Milano. Al museo d’Arte della Fondazione Rovati di Milano cinque incontri “Lingue e scritture dell’Italia preromana. Alfabeti, letture, significati, funzioni, storia, società”
L’Italia antica era un mosaico di popoli: Etruschi, Celti, Veneti, Reti, Umbri, Piceni, Latini, Osci, Apuli, Bruzi, Siculi. Ciascuno aveva la propria lingua e praticava la scrittura in una grande varietà di situazioni e di tipologie linguistiche. L’esposizione al museo d’Arte della Fondazione Rovati di Milano di due importanti prestiti archeologici legati ai temi della lingua e della scrittura (la Stele di Lemno e la Stele di Vicchio), è l’occasione di ciclo di incontri “Lingue e scritture dell’Italia preromana. Alfabeti letture significati funzioni storia società” organizzati da Fondazione Luigi Rovati in collaborazione con l’Istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici su alcune lingue dell’Italia preromana approfondendone l’uso e la funzione all’interno dei diversi contesti storici, fino alla contemporaneità e alle prospettive future di lingua e scrittura. Gli incontri sono gratuiti e a ingresso libero, fino a esaurimento posti disponibili. Si consiglia la prenotazione. Il biglietto per la conferenza non include l’accesso al museo d’Arte. Il programma. Mercoledì 1° marzo 2023, alle 17, “L’Etrusco” con Giuseppe Sassatelli (Istituto nazionale di Studi Etruschi e Italici): Prenota ora. Mercoledì 8 marzo 2023, alle 17, “Il Retico” con Simona Marchesini (università di Verona): Prenota ora. Mercoledì 15 marzo 2023, alle 17, “Il Piceno” con Valentina Belfiore (Direzione regionale Musei dell’Abruzzo): Prenota ora. Mercoledì 22 marzo 2023, alle 17, “Il Venetico” con Anna Marinetti (università Ca’ Foscari): Prenota ora. Mercoledì 29 marzo 2023, alle 17, “Nuovi linguaggi” con Mario Abis (università Iulm): Prenota ora.
Venezia. Alla Scoletta dei Callegheri incontro “Prima di Venezia. Produrre e abitare nelle lagune e presso la costa di età romana. Gli scavi di Lio Piccolo 2021/2022” nell’ambito del progetto “Vivere d’acqua. Archeologie tra Altino e Lio Piccolo” dell’università Ca’ Foscari
Archeologia e comunità: lo scavo della villa marittima di età romana di Lio Piccolo, progetto “Vivere d’acqua. Archeologie tra Altino e Lio Piccolo” dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Stavolta Lio Piccolo incontra Rialto. Il comitato cittadino Rialto Novo e adiacenze ha infatti invitato l’équipe di Lio Piccolo per una chiacchierata sulla costa antica di Venezia. Appuntamento sabato 14 gennaio 2023, alle 18, alla Scoletta dei Callegheri in Campo San Tomà a Venezia. Tema dell’incontro “Prima di Venezia. Produrre e abitare nelle lagune e presso la costa di età romana. Gli scavi di Lio Piccolo 2021/2022”. Sarà presente l’equipe di Lio Piccolo 2022 e l’assessore Alberto Ballarin del Comune di Cavalllino Treporti. Per info e prenotazioni: 3294961292 (G. Giarretta o via mail a comitatorialtonovo@gmail.com).
Kurdistan iracheno. A Tell Zeyd scoperto un laboratorio per la produzione di pipe in terracotta (XVIII secolo) dalla missione archeologica dell’università Ca’ Foscari diretta da Cristina Tonghini

Incontro a Ca’ Foscari: da sinistra, Bekas Hasan, direttore delle Antichità del governatorato di Dohuk; Cristina Tonghini, responsabile missione a Tell Zeyd; Tiziana Lippiello, rettrice Ca’ Foscari; Ali, direttore generale delle Antichità e del Patrimonio della Regione Autonoma del Kurdistan (foto unive)
A Tell Zeyd, nel Kurdistan iracheno, scoperto un laboratorio per la produzione di pipe in terracotta risalente al XVIII secolo dalla missione archeologica dell’università Ca’ Foscari, come informa il magazine on line dell’ateneo veneziano CFnews. Le indagini archeologiche sul sito di Tell Zeyd, nella regione del Kurdistan iracheno, si sono svolte tra settembre e ottobre 2022 sotto la direzione di Cristina Tonghini, specialista dell’archeologia del cosiddetto periodo islamico (VII-XIX secolo). Il progetto nasce grazie a un accordo con la Direzione generale delle Antichità e del Patrimonio del Kurdistan, è un programma di ricerca dell’università Ca’ Foscari Venezia, finanziato dalla stessa università col patrocinio del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale.

Veduta da drone del sito di Tell Zeyd nel Kurdistan iracheno (foto unive)
Il sito si trova nella valle del Tigri, in Kurdistan (Iraq), a Nord della diga di Mosul, ed è lambito da uno dei suoi affluenti a regime torrentizio. Oggi è visibile un tell (collinetta), formatasi con il susseguirsi delle varie fasi di occupazione a partire dal periodo Calcolitico. L’insediamento di periodo islamico è sorto ai piedi del tell. L’analisi del materiale di superficie, studiato in collaborazione con il progetto dell’università di Udine Land of Nineveh Archaeological Project, suggerisce che il sito sia stato occupato per l’intero periodo islamico, e possa dunque costituire uno straordinario osservatorio per studiare i caratteri dell’insediamento, la gestione delle risorse, l’economia, la cultura e la società dell’area fra VII e XIX secolo. I resti di un mulino ad acqua sono ancora visibili sulla sponda del corso d’acqua e questo fa di Tell Zeyd un sito chiave per l’avanzamento delle nostre conoscenze. Si tratta infatti di uno di quei rari casi in cui sia il mulino che l’insediamento che esso serviva si sono conservati; permettendoci di recuperare dati che consentano di comprendere l’intero processo produttivo e chiarire il rapporto con l’insediamento. Nel 2022 lo scavo ha riguardato l’area dell’abitato, ai piedi del tell, ed ha consentito di documentare tre macro-fasi: una fase di insediamento domestico, databile ad un periodo precedente il 1910 (l’abbandono è testimoniato da un discendente degli abitanti del villaggio antico e da una moneta individuata negli strati di abbandono); una fase relativa all’impianto del laboratorio di produzione delle pipe; una più antica fase occupazionale sul cui abbandono va ad impiantarsi il laboratorio. Il proseguimento degli scavi nelle prossime stagioni consentirà di completare la sequenza con lo studio delle fasi più antiche, ancora interrate.

Una pipa decorata scoperta nel sito di Tell Zeyd nel Kurdistan iracheno dalla missione archeologica di Ca’ Foscari, diretta da Cristina Tonghini (foto unive)
Le pipe e il tabacco. L’utilizzo di pipe in terracotta è ampiamente attestato nei territori dell’Impero Ottomano, compresa l’Europa orientale (area balcanica, Grecia), testimoniato da un consistente volume di frammenti arrivati fino a noi e illustrato in dipinti ed incisioni. Tuttavia, fino ad oggi, rimangono molto scarse le informazioni relative al ciclo di produzione di questi oggetti nell’Impero Ottomano. Gli studi condotti sulle fonti scritte riferiscono dell’arrivo del tabacco in Medio Oriente nella seconda metà del XVI secolo, e ci raccontano dei vari tentativi di proibirne l’uso messi in atto dalle autorità ottomane nella prima metà del XVII soprattutto. Questa nuova pratica, che accanto all’uso del caffè costituisce una vera e propria rivoluzione dei costumi e delle pratiche sociali, non sembra risentire più di tanto di queste proibizioni. Si diffonde rapidamente in tutto l’Impero Ottomano ma il suo consumo viene autorizzato solo nel 1646 e definitivamente legalizzato nel 1720. Sui siti archeologici del Medio Oriente vengono frequentemente ritrovati frammenti di queste pipe; tuttavia, ad oggi risulta assai difficile collocare questi ritrovamenti entro un preciso arco cronologico. Per quel che riguarda i siti di produzione, gli studiosi hanno ipotizzato che questi dovessero collocarsi nelle grandi città dell’impero grazie ai resoconti di cronisti e viaggiatori e allo studio di una serie di marchi di fabbrica rinvenuti sulle pipe stesse. Con gli scavi a Tell Zeyd è stato possibile identificare per la prima volta nell’ambito di uno scavo archeologico un laboratorio di produzione, collocato non in una grande città, ma in un insediamento rurale.

Resti delle fornaci nel sito di Tell Zeyd nel Kurdistan iracheno (foto unive)
La produzione di pipe e la scoperta delle fornaci. Estremamente rilevante è senza dubbio l’individuazione del laboratorio per la produzione di pipe in terracotta. L’elemento in terracotta, di varia forma, colore e decorazione, si utilizzava insieme ad una lunga cannula in legno – di rosa, di ciliegio, di nocciola. Il tipo più ampiamente attestato a Tell Zeyd si articola in una piccola camera di combustione nella parte inferiore separata da quella superiore da un filtro, dove poggiava il tabacco. In via preliminare, ed in attesa del conforto di altri elementi di datazione, è possibile collocare la fase di produzione nell’ambito del XVIII secolo. La superficie delle pipe veniva decorata con incisioni e stampigliature, e la superficie ricoperta di uno strato nero, marrone, o rosso. A Tell Zeyd sono state ritrovate alcune fornaci preposte alla cottura delle pipe, numerosi frammenti di prodotti che recano vistosi difetti di fabbricazione, probabilmente scarti di produzione, residui della materia prima utilizzata (argilla purissima), strumenti litici e metallici utilizzati per la forgiatura delle pipe. Uno straordinario tesoro, miniera di informazioni circa il ciclo di produzione. La continuazione degli scavi consentirà di documentare in dettaglio l’intero laboratorio, così come permetterà di fare luce sulle pratiche di produzione delle pipe, e anche, auspicabilmente, sulle ragioni che hanno portato a installare un laboratorio in questo contesto. Studi specialistici correlati. Le ricerche a Tell Zeyd comprendono anche studi specialistici, come quelli di archeo-botanica, al fine di identificare le colture dell’area ed acquisire dati sulle pratiche alimentari. Con il ritrovamento del laboratorio saranno anche indispensabili per individuare il tipo di combustibile utilizzato nelle fornaci ed esplorare la presenza di coltivazioni di tabacco nel territorio circostante. Il progetto sul sito di Tell Zeyd si avvale della collaborazione del gruppo di Geomatica del dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente e del Territorio (DIATI) e di Architettura e Design (DAD) del Politecnico di Torino, che ha sperimentato metodi di documentazione 3D integrata a supporto delle indagini archeologiche (tecnologie topografiche e fotogrammetriche da drone). Attraverso l’utilizzo di droni equipaggiati di macchine fotografiche, è stato possibile acquisire blocchi di immagini fotogrammetriche sia nello spettro del visibile e non visibile che hanno permesso di realizzare modelli in 3D dell’intera area archeologica. Nel caso di strutture non certo monumentali come quelle che si prevede di intercettare a Tell Zeyd, la documentazione di dettaglio con restituzione in 3D dell’intero deposito scavato sono fondamentali per una efficace disseminazione dei risultati.
Siracusa. Al Castello Maniace il XXI convegno di Egittologia e Papirologia: tre giorni di contributi. Ecco tutti gli interventi
Full immersion nell’Antico Egitto. Dal 15 al 17 dicembre 2022 a Siracusa è in programma il XXI convegno di Egittologia e Papirologia promosso dall’istituto italiano per la Civiltà egizia e dall’istituto internazionale del Papiro-museo del Papiro “Corrado Basile”, comitato scientifico: Giuseppina Capriotti, CNR-ISPC Roma; Emanuele M. Ciampini, università Ca’ Foscari di Venezia; Maria Cristina Guidotti, museo Egizio di Firenze; Rosario Pintaudi, università di Messina; Gloria Rosati, università di Firenze; Silvia Strassi, università di Padova. Nel corso della tre giorni nella sala convegni Ferruzza-Romano del consorzio Plemmirio-Castello Maniace, questi gli interventi previsti: Abdel Rahman Abdel Samie (università di Firenze) su “Un gruppo di ostraca ieratici inediti presso il Museo Egizio del Cairo appartenenti all’epoca ramesside”; Grażyna Bąkowska-Czerner (università Jagellonica di Cracovia), Rafał Czerner (politecnico di Breslavia) su “Case di El Darazya in Egitto rispetto al vicino sito di Marina el-Alamein”; Silvia Bassilichi (università di Firenze) su “Il cigno nell’Antico Egitto: aspetti iconografici e culturali”; Giorgia Cafici (università di Verona) su “Corpus of Ptolemaic Non-Royal Sculpture: aspetti poco noti della statuaria privata di Epoca Tolemaica”; Giorgia Calamusa (università di Torino), Nadia Brindisi (università di Torino) su “L’Egitto a Torino: un progetto di public history per favorire il dialogo tra il museo e la comunità arabo-egiziana del territorio piemontese”; Ilaria Cariddi (istituto papirologico “G. Vitelli” di Firenze) su “Che il tuo cuore sia una diga possente
. L’uso metaforico dell’acqua nel genere degli Insegnamenti egiziani”; Giacomo Cavillier (centro studi di Egittologia e Civiltà copta “J.F. Champollion” Genova-Il Cairo) su “Ricerche e riflessioni su un rilievo di Siamon da Tanis e sulla possibile conquista di Gezer”; Emanuele M. Ciampini (università di Venezia Ca’ Foscari) su “La parola effettiva: osservazioni sul senso della scrittura nella riflessione egizia”; Anna Consonni (museo Archeologico nazionale – museo Egizio di Firenze), Federico Contardi (università di Firenze) su “Ostraca ramessidi nelle collezioni egizie del Museo Archeologico di Firenze”; Ilaria Davino (Roma) su “Sarcofagi e mummie. Nuove prospettive su un rito funerario”; Marco De Pietri (università di Pavia) su “Jean-François Champollion, un decifratore all’opera: un savant a confronto con una stele”; Lorenzo Guardiano (università statale di Milano) su “Jean-François Champollion e i Libri del Cielo”; Maria Cristina Guidotti (museo Archeologico nazionale – museo Egizio di Firenze), Marta Mariotti (università di Firenze) su “Un cofanetto in fibre di papiro nel Museo Egizio di Firenze”; Francesca Iannarilli (università di Venezia Ca’ Foscari) su “Un nuovo look per Taharqo al Jebel Barkal: rilettura iconografica ed epigrafica del Tempio di Mut dopo il restauro dell’ICR”; Ilaria Incordino (università di Napoli “L’Orientale”) su “La necropoli della III Dinastia a Bet Khallaf (Abido): una possibile sepoltura regale”; Vincent Pierre-Michel Laisney (Pontificio Istituto Biblico Roma) su “Osservazioni sulla grammatica di Amarna (2)”; Susanna Lena (centro egittologico “Claudia Dolzani”, Trieste) su “La collezione imperiale di Ferdinando Massimiliano d’Asburgo e le collezioni “minori” della Trieste ottocentesca”; Mattia Mancini (università di Pisa) su “Progetto “TEMA – la Toscana Egittologica tra Musei e Archivi”: panoramica finale dei risultati”; Paolo Marini (museo Egizio di Torino), Federico Poole (museo Egizio di Torino), Susanne Töpfer (museo Egizio di Torino) su “Scrittura e scritture nell’antico Egitto: una nuova mostra del Museo Egizio di Torino”; Filippo Mi (università di Strasburgo) su “La Necropoli Menfita nel primo millennio a.C.: una nuova narrativa per comprendere la necropoli di una capitale”;
Cinzia Oliva (Progetto EgittoVeneto, università di Padova e università di Venezia Ca’ Foscari) su “La mummia n. 55 Correr conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Venezia”; Christian Orsenigo (museo civico di Crema e del Cremasco) su “Le antichità egizie del Museo Archeologico Regionale della Valle d’Aosta”; Moamen M. Othman (ministero del Turismo e delle Antichità, Il Cairo), Mohamed Abdel-Rahman (ministero del Turismo e delle Antichità, Il Cairo), Nour M. Badr (museo Egizio del Cairo), Ahmed Tarek (Grand Egyptian Museum, Giza) su “An observational analytical study for the funerary wooden mask of King Awibre I Hor”; Rosanna Pirelli (università di Napoli “L’Orientale”) su “L’Iseo di Benevento: Iside, Domiziano e i culti egiziani”; Federica Pancin (università di Roma “La Sapienza”) su “L’uso del geroglifico xpr (L1) nella Litania di Neith (Esna 216)”; Mario C.D. Paganini (Österreichische Akademie der Wissenschaften, Vienna) su “Migranti del mondo greco nell’Egitto ellenistico: alcune considerazioni”; Nicola Reggiani (università di Parma) su “Medicina per corrispondenza nell’Egitto greco-romano: le testimonianze dei papiri greci”; Gloria Rosati (università di Firenze) su “Le stele egizie nel Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona”; Lorenzo Uggetti (Centre National de la Recherche Scientifique, Francia) su “Gli archivi papiracei di epoca tarda e tolemaica portati alla luce da Pierre Jouguet nel Fayyum”; Elena Urzì (università di Parma) su “Il divino sta nei particolari (Mies van der Rohe). Appellarsi al soprannaturale grazie all’ortografia”.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia l’incontro di studio “Gli Etruschi e i Bronzi di Riace. Archeologia, letteratura, arte”: nel cinquantesimo della scoperta dei Bronzi, una risposta all’ipotesi che ci sia un artista etrusco dietro i due capolavori
Paragoni audaci o solide realtà? La chiave per scoprire l’identità dei Bronzi di Riace è nascosta in uno dei capolavori etruschi del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia come ha ipotizzato oltre 20 anni fa Paolo Moreno? Come si interpreta un capolavoro e cosa lo rende tale? Per conoscere le risposte a queste e molte altre domande si può seguire l’incontro di studi “Gli Etruschi e i Bronzi di Riace. Archeologia, letteratura, arte”, giovedì 24 novembre 2022, dalle 9 alle 13.30, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, realizzato in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria e l’università di Roma Tre e con la partecipazione del liceo “Ugo Foscolo” di Albano. L’incontro di studi celebra i cinquant’anni della scoperta dei Bronzi di Riace. Ingresso gratuito in sala della Fortuna. Posti limitati. Prenotazioni all’indirizzo mail mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. L’incontro potrà essere seguito in diretta sul canale Yt Etruschannel al link: https://youtu.be/HhPSRcEgyzo.

Una statua in bronzo riemersa dallo scavo del Bagno Grande del santuario etrusco-romano a San Casciano dei Bagni (Si) (foto mic)
“La recente scoperta di un nucleo di bronzi etrusco-romani rinvenuti intatti nel loro contesto santuariale a San Casciano dei Bagni”, spiegano i promotori, “ha generato nelle scorse settimane un confronto con un ritrovamento altrettanto eccezionale, quello dei Bronzi di Riace, da sempre al centro dell’attenzione internazionale sin dal 1972. L’audace parallelismo ha suscitato commenti, discussioni e critiche in merito all’efficacia qualitativa del paragone o alla sua pertinenza. In pochi sanno, tuttavia, che proprio all’arte e al genio degli Etruschi si deve una delle ipotesi interpretative più convincenti in merito all’identità dei due bronzi, grazie a uno dei loro più importanti capolavori”. Nell’incontro del 24 novembre 2022 si potrà vedere come gli strumenti conoscitivi dell’archeologia, della storia dell’arte antica, della letteratura greca, del restauro, delle indagini diagnostiche, possono farci seguire un paradigma indiziario che dalla Grecia all’Etruria arriva fino a noi, oggi.

Frontone del Tempio A di Pyrgi conservato al museo nazionale di Villa Giulia a Roma (foto etru)

Bronzi di Riace al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria: il volto del bronzo A (foto MArRC)
Nell’anno in cui si celebrano i cinquant’anni della scoperta dei Bronzi di Riace, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, giovedì 24 novembre 2022, propone dunque un incontro di studio, animato anche da momenti performativi, che dimostra l’eccezionale importanza di questo popolo dell’Italia antica. La loro adozione di temi e schemi narrativi della cultura greca nell’arte visiva fu tale che proprio nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia l’ipotesi identificativa dei Bronzi di Riace come due degli eroi protagonisti della saga dei ‘Sette contro Tebe’, Tideo (bronzo A) e Anfiarao (bronzo B), proposta più di vent’anni fa da Paolo Moreno, ha trovato un punto fondamentale di riferimento. Questa ipotesi, che sembra reggere alla prova del tempo in quanto non sono emersi fino ad oggi elementi oggettivi di superamento, nasce da una precedente identificazione di Giovanni Colonna che riconobbe un episodio dei ‘Sette contro Tebe’ nell’altorilievo in terracotta policroma dal frontone del Tempio A di Pyrgi (470-460 a.C.) per la figura di Tideo, con i suoi denti ben visibili mentre morde il cranio di Melanippo. Poiché questo dettaglio connotativo della ferocia del personaggio caratterizza anche il Bronzo A di Riace, mentre non si ritrova mai in altre rappresentazioni antiche con questa stessa enfasi, dobbiamo accettare che la soluzione di un problema interpretativo per un’opera d’arte classica venga dalla decorazione plasmata da un Etrusco, che si era ispirato ai miti greci selezionando una versione del mito che la critica è concorde nel ricondurre all’inventiva del poeta siceliota Stesicoro di Imera, vissuto nel secolo precedente?

Agosto 1972: il ritrovamento dei Bronzi di Riace da parte del sub Stefano Mariottini

I tecnici, dopo i lunghi restauri, hanno riscontrato nei Bronzi microfratture che li rendono estremamente fragili
Dal 16 agosto 1972, quando le due sculture in bronzo furono recuperate dal mare antistante Riace, in Calabria, sono sorti molti interrogativi. Come e quando sono finiti in fondo al mare in quel tratto di costa, dove era diretta la nave il cui relitto non si è ancora trovato, dove sono finite le armi che li completavano, c’erano altre statue in quel trasporto ignoto? Mentre la datazione, la produzione greca e il fatto che rappresentino due personaggi armati di uno stesso gruppo, mette d’accordo la maggior parte degli studiosi, molte ipotesi sono sorte per tentare di dare un’identità più specifica ai due personaggi raffigurati. Se per Ranuccio Bianchi Bandinelli erano da considerare due opere “di altissimo artigianato”, considerando la diffusione di statue in bronzo negli spazi pubblici – civili e religiosi – del mondo classico, la storia degli studi sui Bronzi di Riace ha fatto scendere in campo i nomi degli artisti più prestigiosi dell’antichità, celebrati anche dai posteri: Mirone, Policleto, Fidia, solo per ricordarne alcuni. Per il soggetto le ipotesi hanno spaziato tra eroi del mito, personaggi storici, atleti, strateghi. Prima di essere caricati sulla nave, dai due Bronzi sono stati tolti tutti gli elementi aggettanti rispetto al volume dei corpi, per evitare che si danneggiassero. Per noi sarebbero stati elementi preziosi per la comprensione dei soggetti, ma questa rimozione, insieme al fatto che sotto i piedi erano visibili i tenoni che li ancoravano alla base (o alle basi) nella collocazione originale, testimonia la cura con la quale le due opere furono trattate. Non si trattava di bronzi strappati dalla loro collocazione e portati via solo per fame di metallo, di materia prima, ma opere a cui evidentemente si riconosceva un valore artistico e forse anche didascalico, per la tipologia dei personaggi rappresentati.

Ipotesi di ricostruzione dell’area santuariale di Pyrgi con i templi A e B (foto sabap vt)

Visitatori nella sala che ospita i Bronzi di Riace nel museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto federico neri)
PROGRAMMA DELLA GIORNATA. Modera Maria Paola Guidobaldi, conservatrice delle collezioni del museo. Incontro di studi con momenti performativi con gli studenti del liceo “Ugo Foscolo” di Albano, a cura della prof.ssa Marcella Petrucci. Alle 9, indirizzi di saluto; 9.30, Tebe dalle Sette Porte: il canto (primo momento performativo); 9.45, Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, su “I Bronzi di Riace: dalla scoperta alla musealizzazione”; 10.15, Valentino Nizzo, direttore dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, su “L’altorilievo del tempio A di Pyrgi”; 10.45, Tebe dalle Sette Porte: la hybris (secondo momento performativo); 11.15, Laura Michetti, Sapienza università di Roma, su “I sette a Tebe e Pyrgi: il porto e il grande santuario marittimo della città etrusca di Caere”; 11.45, Alexia Latini, università Roma Tre, su “Pyrgi, Argo, Riace: per un’ipotesi di lettura”; 12.15, Ettore Cingano, università di Venezia Ca’ Foscari, su “Edipo, i 7 a Tebe, gli Epigoni tra mito e iconografia”; 12.45, Adele Teresa Cozzoli, università Roma Tre, su “Il mito dei Sette a Tebe tra Argo e Atene. L’elogio dell’oplita e l’ideologia della città”; 13.15, Tebe dalle Sette Porte: il dramma (terzo e ultimo momento performativo).
Preistoria. Nella Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo, in Lessinia (Vr), millenni di convivenza tra l’uomo, il lupo e l’orso delle caverne: ecco i risultati della nuova campagna di scavo del team di Ca’ Foscari diretto da Elena Ghezzo

Grotta di Veja (Sant’Anna d’Alfaedo, Vr): discussione sulla metodologia di scavo (foto di Massimo Arvali / unive)

Elena Ghezzo dell’università Ca’ Foscari
L’obiettivo del team di Ca’ Foscari, guidato da Elena Ghezzo, era di mettersi sulle tracce dell’orso delle caverne nella Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo (Vr), in Lessinia: dove per 10mila anni (tra 30 e 20mila anni fa) sono convissuti uomo e animali (Preistoria. Team di Ca’ Foscari, guidato da Elena Ghezzo, sulle tracce dell’orso delle caverne nella Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo, in Lessinia: dove per 10mila anni (tra 30 e 20mila anni fa) sono convissuti uomo e animali | archeologiavocidalpassato). A quasi un anno e mezzo dall’avvio delle ricerche la prima esplorazione delle profondità della Grotta di Veja ha portato alla luce più di 200 resti di orso, lupo e tasso oltre a tracce di frequentazione umana negli ultimi 10-12mila anni. La grotta si trova a Nord di Verona, nel Parco della Lessinia. È una cavità carsica che ha avuto origine in un periodo più recente di 38 milioni di anni fa per l’azione di acque ipogee. Finora studiata parzialmente, è in grado di raccontare molto dei millenni di convivenza tra uomo e fauna e dell’ambiente dell’area prima, durante e dopo l’ultimo evento glaciale. Le attività di ricerca, riavviate nel 2021 grazie all’università Ca’ Foscari Venezia, sono entrate nel vivo con una campagna appena conclusa che ha coinvolto 8 operatori che si sono alternati durante due settimane per scavo, documentazione e vaglio del materiale. Hanno partecipato allo scavo Giulia Santini e Matteo Novella, studenti rispettivamente di Ca’ Foscari e dell’università di Padova, Massimo Arvali e Daniele Davolio del Gruppo Speleologico San Marco, Michele Bassetti della società CORA ricerche, Andrea Pereswiet Soltan della Polish Academy of Science e Andrea Villa dell’Istitut Català de Paleontologia, Viviana Frisone, curatrice del museo archeologico di Vicenza, Francesco Sauro geologo e speleologo, e Mara Bortolini dottoranda al dipartimento di Scienze ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari.

Grotta di Veja (Sant’Anna d’Alfaedo, Vr): primo dente di micromammifero trovato durante il vaglio del materiale (foto di Massimo Arvali / unive)
L’area di scavo si trova nella porzione più interna alla grotta, alla fine del ramo principale, ad una profondità lineare di circa 180 metri dall’ingresso. Il condotto è completamente buio e frequentato oggi solo da pipistrelli del genere Miniopterus e Myotis, e coleotteri caratidi. “Ci siamo addentrati nel fondogrotta in un’area mai indagata prima”, racconta Elena Ghezzo, ricercatrice “Marie Curie” a Ca’ Foscari (progetto REFIND) e responsabile dello scavo. “Aavevamo un doppio fine: recuperare e documentare il record fossilifero e stratigrafico messo in luce da scavi abusivi, e creare un momento di didattica intensiva rivolto agli studenti universitari che hanno partecipato alle operazioni di scavo”.

Grotta di Veja (Sant’Anna d’Alfaedo, Vr): momento di campionamento (foto di Giulia Santini / unive)
I risultati. “Abbiamo verificato tracce di frequentazione umana negli ultimi 10-12 mila anni”, spiega la paleontologa. “Inoltre, in soli 2 metri cubi circa di materiale asportato, sono stati recuperati più di 200 resti fossili di orso, lupo e tasso, ed alcuni reperti minori sono ancora in via di determinazione”. I prossimi passi includeranno ulteriori radiodatazioni dei reperti provenienti dagli strati profondi, probabilmente risalenti a prima dell’ultima glaciazione (oltre 20 mila anni fa), e lo studio molecolare di alcuni materiali, oltre ad analisi chimiche rivolte a capire i processi di accumulo e alla caratterizzazione del sedimento. Il materiale fossile, infatti, presenta una conservazione peculiare strettamente legata al contesto di fondogrotta, che ha favorito la conservazione dello smalto dentario (lo strato esterno dei denti) e dei carboni, a scapito delle ossa.

Grotta di Veja (Sant’Anna d’Alfaedo, Vr): vaglio dei materiali di scavo (foto di Massimo Arvali / unive)
Uno scavo sostenibile. “Lavorare in una zona così profonda ha comportato un enorme sforzo per garantire la sicurezza e il coordinamento di tutte le persone coinvolte”, aggiunge Elena Ghezzo. “È stata essenziale la pianificazione pre-scavo e il contributo in posto degli speleologi, mentre il gruppo di ricerca ha lavorato garantendo il minimo disturbo alla fauna ipogea e il massimo rendimento nella raccolta dati. Ad esempio, è stata realizzata una linea telefonica attiva in continuo tra interno ed esterno grotta e sono state utilizzate solo lampade a batteria per evitare di usare generatori elettrici che avrebbero disturbato la fauna e il flusso turistico all’interno del parco. Inoltre, il vaglio preliminare del materiale di scavo è stato effettuato in loco, sfruttando il torrente che scorre al di sotto del ponte di Veja”.

Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo (Vr): una delle due aree indagate negli scavi della seconda metà del Novecento (foto unive)
Collaborazioni, sponsor e patrocini. Lo scavo ha ricevuto il patrocinio del Comune di Sant’Anna d’Alfaedo, del G.S.S.M., della Società Paleontologica Italiana, dalla associazione culturale Benetticeras e del museo di Paleontologia di Sant’Anna d’Alfaedo. La campagna di scavo 2022 è stata portata avanti grazie ai fondi del progetto “Marie Curie” REFIND e al fondo CeSAV per scavi di ateneo. I permessi di scavo sono stati rilasciati dalla soprintendenza Archeologica Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Verona Rovigo e Vicenza, e dal parco naturale regionale della Lessinia. “Ringraziamo in particolar modo la famiglia Lavarini della Trattoria di Veja che ci ha accolto, ospitato e saziato durante le faticose giornate di scavo”, conclude Elena Ghezzo, “il sindaco Raffaello Campostrini per aver fornito le transenne di sicurezza, e tutti i turisti e curiosi che ci hanno incalzato e spronato con domande e curiosità sul nostro lavoro sul campo”.
Padova. Apertura straordinaria di Palazzo Folco, sede della soprintendenza, e conferenza “La necropoli preromana orientale di Padova tra scavo, restauro e ricerca digitale”
Focus sulla necropoli preromana orientale di Padova. Giovedì 3 novembre 2022, in occasione dell’apertura straordinaria di Palazzo Folco in via Aquileia a Padova – sede della Soprintendenza – che sarà visitabile dalle 15 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30), si terrà la conferenza “La necropoli preromana orientale di Padova tra scavo restauro e ricerca digitale”. Appuntamento alle 17. Interverranno: Giovanna Gambacurta, università Ca’ Foscari, Venezia; Cecilia Moscardo, Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, università di Bologna; Federica Santinon, funzionario restauratore, soprintendenza area metropolitana di Venezia e province di Belluno Padova Venezia; Angela Ruta Serafini, già soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Ingresso alla conferenza gratuito su prenotazione obbligatoria fino a esaurimento dei posti. Inviare la richiesta esclusivamente on line mediante il seguente link: https://forms.gle/ayTSCKZbLFd6MyLVA. Per la visita a Palazzo Folco non è necessaria la prenotazione. Il progetto di ricerca sulla necropoli tra via Tiepolo e via San Massimo indagata sul campo nel 1990-1991 prosegue con attività di laboratorio che hanno visto nel tempo la prosecuzione non solo dello scavo delle tombe ancora conservate nei pani di terra, ma anche con azioni che vanno articolandosi negli anni. Hanno preso avvio, contestualmente allo scavo, le seguenti attività: ricerche antropologiche, di restauro e tecnologia dei materiali, una nuova frontiera di ricostruzioni 3d dei contesti di scavo e dei materiali restaurati, oltre ad un lungo ma indispensabile processo di digitalizzazione della documentazione originale, che saranno oggetto dell’incontro di valorizzazione. Per tali iniziative si è contato sulla collaborazione del Centro di Digital and Public Humanities del dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari di Venezia (VeDPH).

Sabato 1° aprile 2023, alle 17.30, al museo Archeologico “Eno Bellis” presentazione del libro “Figlio del lampo degno di un re. Un cavallo veneto e la sua bardatura”, atti della giornata di studi del 23 novembre 2018. Il volume raccoglie i contributi presentati nel corso della giornata di studi dedicata al riallestimento della bardatura del cavallo della necropoli dell’Opera Pia Moro di Oderzo. Dopo i saluti istituzionali della Fondazione Oderzo Cultura Onlus, del Comune di Oderzo, della soprintendenza ABAP-VE-MET, intervengono: Guglielmo Marcuzzo e Maria Pia Benvegnù (Studio Marcuzzo e Benvegnù), Franco Marzatico (dirigente generale – unità di missione strategica per la tutela e la promozione dei beni e delle attività culturali, Provincia Autonoma di Trento, dialoga con i curatori del volume e gli autori).




“VENETI ed ETRUSCHI. Un confine invisibile” è il titolo del convegno dedicato alla Necropoli dell’Età del Ferro della Colombara a Gazzo Veronese. Appuntamento sabato 4 febbraio 2023, alle 10, al museo Archeologico nazionale di Verona. La partecipazione all’evento è gratuita. Per informazioni: tel. 346.5033652 o 


Commenti recenti