suo Foro e l’Ara Pacis, facendo della propaganda un’arte e affidando alle creazioni delle migliori menti del suo tempo la sua stessa immagine. Augusto seppe scegliere i suoi collaboratori e con loro adattò al suo regime il mito dell’età dell’oro, quando il tempo ricomincia il suo ciclo e riporta tra gli uomini semplicità di costumi, prosperità e pace universale”. Queste due leve, usate dal circolo augusteo per gettare le basi dell’immaginario imperiale, furono così efficaci che la discendenza divina dell’imperatore e la pace augustea saranno fonte d’ispirazione nei secoli per gli assolutismi a venire.
L’evento “Keys To Rome”, ai Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali dal 24 settembre 2014 al 12 aprile 2015 ha come tema centrale della mostra “Le Chiavi di Roma. La città di Augusto”. L’esposizione, ideata e curata dalla soprintendenza Capitolina e dal CNR, è un evento organizzato dalla più grande rete di eccellenza europea sui Musei Virtuali, V-MUST, coordinata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quattro città forniranno quattro prospettive diverse sulla cultura romana: il cuore di Roma, con il Museo dei Fori Imperiali; Alessandria d’Egitto, nelle splendide sale della Biblioteca Alessandrina; Amsterdam con l’innovativo Museo Allard Pierson e, infine, Sarajevo all’interno della storica biblioteca, sede del municipio, da poco restaurata. Le quattro città, che simboleggiano i “quattro angoli” del mondo romano, sono alla base dell’idea della mostra europea e saranno un’occasione senza precedenti per guardare all’Impero da punti di osservazione storici, geografici, culturali e umani molto diversi. Al centro dell’esperienza museale, un percorso fatto di filmati, di sistemi di interazione naturale e applicazioni mobili, guiderà il visitatore a ripercorrere la storia romana, grazie a due protagonisti, un vecchio mercante e suo nipote, che dovranno ritrovare gli oggetti appartenuti alla famiglia e svelarne i segreti, usando le chiavi di Roma, nell’unico giorno in cui il dio Giano consentirà di aprire le porte del tempo. Nella Grande Aula del Museo, una mappa della città darà al visitatore la sensazione di “camminare” nella Roma di duemila anni fa. Il Foro di Augusto, il suo Mausoleo, l’Ara Pacis e gli altri monumenti, “emergeranno” dalla mappa e racconteranno la propria storia. Due busti di Augusto e Agrippa – il suo “braccio destro” – si animeranno e parleranno delle strategie e degli avvenimenti storici che hanno permesso l’irresistibile ascesa del princeps e la trasformazione della città. Infine, videopannelli presenti lungo il percorso espositivo illustreranno le novità scientifiche sugli ultimi scavi, testimoniando la continua ricerca e la presenza sul territorio degli archeologi della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Nell’ambito delle attività collaterali che arricchiranno ulteriormente l’evento, verrà anche organizzata la “Digital Museum Expo”, esposizione e workshop rivolti a professionisti e operatori del settore, che presenteranno le soluzioni tecnologiche più recenti, create per i musei del futuro. L’Expo sarà visitabile a Roma, sempre all’interno del Museo dei Fori Imperiali, per una settimana, dal 24 al 28 settembre 2014. Verrà poi spostato a turno nelle altre quattro sedi di “Keys to Rome” tra ottobre e dicembre.
Ma si potrà anche «camminare» nella Roma Augustea scoprendo luoghi suggestivi e testimonianze architettoniche importanti dell’azione innovatrice di Augusto. “Foro di Augusto. 2000 anni dopo” è un progetto spettacolare ideato e curato da Piero Angela e Paco Lanciano con la storica collaborazione di Gaetano Capasso. Grazie ad appositi sistemi audio con cuffie gli spettatori (durata 40 minuti; max 200 persone; le giornate di pioggia saranno recuperate) possono ascoltare la musica, gli effetti speciali e il racconto di Piero Angela in 6 lingue, italiano, inglese, francese, russo, spagnolo e giapponese, tutte le sere fino al 27 settembre in tre repliche alle 21, alle 22 e alle 23 da via Alessandrina, proprio affacciati sul Foro di Augusto. “Utilizzando le tecnologie più all’avanguardia”, spiega Renzo De Simone, “il progetto illustra in modo puntuale il sito archeologico situato lungo via dei Fori Imperiali e adiacente a via Alessandrina partendo da pietre, frammenti e colonne presenti. Gli spettatori sono accompagnati dalla voce di Piero Angela e da magnifici filmati e ricostruzioni che mostrano i luoghi così come si presentavano all’epoca di Augusto: una rappresentazione emozionante ed allo stesso tempo ricca di informazioni dal grande rigore storico e scientifico”. Le tribune ideate per ospitare il pubblico e l’impianto tecnico necessario (luci, proiettori, computer ecc.) sono stati realizzati, in accordo con la soprintendenza Capitolina, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto visivo sull’area archeologica. Disposte su due file parallele, le tribune sono contenute interamente dal marciapiede di via Alessandrina e composte da 7 moduli interrotti dalle scale a doppia rampa per un’altezza totale di circa 2,60 metri più il parapetto alto 1 metro. “Pur spaziando su vari aspetti di quel fenomeno unico che fu la romanità”, continua De Simone, “il racconto è sempre ancorato al sito di Augusto, utilizzando in modo creativo i resti del Foro per cercare di far parlare il più possibile le pietre. Oltre alla ricostruzione fedele dei luoghi, con effetti speciali di ogni tipo, il racconto si sofferma sulla figura di Augusto, la cui gigantesca statua, alta ben 12 metri, dominava l’area accanto al tempio. Con Augusto Roma ha inaugurato un nuovo periodo della sua storia: l’età imperiale è stata, infatti, quella della grande ascesa che, nel giro di un secolo, ha portato Roma a regnare su un impero esteso dall’attuale Inghilterra ai confini con l’attuale Iraq, comprendendo gran parte dell’Europa, del Medio Oriente e tutto il Nord Africa. È questa dunque un’occasione – conclude – anche per raccontare che quella conquista significò l’espansione non solo di un impero, ma anche di una grande civiltà, che ha portato con sé cultura, tecnologia, regole giuridiche, arte. In tutte le zone dell’Impero ancora oggi sono rimaste le tracce di quel passato, con anfiteatri, terme, biblioteche, templi, strade”. Dopo Augusto, del resto, molti altri imperatori lasciarono la loro traccia nei Fori Imperiali costruendo il proprio Foro. “Roma – ricorda Alberto Angela – a quel tempo contava più di un milione di abitanti: nessuna città al mondo aveva mai avuto una popolazione di quelle proporzioni; solo Londra nell’800 ha raggiunto queste dimensioni. Era la grande metropoli dell’antichità: la capitale dell’economia, del diritto, del potere e del divertimento”.
Infine c’è lo spettacolo d’eccezione ‘Tyrtarion”: per celebrare Augusto andrà in scena nella cornice suggestiva dei Mercati di Traiano il 30 agosto alle 19 con replica il 31 agosto. I poeti di età augustea “cantati” e musicati dagli studenti dell’Accademia Vivarium Novum: Virgilio, Orazio, Ovidio, Catullo torneranno a essere recitati e cantati per celebrare l’Imperatore Augusto nella lingua dell’antica Roma: il latino.
Bimillenario di Augusto. Il 19 agosto Ara Pacis “a colori” aperta fino a mezzanotte insieme alla mostra “l’arte del comando”
19 agosto 14 d.C. – 19 agosto 2014: nel giorno del bimillenario della morte del primo imperatore di Roma, Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, Roma gli dedica una giornata particolare che, per quanti hanno la fortuna di essere nella città eterna, è un’occasione unica: dalle visite guidate del mattino all’esperienza emozionale all’Ara Pacis la sera. Entrano così nel vivo le celebrazioni del Bimillenario della morte di Augusto, che da settembre a Roma proporranno una ricchissima offerta di proposte e iniziative. Come si diceva, innanzitutto le visite guidate nei “luoghi di Augusto” organizzate dalla soprintendenza Capitolina per il bimillenario: nella mattinata di martedì 19 è previsto un ciclo di visite al Mausoleo di Augusto che si terrà secondo il seguente programma; a ciascuna potranno partecipare non più di trenta persone previa prenotazione allo 060608. Alle 9.30 visita tenuta da Elisabetta Bianchi, archeologa della soprintendenza Capitolina; alle 10.30 visita tenuta da archeologa della soprintendenza Capitolina; alle 11.30 visita tenuta da Simonetta Serra, archeologa della soprintendenza Capitolina.
Ma è alla sera che c’è il clou con l’apertura fino a mezzanotte dell’Ara Pacis, l’altare dedicato da Augusto nel 9 a.C. alla Pace nell’età augustea, intesa come dea romana, e posto in una zona del Campo Marzio consacrata alla celebrazione delle vittorie, luogo emblematico perché posto a un miglio (1472 m) dal pomerium, limite della città dove il console di ritorno da una spedizione militare perdeva i poteri ad essa relativi (imperium militiae) e rientrava in possesso dei propri poteri civili (imperium domi). Il 19 agosto il Museo dell’Ara Pacis apre dalle 21 alle 24 per poter ammirare sia la proiezione de “I Colori dell’Ara” sia la mostra “L’arte del comando. L’eredità di Augusto” al costo del biglietto di 11 euro. Ultimo ingresso previsto alle 23. La tecnica di proiezione, realizzata in digitale, consente di modificare e modulare i profili e i colori in tempo reale. La scelta delle singole colorazioni dell’Ara Pacis è stata operata sulla base di analisi di laboratorio, confronti con la pittura romana, specialmente pompeiana, e ricerche cromatiche su architetture e sculture antiche.
Sull’ipotesi della colorazione originaria dell’Ara Pacis ha lavorato negli anni passati un gruppo di studio nato in occasione dell’allestimento del nuovo Museo. In particolare è stato approntato un modello tridimensionale dell’altare sul quale è stata applicata la restituzione del colore secondo criteri filologici e storico-stilistici. Dal modello è nata l’idea di proiettare direttamente sulle superfici in marmo dell’altare raggi di luce colorata, per ricreare, senza rischio per la sua conservazione, l’effetto totale e realistico della policromia originaria. L’approccio resta comunque critico: non si vuole colorare l’Ara Pacis “com’era” ma restituire, in via d’ipotesi, l’aspetto prossimo all’originale di un passato lontano ma non perduto.
È morto Tony Clunn, l’ufficiale-archeologo che scoprì la “legione perduta” di Varo distrutta nella battaglia della Selva di Teutoburgo

L’archeologo britannico Tony Clunn mostra una delle monete romane trovate nel luogo della battaglia della Selva di Teutoburgo vicino all’odierna Kalkriese in Bassa Sassonia (Germania)

Ricostruzione della sanguinosa battaglia della Selva di Teutoburgo del 9 d.C. che fu una disfatta per i romani
britannico Tony Clunn, autore della sensazionale scoperta della “perduta legione” del generale romano Publio Quintilio Varo, è morto all’età di 68 anni nella sua casa di Osnabrück, in Germania. Fu lui che nel 1993 annunciò ufficialmente il ritrovamento in Germania, nella Bassa Sassonia, ai piedi della collina di Kalkriese, della località (che da 400 anni veniva ricercata invano) dove fu combattuta la famosa battaglia della Selva di Teutoburgo nel 9 d.C. nella quale morì Publio Quintilio Varo, politico e generale romano. Nato da una gens patrizia decaduta, Varo riuscì a intraprendere la carriera politica grazie alla vicinanza dell’imperatore Augusto: questi gli permise di salire i gradini del cursus honorum e lo accolse nella sua famiglia dandogli in sposa la figlia di suo genero, Marco Vipsanio Agrippa. Varo ricoprì ruoli di notevole prestigio, quale quello di proconsole in Africa e, più tardi, quello di legatus Augusti pro praetore in Siria. Nel 7 d.C. fu inviato come governatore in Germania. È qui che fu ingannato e attaccato dalle forze comandate dal principe dei Cherusci, Arminio, il quale, tradendo i Romani, inflisse a Varo, tra il 9 e l’11 settembre del 9, una durissima sconfitta nella foresta di Teutoburgo, dove furono completamente annientate tre legioni e numerose coorti ausiliarie dell’esercito romano. Lo stesso Varo, vistosi sconfitto, si tolse la vita.
Quando John Anthony Spencer «Tony» Clunn fu comandato ne 1987 in Germania era un ufficiale dell’esercito britannico (che poi lasciò nel 1996), e archeologo per passione: col metal detector si dilettava nel tempo libero a cercare monete romane. Per questo, appena assegnato al Royal Tank Regiment di stanza a Osnabrück, in Germania, si rivolse a Wolfgang Schlüter, che all’epoca era l’archeologo di riferimento per il distretto di Osnabrück, per sapere – da cercatore di monete – dove dare un’occhiata. Schlüter gli consigliò di andare una ventina di chilometri a nord della città, dove in passato erano state trovate monete romane, precisando però che da almeno 18 anni non ne era stata trovata più una. L’indicazione di Schlüter non era peregrina: si basava sullo studio di mappe antiche e sull’ipotesi, avanzata nell’Ottocento da Theodor Mommsen, il grande studioso tedesco del mondo antico, che proprio la zona di Kalkriese potesse essere stata il teatro della battaglia del 9 d.C. Così l’ufficiale-archeologo con il metal detector si incamminò lungo una antica pista romana, assistito dalla fortuna. Già il primo giorno Clunn trovò numerose monete del regno di Augusto, la maggior parte in un eccellente stato di conservazione. Con una particolarità, che accese subito l’interesse dell’appassionato: non solo quelle monete trovate erano tutte del I secolo d.C., ma nessuna di esse era successiva al 9 d.C. Clunn capì di essere sulla buona strada: ai piedi della collina di Kalkriese, a una settantina di chilometri a nordovest di Osnabrück, scoprì i resti di una trincea romana e un centinaio di monete del I secolo d.C., alcune delle quali con il sigillo di Publio Quintilio Varo. Aveva trovato la prima prova inconfutabile che in quel luogo c’era stata un’attività militare. Fino a quel momento infatti c’erano state molte ipotesi, tra loro contrastanti, sul luogo della battaglia che gli studiosi stavano cercando senza successo da alcuni secoli.
Gli storici romani ricordano con “clades Variana” (la disfatta di Varo) la battaglia della foresta di Teutoburgo che – come detto – si svolse nell’anno 9 d.C. tra l’esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria. Per riscattare l’onore dell’esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell’Impero per i successivi 400 anni.
Sulla base dei dati raccolti da Clunn, Schlüter iniziò uno scavo sistematico del sito nel 1989, scavo che in seguito sarebbe passato sotto la direzione di Susaanne Wilbers-Rost. Gli scavi archeologici sono durati quasi un decennio. Nel 2002 è stato aperto a Kalkriese il museo della Battaglia di Varo (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese) che espone i reperti legati alla battaglia della Selva di Teutoburgo, dove i germani guidati da Arminio massacrarono tutte e tre le legioni romane al comando del generale Quintilio Varo. Nel 1996 Clunn decise di lasciare Londra e di stabilirsi a Osnabrück dove ha continuato a occuparsi di archeologia e ha scritto libri sull’«ultima legione». Negli anni Clunn ha esplorato l’intera area intorno a Kalkriese e con le monete scoperte è stato possibile ricostruire il percorso seguito dai legionari di Varo e stabilire dove i soldati romani subirono l’imboscata e furono massacrati. Secondo Clunn il percorso seguito dai legionari in marcia è esattamente compatibile con i cambiamenti ambientali descritti dallo storico romano Cassio Dione nella sua monumentale “Storia romana”.
L’Antico Egitto a Conegliano. Prime anticipazioni della grande mostra di Paolo Renier alla scoperta dell’Osireion di Abido da settembre a Palazzo Sarcinelli

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier in allestimento a Conegliano
Un mese. Ancora un mese di attesa. Poi potremo inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti. Ancora un mese, dunque, e poi il 12 settembre si schiuderanno le porte del nobile Palazzo Sarcinelli di Conegliano per la mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città santa per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione: qui i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, qui i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, qui per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Paolo Renier non mancherà ancora una volta di stupirci con effetti scenografici e soluzioni espositive rese uniche dalle sue straordinarie fotografie. E anche per chi ha avuto la fortuna di visitare la mostra di qualche mese fa a Dolo (vedi post del su archeologiavocidalpassato: Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido del 31 dicembre 2014; In riva al Brenta l’Osireion di Abido e i misteri dell’Antico Egitto del 30 novembre 2014) Conegliano rappresenterà un’autentica sorpresa, assicura Renier che anche in questa avventura sarà affiancato da Federica Pancin, egittologa dell’università Ca’ Foscari di Venezia, per la consulenza scientifica; Maurizio Sfiotti, geometra, per i rilievi tecnici e i plastici; Romeo e Arianna Tonello della Rexpol per le ricostruzioni al naturale. “Con l’ultima missione a maggio 2013 in Egitto – ricorda Renier -, si è potuto raccogliere una documentazione aggiornata e realizzare i rilievi necessari per le ricostruzioni in scala 1:20 e in scala 1:1. È stato un bellissimo lavoro di squadra che è servito indubbiamente a definire al meglio i risultati delle varie spedizioni rendendoli interessanti anche per un pubblico di non esperti”.

Cantiere aperto nell’atrio di Palazzo Sarcinelli: si sta ricostruendo l’angolo nord-orientale della Camera centrale dell’Osireion di Abido

Impalcature a Palazzo Sarcinelli: ricostruzione in scala 1:1 della facciata e di due dei pilastri settentrionali della camera sepolcrale dell’Osireion
Ma cosa vedremo nella mostra di Conegliano? Palazzo Sarcinelli in queste settimane è un grande cantiere. Gli organizzatori non vogliono scoprire tutte le carte per non togliere il gusto della sorpresa e della scoperta della città santa di Abido e dei suoi tesori monumentali. Ma qualcosa trapela. Non si può ancora salire al piano nobile, dove ci sarà il grosso della mostra, ma già sbirciando nell’androne al piano terra di Palazzo Sarcinelli si può avere un assaggio della spettacolarità della mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”. È qui che sta sorgendo, blocco dopo blocco, grazie agli esperti della Rexpol, la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera centrale dell’Osireion di Abido con la facciata e due dei pilastri settentrionali: oggi i geroglifici incisi sulla grande parete (gli unici presenti nell’Osireion, che è un monumento sostanzialmente anepigrafo, e perciò ancora più complicato da “decifrare”) sono difficilmente leggibili. Ma a Conegliano si potranno ammirare in tutta la loro monumentalità, come se fossimo ancora nel periodo d’oro dei faraoni, “recuperati” proprio grazie alle immagini di Paolo Renier. E se già a quel punto i visitatori vorranno saperne qualcosa di più prima di affrontare i percorsi degli antichi faraoni e dei gran sacerdoti nel tempio di Osiride potranno raggiungere la sala multimediale, un ambiente riservato appunto ad approfondimenti multimediali: un monitor mostrerà a rotazione brevi filmati documentari sul sito e sul lavoro dell’ultima missione, proponendo anche la realtà odierna del villaggio di Abido e le sue genti.
Nel prossimo post cercheremo di scoprire con Paolo Renier qualcosa di più sul “cuore” della mostra: l’Osireion e il tempio del faraone Sethi I, il padre di Ramses II.
Etruria Meridionale. Ripulite dai volontari tornano alla luce le mura poligonali romane dell’etrusca Pyrgi, il porto di Caere-Cerveteri
È tornato in luce l’intero circuito murario in opera poligonale del castrum romano di Pyrgi, l’antica cittadina dell’Etruria corrispondente all’odierna Santa Severa, sulla via Aurelia. Circa 500 metri di mura sono ora nuovamente visibili e possono essere ammirate dai visitatori, dopo che sono state ripulite dalla coltre di rovi e di immondizie che l’avevano sepolte negli ultimi anni, grazie all’intervento curato dai volontari per i beni culturali del gruppo archeologico del Territorio Cerite (Gatc), svolto in collaborazione con la soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale.
Pyrgi fu una piccola città dell’Etruria meridionale costiera, porto principale di Caere (l’odierna Cerveteri), da cui dista 13 km, e sede del più importante santuario non solo della città, ma di tutta l’Etruria marittima, sacro a una divinità identificata comunemente con Leucotea. Scavi condotti dall’università di Roma a partire dal 1957, anche con l’aiuto della prospezione geofísica, hanno riportato alla luce quasi per intero il grande santuario, con scoperte clamorose (le famose “lamine d’oro di Pyrgi”), cui si è aggiunta dal 1983 una seconda area sacra. Tra il 1964 e il 1967 sono state scavate le mura e le porte della colonia romana, mentre nel 1972 è stato allestito sul posto un Antiquarium statale. L’insediamento etrusco occupava il breve promontorio fronteggiato dall’insenatura naturale del porto, oggi quasi del tutto interrata, prolungandosi a Sud lungo la costa per 300 metri, con una superficie complessiva di 10 ettari, in parte erosa dal mare. Dopo una lunga fase di frequentazione iniziata almeno dalla fine dell’VIII sec. a.C., il sito fu urbanizzato intorno al 600 a.C. secondo un piano apparentemente ortogonale, con strade larghe e ben drenate, case con muri dapprima a mattoni crudi su zoccolo di ciottoli grossi, più tardi interamente di pietre a secco. Al di là del centro abitato furono insediate, in una piana costiera fino allora deserta, due aree sacre, separate da un fosso alimentato da una sorgente situata poco all’interno, l’unica esistente nell’intero comprensorio. La costruzione dei primi sacelli si data verso il 540-530 a.C. La svolta decisiva solo verso il 510 a.C., quando l’area a Nord del fosso fu rialzata e monumentalizzata con la costruzione di un recinto rettangolare di 36 metri per almeno 72. All’interno fu innalzato il tempio Β (20 X 30 m) che aveva una cella quadrata con pronao ad ante precedute da una coppia di colonne, fasciata da una peristasi di 4×6 colonne, con portico meno largo sul lato posteriore. “Muri e colonne erano di tufo intonacato di bianco”, spiegano gli archeologi, “mentre la decorazione del tetto e degli stipiti della porta della cella era fittile. Sul frontone altorilievi ricordavano le fatiche di Eracle”.
Assieme ai resti della decorazione del tempio nel 1964 sono venute in luce tre lamine d’oro a forma di fogli verticali di cm 8/9 X 18/19, iscritte (due in etrusco e la terza in fenicio), databili, per quanto lo consentono fonetica e paleografia, alla stessa epoca del tempio. L’iscrizione etrusca lunga (36 parole) e quella fenicia (41 parole) costituiscono una bilingue, anche se non puntuale, mentre l’etrusca corta contiene informazioni aggiuntive. “La bilingue – ricordano gli etruscologi – commemora l’impresa di un re «su» Caere, Thefarie Velianas, che ha costruito un «luogo santo» nel «tempio» di Uni, in fenicio chiamata Astarte, e lo ha donato alla dea per ringraziarla del favore ricevuto di regnare per tre anni. Poiché nella terminologia fenicia (e biblica) il «tempio» del dio (letteralmente la «casa») è quello che in Occidente si usa chiamare piuttosto il santuario, con tutta la molteplicità di strutture e di spazi di cui proprio il caso in questione è un buon esempio, è lecito identificare il più circoscritto ma cultualmente più importante «luogo santo» con il tempio B, alla cui porta probabilmente le lamine erano affisse, in compagnia delle grandi bullae d’oro rinvenute assieme con esse (forse le “stelle” citate nella chiusa del testo fenicio)”.
Intorno al 280-270 a.C. sia il santuario monumentale che l’area Sud furono devastati da un evento bellico, forse collegato al conflitto allora insorto tra Roma e Caere, cui seguirono la riduzione a prefettura della città etrusca e l’annessione a Roma dell’intero litorale. Poco dopo templi, sacelli e ogni altra costruzione furono demoliti e i loro resti accumulati al suolo, colmando le bassure, e livellando accuratamente le due aree. La devastazione che colpì le aree sacre coinvolse, a quanto risulta dall’esame della sezione tagliata dall’erosione marina, anche l’intero abitato. Sulle rovine del quartiere antistante il porto fu impiantata la colonia romana, di 5 ettari e mezzo. Le mura urbane, che fungono alla base da contenimento dell’interro che ha livellato i resti della città etrusca, disegnano un rettangolo di 218 X 270 metri. Costruite con massi di arenaria locale lavorati sulla faccia esterna in una raffinata opera poligonale, sono le meglio conservate che si conoscano per una colonia “optimo iure”.
Oggi il circuito delle mura costruito in grandi blocchi di pietra calcarea messi in opera a secco conserva ancora i resti di ben tre delle quattro porte originali dalle quali uscivano le strade rivolte verso le altre colonie romane del territorio: Alsium in direzione dell’attuale Palo Laziale di Ladispoli e Castrum Novum a Santa Marinella; la porta nord era rivolta alla via Aurelia che veniva raggiunta con un breve diverticolo. Resta invece ancora sepolta e sconosciuta la porta affacciata sul mare che dava accesso al porto antistante la città. Il muro era spesso circa 3 metri e altro forse più di 10 metri, liscio verso l’esterno e contraffortato all’interno da un alto terrapieno. Sulla sommità doveva trovarsi un parapetto merlato di tufo, alcuni resti del quale sono ancora visibili nell’intercapedine della Casa della Legnaia all’interno del Castello di Santa Severa. Il percorso delle mura è ora ben visibile e può essere riscoperto con una breve passeggiata a partire dalla spiaggia del castello.
Il possente circuito murario, ripulito per la prima volta nel 1993 dopo anni di abbandono dai volontari del Gruppo Archeologico, e mantenuto nel tempo dagli operatori museali della Società Archeodromo, è stato finalmente interessato nel 2005 da un sostanziale intervento di recupero e valorizzazione voluto dal Comune di Santa Marinella nell’ambito del grande progetto comprensoriale denominato “Sistema Cerite-Tolfetano-Braccianese”, finanziato dalla Regione Lazio. I lavori del primo lotto, curati dalla ditta Euro Elettra per un costo di circa centomila euro, hanno portato alla bonifica del palmeto e del percorso, alla messa in opera di un impianto d’illuminazione che consente ora la visita notturna di circa duecentocinquanta metri di passeggiata lungo l’imponente muratura in grandi blocchi poligonali, per un tratto conservata per oltre cinque metri di altezza. Panchine in travertino, cestini e pannelli didattici arredano il percorso costituendo una piacevole occasione di informazione sulla storia e l’archeologica dell’antica Pyrgi. Quindi un nuovo interessante itinerario di visita, unico nel suo genere in Etruria. Un percorso che permette al visitatore di perimetrare per intero la cinta muraria di un castrum romano del III secolo a.C., conservata ancora con i resti delle porte urbane e del loro sistema di difesa. Il percorso, tramite le visite guidate dagli operatori del museo, sarà agibile anche di notte, consentendo a tutti la riscoperta di una storia millenaria ed emozionante in un clima di grande suggestione.
“Nessuno ha chiesto i Bronzi di Riace”. Il soprintendente: “A settembre riapre il cantiere. Il rinnovato museo della Magna Grecia (con i Bronzi) sarà pronto per l’Expo: i visitatori potranno venire a Reggio Calabria”
“Se non ci saranno intoppi, ai primi di settembre inizieranno i lavori per il completamento del Museo archeologico della Magna Grecia di Reggio Calabria, che dovrebbero concludersi in sei mesi”. Quindi in tempo per l’avvio di Expo Milano 2015: i visitatori dell’Esposizione universale potranno venire a Reggio Calabria. È questo l’annuncio più bello che si sente di fare Simonetta Bonomi, soprintendente ai Beni archeologici della Calabria, in una settimana che ha visto i Bronzi di Riace, che del museo di Reggio e di tutta la Calabria sono il simbolo e il tesoro più famoso, al centro di una querelle nazionale dopo che Vittorio Sgarbi, nominato ambasciatore delle Belle Arti per l’Expo 2015, ha lanciato l’idea di portare i due guerrieri all’esposizione milanese. Ma “il caso Bronzi” non è stato ancor archiviato, e la “soprintendente di ferro” lo sa bene, come sa bene che non si può – nell’attuale sistema Italia – valutare l’importanza di un bene o di una istituzione culturale dalla sua redditività.

I tecnici, dopo i lunghi restauri, hanno riscontrato nei Bronzi microfratture che li rendono estremamente fragili
“Lo spostamento dei Bronzi di Riace li espone a rischi di danneggiamenti e di perdita. È un dato di fatto”, ribadisce decisa. “E comunque nessuno ha fatto richiesta per averli”. Da Simonetta Bonomi dipende il museo archeologico di Reggio Calabria in cui le due statue sono ospitate. “Come soprintendenza lo diciamo da 30 anni che c’è questo rischio, visto che ciclicamente scoppiano le solite polemiche. La prima fu addirittura nel 1982. Evidentemente ci si dimentica che queste statue hanno 2500 anni, 2000 dei quali trascorsi sotto l’acqua. La loro struttura è fragile anche da un punto di vista meccanico e non solo chimico-fisico. Spostarli vuol dire assumersi una grande responsabilità. A Reggio Calabria sono ospitati in una sala con un micro clima controllato per l’umidità e la temperatura, poggiati su basi antisismiche e con un filtraggio dei visitatori. Per spostarli occorrerebbero mezzi speciali e particolari accorgimenti nelle sale in cui dovessero essere ospitati. Ed i rischi ci sarebbero lo stesso. La corrosione ciclica, conosciuta come cancro del bronzo, può essere innestata anche da un piccolo incidente climatico. Ed una volta partita, la corrosione è difficile da fermare perché all’inizio si manifesta all’interno, quindi più difficilmente individuabile”. E comunque – è l’opinione del soprintendente – “l’Expo non è Milano, ma un’iniziativa che punta a valorizzare l’immagine di tutta l’Italia”.
Simonetta Bonomi interviene anche sulla redditività dei Bronzi: “È inaccettabile fare un discorso economico sui Bronzi. Un museo non nasce per fare cassa, ma per fare cultura. Non è una fabbrica di bulloni. Certo, se poi gli incassi ci sono è meglio, ma un museo non nasce per quello. Tra l’altro, i limiti di età per accedere gratis al museo non li stabiliamo noi ma sono decisi dal Ministero. E comunque a luglio è andata molto bene. Abbiamo avuto 16640 visitatori e non c’è stata una flessione di paganti. Tanto che, al netto degli oneri di concessione, restano 42mila euro netti, che significa 1500 euro al giorno con punte di 2000”.


















































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