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Fabio Martini da Rovereto: “Rinato in 3D il cervello del ragazzino di 17mila anni fa della grotta paleolitica del Romito in Calabria”. Team di scienziati tra Firenze, Roma e California punta a studiare l’evoluzione del linguaggio nell’Homo Sapiens e a curare la dislessia

Sepoltura paleolitica rinvenuta nella grotta del Romito a Papasidero in Calabria

Sepoltura paleolitica rinvenuta nella grotta del Romito a Papasidero in Calabria

cervelloDall’Homo Sapiens di 17mila anni fa all’Homo Sapiens di oggi: sono passati quasi 20 millenni ma il cervello dell’uomo, nel suo aspetto esterno, non sembra cambiato. Stessa disposizione delle vene, stesse volumetrie delle diverse aree. Un risultato eccezionale della ricerca che potrebbe portare grandi risultati nella moderna medicina, ad esempio nella cura della dislessia. Lo ha annunciato a Rovereto Fabio Martini, docente di archeologia preistorica all’università di Firenze, a margine della sua seguita e apprezzata conversazione “L’origine dell’arte. Documenti e problemi di interpretazione” in “Arte, culto e spiritualità”, sezione speciale della 27. Rassegna internazionale del Cinema archeologico diretta da Dario Di Blasi. “Oggi possiamo sapere e toccare con mano un cervello di un nostro antenato di 17mila anni fa, grazie alla ricostruzione in 3D che un team ha realizzato negli Usa partendo dalla scatola cranica di un ragazzo ritrovato nella grotta del Romito a Papasidero in Calabria, uno dei siti archeologici italiani più interessanti per la presenza di scheletri paleolitici, frequentato dall’Homo sapiens tra 23mila e 10mila anni da oggi”, spiega Martini. “Naturalmente non possiamo dire come quel cervello “funzionava”, come pensava, come interagiva col mondo esterno, ma sicuramente questo risultato raggiunto è destinato a fornirci importanti informazioni nuove e finora impensabili. Prima della fine dell’anno – annuncia — saranno pubblicati su una importante rivista scientifica i risultati di questo progetto che, insieme alla ricostruzione 3D del cervello, prevede anche la ricostruzione del Dna dell’antico preadolescente”. Due elementi che rappresentano una prima tappa per la raccolta dei dati che permetteranno di disegnare l’evoluzione del cervello umano, in particolare delle aree e dei geni che sovrintendono al linguaggio. Con risvolti pratici anche immediati, come la possibilità di trovare forme di cura per la dislessia. Allo studio sta lavorando un’equipe eterogenea di studiosi italiani di diversi atenei – archeologi, neuroscienziati, fisici, antropologi molecolari – coadiuvati dall’università della California Irvine.

La grotta del Romito a Papasidero in calabria, dove è stato trovato lo scheletro di un ragazzino di 17mila anni fa

La grotta del Romito a Papasidero in calabria, dove è stato trovato lo scheletro di un ragazzino di 17mila anni fa

Fabio Martini, archeologo preistorico

Fabio Martini, archeologo preistorico

Tutto parte dallo scheletro del Romito 9, ritrovato a Papasidero nel 2011 (insieme altri due scheletri: Romito 7 e Romito 8) dall’equipe di Fabio Martini, a distanza di alcuni decenni da ritrovamento dei primi 6 resti. “Romito 9”, spiega Martini, “è lo scheletro di un ragazzino di 10 anni morto tra le aspre colline di quella che oggi è la Calabria. La causa della sua morte non è nota. Ma la presenza di decorazioni con conchiglie e ocra rossa trovate attorno al suo corpo deposto delicatamente fa pensare che il piccolo fu amato e pianto. Le ossa del cranio a quell’età sono ancora plastiche, in sviluppo, tanto da lasciare, seppure in maniera invisibile all’occhio umano, l’impronta del cervello, rilevabile con le tecnologie sofisticate di oggi. Un ritrovamento dunque eccezionale”. A “leggere” queste “tracce” invisibili ci ha pensato il fisico Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste, il quale ha realizzato il modello informatico, che poi ha permesso di stampare in 3D, negli Usa, il cervello di 17mila anni fa. Tuniz ha fatto la ricostruzione teorica, grazie alle tecnologie avanzate del suo laboratorio. Ha preso il cranio, lo ha posto in modo da permettere una rotazione completa e ha realizzato circa 4mila radiografie, più o meno 10 per ogni grado della rotazione completa. La mappa ha permesso la stampa del cervello – come si diceva -, in California, dove sono disponibili le strutture necessarie e dove opera un altro specialista italiano, Fabio Macciardi, studioso di neuroscienze dell’università della California e docente di genetica medica all’università di Milano.

La separazione del Dna in laboratorio portata a termine anche per Romito 9

La separazione del Dna in laboratorio portata a termine anche per Romito 9

Il cranio Romito 9, appartenuto a un ragazzino di 10 anni vissuto 17mila anni fa

Il cranio Romito 9, appartenuto a un ragazzino di 10 anni vissuto 17mila anni fa

Per raggiugere l’altro grande obiettivo ambizioso, l’estrazione del Dna dallo scheletro Romito 9 di 17mila anni fa è intervenuta la professoressa Olga Rickards, ordinario di antropologia molecolare all’università di Tor Vergata di Roma, che è riuscita a sequenziarlo. Risultato non facile. “Oggi molti ricercatori lavorano per trovare i geni legati alle patologie del linguaggio”, interviene Macciardi, che si occupa di schizofrenia, autismo e disturbi le linguaggio. “Ma si tratta di una competenza molto complessa e si rischia di perdersi in un mare di informazioni genetiche. Serve scegliere solo quelle importanti che sono, probabilmente, sia quelle conservate nei millenni, sia quelle sviluppate nell’evoluzione”. Ciò vale anche per il cervello in 3D e la sequenza del Dna “archeologico”. “Sui dati ottenuti abbiamo realizzato molti confronti con quelli contemporanei. E il nostro obiettivo è realizzare lo stesso lavoro su 70 scheletri molto più antichi. Potremmo così ottenere una vera e propria mappa dell’evoluzione del cervello e del linguaggio degli ultimi 200mila anni. Sapere con precisione quali sono i geni del linguaggio”. Ma anche ‘datarli’. “Alcuni antropologi – continua Macciardi – pensano che il linguaggio sia nato insieme all’arte, al pensiero simbolico (50 – 60mila anni fa). Altri addirittura pensano a 500mila anni fa. Due estremi su cui potremmo essere più chiari incrociando i dati morfologici e genetici delle diverse fasi evolutive. Ma si tratta di studi costosi che hanno bisogno di finanziamenti che bisognerà trovare”.

Il prof. Fabio Martini, archeologo preistorico dell'università di Firenze

Il prof. Fabio Martini, archeologo preistorico dell’università di Firenze

Le conchiglie ornamentali dipinte di ocra rossa poste attorno al corpo del ragazzino Romito 9

Denti (canini atrofici) di cervo perforati, utilizzati come pendenti, dipinti di ocra rossa posti attorno al corpo del ragazzino Romito 9

Lo scheletro del ragazzino di 17mila anni fa, riprende l’archeologo Martini, “ha raccontato e racconterà molto. Gli strumenti di oggi ci permettono di realizzare molte ricerche. È la prima volta che la tecnologia ci permette di toccare con mano un cervello antico. Possiamo vedere chiaramente che l’area del linguaggio, è quasi uguale, nella morfologia, ad oggi. È lo studio più completo su un individuo così antico”. Anche da un punto di vista storico-archeologico il ragazzo denominato Romito 9 – l’ultimo dei nove scheletri trovati nella grotta del Romito, il più antico – ha permesso ai ricercatori di fare passi avanti. “È la prima volta che troviamo una sepoltura di quell’epoca. E abbiamo molte indicazioni. Si colma così una lacuna su riti funerari sconosciuti in quell’età. Abbiamo ora un tassello che ci mancava”.

“Il mondo che non c’era”: dopo Firenze arriva a Rovereto la grande mostra sulle culture precolombiane con i preziosi reperti della Collezione Ligabue. Un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo

L'arte precolombiana protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

L’arte precolombiana protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Sedici culture per scoprire “Il mondo che non c’era”: un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo, raccontato attraverso duecento opere d’arte. Dopo il successo al museo Archeologico nazionale di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/) giunge a Palazzo Alberti Poja di Rovereto sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la grande mostra che ci fa conoscere appunto “Il mondo che non c’era” (1° ottobre 2016 – 6 gennaio 2017) con gli straordinari reperti della Collezione Ligabue che accompagnano il visitatore nel cuore delle civiltà precolombiane: un corpus di opere – esposte al pubblico in gran parte per la prima volta proprio grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), del territorio di Panama, e delle Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Quegli oggetti precolombiani parlano di Olmechi e Maya, Aztechi e Tairona, Chavin e Tiahuanaco, Moche e Inca.

La "Venere" della cultura Chupicuaro (Messico)

La “Venere” della cultura Chupicuaro (Messico)

Un viaggio tutto da vivere. Proviamo a percorrerne insieme qualche tratto attraverso 16 oggetti emblematici esposti in mostra a Rovereto. Tra il III e il I sec. a.C., nello Stato di Guerrero, in Messico, si sviluppa la cultura di Mezcala ben rappresentata in mostra da un’enigmatica statuetta antropomorfa in diorite. La Venere in ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone, nuda, il sesso sottolineato tramite incisione, piccole braccia staccate dal tronco con le mani congiunte sul ventre, rappresenta invece la cultura Chupícuaro (IV-I sec. a.C.), ancora in Messico ma nello Stato di Guanajuato. Più recente la cultura jalisco, espressione della statuetta antropomorfa in ceramica a ingobbio rosso mattone e ocra gialla: siamo sempre in Messico tra il I sec. a.C. e il III d.C. Con l’urna funeraria con l’effigie del dio Cocijo si entra nella successiva cultura zapoteca, che in Messico inizia con la fase Monte Albán (II sec. a.C. – II d.C.) e continua fino a circa l’800 d.C. Cocijo era il dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

"Maschera" della cultura Teotihuacan (Messico)

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico)

Bellissima la maschera in serpentino verde scuro a superficie levigata, volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate: il reperto ci porta dritto nella cultura Teotihuacán (450-650 d.C), sempre in Messico. Invece tra Messico e Guatemala si localizza la cultura Maya (600-800 d.C.) del vaso cilindrico con divinità dell’inframondo: questo grande bicchiere è tipico di una forma della ceramica di stile codex che si utilizzava per bere la cioccolata durante le feste date dai membri dell’élite dirigente. Questi ultimi se li regalavano volentieri tra loro e poi ne rendevano imperitura la funzione destinandoli al proprio corredo funebre: è ciò che ha permesso ad un buon numero di queste ceramiche di giungere così ben conservate fino ai nostri giorni.  Spostandoci in Costarica, e tornando indietro di qualche secolo, troviamo la cultura Guanacaste (100-500 d.C.) con il pendente antropomorfo in pietra verde (giadeite) levigata e lucidata. Il pendente raffigura probabilmente il cosiddetto “dio ascia”, forse una divinità o un operatore rituale, la cui ricorrenza come soggetto iconografico risale al periodo olmeco. A Panama invece con l’olla in terracotta policroma sulla quale sono raffigurati una divinità e un alligatore, ci imbattiamo nella cultura Coclé (850-1000 d.C.).

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona (Colombia)

Il viaggio continua lungo la cordigliera delle Ande in Ecuador dove si sviluppò l’antica cultura Valdivia – Chorrera (2000-1000 a.C.) cui appartiene il mortaio zoomorfo di serpentino verde in forma di giaguaro stilizzato. Prime “tracce” dell’El Dorado si riscontrano nella cultura tairona della Colombia (700-1000 d.C.) con pendenti in oro a forma di rana scolpita a sbalzo con foro sul collo. Nelle Ande del Nord, il lavoro dei metalli preziosi appare molto presto, circa verso la metà del primo millennio a.C. Proprio l’arte andina dell’oreficeria spingerà alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti motori dei Conquistatori spagnoli. La bottiglia in ceramica a forma di sciamano della cultura Chavin-Cupisnique (1000 a.C) ci porta in Perù. Il personaggio seduto, con le braccia poste sopra le cosce e un volto dai tratti realistici, vestito con un perizoma, i lobi forati per due orecchini circolari, e una grande gobba, non era certo una persona comune, né un personaggio qualsiasi, bensì un essere con abilità sciamanica, abile per esempio nelle profezie dotato di capacità magiche speciali. Sempre in Perù troviamo la più famosa cultura Nazca (400-600 d.C.) a Rovereto ricordata da una bella coppa cerimoniale in terracotta ingobbiata, decorata su due registri sovrapposti: in alto una serie di teste trofeo stilizzate viste di profilo e ornate da corone plumarie; in basso corre un motivo formato da volti femminili giustapposti, conosciuto col nome di “facce di bambina”: le figure esprimono concetti e simboli appartenenti alla sfera della religione e non alle mode dell’arte decorativa, cioè simboli ritenuti dotati di un’efficacia che li rendeva attivi non solo nell’aldilà ma nella vita quotidiana.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Particolarmente interessante il vaso antropomorfo in ceramica della cultura Moche del Perù (100 a.C. – 200 d.C.): rappresenta il volto di un personaggio che porta al naso un anello d’oro. Le caratteristiche del volto, la fattura e l’anatomia che raggiunge livelli eccellenti di naturalismo – come in moltissimi vasi della cultura moche, che rappresentano governanti, malattie, mutilazioni e appunto volti – fanno pensare che una persona reale abbia posato per il ceramista. La più recente delle culture che si sono sviluppate in Perù è la cultura Inca (1300-1450 d.C.) che ritroviamo nel vaso urpu, terracotta dipinta con rilievo a forma di felino e manici per il trasporto.  Questa anfora, conosciuta col nome di urpu o ariballo con termine greco, era destinata al trasporto d’acqua e, più spesso, della chicha, o aqha, il vino ottenuto dalla fermentazione del mais.  Il nostro viaggio, prima della tappa conclusiva in Perù, si concede una deviazione in Argentina alla scoperta dell’antichissima cultura Las Bajas dei Tehuelche (2000-1000 a.C.), che ritroviamo nell’ascia cerimoniale intagliata in pietra e decorata a forma di otto con motivi geometrici. Questo tipo di ascia doppia di solito veniva utilizzata durante le cerimonie sacre e ha sempre mantenuto un grande significato simbolico.

Maschera funebre in rame coperto da lamina d'oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Maschera funebre in rame coperto da lamina d’oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Il nostro speciale viaggio si chiude in Perù con la straordinaria maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro della cultura chimú-lambayeque (1300 d.C.). Nel Cinquecento, il cronista spagnolo Miguel Cabello de Valboa raccolse il mito che narrava l’arrivo dal mare dell’eroe fondatore Ñaymlap e del suo seguito regale. Approdato in quel tratto della costa pacifica che da lui avrebbe preso il nome, Ñaymlap era preceduto da un suonatore di buccina marina e da un servitore che precedeva i suoi passi spargendo polvere di conchiglie. Il capostipite delle genti di Lambayeque deriva il nome da un uccello acquatico (namla). Tra gli attributi, le ali e gli “occhi alati”, riproducenti le macchie oculari di alcuni uccelli o combinazione dell’occhio umano con ali. Il mito narra che in punto di morte sul dorso del sovrano crebbero ali ed egli volò al cielo lasciando la sua immagine intagliata nello smeraldo: l’idolo Yampallec, “icona di Ñaymlap”, che avrebbe assicurato al suo popolo prosperità e potere. Sedotto da un dèmone-femmina, l’ultimo sovrano, Fempellec, volle trasferire altrove la sacra immagine. Trenta giorni di piogge e un anno di siccità mutarono la fertile valle in terra desolata. Le maschere funerarie in oro, o rame dorato come questo esemplare, riproducono fattezze e attributi dell’antenato mitico: gli “occhi alati” e i dischi auricolari (orejeras) – gli stessi dei sovrani dei moche – contornati da una serie di globuli sbalzati, probabile simbolo della Luna, madre dell’umidità notturna, o del Sole padre della luce e della pioggia. Applicata al fardo funerario – l’involto di tessuti che copriva il corpo in posizione fetale – la maschera manifestava la partecipazione del defunto alla regalità divina dell’Antenato-Uccello. Dagli occhi cadono lacrime raffigurate da globuli di quarzo (in altri esemplari di resina di algarrobo).

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto e di Mezcala Expertises, main sponsor Ligabue Group, la mostra “Il mondo che non c’era” presenta dunque un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. A quasi due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), questa esposizione vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione e dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra aperta a Rovereto e che ha già affascinato il pubblico toscano e la stampa nazionale, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Musée du Quai Branly di Parigi e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig), specialista delle arti pre- ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. “Ringrazio per questa occasione Rovereto, città che da moltissimo tempo è un esempio significativo del nostro Paese per le scelte e le iniziative culturali, e con la quale – attraverso il sindaco Francesco Valduga e la Fondazione Museo Civico di Rovereto e Giovanni Laezza che la presiede – abbiamo avviato una cooperazione che ci rende orgogliosi e che ci procura nuovi e vitalissimi stimoli per future iniziative”, ricorda Inti Ligabue. “Ringrazio anche il direttore del Museo Civico di Rovereto, Franco Finotti e lo staff; e infine, in modo particolare, anche per la solida amicizia che viene da una lunga collaborazione dico un grazie a Dario Di Blasi, persona che è stata al centro di molte iniziative comuni con il Centro Studi e Ricerche prima e adesso con la Fondazione Giancarlo Ligabue”.

A Rovereto la XXVII rassegna internazionale del cinema archeologico: in cinque giorni più di 50 film da 14 Paesi, conversazioni e incontri con i protagonisti della ricerca archeologica. Le anticipazioni del direttore Dario Di Blasi

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Più di cinquanta film in cinque giorni nella sezione principale all’auditorium Melotti, con tre conversazioni, una tavola rotonda e un laboratorio didattico; e altri tre film con altrettante conversazioni nella sezione “Arte, culto e spiritualità” nella sala conferenze del Mart: ecco in cifre la 27. Rassegna internazionale del cinema archeologico in programma a Rovereto (Trento) promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, diretta, ideata e curata da Dadio Di Blasi. “Per molti anni”, scrive Di Blasi nella presentazione della Rassegna, “ho cercato filmati, preparato programmi cinematografici e coinvolto archeologi e uomini di cultura con l’intenzione di far conoscere e interagire tra loro culture e civiltà diverse, anche discordi tra loro, di luoghi ed epoche differenti, convinto di portare un sia pur piccolo contributo alla conoscenza e quindi alla tolleranza. In ventisette anni e altrettante edizioni della Rassegna ho visto con orrore ogni sorta di guerre, crudeltà e sopraffazioni, la guerra nei Balcani, la strage delle torri gemelle, un Medio oriente sempre in fiamme, eccidi di ogni tipo in Africa, migrazioni epocali a causa d’infiniti conflitti, non ultima l’anno scorso l’uccisione di Khaled al-Asaad a Palmira. Anche se malferma la speranza di contribuire alla conoscenza, alla tolleranza e alla pace non è mai morta comunque”. E continua: “Nella proposta di questa XXVII edizione lo spirito e le intenzioni sono e rimangono quelle originali. Il palinsesto cinematografico spazia nelle culture e civiltà di tutti i continenti, così come gli approfondimenti che coinvolgono l’America precolombiana, Pompei, l’Africa dei primi uomini, l’Egitto, l’arte parietale con le prime forme di spiritualità, il mito del mondo classico, ma soprattutto la domanda se i musei al giorno d’oggi abbiano ancora un ruolo e una funzione nella formazione e nella cultura, pur senza indulgere nella significativa ironia di chi disse, a proposito di musei, che Il sonno della ragione genera mostre”.

Un fotogramma del film "Impronta amerinda", una produzione francese

Un fotogramma del film “Impronta amerinda”, una produzione francese

La proposta di questa edizione – riassume Di Blasi – è, come sempre e soprattutto, una proposta cinematografica con film provenienti da 14 paesi ma che documentano epoche e territori diversissimi, la preistoria: Quand homo sapiens faisait son cinema (Francia), venerdì 7, al mattino; Dawn of humanity (Usa), sabato 8, al mattino; la Francia del Re sole: Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil (Francia), mercoledì 5, al pomeriggio; mille anni di cultura islamica in Iran: Die Freitagsmoschee von Isfahan (Iran), venerdì 7, al pomeriggio; l’impero Khmer in Cambogia: Aux sources d’Angkor (Francia), mercoledì 5, alla sera; l’epopea vichinga con la scoperta dell’Islanda: Wiking Women-Sigrun’s wrath and discovery of Iceland (Germania), venerdì 7, alla sera; il popolamento delle Antille: Empreinte amerindienne (Francia), giovedì 6, al pomeriggio; il favoloso Perù: Chavin de Huantar. El teatro del Màs Allà (Spagna), giovedì 6, al pomeriggio; la sempre misteriosa Etruria: I confini del mar Tirreno e Adriatico diviso tra etruschi, fenici e focesi (Italia), venerdì 7, al pomeriggio; Sulle note del mistero. La musica perduta degli Etruschi (Italia), venerdì 7, alla sera; e il racconto “del mio eroe dell’infanzia”, Annibale: Tras la huella de Anibal (Spagna), venerdì 7, al pomeriggio.

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Anche nella XXVII Rassegna ci sono alcuni approfondimenti con protagonisti della ricerca: in tre mattine nella sala conferenze del Mart -Museo d’arte moderna e contemporanea per la sezione “Arte, Culto e Spiritualità”: Fabio Martini, archeologo preistorico dell’università di Firenze, il 5 ottobre propone “L’origine dell’arte. Documenti e problemi d’interpretazione “; Silvia Romani, docente di Mitologia classica e lingua greca all’università di Torino, il 6 ottobre “La terra di mezzo. Raccontare storie per comprendere il mondo“, e quindi Francesco Tiradritti, egittologo, docente all’università di Enna, il 7 ottobre “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII sec a.C.“. In alcuni pomeriggi e mattine, al contrario nell’auditorium Melotti del polo museale, Giuseppe Orefici, archeologo, responsabile della missione a Nazca, giovedì 6, al pomeriggio, racconta “Centri cerimoniali e geoglifi a Cahuachi- Nazca”; Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, venerdì 7, al pomeriggio, “Nuove scoperte nei santuari pompeiani”; e Damiano Marchi, antropologo, docente all’università di Pisa, sabato 8, al mattino, “Homo naledi. Nuovi fossili scoperti in Sudafrica: è questa la zona d’origine del genere Homo?“. “A conclusione di queste giornate”, annuncia Di Blasi, “sabato 8, al pomeriggio, abbiamo voluto inserire anche una sorta di tavola rotonda dibattito per capire se il ruolo dei musei nella formazione di cultura sia ancora attuale. La proposta di dibattito con Cinzia Dal Maso, giornalista e blogger, e Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, quali moderatori è “Agitare prima dell’uso. Nuovi orizzonti del Museo”. Partecipano Daniele Jallà, presidente Icom Italia; Anna Maria Visser, università di Ferrara; Carmelo Malacrino, direttore museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; Valentino Nizzo, direzione generale musei del MIBACT; Franco Marzatico, soprintendente ai Beni Culturali di Trento”. La rassegna chiude sabato 8 alla sera al teatro Zandonai di Rovereto con la cerimonia di premiazione e la proiezione del film più gradito dal pubblico con il premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva”.

Cento film, una retrospettiva della produzione cinematografica di Giancarlo Ligabue, una sezione sull’archeologia in Iran, il premio Paolo Orsi sulle Grandi civiltà con un occhio attento all’archeologia in guerra: ecco la XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Un mese. Ancora un mese e poi si accenderanno i riflettori sulla XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, promossa dal 6 al 10 ottobre 2015 dalla fondazione Museo Civico di Rovereto, sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del ministero degli Affari esteri e del ministero per i Beni e le Attività culturali, il contributo di Comune di Rovereto, Provincia autonoma di Trento, Regione autonoma Trentino-Alto Adige, e la partecipazione della rivista Archeologia Viva e il Centro studi ricerche Ligabue. La rassegna quest’anno è impreziosita dal 12° premio “Paolo Orsi”, riconoscimento biennale, che sarà assegnato da una qualificata giuria internazionale che valuterà i film in concorso sul tema “Le grandi civiltà del passato”. Della giuria fanno parte Il regista iraniano Mahvash Sheikholeslami (Teheran), la francese Christine Chapon del Cnrs Images Festivals (Parigi), il produttore cinematografico tedesco Rüdiger Lorenz (Monaco di Baviera), l’archeologa e archivista italiana Daniela Cavallo (Roma). Tra gli ospiti come interscambio tra festival Shirin Naderi, responsabile internazionale di Documentary and Experimental Film Center (DEFC) di Tehran che organizza Cinema Veritè (http://www.defc.ir/en/).

L'antropologo Giancarlo Ligabue tra i pigmei della Nuova Guinea

L’antropologo Giancarlo Ligabue tra i pigmei della Nuova Guinea

In cartellone un centinaio di film, tra la sezione principale all’auditorium del polo culturale e museale “F. Melotti” di Rovereto, la sezione “Percorso archeologia & etnografia” nell’’aula magna del Palazzo dell’Istruzione in corso Bettini a Rovereto, e la sezione “Storia & archeologia in Iran” nella sala conferenze del Mart in corso Bettini a Rovereto. Senza dimenticare lo speciale di domenica 11 ottobre nella sala convegni “Fortunato Zeni” della fondazione Museo Civico in borgo S. Caterina di Rovereto, con quattro eccezionali film promossi dal Centro studi e ricerche Ligabue e in parte prodotti dalla Gedeon Programmes di Parigi, film oggi conservati negli Archivi della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. Si tratta di “Popolo delle asce di pietra” (1992), un documento eccezionale di Giancarlo Ligabue tra i pigmei cannibali della Nuova Guinea produttori di asce litiche come 20mila anni fa; “L’empreinte des dinosaures. L’impronta dei dinosauri” (2002), che documenta la scoperta di una mascella di uno dei più antichi sauropodi da parte di una missione paleontologica nell’Alto Atlante marocchino; “La tombe du prince kazakh (Scythe). La tomba del principe kazako (Scita)” (2002), storia di una spedizione alla ricerca dei cavalieri delle steppe asiatiche di più di duemila anni fa; “Karakoum, la civilisation des oasis. Karakoum, la civiltà delle oasi” (2002), con la campagna di scavo di una cultura di 4mila anni fa a Gonour Depè nel deserto del Karakoum in Turkmenistan.

Il Partenone di Atene: fu gravemente danneggiato nel 1687 da un bombardamento dei veneziani

Il Partenone di Atene: fu gravemente danneggiato nel 1687 da un bombardamento dei veneziani

Le Grandi civiltà del passato, e l’urgenza di farle conoscere e salvaguardarle: un tema di grande attualità e impegno, come spiega il direttore della Rassegna, Dario Di Blasi. “Le sconvolgenti immagini che ci arrivano dalla Siria e dall’Iraq, con la distruzione sistematica delle antichità assire di Nimrud e con le esplosioni che minacciano pericolosamente il meraviglioso sito della Palmira della regina Zenobia”, scrive Di Blasi nellla prefazione al programma della XXVI Rassegna, “ci angosciano per la mancanza assoluta di rispetto per le vite umane e per la storia millenaria dell’umanità. A noi questo sembra del tutto inedito, ma, se ci riflettiamo un attimo, scopriamo che anche nel nostro medioevo migliaia di monumenti come palazzi, mura difensive, basiliche e chiese vennero costruiti demolendo le vestigia greco-romane precedenti, che anche parte della  favolosa Biblioteca di Alessandria venne incendiata in seguito all’editto di Teodosio I nel 391 d.C, ostile alla “saggezza pagana” e che lo stesso Partenone di Atene venne distrutto con un esplosione paragonabile a un’eruzione per effetto di cannonate dell’esercito veneziano di Morosini dirette alla polveriera collocata dai turchi in quel monumento, arrivato quasi intatto fino al 1687 dal tempo di Pericle. Gli esempi potrebbero essere infiniti”.

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

“Con le nostre rassegne di cinema archeologico – continua – cerchiamo al contrario di enfatizzare l’esistenza o quantomeno la memoria di culture e civiltà che potrebbero scomparire, quando non lo siano già. In questa XXVI edizione dedicata alle Grandi Civiltà, ovvero alle nostre origini abbiamo chiesto la collaborazione del Centro Studi Ligabue, con i suoi preziosi archivi cinematografici, un Centro nato e cresciuto per la passione di Giancarlo Ligabue che ha dedicato la vita a decine di missioni archeologiche e paleontologiche in tutto il mondo, del Centro di produzione  Rai di Napoli di Luigi Necco, che negli anni della guerra del Golfo contro Saddam ha documentato il patrimonio dell’Iraq, e abbiamo l’impegno di una nazione come l’Iran che, sia pure in un contesto di sanzioni economiche e di ostilità internazionale, vuole tenacemente difendere e valorizzare la propria eredità culturale”.

Savino Di Lernia direttore della missione archeologica dell'università La Sapienza in Sahara

Savino Di Lernia direttore della missione archeologica dell’università La Sapienza in Sahara

Anche quest’anno la Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto offre l’opportunità di approfondire alcuni temi con i diretti protagonisti nelle conversazioni all’auditorium Melotti curate dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti. Si inizia mercoledì 7 ottobre, alle 17.45, con Pietro Laureano, direttore generale di IPOGEA e presidente dell’International Traditional Knowledge Institute, che parlerà di “Oasi, acqua e antiche civiltà”. Giovedì 8 ottobre, sempre alle 17.45, sarà la volta di Savino di Lernia, direttore della missione archeologica dell’università la “Sapienza” di Roma nel Sahara (Libia, Tunisia, Algeria), che ci porterà alla drammaticità della cronaca: “Guerra o pace? Archeologia nel Sahara oggi”. Da non perdere anche l’incontro di venerdì 9 ottobre (ore 17.45), che affronta lo stesso tema ma in un quadrante diverso, il Vicino Oriente: Franco D’Agostino, direttore della missione archeologica dell’università la “Sapienza” di Roma ad Abu Tbeirah, in Iraq, interverrà infatti su “Iraq, l’archeologia come arma della speranza”. Ricco, come da tradizione, l’ultimo giorno della Rassegna. Sabato 10 ottobre si inizia alle 11 con Davide Domenici, direttore della missione archeologica italiana a Cahokia, in Illinois (USA), su “Fare ricerca archeologica negli Usa. Piramidi nel luogo sbagliato?” e si chiude alle 18 con due giornalisti, Viviano Domenici e Adriano Favaro, rispettivamente scrittore-giornalista ex responsabile pagine scientifiche del Corriere della Sera e giornalista-direttore di Ligabue Magazine, i quali ripercorreranno “L’avventura di Giancarlo Ligabue. Una grande passione per la scienza”.

Rovereto. “Archeologia e paesaggi archeologici al tempo della guerra”: tre giorni con i film dall’archivio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico

Il museo di Baghdad saccheggiato: immagine emblematica degli effetti della guerra sul patrimonio archeologico

Il museo di Baghdad saccheggiato: immagine emblematica degli effetti della guerra sul patrimonio archeologico

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Tre giorni di proiezioni non-stop per documentare siti e reperti purtroppo compromessi, distrutti o a rischio distruzione. È la nuova iniziativa della Rassegna internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e della Fondazione Museo Civico Rovereto che ha messo a disposizione la propria sede per la manifestazione collaterale alla mostra “Confini e conflitti. Visioni del potere nel tappeto figurato orientale” aperta a Palazzo Alberti Poja fino all’11 ottobre. Il patrimonio archeologico porta ferite e cicatrici provocate dalle guerre. Salvarne la memoria è uno degli obiettivi che da oltre venticinque anni ormai persegue la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico organizzata, sotto la direzione di Dario Di Blasi, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto in collaborazione con la rivista Archeologia Viva. Attingendo a uno dei più vasti archivi del film archeologico (ad oggi più di 4000 titoli dalle più importanti case di produzione specializzate al mondo), sono state selezionate le opere che interessano i territori colpiti da eventi bellici. “La guerra”, commenta Di Blasi, “è atto estremo di violenza contro le popolazioni e contro la persona. Ogni guerra produce tragedie umanitarie dagli effetti irreversibili. La guerra è anche la prima minaccia per il patrimonio monumentale e archeologico. Soprattutto i siti del Vicino Oriente, già per lungo tempo manomessi e saccheggiati dagli scavi clandestini destinati al mercato antiquario, a causa degli accadimenti bellici subiscono danni incommensurabili sia per i bombardamenti che per i furti e le spoliazioni i cui proventi finiscono spesso per finanziare la guerra, quali che siano le forze in campo”.

La valle di Bamiyan in Afghanistan: le monumentali nicchie nella parete di roccia sono vuote. I Buddha sono già stati distrutti dai talebani

La valle di Bamiyan in Afghanistan: le monumentali nicchie nella parete di roccia sono vuote. I Buddha sono già stati distrutti dai talebani

Ricco il programma della tre giorni cinematografica nella sala Fortunato Zeni della sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto (Borgo Santa Caterina 41). Si inizia venerdì 17, alle 18, con la presentazione della mini-rassegna. A seguire la proiezione del film tedesco di Ulrike Becker “Patrimonio Afghanistan. Speranza nella valle dei Budda”. La provincia di Bamiyan – importante centro di preghiera lungo la Via della Seta a 2500 metri di altitudine tra le montagne incantate dell’Hazarajat – dal V secolo dopo Cristo ha ospitato i due grandi Buddha scolpiti nella roccia (il primo di 50 metri di altezza era il più grande al mondo, l’altro di 35 metri). Già sfregiati nell’antichità e mitragliati durante l’occupazione talebana di Bamiyan nel 1998, per loro è arrivata la definitiva condanna a morte: nella terra dove vigeva l’intransigenza della sharia non potevano ammettersi monumenti pre-islamici, icone dell’idolatria. Nella falesia di Bamiyan sono scavate oltre 750 cappelle che sino al 2001 custodivano statue e dipinti: anche di questi oggi non ve ne è più traccia. Il film documenta il tentativo di restauro delle statue e segue l’archeologo di origine afgana Zemaryalai Tarzi, dell’Università di Strasburgo, nella sua spettacolare ricerca di un terzo Budda “dormiente”, secondo una fonte cinese, lungo circa 300 metri.

2003: a Baghdad è il caos. I saccheggi non risparmiano neppure il museo archeologico nazionale dell'Iraq

2003: a Baghdad è il caos. I saccheggi non risparmiano neppure il museo archeologico nazionale dell’Iraq

Sabato 18 Aprile si inizia alle 10.30 con il film francese di Milka Assaf “La memoria rubata. Ritorno al museo di Bagdad”. Il film racconta i fatti successivi all’8 aprile 2003, diciannove giorni dopo la dichiarazione di guerra all’Iraq, quando le forze anglo-americane entrano nella città di Bagdad, scatenando una guerriglia urbana. Caos: i saccheggiatori non risparmiano nemmeno quel tempio della memoria che è il museo archeologico di Bagdad. Un anno dopo il museo rinasce dalle sue ceneri. Bombe, spari, boati e fuoco, è questa l’atmosfera che si respira a Bagdad il 20 marzo 2003. Nidal El Amine, dipendente del museo, è una delle prime ad entrare nel museo dopo i saccheggi, la sua reazione e il suo dolore faranno il giro del mondo. La scena che i dipendenti del museo e gli iracheni si trovano davanti è terribile, migliaia di opere trafugate barbaramente e, le poche rimaste, distrutte dai vandali. Il museo, culla della civiltà, invece di essere stato protetto dalle truppe americane è divenuto teatro del conflitto, il disastro è totale e molti dipendenti, ritenuti in parte responsabili della disgrazia, vengono licenziati. Il nuovo direttore del museo è Donny Georges, archeologo iracheno che giurò di far riemergere il museo dalle ceneri della tragedia. I reperti scomparsi furono circa 14400, una terribile sciagura agli occhi della popolazione irachena. Tutti i media, in seguito alla disgrazia, hanno messo in luce l’impotenza delle truppe americane, ed è per questo che si è cercato di rimediare alla tragedia creando un fondo per il museo. Grazie ad iniziative come queste, e anche a singoli cittadini, il museo sta risorgendo e molti reperti rubati sono stati oggi recuperati. Segue il film “Bagdad nell’anno Mille” del francese Alain Moreau.L’agenzia Reuters – ricorda Di Blasi – ha recentemente riportato i risultati di un’indagine del 2014 secondo la quale in questo Paese ben 4.500 siti di interesse archeologico, alcuni dei quali sotto l’egida dell’Unesco per la loro importanza, sono nelle mani delle truppe dell’Isis, come già lo erano stati in quelle di Al Qaeda: luoghi da saccheggiare per rivendere gli oggetti sul mercato nero e finanziare le operazioni. Un rapporto dell’intelligence irachena dell’estate 2014 rivela che l’Isis ha guadagnato 36 milioni di dollari contrabbandando arte antica. In Iraq, la guerra anglo-americana tra il 2003 e il 2011 ha provocato i saccheggi di alcuni siti storici fondamentali, come alcune delle capitali del Sumer e della Babilonia quali Umma e Isin”. Ma non è sempre stato così. Più di 1000 anni fa, infatti, Baghdad era chiamata Madinat al Salam, la “Città della Pace”. Come custode della conoscenza antica, Baghdad aveva tradotto Aristotele, Platone, Euclide. La cosiddetta città delle “Mille e una Notte” era un crogiolo di culture dove artigiani, poeti e mercanti erano in grado di trovare un punto di incontro attraverso la loro lingua comune, l’Arabo. Nel XIII secolo, 12.000 mongoli a cavallo sotto il comando di Hulagu-Khan, nipote di Gengis Khan assediarono la città per 17 giorni. Baghdad non riconquistò più il suo splendore intellettuale, né la sua magnificenza.

Il tempio di Naga in Nubia, la terra dei faraoni neri

Il tempio di Naga in Nubia, la terra dei faraoni neri

Sempre sabato 18 Aprile, ma nel pomeriggio, alle 17.30, proiezione del film “Sulle tracce dei faraoni neri”, produzione svizzera del regista Stéphane Goël con la consulenza scientifica di Charles Bonnet, uno dei più eminenti archeologi europei, che ha trascorso 40 anni della sua vita passando al setaccio le sabbie del Sudan settentrionale. Qui, la guerra civile pluridecennale che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, l’instabilità politica, la siccità e la povertà hanno favorito gli scavi clandestini nel deserto e quindi il commercio illegale di reperti, una vera e propria “corsa all’oro” per la sopravvivenza. Il lavoro di Charles Bonnet ha conferito una nuova importanza alla civiltà nubiana, quella dei famosi “faraoni neri”, e a Kerma, la prima capitale del grande impero nubiano. Segue il film francese di Karel Prokop “Allarme per il saccheggio del regno di Saba”. Nel nord dello Yemen, non lontano dalla città di Mareb, che nel 1000 avanti Cristo era la capitale del mitico regno di Saba, si trova una regione desertica chiamata Jawf. Questo territorio, ritenuto pericoloso e solo parzialmente controllato dal potere centrale, è attualmente teatro di saccheggi in grande scala di resti pre-islamici perpetrati dalle tribù locali con la complicità di trafficanti internazionali di antichità.

Tur Abdin è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, vicino al confine siriano

Tur Abdin è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, vicino al confine siriano

Si arriva così al terzo e ultimo giorno della rassegna. Alle 15.30 il pomeriggio inizia con il film “Il ritorno del popolo arameo” di Ania Reiss, una produzione turco-tedesca. “Tur Abdin” è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, nei pressi del confine siriano. Un tempo importante centro cristiano, è oggi occupato da un’esigua minoranza di cristiani aramei. Molti sono fuggiti da guerra, violenza e repressioni verso la Germania. Alcuni Aramei esiliati decidono adesso di tornare per salvare il loro patrimonio culturale e ricostruire i villaggi. Li seguiamo nel loro rientro in patria, documentando la lotta per la salvezza della loro cultura millenaria. Chiude la rassegna il film palestinese “Saccheggiando la Terra Santa” di Mariam Shahin. Dal 1967 moltissimi reperti sono stati rimossi dalle terre palestinesi occupate ed esposti nei musei israeliani e in collezioni private, o venduti ai turisti. L’archeologia è stato un elemento chiave usato da Israele per affermare le proprie pretese territoriali sulla Palestina. D’altra parte i palestinesi considerano il patrimonio culturale della West Bank, di Gerusalemme e di Gaza fondamentale per la loro storia e per la costruzione di un’economia pacifica basata sul turismo e il pellegrinaggio. Il fatto che Israele rimuova questi reperti è un caso di salvaguardia culturale, come essa sostiene, o il furto di un’eredità? E qual è il ruolo dell’archeologia nella disputa arabo-israeliana?

23-25 ottobre 79 d.C.: gli ultimi tre giorni di Pompei raccontati ora per ora da Alberto Angela, ospite a Rovereto, e con un film di Massimo My

Alberto Angela autore del libro "I tre giorni di Pompei" sarà ospite a Rovereto

Alberto Angela autore del libro “I tre giorni di Pompei” sarà ospite a Rovereto

“Il 24 ottobre del 79 d.C. sembra un venerdì qualsiasi a Pompei, una città abitata da circa dodicimila persone che, come innumerevoli altre nell’Impero, lavorano, vanno alle terme, fanno l’amore. Ma alle 13 dal vicino Vesuvius si sprigiona una quantità di energia pari a cinquantamila bombe atomiche e, in meno di venti ore, sotto un diluvio ustionante di ceneri e gas, Pompei è soffocata da sei metri di pomici, mentre la vicina Ercolano viene sepolta sotto venti metri di fanghi compatti. Migliaia di uomini e donne cercano di scappare, invocano gli dèi, ma trovano una morte orribile. E solo in epoca moderna saranno scoperti alcuni dei loro corpi, contorti nella disperazione della fuga”. Dopo molti anni passati a studiare la zona vesuviana, con il supporto di archeologi e vulcanologi Alberto Angela ricostruisce come in presa diretta i giorni che ne segnarono il tragico destino nel libro “I tre giorni di Pompei” (Rizzoli, 2014).

Con il supporto di archeologi e vulcanologi Alberto Angela ricostruisce come in presa diretta gli ultimi giorni di Pompei

Con il supporto di archeologi e vulcanologi Alberto Angela ricostruisce come in presa diretta gli ultimi giorni di Pompei

Venerdì 16 gennaio, alle 21, Alberto Angela sarà al cinema teatro Rosmini di via Paganini a Rovereto proprio per presentare i dettagli de “I tre giorni di Pompei” (Rizzoli, 2014). Naturalista e paleontologo, scrittore e giornalista, ricercatore rigoroso e divulgatore eccelso, Alberto Angela è infatti l’ospite d’onore del calendario di eventi promossi nel mese di gennaio dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto. “La presenza a Rovereto di Angela, che nel corso della serata dialogherà con il direttore artistico della Rassegna Internazionale del Cinema archeologico Dario Di Blasi”, ricordano i promotori, “è maturata nell’ambito dei rapporti di collaborazione stretti negli anni con la Fondazione di Borgo Santa Caterina: Angela era stato fra gli ospiti della Rassegna nell’ottobre del 2013”.

La tragedia di Pompei si "vive" nei calchi dei suoi abitanti sepolti dall'eruzione del Vesuvio

La tragedia di Pompei si “vive” nei calchi dei suoi abitanti sepolti dall’eruzione del Vesuvio

Alberto Angela nel suo libro individua alcuni personaggi storicamente esistiti – la ricca matrona Rectina, un cinico banchiere, un politico ambizioso – e li segue passo dopo passo, in un percorso che si può fare ancora oggi, per strade, campagne, case o locali pubblici. In questo modo, non solo ci fa scorrere davanti agli occhi la vita quotidiana (prima) e la morte (poi) come in un film mozzafiato, ma dà anche nuove, illuminanti risposte a intriganti interrogativi: perché nessuno si era accorto di vivere alle pendici di un vulcano-killer? Come mai alcune eleganti domus erano diventate laboratori artigiani? E che cosa legava Plinio il Vecchio, naturalista e ammiraglio scomparso nella tragedia, all’affascinante Rectina? Dettagliatissimo e aggiornato con gli studi più recenti, è un viaggio emozionante nel mondo antico, lo sconvolgente reportage di una tragedia, un libro unico che si legge come un romanzo e ha la profondità di un grande saggio. “È il 79 d.C., benvenuti a Pompei”.

http://www.sperimentarea.tv/ondemand/trailer-rassegna-2012-pompei

L’incontro di venerdì 16 sarà preceduto, alle 20.30, dalla proiezione del film-documentario “Pompei” di Massimo My (2011) proveniente dall’archivio cinematografico del Museo: scritto e diretto da Massimo My per la Mymax Edutainment, e Giorgio Iovino art director, Giorgio Capaci 3D supervisor, Luigi Vetrani, Giuseppe Giannattasio, Mattia Fabrizi, Lorenzo Raffi 3D modelling, lo straordinario filmato su Pompei è impreziosito da splendide ricostruzioni virtuali.

Scoperta a Tell Mozan in Siria una fossa necromantica: 4500 anni fa era la “Porta degli Inferi” della città hurrita di Urkesh dove si evocavano gli antenati. Riferimenti alla Nekyia di Odisseo e di Enea presente nella letteratura greco-romana

La fossa necromantica ("abi" in hurrita) scoperta a Tell Mozan, l'antica Urkesh, in Siria

La fossa necromantica (“abi” in hurrita) scoperta a Tell Mozan, l’antica Urkesh, in Siria

Giorgio Buccellati e Marilyn Kelly alla 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Giorgio Buccellati e Marilyn Kelly alla 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Pochi gradini, ripidi, e si accedeva alla porta del regno dei morti, una fossa profonda dove il sacerdote evocava gli spiriti degli antenati. Succedeva a Urkesh, una città hurrita di 4500 anni fa, fiorente in quella che oggi è territorio curdo nella Siria Nord-Orientale, ai confini con la Turchia. La scoperta di una cosiddetta “fossa necromantica”, in hurrita “abi”, dove cioè si entrava in contatto col Regno dei Morti, è uno dei risultati più intriganti della missione diretta dalla famiglia Buccellati (Giorgio Buccellati con la moglie Marilyn Kelly del Cotsen Institute of Archeology di Los Angeles – UCLA; e il figlio Federico Buccellati della Goethe University di Frankfurt a.M.), che nel trentennale dello scavo a Tell Mozan (il moderno toponimo di Urkesh) hanno fatto il punto delle ricerche in un’interessante incontro alla 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, moderato da Luca Peironel dello Iulm di Milano, allievo di Paolo Matthiae e a sua volta archeologo impegnato in missioni in Siria.

La collina artificiale di Mozan si eleva nel paesaggio siriano: là sotto è conservata Urkesh

La collina artificiale di Mozan si eleva nel paesaggio siriano: là sotto è conservata Urkesh

“Il sito di Urkesh (l’odierno Tell Mozan)”, introduce Peironel, “conosce il suo periodo di massima espansione nel III millennio a.C. e in parte del II. Il sito è importante perché testimonia i cambiamenti epocali avvenuti nella società: soprattutto la nascita delle città (la cosiddetta urbanizzazione secondaria) che si data di poco dopo quella avvenuta in Mesopotamia”. Lo scavo di Urkesh è iniziato nel 1984 e copre un’area di 130 ettari. In questi 30 anni sono stati scoperti templi, palazzi e documenti di archivio che confermano come gli abitanti di Urkesh ebbero delle relazioni con il regno accadico. Quindi grandi monumenti e intensi rapporti internazionali. E tra questi monumenti anche il singolare “abi” che ha svelato il rito necromantico.

Scena di Nekyia: particolare di un vaso greco conservato allo  Staatliche Antikensammlungen di Monaco

Scena di Nekyia: particolare di un vaso greco conservato allo Staatliche Antikensammlungen di Monaco

Il rito necromantico, che nella pratica cultuale e nella letteratura greca è chiamato Nekyia (in greco antico νέκυια), è un rito attraverso il quale spettri o anime di defunti venivano richiamati sulla terra e interrogati sul futuro. Ed è proprio dalla letteratura greco-romana che a noi sono giunti gli esempi più famosi, come Odisseo-Ulisse (Od. XI) ed Enea (En. VI), per entrambi i quali il termine Nekyia, anche se non necessariamente assimilabile a una catabasi (cioè il viaggio fisico vero e proprio nell’aldilà), è usato per illustrare sia il rito necromantico sia il viaggio fisico nell’Ade: eventi che in effetti offrono ambedue l’opportunità di parlare con i defunti.

L'incontro di Ulisse con Tiresia nello sceneggiato rai "Odissea" del 1969

L’incontro di Ulisse con Tiresia nello sceneggiato rai “Odissea” del 1969 di Rossi-Bava

Il più antico riferimento al rito necromantico viene proprio dal Libro XI dell’Odissea: il passo è così intrigante che su di esso l’archeologo-scrittore Valerio Massimo Manfredi ancora nel 1990 aveva costruito un romanzo giallo, “L’oracolo”, ripreso e aggiornato recentemente per inserirlo, dopo “Il giuramento” e “Il ritorno”, come terza tappa dei romanzi su Odisseo “Il mio nome è Nessuno”. Odisseo, alla corte dei Feaci, racconta che, ottenuto il consenso per il ritorno a casa dalla maga Circe, viene avvertito dalla stessa dea che prima di volgere la prua verso la patria Itaca, avrebbe dovuto discendere agli Inferi per consultare l’anima dell’indovino Tiresia. Odisseo parte e giunge fino all’Oceano, immaginato come un fiume che circondava le terre emerse, dove era collocato l’Oltretomba. Qui egli avrebbe dovuto scavare una fossa, versarvi in giro una libagione a tutti i morti: prima una bevanda di latte e miele, poi il dolce vino ed infine acqua. Avrebbe anche dovuto spargervi della farina d’orzo e per ultimo sacrificare alle divinità infernali una pecora nera ed un montone. Sarebbe quindi giunto Tiresia a predirgli il futuro e a indicargli la via del ritorno. Scrive Omero “Scavai la fossa cubitale, e miele/ Con vino, indi vin puro, e lucid’onda/ Versaivi, a onor de’ trapassati, intorno,/ E di bianche farine il tutto aspersi./ Poi degli estinti le debili teste/ Pregai, promisi lor, che nel mio tetto,/ Entrato con la nave in porto appena,/ Vacca infeconda, dell’armento fiore,/ Lor sagrificherei, di doni il rogo/ Rïempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,/ Immolerei nerissimo arïete,/ Che della greggia mia pasca il più bello./ Fatte ai Mani le preci, ambo afferrai/ Le vittime, e sgozzaile in su la fossa,/ Che tutto riceveane il sangue oscuro”. Odisseo dunque scava una fossa e la riempie di sangue sgozzando degli animali sacrificali. Sopraggiungono così le ombre dei defunti a bere il sangue e temporaneamente entrarono in contatto con i vivi: Elpenore, il compagno rimasto senza sepoltura in casa di Circe, l’indovino Tiresia, la madre Anticlea, morta dopo la sua partenza per la guerra di Troia, Agamennone, Achille, Aiace.

Enea, la Sibilla e Caronte in un quadro di Giuseppe Maria Crespi (XVIII secolo)

Enea, la Sibilla e Caronte in un quadro di Giuseppe Maria Crespi (XVIII secolo)

Anche Enea, per giungere nella nuova patria, deve affrontare un viaggio nel mondo dei morti. Se Odisseo la porta dell’Ade la trova solcando l’Oceano, Enea raggiunge l’accesso all’Averno sbarcando a Cuma, in Campania dove l’eroe, memore dei consigli di Eleno, si reca nel tempio di Apollo. La somma sacerdotessa di Apollo, la Sibilla Deifobe, figlia di Glauco, invasata dal dio durante il vaticinio, gli rivela che riuscirà ad arrivare nel Lazio, ma per ottenere la nuova patria dovrà affrontare odi e guerre, essendo inviso a Giunone. Su sua richiesta, la Sibilla guida Enea nell’Aldilà. Scrive Virgilio: O vergine, nessuna specie di travagli mi si presenta nuova o inaspettata; tutto ho provato e considerato nell’animo, tra me. Una cosa sola ti prego: poiché si dice che qui si trovino la porta del re dell’inferno e la tenebrosa palude formata dal rigurgito dell’Acheronte, che io possa andare alla presenza dell’anima dell’amato genitore; insegnami la via ed aprimi le sacre porte (…). Con tali parole pregava e abbracciava gli altari, quando così la veggente cominciò a parlare: O generato dal sangue degli DEI, Troiano figlio di Anchise, facile è la discesa nell’Averno: notte e giorno è aperta la porta dell’oscura Dite, ma ritrarre il passo ed uscire all’aria superna, questo è il problema, qui sta l’impresa (…). Ma se ti piace affrontare questa folle fatica, ascolta ciò che prima deve essere fatto. Un aureo ramo, con foglie e gambo pieghevole, consacrato a Giunone infernale, è nascosto sotto un albero ombroso: lo copre tutto il bosco e le ombre lo chiudono in oscure convalli. E non si può entrare nei luoghi segreti della terra prima di aver staccato dall’albero il virgulto dalle fronde d’oro. Proprio questo dono la bella Proserpina ordinò che le fosse portato; strappato il primo, ne nasce un altro pure d’oro e il virgulto mette frondi d’uguale metallo. Dunque, cerca profondamente cogli occhi e, trovato il virgulto d’oro, strappalo con la mano secondo il rito; ed infatti ti seguirà facilmente e di buon grado se i Fati ti chiamano; altrimenti con nessuna forza potrai vincerlo né strapparlo con duro ferro (…). Conduci nere pecore, e siano queste le prime offerte, così vedrai alfine i boschi dello Stige e i regni inaccessibili ai vivi. Disse, e, chiusa la bocca, tacque”. Caronte, lo psicopompo dell’Ade, ostacola l’ingresso di Enea e della Sibilla a bordo della sua barca, sostenendo che i vivi finora traghettati sono stati per lui grave fonte di problemi. Quando però gli mostrano il ramo d’oro, chiave degli Inferi che portano con loro, acconsente a trasportarli. Enea e la sacerdotessa incontrano prima le anime di molti troiani caduti in guerra, poi quelle dei suicidi per amore: tra queste v’è anche Didone, che reagisce gelidamente al passaggio di Enea, il quale scoppia in un pianto disperato. Giunti alla diramazione tra la via per il Tartaro e quella per i Campi Elisi, incontrano l’ombra del poeta Museo, che porta Enea dall’amato padre Anchise.

L'abi scoperto a Tell Mozan veniva usato per i riti necromantici di notte

L’abi scoperto a Tell Mozan veniva usato per i riti necromantici di notte

La ripida e stretta scaletta che porta nella fossa necromantica di Urkesh

La ripida e stretta scaletta che porta nella fossa necromantica di Urkesh

Fin qui letteratura e mito. Ma a Tell Mozan la fossa necromantica è una realtà. “L’Abi, il nome antico della fossa necromantica”, spiega Giorgio Buccellati, “risale almeno al secondo quarto del terzo millennio, ma è forse molto più antica. Allo stato attuale degli scavi raggiunge una profondità di 8 metri, e ci preserva uno dei luoghi cultuali più sacri e più caratteristici della religiosità hurrita, non solo per Urkesh ma per tutto il mondo hurrita. In contrasto con le tradizioni mesopotamiche, anticipa invece aspetti salienti della sensibilità religiosa dei Greci e della Bibbia. Si tratta di una monumentale struttura sotterranea, usata di rado e in tal caso di notte. Serviva come un canale ideale tra i nostro mondo e quello dei morti, la “undiscovered country” dell’Amleto di Shakespeare. Ma per gli Hurriti questa era invece una “discovered country” perché tramite questa fossa si sentivano in grado di entrare nella regione nascosta e interpretare la voce dei suoi spiriti”.

L'evocazione del rito necromantico nell'abi di Urkesh a Tell Mozan in Siria

L’evocazione del rito necromantico nell’abi di Urkesh a Tell Mozan in Siria

La mappa di Tell Mozan con la posizione del tempio e dell'abi di Urkesh

La mappa di Tell Mozan con la posizione del tempio e dell’abi di Urkesh

Gli abitanti di Urkesh guidati dai loro sacerdoti si muovevano dal tempio, posto nel punto più alto della città, e raggiungevano l’Abi, la grande fossa aperta vicino al palazzo, la quale rappresentava il luogo più profondo, e quindi – nell’immaginario – più vicino al regno dei Morti. “Dal tempio si accedeva dunque all’Abi, la Porta degli Inferi”, continua Buccellati. “In questo pozzo molto profondo che si apre accanto al palazzo la gente di Urkesh veniva a chiedere aiuto agli antenati per il raccolto o prima di andare in guerra. L’Abi non è altro che una fossa necromantica, dove si scendeva (e si scende ancora) attraverso una scaletta molto ripida. Erano i sacerdoti a richiamare gli spiriti degli antenati attraverso un preciso rituale che prevedeva l’uso di due pugnali e il versamento del sangue di animaletti”.

Un maialino in terracotta a ricordare gli animali sacrificati per evocare gli antenati

Un maialino in terracotta a ricordare gli animali sacrificati per evocare gli antenati

La scoperta è stata possibile grazie al ritrovamento e allo studio delle ossa animali (“Nel passato – sottolinea il professore italiano – sarebbero state buttate, con tutti i dati scientifici ad esse legati, come materiale di disturbo Oggi per fortuna ci sono gli archeo-zoologi”). Gli archeologi impegnati a Urkesh pensavano che i sacrifici riguardassero grossi animali. Invece lo scavo ha smentito questa convinzione: “A Tell Mozan abbiamo trovato solo ossa di maialini di pochi mesi e di piccoli cani, macellati come se si volesse estrarre qualcosa piuttosto che per il pasto”.

La cosiddetta “Signora degli Inferi”, piccola giara antropomorfica trovata nella fossa necromantica di Urkesh

La cosiddetta “Signora degli Inferi”, piccola giara antropomorfa trovata nella fossa di Urkesh

Il rito necromantico è stato ricostruito dai Buccellati seguendo le descrizioni riportate dai testi ittiti in lingua hurrita. “Prendono due pugnali,/ che sono stati/ fatti assieme/ alla statua/ della divinità,/ e scavano/ una fossa./ Offrono/ una pecora/ alla divinità…/ e la sacrificano/ giù nella fossa”. C’è un’eco con l’episodio di Enea che parla con la madre. Dalla fossa necromantica di Tell Mozan proviene la cosiddetta “Signora degli Inferi”. Si tratta di una piccola giara antropomorfa. Presumibilmente conteneva olio profumato usato nei rituali della Nekyia. “La distorsione della bocca non è casuale”, fa notare Giorgio Buccellati. “Gli spiriti degli Inferi non parlavano distintamente ma come un cinguettio di uccelli (così ci dicono i testi hurriti). La nostra figura – conclude – rappresenta quindi un tale spirito nel momento in cui comunica il suo messaggio indistinto che una donna medium dovrà poi interpretare”.

Le civiltà precolombiane conquistano il pubblico della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: 1° premio, i Maya; 2° premio, il Perù preincaico; 3° premio, i guerrieri sciti degli Altai

Il manifesto della 25.ma Rassegna di Rovereto

Il manifesto della 25.ma Rassegna di Rovereto

Le civiltà e i popoli precolombiani conquistano il preparato ed esigente pubblico della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto diretta da Dario Diblasi, promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto in collaborazione con la rivista Archeologia Viva. Così nella serata finale di sabato 11 ottobre, dei tre posti del podio del premio “Città di Rovereto-Archeologia Viva”, assegnato appunto con i voti del pubblico, due sono andati a film su popoli precolombiani dell’America latina: dai Maia dello Yucatan alle culture preincaiche del Perù. La 25.ma Rassegna è stata vinta dal film statunitense Dance of the Maize God/La danza del dio del mais. Secondo premio per il film Milenario Peru: la historia inexplorada/Il Perù millenario: una storia inesplorata, terzo per Le Sarcophage glacé de Mongolie (Warlords of the frozen steppes)/I dominatori delle gelide steppe. Cerchiamo di saperne di più dei tre film che hanno riscosso il plauso del pubblico.

Primo premio. Dance of the Maize God/La danza del dio del mais (Nazione: USA. Regia: David Lebrun. Durata: 96’. Anno di produzione: 2014. Produzione: Night Fire Films / Rosie Guthrie. Consulenza scientifica: D. Reents-Budet, M. D.Coe, J. Awe, D. Freidel, G. Griiffin, B. Kerr, J. Kerr, B. MacLeod, M. Canuto, O. Navarro-Farr, S. Paredes Maury, D. Matsuda, K. Taube, J. W.Ball, B.R. Just, D. Stuart, G. Stuart, M. Rich, J. Yeager, R. Bishop, V. Fialko). Negli ultimi cinquant’anni migliaia di splendidi vasi dipinti Maya, provenienti per la maggior parte dal saccheggio di tombe, sono confluiti in raccolte pubbliche e private. Questi meravigliose opere d’arte hanno aperto un’incredibile finestra sul mondo dei Maya. Così, entrando nel mondo dei vasi dipinti, si riesce a esplorare la vita nobiliare e la ricca mitologia dei Maya.

Secondo premio. Milenario Peru: la historia inexplorada / Il Perù millenario: una storia inesplorata (Nazione: Spagna. Regia: José Manuel Novoa. Durata: 52’. Anno di produzione: 2012. Produzione: Explora Films). Quattro millenni prima degli Incas e dell’arrivo dei conquistadores, le Ande e la costa settentrionale furono la culla della prime civiltà peruviane. Questo è il cosiddetto “periodo formativo”: cominciarono a sorgere i santuari, che divennero presto centri culturali dove si davano nozioni di agricoltura e di meteorologia alle genti provenienti da ogni dove. Alcune culture raggiunsero sorprendenti livelli di sviluppo tecnologico.

Terzo premio. Le Sarcophage glacé de Mongolie (Warlords of the frozen steppes) / I dominatori delle gelide steppe (Nazione: Francia. Regia: Cédric Robion Durata: 52’. Anno di produzione: 2013. Produzione: AGAT films & Cie. Consulenza scientifica: Pierre-Henri Giscard). Nelle gelide steppe degli Altai, una spedizione archeologica franco-mongola sta per scavare la tomba di un guerriero orientale scita morto 2300 anni fa. Il tipo di sepoltura molto profonda in combinazione con le estreme condizioni ambientali parrebbero indicare che gli archeologi si troveranno di fronte alle tombe congelate più antiche del pianeta, facendo fare passi da gigante alla nostra conoscenza della storia più antica della civiltà scita.

 

A Rovereto in mostra i 25 anni di Rassegna internazionale del Cinema archeologico attraverso i manifesti ufficiali

All’auditorium Melotti di Rovereto, dove si sta svolgendo la 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico, c’è una singolare mostra dei manifesti ufficiali con la quale gli organizzatori hanno voluto celebrare il prestigioso traguardo raggiunto: il quarto di secolo. E allora ripercorriamo anche noi questi 25 anni sfogliando idealmente i poster della Rassegna.

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1990, 1. Rassegna: ritratto dell’archeologo roveretano Paolo Orsi

2_Rass_1991

1991, 2. Rassegna: viene presentato per la prima volta il nuovo logo della Rassegna

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1992, 3. Rassegna: si ripropone il logo della Rassegna

1993, 4. Rassegna: ascia protostorica in bronzo dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

1993, 4. Rassegna: ascia protostorica in bronzo dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

1994, 5. Rassegna: testina magnogreca del V sec. a.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

1994, 5. Rassegna: testina magnogreca del V sec. a.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

1995, 6. Rassegna: bronzetto dalle collezioni del museo di Rovereto

1995, 6. Rassegna: bronzetto dalle collezioni del museo di Rovereto

1996, 7. Rassegna: lucerna romana del I-II sec. d.C. dalle collezioni del museo di Rovereto

1996, 7. Rassegna: lucerna romana del I-II sec. d.C. dalle collezioni del museo di Rovereto

1997, 8. Rassegna: testa recuperata dal mare, dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

1997, 8. Rassegna: testa recuperata dal mare, dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

1998, 9. Rassegna: set cinematografico con riproduzione di uno scavo archeologico

1998, 9. Rassegna: set cinematografico con riproduzione di uno scavo archeologico

1999, 10. Rassegna: monete dalla collezione Orsi delle zecche greche del museo di Rovereto

1999, 10. Rassegna: monete dalla collezione Orsi delle zecche greche del museo di Rovereto

2000, 11. Rassegna: su un vaso predinastico una protome del V sec. a.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2000, 11. Rassegna: su un vaso predinastico una protome del V sec. a.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2001, 12. Rassegna: vaso egizio dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2001, 12. Rassegna: vaso egizio dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2002, 13. Rassegna: statua-stele antropomorfa dal museo di Riva del Garda

2002, 13. Rassegna: statua-stele antropomorfa dal museo di Riva del Garda

2003, 14. Rassegna: testa di Eracle del II sec. d.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2003, 14. Rassegna: testa di Eracle del II sec. d.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2004, 15. Rassegna: frammento di tessuto preincaico dal Perù

2004, 15. Rassegna: frammento di tessuto preincaico dal Perù

2005, 16. Rassegna: bassorilievo dalla Tomba di Ramose in Egitto

2005, 16. Rassegna: bassorilievo dalla Tomba di Ramose in Egitto

2006, 17. Rassegna: porta monumentale dal complesso di Angkor in Cambogia

2006, 17. Rassegna: porta monumentale dal complesso di Angkor in Cambogia

2007, 18. Rassegna: geoglifi Nazca (300-500 d.C.) dal Perù

2007, 18. Rassegna: geoglifi Nazca (300-500 d.C.) dal Perù

2008, 19. Rassegna: una vetrata di una chiesa gotica europea

2008, 19. Rassegna: una vetrata di una chiesa gotica europea

2009, 20. Rassegna: il tempio di Giunone nella Valle dei Templi di Agrigento

2009, 20. Rassegna: il tempio di Giunone nella Valle dei Templi di Agrigento

2010, 21. Rassegna: scultura retica dal museo Anauno

2010, 21. Rassegna: scultura anauna dal museo Retico di san Zeno della Val di Non in Trentino

2011, 22. Rassegna: rilievo dal Persepoli in Iran

2011, 22. Rassegna: rilievo dal Persepoli in Iran

2012, 23. Rassegna: schiaccianoci in bronzo dal Marta, il museo archeologico di Taranto

2012, 23. Rassegna: schiaccianoci in bronzo dal Marta, il museo archeologico di Taranto

2013, 24. Rassegna: figura mostruosa da un vaso in clorite di Jiroft in Iran

2013, 24. Rassegna: figura mostruosa da un vaso in clorite di Jiroft in Iran

2014, 25. Rassegna: emblema in argento dorato trovato a Morgantina con la raffigurazione di Scilla dal museo di Aidone in Sicilia

2014, 25. Rassegna: emblema in argento dorato trovato a Morgantina con la raffigurazione di Scilla dal museo di Aidone in Sicilia

 

25. Rassegna del Cinema Archeologico: alla quarta giornata protagonista l’Antico Egitto con Cleopatra, i faraoni e le rovine di Umm el-Dabadib nell’oasi di Kharga

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, oggi a Rovereto, in una loro missione nel deserto nubiano

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, oggi a Rovereto, in una loro missione nel deserto nubiano

L’Antico Egitto protagonista della quarta giornata della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto (7-11 ottobre). Sfiorato dalle proiezioni in programma nelle sedi “distaccate” di Mart, Muse e Museo Civico, l’Antico Egitto è presente in maniera marcata venerdì 10 ottobre. Da segnalare il documentario di Alfredo e Angelo Castiglioni Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra e lo statunitense Building Pharaoh’s Chariot, ovvero la Costruzione del carro dei Faraoni. Alle 17.45 al Melotti il consueto appuntamento con le conversazioni della Rassegna: ospite d’eccezione del confronto è in questo caso Corinna Rossi, direttrice della missione archeologica di Umm el-Dabadib.

Le rovine di Umm el-Dabadib nell'oasi di Kharga in Egitto

Le rovine di Umm el-Dabadib nell’oasi di Kharga in Egitto

Le rovine di Umm el-Dabadib sono tra le meglio conservate dell’Oasi di Kharga. Sorgono in una regione remota, sono isolate ai piedi del Gebel, lontane da itinerari battuti in un luogo di sorprendente bellezza tra montagne e dune dorate. Le difficoltà di accesso, le temperature estreme che in estate possono anche superare i 50 gradi, e le frequenti tempeste di sabbia hanno finora scoraggiato gli archeologi a intraprendere scavi regolari, limitandosi a ricognizioni di superficie. L’insediamento romano risale al III-V secolo, anche se il posto era certamente già stato abitato in precedenza, e i resti archeologici ricoprono una superficie di vaste proporzioni (circa 150 kmq). L’agglomerato più importante è costituito da un forte in mattoni crudi con due torri agli angoli del lato sud, dov’è l’ingresso, edificato all’interno di un insediamento fortificato. Ed è proprio questo forte ad essere presentato grazie a una ricostruzione tridimensionale in anteprime alla Rassegna.

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin, segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità dell'Egitto

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin, segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità dell’Egitto

Negli anni la Fondazione Museo Civico, attraverso Maurizio Zulian, collaboratore del Museo civico di Rovereto e autore dell’archivio fotografico con i tesori egizi inediti o chiusi al pubblico, che si trovano nel Medio Egitto, ha saputo stringere relazioni importanti con il mondo egizio. Il rapporto con la Repubblica Araba d’Egitto risale a molti anni fa. Nel febbraio 2004 fu formalizzato con la firma di un protocollo, grazie al quale il Museo Civico di Rovereto era autorizzato ad allestire, all’interno della propria banca dati, una fototeca con immagini di assoluta novità. Dopo le vicende che hanno interessato il mondo arabo portando alla destituzione della vecchia classe politica, l’istituzione trentina è riuscita a riavviare la collaborazione con la nuova dirigenza. L’anno scorso una delegazione egiziana guidata dal nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, è stata ospite della Rassegna (vedi i post del 20, 23 e 26 novembre 2013 su archeologiavocidalpassato) e con il museo Civico ha affrontato la stesura di un nuovo protocollo che oggi è quasi completato e verrà firmato prossimamente da entrambe le parti.