Napoli. Aperti al pubblico nuovi ambienti, tra cui le terme, della più antica villa d’otium di Stabiae: villa Arianna, dal soggetto mitologico del suo più famoso affresco

L’ingresso di villa Arianna dell’antica Stabiae: ora per il pubblico sono stati aperti nuovi ambienti
È la villa d’otium più antica di Stabiae. Risale al II secolo a.C. Situata all’estremità ovest della collina di Varano, in posizione panoramica, Villa Arianna occupa un’area di circa undicimila metri quadrati di cui attualmente scavati e visitabili soltanto duemilacinquecento. Ma da domenica 2 agosto 2015 Villa Arianna ha ampliato il suo percorso di visita, con l’apertura al pubblico, dopo gli interventi di restauro, di alcuni ambienti, tra cui quelli termali, finora non visitabili.
La villa prende il nome da un quadro raffigurante Arianna abbandonata. Inizialmente fu scavata in età borbonica (seconda metà del XVIII secolo) da Karl Weber. L’aspetto complessivo è oggi ricostruibile integrando le planimetrie borboniche dei settori scavati e poi rinterrati con quella delle parti rimesse in luce. Il nucleo più consistente comprende la sequenza dell’ingresso, del peristilio quadrato e dell’atrio secondo la successione vitruviana tipica delle residenze suburbane. La struttura residenziale risale nel suo nucleo originario ad epoca tardo repubblicana, ma venne successivamente ampliata, con l’aggiunta di una serie ambienti panoramici, nel corso del I secolo d.C. Nell’area archeologica è possibile individuare il quartiere termale, con praefurnium e calidarium (per i bagni di acqua calda) absidato, originariamente decorato in opus sectile. Tra gli affreschi visibili da segnalare il quadro di Arianna abbandonata a Nasso, sulla parete di fondo dell’ampio triclinio; Ganimede rapito dall’aquila, nel vestibolo annesso, Perseo ed Andromeda, in una sala attigua. Lungo il porticato, su cui si apre il triclinio estivo, si succedono le stanze residenziali alcune delle quali arricchite da decorazioni parietali a fondo bianco e giallo. Poco oltre si trova l’ampio peristilio, che si sviluppa per una lunghezza complessiva di 370 metri e ripete il canone indicato da Vitruvio. Dalla parte opposta si trova, invece, il nucleo repubblicano della villa: in esso cubicoli con pregevoli decorazioni a mosaico si articolano intorno all’asse canonico atrio-peristilio, tipico delle residenze vesuviane del I secolo a.C.
La prima campagna di scavi fu svolta – come detto – da Karl Weber tra il 1757 e il 1762 e la villa fu chiamata primo complesso, per distinguerla dal secondo complesso, altra villa d’otium, da cui è separata tramite uno strettissimo vicus: dopo aver staccato le decorazioni di maggior rilievo e aver asportato le suppellettili (oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli), la villa fu nuovamente rinterrata. Gli scavi sono ripresi duecento anni dopo, nel 1950, a opera di Libero D’Orsi e fu in tale periodo che la villa venne chiamata Arianna per la presenza di una pittura a soggetto mitologico che raffigura Arianna abbandonata da Teseo: D’Orsi effettuò gli scavi di ambienti della villa che si affacciavano sul ciglio della collina, alcuni dei quali andati perduti a seguito di eventi franosi. Il lavoro degli archeologi continua ancora oggi e in particolare gli scavi interessano la zona sud e quella del grande peristilio o palestra che è stato riportato alla luce quasi completamente nel 2008, insieme a nuove camere, colonne e finestre.
I lavori, che hanno portato all’apertura al pubblico dei nuovi spazi, sono iniziati nel 2010, a cura dell’équipe di restauratori dell’Hermitage di San Pietroburgo e dai restauratori dell’Ufficio scavi di Stabia, e hanno previsto interventi di scavo archeologico, restauro e rilievo. “Da tali indagini – spiega la soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia – è stato possibile individuare in maniera chiara l’organizzazione del settore termale della villa costituito da un ambiente porticato con al centro un piccolo spazio verde che fungeva da zona di disimpegno dei vari ambienti costituenti il settore termale (tepidarium, calidarium, laconicum, frigidarium). È stato evidenziato inoltre un corridoio che immette in un cubicolo, già identificato e saccheggiato in epoca borbonica, con una raffinata decorazione in tardo III stile e pavimento a mosaico”. Per l’occasione sono riaperti anche gli ambienti 44 e 45 recentemente restaurati dall’Accademia delle Belle Arti di Varsavia. Questi ambienti, originariamente aperti sull’atrio della villa, presentano una decorazione in II stile molto ben conservata. Gli interventi rientrano nell’ambito degli accordi esistenti tra la soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia e la fondazione RAS (Restoring Ancient Stabiae), fondazione Onlus culturale italiana costituita a Washington DC nel 2002, su iniziativa dell’Università del Maryland nell’ambito di un progetto di cooperazione in materia di beni culturali.
Scoperta a Palermo, in un cantiere Anas, una fattoria di età imperiale romana: raro insediamento rurale nella Sicilia Occidentale
La scoperta archeologica arriva spesso quando meno te lo aspetti. È successo anche nella cosiddetta Pianotta di Vicari, vicino a Palermo, nel cantiere aperto dall’Anas per ammodernare la statale Palermo-Agrigento. Qui, dove nei mesi scorsi era stata segnalata la presenza di strutture murarie e frammenti ceramici antichi, è stata scoperta una fattoria di età romano-imperiale. Il cantiere archeologico è stato condotto dagli archeologi Stefano Vassallo e Monica Chiovaro, Unità Operativa 5 della soprintendenza di Palermo, con la collaborazione di Antonio Di Maggio e Fausto D’Angelo, della cooperativa Archeologia di Firenze e della ditta Bolognetta. “L’indagine”, spiegano Stefano Vassallo e la soprintendente Maria Elena Volpes, “ha consentito di mettere in luce parte di un insediamento rurale di età romano-imperiale (I sec. d.C.), utilizzato fino all’età tardo-antica (IV-V sec. d.C.). Purtroppo, la maggior parte della fattoria doveva estendersi al di là dell’area espropriata per l’allestimento del cantiere stradale; tuttavia, l’esplorazione ha consentito il rinvenimento di alcuni vani, anche con materiale ancora ‘in posto’, come una coppia di anfore da trasporto parzialmente interrate nell’angolo di uno degli ambienti, probabilmente destinato a deposito di derrate alimentari. Nello scavo sono presenti anche alcune istallazioni funzionali a vari tipi di lavorazioni come, per esempio – nell’area a Nord dell’insediamento – una vasca quadrangolare impermeabilizzata con un rivestimento in cocciopesto, oltre a un piccolo forno costituito da ciottoli e circondato da uno strato con cotto”.
“L’insediamento”, aggiungono Stefano Vassallo e Maria Elena Volpes, “insisteva su un’area che era frequentata già in età preistorica: infatti, nella zona limitrofa alla fattoria è stata rinvenuta ceramica preistorica e tracce di bruciato, risalenti – a un primo esame dei reperti – all’età del Bronzo; in seguito il terreno era stato occupato da una necropoli di età ellenistica (III sec. a.C.), come testimonia il ritrovamento di un’incinerazione e di unguentari acromi piriformi, posti negli strati immediatamente al di sotto delle strutture murarie dell’edificio romano”.

La vasca quadrangolare impermeabilizzata con un rivestimento in cocciopesto trovata nella fattoria romana
“La scoperta – proseguono – assume una particolare rilevanza poiché si tratta di uno dei pochi casi di scavo di un insediamento rurale di età romana nella Sicilia occidentale; il nuovo sito messo in luce contribuisce a chiarire le dinamiche del popolamento di questa parte dell’isola nella prima età imperiale, caratterizzata non solo dalla presenza di ricche città costiere (come, per esempio, Palermo o Termini Imerese), ma anche da un tipo di insediamento diffuso nel retroterra dei grandi centri urbani, nelle aree di sfruttamento agro-pastorale, territori a vocazione prevalentemente cerealicola, fondamentali risorse economiche della Sicilia e fonte privilegiata del rifornimento annonario di Roma”.
“Il rinvenimento – concludono – conferma ancora una volta l’importanza degli interventi di archeologia all’interno dei Lavori Pubblici che – pur in tempo di crisi economica e tra tante difficoltà logistiche – consentono di recuperare dati archeologici che altrimenti andrebbero perduti e che contribuiscono ad arricchire le conoscenze dei modelli socio-economici della Sicilia antica”.
“Non chiudete il museo archeologico di Ischia”: appello dell’associazione Bianchi Bandinelli per evitare lo sfratto da Villa Arbusto dei tesori dell’antica colonia greca di Pithecusae
La storia dell’isola di Ischia, dalla preistoria alla colonia greca di Pithecusae fino all’età romana, è racchiusa tra le mura dell’edificio principale del complesso di Villa Arbusto che ospita il museo archeologico di Ischia. E ora quel museo istituito 25 anni fa per esporre al pubblico i reperti che raccontano l’affascinante storia di Pithecusae, ritenuto il più antico insediamento fisso dei Greci che avevano raggiunto l’Italia Meridionale, rischia di chiudere. Un’ipotesi contro la quale scende in campo con un accorato appello l’associazione Bianchi Bandinelli: “Non chiudete il museo archeologico di Ischia a villa Arbusto”, edificio di fine Settecento ora di proprietà del Comune di Lacco Ameno, in difficoltà finanziaria come molti enti locali. Aperto circa 25 anni fa, il museo espone i tanti reperti che raccontano questa lunga storia, frutto degli scavi condotti sull’isola – in località San Montano, nel comune di Lacco Ameno – dalla fine degli anni ’40 del Novecento sotto la direzione di Giorgio Buchner, che ha studiato e pubblicato i contenuti di oltre settecento sepolture, deposte in fosse, di inumati e di incinerati, databili dalla metà dell’VIII a.C. all’età romana imperiale.
Tre le sezioni principali che espongono i reperti delle diverse epoche rinvenuti sull’isola: la Preistorica, con oggetti del neolitico, età del bronzo e del ferro composta perlopiù da materiali ceramici e litici. Il periodo greco, che raccoglie la corposa collezione dei reperti della colonia greca di Pithecusae. Così chiamarono Ischia gli Eubei che vi si insediarono nel VII sec. a.c.: per alcuni il nome significherebbe “l’isola delle scimmie” (i malefici Cercopi abitanti delle terre vulcaniche), per altri invece “l’isola dei vasi”. Una sezione è dedicata agli oggetti che testimoniano le prolifiche attività commerciali di Pithecusae con Oriente, Grecia, Spagna, Puglia e Sardegna. Un’altra alla raccolta di corredi funerari provenienti dalla necropoli di San Montano, di cui fanno parte i più importanti i vasi pitecusani, come la famosa “tazza da Rodi” sulla quale è inciso, in alfabeto euboico, un epigramma che allude alla celebre “coppa di Nestore” descritta nell’Iliade: versi, con cadenza epica, contemporanei alle più antiche parti dell’Iliade, nei quali si decanta il piacere di bere vino in una coppa perfetta come quella usata da Nestore. Si tratta della più antica iscrizione in lingua greca ritrovata in Italia, e fa il paio con una seconda che ci restituisce la firma di un decoratore di vasi in attività nella stessa Pithecusa. Infine, c’è il periodo romano, di cui fanno parte i rilievi votivi in marmo dal santuario delle Ninfe, in località Nitrodi (Barano), e dei lingotti in piombo e stagno della fonderia sommersa di Carta Romana. Buona parte di questo patrimonio archeologico di inestimabile valore ha ritrovato la luce grazie agli scavi effettuati da Buchner a partire dal 1952. Ora però il comune, in difficoltà finanziaria, avrebbe deciso di vendere Villa Arbusto, e il museo rischia lo sfratto. Da qui l’appello dell’associazione – sottoscritto già da decine di intellettuali, professori universitari ed esperti tra cui l’ex soprintendente di Pompei Pietro Guzzo – che chiede la ministero di beni culturali e turismo di vigilare sulla vicenda.
Scoperto nell’Alberta (Canada) il dinosauro cornuto “cugino” del triceratopo: il wendiceratopo era ornato da “riccioli” d’osso e un grande corno sul naso

Ricostruzione del wendiceratopo: in blu le ossa ritrovate nello scavo dell’Alberta (foto Danielle Dufault)
“Riccioli” d’osso e un grande corno issato sul naso: non passava certo inosservato il muso del Wendiceratops pinhornensis, il nuovo dinosauro scoperto in Canada dai paleontologi del Royal Ontario Museum e del museo di Storia naturale di Cleveland. “Cugino” del più famoso triceratopo, era lungo 6 metri e pesava quasi una tonnellata: i suoi resti fossili, riemersi dopo 79 milioni di anni, potranno fare luce sull’evoluzione degli ornamenti ossei di questi giganti della preistoria, come spiegano gli stessi ricercatori sulla rivista Plos One. “Il largo collare osseo del wendiceratopo è costellato da numerosi ossi ricurvi”, afferma il paleontologo canadese David Evans, “mentre il naso è sormontato da un largo corno verticale. È probabile che anche sopra gli occhi fossero presenti dei corni. Tutti questi ornamenti lo rendono uno dei dinosauri cornuti più sorprendenti mai scoperti”.
L’identikit del wendiceratopo è stato ricostruito sulla base di oltre 200 ossa appartenenti a quattro esemplari, di cui tre adulti ed un cucciolo. I paleontologi li hanno rinvenuti in un sito che si trova nella parte meridionale della provincia di Alberta, vicino al confine con il Montana, Stati Uniti d’America, e che è stato scoperto nel 2010 dalla “cacciatrice” di fossili Wendy Sloboda, da cui il dinosauro ha preso il nome. Era un erbivoro e avrebbe raccolto piante basse con un becco da pappagallo e tagliate con decine di denti a forma di foglia. Vissuto circa 79 milioni di anni fa, il wendiceratopo rappresenta una delle specie più antiche della famiglia dei ceratopsidi (a cui appartiene anche il triceratopo): il suo corno sul naso potrebbe quindi essere uno dei primi modellati sul muso di questi dinosauri dall’evoluzione. Il wendiceratopo ha un unico corno ornamentale sopra il naso che mostra lo sviluppo evolutivo intermedio fra le piccole forme arrotondate dei primi dinosauri cornuti e le grandi corna alte dello Styracosaurus e dei suoi parenti,” spiega Michael Ryan, co-autore dello studio. “Le corna incastrate di due wendiceratopi potrebbero essere l’esito di un combattimento tra maschi per accedere al territorio o conquistare la femmina”. E David Evans conclude: “Il wendiceratopo ci aiuta a capire lo sviluppo iniziale del corno ornamentale del cranio. Il numero di ossa ornamentali e corna ne fa uno dinosauri cornuti più eclatanti mai trovati”.
Gli archeologi dell’università di Bologna dopo oltre 80 anni tornano a scavare in Albania nell’antica Butrinto, centro ellenistico e colonia romana dell’Epiro che sorge a pochi chilometri dal confine con la Grecia
Secondo Virgilio venne fondata dal profeta troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò Andromaca e si spostò a occidente. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda invece che lo stesso Enea visitò la città dopo che anche lui era fuggito dalla distruzione di Troia. Parliamo dell’antica città di Butrinto, centro ellenistico e romano a pochi chilometri dal confine con la Grecia in quella regione che in antico si chiamava Epiro e oggi appartiene all’Albania. È qui che da settembre scaveranno gli archeologi italiani dell’università di Bologna: il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania ha infatti approvato il progetto dell’ateneo felsineo per lo studio e lo scavo di un importante edificio sacro della città ellenistica e romana di Butrinto. Qui aveva condotto ricerche importanti e molto fruttuose, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, un altro “bolognese”: Luigi Ugolini, laureato in Archeologia proprio a Bologna nel 1921. Poi la seconda guerra mondiale pose fine a quei lavori, ripresi successivamente da archeologi albanesi, inglesi e americani.

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell’isola di Corfù
Butrinto in origine era una città dell’Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell’Illiria a nord. I resti archeologici più antichi datano ad un periodo compreso fra il X e l’VIII secolo a.C. Dal IV secolo a.C. crebbe in importanza: di questo periodo sono un teatro, un tempio ad Asclepio ed un’agorà. Nel 228 a.C. Butrinto divenne protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. Nel 44 a.C. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al suo corrispondente Cicerone, che stava agendo nel Senato romano, contro il piano. Come risultato, pochi coloni si spostarono a Butrinto. Nel 31 a.C. L’imperatore Augusto, fresco vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, rimise in vigore il piano per fare di Butrinto una colonia di veterani. I nuovi residenti espansero la città e, fra l’altro, costruirono un acquedotto, le terme, un foro e un ninfeo. Nel III secolo d.C. gran parte della città venne distrutta da un terremoto, che rase al suolo parecchi edifici del foro e dei dintorni. Gli scavi archeologici hanno rivelato che la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città sopravvisse comunque e divenne un porto molto importante. All’inizio del VI secolo Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero (uno dei più grandi dell’epoca paleocristiana) e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila. Gli scavi evidenziano che le importazioni di beni dal Vicino Oriente continuarono fino agli inizi del VII secolo, quando i Bizantini persero il controllo della zona. Butrinto segue così la stessa sorte di gran parte delle città balcaniche dell’epoca, dove la fine del VI e l’inizio del VII secolo sono uno spartiacque fra l’età romana e il medioevo.
I primi scavi archeologici cominciarono nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano anche ragioni geopolitiche, puntando ad estendere l’egemonia italiana nella zona. La spedizione era condotta da un archeologo italiano, Luigi Maria Ugolini, che fece un ottimo lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, quando furono fermati dalla seconda guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città ellenistica, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade di Omero. Dopo che il governo comunista di Enver Hoxha prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite. Il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi, fra i quali Hasan Ceka. Negli anni Settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala. A partire dal 1993 un’equipe di archeologi inglesi, guidati dal prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all’interno della città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l’area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l’esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città.
Gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, in continuità ideale con quelle passate ricerche, tornano dunque in questo sito importante e bellissimo, visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, soprattutto meta delle visite dei passeggeri delle molte crociere in navigazione nel mar Ionio che approdano all’isola di Corfù. La missione dell’Alma Mater è diretta da Sandro De Maria, ordinario di Archeologia Classica al Dipartimento di Storia Culture Civiltà, che da quindici anni lavora con i suoi collaboratori in un altro importante sito archeologico albanese: Phoinike (Fenice), città sorta nel IV secolo a.C. e abbandonata al tempo della conquista turca dell’Albania, nella prima metà del XVI secolo. I risultati ottenuti con le ricerche di Phoinike sono stati numerosi e importanti: scavi all’agorà della città ellenistica, al teatro antico, in quartieri di case ellenistiche e romane, nella basilica paleocristiana, nelle necropoli, nei siti minori del territorio. Grazie a questi lunghi anni di intenso lavoro il progetto dell’Alma Mater, che ha come partner l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, si estende ora alla vicina Butrinto, centro santuariale importantissimo in età ellenistica (destinato al culto di Asklepios/Esculapio) e colonia romana dell’età di Augusto.
La nuova zona archeologica a Butrinto sarà oggetto di un progetto di studio e recupero di un’area sacra che sorge al di sopra del teatro, fino ad oggi mai indagata a fondo. Le attività si estenderanno poi a progetti di ricerca, scavo e valorizzazione di più ampio respiro. Gli scavi a Butrinto partiranno il prossimo settembre, in contemporanea con quelli di Phoinike, dove nel corso degli anni sono già passati diverse centinaia di studenti dell’Alma Mater, assieme a loro colleghi albanesi e di altre nazionalità europee, in un progetto di ricerca e formazione specialistica che fin dall’inizio ha goduto del sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano, nell’ambito delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero. Proprio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, assicura il sostegno finanziario alla campagna di scavo, a cui si aggiunge il contributo dell’Università di Bologna e del suo Campus di Ravenna, che agevola la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi legati alla conservazione dei beni culturali.
Trovata, nel nord di Israele, l’impronta lasciata duemila anni fa dai calzari di un legionario romano
Quante volte, in un sito archeologico, ci è capitato di dire: stiamo camminando sulle orme di quel popolo antico o di quel personaggio. Ad un gruppo di archeologi israeliani è successo “letteralmente” di camminare sule orme del popolo ce stavano studiando. È successo in Israele: recenti scavi condotti da un team dell’università di Haifa nelle rovine di Hippos, una città ellenistica sulle alture del Golan, hanno portato alla luce delle impronte di calzari dei soldati romani risalenti a duemila anni fa. Le impronte di suole chiodate vennero impresse nella malta ancora umida delle fortificazioni erette a Hippos, che sorge a est del mare di Galilea (Lago di Tiberiade), come riferisce su “Popular Archaeology” il professor Michael Eisenberg. Hippos era una delle dieci città ellenistiche sparse fra quelli che sono oggi Israele, Siria e Giordania, conosciute nell’antichità come la Decapoli. Gli archeologi dell’università di Haifa vi hanno condotto campagne di scavi ogni anno a partire dal 2000. Le rovine sono particolarmente notevoli per lo stato si conservazione della basilica, del foro e del teatro, il tutto ricavato dal basalto nero delle alture del Golan e arroccato sulle rocce che sovrastano il mare di Galilea. È qui che la squadra di ricercatori israeliani ha trovato una singola impronta completa di una caliga romana, insieme a diverse impronte incomplete, facilmente identificabili per i segni lasciati dai chiodi di ferro delle suole.
“L’orma completa”, spiega Eisenberg nell’articolo, “è lunga 24,50 centimetri e ha lasciato 29 piccole impronte circolari. Si trattava di una caliga del piede sinistro, equivalente approssimativamente a una scarpa numero 40! Tali calzature erano la dotazione standard dei soldati di truppa romani. “Il bastione e le impronte sollevano la possibilità che coorti romane o ausiliarie di stanza in Siria avessero anche il compito di costruire la fortificazione”, scrive Eisenberg. “Si tratta di un caso piuttosto eccezionale e probabilmente si è verificato in un momento di emergenza: un’emergenza che potrebbe essere collegata alla Grande Rivolta in Galilea degli anni 66-67 d.C., pochi anni prima che i romani marciassero su Gerusalemme e bruciassero il Secondo Tempio”.
“Il sacro che scorre”: in mostra a Civita Castellana santuari e luoghi sacri dei Falisci collegati all’acqua
L’acqua che scorre e che purifica ha da sempre un forte legame con i più diversi aspetti del sacro: i Falisci, che abitavano nel Viterbese Civita Castellana e il territorio bagnato dal Tevere e dal suo affluente Treja, non si sono sottratti a questo richiamo: hanno spesso costruito importanti santuari sulle sponde dei fiumi, hanno lasciato singolari doni votivi sul greto dei fossi o addirittura realizzato strutture idriche legate a culti particolari dalla misteriosa natura. Non è un caso anche il santuario federale dei Falisci, sacro a Giunone Curite, frequentato ancora in età romana dal poeta Ovidio con la moglie e la suocera, lambisca quasi le acque del Rio Maggiore sotto Civita Castellana. “Il primo e il più antico impianto legato al culto religioso di Giunone Curite è quello di Celle”, spiegano gli esperti, “risalente alla prima metà del VI sec. a.C., al quale doveva essere collegato il santuario delle acque (Ninfeo Rosa) sul fosso dei Cappuccini. Più tardi intorno al V sec. a.C. si aggiunsero il santuario suburbano dedicato al culto di Mercurio nell’area dei Sassi Caduti, e quello nell’area dell’acropoli del Vignale. È nel IV sec. a.C. che Falerii raggiunge il massimo dello splendore, la città si arricchisce di un nuovo sviluppo architettonico e urbanistico, vengono edificati nuovi santuari che per la loro imponenza e monumentalità fanno concorrenza a quelli greci, come il tempio di Giunone Curite (edificato in relazione al primo impianto del VI sec. a.C.), e quello dello Scasato all’interno dell’area urbana”. Da queste considerazioni nasce la mostra “Il sacro che scorre. I riti dell’acqua”, aperta fino al 31 ottobre 2015 nel Forte Sangallo di Civita Castellana, al museo archeologico dell’Agro Falisco, allestimento che rientra nel Progetto Experience Etruria, curato dalla soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale. La mostra offre l’occasione per vedere nella sala dell’Accoglienza dello splendido Forte borgiano anche alcuni dei materiali di un deposito votivo del tutto particolare, venuto in luce sul Fosso Ritello a Corchiano e che rimanda ad una divinità, per il momento sconosciuta, protettrice della sfera sessuale. L’esposizione si affianca alla mostra “I tempi del rito”, nella Cappella dell’Appartamento Papale, anch’essa dedicata ad un importante santuario, quello di Monte Li Santi-Le Rote, sorto sulle rive del torrente Treja a Mazzano Romano, nel territorio dell’antico centro falisco di Narce.
In mostra a Vicenza la riscoperta del teatro Berga, il teatro romano di Vicetia, dai disegni e scavi ottocenteschi del Miglioranza alle immagini di oggi
Il primo a riesumarlo dall’oblio del tempo fu Andrea Palladio. Il teatro romano di Berga a Vicenza era ormai abbandonato da quasi tredici secoli, ma nel borgo a sud-est di quella che fu la Vicetia romana si potevano ancora scorgere tracce dell’antico edificio. Così l’archistar ne tracciò la pianta che fu alla base della conoscenza dell’antico teatro, seguito nel secolo successivo dai rilievi di altri architetti, Ortensio Zago e Ottavio Bertotti Scamozzi. Ma fu solo all’inizio dell’Ottocento con l’architetto vicentino Giovanni Miglioranza che abbiamo la prima indagine metodica sul teatro, cui dedicò della sua vita. Ed è proprio a questo insigne studioso e al monumento scomparso che Vicenza dedica la grande mostra dell’estate “Miglioranza e il Teatro Berga. Disegni dall’800, immagini di oggi”, aperta nello spazio Underground di Palazzo Chiericati fino al 27 settembre a cura di Chiara Signori ed Elena Cimenti con 25 disegni del Miglioranza provenienti dl Gabinetto Stampe e disegni di Palazzo Chiericati e due dalla biblioteca Bertoliana. I disegni illustrano piante, spaccati e prospetti realizzati dall’architetto nell’arco di trent’anni, prima basandosi sullo studio dei pochissimi resti visibili nell’Ottocento e successivamente grazie agli scavi diretti dallo stesso Miglioranza. Buona parte dei fogli esposti sono dedicati infatti ai reperti archeologici rinvenuti proprio durante questi lavori: statue, capitelli, cornicioni delineati dall’architetto, che rivelano le sue doti nel disegno e nel chiaroscuro.

La ricostruzione 3D del Teatro dell’architetto Fabrizio Burtet Fabris basata sui disegni del Miglioranza
Non manca il confronto tra l’ipotesi ricostruttiva del Miglioranza e l’articolazione planimetrica del teatro elaborata alla luce dei risultati degli interventi di scavo, rilievo e restauro delle strutture antiche diretti dalla soprintendenza Archeologia negli ultimi decenni. Questo confronto sarà possibile grazie a un video, realizzato dall’architetto Fabrizio Burtet Fabris, che proporrà inoltre la ricostruzione 3D del Teatro basata sui disegni del Miglioranza. “Questa mostra è una sorta di workshop seminariale, di dimensioni ridotte, che ha la capacità di far comprendere il senso del lavoro di approfondimento e di studio che spesso sfugge al grande pubblico ma che produce interessanti risultati in termini di conoscenza del nostro passato”, spiega il vicesindaco e assessore alla crescita Jacopo Bulgarini d’Elci. “La mostra offre quindi l’opportunità di scoprire aspetti ignoti ed estremamente interessanti di un pezzo di città su cui si ergeva l’antico Teatro Berga, oggi scomparso, ma di cui resta ancora qualche traccia, tra Porton del Luzzo e Palazzo Gualdi, oltre che i reperti conservati al museo Naturalistico e archeologico e i disegni di Miglioranza”.

Una veduta di Borgo Berga oggi a Vicenza: evidente l’andamento del teatro antico nelle case che vi sono state costruite sopra
Il Teatro Berga era il teatro romano di Vicenza, la romana Vicetia, e sorgeva nell’omonimo quartiere del centro storico di Borgo Berga, in corrispondenza degli attuali edifici compresi tra contra’ Santi Apostoli, piazzetta San Giuseppe, contra’ Porton del Luzzo, piazzetta Gualdi, stradella Pozzetto e contra’ Lioy, con la cavea rivolta verso sud e la scena verso nord. In particolare il percorso di contra’ Porton del Luzzo segue l’andamento circolare del perimetro esterno della cavea del teatro. Il teatro, edificato verso la fine del I secolo a.C., si trovava nell’area a sudest del centro cittadino edificata oltre il fiume Retrone e che era collegata con il centro tramite un ponte che sorgeva in corrispondenza dell’attuale ponte San Paolo. Inoltre, nei pressi della cavea confluivano due importanti vie di comunicazione: la strada proveniente da Lonigo e quella proveniente da Costozza. In età Claudia la scena fu arricchita di ulteriori statue di membri della classe imperiale. Il complesso del Teatro Berga, realizzato principalmente con la pietra estratta nelle cave di Costozza, era costituito da una parte meridionale, che includeva il teatro vero e proprio, e una vasta area porticata posta a nord (porticus post scaenam) di circa 70-80 metri. Il diametro esterno della cavea era pari a circa 82 metri. Si stima che il teatro potesse contenere oltre 5000 spettatori. La scena era ornata da statue in marmo, alcune delle quali sono state rinvenute nel corso di scavi e sono conservate nel museo archeologico-naturalistico di Santa Corona di Vicenza, che per l’occasione sarà accessibile gratuitamente ai visitatori della mostra. Il teatro fu utilizzato per le rappresentazioni almeno fino al III secolo d.C.: infatti, esso è citato in un’iscrizione proveniente da Leptis Magna che ricorda gli onori tributati presso il teatro di Vicetia al pantomimo Marco Settimio Aurelio Agrippa (ottenne decurionalia ornamenta, cioè onori da decurione). La prima citazione storica dell’edificio è costituita da un diploma dell’imperatore Ottone III risalente al 1001, con il quale l’imperatore cede la proprietà dell’edificio al vescovo di Vicenza. Dopo esser stato utilizzato come carcere nella seconda metà del XIII secolo, il teatro andò in rovina e su di esso furono poi edificati, verso la prima metà del XVIIII secolo, edifici ad uso abitativo, tuttora esistenti. Mentre è evidente la sua forma, conservata dall’andamento delle strade, si conserva poco della sua struttura. I muri di sostruzione della cavea sono stati in parte inglobati nelle costruzioni successive. Il teatro fu rilevato per la prima volta già da Andrea Palladio, che poté così redigere una pianta dettagliata. Anche altri celebri architetti ebbero modo in seguito di redigere tavole con disegni del teatro.
“Miglioranza cominciò ad esaminare i resti dell’antico teatro vicentino e le fonti sui teatri antichi, dedicandosi in modo particolare a Vitruvio”, spiegano le due curatrici. “Tra il 1824 e il 1831, grazie ai frequenti studi sui resti visibili principalmente nei sotterranei delle case costruite sopra il teatro. Miglioranza realizzò 17 disegni dove mostrava un’immagine del teatro Berga che oggi sappiamo essere poco aderente alla realtà archeologica. In questo primo gruppo di disegni Miglioranza resta vicino alle ipotesi dedotte da Ortensio Zago e, soprattutto ai precetti di Vitruvio”. Nello stesso periodo realizzò la Veduta del Teatro Berga dallo spaccato delle gradinate, una visione scenografica ad acquerello, dove l’autore dimostra le sue doti nel disegno e nel chiaroscuro. Divenuto architetto, nel 1832 Miglioranza presentò i suoi disegni al Vicerè del Lombardo Veneto. Ottenne un sussidio e il parere positivo agli scavi nella zona del teatro. Ebbero così inizio le quattro campagne di lavori, dirette con passione da Miglioranza, sotto il controllo di una commissione nominata dal Comune. Alla fine dei primi due anni di scavo (1838-1839) aveva riportato alla luce i settori orientali della scena e dell’orchestra, oltre ad aver realizzato una galleria che consentiva di vedere i resti ritrovati. “Miglioranza era convinto che il Berga fosse un teatro costruito secondo le proporzioni dettate da Vitruvio”, continuano Signorini e Cimenti, “anche se l’area riportata alla luce non risultava stesa a sufficienza per poterlo affermare”. Durante la terza campagna di scavo (1842-1848), senza grandi risultati, realizzò i 27 disegni sui materiali decorativi ritrovati fino ad allora: statue, capitelli, fregi. “Dopo l’ultima campagna di scavo (1853-1854)”, concludono le curatrici, “disegnò i 5 fogli più importanti risultato degli studi di tutta una vita e anteprima del grande progetto della Illustrazione del Teatro Berga che però non riuscì ma a compiere”.
Il percorso espositivo si conclude con alcune fotografie realizzate da Marco Zorzanello del Centro di Cultura Fotografica, che collegano il passato e il presente del Teatro Berga con uno sguardo contemporaneo reso possibile grazie alla collaborazione delle persone che oggi abitano i palazzi costruiti sui resti del Berga. “Le immagini fotografiche esposte”, interviene Zorzanello, “mostrano realmente e metaforicamente il teatro di oggi. Pur mantenendo intatta la sua forma urbana, nel corso dei secoli questo luogo della città ha subito in modo spontaneo e non programmato, un cambiamento radicale, passando dall’essere un teatro sino a divenire un isolato densamente abitato. In tal modo questo singolare “condominio” è diventato un incredibile palcoscenico dove gli abitanti si muovono come attori dello spettacolo della Storia”.
Bronzetti nuragici all’asta a Londra. Il deputato Pili lancia l’allarme: “Stop ai traffici illegali del patrimonio sardo, Londra deve restituire i bronzetti”. La Camera approva un odg sulla direttiva europea che disciplina la restituzione dei beni archeologici
Un cavallo, due stambecchi, un bue e un muflone. Tutti sardi e tutti di bronzo. Più altre statuette. Pezzi di storia dell’Isola messi all’asta a Londra. La denuncia-allarme era stata lanciata dal deputato di Unidos Mauro Pili con una interrogazione urgente al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e degli Esteri Paolo Gentiloni con cui chiedeva di bloccare “immediatamente la svendita della civiltà nuragica”. “Quella decina di pezzi esclusivi messi in vendita in modo criptato da una nota casa d’aste londinese è un patrimonio inestimabile che appartiene al popolo sardo”, sottolineava il parlamentare sardo. “Bloccate immediatamente la svendita della civiltà Nuragica. Quella in vendita all’asta a Londra è refurtiva sottratta alla maestosa civiltà nuragica. È refurtiva sotto ogni punto di vista e va restituita senza se e senza ma alla Sardegna. Quella decina di pezzi esclusivi messi in vendita in modo criptato da una nota casa d’aste londinese è un patrimonio inestimabile che appartiene al Popolo Sardo e non vi è alcun motivo per essere nelle mani di trafficanti che a vario genere li detengono, comunque illegalmente. Si tratta di cimeli unici, testimonianze nuragiche che rappresentano una rapina a mano armata ai danni della Sardegna e della sua storia arcaica. Per questo motivo il governo deve smetterla di fregarsene e deve, invece, intervenire su questo traffico di reperti archeologici dalla Sardegna verso le case d’asta mondiali. Già nei mesi scorsi avevo denunciato la vendita di straordinari reperti archeologici di epoca nuragica tra Londra e New York”.
Solo quattro bronzetti nuragici sardi, tra quelli battuti all’asta a Londra, sono stati riportati sull’isola, acquistati dalla Fondazione di partecipazione Nurnet – La rete dei Nuraghi – e dal gruppo Facebook “Archeologia della Sardegna”, grazie al contributo di soci e privati cittadini. Si tratta di un cavallo, due stambecchi e un ariete datati IX-VI sec. a.C. e appartenuti al collezionista libanese Farid Ziade. Nel complesso i pezzi battuti oggi da Acr Auctions sono stati nove e tra questi: due sacerdoti, un guerriero, un offerente e cinque animali. “Abbiamo tentato inutilmente di far sospendere l’asta vergognosa – spiega Nicola Manca, presidente di Nurnet – partecipando e divulgando la raccolta firme. Ci siamo però trovati costretti a partecipare all’asta per restituire dignità alla nostra storia”. La Fondazione e gli appassionati iscritti al social network doneranno i bronzetti acquistati a un piccolo Comune sardo allo scopo di tutelare e valorizzare le piccole realtà “che nel corso di questi anni sono state dimenticate e abbandonate dalle istituzioni”, come dimostrato anche dal fatto “che nessuna di queste ultime abbia preso parte all’asta o tentato di fermarla”.

La Camera ha approvato un odg per far recepire direttiva Ue sulla restituzione dei beni archeologici
Ma Pili non si è dato per vinto. “I bronzetti nuragici devono tornare a casa senza aste e senza compravendite illegali e deprecabili sotto ogni punto di vista. La refurtiva non si compra, si deve restituire. Stop al traffico e al commercio di beni archeologici. Londra e tutti i paesi europei che detengono beni archeologici provenienti dalla Sardegna o dall’Italia li devono restituire”, ribadisce Pili annunciando che la Camera ha approvato l’ordine del giorno presentato dallo stesso ex governatore sardo, che obbliga il governo a recepire immediatamente la direttiva europea che disciplina la restituzione dei beni archeologici. “L’atto approvato – spiega Pili – impone al governo italiano di intervenire e applicare immediatamente la direttiva europea nel caso dei reperti di archeologia nuragica oggetto di denuncia per la vendita all’asta di Londra perseguendo la totale restituzione di tale patrimonio appartenente alla grande civiltà nuragica della Sardegna”.
Missione archeologica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia a Shida Kartli in Georgia. Dopo le antiche culture di Kura-Araxes e di Bedeni, alla scoperta del sito di Aradetis Orgora: 14 metri di livelli archeologici dal IV millennio a.C. al grande palazzo di età ellenistico-romana

La missione archeologica congiunta università Ca’ Foscari e museo nazionale Georgiano a Shida Kartli in Georgia attiva dal 2009
È ripresa da metà giugno e andrà avanti fino al 4 agosto la cooperazione in campo archeologico tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e il museo nazionale georgiano nell’ambito del “Georgian-Italian Shida Kartli Archaeological Project”: la missione archeologica congiunta dell’università Ca’ Foscari di Venezia e del Georgian National Museum nella regione di Shida Kartli in Georgia è diretta dalla prof. Elena Rova e dal prof. Iulon Gagoshidze. La missione, che in realtà è iniziata nel 2009, dal 2013 è concentrato ad Aradetis Orgora/Dedoplis Gora nel distretto di Kareli. Situato in posizione strategica alla confluenza del fiume Kura con il Prone occidentale, il sito, dominato da un palazzo di età ellenistico-romana, presenta una sequenza di quasi 14 metri di livelli archeologici ancora pressoché inesplorati, che ne testimoniano l’importanza a livello regionale almeno dal IV millennio a.C. agli inizi del primo millennio d.C. Il team di ricerca comprende più di 20 tra archeologi, esperti (geoarcheologi, paleobotanici paleozoologi, antropologi fisici, restauratori, esperti in datazioni radiometriche) e studenti di archeologia italiani e georgiani. In programma con la campagna 2015 il prosieguo dell’esplorazione dell’ala orientale del palazzo ellenistico, e lo scavo in profondità delle due aree iniziate nel 2013, dove sono stati ormai raggiunti i livelli rispettivamente della metà del II e della fine del IV millennio a.C. Sono previste anche ricerche paleoambientali interdisciplinari, e una campagna esplorativa per valutare le possibilità di conservazione e valorizzazione del sito.
L’ultima campagna, cioè quella 2014, ad Aradetis Orgora ha dato risultati molto interessanti che preludono a una campagna quest’anno altrettanto significativa. L’anno scorso sono stati portati a termine la maggior parte degli obiettivi prefissi (raggiungere il terreno vergine in campo B, scoprire le sequenze ben stratificate di ceramica e materiali del Bronzo antico e recente), insieme ad alcune importanti scoperte. Tra queste, va segnalata sicuramente la scoperta delle importanti strutture di Kura-Araxes (un edificio circolare con pietre verticali e canniccio rettilineo), alcune delle quali con materiale in situ, nonché le interessanti installazioni del Tardo Bronzo (sequenze di caminetti e piattaforma). La campagna ha anche restituito un ricco nucleo di ceramiche e piccoli reperti. Oltre a un ricchissimo gruppo di ceramiche del Tardo Bronzo, tra cui diversi vasi con un grande repertorio di decorazioni, essa ha restituito un campione meno numeroso, ma molto significativo di vasi Kura-Araxes, tra cui alcuni in situ. Per quanto riguarda i piccoli reperti, la scoperta di elementi notevoli (grani in foglia d’oro, pietre incise) dai livelli del Tardo Bronzo conferma l’importanza del sito e i suoi rapporti con territori molto distanti, e suggerisce la possibilità che gli edifici ufficiali di questo periodo potrebbero essere posti in prossimità del saggio stratigrafico. L’indagine del palazzo imperiale tardo-ellenistico è stata altrettanto un successo per la ricchezza dei reperti. I risultati sono impressionanti, e molte nuove informazioni saranno fornite dai risultati degli studi interdisciplinari in corso in Georgia, Italia, Francia e Israele. Per la prima volta, è stato fatto un campionamento per l’analisi paleoambientale di questo importante edificio pubblico antico in preparazione per le campagne future, il cui scopo sarà la ricostruzione di tutta la storia dell’occupazione del sito e del suo ambiente naturale, così come la sua valorizzazione futura, in una più stretta interazione tra la Georgia e gli archeologi italiani della spedizione.
La missione archeologica italiana nella provincia georgiana di Shida-Kartli, come detto, è impegnata dal 2009 in un progetto di ricerca in collaborazione con il Georgian National Museum sulle culture del IV e del III millennio a.C. Le prime due campagne (2009-2010), cui hanno partecipato studenti e dottorandi di Ca’ Foscari e della Tbilisi State University, sono state in gran parte dedicate allo studio dell’insediamento e della necropoli di Natsargora, scavati tra il 1984 e il 1987 da A. Ramishvili e tuttora inediti. Nel corso III millennio a.C. la piccola collina di Natsargora fu sede di un villaggio, i cui abitanti erano dediti, come dimostrano i risultati dello studio sui resti animali e vegetali, all’agricoltura e alla pastorizia oltre che ad attività artigianali (tessitura, metallurgia, etc.). Di questa fase si sono conservati resti di capanne con focolari fissi e mobili, fosse e strutture per l’immagazzinamento, da cui provengono, oltre a ceramica di ottima fattura, interessanti reperti, tra cui un rilievo cultuale che probabilmente raffigura una divinità. La necropoli si trovava a poche decine di metri dal sito. I defunti erano sepolti in fosse coperte da un cumulo di pietre. Il corredo era rappresentato da pochi recipienti di ceramica posti intorno alla testa, come a suggerire un’offerta di un pasto servito al defunto, e da qualche ornamento: spilloni, bracciali e anelli di metallo, perle di pietre dure e pasta vitrea. “’L’importanza dell’insediamento”, spiegano gli archeologi di Ca’ Foscari, “è data dal fatto che si tratta di uno dei pochissimi siti della regione in cui è attestata la presenza di materiale appartenente alle due culture di Kura-Araxes (fine IV-I metà del III millennio) e di Bedeni (II metà del III millennio), e in cui quest’ultima, tradizionalmente considerata una cultura nomade, ha prodotto resti di insediamento. Offre dunque la rara opportunità di investigare la relazione, tuttora oscura, tra queste due culture, vicine nel tempo ma apparentemente molto diverse tra loro, ad esempio nella produzione di ceramica”.







































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