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Archeologia in lutto. È morta la grande egittologa Edda Bresciani, “l’ultimo dei giganti del Novecento”. Aveva 90 anni. Prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, accademica dei Lincei, ha diretto missioni ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum. Autrice di molte pubblicazioni sull’Antico Egitto. L’ultimo suo contributo nel 2020: seguire un progetto editoriale sui siti del Medio Egitto

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum

“È morta. Abbiamo perso l’ultimo esponente di una generazione di giganti del Novecento”. Al telefono sento una voce rotta dalla commozione, non la nomina ma purtroppo non lasciano spazio all’immaginazione quelle poche parole: Edda Bresciani è morta. Tra i massimi esperti al mondo di Egittologia, archeologa, accademica dei Lincei, aveva 90 anni, compiuti da poco. A chiamarmi è Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo Civico di Rovereto, autore dell’Archivio Fotografico dei siti del Medio Egitto regolamentato da un protocollo siglato dal ministero delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto. Edda Bresciani si è spenta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, creata per lei nel 1968 dall’università di Pisa, di cui era poi diventata professore emerito, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo.

L’egittologa Edda Bresciani con Maurizio Zulian alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto del 2013 (foto Zulian)

Zulian l’aveva sentita al cellulare solo una decina di giorni fa. Un’abitudine che si era consolidata nell’ultimo anno e mezzo, da quando la professoressa aveva accettato – con l’entusiasmo di una giovane ricercatrice davanti a una potenziale scoperta archeologica – di seguire lo sviluppo di un progetto editoriale di Zulian (con la collaborazione di chi scrive) sui siti archeologici del Medio Egitto, che Zulian aveva avuto modo di visitare, fotografare e studiare negli ultimi trent’anni, anche se molti di essi sono chiusi al pubblico da anni, se non da sempre. Ed era proprio nel suo girovagare per l’Egitto che Maurizio Zulian aveva avuto modo di conoscere Edda Bresciani “al lavoro”, impegnata in prima linea nelle ricerche archeologiche. Per poi ritrovarla in tempi più recenti ospite speciale nella “sua” Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico. “Ho avuto l’onore di godere della stima e dell’amicizia della professoressa che non ha mai fatto pesare la sua straordinaria statura scientifica e cultura quando parlavo con lei di ricerche o scoperte, o le chiedevo dei chiarimenti su qualche problematica della civiltà dei faraoni”, ricorda commosso Zulian. “Anzi, ha sempre mostrato una disponibilità rara”.

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Edda Bresciani nel deserto egiziano


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L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Dalla metà degli anni ’60 Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto: ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana nel sito di Saqqara, che ha posto l’università di Pisa tra i pionieri dell’applicazione delle tecnologie informatiche all’archeologia e alla conservazione dei monumenti antichi. Infatti proprio per conto dell’ateneo pisano ha diretto il progetto Issemm, finanziato dal ministero italiano per gli Affari esteri – Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, destinato a dare un supporto tecnico e scientifico per il monitoraggio e la gestione dei siti archeologici egiziani, in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Grazie all’Issemm sono stati realizzati il Parco archeologico e il Visitor Centre di Medinet Madi nel Fayum in Egitto, inaugurato l’8 maggio 2011 (vedi Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare | archeologiavocidalpassato). Nel 1965 l’egittologa lucchese ha preso parte alle operazioni di salvataggio dei monumenti della Nubia (le missioni erano dirette da Sergio Donadoni, di cui sarebbe diventata l’allieva prediletta) prima che venissero sommersi con la creazione della diga di Assuan. Lei aveva approfondito l’architettura proto cristiana, e per l’Unesco aveva studiato le iscrizioni demotiche. Dal 1966 è stata alla direzione degli scavi del Fayum, per conto dell’università Statale di Milano, per poi passare negli anni Settanta del Novecento a dirigere gli scavi ad Assuan (dove portò alla luce il tempio di Iside).

Letteratura e poesia nell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi
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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Fondatrice della rivista “Egitto e Vicino Oriente” nel 1978, fu autrice di numerose pubblicazioni sull’Antico Egitto: da “L’Antico Egitto di Ippolito Rosellini nelle tavole dai monumenti dell’Egitto e della Nubia” (De Agostini, 1993) a “Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto (a cura di E. Bresciani) (De Agostini, 1998, 2005, 2020); da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi” (Einaudi Tascabili, 2007) a “La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico” (Einaudi Saggi, 2005), vincitore del Premio nazionale letterario Pisa per la Saggistica. Ad esprimere lutto per la sua morte tra gli altri Maria e Francesca Fazzi della casa editrice lucchese Pacini Fazzi: “Con tanto affetto ricordiamo l’amica Edda Bresciani, grande egittologa, grande studiosa, ma soprattutto amante della vita in tutte le sue espressioni: dall’arte alla cucina. Mancherà la sua ironia intelligente, la sua grande curiosità indagatrice e mai scontata”. E il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini: “Lucca perde una grande studiosa, una delle sue donne più conosciute in ambito internazionale. Edda Bresciani, già ordinaria di Egittologia nell’università di Pisa, è stata archeologa, storica, filologa, e in particolare specialista dell’Egitto di epoca achemenide e dello studio del demotico. Con le sue competenze, con la sua profonda passione ha trasmesso l’amore per la conoscenza in tante generazioni di studenti e, grazie ai suoi testi, ha divulgato la storia dell’antico Egitto, della sua letteratura e società, fra tanti italiani. La ricordo con affetto e stima. Nell’aprile del 2019 le consegnammo la medaglia della città di Lucca: fu una cerimonia molto partecipata da amici ed estimatori che confermò la sua spontanea sobrietà, la sua natura di donna schiva ed acuta”. Nel 1996 era stata insignita della medaglia d’oro del presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Nell’aprile 2004 aveva ricevuto il prestigioso premio “Firenze-Donna“, mentre nel settembre 2014 a Pisa le era stato assegnato il premio “Campano d’Oro”, istituito come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano particolarmente distintisi nella cultura, nella scienza e nelle professioni (vedi A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano | archeologiavocidalpassato).

Il progetto editoriale “Nella terra di Pakhet” con prefazione di Edda Bresciani, in attesa di pubblicazione

Nonostante l’età, Edda Bresciani era molto attiva. Esattamente un anno fa – raccontano le cronache – aveva tenuto anche la prolusione inaugurale all’apertura dell’anno accademico dell’Accademia lucchese di scienze, lettere e arti, di cui era socia, parlando dell’antico Egitto e della sua esperienza di una vita tra scavi e ricerca scientifica. Era socia del Soroptimist di Lucca. E così arriviamo al progetto editoriale sui siti del Medio Egitto, sicuramente uno degli ultimi cui si è dedicata la professoressa Bresciani. E la ricordiamo come professoressa, prima ancora che grande egittologa, perché è proprio in questa veste che abbiamo avuto modo di conoscerla e apprezzarla. Prima solo qualche consiglio, piccoli suggerimenti. Poi la decisione di voler seguire passo passo la nascita di questo studio, leggendo ogni scheda, ogni racconto di viaggio, esaminando ogni fotografia (ingrandendo le immagini di Zulian è riuscita anche a decifrare alcune iscrizioni in demotico presenti in sepolture del periodo tardo, restituendo per la prima volta il nome dei titolari – anzi delle titolari – delle tombe). “E quando prendeva in esame i testi lasciava da parte tutta la bonomia, la simpatia e l’ironia che la contraddistinguevano, e assumeva il ruolo della professoressa”, ricorda Zulian con grande rispetto. “Per lei era come essere tornata in cattedra per seguire dei giovani allievi nella stesura della tesi. Una volta me lo ha anche detto: mi avete fatto tornare l’entusiasmo di un tempo”. Senza risparmiarci i “doppi segni blu e rosso”. Ma alla fine il regalo: non solo le è piaciuto il titolo del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto Appunti di trent’anni di viaggi” di Maurizio Zulian con la collaborazione di Graziano Tavan. Ma ha anche accettato di farci la prefazione. “E non vedeva l’ora di poter tenere in mano quello che lei definiva amabilmente il nostro librone”, chiude Zulian. Purtroppo l’emergenza da coronavirus ha bloccato tutto il progetto. “Se mai vedrà la luce, glielo porteremo, perché la possa accompagnare nel suo viaggio nell’Aldilà o nei Campi Iaru”.

Al “Children’s Day” al museo Egizio del Cairo presentazione ufficiale, alla presenza del ministro El-Enany e dell’ambasciatore Cantini, del libro per bambini “Egitto, terra del Nilo” curato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, in italiano e arabo, con le foto di Maurizio Zulian

L’invito del ministero delle Antichità egiziano al “Children’s Day” al museo Egizio del Cairo

Evento speciale al museo Egizio del Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto protagonista. Nel giorno del “Children’s Day at the Egyptian Museum in Cairo”, il 21 dicembre 2019, è stato presentato nella prestigiosa sede del museo Egizio al Cairo il libro per bambini “Egitto, terra del Nilo” (ed. Osiride), dedicato alla storia dell’antico Egitto e curato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto. “Il libro – ricordano alla Fondazione – è stato selezionato dall’Istituto Italiano di Cultura quale esempio di eccellenza nella didattica museale e presentato al Cairo in un evento promosso dal ministero delle Antichità egiziano: racconta in due lingue, italiano e in arabo, la storia d’Egitto”. Il “Children’s Day” è iniziato all’una del pomeriggio con un “Viaggio speciale tra i tesori dell’Antico Egitto”, gioco didattico per i bambini. Quindi, all’1.30, il momento clou: la presentazione del libro per bambini “Egitto, terra del Nilo”, promosso dal ministero delle Antichità della repubblica d’Egitto, con la partecipazione del ministro, H.E. Khaled el-Enany; dell’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini; di Cristina Azzolini, vicesindaco di Rovereto; Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto Foundation; e Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo di Rovereto.

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo” (ed. Osiride) curato dalla Fondazione Museo Civico Rovereto

In rappresentanza della Fondazione Museo Civico, il presidente Giovanni Laezza ha illustrato il progetto del libretto destinato a bambini e ragazzi tra gli 8 e i 12 anni. Scritto in italiano e in arabo, il volumetto è curato dall’archeologa del museo Barbara Maurina con i testi di Giuseppina Capriotti Vittozzi, direttore del Centro Archeologico Italiano al Cairo (che ha promosso l’evento all’interno dell’evento al museo del Cairo). All’opera ha collaborato anche Maurizio Zulian, che ha fornito le foto pubblicate, le quali fanno parte dello straordinario patrimonio confluito nell’Archivio fotografico della Fondazione MCR. Il libro traccia in modo semplice ed essenziale la storia della terra dei Faraoni ma è stato concepito come un libro-gioco e contiene una serie di tavole da colorare, per favorire l’assimilazione delle informazioni di base attraverso il momento ludico.

Foto ufficiale davanti al mueo Egizio del Cairo con il libro “Egitto, terra del Nilo”: da sinistra, Maurizio Zulian, Giovanni Laezza, Giampaolo Cantini, Khaled el-Enany, e Cristina Azzolini

“Siamo molto felici di questo importante riconoscimento”, commenta Laezza, “che riconosce competenze e potenzialità della Fondazione Museo Civico ben al di là del contesto in cui opera. Da sempre siamo impegnati nel proporre la migliore qualità nei programmi didattici mirati, nelle visite, nei laboratori, nell’aggiornamento per gli insegnanti. Il fatto che tutto questo sforzo sia riconosciuto a livello nazionale e anche internazionale ci riempie di orgoglio e non può che motivarci a migliorare ancora”. Il libretto, che potrà essere utilizzato nelle scuole sia in Italia che in Egitto, sarà messo a disposizione delle scuole primarie di Rovereto che ne faranno richiesta, come chiarisce Cristina Azzolini: “Il Comune è disponibile a stampare e distribuire il libretto nelle scuole primarie di Rovereto perché crediamo non sia solo utile per la conoscenza storica ma, date le sue caratteristiche e il fatto che sia scritto sia in italiano che in arabo, può rappresentare uno strumento di confronto e di arricchimento culturale”.

Iri-en-Akhti è il più antico medico veterinario finora conosciuto: 4500 anni fa lavorava alla corte del faraone. Lo ha scovato Maurizio Zulian che lo presenta a Roma all’assemblea del 60.mo dell’ente nazionale previdenza e assistenza veterinari

La grande necropoli di Saqqara vista da Nord (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto (foto Giorgio Ceriani)

Lui è Iri-en-Akhti di professione medico veterinario alla corte del faraone. Quando, 4500 anni fa, è stato ricordato per la sua alta professionalità nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara, a un passo dalla piana di Giza, famosa per le grandi piramidi, di certo non avrà pensato sarebbe diventato particolarmente famoso molti millenni dopo la sua morte per una peculiarità che lo rende speciale: è il più antico medico veterinario finora conosciuto. A scovarlo nella necropoli di Saqqara, tra l’altro in una cappella chiusa ai turisti, è stato Maurizio Zulian, esperto dell’Antico Egitto, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto che custodisce – e mette a disposizione di tutti gli interessati – l’imponente Archivio fotografico Zulian con i siti del Medio Egitto, frutto della sua trentennale attività di ricerca e sopralluoghi nella terra dei faraoni. Domenica 25 novembre 2018, all’hotel Radisson Blu di Roma, sarà proprio Maurizio Zulian, intervistato dal giornalista Graziano Tavan dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, ad aprire i lavori dell’assemblea dell’Enpav, l’ente nazionale di previdenza e assistenza veterinari, presieduta da Gianni Mancuso, nel 60.mo della fondazione, con la relazione “La figura del medico veterinario nell’Antico Egitto. Una rara scena di macellazione e ispezione nell’Antico Regno (2700 – 2195 a.C.)”.

L’ingresso della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara (foto Maurizio Zulian)

Il geroglifico per il sostantivo “medico”: si legge “swnw”

“La cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara”, esordisce Zulian, “conserva uno dei gioielli dell’arte dell’Antico Regno: superbi bassorilievi dipinti di una rara e squisita raffinatezza. È qui che si può ammirare la raffigurazione della macellazione di un toro. Non dimentichiamo che grande era la fama dei medici egizi anche al di fuori dei confini del loro Paese. Già Omero così declamava l’Egitto: “Terra fertile che produce droghe in abbondanza; alcune sono medicine, altre veleni; è il Paese dei medici più sapienti della terra”. E negli archivi reali di Amarna, in epoca ramesside e nell’Epoca Tarda, sono documentate molte richieste di prestazioni da parte di sovrani stranieri. Nell’Antico Egitto, come ricordava Erodoto nel V sec. a.C., i medici erano distinti in generici e specialisti: “In Egitto – scrive lo storico greco – hanno diviso la medicina come segue: ciascun medico è medico di una sola malattia, non di più. Dappertutto dunque è pieno di medici: ci sono i medici degli occhi, della testa, dei denti, delle malattie del ventre, delle malattie di identificazione incerta”. Vi era poi una distinzione fra medico vero e proprio e chirurgo – continua Zulian – e tra medico dell’uomo e dell’animale: i documenti di alcuni swnw (così si legge il geroglifico che indica il medico) appaiono infatti più esattamente riferiti a medici veterinari. La figura del medico veterinario compare sia in alcune rare scene di ispezione e macellazione del bestiame, sia in un contesto non specialistico”.

Gli affreschi della parete di ingresso della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara (foto Maurizio Zulian)

Nella parete di ingresso della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara possiamo dunque ammirare la rappresentazione del sacrificio di un toro. “Gli Egizi – ci viene in soccorso Zulian – solevano rappresentarla fin dall’inizio in tutte le sue fasi: come si afferrava il toro per le corna per piegargli la testa all’indietro e farlo così cadere, come veniva legato, iugulato, sezionato con una pietra affilata da macellai esperti sino a raffigurare come venivano trasportati i pezzi dai portatori nel corteo funebre per l’alimentazione del defunto”. In questa cappella la scena raffigura il toro già abbattuto e immolato a terra e i macellai al lavoro a sezionare le parti destinate al banchetto funebre. “Abbiamo qui una scena di sacrificio rituale unica nell’iconografia dell’Antico Egitto e il personaggio che dà l’assenso è un swnw di nome Iri-en-Akhti”. Secondo il professore Pierre Montet, egittologo francese della prima metà del Novecento, Iri-en-Akhti va considerato un veterinario. Di certo Iri-en-Akhti è certamente un medico particolare in quanto il suo titolo di swnw è preceduto da “per-aa” (cioè “Grande casa”). E Zulian precisa: “Per-aa significa che è legato amministrativamente alla corte reale dove esercita la funzione di “imy-r wcb swnw”, letteralmente “capo medico purificatore”. Siccome il termine “wcb” designa anche il sacerdote è possibile che “wcb swnw” indichi un medico con funzione rituale”.

Il dettaglio con il medico veterinario Iri-en-Akhti che annusa il sangue (foto Maurizio Zulian)

Il grafico della scena di Iri-en-Akhti nella cappella di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

Nell’ultima scena del registro superiore della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep un macellaio, senza allentare la presa dell’animale abbattuto, mette la sua mano sinistra, bagnata dal sangue dell’animale sacrificato, sotto il naso di un alto funzionario che assiste, accompagnando questo gesto con le parole: “Guarda questo sangue”. “L’esame che Iri-en-Akhti fa del sangue del toro – riprende Zulian – ha lo scopo di stabilire se questo sangue è puro e non presenta tracce di malattie, che presso gli Egizi potevano essere riconosciute attraverso l’odore, il colore, l’aspetto in genere e anche il sapore. Si tratta di un esame post-mortem condotto sulle parti interne dell’animale ma molto probabilmente anche un’ispezione sulle modalità di macellazione. Gli antichi Egizi controllavano con attenzione nei minimi dettagli tutte le operazioni di macellazione e non solo consideravano alcuni indicatori esterni per riconoscere lo stato di purezza degli animali, ma essi li esaminavano nuovamente e scrupolosamente dopo la morte, per assicurarsi che non presentassero traccia di alcuna malattia organica, di alcuna lesione insospettabile in vita, di una di quelle infermità descritte nei Libri Sacri che rendevano la carne impura. Lo scopo finale era comunque stabilire se l’animale era commestibile da un punto di vista igienico. Si può quindi concludere che nella cappella di Ptah-hotep viene descritto un comportamento puramente igienico (usanza questa che comunque non sembra essere stata molto diffusa, perché non si registra che poche volte) e che Iri-en Akhti sia stato uno dei primi medici veterinari nella storia dell’Uomo, sicuramente il primo del quale ci sia pervenuta l’identità e la raffigurazione”.

A Tuna el-Gebel, vicino a Minya, nel Medio Egitto, scoperta una necropoli di tombe rupestri dei sacerdoti del dio Thot: in otto tombe di famiglia ritrovati 40 sarcofagi, molte mummie, oltre mille ushabti in faience. Il ministro: una scoperta eccezionale destinata a portare nuove conoscenze alla fine degli scavi nei prossimo cinque anni

Il ministro egiziano delle Antichità Khaled el-Enani dentro le tombe rupestri scoperte in una necropoli di Tuna el-Gebel

Mille ushabti, quaranta sarcofagi e molte mummie da otto tombe di Tuna el-Gebel, vicino alla città di Minya, nel medio Egitto: le tombe apparterrebbero ai sacerdoti di Thot, dio della sapienza, e ai loro familiari e risalirebbero a un periodo che va dall’Epoca Tarda all’inizio della dinastia tolemaica (VII-IV sec. a.C.). “L’eccezionale scoperta” (l’hanno definita le autorità egiziane) di una necropoli di tombe rupestri è stata annunciata dal ministro egiziano delle Antichità Khaled el-Enani: “E questo è solo l’inizio, frutto di due mesi di indagini. Ci vorranno almeno 5 anni per indagare in maniera esaustiva l’intera area archeologica”. Le piccole statue, il cui nome in egizio significava “quelli che rispondono”, elemento integrante ed indispensabile del corredo funebre, sono state trovate dalla missione  archeologica  egiziana, guidata dal Segretario Generale del Supremo consiglio delle Antichità, l’archeologo Mostafa Waziry. Il team di archeologi ha infatti portato alla luce “una incredibile necropoli di tombe rupestri della seconda metà del I millennio nei pressi di Minya, nella zona di el-Gharifa a quasi dieci chilometri a Nord di Tuna el-Gebel”, località sulla riva occidentale del Nilo a Ovest di el-Ashmunein, chiamata in greco Hermopolis, cioè la città del dio Hermes (corrispondente all’egizio Thot).

Il deserto occidentale dove sorge la località di Tuna el-Gebel, vicina al sito di el-Ashmunein chiamata in greco Hermopolis (foto Maurizio Zulian)

“Sparsi su sette chilometri di deserto vi sono numerosi monumenti”, spiega Maurizio Zulian, conservatore onorario egittologo della fondazione museo civico di Rovereto, per la quale ha curato la catalogazione dei siti archeologici del Medio Egitto in partnership con il Consiglio supremo delle antichità egiziane. “Il primo che si incontra durante la visita del sito, sulle pendici della bassa falesia è una delle stele di confine di Amenofi IV (Akhenaton), la cosiddetta stele A, tra le meglio conservate e comoda da raggiungere: delimitava la frontiera di Akhetaton (Amarna). Lì vicino un’altra stele di confine , la stele B, è ai limiti della terra coltivata. Più avanti, verso Sud, incontriamo la famosa tomba di Petosiri, un monumento funerario  prestigioso, una parte del quale è dedicato al proprietario della tomba l’altra ai membri della sua famiglia”. Si tratta di un tempio tradizionale in miniatura: “L’edificio – continua Zulian – combina lo spirito della tomba con quello del tempio. Si colloca tra la fine delle dinastie egizie e l’arrivo di Alessandro in Egitto”.

La “città dei morti” greco-romana nella zona di Tuna el-Gebel (foto Maurizio Zulian)

“A sud di questa tomba monumentale si estende una vasta città dei morti greco-romana con proprie strade di accesso. Le tombe e le case funerarie sono decorate con pitture egittizzanti dai vivaci colori. La più famosa è quella di Isidora che conserva ancora al suo interno la mummia della giovane annegata nel Nilo. A nord-ovest della tomba di Petosiri furono scavati grandi tunnel che occupano una superficie di alcuni ettari: queste catacombe erano i sepolcri di ibis e cinocefali, animali sacri a Thot, dei quali sono state ritrovate migliaia di mummie molte delle quali sono ancora in loco”.

“L’esercito” di ushabti trovati nelle tombe rupestri di Tuna el-Gebel (foto ministero delle Antichità egiziane)

“La scoperta delle tombe con gli ushabti, oltre mille statuette in faience”, interviene il ministro, “è destinata a portare a nuove rivelazioni una volta completati gli scavi del sito, una necropoli  per tombe di famiglia, che comprende un gran numero di pozzi di sepoltura. Finora ne sono state trovate otto che si possono datare tra la fine del periodo Tardo e l’inizio del periodo Tolemaico. La missione ha trovato una quarantina di sarcofagi in calcare, un gruppo di sepolture dei sacerdoti del dio Thot, la divinità principale del XV nomo la cui capitale era Ashmunein”.  Secondo il ministro particolarmente interessante una tomba che dai primi rilievi sembrerebbe appartenere a un sommo sacerdote di Thot, l’antico dio egizio della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria, rappresentato con una testa di Ibis. Il sacerdote, identificato dai geroglifici sui vasi canopi come Djehuty-Irdy-Es, ricevette il titolo di “Uno dei Grandi Cinque”, che veniva riservato al più anziano dei sacerdoti del dio. Tra i reperti, alcuni dei quali perfettamente conservati, è stato trovato anche uno scarabeo che riporterebbe l’iscrizione propiziatoria “Buon anno”. “Il caso ha voluto”, ha fatto notare Mostafa Waziry, “che quello scarabeo sia stato ritrovato proprio alla fine di dicembre 2017”.

Antico Egitto: nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro certificato da Iri-en-Akhti, il più antico medico veterinario che si conosca. Lo ha scovato Maurizio Zulian che lo ha presentato in anteprima all’ordine dei veterinari di Trento

Particolare della scena di sacrificio rituale di un toro conservato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

Maurizio Zulian nell’incontro con i veterinari trentini al Muse di Trento (foto Graziano Tavan)

Maurizio Zulian e Alberto Aloisi al Muse di Trento (foto Graziano Tavan)

È il più antico medico veterinario che si conosca della storia dell’uomo. Si chiamava Iri-en-Akhti e operava alla corte del faraone quasi 5mila anni fa. A scovarlo è stato Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto (Trento), che ha osservato con attenzione la raffigurazione della macellazione di un toro rappresentata sulla parete della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara, una delle aree archeologiche più importanti per l’Antico Egitto. La cappella è chiusa ai turisti, ma Zulian da anni, operando in stretta sintonia con il Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba di Egitto, raccoglie immagini proprio nei siti di quell’Egitto precluso per motivi diversi ai viaggiatori, quasi “segreto”, immagini in gran parte confluite nell’archivio fotografico del museo civico di Rovereto, regolamentato dal primo protocollo di intesa firmato dall’Egitto con un ente culturale al di fuori dei suoi confini. La mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara conserva uno dei gioielli dell’arte dell’Antico Regno (ca 2654-2190 a.C.): “Sono superbi bassorilievi dipinti di una rara e squisita raffinatezza”, sottolinea Zulian. La “figura del medico veterinario nell’Antico Egitto” attraverso una rara scena di macellazione e ispezione nell’Antico Regno (2700 – 2195 a.C.) è stata presentata in anteprima da Maurizio Zulian in una speciale serata con un uditorio speciale, i medici veterinari della provincia di Trento, e in un luogo speciale, il Muse, il museo delle Scienze di Trento. “Sono orgoglioso di aver potuto offrire agli iscritti, in occasione dell’assemblea annuale, l’incontro con Maurizio Zulian”, interviene Alberto Aloisi, presidente dell’ordine dei medici veterinari della provincia di Trento: “scopriamo così come la nostra professione abbia origini molto lontane”.

Scena di macellazione su un bassorilievo conservato al museo Egizio del Cairo

Il geroglifico composto da freccia. vaso globulare e uomo seduto, che si legge “swnw” e significa “medico”

L’Egitto, già in antico, era famoso per l’alta professionalità dei suoi medici. Già il poeta Omero declamava l’Egitto “terra fertile che produce droghe in abbondanza; alcune sono medicine, altre veleni”, ma soprattutto lo ricordava come “il Paese dei medici più sapienti della terra”. E Zulian ricorda che la fama dei medici egizi era così grande anche al di fuori dei confini del loro Paese, che sono molti i sovrani stranieri a richiedere le loro prestazioni, come è ben documentato negli archivi reali di Amarna, in epoca ramesside e nell’Epoca Tarda. E nell’Antico Egitto i medici sono già distinti in generici e specialisti. “In Egitto hanno diviso la medicina come segue: ciascun medico è medico di una sola malattia, non di più”, scrive Erodoto nel V sec. a.C. “Dappertutto dunque è pieno di medici: ci sono i medici degli occhi, della testa, dei denti, delle malattie del ventre, delle malattie di identificazione incerta”. Ma quello che è sorprendente, sottolinea ancora Zulian, è che “non solo era chiara la distinzione tra medico vero e proprio e chirurgo, ma anche quella tra medico dell’uomo e dell’animale: i documenti relativi ad alcuni medici appaiono infatti più esattamente riferiti a medici veterinari che a medici tradizionali, anche se il geroglifico che li rappresenta è il medesimo: swnw”. Come è rappresentato il termine swnw? “Il termine egizio per indicare il personaggio che assolveva le funzioni di medico”, spiega Zulian, “era costituito da segni grafici rappresentanti una freccia per il fonema swn e un vaso globulare per il fonema nw: a questi è aggiunto il segno di un personaggio seduto, determinativo che non si legge, ma espressione fonetica per indicare che si parla di  un uomo: freccia, vaso globulare e personaggio seduto danno origine al termine: swnw, la cui etimologia non è ben chiara ma che significherebbe Colui che solleva quelli che hanno male, o ancora Colui che si interessa a chi soffre”.

Il disegno grafico della rappresentazione della macellazione di un toro con un sacrificio rituale nella cappella di Ptah-hotep e Ankh-hotep

L’ingresso della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

La figura del medico veterinario in Antico Egitto compare sia in alcune rare scene di ispezione e macellazione del bestiame, sia in un contesto non specialistico. L’esempio più antico conosciuto, come dicevamo, è quello del medico veterinario Iri-en-Akhti, rappresentato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara. “Nella parete di ingresso della cappella possiamo ammirare la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro, sotto la supervisione di un swnw di nome Iri-en-Akhti, una scena unica nell’iconografia dell’Egitto Antico”, inizia la descrizione Zulian. “Gli egizi solevano rappresentarla fin dall’inizio in tutte le sue fasi: come si afferrava il toro per le corna per piegargli la testa all’indietro e farlo così cadere, come veniva legato, iugulato, sezionato con una pietra affilata da macellai esperti sino a raffigurare come venivano trasportati i pezzi da portatori nel corteo funebre per l’alimentazione del defunto”.

L’ultima scena del registro superiore con il medico veterinario Iri-en-Akhti che certifica che l’animale sacrificato era sano

Nella cappella di questa tomba la scena raffigura il toro già abbattuto e immolato a terra e i macellai al lavoro a sezionare le parti destinate al banchetto funebre. Ma l’eccezionalità della raffigurazione è nell’ultima scena del registro superiore. “Qui”, indica Zulian, “vediamo un macellaio che, senza allentare la presa dell’animale abbattuto, mette la sua mano sinistra, bagnata dal sangue dell’animale sacrificato, sotto il naso di un alto funzionario – il nostro Iri-en-Akhti – che assiste, accompagnando questo gesto con le parole: Guarda questo sangue. Il funzionario, per niente turbato, piega leggermente  il capo ed annusa dicendo: è puro. Sembra di leggere un fumetto, tanto la scena è viva”.

La cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Sakkara con la scena della macellazione rituale alla sinistra della porta

Il grafico con il dettaglio dell’ispezione del veterinario Iri-en-Akhti

L’esame che Iri-en-Akhti fa del sangue del toro – riassume Zulian – ha lo scopo di stabilire se questo sangue è puro e non presenta tracce di malattie, che presso gli Egizi potevano essere riconosciute attraverso l’odore, il colore, l’aspetto in genere e anche il sapore. Si tratta di un esame post-mortem condotto sulle parti interne dell’animale ma molto probabilmente anche un’ispezione sulle modalità di macellazione. Gli antichi Egizi controllavano con attenzione nei minimi dettagli tutte le operazioni di macellazione e non solo consideravano alcuni indicatori esterni per riconoscere lo stato di purezza degli animali, ma essi li esaminavano nuovamente e scrupolosamente dopo la morte, per assicurarsi che non presentassero traccia di alcuna malattia organica, di alcuna lesione insospettabile in vita, di una di quelle infermità descritte nei Libri Sacri che rendevano la carne impura. Lo scopo finale era comunque stabilire se l’animale era commestibile da un punto di vista igienico. “Si può quindi concludere che nella cappella di Ptah-hotep viene descritto un comportamento puramente igienico, usanza questa che comunque non sembra essere stata molto diffusa, perché non si registra che poche volte e che Iri-en Akhti sia stato uno dei primi veterinari nella storia dell’Uomo, sicuramente il primo del quale ci sia pervenuta l’identità e la raffigurazione”.

Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto: il museo Civico di Rovereto presenta il primo volumetto di una collana didattica sull’Antico Egitto, illustra l’archivio digitale dei siti egizi con le fotografie di Maurizio Zulian, e anticipa il progetto Festival del Cinema archeologico con i film della Rassegna roveretana

Il manifesto della Fiera del Libro che si è tenuta ad Alessandria d’Egitto

Dalle Alpi alle Piramidi: il Museo Civico di Rovereto intensifica i progetti di collaborazione con i partner della Repubblica araba d’Egitto. A fare il punto dei risultati raggiunti è Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione MCR, con la delegazione roveretana, composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dai rappresentanti della Fondazione Museo Civico (il vicedirettore Alessio Bertolli e il conservatore onorario Maurizio Zulian), al ritorno dalla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, tenutasi dal 23 marzo al 4 aprile 2017 nella prestigiosa sede della Biblioteca Alessandrina. Nell’ambito della manifestazione, in cui l’Italia era ospite d’onore, l’Istituto Italiano di Cultura ha presentato una serie di iniziative editoriali dell’Italia e di istituzioni culturali italiane, dedicando particolare spazio alla presentazione in anteprima dell’ultimo libro stampato al Cairo dall’IIC, redatto a cura della Fondazione Museo Civico di Rovereto in base a un progetto di collaborazione che ha preso avvio nel 2016.

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Il Museo Civico di Rovereto”, ricorda Maurina, “negli ultimi decenni ha potenziato in particolare il settore della didattica museale con programmi educativi, laboratori e iniziative editoriali specificamente dedicate al mondo della scuola. Si pone dunque in totale armonia con le attività della Fondazione il progetto, nato da un’idea del ministro delle Antichità dell’Egitto Khaled El-Enany e del direttore dell’Istituto Italiano Paolo Sabbatini, di una collana di libretti “tascabili” dedicati all’antico Egitto e destinati a un pubblico compreso fra gli 8 e i 12 anni”. Il primo libretto, “Egitto, terra del Nilo”, a cura di Barbara Maurina, è una presentazione dell’Egitto antico e costituisce una sorta di “pubblicazione-pilota”, cui potranno fare seguito altri volumetti dedicati a diverse tematiche sull’Antico Egitto. Il formato, messo a punto da Edizioni Osiride di Rovereto, cui si deve anche l’impostazione grafica, è particolarmente maneggevole (21×15 cm); il testo, bilingue (italiano/arabo), è stato redatto in un linguaggio semplice ed essenziale dall’egittologa Giuseppina Capriotti, direttrice del Centro Archeologico dell’Istituto Italiano di Cultura al Cairo. “Nella convinzione dell’utilità del gioco creativo nell’apprendimento infantile”, continua Maurina, “questa pubblicazione è stata concepita come un libro-gioco, con una parte (tavole da colorare, costruzione di una piramide) dedicata per l’appunto all’assimilazione dei concetti e delle informazioni di base attraverso il momento ludico. Le illustrazioni del libretto sono di due tipi: da un lato le tavole a colori originali di Davide Lorenzon dell’Accademia delle Arti Grafiche di Venezia, appositamente create per questa pubblicazione ed esposte, nell’ambito della Fiera del libro di Alessandria, in una mostra dedicata agli illustratori italiani di libri per bambini, dall’altro le fotografie di Maurizio Zulian, conservate nell’Archivio fotografico della Fondazione MCR”.

Il segretario del Supremo consiglio delle antichità dell’Egitto a Rovereto con Barbara Maurina e Maurizio Zulian

Com’è noto, la Fondazione Museo Civico di Rovereto da diversi anni, grazie all’instancabile attività del conservatore onorario Maurizio Zulian, intrattiene un proficuo rapporto con il ministero delle Antichità dell’Egitto, che nel 2004 ha condotto alla firma di una convenzione tra la Fondazione e il Supreme Council of Antiquities of Egypt, rinnovata e perfezionata nel 2015. Più recentemente l’istituzione roveretana ha attivato una nuova collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura al Cairo, il quale ha voluto coinvolgere la Sezione Archeologica del museo in un progetto editoriale a carattere sull’antico Egitto. “Entusiastica la risposta”, sottolinea l’archeologa roveretana, “ponendosi l’iniziativa in perfetta sintonia con la vocazione e la visione del Museo Civico, che pur riservando ampie energie alla ricerca storico-archeologica in ambito locale, ha però sempre mantenuto uno sguardo a 360 gradi sull’archeologia del Mediterraneo: si pensi solo che da Rovereto provengono gli scopritori delle culture preistoriche della Sicilia e della civiltà minoica a Creta, Paolo Orsi e Federico Halbherr”.

Maurizio Zulian e Barbara Maurina durante il loro intervento alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto

La presenza della delegazione roveretana alla Fiera del libro di Alessandria d’Egitto è stata l’occasione per illustrare anche l’archivio digitale roveretano dedicato all’archeologia e alle immagini dell’Egitto realizzate da Maurizio Zulian, accessibile al pubblico sul sito della Fondazione Museo Civico (www.fondazionemcr.it), A questa e alle altre attività divulgative museali è stato infatti dedicato, il 24 marzo, un intervento dal titolo: “The knowledge dissemination in a modern museum: the case of the Civic Museum of Rovereto Foundation”. Non si è persa poi l’occasione di presentare in anteprima la prossima edizione della Rassegna del Cinema archeologico di Rovereto e il progetto “Festival del Cinema Archeologico”, a cui la Fondazione sta lavorando in questi mesi in collaborazione con il Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa mira a promuovere in territorio egiziano una manifestazione itinerante dedicata all’archeologia, da tenersi al Cairo, ad Alessandria e a Luxor; protagonista il documentario archeologico, con una selezione dei migliori film dell’archivio roveretano. Le aree tematiche individuate sono i luoghi e le storie d’Italia, i luoghi e le storie dell’Egitto, le culture del Mediterraneo e i siti archeologici inaccessibili. “Un grande progetto”, conclude Maurina, “declinato in modi diversi, dunque, quello portato avanti dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con il sostegno del Comune; un progetto che mira ad avvicinare il pubblico italiano a un Paese ricco di storia e fascino come l’Egitto e al contempo a divulgare all’estero la ricchezza di iniziative e attività culturali messe a punto dalle istituzioni roveretane”.

Egitto. I frammenti trovati alla periferia del Cairo appartenevano al faraone Psammetico I (XXVI Dinastia) e non a Ramses II: ora esposti nel giardino del museo Egizio del Cairo. Ne parla Zulian del museo di Rovereto al ritorno da una missione in Egitto, e spiega l’equivoco iniziale

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale appena scoperta

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Non è Ramses II”. A poco più di due settimane dall’eccezionale ritrovamento da parte di una missione tedesco-egiziana (“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”, aveva esultato il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani) nel quartiere di el-Matariya, alla periferia del Cairo, dei frammenti della statua colossale di un faraone, subito associata al faraone più famoso, Ramses II, notizia che aveva fatto rapidamente il giro del mondo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/13/egitto-scoperti-alla-periferia-del-cairo-dove-tremila-anni-fa-sorgeva-la-grande-citta-di-eliopoli-i-frammenti-di-una-statua-colossale-di-ramses-ii-probabilmente-veniva-dal-tempio-che-il-grande-far/), gli archeologi egiziani correggono il tiro e danno un nome preciso al faraone ritrovato: “Psammetico I”. Il ché comunque lascia aperto ancora qualche interrogativo, essendo la più grande statua monumentale del Periodo Tardo mai trovata finora. A darne notizia, Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo civico di Rovereto, al rientro in Italia dal Cairo dove, con la delegazione roveretana composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dall’archeologa del museo civico Barbara Maurina, ha partecipato alla presentazione alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, della pubblicazione bilingue italiano-arabo “Egitto, terra del Nilo”, curata dall’Istituto italiano di Cultura al Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I nei giardini del museo Egizio del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

“Dopo la scoperta e il recupero a el-Matariya, i due frammenti del torso e della testa coronata, appartenuti alla statua di quello che si riteneva Ramses II, sono stati ripuliti e portati nel giardino esterno del museo Egizio del Cairo, visibili al pubblico, dove è posto anche il sarcofago di Auguste Mariette, il famoso egittologo che fondò il primo nucleo dell’Egizio nel 1858”, racconta Zulian. È proprio lì che l’esperto roveretano ha avuto modo di osservare da vicino i due frammenti ospite delle massime autorità egiziane, tra cui il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità egizie, Moustafa Amin: “A chiarire ogni dubbio è stato il ritrovamento sul pilastro posteriore della statua scoperta il 7 marzo 2017 del cartiglio con uno dei cinque nomi del faraone: si tratta di Psammetico I (664-610 a.C.), il primo faraone della XXVI Dinastia con cui si apre il cosiddetto Periodo Tardo. Ma non c’è dubbio che questa datazione mostra dettagli arcaicizzanti dove le caratteristiche del re seguono stili di epoche diverse”. La statua, alta nove metri, è stata realizzata con la quarzite proveniente dalla cava di Gebel Ahmar nei pressi del Cairo. Proprio questa pietra molto resistente, costituita da arenaria con grani di sabbia cementati da quarzo, non solo ha permesso di resistere per due millenni e mezzo, superando il degrado e l’erosione delle acque del vicino Nilo, ma fa escludere che al momento del recupero da parte degli archeologi lo scorso marzo 2017 sia stata danneggiata dall’escavatore.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Ma come mai si era subito parlato di Ramses II? “Non dobbiamo mai dimenticare”, spiega Zulian, “che lì dove oggi c’è il quartiere di el-Matariya duemilasettecento anni fa sorgeva la città di Eliopolis, sacra al dio Sole, dove si sa sorgeva anche un imponente tempio di Ramses II, ricco di statue, che col declino dei faraoni caddero in rovina e divennero cava di materiale pregiato da riutilizzare all’occorrenza. Niente di più probabile quindi che questa in origine sia stata effettivamente una statua monumentale di Ramses II, che più di mezzo millennio dopo è stata riutilizzata e personalizzata da Psammetico I”.

Uno dei due frammenti trovati nel 2016 a el-Matariya con il dettaglio del rilievo di Ramses II (foto Maurizio Zulian)

Con l’occasione del trasferimento dei due frammenti della statua di Psammetico I nel giardino del museo Egizio del Cairo, il Supremo consiglio delle Antichità egizie ha deciso di portare anche i due blocchi scoperti nella stessa zona nel settembre 2016 sempre dalla missione tedesco-egiziana, blocchi che provenivano dal tempio di Ramses II costruito per il dio Amon e sua moglie, la dea Mut. Il rilievo rappresenta la cerimonia dell’unzione con il faraone Ramses II e la dea Mut seduta.

 

Egitto. Sulle orme dei legionari negli insediamenti romani del tardo Impero a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale tra controlli di frontiera e attività agricole. Al progetto Life dell’archeologa Corinna Rossi assegnato l’Erc Consolidator Grant: è la prima volta che viene premiata la ricerca archeologica italiana dall’European Research Council

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell'Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell’Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il logo dell'Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Il logo dell’Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga è un puntino nel deserto occidentale egiziano. Ma non di poco conto. Di qui passava il limes (confine) meridionale dell’impero romano. Ma Roma era distante quasi 2000 miglia. Collegamenti e rifornimenti richiedevano tempi lunghi e innegabili difficoltà logistiche. Così i legionari romani e le loro famiglie organizzarono gli insediamenti per garantirsi una certa autonomia logistica. Ed è proprio per capire meglio l’organizzazione di questi insediamenti che Corinna Rossi, laureata in Architettura a Napoli e specializzata in Egittologia a Cambridge, ha ideato il progetto Living In a Fringe Environment (L.I.F.E.). L’eccellenza scientifica della ricercatrice e del suo progetto ha convinto il Consiglio europeo della Ricerca (Erc) ad assegnare proprio a Rossi e al suo Life un Erc Consolidator Grant di 2 milioni di euro per la durata di cinque anni. È la prima volta che la ricerca italiana si aggiudica il Grant Erc europeo in archeologia. Per lo sviluppo del suo progetto Life, Corinna Rossi ha scelto il Politecnico di Milano mentre Partner Institution sarà l’università di Napoli Federico II.

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib del progetto Life

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib per il progetto Life

Il progetto si propone dunque di studiare gli insediamenti archeologici Tardo Romani ai confini delle zone desertiche per ricostruire la strategia utilizzata dall’Impero Romano nello sfruttamento e nella gestione delle sue frontiere. La ricerca inizierà ufficialmente il 1° luglio 2016 e i primi passi saranno l’organizzazione del complesso scavo archeologico che aprirà nel 2017 e la creazione di un database che dovrà contenere tutte le informazioni rilevate. Come “caso studio” è stato scelto Umm al-Dabadib, il sito meglio preservato tra quelli situati all’interno dell’Oasi di Kharga, in pieno deserto, a 700 chilometri a sud del Cairo, 250 chilometri ad ovest di Luxor e a 50 chilometri dal primo centro abitato, in ambiente remoto e duro.

Una veduta dell'oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Una veduta dell’oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

L'archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto "Living in a Fringe Environment" (Life)

L’archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto “Living in a Fringe Environment” (Life)

Per la ricercatrice, alternative all’Italia non sono state nemmeno considerate. «Il Politecnico di Milano e l’Università Federico II di Napoli”, sottolinea Rossi, “sono le uniche due istituzioni che contengono la combinazione giusta di expertise che servono per portare avanti il mio progetto. Anzi, si potrebbe anche dire il contrario: il progetto stesso è stato ideato sulla base di ciò che è possibile fare grazie a quello che le due istituzioni offrono in termini di competenze”. Tutti i siti Tardo Romani dell’Oasi di Kharga, spiegano al Politecnico, “condividono le stesse caratteristiche architettoniche e sono dotati di simili stanziamenti agricoli”. Kharga è una delle più grandi oasi del deserto occidentale egiziano. Occupa una grande depressione completamente disabitata posta a 700 km a sud del Cairo e a 250 km a ovest di Luxor. L’oasi di Kharga (dall’arabo “kharug”, cioè “uscita”) rappresentava un’importante punto di riferimento lungo le via carovaniere che, nell’antichità, attraversavano il deserto e che permettevano appunto di “uscire” ed entrare nel grande bacino dalla Valle del Nilo. La sua antica importanza strategica fu sfruttata in particolare dai romani, che installarono lungo la via del deserto un forte militare e vari insediamenti in ogni grande oasi. Umm al-Dabadib è una di queste, ed è stata scelta come caso di studio del progetto tutto italiano Life.

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest'area di deserto

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest’area di deserto a Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga

L'impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

L’impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

Lo studio di Umm al-Dabadib permetterà quindi la ricostruzione della strategia romana per il controllo delle vie del deserto che si incontravano in questa Oasi, e offrirà un importante contributo al dibattito sulla difesa dei confini dell’Impero nel periodo storico compreso tra Diocleziano e Costantino e oltre, fino al V secolo d.C. Umm al-Dabadib offre infatti la possibilità unica di studiare un sito Tardo Romano in ottime condizioni, lì sopravvivono in eccellente stato di conservazione sia l’insediamento fondato nel IV secolo d.C., sia l’intero sistema agricolo che rendeva possibile la vita di una grande comunità ai confini del mondo abitabile. “L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto; questo sistema permetteva agli abitanti di proteggersi efficacemente dal sole e dalla sabbia”, spiega l’egittologa Rossi. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, lunghi ognuno tra i 2 e i 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto.

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il 3D Survey Group del Politecnico di Milano si occuperà del rilievo 3D delle rovine architettoniche dell’intero insediamento fortificato, svilupperà e sperimenterà nuove tecniche di rilievo da applicare in ambienti logisticamente complessi come il Deserto Occidentale Egiziano, e coordinerà lo scavo archeologico e l’elaborazione di tutti i dati raccolti. Il Centro Musa-Musei delle Scienze Agrarie della Federico II studierà invece l’imponente sistema agricolo che serviva il sito con analisi archeobotaniche, studio delle ceramiche, analisi delle immagini satellitari. Costruirà un modello dinamico dell’antico sistema agricolo, sulla base del quale verrà creata un’installazione multimediale permanente ai musei delle Scienze Agrarie, situati nella Reggia di Portici. Life proseguirà “con l’apertura di vari fronti di ricerca che coinvolgeranno un team italo-egiziano di specialisti in una decina di campi disciplinari diversi” informa ancora il Politecnico di Milano. Il progetto continuerà la collaborazione già iniziata con le istituzioni egiziane, che punta alla creazione di un Parco Naturale intorno al sito di Umm al-Dabadib e a supportare la richiesta egiziana di riconoscere l’Oasi di Kharga come Area Protetta Unesco.

L'archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

L’archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

E proprio a Umm al-Dabadib potrebbero incrociarsi gli interessi anche del museo civico di Rovereto che vanta un archivio fotografico unico e inestimabile dei siti del medio Egitto e l’unico protocollo d’intesa del Consiglio supremo delle Antichità dell’Egitto con un ente straniero attivo già dal 2004 con Zahi Hawass (aggiornato e ampliato nel 2015 dall’attuale segretario del Csa, Moustafa Ali Moustafa). Proprio il curatore del database e conservatore onorario per l’Egittologia del museo civico di Rovereto, Maurizio Zulian, in una recente missione all’oasi di Kharga con il responsabile della New Valley, Ahmed Ibrahim Baghat, ha preso contatto con Corinna Rossi per una più stretta futura collaborazione con il museo roveretano per eventuali produzioni di informazione scientifica.

25. Rassegna del Cinema Archeologico: alla quarta giornata protagonista l’Antico Egitto con Cleopatra, i faraoni e le rovine di Umm el-Dabadib nell’oasi di Kharga

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, oggi a Rovereto, in una loro missione nel deserto nubiano

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, oggi a Rovereto, in una loro missione nel deserto nubiano

L’Antico Egitto protagonista della quarta giornata della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto (7-11 ottobre). Sfiorato dalle proiezioni in programma nelle sedi “distaccate” di Mart, Muse e Museo Civico, l’Antico Egitto è presente in maniera marcata venerdì 10 ottobre. Da segnalare il documentario di Alfredo e Angelo Castiglioni Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra e lo statunitense Building Pharaoh’s Chariot, ovvero la Costruzione del carro dei Faraoni. Alle 17.45 al Melotti il consueto appuntamento con le conversazioni della Rassegna: ospite d’eccezione del confronto è in questo caso Corinna Rossi, direttrice della missione archeologica di Umm el-Dabadib.

Le rovine di Umm el-Dabadib nell'oasi di Kharga in Egitto

Le rovine di Umm el-Dabadib nell’oasi di Kharga in Egitto

Le rovine di Umm el-Dabadib sono tra le meglio conservate dell’Oasi di Kharga. Sorgono in una regione remota, sono isolate ai piedi del Gebel, lontane da itinerari battuti in un luogo di sorprendente bellezza tra montagne e dune dorate. Le difficoltà di accesso, le temperature estreme che in estate possono anche superare i 50 gradi, e le frequenti tempeste di sabbia hanno finora scoraggiato gli archeologi a intraprendere scavi regolari, limitandosi a ricognizioni di superficie. L’insediamento romano risale al III-V secolo, anche se il posto era certamente già stato abitato in precedenza, e i resti archeologici ricoprono una superficie di vaste proporzioni (circa 150 kmq). L’agglomerato più importante è costituito da un forte in mattoni crudi con due torri agli angoli del lato sud, dov’è l’ingresso, edificato all’interno di un insediamento fortificato. Ed è proprio questo forte ad essere presentato grazie a una ricostruzione tridimensionale in anteprime alla Rassegna.

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin, segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità dell'Egitto

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin, segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità dell’Egitto

Negli anni la Fondazione Museo Civico, attraverso Maurizio Zulian, collaboratore del Museo civico di Rovereto e autore dell’archivio fotografico con i tesori egizi inediti o chiusi al pubblico, che si trovano nel Medio Egitto, ha saputo stringere relazioni importanti con il mondo egizio. Il rapporto con la Repubblica Araba d’Egitto risale a molti anni fa. Nel febbraio 2004 fu formalizzato con la firma di un protocollo, grazie al quale il Museo Civico di Rovereto era autorizzato ad allestire, all’interno della propria banca dati, una fototeca con immagini di assoluta novità. Dopo le vicende che hanno interessato il mondo arabo portando alla destituzione della vecchia classe politica, l’istituzione trentina è riuscita a riavviare la collaborazione con la nuova dirigenza. L’anno scorso una delegazione egiziana guidata dal nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, è stata ospite della Rassegna (vedi i post del 20, 23 e 26 novembre 2013 su archeologiavocidalpassato) e con il museo Civico ha affrontato la stesura di un nuovo protocollo che oggi è quasi completato e verrà firmato prossimamente da entrambe le parti.

L’Egitto oggi: tra rivoluzione e grandi progetti. Colloquio con il nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità

Manifestazione in Egitto: la terra dei faraoni sta conoscendo profondi cambiamenti

Manifestazione in Egitto: la terra dei faraoni sta conoscendo profondi cambiamenti

La rivoluzione araba spazzerà via millenni di storia e di arte nella terra dei faraoni? L’Egitto, così amato dai turisti di tutto il mondo tanto da essere il Paese con maggior fidelizzazione (ci si torna almeno tre volte nella vita, una media quasi unica), rischia di essere precluso ai visitatori e agli appassionati? Le missioni archeologiche internazionali potranno continuare e i tesori scoperti nei secoli sono al sicuro? Sono solo alcune delle problematiche che chi ama l’Egitto si è posto negli ultimi mesi, e alle quali il nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, risponde con franchezza e senza remore, si potrebbe dire col cuore in mano, dimostrando di essere profondamente innamorato del proprio Paese: il colloquio è stato raccolto a Rovereto in occasione della recente Rassegna internazionale del Cinema archeologico: un’occasione eccezionale, perché era la prima volta – dalla sua nomina nel 2011 subito dopo la caduta del governo Moubarak e l’arrivo al potere dei Fratelli Musulmani – che Mostafa Amin Mostafa Sayed usciva dall’Egitto per un viaggio ufficiale in Italia.

Maurizio Zulian in "missione" in Egitto

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

E la scelta di Rovereto, se pur inusuale (come si potrebbe pensare, visto che nel centro trentino non si conserva alcuna delle importanti collezioni egizie conservate in Italia), non è casuale: quasi dieci anni fa ormai (era il febbraio 2004) la Repubblica araba d’Egitto con il Supremo consiglio delle Antichità stipulò proprio con Rovereto e il suo Museo Civico la prima (e al momento ancora unica) convenzione internazionale per l’utilizzo dei diritti delle immagini dell’immenso patrimonio che l’Antico Egitto ci ha lasciato. Si tratta dell’imponente fototeca (decine di migliaia di foto) messa insieme in decenni di “missioni” del grande appassionato ed esperto della civiltà dei Faraoni, Maurizio Zulian, che ha concentrato gran parte del suo interesse nel Medio Egitto e, cosa ancora più importante, a quei siti eccezionali ma nella loro quasi totalità preclusi al pubblico. Il suo “Egitto segreto” è diventato un must del museo Civico di Rovereto che ha digitalizzato, didascalizzato e georeferenziato le immagini, mettendole a disposizione degli internauti di tutto il mondo.

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Mostafa Amin

Nuova convenzione. Ma dalla prima forma non solo sono cambiati i tempi e la situazione politica ma anche le persone, così l’Egitto con il nuovo responsabile delle Antichità ha voluto dare nuovo impulso alla convenzione avviandone con il museo Civico, nel frattempo divenuto Fondazione, l’aggiornamento e il rinnovo.  Mostafa Amin Mostafa Sayed, egittologo-islamista, a Rovereto è giunto in delegazione accompagnato da Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, responsabile dell’Alto Egitto (che ha in Luxor e la valle dei Re i suoi punti di forza), e Mansour Boraik Radwan Karim, responsabile del Medio Egitto, con i centri di Minya e Assiut, e delle oasi del sud: Farafra, Dakhla e Kharga. Il segretario generale parla a ruota libera di rivoluzione, Fratelli Musulmani, missioni archeologiche, tutela al patrimonio archeologico, valorizzazione dei siti, grandi progetti culturali. Ecco i contenuti del colloquio.

(1 – continua; nuovo post nei prossimi giorni)