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Firenze capitale dell’Egittologia mondiale: dal 23 al 30 agosto ospita l’11° congresso internazionale di Egittologia. Rinnovato il museo Egizio di Firenze

Dal 23 al 30 agosto Firenze diventa capitale mondiale dell'Egittologia con l'XI congresso internazionale

Dal 23 al 30 agosto Firenze diventa capitale mondiale dell’Egittologia con l’XI congresso internazionale

La presentazione dell'XI congresso internazionale di Egittologia

La presentazione dell’XI congresso internazionale di Egittologia

Da Mamdouh El Damathy a Abdel-Wahed El Nabawi, cioè dal ministro egiziano alle Antichità che apre al collega alla Cultura che chiude: in mezzo 700 egittologi provenienti da oltre 30 paesi di Europa, Asia, Africa, Americhe e Oceania attesi a Firenze per l’XI International Congress of Egyptologists. Società, religione, linguaggio, testi sacri, storia, archeologia e patrimonio: l’egittologia dalla A alla Z. Dal 23 al 30 agosto 2015 Firenze si immerge nell’affascinante mondo dell’antico Egitto, ospitando l’undicesimo Congresso internazionale di Egittologia, organizzato dall’International Association of Egyptologists, la soprintendenza Archeologia della Toscana, il Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies del capoluogo toscano e il museo Egizio di Firenze. Un grande appuntamento per gli egittologi di tutto il mondo che a Firenze si confronteranno sulle proprie ricerche sull’Antico Egitto. La manifestazione è tanto più importante in quanto si svolge nell’Anno della cultura egiziana in Italia, con approfondimenti dei rapporti culturali tra Italia ed Egitto. E per la Toscana è un “fiore all’occhiello” nel palinsesto degli eventi promossi nel 2015 “anno del’archeologia in Toscana” (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/26/2015-anno-dellarcheologia-in-toscana-a-tourisma-il-soprintendente-pessina-anticipa-il-ricco-programma-di-eventi/). A presentarlo il vicesindaco Cristina Giachi, il soprintendente archeologo della Toscana Andrea Pessina, il direttore del museo Egizio di Firenze Maria Cristina Guidotti, la professoressa Gloria Rosati egittologa dell’università di Firenze, Stefano Anastasio della soprintendenza Archeologia della Toscana, i co-direttori del CAMNES Stefano Valentini e Guido Guarducci. “Questo convegno di rilevanza internazionale quest’anno ha un significato particolarmente importante”, spiega Giachi, “perché l’egittologia mondiale, che da tempo non si riuniva, trova a Firenze il luogo per fare il punto sugli studi, la scienza e la condizione della conservazione del patrimonio culturale in un momento in cui questi temi non hanno solo rilevanza scientifica o culturale, ma sollecitano anche una riflessione sulla nostra condizione umana alla luce dei drammatici fatti che stanno avvenendo in questo periodo in Egitto e in tutto l’Oriente mediterraneo”. L’evento fiorentino costituisce infatti il primo incontro dopo una lunga pausa: la IAE – International Association of Egyptologists, si era riunita infatti l’ultima volta a Rodi, nel 2008, in occasione del ICE – International Congress of Egyptologists X. Allora era stato deciso che il successivo congresso sarebbe stato ospitato dall’Egitto, ma i noti fatti politici intervenuti nel paese hanno costretto ad annullare il progetto e a cercare un’altra sede. A seguito di una votazione a cui hanno partecipato tutti gli aderenti all’associazione, presenti in tutti i continenti, la candidatura di Firenze è stata dunque scelta come sede di questo appuntamento fondamentale per le ricerca egittologica internazionale vista la presenza dei maggiori esperti del settore. “Siamo orgogliosi di ospitare il convegno”, continua Giachi. “In città l’egittologia ha forti radici: il nostro museo egizio è il secondo in Italia, secondo solo a quello di Torino, c’è una soprintendenza molto attiva e un tessuto culturale scientifico rappresentato dall’Università di Firenze è da realtà come l’associazione CAMNES, tra i più rilevanti nella ricerca e nella diffusione dei risultati della ricerca archeologica in generale ed egittologica in particolare. Il convegno che si apre sabato però non sarà solo una festa, ma anche un momento di riflessione profonda che dovremo fare sul piano culturale e umanitario per i gravi fatti che stanno colpendo l’Egitto”.

Per una settimana a Firenze si confrontano 700 egittologi negli incontro dell'XI congresso

Per una settimana a Firenze si confrontano 700 egittologi negli incontro dell’XI congresso

Intenso il programma. La cerimonia di apertura, domenica 23 agosto, alle 17, nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, con gli interventi del ministro delle Antichità dell’Egitto Mamdouh el-Damaty (L’antico Egitto e l’egittologia contemporanea. Valutazioni, problemi e prospettive future”) e Fathi Saleh, della Biblioteca di Alessandria e consigliere culturale del Primo ministro (“Il patrimonio culturale nell’era digitale”). Dal mattino di lunedì 24 agosto al Giardino dei Semplici dell’Orto Botanico iniziano i lavori congressuali. Mercoledì nel tardo pomeriggio ci sarà una visita guidata al museo Egizio di Firenze. In Sala Battilani, giovedì pomeriggio workshop di e-gittologia con l’intervento di Jean Winand su “Un nuovo dizionario per l’Antico Egitto”; e venerdì pomeriggio sessione plenaria con John Baines (“Bibliografia egizia on-line: gli sviluppi”) e Paolo Sabbatini (“Egittologia e diplomazia: gli italiani e la nascita delle grandi collezioni”). Il congresso si chiude sabato 29 agosto, alle 19, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, con il concerto dell’Ensamble NESMA (Musicisti dell’Opera del Cairo) alla presenza dell’assessore alla Cooperazione e alle relazioni internazionali Nicoletta Mantovani e del ministro egiziano alla Cultura Abdel-Wahed El-Nabawi.

La sala VIII del museo Egizio di Firenze riallestita in occasione dell'XI congresso di Egittologia

La sala VIII del museo Egizio di Firenze riallestita in occasione dell’XI congresso di Egittologia

Le teche con le mummie, tra i reperti che raccolgono il maggior interesse all'Egizio di Firenze

Le mummie, tra i reperti che raccolgono il maggior interesse all’Egizio di Firenze

Il Congresso Internazionale di Egittologia è anche l’occasione per presentare al pubblico il rinnovato allestimento di alcune sale del museo Egizio di Firenze (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/29/al-museo-egizio-di-firenze-lavori-in-corso-in-vista-dellxi-international-congress-of-egyptologists-di-agosto/ ). In particolare la sala VIII, da sempre destinata all’esposizione delle mummie e degli oggetti di vita quotidiana in materiale deperibile, è stata oggetto di un efficace intervento di riallestimento e nuova illuminazione, che rende oggi decisamente suggestivo quest’ambiente, unico ad aver mantenuto, volutamente, gli arredi dell’allestimento originale di fine ‘800, con le vetrine in stile egittizzante e il soffitto dipinto a volta stellata. Tra i reperti esposti nella sala VIII, quelli che destano maggiore interesse, specie nelle scolaresche, sono le mummie. Oltre alle mummie umane (tra cui quella di un bambino, il piccolo Callisto) che si trovano nelle teche al centro della stanza, è oggi esposta in una vetrina la piccola mummia di un coccodrillo. Le vetrine centrali espongono invece oggetti in legno e in vimini di uso quotidiano in ottimo stato di conservazione: notevoli le ceste, una delle quali contiene ancora frutti di palma dum, le corde e le intelaiature di sgabelli e tavolini. La vetrina sull’altro lato della sala accoglie invece il corredo di Tjesraperet, nutrice della figlia del Faraone Taharqa (XXV Dinasia, 690-664 a.C.): tra i vari oggetti è degno di attenzione lo specchio, con tanto di custodia in legno, appartenuto alla donna, che era di alto livello sociale; nella sala è poi esposto il grande sarcofago con la cassa, entrambi in legno e dipinti, appartenuto alla nutrice.

“Lapislazzuli. Magia del blu”: per la prima volta in mostra a Firenze l’uso del “blu oltremare” nelle scienze e nelle arti dalle origini ai giorni nostri

Al museo degli Argenti in palazzo Pitti a Firenze la mostra "Lapislazzuli. Magia del blu"

Al museo degli Argenti in palazzo Pitti a Firenze la mostra “Lapislazzuli. Magia del blu”

Quando quel “magico blu” fece la sua apparizione in Europa eravamo già nel Medioevo. Venne chiamato “ultramarinum”, cioè proveniente da “al di là del mare”, da cui il nome di blu oltremare. Ma all’epoca quella pietra blu che altro non era che il lapislazzuli, in realtà era conosciuta da millenni. Ridotto in polvere ad uso di pigmento, il lapislazzuli fu utilizzato infatti fin dall’antichità e ricercato come preziosa pietra dura fino al XIX secolo. I gioielli in lapislazzuli diventano ora per la prima volta una grande mostra: “Lapislazzuli. Magia del blu”, ospitata fino all’11 ottobre al museo degli Argenti in Palazzo Pitti a Firenze: un viaggio che documenta la passione per questo prezioso materiale e il suo uso nelle scienze e nelle arti dalle origini ai nostri giorni.

Il lapislazzuli è una roccia composta da diversi minerali

Il lapislazzuli è una roccia composta da diversi minerali

“Contrariamente a quello che comunemente si pensa”, spiegano gli organizzatori, “il lapislazzuli non è un minerale ma una roccia composta da diversi minerali. Il suo colore blu è dato dal minerale che ne è dominante, la lazurite. Al mondo esistono pochi giacimenti di lapislazzuli, ma sono tutti legati tra loro da una comune geologia: il metamorfismo. Il giacimento principale, ed anche il più antico, citato da Marco Polo, si trova nelle montagne di Sar e Sang. Sono picchi che culminano a più di 7000 metri di altitudine, situati nell’Hindu Kush, nell’Afghanistan settentrionale ed accessibili solo attraverso passi situati a non meno di 5000 metri. Le lenti di lapislazzuli, spesse qualche metro, sembrano delineare dei drappeggi blu nel candore del marmo. Sono il risultato della circolazione di fluidi idrotermali profondi e ricchi di sodio, zolfo e cloro durante la formazione delle catene montuose. I sollevamenti tettonici hanno portato in seguito queste meraviglie alla superficie. Ed il lapislazzuli si estrae tuttora”.

L'utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica

L’utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

L’utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica. Il percorso della mostra inizia con reperti archeologici provenienti dagli scavi condotti nella valle dell’Indo (Mehrgarth, 7000 a.C.), in Mesopotamia (Sumer, 6000 a.C., Ur, 2500 a.C.) e in Egitto (durante la XVIII dinastia, 1500 a.C. circa). Colore iconografico della Santa Vergine, colore simbolico della dignità reale, colore emblematico dei re di Francia, colore della moda: il blu diventa, verso la fine del Medioevo, il più bello e nobile fra i colori. Importato in Europa in quantità importanti dai mercanti veneziani, il lapislazzuli veniva pagato a peso d’oro e divenne il “blu” per antonomasia, uno dei colori più ricchi e preziosi, che veniva spesso associato alla porpora e all’oro. Una sezione della mostra è dedicata proprio all’utilizzo del lapislazzuli in campo pittorico. Nel Rinascimento la preziosità del materiale fu particolarmente apprezzata a Firenze. Proprio alla corte dei Medici ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di oggetti in lapislazzuli d’Europa: non solo coppe, vasi e anfore, ma anche mobili intarsiati, piani di tavolo e commessi prodotti nelle botteghe fondate da Francesco I nel Casino di San Marco e nei laboratori istituiti da Ferdinando I nel complesso vasariano degli Uffizi, fino al tramonto della dinastia.

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

Verso la fine del XVII secolo e per tutto il XVIII, per la penuria di lazurite, ci fu una forte domanda di pigmento blu. Nel 1814 il chimico francese Tassaert, che lavorava in una fabbrica della società Saint-Gobain che produceva della calce, osservò la formazione spontanea di un pigmento blu molto simile all’oltremare: è la nascita della sintesi dell’oltremare artificiale. Lo sviluppo della chimica nel secolo dei Lumi, permise anche la scoperta di altri pigmenti sintetici. È stato solo nel XX secolo che si è ridato al lapislazzuli il suo ruolo aristocratico: nel 1956 l’artista francese Yves Klein mise a punto un particolare blu, molto profondo, utilizzando un pigmento oltremare sintetico mescolato ad una resina industriale. Questo colore, ricordo quasi perfetto di quel lapislazzuli impiegato per dipingere i manti delle Madonne del Rinascimento, diventerà celebre con il nome di International Klein Blue (Ikn). All’lkn è dedicata l’ultima sezione della mostra con opere degli artisti contemporanei che hanno utilizzato per le loro opere questi nuovi pigmenti.

Al museo Egizio di Firenze lavori in corso in vista dell’XI International Congress of Egyptologists di agosto

Le sale egittizzanti del museo Egizio di Firenze: sono progressivamente riallestite

Le sale egittizzanti del museo Egizio di Firenze: sono progressivamente riallestite

Il museo Egizio si rifà il look in vista del grande appuntamento di agosto, l’11°congresso internazionale degli Egittologi. Da fine aprile le sale dell’Egizio sono progressivamente interessate da un riallestimento che, senza mutare particolarmente il percorso espositivo attuale, consentirà però una migliore fruizione delle opere e degli oggetti esposti. Il riallestimento seguirà infatti i criteri già utilizzati per la sala I, andando a uniformare così l’aspetto delle sale del Museo. Nella prima settimana di lavori, dal 27 al 30 aprile, sono state chiuse le sale II e III. Progressivamente, con l’avanzamento dei lavori, la prima settimana di maggio la sala II è stata riaperta, mentre la sala III restava chiusa insieme alle sale IV-V. A seguire, con la riapertura della sala III, sono state chiuse le sale VI e VII e infine è toccato alla sala VIII, la più delicata e particolare del museo, che espone le mummie e gli oggetti di uso comune in materiale deperibile e che ancora conserva, unica in tutto il museo, le vetrine in stile egittizzante del primo allestimento, di fine ‘800. ll museo Egizio di Firenze – ricordiamolo – è secondo in Italia solo al famoso museo Egizio di Torino e vanta una collezione di oltre 14mila reperti, formatasi soprattutto nel XIX secolo: comprende materiale che va dalla preistoria all’epoca copta, con notevoli raccolte di stele, statue, sarcofagi, ushabti, amuleti, bronzetti, tessuti copti e oggetti di vita quotidiana di varie epoche. Il materiale è esposto con criteri cronologici in 11 sale.

In agosto a Firenze si ritroveranno a congresso i più grandi egittologi del mondo

In agosto a Firenze si ritroveranno a congresso i più grandi egittologi del mondo

I lavori, come si diceva, sono svolti anche in vista dell’XI congresso internazionale di Egittologia che Firenze ospiterà dal 23 al 30 agosto organizzato dalla soprintendenza per l’Archeologia della Toscana e dal museo Egizio con l’università di Firenze e l’associazione culturale Camnes (Center of Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies). Firenze è stata scelta come sede di questo appuntamento fondamentale per la ricerca egittologica internazionale al quale partecipano i maggiori esperti del settore, aderenti all’Iae (International Association of Egyptologists). L’evento costituisce il primo incontro dopo una lunga pausa: l’Iae si era riunita infatti l’ultima volta a Rodi nel 2008 al X congresso. Il congresso si svolge in coincidenza con un anno particolare: il 2015 è stato infatti proclamato “Anno della cultura egiziana in Italia” e vedrà lo svolgersi di numerosi eventi in tutto il Paese legati alle maggiori collezioni egizie italiane.

L’Atleta di Lisippo a Firenze non è in mostra a “Potere e Pathos” ma solo sul catalogo: il capolavoro è rimasto a Los Angeles. Resta aperta la vertenza con lo Stato Italiano per la sua restituzione dopo la confisca. L’ass. Cento Città chiede al ministero di interrompere la collaborazione con il Paul Getty Museum

La locandina della mostra "Potere e pathos" aperta fino al 21 giugno a Palazzo Strozzi a Firenze

La locandina della mostra “Potere e pathos” aperta fino al 21 giugno a Palazzo Strozzi a Firenze

Chi pensava di andare a Palazzo Strozzi a Firenze alla mostra “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico” per ammirare l’Atleta di Lisippo, evitandosi una più impegnativa “trasferta” al Paul Getty Museum di Los Angeles dove il famoso bronzo del IV secolo è attualmente conservato, è rimasto deluso. Il capolavoro non c’è. L’opera attribuita a Lisippo, al centro di un’aspra contesa tra Italia e Usa approdata di recente anche in Corte Costituzionale, è nel catalogo della mostra ma non è esposto: l’Atleta vittorioso non è mai arrivato nelle sale dell’esposizione. E il fatto risulta ancora più sconcertante se si tiene presente che tra gli ideatori e promotori della mostra, aperta fino al 21 giugno 2015 a Palazzo Strozzi a Firenze, c’è proprio il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, che ha operato insieme alla National Gallery of Art di Washington e alla soprintendenza per l’Archeologia della Toscana, portando in riva all’Arno eccezionali esempi di statue bronzee che raccontano gli sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.). È proprio in questo periodo che, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermano nuove forme espressive le quali, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. “L’utilizzo del bronzo”, spiegano gli organizzatori, “grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico.

Un sopralluogo delle autorità marchigiane al Paul Getty Museum di Malibu di Los Angeles dove c'è l'Atleta di Lisippo

Un sopralluogo delle autorità marchigiane al Paul Getty Museum di Malibu di Los Angeles dove è conservato l’Atleta di Lisippo

Probabilmente la “mancata” concessione dell’Atleta di Lisippo (che a Los Angeles chiamano “Bronzo Getty”, facendo imbufalire i marchigiani che non riconoscono agli americani la proprietà dell’Atleta di Fano) è legata alla annosa querelle giudiziaria che è ancora aperta. “Il Getty museum di Malibù deve restituire all’Italia la statua dell”Atleta vittorioso attribuita a Lisippo, uno dei capolavori dell’arte classica acquisito nel 1977 dal trust americano” (per l’astronomica cifra di quasi 4 milioni di dollari), aveva chiesto, nella sua requisitoria innanzi alla Terza sezione penale della Cassazione, il sostituto procuratore generale Francesco Salzano ancora nel maggio 2014. In pratica il procuratore generale aveva chiesto il rigetto del ricorso di Clark Stephen, il curatore del Getty che si oppone all’ordinanza di confisca della statua emessa dal gip di Pesaro il 3 maggio 2012. La vicenda era stata trattata solo in camera di consiglio – a porte chiuse, come tutti i casi di confisca – con le conclusioni scritte dell’Avvocatura dello Stato che il 2 maggio, nell’interesse del Ministero dei Beni culturali, aveva presentato memorie di replica alle obiezioni difensive del Getty. Ma proprio questa “procedura a porte chiuse” a sorpresa ha convinto la Cassazione nel giugno 2014 a “passare la palla” alla Corte Costituzionale, allontanando così ancora i termini della chiusura della vertenza. Il “grande valore artistico e archeologico” della statua di Lisippo, e il fatto che la magistratura e l’Avvocatura dello Stato “sostengono” che il capolavoro fa parte “del patrimonio indisponibile dello Stato”, aveva sottolineato la Cassazione nella sua ordinanza, “avrebbe meritato che il procedimento di confisca, a carico del museo Getty che custodisce il capolavoro, fosse trattato in pubblica udienza e non a porte chiuse come è invece avvenuto nonostante ciò sia imposto dalle norme del codice di procedura penale. E per questa ragione ha inviato gli atti sulla confisca dell’Atleta vittorioso alla Corte Costituzionale che – ad oggi, un anno dopo – non ha ancora deciso sulla sua legittimità.

L'Atleta Vittorioso, bronzo del IV secolo a.C., recuperato al largo di Fano e attribuito a Lisippo

L’Atleta Vittorioso, bronzo del IV secolo a.C., recuperato al largo di Fano e attribuito a Lisippo

Non è un caso che poche settimane fa, di fronte a questo impasse, l’associazione culturale marchigiana “Le Cento Città” abbia invitato il ministero per i Beni  e le attività culturali “a sospendere ogni collaborazione culturale con il Trust Getty sino alla restituzione alla città di Fano della statua dell’Atleta Vittorioso di Lisippo, e a intervenire presso la Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze, dove è in corso la mostra “Potere e pathos”, per il ritiro di tutte le raffigurazioni della statua accompagnate dalla dizione Bronzo Getty”. Non solo, le Cento Città, che ha fatto riaprire il procedimento legale sull’esportazione illecita della statua negli Usa, chiede che il Mibac dia mandato all’Avvocatura dello Stato perché “persegua in ogni sede l’utilizzo di tale dizione per la presentazione della statua”. “La statua non appartiene per il diritto italiano al Trust J Paul Getty, ma il J. Paul Getty Trust continua a pubblicizzarla come Bronzo Getty. E da ultimo, ha pubblicato la fotografia della statua nel catalogo della mostra “Potere e Pathos bronzi del mondo ellenistico” organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con questa didascalia”.

L'Atleta vittorioso come era al momento del ritrovamento al largo di Fano

L’Atleta vittorioso come era al momento del ritrovamento al largo di Fano

L’associazione Cento Città ricorda che il bronzo attribuito a Lisippo, e ripescato negli anni Sessanta del XX secolo al largo di Fano, è stato oggetto di tre procedimenti penali innanzi alla magistratura di Pesaro conclusisi con la sua confisca a favore del patrimonio culturale italiano. Fino alla Corte di Cassazione che ha sollevato una questione di costituzionalità relativamente alla procedura seguita dai giudici pesaresi per non aver consentito la presenza della stampa alle udienze di trattazione e discussione del caso. Ma le Cento Città sottolineano che “la stampa ha avuto modo di intervistare tutti i protagonisti del processo e l’opinione pubblica è stata ampiamente informata anche dalla stampa estera circa le tesi sostenute dal Trust J. Paul Getty. La presenza in aula dei giornalisti al processo, non contrastata né dal Pubblico Ministero né dal ministero dei Beni culturali e dalla associazione Cento Città, non era necessaria e, comunque sarebbe stata di danno ulteriore alla immagine del Trust coinvolto nel traffico clandestino di beni archeologici nei suoi direttori di settore, come accertato dalla magistratura romana in via definitiva. Ciò nonostante, il Mibac continua a mantenere rapporti di collaborazione con il J. Paul Getty Trust assolutamente non paritetici”. Ma, conclude l’associazione, “non si fa cultura con i furti, soprattutto quando sono definitivamente accertati. Auspichiamo che il J Paul Getty Trust dia finalmente prova di un ravvedimento operoso scrollandosi di dosso comportamenti che hanno offeso la cultura e la stessa legge americana”.

Il gesto dell'Atleta vittorioso che si incorona: un bronzo unico che l'Italia reclama

Il gesto dell’Atleta vittorioso che si incorona: un bronzo unico che l’Italia reclama

Il bronzo, datato tra il IV e il II secolo a.C., attribuito, su base esclusivamente stilistica, allo scultore greco Lisippo o a un suo allievo, fu ripescato casualmente al largo di Fano, da un peschereccio italiano e, dopo vari passaggi di mano, fu acquistato dal Getty Museum di Malibu nel 1977. L’ipotesi più accreditata è che in antichità la statua sia naufragata nel medio Adriatico insieme alla nave che la stava trasportando dalla Grecia verso la penisola italiana, e probabilmente puntava al porto di Ancona. Le dimensioni della statua (151,5 cm) erano proporzionate al vero. Il giovane atleta è rappresentato on nudità eroica. La statua si presenta con la base mancante sino all’altezza delle caviglie, forse i piedi si sono staccati nel momento in cui la statua si è impigliata nella rete del peschereccio che ne ha effettuato il recupero, ma non è escluso che la rottura sia da ricondurre in età antica al momento del naufragio della nave che trasportava l’opera verso occidente. Gli occhi, mancanti, furono probabilmente realizzati separatamente in pietra colorata o pasta vitrea e inseriti a fusione ultimata, mentre i capezzoli sono in rame. Mentre il braccio sinistro si distende lungo il fianco, il braccio destro è alzato, con il gomito all’altezza della spalla e la mano all’altezza della fronte. Questo gesto è stato interpretato come l’atto, appena compiuto, di incoronarsi con la corona del vincitore, apparentemente quella in olivo selvatico usata per i vincitori a Olimpia. I capelli corti sono raggruppati in ciocche fluenti e ondulate che si dipartono uniformemente verso destra e sinistra a partire dall’altezza dell’occhio sinistro. La struttura rigorosamente geometrica dell’opera, riscontrabile nell’anatomia del corpo e del viso, rimanda ad ambiente peloponnesiaco e sicionio in particolare. L’impostazione antitetica delle due metà del corpo conduce a Lisippo e alla sua scuola.

Nella dieta dell’Homo Sapiens anche farina senza glutine. Scoperta a Firenze una macina di 30mila anni fa. La ricerca presentata a Expo 2015. A settembre mostra sulla “dieta preistorica” (quasi mediterranea)

La macina usata dall'Homo Sapiens 30mila anni fa ritrovata a Bilancino nel Mugello, in Toscana

La macina usata dall’Homo Sapiens 30mila anni fa ritrovata a Bilancino nel Mugello, in Toscana

La dieta mediterranea non era stata ancora codificata, ma i nostri antenati dell’età della pietra già andavano sperimentando qualcosa di simile, associando i carboidrati alla tradizionale (e scontata) carne. “La dieta dell’uomo paleolitico, vissuto circa 30mila anni fa, era più sana perché più varia di quanto si conoscesse fino ad oggi”, rivela una ricerca internazionale coordinata dall’Istituto italiano di preistoria e protostoria con sede a Firenze, la più prestigiosa istituzione del nostro Paese in questo campo, promossa dall’assessorato alle Politiche agricole della Regione Toscana e dal ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, e sostenuta da un contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. L’Homo Sapiens si nutriva infatti non solo in prevalenza di cacciagione (come ritenuto fino ad oggi) ma anche i vegetali costituivano una parte importante della sua alimentazione, in particolare i carboidrati complessi sotto forma di farina, ma senza glutine. È stato dunque un primo passo verso la “dieta mediterranea”. e sta rivoluzionando le conoscenze sulla dieta dell’Homo sapiens che, fatte le dovute proporzioni, stava sicuramente meglio di quanto stiamo noi oggi. La ricerca è stata presentata a Palazzo Strozzi di Firenze nell’ambito delle giornate di approfondimento e di divulgazione collegate a Expo 2015. Hanno introdotto i lavori Maria Bernabò Brea, presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria; Andrea Pessina, soprintendente Archeologo della Toscana; Pierluigi Rossi Ferrini, vice presidente Ente Cassa di Risparmio di Firenze e sono poi intervenuti Biancamaria Aranguren, della soprintendenza Archeologia della Toscana; Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria; Giuseppe Rotilio dell’Università di Roma 2. Ha concluso la giornata l’assessore alle Politiche agricole della Regione Toscana.

Così l'Homo Sapiens utilizzava la macina per prodursi la farina

Così l’Homo Sapiens utilizzava la macina per prodursi la farina

La scoperta. “La ricerca”, ha spiegato la sua coordinatrice Anna Revedin, direttore dell’Istituto di preistoria, “è nata dal rinvenimento, durante i lavori per la costruzione della nella zona della diga di Bilancino nel Mugello, di una macina e di un macinello in pietra usati per produrre la più antica farina della storia risalente a 30 mila anni fa, molto prima dell’invenzione dell’agricoltura, utilizzando vegetali selvatici, in particolare i rizomi, cioè le radici, di piante palustri”. Finora si credeva che l’uomo moderno avesse imparato a praticarla 10mila anni fa, ma questa scoperta ha rivelato come proprio i carboidrati complessi sotto forma di farina, ma senza glutine, giocassero un ruolo determinante nella dieta dell’Homo sapiens che già conosceva ed era in grado di trattare le piante più opportune per la sua alimentazione. Essa era infatti a base di carne magra, frutta, verdura, semi (mandorle, noci, nocciole) carboidrati senza glutine e ben si adattava ad una vita fatta di tantissimo movimento.

A settembre una mostra a Firenze sulla dieta preistorica illustrerà i risultati della scoperta di Bilancino

A settembre una mostra a Firenze sulla dieta preistorica illustrerà i risultati della scoperta di Bilancino

Homo Sapiens ed Expo 2015. Gli studi sulla dieta dell’uomo del Paleolitico, in particolare a partire dalla comparsa dell’uomo con caratteristiche morfologiche attuali (circa 40mila anni fa), hanno una doppia valenza, sia per la ricostruzione della Storia dell’evoluzione umana, sia per avere nuovi elementi di comprensione sulle disfunzioni dell’uomo attuale correlabili al cibo ed agli stili di vita dei paesi industrializzati. Si tratta di un argomento molto dibattuto attualmente nel campo della Preistoria e della Paleoantropologia per le nuove metodologie che permettono di avere nuovi dati – testimonianze dirette sulla dieta dell’uomo paleolitico. Questi stessi temi, ha annunciato il vice presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze Pierluigi Rossi Ferrini, saranno al centro di una mostra proposta dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria che si terrà a settembre nella sede dell’Ente Cassa in via Bufalini e che prende le mosse dal dibattito promosso da Expo Milano 2015 che ha per tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. L’esposizione illustrerà gli ultimi risultati scientifici sulla dieta preistorica, utili anche a comprendere le attuali problematiche alimentari, e documenterà la storia dello scavo dell’insediamento Preistorico di Bilancino che è stato diretto, con fondi regionali, da Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologica della Toscana.

Mostra kolossal a Firenze. “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”: capolavori per la prima volta insieme. Poi andranno a Los Angeles e Washington

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

La mostra "Potere e pathos" a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

La mostra “Potere e pathos” a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

Una mostra unica e irripetibile: si potranno vedere affiancati l’Apoxyomenos di Vienna in bronzo e la versione in marmo degli Uffizi utilizzata per il suo restauro; due Erme di Dioniso, una proveniente da Tunisi (firmata dallo scultore del II secolo a.C. Boeto di Calcedonia), l’altra dal J. Paul Getty Museum di Malibu; i due Apollo-Kouroi, arcaistici conservati al Louvre e a Pompei.  Ma anche la Minerva di Arezzo o la testa in bronzo di cavallo Medici-Ricciardi, o il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Sono più di cinquanta i capolavori in bronzo, che dal 14 marzo al 21 giugno saranno esposti a Palazzo Strozzi di Firenze alla mostra-colossal “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.), periodo in cui, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermarono nuove forme espressive che, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. L’utilizzo del bronzo, grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico. Così, in un clima di cosmopolitismo, l’arte si internazionalizzava. Questa di Palazzo Strozzi a Firenze sarà la prima sede della grande mostra concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l’esposizione si sposterà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015 per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington, dal 6 dicembre 2015 al 13 marzo 2016.

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la mostra offrirà una panoramica del mondo ellenistico attraverso il contesto storico, geografico e politico. Lo sterminato impero ellenistico fondato da Alessandro Magno si estendeva dalla Grecia e dai confini dell’Etiopia all’Indo e comprendeva la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto: la straordinaria produzione artistica, letteraria e filosofica ebbe così un vastissimo bacino di circolazione. Statue monumentali di divinità, atleti ed eroi saranno affiancate a ritratti di personaggi storici e a sculture di marmo e di pietra, in un percorso che condurrà il visitatore alla scoperta delle affascinanti storie dei ritrovamenti di questi capolavori, la maggior parte dei quali avvenuti in mare (Mediterraneo, Mar Nero), oppure attraverso scavi archeologici, che pongono i reperti in relazione ad antichi contesti. Dai Santuari, dove venivano utilizzati come «voti», agli Spazi pubblici, dove commemoravano persone ed eventi, alle Case, dove fungevano da elementi decorativi e ai Cimiteri, dove rappresentavano simboli funerari.

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

“Queste importanti collaborazioni confermano la reputazione di eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi”, sottolinea orgoglioso il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina. La rassegna vedrà infatti riuniti, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i maggiori capolavori del mondo antico, provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e internazionali come il museo Archeologico nazionale di Firenze, il museo nacional del Prado di Madrid, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il museo Archeologico nazionale di Atene, il museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma.

2015, anno dell’archeologia in Toscana: a Tourisma il soprintendente Pessina anticipa il ricco programma di eventi

Lo stand della Toscana negli spazi espositivi di Tourisma (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Lo stand della Toscana negli spazi espositivi di Tourisma (foto Valerio Ricciardi, Roma)

2015 anno dell'Archeologia in Toscana

“Venite a scoprire l’archeologia in Toscana”. L’invito lanciato da Andrea Pessina, soprintendente per i Beni archeologici della Toscana, dal palco di Tourisma, il primo salone internazionale dell’archeologia promosso a Firenze dalla rivista Archeologia Viva dal 20 al 22 febbraio, quest’anno ha una valenza particolare. Sì, perché il 2015 è “l’anno dell’archeologia in Toscana”: un anno speciale, dunque, ricco di iniziative che si intrecciano – come vedremo – anche con altri anniversari come “l’anno dell’Egitto in Italia” e il 150° di Firenze capitale. “Il 2015 sarà un anno di grandi eventi di altissima qualità”, ribadisce Pessina presentando il programma di massima della stagione, di cui archeologiavocidalpassato darà ampio conto nelle prossime settimane. Intanto vediamo il programma di massima.

La Minerva di Arezzo conservata al museo Archeologico di Firenze

La Minerva di Arezzo conservata al museo Archeologico di Firenze

Si inizia con due grandi mostre dedicate alla bronzistica nel mondo antico in generale e della Grecia in particolare. La mostra “Potere e pathos. Bronzi nel mondo ellenistico” apre il 14 marzo a Palazzo Strozzi di Firenze dove si potrà visitare fino al 21 giugno. Attraverso l’esposizione di eccezionali esempi di sculture in bronzo di grandi dimensioni provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e stranieri, il visitatore potrà seguire lo sviluppo dell’arte dell’età Ellenistica, diffusa in tutto il Mediterraneo e oltre tra il IV e il I sec. a.C. “Ci saranno 50-60 capolavori che non si sono mai visti insieme, e che difficilmente li si potranno vedere in futuro”, spiega il soprintendente. “Il museo Archeologico di Firenze è uno dei grandi prestatori di bronzi. Ci sarà anche il famoso cavallo Medici-Ricciardi, che fu già di Lorenzo il Magnifico, un capolavoro che in questi giorni è ancora in restauro, aperto alla vista del pubblico”. Una settimana dopo, il 20 marzo (e sempre fino al 21 giugno), ma stavolta al museo Archeologico nazionale di Firenze, apre la mostra “Piccoli grandi bronzi. Capolavori greci, etruschi e romani”: “Sarà l’occasione per presentare parte della collezione di statuette bronzee raccolte in circa tre secoli dalle dinastie dei Medici e dei Lorena”, continua Pessina. In tutto 170 reperti che costituiscono un affascinante percorso artistico, mitologico e iconografico.

Il manifesto dell'XI congresso di Egittologia

Il manifesto dell’XI congresso di Egittologia

In agosto sarà il turno dell’Egitto e, quindi, del museo Egizio di Firenze, un’altra eccellenza della città gigliata, seconda per qualità delle collezioni (circa 15mila oggetti conservati) solo all’Egizio di Torino. Dal 23 al 30 agosto il museo Egizio (archeologico) di Firenze ospita l’11° congresso internazionale di Egittologia, promosso dalla soprintendenza ai beni archeologici della Toscana e dal museo Egizio di Firenze con l’università di Firenze e l’associazione Camnes (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies). Un vero successo per Firenze e l’Egittologia italiana se pensiamo che l’ultimo congresso, cioè il 10°, si è tenuto nel lontano 2008. E sempre quest’estate torna un appuntamento di successo “Le notti dell’archeologia”, giunto alla XV edizione. Anche quest’anno parteciperanno all’iniziativa sia i musei e le raccolte che espongono una collezione archeologica, assieme ai parchi e alle aree archeologiche, sia quei musei che, pur non archeologici, intendono valorizzare e promuovere il patrimonio archeologico del proprio territorio, organizzando attività ed esposizioni destinate a diffondere l’interesse per il più lontano passato. “La costante ricerca di occasioni di divulgazione e diffusione dell’attenzione attorno al patrimonio archeologico”, spiegano in Regione, “è un fiore all’occhiello delle strutture espositive e di accoglienza toscane, che hanno saputo fidelizzare un pubblico che ha imparato, proprio con le “Notti dell’Archeologia”, come le tracce delle civiltà antiche siano le fondamenta dell’identità locale odierna, le nostre radici condivise; un patrimonio che è la più concreta e tangibile testimonianza della cultura dell’uomo, fatta non solo di capolavori unici, ma anche di piccoli oggetti apparentemente banali o di uso comune nella quotidianità, dietro ai quali si celano i sogni, le paure, le speranze di vita, il benessere ed il disagio sociale di ogni tempo, in infiniti racconti di esistenze diverse”.

Andrea Pessina, soprintendente ai Beni archeologici della Toscana (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Andrea Pessina, soprintendente ai Beni archeologici della Toscana (foto Valerio Ricciardi, Roma)

L'area archeologica dell'etrusca Roselle

L’area archeologica dell’etrusca Roselle

Intanto per chi vuole organizzarsi un viaggio/vacanza alla scoperta dei tesori archeologici della Toscana, la soprintendenza ha preparato una nuova guida archeologica che è al tempo stesso una rilettura con gli occhi dei viaggiatori del III millennio delle emozioni provate due – tre secoli fa dai pionieri del Grand Tour e un vademecum di itinerari per le strade della Toscana illustrati con le straordinarie foto dall’alto (palloni aerostatici, aquiloni) di Paolo Nannini, fotografo specializzato della stessa soprintendenza toscana. La guida “Sulle strade del Grand Tour. Itinerari archeologici in Toscana”, anticipata da Pessina nella sua introduzione a Tourisma, è stata presentata in anteprima all’XI incontro nazionale di Archeologia Viva.

Il Cortile dei Fiorentini all'inizio del Novecento

Il Cortile dei Fiorentini all’inizio del Novecento

E così arriviamo a settembre con altri due appuntamenti da non perdere. Il primo è intimamente fiorentino. Il soprintendente Pessina l’ha definito come “archeologia per il 150° di Firenze capitale”. Si tratta del restauro e riallestimento – e quindi della riapertura al pubblico – del cosiddetto “Cortile dei Fiorentini”, lo spazio verde del Palazzo della Crocetta, che oggi ospita il museo Archeologico di Firenze, che accolse il materiale archeologico rinvenuto durante i lavori di risistemazione urbanistica di Firenze capitale. Grazie al materiale d’archivio della soprintendenza è stato possibile riconoscere quei reperti e valorizzarli.

L'arte precolombiana sarà protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia

L’arte precolombiana sarà protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia

L’ultimo evento anticipato da Pessina non solo ha una valenza intrinseca indiscussa, ma inaugura una collaborazione, che tutti si augurano porterà risultati positivi, tra la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana e il Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia. La mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana della collezione Ligabue” è prevista al museo Archeologico di Firenze tra settembre 2015 e febbraio 2016. Vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sud America prima di Colombo verranno raccontate attraverso oltre 150 opere d’arte della collezione Ligabue e di importanti musei nazionali e privati. “La mostra Il mondo che non c’era narra di quella parte dell’umanità che apparirà all’Europa solo dopo i viaggi di Colombo e degli altri navigatori ed esploratori”, anticipa a Firenze Inti Ligabue, che ha raccolto l’eredità del padre Giancarlo scomparso recentemente. “Se Spagna e Portogallo sono i due paesi europei che hanno svolto un ruolo centrale nella scoperta e la conquista delle Americhe, anche l’Italia ha giocato un ruolo chiave in questo evento considerato senza dubbio il più importante nella storia dell’umanità, come ha avuto modo di considerare Claude Lévi-Strauss”. La mostra sarà curata da Jaques Blazy, esperto internazionale di arte precolombiana, che ha aiutato a costruire le più importanti collezioni al ondo di musei e privati. “Colgo l’occasione per ringraziarlo: egli mi ha personalmente guidato in musei e gallerie e mi ha fatto conoscere altri collezionisti che condividono la passione verso queste antiche civiltà”. Andrè Delpuech, curatore del patrimonio delle Collezioni Americane al Museo del Quai Branly di Parigi, è invece presidente del comitato scientifico della mostra e riporta tutta la sua vastissima esperienza nel campo con un importante studio sul ruolo del mecenatismo nelle collezioni europee. Il coordinamento sarà assicurato dal Centro Studi e Ricerche Ligabue, nato nel 1973, che ha all’attivo più di 135 spedizioni archeo-paleo ed etnografiche possiede un archivio con oltre 80 mila tra documenti, video e foto. “Mi auguro dunque che questa mostra – conclude Inti –  possa fornire una fresca prospettiva sull’arte dell’antico mondo precolombiano e che la fascinazione verso queste antiche e importanti civiltà possa trovare un numero sempre maggiore di appassionati”.

Il caso dei marmi del Partenone strappati da Elgin: da TourismA l’appello di Sidjanski e Godart perché anche in Italia si attivi un movimento di opinione per la restituzione alla Grecia dei capolavori di Fidia oggi al British Museum

Una metopa di Fidia strappata dal Partenone e oggi al British Museum di Londra

Una metopa di Fidia strappata dal Partenone e oggi al British Museum di Londra

Dusan Sidjanski, presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone

Dusan Sidjanski, presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone

“I marmi del Partenone è tempo che tornino in Grecia: il capolavoro di Fidia è un unicum, non si può disgiungere disaggregare dividere. Ora anche dall’Italia si alzi forte la voce per la restituzione dei marmi creando un movimento d’opinione che porti a soluzione un caso e un problema che non è solo della Grecia ma di tutta l’Europa”. È un appello deciso quello che due grandi studiosi, Dusan Sidjanski (presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone) e Louis Godart (accademico dei Lincei e consigliere culturale del Presidente della Repubblica), hanno lanciato da TourismA, il primo salone internazionale di archeologia, promosso dalla rivista Archeologia Viva a Firenze dal 20 al 22 febbraio. “Intanto non parliamo più di marmi Elgin, ma di marmi del Partenone, come fa dal 2008, anno della sua fondazione, il comitato svizzero che presiedo”, chiarisce subito Sidjanski.

L'Acropoli di Atene dominata dal Partenone, capolavoro architettonico e artistico di Fidia (V sec. a.C.)

L’Acropoli di Atene dominata dal Partenone, capolavoro di Fidia (V sec. a.C.)

Lord Elgin in un dipinto di Anton Graff del 1788 ca

Lord Elgin dipinto da Graff nel 1788 ca

Si dice che fu una regolare compravendita quella avvenuta tra lord Thomas Bruce conte di Elgin, ambasciatore britannico a Costantinopoli, e il sultano nel 1801. Ma sono molti i dubbi che gli esperti sollevano sulla sua effettiva legalità. E Sidjanski lo spiega bene: “Nell’Ottocento, quando ci fu la spoliazione del Partenone, la Grecia era una provincia dell’impero ottomano. Era quindi il sultano, e solo lui, che decideva e nessuno poteva opporvisi, neppure i diretti interessati, i greci”. Elgin nel 1800 si fece rilasciare dalle autorità turche di Atene il permesso di effettuare sopralluoghi sull’Acropoli unicamente per effettuare rilievi, disegni e calchi. Ma il diplomatico britannico però riuscì ad andare ben oltre i limiti imposti dall’autorizzazione del governatore militare, ottenendo l’anno dopo dal Sultano stesso un firman, ossia un decreto che lo autorizzava a prelevare qualsiasi scultura o iscrizione, il cui asporto non mettesse a rischio le strutture della rocca: così tra il 1801 e il 1805, quando l’autorizzazione viene revocata, schiere di operai guidate dal pittore italiano Giovan Battista Lusieri si dedicarono a una vasta opera di smontaggio delle decorazioni architettoniche che colpì l’acropoli in più punti, infierendo in particolare sul Partenone e sull’Eretteo. La Grecia non poté contrastare il firmano con cui il sultano autorizzava l’asportazione dei marmi del Partenone. “Peccato che di questo firmano non ci sia traccia”, nota amaro Sidjanski, “ci rimane solo una traduzione fatta da un italiano che probabilmente era al servizio dell’ambasciatore. Ma sono molti quelli che ritengono che quella autorizzazione non abbia seguito tutti i crismi della legalità. Se è vero – continua – che già all’epoca il sultanato non dava più il permesso per spostare grandi reperti, come potevano essere i marmi del Partenone, allora vien da pensare che lord Elgin abbia abusato del potere che gli derivava dal Paese che rappresentava nei confronti del sultano”.

Il lungo fregio del Partenone conservato ed esposto al British Museum

Il lungo fregio del Partenone conservato ed esposto al British Museum

È vero che lord Elgin aveva assicurato la massima attenzione per il capolavoro di Fidia, e che anzi quell’operazione andava proprio nella direzione della sua salvaguardia, ma basta seguire proprio quello che in realtà fece per capire che le intenzioni del britannico erano di tutt’altra natura. Nel sultanato ottomano c’era molta corruzione, così fu facile ottenere tutte le “agevolazioni” logistiche che permettessero di raggiungere lo scopo più facilmente. Così lord Elgin fece tagliare i marmi strappati dal Partenone per trasportarli con meno problemi in Inghilterra. Già a partire dal 26 dicembre 1801, temendo intrighi da parte dei francesi, Elgin aveva noleggiato una nave, la Mentor, su cui iniziò a imbarcare i reperti. Nel gennaio del 1804 arrivarono in Inghilterra le prime 65 casse contenenti i materiali sottratti all’acropoli, che rimasero fino al 1816 in un padiglione temporaneo fatto costruire appositamente nella casa di Elgin, il quale si vide rifiutato l’acquisto da parte del British Museum per l’alto prezzo richiesto. Solo nel 1816 si arrivò a un accordo tra le parti e i marmi, divenuti di proprietà statale, furono trasferiti al British Museum, in una galleria appositamente allestita dove sono tuttora. “Il più importante monumento della Grecia antica, il Partenone, capolavoro di Fidia e non di Elgin, deve subire lo scempio di essere menomato dei suoi marmi, il cui nucleo principale non è ad Atene ma a Londra”.

La grande sala in cui al British Museum sono esposti i marmi del Partenone strappati da Elgin

La grande sala in cui al British Museum sono esposti i marmi del Partenone strappati da Elgin

Il fregio del Partenone esposto nel nuovo museo dell'Acropoli di Atene

Il fregio del Partenone esposto nel nuovo museo dell’Acropoli di Atene

Perché i marmi devono tornare ad Atene? “Tutti noi, tutta l’Europa, abbiamo un debito culturale con la Grecia classica. E ora che ai piedi dell’acropoli è stato aperto il nuovo museo dell’Acropoli, dedicato proprio ai monumenti e ai tesori dell’area più sacra di Atene, e in special modo al Partenone, con cui dialoga anche fisicamente attraverso scorci e prospettive, è venuto il tempo di riunire tutti i marmi di Fidia: è assurdo che più della metà dei rilievi esposti siano delle copie in gesso, perché gli originali sono a Londra!”. La luce calda dell’Egeo dà linfa vitale ai marmi esposti nel nuovo museo, ma le linee armoniose del Partenone dialogano con delle copie e non con i rilievi originali. “Credo che il Partenone rappresenti uno dei monumenti più importanti della cultura europea. Ma, come tutti i monumenti, va letto e considerato nella sua unitarietà oltre che unicità. E perciò non si può tagliare in due”.

L'originale sede del nuovo museo dell'Acropoli in stretto rapporto con il Partenone e gli altri monumenti

L’originale sede del nuovo museo dell’Acropoli in stretto rapporto con il Partenone e gli altri monumenti

Louis Godart, consigliere culturale del Presidente della Repubblica

Louis Godart, consigliere culturale del Presidente della Repubblica

“La restituzione dei marmi del Partenone alla Grecia è un problema che tocca l’Europa intera”, gli fa eco Louis Godart. “Perciò si deve mobilitare per riportare queste mirabili sculture ad Atene da dove sono state strappate da un barbaro assetato di denaro”. Atene era appena uscita vittoriosa dalle Guerre persiane, ricorda Godart, guerre che avevano lasciato dietro di sé tanta distruzione, e avevano colpito il cuore più sacro della città: l’Acropoli. Il Partenone di Fidia rientrò in questa grande opera di restituzione e ricostruzione dei grandi monumenti dell’Acropoli. “Perché il Partenone non è il simbolo solo di Atene e della Grecia? Perché – sottolinea Godart – rappresenta i valori fondanti della nostra Europa. Il Partenone celebra quanti hanno lottato per difendere i valori conquistati dai padri: la democrazia e il dovere a ribellarsi all’ingiustizia. Tutti noi siamo figli della Grecia. E questo monito a difendere i valori dei padri ce lo ha lasciato per sempre la stessa Atena, dea della guerra e della saggezza, in una stele del 460 a.C. – nota come Atene pensosa –  posta a pochi passi dal Partenone. La stele raffigura appunto Atena che, pensosa, posate le armi, guarda a sua volta una stele che, forse, riporta i nomi dei caduti a Maratona e Salamina. Quel gesto di riflessione fa pensare anche noi ai caduti per la libertà, un valore che va sempre difeso”.

Il nuovo museo dell'Acropoli di Atene (dall'interno, dopra; dall'esterno, sotto) dialoga con l'Acropoli e il Partenone

Il nuovo museo dell’Acropoli di Atene (dall’interno, sopra e sotto) dialoga con l’Acropoli e il Partenone di Fidia

Acropolis MuseumGià nel 1982 l’allora ministro greco della Cultura, Melina Mercuri, aveva lanciato una campagna internazionale per riportare a casa i marmi, arrivando perfino a una risoluzione dell’Unesco che a maggioranza votò a favore della restituzione dei marmi. “Ma a esaminare bene il voto – interviene Sidjanski – si vede subito che a favore c’erano solo Paesi del terzo mondo, mentre contrari erano i Paesi che contano nell’Occidente, i quali motivarono il loro no: la Grecia non aveva gli spazi adatti ad esporli, non era in grado di restaurarli/salvaguardarli, non poteva permettersi la vasta platea di pubblico che offriva il British Museum. “Tutte motivazioni che già all’epoca erano manifestamente capziose, ma che oggi (dal 2009) è aperto il nuovo museo dell’Acropoli risultano addirittura ridicole”. La Grecia non chiede – e non ha mai chiesto – la restituzione di singole opere, come la Nike di Samotracia o la Venere di Milo, ma i marmi sì perché sono un tutt’uno col monumento. “Questa è una causa europea, perché in Grecia ci sono le radici della nostra cultura”, ribadisce Sidjanski: “È comunque meglio negoziare con il governo britannico contando anche su una vasta porzione dell’opinione pubblica, compresa quella inglese, favorevole alla restituzione, piuttosto che intraprendere una via legale che, se dovesse andar male, precluderebbe per sempre ogni azione futura”. E allora, conclude Godart con un auspicio: “Attiviamo anche in Italia un comitato pro rientro dei marmi del Partenone”.

Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, premiato a TourismA da dove lancia un grido di dolore per la Siria. E poi ammonisce: “L’archeologia del Vicino Oriente è finita. In futuro non sarà più coloniale”

Il prof. Paolo Matthiae, l'archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva

Il prof. Paolo Matthiae, l’archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

“L’archeologia del Vicino Oriente così come l’abbiamo conosciuta e vissuta tutti noi è finita. Se e quando rinascerà sarà un’altra archeologia, e di certo non sarà più coloniale”. Paolo Matthiae, l’archeologo scopritore di Ebla, una vita per la conoscenza del mondo antico in un’area strategica come il Vicino Oriente e per l’insegnamento dell’Orientalistica, dalla platea privilegiata di TourismA, il primo salone internazionale dell’archeologia a Firenze dal 20 al 22 febbraio, lancia un grido d’allarme e un monito: un grido d’allarme per la situazione drammatica in cui sta precipitando la Siria, e un monito perché l’Occidente cambi la prospettiva di approccio con le culture altre rispetto all’Occidente. E non è un caso che proprio a TourismA il direttore di Arccheologia Viva, Piero Pruneti, abbia consegnato proprio a Matthiae il premio per la “Salvaguardia dell’eredità culturale”.

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Sul grande schermo scorrono immagini di distruzione e di morte: Aleppo, Damasco, Raqqa. Testimonianze irripetibili dell’ingegno dell’uomo cadute sotto i colpi della furia cieca. “Cinquant’anni fa avevo un progetto (oggi si direbbe un sogno)”, ricorda Matthiae nell’introdurre il suo intervento su “Siria: tra ricerca archeologica e tragedia del patrimonio”. Quale sogno? “Riuscire ad ottenere una missione in Vicino Oriente per l’università La Sapienza che potesse competere con le prestigiose missioni dei grandi Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti. E poi speravo di avere una Scuola di Archeologia del Vicino Oriente. Ho avuto tutto: 47 anni di missione (a Ebla), 50 anni di insegnamento (alla Sapienza)”. Poi una considerazione amara: “Nel 1962, quando arrivai in Siria, non avrei mai immaginato che dopo mezzo secolo quel Paese sarebbe caduto nel baratro che noi oggi tutti conosciamo. Eppure i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Nel 1962, in Siria erano attive non più i 7-8 missioni straniere: il Paese era marginale rispetto alle grandi missioni in Vicino Oriente. Ma una politica culturale lungimirante (che si è intrecciata con una altrettanto preziosa attività diplomatica) ha cambiato l’immagine e la valenza della Siria. Tanto che quando abbiamo lasciato la missione di Ebla nel 2010, la Siria poteva contare su una settantina di missioni archeologiche straniere che diventavano 140 se si contavano le missioni congiunte”. La Siria era ormai considerata a ragione il paradiso della ricerca archeologica orientalistica. “In questi anni, ripeto, le missioni archeologiche sono sempre state anche delle missioni diplomatiche, facendo dell’archeologia il ponte per il dialogo tra Stati diversi”.

Anche il sito di Ebla è a rischio: manca la manutenzione e ci sono scavi clandestini

Anche il sito di Ebla è a rischio: manca la manutenzione e ci sono scavi clandestini

Poi, dal 2011, il buio. La crisi siriana pregiudica il futuro di gran parte del lavoro fatto dalle missioni archeologiche. Così anche a Ebla, proprio dove si stava per concretizzare il parco archeologico, la cui valenza – non solo di valorizzazione culturale, ma anche di promozione sociale – fu riconosciuta dallo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella sua visita ufficiale in Siria, oggi possiamo solo registrare crolli per mancanza di manutenzione. “Ma soprattutto ci sarebbero degli scavi clandestini. La situazione è grave, anche se non sarebbe ancora gravissima. Ben diversa sarebbe se nel sito si installassero delle milizie, perché allora l’area sarebbe a rischio bombardamenti. E a quel punto potrebbe essere pregiudicato il futuro stesso di Ebla”.

Colpi di mortaio sul Krak dei Cavalieri, la più importante architettura crociata in Siria

Colpi di mortaio sul Krak dei Cavalieri, la più importante architettura crociata in Siria

Cosa possiamo fare? “Non ci resta che continuare a far conoscere a più persone possibili questa drammatica situazione. E gli incontri di TourismA sono molto importanti in questo senso. Ma una cosa è certa: l’archeologia del Vicino Oriente che noi abbiamo conosciuto è finita. Se e quando rinascerà, non sarà più un’archeologia coloniale”. Tutto sta cambiando in un baratro senza fine. L’archeologia del Vicino Oriente tradizionale – ribadisce Matthiae, è finita. “Quella nuova dovrà cercare di ricostruire una cultura, una civiltà partendo dalle rovine di monumenti e città distrutte però dall’uomo e non dal tempo. Opere compromesse da una nuovissima barbarie che si scaglia non solo contro “l’altro” (fatto che si è verificato spesso nel corso della storia umana) ma anche contro la propria identità (che è quasi una novità)”. E conclude: “Nel futuro non prevarrà più la prospettiva dell’Occidente, ma una visione multilaterale. Oggi nell’interpretazione dell’archeologia non c’è un’identità locale. L’unico aspetto positivo che vedo del futuro è l’ampliarsi delle prospettive, l’abbandono della dittatura occidentale nell’interpretazione della storia. Si dovrà alimentare una molteplicità di visioni per rischiarare le tenebre dei nostri giorni”.

Dal 20 al 22 febbraio Firenze capitale della divulgazione archeologica e del turismo culturale con TourismA, primo salone dell’archeologia

L'auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l'Incontro nazionale di Archeologia Viva

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Pompei, i Bronzi di Riace, la Valle dei Templi, la Domus Aurea, il Satiro danzante, Paestum, le Navi di San Rossore. Dici Italia e tocchi con mano le più importanti realtà archeologiche mondiali. Un patrimonio d’inestimabile valore, capace di attrarre ogni anno nel nostro Paese milioni di appassionati di antichità. Parte da questo presupposto TourismA, il primo Salone Internazionale dell’Archeologia ideato dalla trentennale rivista Archeologia Viva (Giunti Editore) che si terrà a Firenze dal 20 al 22 febbraio 2015 nelle strutture del Palazzo dei Congressi. Una solenne inaugurazione la sera precedente (19 febbraio) nel Salone dei Cinquecento dedicata ai “padroni di casa”, gli Etruschi, e poi tre intense giornate di incontri, dibattiti, rassegne di cinema e mostre, dedicati alla divulgazione delle scoperte archeologiche e valorizzazione del nostro immenso patrimonio. Un grande appuntamento per tutti, con interventi dei massimi esperti del settore, laboratori di archeologia sperimentale, esercitazioni con i droni, spazi per i “piccoli archeologi” e un’ampia area espositiva dedicata a parchi, musei, università, operatori turistici, categorie professionali e associazionismo.

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

GRANDI TEMI L’occasione è giusta anche per guardare oltre i nostri confini attraverso le missioni archeologiche italiane all’estero, soprattutto quelle impegnate nelle zone di guerra come Siria, Iraq, Afghanistan nell’incessante lotta contro il tempo per salvare le realtà monumentali più a rischio. Ma dal momento che a minacciare il patrimonio culturale dell’umanità non sono solo le bombe, a TourismA si parlerà anche dei rischi derivanti dall’incuria e dalla problematica gestione dei nostri tesori nazionali, primo su tutti Pompei: tra cronache di quotidiani disastri e nuove politiche di valorizzazione lo straordinario sito ai piedi del Vesuvio sarà al centro di un importante convegno a cura del presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Giuliano Volpe e dove è atteso il ministro Dario Franceschini.

Uno dei passaggi aperti per accedere al teatro romano del II secolo d.C. sotto Palazzo Vecchio

Uno dei passaggi aperti per accedere al teatro romano del II secolo d.C. sotto Palazzo Vecchio

NOVITÀ ARCHEOLOGICHE Fitto anche il programma di eventi dedicati alle novità archeologiche in Toscana (dai mosaici romani sotto la Fortezza medicea di Arezzo alle mura di Roselle alle scoperte sui fondali dell’Elba) grazie all’attiva partecipazione della soprintendenza per i per Beni archeologici, ma anche del Comune di Firenze che nelle giornate di TourismA spalancherà le porte dei sotterranei di Palazzo Vecchio per mostrare la Florentia di duemila anni fa.

Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, in Siria

Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, in Siria

BIG DELLA RICERCA Tra i big della ricerca e della divulgazione storico-archeologica presenti alla manifestazione, l’archeologo e  scrittore Valerio Massimo Manfredi testimonial di TourismA 2015, lo storico dell’arte Philippe Daverio, il consigliere culturale del Presidente della Repubblica Louis Godart, il medievista di fama internazionale Franco Cardini, il noto divulgatore televisivo Alberto Angela. Ospite speciale sarà Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla che parteciperà a TourismA nel cinquantesimo anniversario degli scavi che portarono al rinvenimento degli Archivi reali della celebre città siriana ora danneggiata dalla guerra in corso. Infine, TourismA affronterà il caso archeologico che sta dividendo l’Europa: la restituzione dei Marmi del Partenone richiesta dalla Grecia all’Inghilterra su cui farà il punto il professor Dusan Sidjanski del Dipartimento di Scienze politiche di Ginevra.  Ma vediamo meglio nel dettaglio.

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini affiderà a una commissione la risposta definitiva

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

SALVARE POMPEI Il ministro Dario Franceschini interverrà a TourismA 2015 sabato 21 febbraio mattina nell’ambito del convegno “Pompei Il Grande Progetto”. Il convegno farà il punto sulla situazione di fatto nell’area archeologica più famosa del mondo, indicando le strategie per una tutela concreta e valida nel tempo. Da cui l’impegno diretto del ministro Franceschini a essere presente. Sempre su Pompei, sabato 21 febbraio pomeriggio, nell’ambito dell’XI Incontro Nazionale di Archeologia Viva, porterà la sua testimonianza di grande divulgatore scientifico Alberto Angela, ripercorrendo gli ultimi momenti della città vesuviana.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

DIFENDERE L’ARTE Il critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio aprirà il programma congressuale di TourismA, venerdì 20 febbraio mattina, intervenendo al convegno “Save Art” organizzato da Giunti TVP. Il convegno si concluderà con una relazione di Paolo Matthiae, a cui sarà consegnato il Premio Archeologia Viva per la Salvaguardia dell’Eredità Culturale.  LE SETTE MERAVIGLIE TourismA 2015 si concluderà domenica 22 febbraio sera con un intervento di Valerio Massimo Manfredi. Protagoniste le Meraviglie del Mondo Antico.