Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li)

L’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena presenta il vino in anfora, tra archeologia e produzione, sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
C’è un tipo di vinificazione che viene da lontano e ha radici nella storia antica: è il vino in anfora. E sull’isola d’Elba si tocca con mano questa continuità tra archeologia (con lo scavo della villa di San Marco, divenuta famosa per la cella vinaria) e produzione locale (con vini bianca in anfora). Ma l’Elba è stata anche testimone della sperimentazione del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, amato da Giulio Cesare. Nel viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso isola d’Elba”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), e la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompei (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso Pompei” dove col progetto “Coltivare la storia” si creerà una vera e propria vigna “archeologica” di 6 ettari con produzione di vino grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio. Ne hanno parlato l’ing. Vincenzo Calvanese e l’arch. Claudia Bonanno del parco archeologico di Pompei, e Ilaria Zanardini, project manager di Feudi di San Gregorio | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino. Li hanno illustrati ad archeologiavocidalpassato.com l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li).
“Le indagini nel sito di San Marco sull’isola d’Elba, in località San Giovanni”, spiega Laura Pagliantini (UniSi) ad archeologiavocidalpassato.com, “sono state avviate nel 2012 da parte dell’università di Siena e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno. Gli scavi si sono protratti per otto campagne nel corso delle quali è emersa una villa romana costruita alla fine del II sec. a.C. straordinariamente conservata. La villa era costruita in argilla cruda, perciò un incendio l’ha distrutta. In un certo senso questo incendio l’ha praticamente conservata intatta.

Elaborazione grafica della villa di San Marco sull’isola d’Elba a cura di M.T. Sgromo e C. Mendolia (foto graziano tavan)
La villa era articolata in una serie di stanze al piano inferiore dedicate alla preparazione degli alimenti, alla conservazione delle derrate alimentari, e una serie di stanze invece poste al piano superiore riservate al soggiorno dei proprietari quando venivano sull’isola d’Elba. Si tratta di stanze riccamente affrescate e affacciate verso il mare. Le stanze che sono poste al piano terra gravitavano attorno a quella che noi chiamiamo la cella vinaria, che era una stanza caratterizzata con cinque dolia a fossa interrati che servivano alla conservazione del vino.
Il ritrovamento di questi dolia è stato eccezionale sia perché erano eccezionalmente conservati ma anche perché abbiamo recuperato su alcune pareti dei numerali incisi che ci hanno indicato approssimativamente la capacità contenuta, quindi circa 1600 litri per dolio, ma soprattutto abbiamo recuperato il nome del produttore di questi orci, quindi rivelando una proprietà all’isola d’Elba della gens Valeria.
“Quello che abbiamo cercato di raccontare oggi – continua Pagliantini – è che al di là del cantiere, nato come uno scavo universitario destinato alla formazione degli studenti, quello che intendiamo invece a sottolineare è che nel giro di pochi anni questo cantiere si è trasformato in un cantiere aperto al pubblico. Abbiamo fortemente voluto rendere questi scavi aperti alla cittadinanza e la cittadinanza è stata quella che per prima si è proposta anche come finanziatrice degli scavi, attiva, promotrice, e quindi negli anni tutta una serie di associazioni, imprese e imprenditori locali, si sono avvicinati con curiosità e interesse a quello che stavamo facendo.
“Quindi a partire dal 2013 – sottolinea Pagliantini – abbiamo avuto l’opportunità di stringere una collaborazione con l’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) nella persona di Antonio Arrighi, che già da alcuni anni, tra i primi in Toscana, aveva cominciato ad affinare il vino all’interno di grandi orci di terracotta fabbricati a Impruneta. Quindi il ritrovamento di questi orci nello scavo dell’isola d’Elba, un territorio dove il vino viene fatto da duemila anni, una tradizione fortemente radicata nell’economia e nella struttura del territorio, questo ritrovamento ha fatto sì che questa collaborazione prendesse il via in un dialogo molto proficuo e stimolante, anche in uno scambio reciproco di valore. Noi abbiamo fornito quello che è la cornice storica e quello che avveniva nell’isola d’Elba duemila anni fa, e la vicinanza con Antonio ha permesso a noi archeologi di capire molto meglio quelle che appunto erano le tecniche di vinificazione.

I bianchi Tresse, Hermia e Valerius, vini in anfora, prodotti sull’isola d’Elba (foto graziano tavan)
“Da questa sinergia – conclude Pagliantini – sono nati tre vini in anfora, il Tresse e successivamente l’Hermia e il Valerius, che son dei vini bianchi, fermentati e affinati all’interno delle anfore di terracotta. E questo vino porta il nome dello schiavo e del padrone della villa di San Marco, quindi un voluto richiamo a quella che sono dei nomi emersi dalla terra, dall’archeologia, che hanno un forte legame con il territorio, un forte legame identitario. Questo, secondo noi, è l’esempio emblematico di quello che si può fare tra archeologia e cultura, e una vitivinicultura contemporanea e locale attenta e anche vogliosa di mettersi alla prova”.
“L’idea dell’esperimento del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, il vino degli dei che Giulio Cesaree aveva utilizzato anche in banchetti”, spiega Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro ad archeologiavocidalpassato.com, “è nata ascoltando in un convegno il prof. Attilio Scienza, la cui ricerca appunto era partita per capire perché questo vino aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri vini dell’Egeo. E nell’ascoltarlo ho chiesto se aveva già messo in pratica questa ricerca, mi sono proposto, e così è nato l’esperimento.

Antonio Arrighi presenta l’esperimento del vino marino sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
Siamo nel 2018, in settembre abbiamo immerso le uve del vitigno di uva ansonica a 10 metri di profondità in ceste di vimini. Tutto è nato dal fatto di cercare di fare un vino più naturale possibile senza utilizzare tecnologie. Dopo l’immersione, le uve sono state poste due giorni al sole ad asciugare dall’acqua di mare, quindi si è passati alla spremitura manuale in anfora per 6 mesi. Quindi per 6 mesi l’uva a macerare nelle anfore. È stato interessantissimo perché così il vino non aveva solfiti, non sono stati aggiunti solfiti, non sono stati aggiunti lieviti selezionati, né stabilizzazione, filtrazione: niente di tutto questo. Semplicemente un vino con il sale del mare. Quindi il sale come antisettico, disinfettante. Questo era l’obiettivo, questa era un’idea che poi con l’università di Pisa, le varie analisi, è finita in un convegno. Non avevamo calcolato che negli ultimi duemila anni non lo aveva mai fatto nessuno per cui c’è stato un interesse a livello mondiale. Ora continuiamo a farlo in piccole quantità, ma continuiamo”.
Creta (Grecia). A Gortina la campagna di scavo 2025 dell’università di Siena diretta dal prof. Zanini ha portato alla luce un tratto della strada principale della città romana e tardo-antica e indagate alcune sepolture di epoca proto-bizantina

Il team di scavo diretto del prof. Enrico Zanini impegnato nella campagna 2025 dell’università di Siena a Gortina, sull’isola di Creta (foto unisi)
La campagna di scavo 2025 dell’università di Siena a Gortina, sull’isola di Creta (Grecia), si è concentrata sul quartiere bizantino. Le ricerche archeologiche dell’università di Siena, in collaborazione con l’Eforia alle Antichità di Heraklion, sotto la direzione di Enrico Zanini, si sono svolte dal 16 giugno all’11 luglio 2025.

Veduta zenitale dell’area di scavo dell’università di Siena nel quartiere bizantino di Gortina sull’isola di Creta (foto unisi)
La campagna ha portato a termine lo scavo di un tratto della strada principale della città, contribuendo in modo significativo alla conoscenza dell’assetto urbanistico di Gortina in età romana, tardo-antica e bizantina. Questo intervento si inserisce inoltre nel progetto di valorizzazione e di creazione di un percorso di visita del sito.

Le sepolture di epoca proto-bizantina indagate dalla missione del prof. Zanini a Gortina sull’isola di Creta (foto unisi)
Nel settore del tempio di Apollo Pizio, sono state indagate alcune sepolture di epoca proto-bizantina, che offrono nuovi elementi per la comprensione della società e dell’organizzazione degli spazi nel Quartiere bizantino.
Paestum (Sa). Al museo Archeologico nazionale cresce la collezione di Arte contemporanea con la donazione “L’Attesa” dell’artista Sergio Vecchio. Il direttore Tiziana D’Angelo: “L’opera porterà ancora una volta il suo sguardo nel Museo”. Ecco il programma della presentazione
Cresce la collezione di arte contemporanea dei parchi archeologici di Paestum e Velia (Sa) con la donazione dell’opera “L’Attesa” dell’artista Sergio Vecchio, prematuramente scomparso nel 2018. L’appuntamento è per martedì 29 aprile 2025, alle 9.30, nella sala Spazio pubblico del museo Archeologico nazionale di Paestum. “La donazione di questa tela è un ritorno a casa per Sergio Vecchio, un artista che ha sempre vissuto Paestum in modo viscerale, segnandone con la sua pittura il paesaggio antico e quello contemporaneo”, dichiara il direttore dei Parchi, Tiziana D’Angelo. “Con grande emozione e gratitudine nei confronti della moglie Bruna Alfieri accogliamo “L’Attesa” all’interno della collezione pestana. L’opera porterà ancora una volta lo sguardo di Sergio Vecchio nel Museo, creando per i visitatori una nuova prospettiva sul passato di Poseidonia-Paestum”. Intervengono: Tiziana D’Angelo, direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia; Paolo Apolito, professore di Antropologia culturale all’università Roma Tre; Massimo Bignardi, professore di Storia dell’Arte contemporanea all’università di Siena; Renata Florimonte, dirigente scolastico liceo artistico “Sabatini-Menna”. Modera: Concita De Luca, vicepresidente della Commissione Pari opportunità dell’Ordine dei Giornalisti della Campania. Saranno presenti i docenti e i ragazzi del liceo artistico “Sabatini-Menna” (dove l’artista ha insegnato) con un’installazione dal titolo “Omaggio a Sergio Vecchio”. L’iniziativa è inclusa nel biglietto di ingresso ai Parchi e nell’abbonamento Paestum&Velia.
Il quadro, realizzato con la tecnica della pittura a olio su tela, rappresenta un bue e un asino affrontati, inseriti in un paesaggio notturno in cui si riconosce il colonnato di un tempio dorico. Sergio Vecchio, pittore e scultore pestano, aveva intrapreso un proficuo dialogo tra arte e archeologia nella sua terra natale concretizzatosi in due importanti mostre presso i Parchi: “Sancta Venera. Arte contemporanea e archeologia a Paestum” (2016) nello stabilimento industriale dell’ex fabbrica della Cirio e nel luogo del racconto (2018) al museo Archeologico nazionale di Paestum. La tela, gentilmente donata dalla famiglia Vecchio, è stata acquisita al patrimonio dello Stato con numero di inventario 25.M267-1.1 e sarà esposta in modo permanente in uno spazio a essa dedicato nel Museo.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita l’incontro “Questioni di confine. Dialogo sulle frontiere delle città etrusche”, dibattito attorno alla presentazione di due volumi sulle questioni aperte dei confini dei territori etruschi
Venerdì 14 febbraio 2025, alle 17, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita l’incontro “Questioni di confine. Dialogo sulle frontiere delle città etrusche”, dibattito attorno alla presentazione di due volumi dedicati alle questioni, ancora aperte, dei confini dei territori etruschi. Ingresso gratuito in Sala Fortuna fino a esaurimento posti. Per info e prenotazioni – mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. Incontro con Alessandro Mandolesi, autore del libro “Tra Caere e Tarquinia. La costiera civitavecchiese in età etrusca”, e Andrea Zifferero, autore del libro “Paesaggi di confine in Etruria”. Introduce Luana Toniolo, direttrice museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. Intervengono Francesco di Gennaro, già soprintendente archeologo; Luca Pulcinelli, soprintendenza ABAP Umbria; Giuseppe Cordiano e Shantidas Valli, università di Siena. Modera Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo. Attualità del Passato.
Libri sotto l’albero. È uscito il libro “Il viaggio più pericoloso della storia. Sulla rotta degli Argonauti” di Tommaso Braccini (Il Mulino)

Copertina del libro “Il viaggio più pericoloso della storia. Sulla rotta degli Argonauti” di Tommaso Braccini (Il Mulino)
È uscito il libro di Tommaso Braccini “Il viaggio più pericoloso della storia. Sulla rotta degli Argonauti” (Il Mulino). Un ariete che, prima di finire tra le costellazioni, lascia sulla terra il suo vello d’oro, un condottiero allevato da un centauro e non sempre all’altezza del suo compito, una ragazzina sognante che si trasforma in strega rabbiosa, e poi un viaggio infinito per acque perigliose. Quali altri ingredienti potrebbero mancare per ordire la trama della nostra umanità? Il viaggio degli Argonauti è l’archetipo di tutti i viaggi, una inesauribile fonte di rivelazioni, suggestioni e rimandi che riserveranno più di una sorpresa. Unifica il mondo antico e ne prefigura il futuro; è la storia del primo contatto tra Oriente e Occidente, la testimonianza della reciproca conoscenza e il formarsi di un dialogo possibile. Ripercorrendo le rotte della nave Argo e dei suoi intrepidi marinai, Tommaso Braccini ricostruisce la geografia e l’etnografia mitica del cuore dell’Europa, del Mediterraneo e delle sue sponde, e dell’Oceano illimitato.

Tommaso Braccini, ellenista (università di Siena)
Tommaso Braccini (Pistoia, 1977) si è laureato in Letteratura greca (Firenze, 2002), ha conseguito il dottorato di ricerca in Antropologia del Mondo antico (Siena, 2006), e dopo essere stato ricercatore di Filologia classica (2011-2016) e professore associato di Lingua e letteratura neogreca (2016-2019) all’università di Torino, e professore associato di Filologia classica all’università di Siena (2019-2024), dal 2024 è professore ordinario di Filologia greca e latina all’università di Siena.














A circa 50 anni dall’inizio dell’insegnamento di egea in Italia docenti e ricercatori si riuniscono per fare il punto sugli sviluppi e le prospettive future della disciplina. Martedì 28 e mercoledì 29 gennaio 2025, a Catania il primo convegno sulla storia della archeologia egea “L’archeologia egea nell’Università Italiana. Bilanci e prospettive di una disciplina”. Appuntamento, martedì 28 gennaio 2025, alle 16, in presenza, a Palazzo Ingrassia, Aula V. La Rosa, in via Biblioteca 4 a Catania. Si possono seguire i lavori da remoto registrandosi al link
“Sacrifici umani nelle società umane antiche e premoderne. I miti tenebrosi, il pregiudizio e la storia” è il tema di grande fascino storico del 6° convegno internazionale di studi in programma a Ragusa il 28 e il 29 dicembre 2024. Diretto come i precedenti da Carlo Ruta, storico e direttore scientifico del Laboratorio degli Annali di storia, il convegno nasce dal partenariato scientifico con l’università Sorbona di Parigi, il Centre National de la Recherche Scientifique francese, l’università di Genova, l’università di Bari, l’università di Siena, Unitelma-Sapienza università di Roma e il Laboratorio di studi marittimi e navali Ferdinand Braudel dell’università di Genova. “L’obiettivo del convegni è di fare chiarezza su fenomeni storici di difficile interpretazione”, spiega il prof. Ruta, “e, più in particolare, di fornire contributi che aiutino a superare limiti interpretativi che persistono sulla materia dei “sacrifici umani”, sotto il profilo storico-archeologico e antropologico. Si tratta di fare chiarezza, in sostanza, su condotte sociali ancora controverse, che passano tuttavia come provate e certificate, la cui realtà resta invece tutta da dimostrare e le cui interpretazioni risentono troppo da etnocentrismi, stereotipi e rigidità di lettura. Vanno sottolineate inoltre le influenze esercitate sul lavoro storico-antropologico da letterature antiche e moderne che appaiono a conti fatti ben poco rispondenti all’oggettività. Il caso di Salammbò di Flaubert, con riferimento ai presunti sacrifici umani dell’antica Cartagine, potrebbe essere al riguardo emblematico”.
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