Trapani. Al museo regionale “Agostino Pepoli” presentazione del libro “Trapani, la città e il territorio dalla Preistoria alla tarda antichità” a cura di Antonino Filippi e Luigi Biondo: atti della giornata di studi tenutasi al Pepoli il 4 maggio 2019
La storia di Trapani antica racchiusa in un libro. Appuntamento giovedì 30 giugno 2022, alle 17.30, al museo regionale “Agostino Pepoli” di Trapani per la presentazione del libro “Trapani, la città e il territorio dalla Preistoria alla tarda antichità” a cura di Antonino Filippi e Luigi Biondo: atti della giornata di studi tenutasi al Pepoli il 4 maggio 2019. Dopo i saluti di Anna Maria Parrinello, direttore del museo regionale “A. Pepoli”; Giacomo Tranchida, sindaco di Trapani; Alberto Scuderi, direttore regionale gruppi archeologici d’Italia; Maria Antonina Altese, direttore gruppo archeologico Drepanon; interviene Oscar Belvedere, università di Palermo. Saranno presenti i curatori. Ingresso libero. Si raccomanda l’uso della mascherina.

Copertina del libro “Trapani, la città e il territorio dalla Preistoria alla tarda antichità”
I contributi raccolti nel volume tracciano un lungo percorso storico e archeologico nella Sicilia nord-occidentale che partendo dal lontano Paleolitico giunge fino alla Tarda antichità, attraverso vicende che coinvolsero popolazioni di tradizioni culturali assai diverse: Elimi, Fenici, Greci, Romani, Ebrei, Bizantini e Arabi. Dalla seconda metà del XIX secolo i primi pionieri della preistoria siciliana, da Heinrich Schliemann a Raymond Vaufrey, intrapresero le loro ricerche nel territorio trapanese. In seguito, qui furono trovate fra le più antiche testimonianze della presenza dell’uomo in Sicilia: ciottoli scheggiati che raccontano una storia lunga centinaia di migliaia di anni; ma anche monumenti di pietra, legati a culti solari, il cui studio sta aprendo la strada a nuove e intriganti conoscenze sulla tarda preistoria siciliana. Il territorio trapanese è stato anche la culla degli Elimi, fondatori di importanti centri, come Erice e Segesta, ma anche luogo di primo approdo dei Fenici in Sicilia, sull’isola di Mozia.
Palermo. Per gli incontri del mese al museo Archeologico regionale “A. Salinas” presentazione del libro “La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello” di Ferdinando Maurici, direttore della soprintendenza del Mare
Questo mese nell’Agorà del museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, per il ciclo di appuntamenti con studiosi ed esperti di varie discipline organizzati dal Salinas, Ferdinando Maurici della Soprintendenza del Mare parlerà di Tommaso Fazello, considerato uno dei padri fondatori della topografia storica e dell’archeologia. Al domenicano originario di Sciacca e al suo paziente e tenace lavoro di ricerca si deve infatti l’identificazione di numerose città antiche della Sicilia che ha permesso di dare un volto alla carta, fino ad allora pressoché vuota, della Sicilia antica. Il suo De rebus siculis decades duæ, inoltre, è stato e rimane uno strumento quotidiano di lavoro per chiunque studi la Sicilia antica, e non solo: la prima decade può essere considerata anche il primo grande libro di viaggio in Sicilia, la prima opera che – dal Grand Tour all’odierno turismo di massa – ha guidato per secoli generazioni di visitatori. Appuntamento dunque al museo “Salinas” di Palermo mercoledì 18 maggio 2022, alle 17.30, per la presentazione del libro di Ferdinando Maurici “La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello”. Dialogheranno con l’autore Caterina Greco, direttrice del Salinas, e Aurelio Burgio dell’università di Palermo. Ingresso libero da piazza Oivella con mascherina FFP2, fino a esaurimento dei posti disponibili.

Copertina del libro “La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello”
La Sicilia archeologica di Tommaso Fazello. Tommaso Fazello (Sciacca, 1498 – Palermo, 1570) percorse la sua terra descrivendone attentamente le rovine – che egli definì cadavera – e riuscì a individuare e a identificare correttamente la maggior parte delle principali località archeologiche mettendo sullo stesso piano le città antiche, i monumenti della Sicilia greca e poi romana e persino alcuni siti medievali. Al di là di qualche errore e alcune approssimazioni quasi inevitabili, la grandezza di Fazello sta anche nell’impegno profuso nella salvaguardia e nella difesa del patrimonio culturale. Ferdinando Maurici ci accompagna così in questo viaggio, attraverso un ideale colloquio tra passato e presente.

Ferdinando Maurici è il nuovo soprintendente del Mare della Regione Siciliana
Ferdinando Maurici è direttore della Soprintendenza del Mare, è stato direttore del Parco archeologico di Monte Iato, del Museo Interdisciplinare di Terrasini, della Fototeca del Centro Regionale Inventario e Catalogazione e delle sezioni archivistica e bibliografica della Soprintendenza di Trapani. Specializzato in Archeologia Cristiana e Medievale, ha al suo attivo oltre trecento pubblicazioni e diverse docenze universitarie, dottorati di ricerca, oltre a diverse attività di coordinamento e ricerca per conto della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. In particolare, come dirigente per i beni archeologici della Soprintendenza del Mare – nata nel 2004 dall’intuizione e dalla volontà di Sebastiano Tusa – ha seguito le prospezioni in alto fondale nell’isola di Ustica con la scoperta di un relitto di epoca romana; le indagini di archeologia subacquea in alto fondale nel mare delle Isole Egadi a bordo della nave oceanografica Hercules della RPM Nautical Foundation, che hanno portato lo scorso anno alla scoperta di due nuovi rostri e di un relitto tardoantico-bizantino. Sempre per la Soprintendenza del Mare, ha collaborato all’individuazione di un nuovo possibile itinerario sommerso a Marettimo. E ancora, ha collaborato nell’estate del 2021 con i subacquei altofondalisti della SDSS nel recupero di altri rostri nello specchio di mare della battaglia delle Egadi del 241 a.C.; ha coordinato le attività svolte in collaborazione con la Bayerische Gesellschaft für Unterwassearchäologie (Società Bavarese per l’Archeologia Subacquea) a Mozia e Eraclea Minoa. È co-progettista dei lavori di scavo e indagine preliminare del relitto romano denominato “Marausa 2”.
La maschera di Agamennone è vera o falsa? Incontro on line per “Comunicare l’antico” promosso dal parco archeologico di Naxos Taormina sul preziosissimo reperto in oro scoperto da Schliemann e conservato ad Atene. Confronto tra due archeologi esperti: Massimo Cultraro, profondo conoscitore di Schliemann, e Lorenzo Nigro, archeologo del Vicino Oriente, che ha sollevato dubbi sull’autenticità della maschera

“Senza di lui la storia della Grecia Antica non sarebbe stata la stessa”, afferma Massimo Cultraro, archeologo, dirigente di ricerca al CNR-ISPC Catania e docente di Preistoria e Archeologia Egea all’università di Palermo. “Sto parlando di Heinrich Schliemann, l’imprenditore tedesco col pallino dell’archeologia passato alla storia per aver dimostrato l’esistenza di Troia, per aver scoperto l’antica città di Micene e il leggendario Tesoro di Priamo (centinaia di pezzi in oro misteriosamente scomparsi al termine della Seconda Guerra mondiale)”. Proprio Schliemann, del quale Il 6 gennaio 2022 sono ricorsi i 200 anni dalla nascita, sarà il protagonista del primo appuntamento dell’anno con “Comunicare l’antico”, il ciclo di incontri organizzati dal parco archeologico Naxos Taormina e Naxos Legge – Festival delle narrazioni della lettura e del libro. E non perché questo uomo coltissimo, intraprendente e poliglotta – parlava 25 lingue – ha scavato anche in Sicilia, e nella stessa Taormina, dove si è fermato alcuni giorni nel novembre del 1875 per curiosare fra le Naumachie. No, si parlerà di un preziosissimo reperto in oro, la famosa maschera di Agamennone, oggi pezzo forte del museo Archeologico nazionale di Atene, sospettato, da alcuni decenni, di essere un falso. Quindi la domanda: sarà vera o no?


L’archeologo Massimo Cultraro

L’archeologo Lorenzo Nigro
Appuntamento on line (i tempi impongono prudenza, ma così tutti potranno seguirlo) martedì 25 gennaio 2022, alle 19, con “Schliemann e la maschera di Agamennone. Tra autenticità e contraffazione” in compagnia di due eccezionali e preparatissimi studiosi, gli archeologi Massimo Cultraro e Lorenzo Nigro. Introduce Gabriella Tigano, direttore del parco archeologico Naxos Taormina; modera Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxos Legge e presidente dell’archeoclub Naxos-Taormina-Valle Alcantara. Diretta streaming sulla pagina Facebook del parco archeologico Naxos Taormina. Massimo Cultraro, profondo conoscitore di Schliemann e autore di numerose pubblicazioni a lui dedicate, replicherà all’interessante e provocatoria ipotesi che Lorenzo Nigro, professore ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico e di Archeologia Fenicio-Punica alla Sapienza di Roma, ha lanciato in una recente intervista rilasciata ad Andrea Cionci, storico dell’arte, giornalista e scrittore, che si occupa di storia, archeologia e religione, nella quale dichiara: “La maschera potrebbe essere, non solo un falso, ma anche una straordinaria BURLA che resiste da 149 anni” (vedi La Maschera di Agamennone una burla? Il prof Nigro: forse un “autoritratto” di Schliemann – Libero Quotidiano).

“La Maschera di Agamennone”, afferma Nigro a Cionci, “potrebbe essere nient’altro che un RITRATTO GIOVANILE dello stesso Schliemann. I baffi ci sono, l’ovale del viso anche, come nella foto che l’archeologo avrebbe potuto affidare a un parente orafo della moglie qualche giorno prima del ritrovamento”. Una beffa per i suoi nemici archeologi, un po’ come quella delle false sculture di Modigliani del 1984. Schliemann avrebbe potuto screditare i suoi critici, all’occorrenza, rivelando lo scherzo, ma nel 1890 morì, a soli 68 anni, portandosi il segreto nella tomba. Assumono così un profumo ironico le sue note sulla maschera in “Micene: una narrazione di ricerche” (1880): “Anche la barba è ben rappresentata, e in particolare i baffi, le cui estremità sono rivolte verso l’alto a punta, a forma di mezzaluna, niente di nuovo sotto il sole. Non ci sono dubbi sul fatto che gli antichi micenei usassero l’olio o una sorta di pomata per acconciarsi i capelli. […] Nessuno dubiterà per un momento che fossero destinate a rappresentare i ritratti del defunto […] Gli antichi orafi micenei potevano fare quanto qualsiasi orafo moderno”. “L’autoritratto-beffa – spiega Cionci – è una spiegazione coerente al mistero di “un falso che non sembra un falso”. Il museo archeologico di Atene, a parer nostro, dovrebbe consentire senza timori l’esame con la fluorescenza a raggi X o sui minerali contenuti nel metallo: se il pezzo dovesse risultare autentico, tanto meglio. In caso contrario, si potrebbe puntare sulla genialità di questo scherzo, che racconta molto di più di una fiabesca attribuzione ad Agamennone: sarebbe il simbolo della necessità costante per gli studiosi di dubitare, dello humor di un grandissimo archeologo sui generis, della continuità del mito che si sviluppa nel corso della storia”.

Sulla querelle è intervenuta recentemente anche Mariangela Galatea Vaglio, dottore in Storia antica alla Sapienza di Roma, insegnante e scrittrice di saggi e racconti storici, sul suo sito ValigiaBlu (vedi I dubbi sulla maschera di Agamennone, Heinrich Schliemann e la fantarcheologia – Valigia Blu). E dopo aver ripercorso le vicende storiche delle scoperte archeologiche di Schliemann, aver ricostruito la sua figura e i suoi epigoni, si chiede: alla fine la Maschera di Agamennone è un falso? “Probabilmente – scrive – non lo sapremo con certezza mai. Al di là dei dubbi basati sullo stile (effettivamente la maschera presenta dei tratti diversi dalle altre che risultano trovate nel medesimo contesto) e dall’usura (sembrerebbe meno rovinata e quindi forse più recente) anche facendo esami e analisi di laboratorio oggi sarebbe difficile risolvere il dubbio. Ma è poi così importante determinare se la maschera sia un falso? Forse no. Oggi il contesto archeologico miceneo è stato tracciato sulla base di migliaia di scavi e indagini in tutta la Grecia e anche nel resto del Mediterraneo, per cui, anche se la maschera fosse un falso, la nostra conoscenza dell’età micenea non verrebbe sconvolta”.
Palermo. Convegno internazionale di studi “Percorsi di archeologia nella Sicilia occidentale. Sebastiano Tusa in memoriam (1952-2019)”: tre giorni di approfondimento sull’attività e sulla figura del grande archeologo promosso dalla Fondazione Buttitta al museo Archeologico “Salinas”. Tutto il programma. Prenotazione obbligatoria

A due anni dalla tragica scomparsa del grande archeologo Sebastiano Tusa, è arrivato il momento per una riflessione di tipo storiografico sulla sua personalità di studioso, attivo nella ricerca e nella tutela dei beni culturali siciliani, e sul suo contributo alla loro conoscenza. Partendo da questa esigenza, la Fondazione Ignazio Buttitta ha organizzato il convegno internazionale di studi “Percorsi di archeologia nella Sicilia occidentale. Sebastiano Tusa in memoriam (1952-2019)”, dedicandolo alla figura dell’intellettuale, ai molteplici aspetti della sua ricerca (decine di scavi, interventi di tutela, ricognizioni) e confluita poi, oltre che nella sua duplice attività di funzionario degli enti di tutela e di docente universitario, in una sterminata bibliografia ricca di centinaia di titoli. Da giovedì 4 a sabato 6 novembre 2021, al museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo, si svolgerà dunque “Percorsi di archeologia nella Sicilia occidentale Sebastiano Tusa in memoriam (1952-2019)”, l’atteso convegno internazionale di archeologia che la Fondazione Ignazio Buttitta dedica alla figura di Sebastiano Tusa con il sostegno del BCIF, in collaborazione con il dipartimento Culture e Società dell’università di Palermo e il museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” e con il patrocinio della Presidenza della Regione Siciliana. Il programma si presenta eterogeneo per tipologia di appuntamenti, con intellettuali, figure di spicco della scena internazionale che brillano per competenza e profondità di conoscenza dell’archeologia e della storia. Per informazioni, rivolgersi alla Fondazione Ignazio Buttitta ai numeri 0917026433 / 3391852655 / 3332188325. Prenotazione obbligatoria al numero 3285678119. Green Pass obbligatorio.

Il convegno si articolerà in una serie di percorsi tematici: la Sicilia occidentale prima degli Elimi; l’Archeologia subacquea; Selinunte; mondo elimo e Sicilia occidentale; la Sicilia centro-occidentale; musei, museo diffuso e comunicazione; Pantelleria. Ciascuno di essi è collegato alle attività di Sebastiano Tusa e si incentra nel territorio in cui lo studioso si trovò ad operare, ossia la Sicilia occidentale (in particolare le province di Palermo e Trapani). Le relazioni sono affidate a studiosi di rilevanza internazionale, chiamati ad esaminare il contributo e a illustrare il legato e gli sviluppi della ricerca iniziata da Tusa. Porteranno la loro testimonianza i familiari dello studioso scomparso e le autorità regionali e accademiche. Il convegno si conclude il 6 novembre 2021 con la proiezione del documentario “Sulle orme di Sebastiano” di Nicola Ferrari (Italia 2021) e l’assegnazione delle borse di studio “Sebastiano Tusa per la ricerca archeologica”. Le conclusioni sono affidate a Oscar Belvedere.

L’antropologo Andrea Tusa, figlio di Sebastiano (foto da http://www.pantelleria.com)
“Le attività dedicate a mio padre Sebastiano Tusa sono il frutto della collaborazione tra i suoi figli e la Fondazione Ignazio Buttitta”, spiega Andrea Tusa. “In questa fase si tratta di un importante convegno e dell’assegnazione di tre borse di studio che rientrano in un progetto molto più ampio e articolato che si sviluppa nell’arco di due anni. Queste attività comprendono la sistemazione e l’inventario della biblioteca di mio padre, l’organizzazione e la realizzazione di un altro convegno a lui dedicato, le borse di studio, e lo svolgimento di indagini archeologiche in Sicilia. Spero vivamente – conclude Tusa – che questo progetto, sostenuto dal BCIF, possa costituire un punto di partenza per l’avvio di una serie di attività che possano contribuire seriamente a tenere viva la memoria di mio padre, dei suoi insegnamenti, e di tutto ciò che è riuscito a realizzare per la tutela, lo studio e la valorizzazione del nostro patrimonio archeologico e culturale, e più in generale per la crescita culturale della nostra Sicilia”.

Programma di giovedì 4 novembre 2021. Alle 9.30, saluti inaugurali. Alle 11.30, prolusione di Dario Palermo, Massimo Cultraro, Aurelio Burgio “Ricordo di Sebastiano Tusa”. Alle 15, sezione “La Sicilia occidentale prima degli Elimi”: Fabio Martini (università di Firenze) su “Arte rupestre tra Paleolitico e Mesolitico”; Marcello Piperno, Carmine Collina (museo civico Archeologico “Biagio Greco” di Mondragone) su “La Grotta dell’Uzzo (San Vito lo Capo, Trapani) nel contesto del Mediterraneo occidentale: storia delle ricerche e sistemi tecnici tra Mesolitico e Neolitico”; Rafael M. Martínez Sánchez, José C. Martín de la Cruz (universidad de Córdoba, Spagna) su “Bridging trenches. The Italian-Spanish collaboration in Contrada Stretto (2003-2006)”. Dopo la pausa caffè, alle 17, sezione “L’Archeologia subacquea”, introduce Valeria Li Vigni (soprintendenza del Mare) su “Ultimi ritrovamenti subacquei della Sicilia occidentale”; William M. Murray (university of South Florida, USA) su “Sebastiano Tusa e la Storiografia della Battaglia delle Isole Egadi (intervento online)”; Timmy Gambin (University of Malta) su “I relitti profondi di Ustica e delle Egadi: la documentazione tridimensionale e il Museo Virtuale”; Peter Campbell (Cranfield University, UK) su “La sfida nel tracciare e mappare il luogo della Battaglia delle Egadi”; Jonathan Prag (University of Oxford, UK) su “Le iscrizioni sui rostri delle Egadi (intervento on line)”. Alle 19, discussione e interventi a cura dei funzionari e tecnici della Soprintendenza del Mare.

Programma di venerdì 5 novembre 2021. Alle 9, sezione “Selinunte”: Clemente Marconi (New York University, Milano) su “Sebastiano Tusa e Selinunte: un progetto di archeologia totale (intervento on line)”; Dieter Mertens, già direttore Istituto Archeologico Germanico di Roma, su “Le ricerche coordinate dall’Istituto Archeologico Germanico a Selinunte”; Caterina Greco (museo Archeologico regionale “Antonino Salinas”), Valeria Tardo (università di Palermo) su “Ceramiche d’importazione dal santuario della Malophoros di Selinunte. Un aggiornamento”; Claudio Parisi Presicce (Musei Capitolini, Roma) su “Il santuario della Malophoros e le aree sacre limitrofe (intervento on line)”. Dopo la pausa caffè, alle 11.30, sezione “Mondo elimo e Sicilia occidentale”: Francesca Spatafora, archeologa, su “Gli Elimi tra storiografia e archeologia”; Rossella Giglio (parco Archeologico di Segesta) su “Segesta: nuove attività del Parco”; Salvatore De Vincenzo (università della Tuscia), Chiara Blasetti Fantauzzi (Freie Universität Berlin / Einstein Center) su “Erice elima, punica e romana alla luce dei nuovi scavi”. Alle 15, sezione “La Sicilia centro-occidentale”: Assia Kysnu Ingoglia (università di Trento), Massimo Cultraro (Cnr-Ispc, università di Palermo) su “Da Roccazzo a Mokarta: modelli insediativi e dinamiche culturali tra Eneolitico e Bronzo Recente nella Sicilia occidentale”; Stefano Vassallo, archeologo, su “Il territorio dei Monti Sicani”; Aurelio Burgio (università di Palermo) su “Dinamiche territoriali nella Sicilia occidentale: uno sguardo nella lunga durata”. Dopo la pausa caffè, alle 17, sezione “Musei, museo diffuso e comunicazione”: Rosalba Panvini (università di Catania) su “Dallo scavo alla valorizzazione. L’attività di Sebastiano Tusa nel campo della museografia”; Enrico Giannitrapani (cooperativa Arkeos, Enna) su “Lo sguardo oltre il mare. La preistoria della Sicilia centrale tra ricerca sul campo e archeologia pubblica (intervento on line)”. Alle 18, discussione.

Programma di sabato 6 novembre 2021. Alle 9, sezione “Pantelleria”: Maurizio Cattani (università di Bologna) su “Pantelleria e gli studi sulla preistoria siciliana di Sebastiano Tusa”; Thomas Schaefer (Eberhard KarlsUniversität Tübingen) su “Pantelleria in età romana: i risultati delle recenti campagne esplorative (intervento on line)”; TomooMukai (Centre Camille Jullian, Université d’Aix-Marseille / CNRS, France) su “L’île de Pantelleria entre la Sicile et l’Afrique, vu par la céramique (intervento on line)”; alle 10.30, sezione “Memoria e ricordo di Sebastiano Tusa”: proiezione del documentario “Sulle orme di Sebastiano” di Nicola Ferrari (Italia 2021, 25’). Il breve filmato raccoglie i ricordi e le testimonianze dei colleghi e dei collaboratori del professor Sebastiano Tusa, scomparso tragicamente il 10 marzo 2019. Un’occasione per ricordare il suo amore e impegno per l’archeologia, la ricerca e il mare. Alle 11, assegnazione delle borse di Studio “Sebastiano Tusa per la ricerca archeologica”; alle 11.30, conclusioni a cura di Oscar Belvedere.
“Cartagine oltre il mito”: presentazione del volume di Giovanni Distefano con conversazione on line promossa dall’istituto italiano di cultura di Tunisi tra l’autore e l’archeologo Massimo Cutraro col prof. Attilio Mastino fondatore della Scuola archeologica italiana a Cartagine. Sarà un viaggio alla scoperta e riscoperta di Cartagine


La locandina dell’evento promosso dall’Istituto italiano di Cultura di Tunisi su “Cartagine oltre il mito”
Tredici episodi e un’appendice per raccontare la città più antica d’Occidente, partendo dal mito sino ad arrivare oltre il mito stesso, facendo rivivere la quotidianità della città di Cartagine. Sono quelli descritti nel libro “Cartagine oltre il mito – prima e dopo il 146 a.C.” (OLTRE EDIZIONI) di Giovanni Distefano, che ci trasporta in un viaggio alla scoperta e riscoperta di Cartagine durante una conversazione con Massimo Cultraro, il quale ha magistralmente scritto l’introduzione del volume, introdotta dal prof. Attilio Mastino. L’appuntamento promosso dall’Istituto italiano di cultura di Tunisi e curato da Diletta D’Ascia è per martedì 18 maggio alle 11 (12:00, ora italiana) in diretta Facebook Live, https://www.facebook.com/IICTunis/. Giovanni Distefano, archeologo, è professore di Archeologia del Mediterraneo tardoantico all’università della Calabria e all’università di Roma Tor Vergata. Massimo Cultraro, archeologo, è dirigente di ricerca al Consiglio nazionale delle Ricerche (Catania-ISPC), e professore di Archeologia Egea all’università di Palermo. Attilio Mastino, professore di Storia Romana a Sassari, già pro rettore, rettore, è fondatore e presidente della Scuola Archeologica Italiana a Cartagine. Grazie al dialogo tra questi due straordinari archeologi e alle parole del prof. Mastino, saremo trasportati all’interno della vita della città che fu regina del Mediterraneo e capitale dell’Africa romana.


Logo della Scuola archeologica italiana a Cartagine
Il professor Distefano, che ha effettuato scavi e ricerche archeologiche a Cartagine, è riuscito, in questo libro, a partire dal mito evocato in letteratura e al cinema sino a portarci a conoscere la vita quotidiana di Cartagine, la cultura urbanistica, religiosa, edilizia di questa città e del suo impero sulla terraferma e sul mare. Attraverso lo specchio del mito e la fiaba della fondazione della “nuova città”, apre lo sguardo dei lettori a una nuova visione, trasportandoci, ad esempio, nelle case dei cartaginesi del IV secolo con le botteghe, i mulini, le case delle élite con fontane meravigliose e stibadia, dove si intrattenevano gli ospiti. Quella che ci viene presentata è la Cartagine in cui si veneravano le dee greche-mediterranee, in cui vi erano statue votive di tipo fertilistico, ma anche la città dei traffici commerciali, la Roma africana e l’espressione delle nuove élites africane. Ne emerge un’immagine affascinante, di una città potente, forte, maestosa come Didone, regina di Cartagine, un’immagine che ondeggia tra mito e storia, così come questo testo.


L’archeologo Giovanni Distefano
I tredici saggi che compongono il volume propongono la conoscenza aggiornata della città che fu signora del Mediterraneo e capitale dell’Africa romana, oltre i luoghi comuni del mito. Sono presentati episodi della vita urbana e religiosa della città rivale di Roma, prima e dopo il 146 a.C., anno della distruzione. Della potente città fenicio-punica, poi Colonia romana, sarà possibile conoscere un santuario dell’VIII sec. a.C. frequentato da fenici e greci, un luogo di culto dedicato ad una dea greca, e poi l’altare monumentale sulla Byrsa, offerto alla famiglia di Augusto, con intensi messaggi ideologici, religiosi e politici. Inoltre, alcuni saggi sono dedicati alle grandi cisterne della città e all’ approvvigionamento idrico della Colonia al tempo dell’imperatore Adriano, che con la sua visita a Cartagine interruppe un lungo periodo di siccità. L’ edilizia privata con le case e le botteghe dei cartaginesi nel “quartiere delle ville romane” e le grandi domus urbane dell’aristocrazia, dove scenari architettonici ricreano ambienti naturali, sono altri argomenti centrali del volume. Della città, prima e dopo l’arrivo dei Vandali nel 439, sono presentati l’opera ciclopica di un muro difensivo dei quartieri urbani e una bardatura di età bizantina di un cavallo. La cultura materiale, la vita quotidiana e la vita religiosa di Cartagine sono protagonisti oltre il mito.
Schliemann voleva donare all’Italia parte della collezione troiana. Al museo Egizio di Torino l’archeologo Massimo Cultraro presenta il suo libro “L’ultimo sogno dello scopritore di Troia. Heinrich Schliemann e l’Italia (1858-1890)”
Nel 1858 Heinrich Schliemann (1822-1890) compie il suo primo viaggio in Italia da turista e uomo di affari. Non è ancora il personaggio famoso che il mondo celebrerà come lo scopritore di Troia. Tornerà negli anni successivi girando per tutta la penisola, dall’Emilia fino alla Sicilia e Sardegna, forte della gloria che l’ambiente scientifico gli tributava e con le immense ricchezze accumulate grazie alle proficue attività commerciali in Russia e negli Stati Uniti. Quale è stato il rapporto tra lo studioso tedesco e l’Italia? Quali i suoi contatti con gli ambienti accademici nazionali, ma anche con personalità del mondo della politica e della cultura? A questi interrogativi dà una risposta il libro “L’ultimo sogno dello scopritore di Troia. Heinrich Schliemann e l’Italia (1858-1890)” (Ediz. Storia e Studi Sociali), che viene presentato dall’autore, Massimo Cultraro, venerdì 13 settembre 2019, alle 18, nella sala conferenza del museo Egizio di Torino. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Dialoga con l’autore Paolo Del Vesco del museo Egizio.
Massimo Cultraro è archeologo, primo ricercatore al Consiglio nazionale delle Ricerche di Catania, insegna Paletnologia e Preistoria Egea all’università di Palermo. Allievo della Scuola Archeologica Italiana di Atene, è stato visiting professor alla Brown University, Providence (Usa). Ha diretto il progetto “The Virtual Museum of Iraq”, un’iniziativa internazionale promossa dal Cnr e dal ministero degli Affari Esteri (2006-2011) e si occupa di attività di ricerca in Grecia e nel Caucaso. Ha ricoperto, negli anni 2010-2017, il ruolo di componente della Commissione del Miur per la diffusione e promozione della cultura scientifica nazionale. Autore di un oltre un centinaio di articoli su riviste scientifiche, ha pubblicato Antiche Civiltà: Grecia, con M. Denti (Milano 1998), L’Anello di Minosse (Milano, 2001) e i Micenei (Roma 2006).

Copertina del libro “L’ultimo sogno dello scopritore di Troia. Heinrich Schliemann e l’Italia (1858-1890)” di Massimo Cultrone
Il libro ricostruisce il trentennale sistema di relazioni tra lo scopritore di Troia e l’Italia, attraverso lo studio delle lettere e diari personali conservati nel Fondo Schliemann della Biblioteca Gennadius di Atene, insieme con altre fonti archivistiche italiane presentate per la prima volta. Dopo la scoperta del “Tesoro di Priamo”, in un momento in cui era ancora aperto un contenzioso giuridico con le autorità ottomane, Schliemann rifletteva sulla possibilità di donare al giovane Regno d’Italia una parte della collezione troiana. Era un omaggio a quella terra che aveva cominciato ad apprezzare studiandone la lingua, un paese descritto, nei suoi diari, con sagacia intellettuale e curiosità, ma anche attraverso la lente di un fine antropologo che interpreta la storia e le trasformazioni sociali dagli anni preunitari all’unificazione, fino al tragico evento della morte dello studioso avvenuta a Napoli il 26 dicembre 1890. I diari sono una fonte preziosa per far luce, in modo inatteso e stimolante, su aspetti insoliti della complessa personalità di Schliemann, uomo di natura energica e stravagante, eccentrico ed egocentrico, ma pur sempre dotato di vasti orizzonti. L’interesse per il mondo dell’arte, le prime esperienze da collezionista di antichità, ma anche l’attenzione all’universo femminile e alla cultura gastronomica, sono i tasselli mancanti di uno spaccato della vita privata, da cui emerge un individuo che appare molto più affascinante di quanto l’annalistica biografica ci abbia lasciato.
Lutto nel mondo dell’archeologia: è morto il prof. Nicola Bonacasa, tra i più grandi esperti dell’arte tolemaica

Il prof. Nicola Bonacasa, professore emerito dell’università di Palermo
Lutto per il mondo accademico e la ricerca archeologica: è morto Nicola Bonacasa, archeologo di fama mondiale. Si è spento nel tardo pomeriggio di lunedì 30 novembre 2015 all’età di 84 anni. Nato a Trapani nel 1931 è stato allievo di Achille Adriani e aveva frequentato la Scuola Archeologica italiana di Atene nel 1957, prendendo parte per molti anni allo scavo di Iasos in Caria. Nicola Bonacasa, professore emerito dell’università di Palermo, accademico dei Lincei, fu direttore per molti anni dell’istituto di Archeologia dell’università di Palermo, direttore delle missioni archeologiche in Libia (Sabratha, Leptis Magna e Cirene) e in Egitto, e autore di innumerevoli pubblicazioni. Negli anni è diventato un punto di riferimento per lo studio dell’arte ellenistica dell’Alessandria tolemaica. Al professore Bonacasa si deve l’avvio dell’indagine sistematica del territorio di Himera, con pluriennali campagne di scavo da lui dirette concretizzatesi nella pubblicazione dei famosi Quaderni di Himera. “Nicola Bonacasa – lo ricordano all’università di Palermo – è stato l’artefice, insieme al Rettore pro-tempore dell’Ateneo di Palermo, prof. Ignazio Melisenda Giambertoni, della nascita del Polo didattico di Agrigento, con l’istituzione nell’a.a. 1992/93 della Scuola diretta a fini speciali per Operatori Tecnico Scientifici nel campo dei Beni Culturali-Settore Archeologico, trasformatasi nel tempo dapprima in Diploma Universitario e successivamente nel Corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, di cui è stato Presidente. Corso di laurea da lui fortemente voluto, unico all’atto della sua costituzione nel meridione d’Italia, massima espressione universitaria nel campo della tutela, valorizzazione e conservazione dei beni culturali, modello ineguagliato per la didattica e la formazione delle nuove generazioni in quello che è un patrimonio indiscusso del nostro Paese invidiatoci da tutto il mondo”. “Il professore – conclude la nota dell’ateneo siciliano -, maestro da decenni di tanti giovani studenti, di valenti archeologi e docenti universitari, lascia un grande vuoto non solo per le sue doti scientifiche e culturali, ma anche per l’alto rigore morale e attaccamento alle istituzioni, di cui è stato per tutti un esempio indelebile”.
Chi è sepolto nel tumulo monumentale di Anfipoli in Grecia settentrionale? Alessandro Magno? La madre Olimpia? La moglie Roxane? Gli indizi portano alla famiglia reale macedone, ma solo lo studio di uno scheletro trovato in fondo alla tomba svelerà il mistero
Chi è sepolto nella monumentale tomba di Kasta? Forse Alessandro Magno? Da quando, nel 2012 vicino ad Anfipoli, nella regione di Salonicco in Grecia settentrionale, è stato portato alla luce un imponente monumento funebre dieci volte più grande della famosa tomba di Vergina attribuita a Filippo II, il re macedone padre di Alessandro, si è gridato alla scoperta del secolo: dalla sepoltura di Olimpia, la madre di Alessandro Magno, a Roxane, la moglie del grande macedone, allo stesso Alessandro Magno. L’indizio che farebbe pensare ad Alessandro il Grande è la presenza di una statua di leone alta cinque metri: il famoso leone di Anfipolis. La scultura, che si erge imponente ai margini della strada, è nota da tempo, ma solo oggi – alla luce delle nuove scoperte – si pensa che potrebbe essere stata collocata sulla sommità del tumulo: un segnacolo monumentale, chiaro simbolo dell’imperatore, a indicare la presenza della tomba reale. Ma in realtà quella tomba monumentale, la cui ricchezza la fa attribuire a un membro della famiglia reale macedone, è ancora un grande mistero che però potrebbe essere vicino a una soluzione: il ritrovamento in agosto dei resti ossei di una sepoltura nel punto più profondo della tomba potrebbe rivelare finalmente a chi appartiene quello straordinario monumento. A dare il grande annuncio potrebbe essere lo stesso Greek Culture Minister Costas Tasoulas will hold a press conference at the Amphipolis Museum on Saturday, November 22, at 1 pm ministro della Cultura greco Costas Tasoulas che terrà una conferenza stampa al museo di Anfipoli sabato 22 novembre alle 13; o una settimana dopo il direttore dello scavo, l’archeologa Archaeologist Katerina Peristeri will present the results of the excavation on Saturday, November 29, at 11 amKaterina Peristeri che presenterà i risultati sabato 29 novembre alle 11.

La collinetta artificiale a Kasta che celava il tumulo macedone individuata dall’archeologo Lazaridis
Il primo ad avere ipotizzato la presenza di una grande tomba a tumulo in corrispondenza della collina di Kasta (a pochi chilometri dalle rovine di Anfipoli, nel nord est della Grecia) fu l’archeologo greco Dimitris Lazaridis (1917-1985). Fu proprio lui, nel 1964, a compiere i primi saggi nella collina di Kasta, dichiarando che lì sotto c’era quasi sicuramente una tomba monumentale di eccezionale importanza, costruita secondo lo stile macedone, cioè circondata da un muro e sormontata da un tumulo di terra. Sulla base dei suoi studi, Lazaridis calcolò anche l’ampiezza del muro di cinta: 485 metri, una cifra solo di pochissimo diversa da quella che è oggi certa (497). Nonostante le sue geniali intuizioni, però, per mancanza di fondi gli scavi a Kasta cominciarono solo nel 2012. La squadra di archeologi guidata da Katerina Peristeri, allieva di Lazaridis, ha lavorato da allora ininterrottamente, fino a quando, questa estate, lo scavo è giunto nella sua fase finale.
Tra gli entusiasmi della comunità scientifica e degli appassionati di tutto il mondo è così saltata fuori una meraviglia dietro l’altra. Oltre al muro di cinta, alto tre metri e costruito in blocchi di marmo di Taso perfettamente conservati, è stato l’ingresso monumentale a lasciare stupefatti. Vi si giunge percorrendo un corridoio di quasi cinque metri e scendendo tredici scalini, che conducono al portale. Ai suoi fianchi, due pilastri di marmo in stile ionico sorreggono un architrave su cui poggiano due sfingi (anch’esse marmoree) di straordinaria fattura, incorniciate da un arco in pietra. Superato il primo portale, ci si immette in un ulteriore corridoio, pavimentato a mosaico. E alla fine di questa anticamera, gli scavi hanno svelato un altro portale, l’ultimo prima dell’ingresso nella camera funeraria vera e propria, in cui si trovavano i resti del defunto e il corredo. Anche il secondo portale è stata una sorpresa, per le due splendide cariatidi che lo sorreggono. Secondo gli esperti, non si tratta infatti di semplici imitazioni di quelle dell’Eretteo di Atene, ma di capolavori d’arte del IV secolo.
Quella di Anfipoli è ritenuta la più grande tomba antica scoperta in Grecia: risale a 2300 anni fa, e – proprio per la sua monumentalità – è naturale che abbia stimolato l’ipotesi che proprio lì sia stato sepolto il grande conquistatore o un membro della sua famiglia, anche per il fatto che se è certo che Alessandro morì in Babilonia – nell’attuale Iraq – il suo luogo di sepoltura è ancora avvolto nel mistero. E perciò la tomba di Kasta rappresenta per gli studiosi un enigma da risolvere: chi è stato sepolto sotto il grande tumulo che sembra un unico grande mausoleo, di ciclopiche proporzioni, quasi 500 metri di circonferenza, 87 di diametro, costruito in marmo di Thassos, circa dieci volte più grande della tomba di Filippo II a Vergina? La tomba di Anfipoli si trova vicino all’antico porto dell’Egeo che Alessandro Magno utilizzò per la sua flotta e probabilmente è stata costruita nel periodo di interregno immediatamente successivo alla sua morte nel 323 a.C.
Gli archeologi, prima dei resti ossei, un indizio importante l’avevano trovato: l’immagine di una giovane divinità dai capelli rossi. La donna, dai capelli rosso fuoco e una veste bianca, raffigurata su un pavimento a mosaico, è stata identificata come Persefone, figlia di Zeus e dea del raccolto. A detta del ministero della Cultura e dello Sport greco, la raffigurazione è molto simile a un dipinto (nella cosiddetta tomba di Persefone) del cimitero reale di Vergina, dove fu sepolto Filippo II, il padre di Alessandro. Ed è simile ad una seconda rappresentazione del ratto di Persefone trovata sullo schienale di un trono di marmo della regina Euridice, madre di Filippo II. Questa scoperta, ha osservato Lena Mendoni, segretario generale del ministero, conferma le speculazioni fatte finora, collegando la tomba di Anfipoli alla stirpe regale di Alessandro Magno: “Il simbolismo politico è molto forte”. E l’archeologa Katerina Peristeri: “Senza dubbio il defunto era una persona estremamente importante”.
Peristeri e i suoi colleghi hanno scoperto il mosaico, che si estende per circa 14 metri quadrati, ripulendo il pavimento di una delle camere interne della tomba. L’opera musiva raffigura il mito greco del rapimento di Persefone: Ade la vide mentre lavorava in un campo e decise di farne la sua regina; la catturò e la portò negli Inferi, dove la prese in moglie. Il mosaico raffigura Ade come un auriga barbuto che sta portando via la dea, i cui ricci si agitano nel vento mentre si volta indietro, guardando con nostalgia la propria casa. A correre davanti al carro è il dio messaggero Ermes, che indossa mantello scarlatto, cappello e sandali alati e li conduce negli Inferi. Peristeri non si sbilancia sull’identità del proprietario della tomba sulla base di questa prova. Più esplicito Ian Worthington, dell’università del Missouri, in Columbia: “L’occupante della tomba potrebbe essere di sesso femminile, perché il mosaico mostra una donna che viene portata verso l’oltretomba. Se così fosse, il tumulo potrebbe contenere i resti di Roxane, la principessa bactriana che fu la prima moglie di Alessandro Magno, o di Olimpia, sua madre”. Entrambe le donne sono state condannate a morte da Cassandro, uno dei generali di Alessandro, quando salì sul trono dell’antica Macedonia. Secondo quanto riportato dalle fonti antiche Cassandro avrebbe ucciso la moglie e il giovane figlio del condottiero nel 310 a.C., e per questo motivo Roxane potrebbe trovarsi nella tomba di Kasta. Altre evidenze fanno però propendere per l’ipotesi che la tomba sia stata destinata a Olimpia. Alessandro voleva fare di sua madre una dea, proprio come la divinità femminile che si trova nel carro di Ade. Inoltre, Olimpia ha continuato ad avere influenza politica anche dopo la morte di Alessandro. Anche se è stata assassinata da Cassandro e dai suoi alleati, secondo Philip Freeman, professore al Luther College nello Iowa, “Olimpia potrebbe essere stata onorata da una tomba di tale imponenza”. Perplessità, dubbi e riserve su tutte queste ipotesi sono state invece avanzate da Nicola Bonacasa docente di Archeologia all’università dii Palermo: “Non si tratta della tomba di Alessandro Magno perché egli è stato sepolto ad Alessandria ed è lì che il mondo intero cerca la sua tomba”. E anche l’ipotesi che si tratti della sepoltura di Roxane è stata presto abbandonata. Del resto Cassandro – che la uccise insieme con suo figlio Alessandro IV per salire sul trono macedone – difficilmente, secondo gli esperti, avrebbe costruito per lei un monumento così grandioso. Per quanto riguarda poi Alessandro IV, di cui si è anche parlato come probabile ospite della tomba, egli venne sepolto a Vergina.

Un particolare di una scultura trovata all’interno della tomba: preziosa arte greca del IV sec. a.C.
E allora sarà quasi certamente uno scheletro a risolvere i tanti enigmi che ancora aleggiano sull’imponente monumento funebre, da quando lo scorso agosto gli archeologi hanno annunciato la scoperta di un vasta tomba sorvegliata da due sfingi e circondata da un muro di marmo 497 metri. I resti umani, come reso noto dal ministero greco della Cultura, sono stati rinvenuti nella terza sala sotterranea da poco scoperta: erano sparpagliati a terra in un ambiente a otto metri di profondità sotto la stanza più interna del monumento. Non è stato ancora accertato il sesso del defunto, cosa che potrebbe portare alla soluzione del principale mistero nella tomba monumentale, ovvero l’identità della persona che vi fu sepolta. A questo penseranno appositi esami antropologici e del carbonio 14 oltre alle analisi del Dna che saranno eseguiti in laboratori specializzati in Grecia e dai quali si attendono risposte importanti.
Gli archeologi ritengono che la tomba probabilmente apparteneva a un macedone di primo piano. “Una persona morta che è diventato un eroe, il che significa un mortale che fu adorato dalla società in quel momento”, spiegano. “Il defunto era una persona di primo piano, poiché solo questo potrebbe spiegare la costruzione di questo complesso sepolcrale unico”. Il sito è stato saccheggiato in antico. La salma era stata deposta in una bara di legno, che si è disintegrata nel corso del tempo. Per questo i resti scheletrici sono stati trovati sia all’interno che all’esterno della tomba interrati nella camera più interna del sito. Come sparsi in tutta la sepoltura c’erano frammenti di oggetti in ferro e bronzo, e decorazioni in osso e vetro.

La disposizione degli spazi nella terza stanza dove son stati rinvenuti i resti ossei ora allo studio
Secondo i responsabili del laboratorio di archeometria a disposizione dei ricercatori, oltre ad accertare il sesso del defunto, sarà possibile determinare con un’approssimazione di 20 anni il periodo in cui è vissuto il personaggio di rango sepolto nella tomba di Kasta, ricavare informazioni circa il luogo dove è vissuto, conoscere la sua alimentazione e se soffriva di qualche malattia. Dagli esami si potranno anche accertare anche le cause della morte. Sarà però più complesso, se non impossibile, determinare grazie al Dna eventuali collegamenti con la famiglia reale di Alessandro Magno. Secondo il quotidiano Etnos, infatti, esisterebbe una banca di dati genetici delle salme ritrovate nelle tombe reali di Vergina, vicino a Salonicco, dove negli anni ’70 venne scoperta la sepoltura di Filippo II, il padre di Alessandro. Da parte sua, invece, il giornale Ta Nea taglia corto scrivendo che il Dna di Filippo II non esiste. Ora non ci resta che attendere l’esito degli esami di laboratorio.
Alla scoperta di Ulisse, del suo viaggio, dell’Occidente. Appuntamento il 1° giugno 2022, alle 18, al Castello di Santa Severa (Rm), sede del museo del Mare e della Navigazione antica, per la presentazione del libro di Angelo Pellegrino “Sulle rotte di Ulisse. Da Troia a Itaca tra mito e realtà” (Valtrend), in libreria dal 26 maggio 2022. Dopo i saluti del direttore del polo museale civico del castello di Santa Severa, Flavio Enei, la presentazione di Massimo Cutraro, dirigente di ricerca al Cnr e docente all’università di Palermo, che ha curato la prefazione (“Una rilettura avvincente e solida sul piano archeologico – scrive – intorno al tema dei contatti tra mondo egeo- miceneo e penisola italiana nell’età del Bronzo. Una visione intelligente ed equilibrata di leggere i processi storici al di là dei rumorosi clamori di certi musicanti erranti del metodo storico”). Seguono gli interventi di Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo e Roberto Pietraggi, direttore della rivista Archeologia marittima mediterranea.




















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