Archivio tag | museo delle Civiltà – collezioni di Arte orientale “Giuseppe Tucci”

“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia

“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

afghanistan_valle-di-bamiyan_nicchia-del-budda_foto-toi

La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)

Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

Tillia-Tepe-Couronne-Tombe-VI-Or-et-turquoise

La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

roma_mostre_ismeo_rilievo_arte-Gandhara

Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”

Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

afghanistan_missione-archeologica-italiana_anna-filigenzi_foto-ismeo

L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

parigi_musee-guimet_sezione-AFGHANISTAN_alberto-castellani_foto-media-venice

Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

padova_università_massimo-vidale_foto-castellani

Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)

Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

roma_museo_tucci_shiva-e-parvati

Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma

Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.

Roma-Eur. Al museo delle Civiltà si presenta (anche in diretta streaming) il libro “L’eredità umana e scientifica di Mario Bussagli” che raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel 2017 in occasione del centesimo anniversario della nascita del grande studioso di Arte orientale, allievo di Giuseppe Tucci

Locandina dell’incontro al Muciv per la presentazione del volume “L’eredità umana e scientifica di Mario Bussagli”

Venerdì 15 ottobre 2021, alle 16.30, in presenza in sala conferenze Pigorini al museo delle Civiltà di Roma-Eur, e in diretta streaming https://youtu.be/O8keeHCsGn0, presentazione del volume “L’eredità umana e scientifica di Mario Bussagli” (Roma 2021) a cura di Marco Bussagli, Paola D’Amore, Pierfrancesco Fedi, Laura Giuliano, Massimiliano A. Polichetti, Filippo Salviati per la collana Il Novissimo Ramusio 27, in co-edizione con il museo delle Civiltà. Dopo i saluti di benvenuto di Loretta Paderni (MuCiv), funzionario delegato dal direttore generale Musei, intervengono Adriano Rossi, presidente di ISMEO-Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente; Massimiliano A. Polichetti (MuCiv), coordinatore del museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”; Laura Giuliano (MuCiv), curatrice della sezione India e Sud-Est asiatico del museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”; Claudio Strinati, già soprintendente storico dell’arte del ministero della Cultura. Saranno presenti Marco Bussagli e i curatori del volume.

roma_palazzo-brancaccio_convegno-ereditù-mario-bussagli_locandinaNel 2016, in occasione del centesimo anniversario della nascita di Mario Bussagli (1917-1988), il figlio Marco e un gruppo di allievi di prima e seconda generazione, tutti collegati con la Sapienza università di Roma e/o con il museo nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ (poi confluito nel museo delle Civiltà e di cui Mario Bussagli ebbe la direzione transitoria nei primi mesi dalla sua istituzione nel 1957-1958), proposero al Dipartimento ISO della Sapienza e a ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente la co-organizzazione di un convegno sulla figura dello studioso. Il volume “L’eredità umana e scientifica di Mario Bussagli” (Il Novissimo Ramusio 27, ISMEO- MuCiv, Roma 2021) a cura di Marco Bussagli, Paola D’Amore, Pierfrancesco Fedi, Laura Giuliano, Massimiliano A. Polichetti e Filippo Salviati, raccoglie gli Atti di quel convegno articolato in tre giornate (21 – 23 settembre 2017) e destinato a concludersi nel giorno del genetliaco dello studioso che, nato nel 1917, avrebbe compiuto cento anni, se – il 14 agosto del 1988 – una prematura scomparsa non l’avesse sottratto all’affetto e alla stima dei suoi cari, dei suoi amici e dei suoi colleghi.

Copertina del libro “L’eredità umana e scientifica di Mario Bussagli”

Il volume raccoglie trentaquattro contributi a firma di colleghi, allievi e amici del professor Bussagli, che affiancano ricordi personali e aneddoti alla discussione delle più recenti tendenze degli studi archeologici e storico-artistici di cui si è occupato per decenni Mario Bussagli. In particolare studi legati a fenomeni artistici dell’India e dell’Asia Centrale e particolarmente all’arte del Gandhāra, aree d’elezione nelle ricerche bussagliane, si accompagnano – negli Atti che si presentano – all’interesse per il Tibet e agli influssi orientalistici nell’arte occidentale.

Il ritratto dell’orientalista Mario Bussagli accanto a una scultura dell’arte del Gandhara (foto muciv)

Mario Bussagli si formò presso la Scuola Orientale della Sapienza come allievo di Giuseppe Tucci, per divenire poi, dalla fine degli anni Cinquanta, ordinario della Cattedra di Storia dell’Arte dell’India e dell’Asia Centrale. Studioso di fama internazionale, egli “[…] seppe come pochi unire al rigore della ricerca scientifica un raro garbo di divulgatore. Senese di origine, la parlata toscana gli prestò un’innata facilità di parola e di scrittura, che rendono le sue opere, anche quelle più astruse, di lettura facile e piacevole. I suoi interessi spaziarono dall’arte dei Kushana, dell’India e della Cina fino alla natia Siena, nella cui arte e cultura seppe individuare influssi e motivi di origine orientale, rimasti finora inosservati. L’entusiasmo che Mario Bussagli seppe sempre infondere ai suoi discepoli, non rimase senza frutto e non pochi sono i suoi allievi e allieve che continuano, in cattedra, la tradizione da lui iniziata. […]” (Raniero Gnoli, in Le Grandi Scuole della Sapienza, Roma 1994).

Notte europea dei Musei al museo delle Civiltà a Roma-Eur: visita guidate sulla collezione sudarabica; sull’arte copta; sul grande cammino delle Ande; visita guidata-caccia al tesoro “verso l’Oriente”

Il museo delle Civiltà a Roma-Eur aderisce all’iniziativa Notte europea dei Musei con l’apertura straordinaria di sabato 3 luglio 2021, dalle 19 alle 22, con ingresso a 1 euro.

Foto d’epoca della missione archeologica in Yemen (foto muciv)

Alle 20, al museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, visita guidata sul tema “Cultura e Diplomazia tra l’Italia e lo Yemen. La collezione sudarabica del Museo e la sua nascita”. La visita guidata accompagnerà i visitatori alla scoperta di un’importante selezione di opere sudarabiche del museo Orientale. A partire dalle opere si ripercorrerà inoltre la storia della collezione che deve la sua nascita al lavoro di diplomati, medici ed orientalisti italiani attivi nello Yemen negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.

Fibula copta conservata al museo delle Civiltà a Roma-Eur (foto aditum-muciv)

“Arte copta: l’arte dei Cristiani d’Egitto”: visita guidata di Aditum Cultura. Durata: 1 ora e 30 minuti circa. Visite guidate su prenotazione per un massimo di 14 persone. Prezzo: 8 euro per adulti e bambini, più il biglietto di ingresso di 1 euro. Prenotazione: è previsto un diritto di prenotazione, di 10 euro, se si tratta di visita fuori da calendario. Durante la visita guidata va mantenuto il distanziamento dei partecipanti, e gli operatori AditumCultura saranno forniti di apposite mascherine e DPI di protezione. Per arte “copta” si intende l’arte della chiesa cristiana d’Egitto che ebbe i suoi momenti più fulgidi tra il V e l’VIII d.C. Il percorso di visita ci porterà alla scoperta della collezione copta, che raccoglie rilievi e tessuti dall’epoca romana fino a quella islamica. Durante la visita si avrà modo di conoscere questo repertorio decorativo, che spazia dalla cultura greco-romano alla religione cristiana fino al mondo orientale.

Arte orientale al museo delle Civiltà a Roma-Eur (foto aditum-muciv)

“Caccia al tesoro: verso l’Oriente”: visita guidata di Aditum Cultura. Durata: 1 ora e 30 minuti circa. Visite guidate su prenotazione per un massimo di: 10 persone. Prezzo: 12 euro per adulti e bambini, più il biglietto di ingresso di 1 euro. Durante la visita guidata va mantenuto il distanziamento dei partecipanti, e gli operatori AditumCultura saranno forniti di apposite mascherine e DPI di protezione. Una visita che si trasforma in una ‘caccia al tesoro’… Chi sarà il più scaltro a risolvere gli enigmi? Chi sarà il più abile a guardare? Nelle sale del museo ci sono tutti gli indizi per completare il percorso utilizzando capacità di osservazione, memoria e spirito di squadra.

Qhapaq, il cammino delle Ande, al museo delle Civiltà di Roma-Eur (foto aditum-muciv)

“Qhapaq Ñan: il grande cammino delle Ande”: visita guidata di Aditum Cultura. Durata: 1 ora e 30 minuti circa. Visite guidate su prenotazione per un massimo di 14 persone. Prezzo: 8 euro per adulti e bambini, più il biglietto di ingresso di 1 euro. Prenotazione: è previsto un diritto di prenotazione, di 10 euro, se si tratta di visita fuori da calendario. Durante la visita guidata va mantenuto il distanziamento dei partecipanti, e gli operatori AditumCultura saranno forniti di apposite mascherine e DPI di protezione. Migliaia di chilometri di strade, ponti, stazioni e fortificazioni si snodano attraverso sei diverse nazioni dell’America del Sud. Oggi più che mai, ripercorrendo questo cammino, se ne può apprezzare, oltre alla grandezza monumentale, l’importanza come elemento generatore di incontri, contatti, comunicazione, in una parola cultura che travalica i confini, per essere un fattore di coesione transnazionale ed universale.

Archeologia in lutto. È morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, una lunga carriera di ricerca e dirigenziale, con centinaia di pubblicazioni. Era direttore del Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, a un passo dalla pensione. Il cordoglio del ministro e dei colleghi

Filippo-Maria-Gambari_direttore-muciv

È morto Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Archeologia in lutto: è morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, 66 anni: era ricoverato da ottobre all’istituto nazionale di malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. “Siamo enormemente addolorati nell’annunciarvi che il nostro direttore è venuto a mancare nel pomeriggio di oggi, 19 novembre 2020. Una grave perdita per il Museo delle Civiltà e il suo personale per l’estremo impegno che il Direttore ha profuso nel costruire un “nuovo” museo e nel portare avanti ambiziosi progetti di condivisione culturale e sociale”.  Ad annunciare la scomparsa di Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, esperto di Celti, è stato proprio il Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, che raccoglie le collezioni del museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”, del museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”, del museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”, del museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, del museo italo africano “Ilaria Alpi” (ex Museo Coloniale), di cui era direttore dal 2017. Nato a Milano nel 1954, laurea in Lettere Classiche con specializzazione in Archeologia, la sua carriera comincia presto, a 25 anni, come archeologo preistorico presso la Soprintendenza Archeologica del Piemonte a Torino, con direzione di numerosi scavi e interventi sul territorio piemontese. Cura la progettazione scientifica di allestimenti e mostre in ambito preistorico. È stato soprintendente per i Beni Archeologici della Liguria, dell’Emilia Romagna, e della Lombardia; direttore ad interim del Parco archeologico di Ercolano; direttore del Segretariato Regionale per la Sardegna. Aveva al suo attivo centinaia di pubblicazioni in materia di Preistoria e Protostoria, arte rupestre ed epigrafia preromana. Dalla primavera del 2017 direttore del Museo delle Civiltà di cui ha una visione ben precisa: “In un mondo che si è ormai globalizzato, noi siamo abituati a mettere in confronto realtà molto distanti sul piano economico, sul piano politico ma poco sul piano culturale. Un Museo come il nostro nasce proprio per stimolare la possibilità di comprendere i rapporti fra le culture e di imparare a rapportarsi con culture diverse”.

Turismo: Franceschini, Expo opportunità anche per Europa

Il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini

Era a un passo dalla pensione. Non ha fatto in tempo. Il Covid gliela ha negata. Grande il cordoglio tra quanti nei Beni culturali hanno avuto la possibilità di conoscerlo e apprezzarlo. “Mi stringo ai familiari di Filippo Maria Gambari il direttore del Museo delle Civiltà di Roma che ci ha lasciati questo pomeriggio”, ha scritto il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini. “Un raffinato studioso e un ottimo direttore di uno dei musei autonomi del ministero. Una lunga carriera, rigorosa e ricca di incarichi di grande responsabilità. Ci mancherà”. E l’ex direttore della Dg Musei del Mibact, Antonio Lampis: “Uno dei più bravi direttori dei musei statali, che meritava di andare in pensione in pace e invece è morto di Covid. Una persona indimenticabile, cui ho voluto bene”. Alessandro D’Alessio, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica e il personale tutto “si uniscono al cordoglio per la prematura scomparsa di Filippo Maria Gambari, direttore del Muciv e direttore supplente del Parco archeologico di Ostia antica fino a poche settimane fa. Nei quattro mesi in cui ha diretto l’ufficio, tutti hanno potuto apprezzarne le doti scientifiche, professionali e umane, l’esperienza e la competenza unite a una rara disponibilità all’ascolto. Lascia nella comunità scientifica e negli uffici del Ministero un vuoto che sarà difficile colmare”. “Un eccelso e rigoroso studioso”, lo ricorda Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo, “figura di riferimento nell’ambito museale. Mancheranno la sua profonda Cultura, la sua grande Umanità, le sue doti di saggezza, generosità e capacità di visione”.

ercolano_francesco-sirano

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

Cordoglio anche dal direttore del Parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano: “Oggi ci ha lasciato Filippo Maria Gambari stimatissimo archeologo e dirigente MiBACT,  direttore del parco archeologico di Ercolano da settembre 2016 ad aprile 2017 e membro del Consiglio di Amministrazione di questo Parco. Non ho parole da esprimere, sono stato colpito troppo nel profondo per questo ulteriore accadimento. Filippo aveva avviato i primi passi amministrativi del Parco e potere contare sulla sua incredibile esperienza e sulle sue conoscenze profonde tanto nell’archeologia quanto nella gestione dei beni culturali, infondeva entusiasmo e fiducia in tutti. Il tratto umano e il rigore professionale formavano un tutt’uno che ti facevano rispettare ed amare Filippo. Ho lavorato con Filippo braccio a braccio nel Consiglio di Amministrazione ed ho condiviso con lui sempre un’unione di intenti e di progetti. Una persona rara,  di eccezionale levatura. Un collega e amico generoso. Perdiamo un punto di riferimento fondamentale. Sono sconvolto dalla notizia ma sin d’ora tutti sappiamo quanto peserà la sua dipartita. In questo momento provo un senso di smarrimento e un profondo dolore che sono certo condividono tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare con lui”. E Jane Thompson, manager dell’Herculaneum Conservation Project: “Lo abbiamo conosciuto e ammirato nella complessa fase di avvio del Parco quando si divideva tra la Sardegna ed Ercolano con puntualità e costanza. Un vero esempio di pubblico servizio”. Il cordiglio di tutti i dipendenti del Parco, dei membri del Consiglio di Amministrazione, del Comitato Scientifico e del team HCP alla famiglia e ai suoi affetti.

Roma, al museo delle Civiltà all’Eur arriva la “coppia inseparabile”: sono le statue in terracotta di Dewi Sri e Sadono, divinità del pantheon indonesiano, recuperate dai carabinieri a Monte Tuscolo

Le statue in terracotta di Dewi Sri e Sadono recuperate dai carabinieri nei pressi di Roma e consegnate al museo delle Civiltà all’Eur (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Una fase dei restauri nel Laboratorio di conservazione e restauro del Muciv (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Nel pantheon indonesiano rappresentano Loro Blonyo, la “coppia inseparabile”: lei è Dewi Sri, dea della fertilità e dei raccolti di riso, lui è Sadono, il suo sposo. Due statuette in terracotta, databili tra il XVIII e il XIX secolo, di Dewi Sri e di Sadono, originarie della regione di Yogyakarta (Giava centrale), sono state rinvenute casualmente in località Monte Tuscolo nel territorio di Monteporzio Catone, vicino a Roma, e  consegnate al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che le ha affidate in custodia all’Ufficio Sequestri del Museo delle Civiltà, museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, dove sono state sottoposte a un attento restauro da parte del Laboratorio di conservazione e restauro del Muciv. “L’ambiente di giacitura subaereo esterno”, spiegano gli esperti, “le ha esposte, nel tempo, all’azione aggressiva di svariati fattori di degrado quali: sbalzi termici, acqua, infiltrazioni saline, vento, luce, sostanze acide, inquinamento, organismi biologici”. Le due figure, una maschile e una femminile, sono realizzate in ceramica a pasta porosa tramite formatura manuale. Le ricche vesti,  gli ornamenti, le acconciature e i copricapo, sono resi dalla lavorazione dell’argilla. Sono rappresentate in posizione seduta sui talloni col busto eretto e le braccia  rilassate poggiate sulle cosce (Vajrasana – posizione del diamante), con espressione di meditazione assorta e di ieratico distacco.

La “coppia inseparabile” della dea delle fertilità Dewi Sri e del suo sposo Sadono: le statue dopo i restauri da martedì 13 febbraio esposte al Muciv (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Martedì 13 febbraio 2018, alle 11, nella sala conferenze del museo “Luigi Pigorini”, una delle sedi espositive del Muciv, all’Eur, “Conferenza sui beni culturali recuperati dal nucleo operativo dei Carabinieri TPC” durante la quale saranno consegnate le due statuette in terracotta di Dewi Sri e Sadono alla presenza del colonnello Alberto Deregibus, vice comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, e del tenente colonnello Nicola Candido, comandante del Reparto Operativo CC TPC. Al termine della conferenza, durante la quale i reperti recuperati saranno esposti, le due opere d’arte verranno consegnate dai Carabinieri TPC al direttore del museo delle Civiltà, Filippo Maria Gambari, per la loro definitiva esposizione al pubblico.

Roma. Seconda tappa verso la nuova sede del museo nazionale di Arte Orientale. All’Eur, il Muciv apre due mostre: una con i reperti delle missioni archeologiche italiane dell’Ismeo in Libia, l’altra con i reperti dagli scavi in Pakistan, Iran e Afghanistan

Il museo Pigorini si affaccia su piazza Marconi all’Eur ospita la prima selezione di oggetti delle collezioni del Mnao

A dicembre 2017 più di 650 preziosi reperti provenienti dalla Spagna moresca alla Birmania, dall’Iran all’area himalayana, dall’India alla Corea, esposti in oltre 60 vetrine allestite al museo nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur di Roma. Ora due nuove importanti mostre temporanee: “Impressioni d’Africa” e “Città, palazzi e monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”: il work in progress “Aperti per lavori” procede come da programma che, per la fine del 2019, vedrà l’apertura del museo nazionale di Arte Orientale “Giuseppe Tucci” nella nuova sede in piazza Marconi all’Eur, con oltre 10mila mq di nuovi percorsi espositivi e spazi per servizi aggiuntivi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/20/roma-a-50-giorni-dalla-chiusura-di-palazzo-brancaccio-al-pigorini-delleur-apre-la-mostra-aperti-per-lavori-con-la-prima-selezione-di-650-oggetti-delle-collezioni-del-museo/). L’appuntamento venerdì 2 febbraio 2018 alle 16.30 al museo delle Civiltà, negli spazi del museo delle Arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria” all’Eur, per l’inaugurazione di due importanti mostre temporanee: “Impressioni d’Africa” e “Città, palazzi e monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”, a coronamento dell’allestimento provvisorio delle collezioni d’arte orientale, trasportate dalla precedente sede di Palazzo Brancaccio in via Merulana. Le mostre sono state realizzate nel quadro delle molteplici attività di valorizzazione e promozione del prestigioso patrimonio acquisito dal Museo delle Civiltà che ha accorpato in sé, in base alla Riforma Franceschini, quattro importanti musei romani: museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”, del museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”, del museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”, del museo dell’arte orientale “Giuseppe Tucci”.

L’arco dell’imperatore Marco Aurelio a Tripoli in un’immagine dei primi del Novecento

La mostra “Impressioni d’Africa” è aperta al museo delle Arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria” all’Eur

La prima mostra, allestita in sala Loria, “Impressioni d’Africa”, a cura di Egidio Cossa, Mariastella Margozzi e Margherita Bedello, ci porta alle collezioni di quello che fu il museo Italo-africano di Roma: racconta, attraverso dipinti, sculture e oggetti d’artigianato, le peculiarità di una collezione ricca e particolare, sulla quale le vicende storiche e culturali seguite alla seconda guerra mondiale e alla fine del colonialismo, hanno calato un progressivo e prudente sipario. Si tratta di un numero assai elevato di oggetti, tra cui diverse migliaia di carattere etnografico e centinaia di carattere militare ed economico, testimonianze della storia italiana in Africa, delle conquiste, dei rapporti con le popolazioni locali, delle produzioni agricole e artigianali preesistenti alle conquiste coloniali e poi inglobate nell’economia nazionale. I materiali scelti per la mostra vengono presentati per la prima volta al pubblico dopo l’acquisizione dal museo delle Civiltà della collezione che fino a qualche anno fa apparteneva all’IsMEO – Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente. Il contesto e l’allestimento in cui oggi essa viene proposta al pubblico è certo quello più adatto a farne scoprire e comprendere pienamente l’interesse artistico e tutta la valenza storica e antropologica. In Africa settentrionale, infatti, sono state portate avanti importanti campagne di scavo archeologico italiane: non è un caso che parte cospicua della mostra sia dedicata alla documentazione delle rovine di Leptis Magna, presentate attraverso il prezioso plastico realizzato all’inizio degli anni Trenta direttamente sul sito archeologico libico e accompagnate da fotografie d’epoca, incisioni e dipinti che raccontano le vicende relative allo scavo e la grande suggestione che scaturì dalla scoperta dell’antica città romana. Ognuna delle opere esposte costituisce una documentazione insostituibile di un’epoca e di un pensiero sull’Africa che, nonostante il tempo trascorso, riesce a restituire il fascino di un’esperienza condivisa da moltissimi artisti tra ‘800 e ‘900, dagli ottocentisti orientalisti come Pompeo Mariani, Augusto Valli, Giorgio Oprandi, Giuseppe Valeri ai più realistici pittori di Colonia, animati dal desiderio di raccontare il quotidiano di quelle terre e di quei popoli senza il velo poetico dei primi, come Eduardo Ximenes, Teodoro Wolf Ferrari, Mario Ridola, Giuseppe Rondini, Milo Corso Malverna.

Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”

La seconda mostra, in sala Dossier, “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”, a cura di Gabriella Di Flumeri, Laura Giuliano, Michael Jung e Giovanna Lombardo, ci fa rivivere le missioni in Pakistan nella Valle dello Swat, in Afghanistan nella regione di Ghaznì e in Iran, nella regione orientale del Sistan. Le ricerche archeologiche furono condotte dall’IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) fondato nel 1933 da Giovanni Gentile e dall’insigne tibetologo Giuseppe Tucci, che già a partire dal 1929 aveva intrapreso una serie di viaggi di studio e di scoperte nella regione himalayana e che nel 1947 assunse la carica di presidente dell’Istituto, dando nuovo impulso alle ricerche archeologiche in Asia. Tra il 1950 e il 1955 vengono condotte diverse spedizioni in Nepal, in particolare nell’area del Karakorum, e della seconda metà degli anni cinquanta solo le felici campagne archeologiche in Pakistan, Afghanistan e in Iran. L’attività della Missione Archeologica Italiana dell’IsMEO/IsIAO in Pakistan, iniziata nel 1956 è proseguita fino a oggi. I primi scavi sistematici vennero condotti nell’abitato di epoca storica di Udegram e nell’area sacra buddhistica di Butkara I, ove furono rinvenuti numerosissimi rilievi in scisto appartenenti all’Arte del Gandhara aventi come soggetto la vita del Buddha storico.

Il primo scavo sistematico di Shahr-e Sokhta fu diretto da Maurizio Tosi (Ismeo) dal 1967

Il sito Shahr-e Sokhta la “città bruciata”, in Iran, è fondamentale per lo studio dello sviluppo culturale nell’Altopiano iranico; la città, infatti, fu importante per la lavorazione e il commercio a lunga distanza delle pietre semipreziose. I materiali di questo sito, ceramiche, ami, punte di lancia, sigilli, documentano lo sviluppo di un centro urbano proprio nel momento della nascita e della diffusione dell’urbanizzazione nel Vicino Oriente. Infine, sono esposti i reperti provenienti da Ghazni, in Afghanistan, tra questi meritano particolare attenzione soprattutto i marmi dal palazzo, scavato dalla Missione Archeologica Italiana tra il 1958 e il 1966 e datato all’XI secolo; oltre ad essere una rara testimonianza dell’architettura palaziale medioevale, il palazzo costituisce, con la sua lunga iscrizione in versi persiani, un esempio di come l’eredità iranica pre-islamica sia stata recuperata all’interno della comunità musulmana.

Roma, a 50 giorni dalla chiusura di Palazzo Brancaccio al Pigorini dell’Eur apre la mostra “Aperti per lavori” con la prima selezione di 650 oggetti delle collezioni del museo di Arte orientale “Tucci”. E a gennaio mostra sulle missioni Ismeo, dallo Swat in Pakistan a Ghanzi in Afghanistan a Shahr-e Sokhta in Iran

Il museo Pigorini si affaccia su piazza Marconi all’Eur ospiterà la prima selezione di oggetti delle collezioni del Mnao

Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Chiudere per rinascere. Lasciare la vecchia sede nel cuore di Roma per raddoppiare gli spazi espositivi nella nuova all’Eur. Il direttore del museo delle Civiltà, Filippo Maria Gambari, l’aveva detto, respingendo ogni accusa e polemica: per il museo d’Arte orientale “Giuseppe Tucci” il 31 ottobre 2017 non si celebra il de profundis. Semplicemente – anche se si tratta di un progetto complesso e ambizioso – le ricche e preziose collezioni hanno lasciato Palazzo Brancaccio in via Merulana a Roma, ormai inadeguato perché si tratta di una residenza privata data in affitto, e iniziato a traslocare in piazza Marconi all’Eur: un’operazione di almeno tre anni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/10/31/il-museo-nazionale-darte-orientale-giuseppe-tucci-a-roma-non-chiude-ma-raddoppia-il-direttore-del-muciv-anticipa-lambizioso-progetto-per-il-trasferimento-in-tre-an/). Sono passati cinquanta giorni dalla chiusura della sede di Palazzo Brancaccio, e all’Eur arrivano le preziose collezioni del museo Tucci: un laborioso e impegnativo trasferimento del museo d’arte orientale che si prevede di concludere per la fine di gennaio 2018. Intanto ecco il primo evento.

Il ritratto di Batmalkû e Hairan sul rilievo funerario palmireno conservato al museo Tucci di Roma

In attesa dell’innovativa esposizione negli spazi recentemente acquisiti dal Mnao programmato per la fine del 2019, giovedì 21 dicembre 2017, alle 16:30 si inaugura la mostra “Aperti per lavori” che consentirà al pubblico di rivedere nel contesto dei locali del museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” tutte le sezioni del museo d’Arte orientale: più di 60 vetrine con oltre 650 preziosi reperti provenienti dalla Spagna moresca alla Birmania, dall’Iran all’area himalayana, dall’India alla Corea. “Aperti per lavori” è una mostra  temporanea destinata a crescere nel tempo – spiega la direzione del Muciv –: “Man mano che gli oggetti arriveranno all’Eur sarà arricchita, rendendo il pubblico partecipe di questo work in progress”. Insieme alla celebre stele di Palmira, alle porcellane cinesi, alle armature giapponesi, alle divinità tibetane, ai celandon coreani e ai rilievi del sud Arabia, i visitatori troveranno fin dal 21 dicembre anche nuovi percorsi descrittivi che consentiranno di riavviare da subito l’importante attività didattica e culturale precedentemente svolta nella vecchia sede di via Merulana. “Entro la fine di gennaio sarà poi aperta al pubblico una mostra tematica temporanea sulle missioni archeologiche dell’IsMEO, presso l’altra sede del museo delle Civiltà nel Palazzo delle arti e tradizioni popolari, nella quale saranno esposti i rarissimi fregi di arte del Gandhara nella valle dello Swat in Pakistan, con episodi della vita del Buddha, i preziosi marmi dal Palazzo del Sultano Mas’ud III a Ghazni in Afghanistan e i reperti provenienti dall’antica città di Shahr-i Sokhta sulle vie carovaniere tra Vicino Oriente e Asia centrale”.

Apre al museo Archeologico nazionale di Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, terza tappa del ciclo “Archeologia ferita”, la prima dedicata in Europa alla città siriana dopo le distruzioni perpetrate dall’Isis: l’eleganza e la ricchezza degli antichi palmireni a confronto con i ritratti degli antichi aquileiesi

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il manifesto della mostra “Il Bardo ad Aquileia” nel museo di Aquileia

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

Le nuvole di fumo e polvere e gli echi delle detonazioni che avvolgono quel che resta dell’imponente tempio di Bel, dell’austero castello medievale, dell’elegante tetrapilo, del prezioso tempio di Baal-Shamin, dello slanciato arco trionfale, dell’articolata scena del teatro antico sono ancora davanti ai nostri occhi, increduli di fronte a tanta violenta follia dei miliziani dell’Isis decisi a distruggere i monumenti più famosi di Palmira. E continuiamo a commuoverci per il sacrificio supremo del custode più fedele di Palmira, l’archeologo Khaled Asaad, trucidato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i jihadisti. La “città delle palme”, la “sposa del deserto”, la “Venezia delle sabbie”, come era chiamata Palmira nelle varie epoche, rappresenta l’esempio più eclatante, e per questo più doloroso, del sistematico tentativo da parte dell’Isis di annientare l’altro (sia esso inteso come il regime di Assad, o come l’Occidente crociato, o come l’Islam meno ortodosso), attraverso la distruzione della sua cultura, del suo patrimonio, delle vestigia più lontane e profonde che ci hanno reso ciò che siamo e che pensiamo, nel tentativo di attuare una “pulizia etnica”, come la definisce Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, specchio delle peggiori pulizie etniche. Non meraviglia quindi che, dopo il museo del Bardo di Tunisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/03/archeologia-ferita-il-museo-di-aquileia-apre-le-porte-ai-reperti-da-musei-e-siti-colpiti-dai-terroristi-prima-tappa-otto-capolavori-dal-museo-del-bardo-di-tunisi/) e del museo archeologico Iran Bastan di Teheran (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/), Aquileia dedichi proprio a Palmira la terza tappa del progetto espositivo “Archeologia ferita”, per celebrare la città siriana come simbolo di resistenza dagli attacchi al patrimonio culturale mondiale.

Busto muliebre da sarcofago palmireno conservato al Terra Sancta Museum di Gerusalemme (foto Gianluca Baronchelli)

Il manifesto della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Apre il 2 luglio 2017 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, dove sarà visitabile fino al 3 ottobre 2017, la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, la prima dedicata in Europa alla città dopo le distruzioni recentemente perpetrate. L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi, nata dalla collaborazione tra la fondazione Aquileia e il polo museale del Friuli Venezia Giulia – museo Archeologico nazionale di Aquileia, gode del patrocinio della commissione nazionale italiana per l’Unesco, del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale. Grazie ai sedici prestiti originari di Palmira concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai musei Vaticani, dai musei Capitolini, dal museo delle Civiltà – collezioni di Arte orientale “Giuseppe Tucci”, dal museo di Scultura antica “Giovanni Barracco”, dal civico museo Archeologico di Milano e da una collezione privata, raccoglie sedici pezzi originari di Palmira – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali – e agli otto da Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” vuole dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale che accomuna le due città, mediante l’utilizzo di modelli autorappresentativi e formule iconografiche affini. “Questa mostra”, interviene il presidente della fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi, “al di là del suo notevole valore artistico, ha anche un chiaro fine politico: richiamare l’attenzione sui luoghi che sono il nucleo centrale della nostra civiltà, oggi teatro di conflitti e devastazioni”. L’esposizione ha costituito, inoltre, l’occasione per restaurare i reperti concessi in prestito dalla Custodia di Terra Sancta, con un intervento finanziato e coordinato dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia che, alla conclusone della mostra, restituirà i rilievi pronti per la loro esposizione nel nuovo allestimento del Terra Sancta Museum.

Stele romana con coppia di coniugi conservata al museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Gianluca Baronchelli)

“Sia Palmira che Aquileia erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse”, sottolineano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Aquileia, “oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi”. Per Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia, e Luca Caburlotto, direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il fine della mostra è anche quello di far emergere “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano e sulla quale si vuole porre l’accento, attraverso il gioco di sguardi che l’allestimento contribuisce a sottolineare, per superare le ferite che ormai già troppe volte in questi ultimi anni sono state inflitte al patrimonio culturale universale”. Palmira era città carovaniera che “sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia”, come scrive nella prefazione del catalogo Debora Serracchiani, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. “Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”. Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici.

Rilievo funerario palmireno conservato al museo Barracco di Roma

La mostra vuole far conoscere al mondo contemporaneo gli antichi palmireni, indicandone mansioni e ruoli. Il carattere di Palmira, vivace crocevia di idee, aspirazioni, usi e costumi, di correnti formali e stilistiche locali, orientali, ma anche greche e romane, ha dato infatti forma all’immagine che i suoi abitanti hanno voluto fare e lasciare di sé, consegnandola all’eternità attraverso i loro monumenti funerari. Fra i materiali maggiormente significativi dell’arte palmirena, i rilievi funerari rivestono un ruolo di grande importanza nell’affermazione della fama mondiale della città. Grazie alla diffusione di questi originali reperti, gli antichi cittadini di Palmira, “con i loro volti, i loro abiti e i loro gioielli”, per usare le parole del famoso archeologo francese Paul Veyne, sono diventati ora “cittadini del mondo”. Un esempio di questa forte individualità è la raffinata testa proveniente dai musei Vaticani, in cui la mansione di sacerdote è riconoscibile dal copricapo tronco-conico (modius) considerato proprio dei sacerdoti di Bel, o la testa che arriva dalla Custodia di Terra Santa ornata da una corona di foglie e bacche di alloro fissata da un medaglione. “Anche commercianti o funzionari della pubblica amministrazione”, ricordano i curatori della mostra, “sono presenti nelle sale del museo Archeologico nazionale di Aquileia, appositamente riallestite, riconoscibili da un foglietto di papiro nella mano sinistra, come il rilievo del Salamallat da Gerusalemme o quello di Makkai da collezione privata. Senza parlare del celebre universo femminile di Palmira – di cui l’illuminata regina Zenobia, colei che osò sfidare l’autorità di Roma marciando sulla capitale dell’Impero, non è che l’epigona – benissimo rappresentato nella mostra da cinque dame elegantemente vestite e acconciate”. Come Charles Baudelaire, che magnificò nel suo poema I fiori del Male i gioielli di Palmira, il visitatore della mostra – assicurano alla fondazione Aquileia – non potrà che rimanere incantato davanti all’originalità e alla ricchezza degli ornamenti delle donne palmirene, abituate a sfoggiare più bracciali simultaneamente, fibulae e diademi, e anelli su tutte le parti delle dita, come nel magnifico rilievo dal museo Barracco, dove il monile è indossato sulla falangina del mignolo sinistro. Altrettanto curioso è il pendente dello stesso rilievo, un gioiello a forma di campana agganciato a un bracciale a torciglione, un amuleto diffuso in tutta la Siria romana.

Il ritratto di Batmalkû e Hairan sul rilievo funerario palmireno conservato al museo Tucci di Roma

“Che Palmira fosse un ricco crocevia di culture”, continuano Novello e Tiussi, “è immediatamente riscontrabile dall’abbigliamento dei suoi cittadini rappresentati in mostra nella splendida lastra del museo Tucci, dove la figura femminile è vestita alla greca con il chiton (tunica) e l’himation (mantello), e i capelli acconciati da un turbante con un velo trattenuto da un prezioso diadema di cui si percepisce ancora chiaramente l’originaria splendida policromia, mentre il fanciullo ritratto poco più in alto è abbigliato alla moda partica, con una tunica al ginocchio con galloni dipinti, orlo svasato alle estremità e pantaloni a sbuffo. Pur a fronte dei caratteri spiccatamente orientali e della rigida frontalità che li contraddistinguono, i rilievi palmireni condividono forme e modalità di auto-rappresentazione comuni a tutto l’Impero romano. L’occhio più attento potrà così notare la diversità di stili, e le abitudini simili, così come la comune scarsa caratterizzazione fisionomica dei volti: gli aquileiesi appaiono modesti, quasi schivi a confronto degli abitanti di Palmira, che trasmettono invece un senso di sicurezza e di compiacenza dovuto anche alla compattezza e impenetrabilità tipica dell’arte provinciale e in particolare orientale. Si potrà ammirare l’inconfondibile stile scultoreo caratteristico delle botteghe palmirene, che quasi ritaglia nella materia in modo minuzioso i dettagli decorativi, in modo grafico, poco profondo e molto efficace”.