Come i grandi musei internazionali, anche il museo Egizio di Torino pensa a una sede distaccata: a Catania, nell’ex convento dei Crociferi, per sviluppare i rapporti tra la Sicilia e l’Egitto nell’età ellenistica

La grande galleria della sede distaccata del museo del Louvre a Lens

La grande galleria della sede distaccata del museo del Louvre a Lens

All’estero per i grandi musei non è una novità avere una sede distaccata. Il Louvre ne ha aperta una a Lens, l’ex cittadina mineraria nella regione francese nord-orientale del Pas de Calais. E un’altra la stanno realizzando sull’isola sabbiosa di Saadyat di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, allo Zayed National Museum dove l’anno prossimo aprirà anche una dependance del newyorkese museo Guggenheim, che da tempo vanta altre due prestigiose sedi, una sul Canal Grande a Venezia e l’altra a Bilbao. L’Ermitage di San Pietroburgo ha aperto sedi in Russia (Kazan, Vyborg, Mosca, e l’elenco è destinato ad allungarsi) e in Europa (prima Ferrara, poi Venezia; e da anni a Amsterdam).

La sala dei sarcofagi al museo Egizio di Torino: si valuta di aprire una sede a Catania

La sala dei sarcofagi al museo Egizio di Torino: si valuta di aprire una sede a Catania

Ora anche un grande museo italiano, l’Egizio di Torino, progetta di aprire una sede distaccata. A Catania. La sede potrebbe essere già stata individuata nell’ex monastero dei Crociferi, ma non ci sarebbero ancora progetto scientifico e piano finanziario. “L’apertura di una seconda sede del Museo Egizio a Catania è un progetto in nuce, per ora un pensiero”, ammette il direttore del Museo Egizio Christian Greco. “C’è stato un avvicinamento ma il progetto scientifico e il piano finanziario non sono stati ancora definiti. Se si riuscisse a realizzare questo progetto desidererei molto che si mettesse in luce il materiale dell’età ellenistica facendolo dialogare con il materiale archeologico presente nell’isola. Il rapporto che si ebbe nell’età ellenistica tra la Sicilia e l’Egitto fu intensissimo. Ricrearlo e rimettere in connessione la Sicilia con la sponda Sud del Mediterraneo è un progetto di diplomazia culturale molto importante. Le aree del Mediterraneo e la Sicilia, che viene invasa, lo dico in termini positivi, da tutti questi immigrati, possono trovare in questa collezione il loro motivo di identificazione culturale”.

L'ex convento dei Crociferi a Catania indicato come possibile sede distaccata del museo Egizio di Torino

L’ex convento dei Crociferi a Catania indicato come possibile sede distaccata del museo Egizio di Torino

L'incontro tra Bianco, Franceschini, Christillin e Greco

L’incontro tra Bianco, Franceschini, Christillin e Greco in ministero a Roma

Il primo incontro per il progetto di una sede distaccata a Catania del Museo Egizio si è tenuto al ministero dei Beni culturali e del turismo, tra il ministro Dario Franceschini, la presidente dell’Egizio Evelina Christillin, il direttore Christian Greco e il sindaco di Catania Enzo Bianco, che esprime ottimismo: “A Catania stiamo finendo di restaurare un bellissimo monastero, il convento dei Crociferi. Il primo piano sarebbe disponibile ad ospitare una parte delle collezioni del museo Egizio, naturalmente sotto la supervisione dello stesso museo Egizio. Sarebbe una vera e propria sezione staccata. Completeremo il convento entro la fine dell’anno e se ci saranno le condizioni questo progetto potrebbe già essere maturo”.

Colazione alle terme romane. È la proposta di Lapis per l’apertura stagionale delle aree archeologiche di Montegrotto domenica 3 aprile nell’ambito del progetto Aquae Patavinae

L'area archeologica di via degli Scavi a Montegrotto con un grande complesso termale

L’area archeologica di via degli Scavi a Montegrotto con un grande complesso termale

E domenica? Colazione alle terme romane. È la proposta lanciata domenica 3 aprile 2016 dall’associazione Lapis per l’apertura stagionale delle aree archeologiche di Montegrotto. Si inizia dall’esteso complesso termale monumentale, costruito a partire dalla seconda metà del I secolo a.C. e ampliato e utilizzato fino al III secolo d.C., scoperto in viale della Stazione di cui sono visibili i resti di tre grandi piscine con relativo sistema di adduzione idrica, di un piccolo teatro per l’intrattenimento dei frequentatori delle terme, di un edificio a pianta centrale con due absidi laterali e di un altro di dimensioni più modeste, entrambi di funzione per ora non sicuramente identificata. Il sito fu scoperto tra il 1781 e il 1788; in seguito la soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto riprese le indagini nel 1953 e tra il 1965 e il 1970. La visita guidata continua quindi in via Neroniana dove sono visibili i resti di una lussuosa villa costruita agli inizi del I secolo d.C., utilizzata e rimaneggiata almeno fino al III – IV secolo d.C. Il principale settore residenziale della villa è protetto con coperture permanenti che evocano i volumi originari. L’area ha restituito anche tracce di frequentazione pre-protostorica (III – I millennio a .C.) non più visibili sul terreno, e di insediamenti di epoca medievale (V – XIV secolo d.C.) ancora in parte conservati. Approfonditi studi di geomorfologia e paleobotanica hanno permesso una ricostruzione del paesaggio antico dell’area prima della frequentazione umana.

Una ricostruzione della villa romana di via Neroniana a Montegrotto

Una ricostruzione della villa romana di via Neroniana a Montegrotto

L’appuntamento con gli archeologi dell’associazione Lapis è dunque fissato per domenica 3 aprile 2016 alle 10 con colazione e partenza dall’area archeologica di viale Stazione/via degli Scavi, per la visita del complesso. Quindi passeggiata con commento ai pannelli informativi e arrivo alla villa di via Neroniana e al complesso termale. Prenotazione obbligatoria, posti limitati: tel.: +39 3890235910, e-mail: lapisarcheologia@gmail.com Sono in programmazione visite guidate nei tre siti archeologici ogni domenica dalle 10:30 alle 12:30 e dalle 15:30 alle 18:30. Tutti gli altri giorni l’apertura delle aree archeologiche avviene solo su prenotazione per gruppi non inferiori ai 10 partecipanti; tel.: +39 3890235910, e-mail: lapisarcheologia@gmail.com

Il totem all'ingresso del punto informativo di Aquae Patavinae

Il totem all’ingresso del punto informativo di Aquae Patavinae

Le attività nel territorio di Montegrotto Terme rientrano in un più ambizioso progetto, denominato Aquae patavinae (www.aquaepatavinae.it), che ha preso avvio nel 2005, grazie alla sinergia tra università di Padova, soprintendenza Archeologia del Veneto e Comune di Montegrotto, ed è stato sostenuto negli anni dal generoso contributo di Arcus SpA, Regione del Veneto, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e Miur. Sino ad oggi il progetto Aquae patavinae ha contribuito ad aprire e rendere visitabili tre aree archeologiche del territorio di Montegrotto Terme (due complessi termali e una villa di età imperiale), si è impegnato nel progetto di comunicazione realizzando e installando la pannellistica informativa ed allestendo il Punto Informativo Aquae Patavinae presso la stazione ferroviaria di Terme Euganee/Abano/Montegrotto. L’obiettivo del progetto è quello di realizzare un parco archeologico nel comprensorio termale euganeo, frequentato da almeno mille anni prima di Cristo per la presenza dell’acqua calda naturale con ben note proprietà terapeutiche.

Siria. Liberata Palmira. Primo bilancio delle distruzioni dell’Isis: cancellati il tempio di Baalshamin e il santuario di Bel e le tombe a torre. Devastato il museo. Salvo l’80 per cento del sito. Si discute per la sua ricostruzione. Il museo dell’Ermitage offre la sua collaborazione

L'esercito governativo di Assad ha riconquistato la città e il sito archeologico di Palmira con l'aiuto dei raid aerei russi

L’esercito governativo di Assad ha riconquistato la città e il sito archeologico di Palmira con l’aiuto dei raid aerei russi

Nel giorno di Pasqua liberata Palmira. Ma la “sposa del deserto” sfregiata dall’Isis non sarà più come prima. L’esercito siriano ha ripreso il “pieno controllo” di Palmira, che lo scorso anno era stata conquistata dallo Stato islamico. Lo hanno reso noto fonti militari citate dai media di Damasco e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo cui l’esercito è rientrato a Palmira, con il sostegno dei raid russi: più di 200 solo nelle ultime ore dell’attacco. Secondo l’agenzia di stampa Sana le truppe governative e le milizie loro alleate hanno “ripulito” la città da tutti i militanti dell’Isis e “distrutto i loro ultimi covi”, mentre gli artificieri hanno eliminato tutte le mine e gli ordigni lasciati dai terroristi. Dal canto loro, gli attivisti dell’Osservatorio, con sede a Londra, citando “più fonti attendibili”, hanno fatto sapere che i militanti dello Stato islamico hanno ricevuto l’ordine di lasciare Palmira dalla leadership del Califfato a Raqqa. Le tre settimane di guerra per riconquistare la città, secondo l’Osservatorio, sarebbero costate la vita ad almeno 400 militanti e 180 soldati. “Un importante successo nella guerra contro il terrorismo”, proclama il presidente siriano, Bashar al-Assad.

Una veduta aerea del sito archeologico di Palmira: si vedono bene ancora integri il teatro romano e il lungo colonnato

Una veduta aerea del sito archeologico di Palmira: si vedono bene ancora integri il teatro romano e il lungo colonnato

La città di Palmira, sito Unesco patrimonio dell’umanità, ricordiamolo, è una delle più antiche della regione. Esisteva già nel XIX secolo a.C. quando era conosciuta e citata negli antichi documenti con il nome di Tadmor o Tamar, nome registrato anche nella Bibbia che la ricorda come fortificata da Salomone. Per oltre un millennio, però, sulla città cala il silenzio, fino alla conquista da parte dei Seleucidi che, nel 323 a.C. prendono il controllo della Siria. Palmira si mantiene indipendente fino a circa il 19 a.C., nonostante il Paese fosse ormai nelle mani dei Romani. È sotto il regno di Tiberio e poi di Nerone che la città viene annessa all’Impero. Plinio il Vecchio ne racconta le ricchezze del suolo e l’importanza che essa ricopre all’epoca nei commerci tra Roma e l’Oriente, soprattutto Cina, India e Persia. Nel II secolo d.C. Adriano la visita e la proclama città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana. Tra la fine del II e l’inizio del III secolo, Settimio Severo o il suo successore, il figlio, Caracalla, concede a Palmira lo statuto di città libera. È nel III secolo che la città diventa famosa sotto il regno della regina Zenobia e del figlio Vaballato, che sognano di formare un impero d’Oriente da affiancare a quello di Roma. La mitica regina, infatti, inizia a ribellarsi al potere della città eterna e conquista Egitto, Palestina e Arabia, spingendosi fino alla Cappadocia e alla Bitinia. Ma la proclamazione di Aureliano a imperatore pone fine alle ambizioni di Zenobia e del figlio. Palmira viene conquistata, abbandonata e diventa base militare per le legioni romane. Dopo un periodo di nuova fioritura con l’impero bizantino, la città va in rovina sotto il dominio arabo.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2016/03/26/siria-ecco-cosa-resta-del-sito-archeologico-di-palmira-video_f8f1ed4d-cf16-4892-ada2-4cabef0e931a.html

 

La foto scattata il 27 marzo 2016 conferma che il tetrapilo non è stato distrutto dai jihadisti

La foto scattata il 27 marzo 2016 conferma che il tetrapilo non è stato distrutto dai jihadisti

Un portale in una distesa di detriti è il muto testimone di quanto resta del grande santuario di Bel a Palmira distrutto dai jihadisti

Un portale in una distesa di detriti è il muto testimone di quanto resta del grande santuario di Bel a Palmira distrutto dai jihadisti

“L’80 per cento dell’architettura dell’antica città siriana non sarebbe stata distrutta dall’Isis, anche se quel 20% non è perdita da poco, se pensiamo solo al tempio romano di Baalshamin e al grande santuario di Bel”, sostiene Selon Maamoun Abdulkarim, direttore di Antichità e Musei in Siria (Dgam), dopo l’esame delle immagini riprese dal drone russo su Palmira liberata. Il colonnato, l’agorà, il teatro, i bagni di Diocleziano, il tempio di Nébo e d’Allat sono ancora in piedi, a testimoniare millenni di arte e di storia, contaminazioni culturali assire, bizantine e greco romane nella città patrimonio dell’Unesco. Distrutto invece il tempio di Bel e Baalshamin, come decine di torri funerarie e l’arco trionfale, e le sculture e i reperti del museo archeologico. Proprio il museo, difeso fino a pagare con la vita dal suo direttore Khaled Asaad, è stato oggetto di saccheggio. “Ci vorranno cinque anni per ricostruirla”, sostiene Maamoun Abdulkarim, direttore di Antichità e Musei in Siria. Dopo la riconquista dell’antica città siriana, la Russia promette il suo aiuto per lo sminamento dell’area e il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo offre la collaborazione di un team di esperti per i restauri. Il direttore Abdul-Karim ha detto che un team di esperti farà una stima dei danni. Ma gli esperti internazionali sono scettici. Credere di poter restaurare il sito archeologico potrebbe rivelarsi illusorio, ha dichiarato Annie Sartre-Fauriat, membro della Commissione di esperti dell’Unesco per il patrimonio siriano. E il 1° aprile a Parigi si terrà un incontro proprio su Palmira.

Una sala devastata del museo di Palmira che Khaled Asaad aveva difeso pagando con la propria vita

Una sala devastata del museo di Palmira che Khaled Asaad aveva difeso pagando con la propria vita

Esperti di antichità siriani si sono detti profondamente scioccati dalla distruzione dei jihadisti al museo di Palmira: innumerevoli reperti dispersi e statue demolite. Il museo, infatti, ospita una “importante collezione” dell’arte palmirena, frutto di antiche donazioni. “In quanto custodi del patrimonio di Palmira – ha detto Piotrovsky – potremo aiutare ad analizzare la situazione e dare consigli così che questo sito storico diventi un monumento alla cultura, un monumento alla vittoria sul fanatismo e non una replica moderna, semplice attrazione turistica”. La direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova ha detto di sperare in una stretta collaborazione con l’Ermitage.

L'archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall'Isis nel 2015

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis nell’agosto 2015

“Palmira è stata liberata dalle truppe di Assad grazie anche al supporto aereo dell’aviazione russa e di alcuni corpi speciali dispiegati sul campo. Le bande criminali di Daesh sono in ritirata e non hanno potuto portare a termine lo scempio preannunciato del sito archeologico dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Le cancellerie occidentali ed il governo italiano brillano per il loro assordante silenzio, con il quale sembrano voltarsi dall’altra parte mentre qualcuno fa il lavoro sporco della guerra, anche se di liberazione”, denuncia Paolo Romani, presidente del Gruppo Forza Italia al Senato. “Ricordiamo in questa occasione oltre alle centinaia di morti di combattenti siriani due uomini valorosi: Khaled al-Asaad, archeologo e custode dei siti romani, di quell’esempio unico nel mondo della civilizzazione dell’antica Roma, decapitato dai criminali di Daesh perché non ha voluto rivelare il luogo dove erano stati nascosti preziosissimi reperti dell’antica Palmira; e l’anonimo ufficiale delle forze speciali russe che trasmetteva le coordinate dei terroristi del Daesh per effettuare i raid ed ha deciso di indirizzare il fuoco contro se stesso, una volta circondato, pur di non cadere vivo nelle loro mani. È morto da eroe, comunicando la sua ultima posizione così da consentire di eliminare i jihadisti che lo avevano raggiunto. Ora e solo ora, il ministro Franceschini può inviare i caschi blu della cultura approvati dall’Unesco. Grazie al coraggio ed all’abnegazione di tanti altri sconosciuti eroi di guerra”.

“Salviamo l’archeologia italiana”: nuovo appello di 200 tra archeologi, storici dell’arte, architetti, funzionari e docenti universitari per fermare la riforma Franceschini e aprire un confronto

La sede del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo a Roma

La sede del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo a Roma

A fine gennaio l’appello “Salviamo l’archeologia italiana”, lanciato dall’associazione degli archeologi del pubblico impiego – comparto MiBACT (API-MiBACT) all’indomani delle comunicazioni del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, sullo schema di decreto ministeriale di riforma dell’organizzazione del ministero (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/27/salviamo-larcheologia-italiana-appello-denuncia-degli-archeologi-del-pubblico-impiego-contro-il-decreto-franceschini-che-smantella-le-soprintendenze-archeologiche/). Un mese dopo a Firenze a Tourisma un’assemblea degli archeologi italiani ha ribadito il “no” alla riforma per salvare l’archeologia italiana. Passa un altro mese e nei giorni scorsi siamo a Roma al raduno nazionale “Archeologi (ma non solo) contro una riforma –caos” con un nuovo appello “Stop alla riforma Franceschini. Si discuta insieme”, firmato da 200 tra archeologi, storici dell’arte, architetti, funzionari e docenti universitari. Una giornata di lavori “per denunciare i guasti e il sostanziale caos che le misure adottate dal ministro Dario Franceschini, aggravate dalla legge Madia, stanno producendo in una rete di tutela e ricerca già grandemente indebolita”. Misure, dicono gli operatori, “calate dall’alto senza alcuna discussione né organicità”. Negli interventi – tra i molti, Pietro Giovanni Guzzo, l’ex sottosegretario ai beni culturali Roberto Cecchi – si parla di personale sotto organico, di “una totale latitanza di progetto culturale” e di norme che “legano le mani alla tutela, mentre il consumo del suolo incalza”. La richiesta, si legge nel documento finale, è innanzitutto quella di “una moratoria effettiva all’applicazione della riforma Franceschini per la mancanza di una precisa analisi dei fabbisogni di risorse, economiche e professionali, necessarie al buon funzionamento degli istituti” e “il mancato rispetto degli standard museali nei musei istituiti come autonomi o raccolti nei Poli”. Si auspica un confronto e una “stretta collaborazione Mibact e Miur” nel “rafforzamento della tutela del patrimonio culturale”, dice anche l’ex soprintendente all’archeologia di Roma Mariarosaria Barbera. Ma le critiche degli operatori riguardano anche “la mancanza di un rendiconto sull’attuazione del primo anno della riforma; la creazione dell’Istituto centrale di archeologia senza l’ampia consultazione promessa dal ministro; la separazione tra tutela e valorizzazione; il declassamento della funzione conoscitiva e del riconoscimento delle specializzazioni tecniche a partire da quelle del soprintendente”.

Pasqua e Pasquetta in Calabria: full-immersion archeologica. Ecco gli orari dei siti aperti

Il manifesto del museo archeologico di Vibo Valentia per le aperture di Pasqua e Pasquetta

Il manifesto del museo archeologico di Vibo Valentia per le aperture di Pasqua e Pasquetta

Siti e musei archeologici aperti in Calabria per le festività pasquali 2016, cioè Pasqua e Lunedì dell’Angelo. Lo comunica il Polo museale della Calabria insieme agli orari di apertura dei luoghi statali di sua competenza. Chiesa di San Francesco d’Assisi, Gerace (Reggio Calabria): 9.30-12.30; 15.30-17.30. Galleria Nazionale di Cosenza: 10-18. La Cattolica, Stilo (Reggio Calabria): 8-18. Le Castella, Isola Capo Rizzuto (Crotone): 10-13; 15-17 (Pasqua); 10-17 (Lunedì dell’Angelo). Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi”, Vibo Valentia: 9-20. Museo Archeologico Nazionale di Crotone: 9-19.30. Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, Cassano all’Ionio (Cosenza): 9-19.30. Museo Archeologico e Parco Archeologico dell’antica Kaulon, Monasterace (Reggio Calabria): il museo è chiuso per lavori di ristrutturazione; il parco è visitabile dalle 9 fino alle 18. Museo e Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone): museo, 9-13; 15-19; l’area archeologica è visitabile dalle 8.30 fino a 1 ora prima del tramonto. Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri (Reggio Calabria): museo, 9-19.30; il parco archeologico è visitabile dalle 9 fino a 1 ora prima del tramonto. Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium, Roccelletta di Borgia (Catanzaro): museo, 9-13; il parco è visitabile dalle 8.30 fino a 1 ora prima del tramonto. Museo Statale di Mileto, Vibo Valentia: chiuso sia a Pasqua che il Lunedì dell’Angelo.

Padova alla scoperta dell’Antico Egitto: a Palazzo Zuckermann ricostruita la tomba affrescata di Pashedu, uno degli artisti che sotto Ramses II lavorò alle tombe reali di Tebe Ovest. Fu scoperta nel villaggio operaio di Deir el Medina

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

L'ingresso della tomba di Pashedu, l'artista al servizio dei faraoni

L’ingresso della tomba di Pashedu, l’artista al servizio dei faraoni

Deir el Medina, il villaggio degli operai dei faraoni, sulla sponda ovest di Tebe (Luxor), dove vivevano gli artigiani e gli artisti che lavoravano nelle tombe reali della XVIII, XIX e XX dinastia (quelle che oggi costituiscono la valle dei Re e delle Regine) fu portato alla luce nel 1905 dal grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli, quello – per intenderci – che l’anno prima aveva scoperto la straordinaria tomba di Nefertari. Ma già settant’anni prima, nel 1834, un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano aveva individuato, proprio a Deir el Medina, la tomba affrescata di uno dei suoi speciali abitanti, Pashedu, artigiano e artista sotto il faraone Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, ora è possibile ammirarla a Padova, a Palazzo Zuckermann, dove fino al 19 giugno 2016 è aperta la mostra “Padova alla scoperta dell’antico Egitto” con la ricostruzione a grandezza naturale della celebre tomba egizia di Pashedu, che significa Salvatore.

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Pashedu (la cui tomba è oggi nota come la numero 3 di Deir el Medina) visse sotto i regni dei faraoni Seti I e Ramses II col titolo di “Servo nel luogo della verità ad ovest di Thebes”, il che significa che ha lavorato allo scavo e alla decorazione delle vicine tombe reali. Figlio di Menna e di Huy, Pashedu ebbe He had five sons and daughters with his wife, called cinque figli (tra maschi e femmine) dalla moglie Nedjem-Behdet. Uno dei figli, Menna, sicuramente prese il nome del nonno. Iscrizioni sepolcrali sembrano dimostrare che anche un certo Kaha era uno dei figli di Pashedu.

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La ricostruzione a Padova della tomba di Pashedu, presentata da Cultour Active, è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del Museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. A Padova, nella collezione del museo Archeologico, si conserva invece un ushabti (statuina che riproduceva il defunto e che doveva lavorare per lui nell’aldilà nei campi di Osiride) che proviene da Deir El Medina, il villaggio in cui visse e fu sepolto Pashedu, e che trova corrispondenza in un analogo ushabti ora conservato al museo Egizio di Torino. “Anche la collezione egizia del museo patavino offre quindi sorprendenti spunti di approfondimento”, spiegano gli organizzatori. “Questa ricostruzione”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Padova, Matteo Cavatton, “si configura per la città come una nuova opportunità per approfondire la conoscenza della civiltà egizia. Non va infatti dimenticato che il rapporto tra Padova e l’Egitto, ha origini lontane: Padova è patria del grande Belzoni (1778-1823), l’esploratore cui sono indissolubilmente legate la scoperta dell’Egitto faraonico e la nascita dell’egittologia. La ricostruzione della tomba di Pashedu restituisce uno spaccato sulla cultura dell’antico Egitto, che si integra con quanto esposto nelle sale dei musei civici di piazza Eremitani: il museo Archeologico ospita infatti una collezione significativa, costituita da circa 180 reperti, tra cui spiccano proprio quelli legati alla figura dell’illustre padovano Giovanni Battista Belzoni”.

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

L’esposizione della tomba di Pashedu – ricordano a Cultour Active – è corredata da una serie di pannelli fondamentali per contestualizzare la sepoltura e ad approfondire i legami tra Padova e l’antico Egitto. Testi e ricerca iconografica sono dell’egittologa Claudia Gambino (università di Padova), del Team Egitto Veneto. Grazie al Progetto EgittoVeneto in questi ultimi anni è stato infatti riportato nella giusta luce un ricchissimo patrimonio di reperti egizi ed egittizzanti conservati nei musei del territorio regionale, incluso quello patavino. Per tutta la durata della mostra, il pubblico sarà inoltre coinvolto con attività educative, laboratori e degustazioni speciali – il format di Cultour Active “Tast the Past ®” l’archeodegustazione di prodotti moderni per conoscere il passato – sia durante sia nei fine settimana.

“Eurasia, fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei di Sardegna”: a Milano la presentazione del catalogo della grande mostra in corso a Cagliari

"Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra è in corso a Cagliari

“Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra è in corso a Cagliari

Per chi non ha ancora avuto la possibilità di una gita speciale a Cagliari, il tempo stringe: per poter ammirare i tesori raccolti nella grande mostra “Eurasia, fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna” al Palazzo di Città a Cagliari c’è tempo fino al 10 aprile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/12/15/dai-popoli-del-caucaso-alla-civilta-nuragica-leurasia-protagonista-nella-mostra-di-cagliari-con-eccezionali-reperti-dal-museo-dellermitage-di-san-pietroburgo-in-dialogo-con-i-manufa/). Intanto martedì 22 marzo 2016 alle 17 a Palazzo Arese-Litta, in corso Magenta 24 a Milano, c’è un’occasione speciale per conoscere da vicino alcuni protagonisti della mostra e approfondire i temi e i tesori esposti a Cagliari: la presentazione del catalogo della mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia. Capolavori dal museo Ermitage e dai musei della Sardegna” (Silvana Editoriale).

Placca in oro che raffigura un leone: uno degli eccezionali reperti dall'Ermitage di San Pietroburgo

Placca in oro che raffigura un leone: uno degli eccezionali reperti dall’Ermitage di San Pietroburgo

Eurasia è un importante progetto nato nell’ambito delle attività di Cagliari Capitale Italiana della cultura 2015. La mostra organizzata dai musei Civici di Cagliari e dal museo statale Ermitage di San Pietroburgo, con il Mibact-soprintendenza Archeologia Sardegna e Polo museale della Sardegna e la collaborazione di Ermitage Italia è il primo atto di un protocollo di collaborazione triennale tra la Città e il museo Ermitage, volto a intrecciare rapporti internazionali e a riaffermare la centralità di Cagliari e della Sardegna nelle relazioni e negli scambi culturali tra l’Europa e le sponde del Mediterraneo. 377 eccezionali pezzi delle collezioni del museo Ermitage, dal V al I millennio a.C. – oggetti d’uso comune e straordinari corredi funerari, importanti manufatti in oro e pietre preziose, in argilla e pietra, in bronzo e in rame – affiancati a più di 100 reperti provenienti dai musei sardi e a significativi prestiti italiani, raccontano il progresso delle civiltà antiche, i flussi culturali tra l’Asia e l’Europa, dal Neolitico fino al I millennio a.C. tra relazioni, parallelismi e differenze, in un allestimento di grande suggestione firmato da Angelo Figus. Mai prima d’ora il museo Ermitage aveva prestato ed esposto in una mostra un nucleo così vasto e importante di opere preistoriche, fondamentali testimonianze del progresso della civiltà. Dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica, la mostra conduce dunque i visitatori a ripercorrere un’epoca cruciale attraverso le testimonianze di ricchissime civiltà; società che costituirono l’avanguardia nelle trasformazioni culturali, presentando aspetti di eccezionale novità in quella fase di grande evoluzione del pensiero, delle capacità, delle tecniche. Società che, ciascuna per il proprio specifico comparto geografico, seppero costruire ponti e forme di contatto, a livello continentale e a livello mediterraneo, tali da assicurare una posizione preminente nelle dinamiche di scambio e circolazione delle idee, dei saperi, delle innovazioni culturali e tecnologiche. Pur nel rispetto dei contesti di provenienza e della loro complessità, i materiali esposti, risultato dalle ricerche archeologiche di oltre cento anni tanto in Russia quanto in Sardegna e in Italia, vengono presentati al pubblico facendo riferimento a quattro grandi aree tematiche, in grado di dispiegare e di spiegare alcuni dei principali contenuti culturali oggetto di rapida e inarrestabile affermazione: il nuovo quotidiano e gli strumenti del vivere in “tuttigiorni”, “rivoluzionemetalli”, le forme del lusso e del potere nella sezione “poterevanitas”, l’uomo, il cavallo e altri animali in “bovemachina”.

Anna Maria Montaldo, direttore dei musei di Cagliari e curatore della mostra

Anna Maria Montaldo, direttore dei musei di Cagliari e curatore della mostra

Temi approfonditi dai saggi contenuti nel catalogo della mostra. Alla presentazione di Milano interverranno Marco Edoardo Minoja, segretario regionale per la Lombardia del Mibact e curatore della mostra; Enrica Puggioni, assessore alla Cultura del Comune di Cagliari; Anna Maria Montaldo, direttore musei Civici di Cagliari e curatore della mostra; Carlo Bertelli, storico dell’arte; Franco Marzatico, soprintendente per i Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento. Il catalogo edito da Silvana Editoriale in doppia lingua, italiano e inglese, contiene contributi dei curatori della mostra Yuri Piotrovsky, Marco Minoja e Anna Maria Montaldo e di Yekaterina Vasilyeva, Maria Bernabò Brea, Gianfranca Salis, Franco Marzatico, Carlo Bertelli, Pietro Clemente, Tatiana Cossu, Paolo Leon e Angelo Figus.

A Cortona la mostra “Etruschi maestri di scrittura. Cultura e società nell’Italia antica”. Per la prima volta assieme i più importanti testi in etrusco: dalla mummia di Zagabria alla Tabula Cortonensis, dalla Tegola di Capua alle lamine auree di Pyrgi, dal Cippo di Perugia al fegato di Piacenza. Tutte le novità su una scrittura in parte ancora avvolta dal mistero

L'ospite d'onore della mostra: la mummia di Zagabria e il Liber Linteus

L’ospite d’onore della mostra: la mummia di Zagabria e il Liber Linteus

Palazzo Casali, sede del Maec a Cortona (Arezzo)

Palazzo Casali, sede del Maec a Cortona (Arezzo)

Il Cippo di Perugia con il testo di un arbitrato su possedimenti terrieri

Il Cippo di Perugia con il testo etrusco di un arbitrato su possedimenti terrieri

A scorrere l’elenco dei “pezzi pregiati” ti sembra di sfogliare una pagina di un qualsiasi manuale di Etruscologia alla voce “Scrittura etrusca”: dal Liber Linteus della Mummia di Zagabria (200 righe, 1200 parole leggibili, la testimonianza più estesa arrivata ai giorni nostri) alla Tegola di Capua (un calendario di cerimonie funerarie), dalla Tabula Cortonensis (atto giuridico riguardante una compravendita, o forse un’eredità), alle lamine auree di Pyrgi (testo bilingue etrusco/fenicio), dal Cippo di Perugia (arbitrato su possedimenti terrieri), al Fegato di Piacenza (un modellino in bronzo di fegato di ovino utilizzato dagli aruspici per l’arte divinatoria), fino al Piombo di Magliano (una lamina a forma di cuore che riporta indicazioni di preghiere). Ci sono proprio tutti i principali testi in etrusco. Ma qui non si tratta di ripercorrere le straordinarie quanto scarne testimonianze epigrafiche della civiltà etrusca giunte fino a noi, quanto di vederle tutte insieme eccezionalmente. Succede nella mostra “Etruschi maestri di scrittura. Cultura e società nell’Italia antica” aperta al Maec di Cortona (Arezzo) dal 19 marzo al 21 luglio 2016. L’ospite di riguardo più atteso, una delle testimonianze più importanti dell’epigrafia etrusca, la Mummia di Zagabria, il testo etrusco finora conosciuto più lungo al mondo, è già arrivato in questi giorni al museo dell’Accademia etrusca e della Città di Cortona. Per la Mummia è la prima volta in Italia: ad accoglierla il sindaco Francesca Basanieri con Laurent Haumesser, curatore del museo del Louvre, e alcuni funzionari della soprintendenza Archeologia della Toscana e del Museo di Zagabria. L’esposizione “Etruschi maestri di scrittura”, spiegano i curatori, intende dimostrare, con il nuovo catalogo, i progressi negli studi nella sintassi e nella grammatica, attraverso una rilettura e una nuova interpretazione di molti epigrafi e alcune novità assolute. Le iscrizioni (siano esse su oggetti di uso quotidiano, su oggetti di culto, su statue o su atti) saranno classificate in mostra per settori di appartenenza: dalla sfera del rito a quella del sacro, dall’ambito funerario a quello giuridico.

La Tabula Cortonensis, atto giuridico, la terza iscrizione etrusca per lunghezza finora conosciuta

La Tabula Cortonensis, atto giuridico, la terza iscrizione etrusca per lunghezza finora conosciuta

Il manifesto del progetto-mostra "Etruschi maestri di scrittura"

Il manifesto del progetto-mostra “Etruschi maestri di scrittura”

Il Fegato di Piacenza, modellino in bronzo di fegato di ovino usato dagli aruspici

Il Fegato di Piacenza, modellino in bronzo di fegato di ovino usato dagli aruspici

Sono più di trent’anni che non si organizzano mostre internazionali sulla scrittura etrusca. È per questo che, alla luce delle recenti scoperte di epigrafi etrusche vicino a Montpellier e al ritrovamento a Cortona del terzo più lungo testo etrusco esistente, la Tabula cortonensis, il museo del Louvre, il museo Henri Prades di Lattes (dove la mostra è rimasta fino al 29 febbraio) e il Maec di Cortona hanno deciso di progettare questo grande evento archeologico che illustra ai visitatori, come mai prima d’ora era stato fatto, la diversità dei supporti e delle tecniche di scrittura, così come le scoperte degli ultimi anni di studi in materia. Sono 77 testimonianze epigrafiche, provenienti da 18 musei italiani ed esteri (tra cui Louvre, Villa Giulia e Museo di Zagabria), lasciate in eredità su anfore di bucchero, tegole di terracotta, lamine d’oro, specchi bronzei, cippi in pietra, e perfino sull’unico libro di lino pervenuto dall’antichità, utilizzato per avvolgere una mummia e contenente un calendario rituale che potrebbe — stando a recenti scoperte ermeneutiche — avere elementi cerimoniali comuni alla liturgia cristiana. Tutte queste testimonianze hanno contribuito a districare il mistero che avvolge le parole degli Etruschi che restano per certi versi ancora misteriose. Sono infatti irrisolti i significati specifici di molte parole, in particolare quelle che non presentano parentele con le lingue antiche più note. La difficoltà di comprensione della scrittura etrusca dipende infatti essenzialmente dalla scarsità di testi lunghi e dalla ripetitività dei testi brevi in nostro possesso, spesso di natura funeraria, giuridica o commerciale. “Cortona”, sottolinea la vicepresidente e assessore alla Cultura della Regione Toscana, Monica Barni, “è il polo attrattore regionale della rete toscana di un centinaio di musei archeologici nell’ambito del programma di valorizzazione del patrimonio storico-artistico che vogliamo completare nei prossimi anni. Sono convinta che le lingue rappresentino un legame di comprensione e sentimento tra i popoli fuori dai canoni; distrutto nel racconto della Torre di Babele, quel legame si potrà riallacciare a partire dalla rinascita della comprensione reciproca anche attraverso il confronto linguistico e la conoscenza delle radici”.

Le lamine auree di Pyrgi con un testo bilingue: etrusco e fenicio

Le lamine auree di Pyrgi con un testo bilingue: etrusco e fenicio

Un'anfora con un'iscrizione in etrusco

Un’anfora con un’iscrizione in etrusco

Un'iscrizione etrusca in mostra a Cortona

Un’iscrizione etrusca in mostra a Cortona

“Da sempre”, spiegano gli organizzatori, “un alone di mistero — creato spesso intenzionalmente — avvolge il mondo degli Etruschi, che vissero in Italia 2700 anni fa, prima di venire assorbiti dai Romani, a seguito di una profonda contaminazione sociale, culturale e religiosa. In realtà, dei cosiddetti Rasenna sappiamo molto: da dove provenivano (dalla Lidia, nel rispetto della versione tramandata da Erodoto), cosa mangiavano, cosa commerciavano, quali divinità veneravano. Sappiamo che erano tanto raffinati nelle manifatture e nelle arti figurative quanto feroci nelle imprese per mare (e pare ovvio, visti i coinquilini europei del I Millennio avanti Cristo). Inoltre, siamo a conoscenza del fatto che scrivevano: utilizzavano un alfabeto di derivazione greca e una struttura sintattica elementare simile al latino, e ci hanno consegnato qualche migliaio di vocaboli (soprattutto toponimi, antroponimi e appellativi) dei quali troviamo corrispondenza nella lingua dell’antica Roma, come fa notare il noto linguista sardo Massimo Pittau”. “Con l’arrivo della scrittura in Etruria”, interviene l’etruscologo Giovannagelo Camporeale, “siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione antropologica e la mostra vuole esaltare questa eccezionalità. Ancora conosciamo poco la lingua etrusca, perciò i pannelli illustrativi sono di carattere generale e si limitano a fornire un inquadramento storico- culturale dei testi”. Ma per Massimo Pittau, che da 35 anni studia i testi etruschi e che recentemente ha avanzato due proposte di traduzione per il complicatissimo Liber Linteus e per il Piombo di Magliano, “la lingua etrusca non è un mistero. Possediamo un patrimonio lessicale di oltre 200mila voci latine e greche, ed è un’assurdità pensare che un popolo che è stato in contatto con i greci e i latini, non abbia condiviso questo rapporto di reciproca influenza linguistica”. Grande attenzione è stata riservata all’allestimento della mostra nelle sale di Palazzo Casali, un’esposizione che vuole trasformare il segno della scrittura etrusca in una forma d’arte, al limite del design, con una grafica innovativa e coinvolgente. Di qui a luglio saranno numerose le iniziative culturali previste: conferenze, convegni, mostre di arte contemporanea. “Etruschi maestri di scrittura” rappresenta un appuntamento imperdibile per chi ama gli etruschi nonché una delle più importanti mostre archeologiche in Italia nel 2016. Il catalogo della mostra è di Silvana Editoriale e rappresenta un approfondimento fondamentale per una comprensione della lingua etrusca.

Gli ori di Oplontis e gli arredi di lusso al tempo di Poppea: a Torre Annunziata (Napoli) una mostra rivela i tesori scoperti nel sito dell’Unesco e mai esposti. Un museo archeologico permanente per il rilancio della città vesuviana

Il manifesto della mostra "A picco sul mare" allestita a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata sui tesori di Oplontis

Il manifesto della mostra “A picco sul mare” allestita a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata sui tesori di Oplontis

L'ingresso di Palazzo Criscuolo, municipio di Torre Annunziata

L’ingresso di Palazzo Criscuolo, municipio di Torre Annunziata

Le statue di centauro e centaura esposte in mostra a Torre Annunziata

Le statue di centauro e centaura esposte in mostra a Torre Annunziata

L’esposizione è limitata nel tempo: solo fino al 31 marzo 2016. Ma il progetto della mostra di reperti archeologici allestita a Torre Annunziata (Napoli) “A picco sul mare. Arredi di lusso al tempo di Poppea. Oplontis, il fascino e la bellezza. Esposizione di sculture e reperti delle ville romane” è molto ambizioso. Innanzitutto far conoscere la valenza di Oplontis e dei suoi tesori al grande pubblico, in particolare alla cittadinanza di Torre Annunziata e alle scuole del territorio, e poi agli studiosi e agli studenti di archeologia. Perché se è vero che dal 1997 il sito di Oplontis, cittadina romana tra Ercolano e Pompei, da cui dipendeva amministrativamente, posta vicino al mare, più o meno dove oggi sorge Torre Annunziata, fa parte della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco come “Aree Archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata” (così motivata: “fornisce una completa e vivida immagine della società e della vita quotidiana in un determinato momento del passato che è senza confronti nel mondo intero”). È anche vero che l’area archeologica di Oplontis è semi-sconosciuta e i suoi tesori quasi mai esposti. Autentici capolavori da decenni chiusi nei magazzini, come le statue che decoravano la villa di Poppea o i preziosi ori, collane e anelli appartenuti alle ricche matrone che vivevano nel suburbio di Pompei. Oggetti di lusso, ma anche vasellame da tavola, come le coppe in terra sigillata e i calici a pareti sottili per bere vino o la grande pentola in bronzo. E poi, le lucerne per illuminare gli ambienti, da quelle giganti a quelle a “testa di uccello” che si potevavno appendere alla parete. Ma sono le sculture il pezzo forte della mostra, dedicata alla memoria di Khaled al Assad, il direttore degli scavi di Palmira trucidato ad agosto dall’Isis, mostra fortemente voluta dal sindaco Giosué Starita e dall’assessore alla cultura Antonio Irlando, insieme al soprintendente di Pompei, Massimo Osanna. Oltre 70 pezzi di enorme valore esposti simbolicamente nelle sale di Palazzo Criscuolo, sede del Comune. Una scelta non casuale perché il sindaco è convinto che questo sia il passaggio necessario per riportare all’attenzione su Oplontis e raggiungere il vero obiettivo: l’apertura di un museo archeologico che possa permettere un’esposizione permanente dei tesori riemersi in decenni di scavi. Ma anche regalare alla terra di Giancarlo Siani un’occasione di rilancio per un territorio troppo a lungo devastato da criminalità e degrado. E per il museo Irlando avrebbe già un’idea precisa: utilizzare l’ex Real fabbrica d’armi, un edificio borbonico che sorge a un passo dalla villa di Poppea: “Prendere un bene dismesso per metterci dentro beni nascosti per troppo tempo agli occhi del mondo mi sembra naturale”, dice Irlando. Per Torre Annunziata un sogno che si avvicina. “La svolta”, Irlando ne è convinto, “può arrivare solo dalla cultura”.

La cosiddetta Villa di Poppea nel sito di Oplontis a Torre Annunziata

La cosiddetta Villa di Poppea nel sito di Oplontis a Torre Annunziata

L'archeologa Antonella Bonini

L’archeologa Antonella Bonini

Ambienti affrescati nella Villa A (di Poppea) a Oplontis

Ambienti affrescati nella Villa A (di Poppea) a Oplontis

“Il sito di Oplontis”, ricorda Antonella Bonini, archeologa della soprintendenza di Pompei e curatrice della mostra, “è posto da itinerari antichi quali l’Anonimo Ravennate e la Tabula Peutingeriana tra Ercolano e Pompei, e come questa venne distrutto dall’eruzione del 79 d.C. Dell’insediamento antico si conoscono solo poche tracce relative a impianti termali ville ed edifici commerciali; i resti più imponenti appartengono alla Villa A (villa di Poppea), una lussuosa residenza affacciata sulla scogliera prospiciente il mare e alla cosiddetta Villa B (villa di Crasso), in realtà un complesso con magazzini al piano terreno ed abitazioni al piano superiore”. La mostra raccoglie infatti le statue che ornavano la grandiosa villa attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone. Un’abitazione maestosa e sconfinata che duemila anni fa con i suoi terrazzamenti si affacciava sul mare, principesca per la magnificenza dei mosaici e degli affreschi che ne arricchivano gli ambienti, anche se al momento dell’eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C., era vuota di arredi e disabitata per lavori in corso. Da quelle stanze raffinate e lussuose, così come dai portici e dai giardini lussureggianti dove brillavano le acque della grande Natatio, arrivano opere – ora in mostra – come l’Efebo, il Puttino con l’oca, la Venere e le due Centaure, straordinariamente preziose perché uniche, secondo gli studiosi, in tutto il mondo romano. I gioielli e i vetri, invece, di solito custoditi dal museo Archeologico nazionale di Napoli ma non esposti al pubblico, provengono dall’altra importante villa romana della zona di Torre Annunziata, quella appartenuta a Lucio Crasso Tertio. Di fatto un grande complesso, con imponenti colonnati riportato alla luce a partire da 1974 e da allora ancora mai aperto al pubblico. Qui, in grandi ambienti che forse fungevano da magazzini (questa seconda villa doveva essere in realtà una vera e propria azienda agricola) vennero sorprese dall’eruzione oltre 50 persone in fuga. Molti avevano indosso gioielli, alcuni stringevano tra le mani sacchetti con i loro preziosi. Qualcuno, forse i ricchi proprietari della villa, aveva anzi stipato le sue cose più preziose in una cassa, riportata alla luce dagli archeologi nel 1984 in un altro locale della casa. Al suo interno ben 170 monete d’oro e tanti gioielli in oro e in argento. E poi unguentari, stecche in osso, piastrine di vetro per il trucco. Un vero e proprio tesoro che ora si racconta alla città.

L'allestimento della mostra "A picco sul mare" a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata

L’allestimento della mostra “A picco sul mare” a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata

Pentola in bronzo dalla Villa A di Oplontis

Pentola in bronzo dalla Villa A di Oplontis

La visita della mostra “A picco sul mare” inizia dalla sala consiliare dove sono esposte la Nike e l’Efebo, due preziose statue romane ritrovate attorno alla piscina della Villa A. Il percorso prosegue poi al primo piano di Palazzo Criscuolo attraverso sette sale per altrettante sezioni suddivise in due gruppi: le prime cinque approfondiscono la vita quotidiana nelle ville romane attraverso i reperti provenienti quasi totalmente dalla Villa A, mentre le ultime due si soffermano sugli ori di Oplontis, recuperati nella Villa B. Con Antonella Bonini seguiamo il percorso della mostra. “Le prime sale”, spiega Bonini, “illustrano la vita quotidiana attraverso elementi architettonici in terracotta che fungevano da decorazione dei tetti, come gocciolatoi e antefisse, e una preziosa lastra di rivestimento in ardesia; strumenti per l’illuminazione interna come la lucerna di grandi dimensioni probabilmente in uso negli ambienti di soggiorno e le piccole lucerne, ritrovate a centinaia in un ambiente della villa, destinate a rischiarare gli ambienti di servizio o di minore importanza; una selezione di vasellame in ceramiche raffinate, piatti, bicchieri e coppe in terra sigillata e pareti sottili destinate alla tavola, e in ceramica comune, ciotole, brocche e boccali destinati alla cucina, uniti ad una pentola in bronzo esemplificano le tipologie di oggetti presenti nelle case romane”.

Il Puttino con l'Oca, statua in marno bianco del I sec. d.C. scoperta nella Villa A

Il Puttino con l’Oca, statua in marno bianco del I sec. d.C. scoperta nella Villa A

La sala 3 è dedicata al Puttino con l’oca, una statua in marmo bianco rinvenuta sotto il porticato affacciato sul giardino nord della Villa A, insieme al gruppo dei quattro centauri. La statua, databile al I secolo d.C., è una delle numerose repliche dell’originale greco in bronzo del II secolo a.C., il fanciullo che strangola un’oca, opera dello scultore Boethos di Calcedonia, che Plinio il Vecchio ricorda esistente ai suoi tempi nel portico di Ottavia a Roma. Un foro corre dalla base della statua al becco dell’anatra a testimonianza che la scultura era parte di una fontana, probabilmente sulla sommità della fontana a cascatella del peristilio del quartiere servile, all’ombra del grande albero di cui si conserva ancora il tronco, su un pluteo decorato con pitture di pesci e animali marini, immersa nella vegetazione reale e dipinta dell’ambiente.

La statua di centauro femmina trovata con altri tre nel portico della Villa A

La statua di centauro femmina trovata con altri tre nel portico della Villa A

Col Puttino fu trovato anche il gruppo dei Centauri presentati nella sala 4: quattro statuette in marmo di Paro (due maschi e due femmine tutti rampanti) alte poco meno di un metro, copie di età imperiale di originali greci di II secolo a.C. prodotti a Pergamo. I due maschi indossano pelli di pantera annodate al petto, tengono una clava con un braccio e con l’altro rispettivamente, un cinghiale ed un cratere a calice; le due femmine indossano una pelle di cerbiatto e recano l’una una clava ed un cerbiatto, l’altra un plettro e una lira. Un lungo foro che attraversa in verticale tutte le statue e fuoriesce dalle bocche degli animali o dei centauri, indica che le statue fungevano da fontane. “Il gruppo segue una composizione nella quale le attività dei centauri”, fa notare Bonini, “sono chiaramente contrapposte ad indicare la natura selvaggia, i due cacciatori, e quella civilizzata i due con attributi legati alla musica e al banchetto. Più difficile è comprendere come essi fossero disposti. Le statue erano probabilmente collocate al centro di un giardino”.

La statua dell'Efebo, che decorava la piscina, copia romana di originale greco

La statua dell’Efebo, che decorava la piscina, copia romana di originale greco

La piscina e il suo arredo sono descritti nella sala 5. Il settore occidentale della Villa A, organizzato attorno alla piscina, aveva una ricca decorazione scultorea cui faceva da sfondo la rigogliosa vegetazione naturale. Il settore sud era occupato dalla statua di Satiro con Ermafrodito e dal grande cratere in marmo pentelico con guerrieri danzanti, utilizzato come fontana. Sul lato est si distribuivano, in successione da sud a nord: una statua di Herakle, l’Efebo, una Nike e poi di nuovo una Nike, una Amazzone ed una seconda statua di Herakle. Le sculture, poste davanti a piante di platano e circondate da limoni e oleandri che fungevano da sfondo scenografico, costituivano un naturale contrasto con il colonnato del portico sul lato ovest della piscina, nonché una galleria d’arte all’aria aperta. Tutte copie di originali greci di V e III secolo a. C., in marmo greco o di Luni, a formarecun complesso armonioso e ricco di significato. “La disposizione delle sculture non è infatti casuale. L’area va intesa come un ginnasio di stile greco, con la piscina e lo spazio per le attività ginniche, sotto la benevola protezione degli dei e degli eroi. Questo è in armonia con la componente greca della cultura romana e con gli indirizzi politici di Augusto che nell’allenamento del corpo e dello spirito fondava la formazione del perfetto cittadino romano”.

Un prezioso anello d'oro proveniente dalla Villa B di Oplontis

Un prezioso anello d’oro proveniente dalla Villa B di Oplontis

Una collana d'oro: in mostra i preziosi gioielli di Oplontis

Una collana d’oro: in mostra i preziosi gioielli di Oplontis

Gli ori di Oplontis sono i protagonisti della sala 6. Durante gli scavi nella Villa B, negli anni tra il 1984 ed il 1991, vennero alla luce due nuclei di oggetti di ornamento. Il primo era contenuto, insieme a monete e oggetti da toilette femminili, in una cassetta lignea crollata dal piano superiore all’interno dell’ambiente 15 del peristilio della villa. Il secondo, più numeroso, venne rinvenuto all’interno dell’ambiente 10, uno dei grandi magazzini posti sul lato sud della Villa B, vicini all’approdo sul mare. I due gruppi raccontano due storie diverse legate alla catastrofe del 79 d.C. “I monili rinvenuti nell’ambiente 15 erano contenuti in una cassetta che evidentemente non era stato possibile svuotare completamente nelle concitate ore dell’eruzione. I monili dell’ambiente 10 ci raccontano invece una storia ben più drammatica. Qui, in attesa dei soccorsi che dovevano giungere dal mare, si radunarono cinquantaquattro persone divise in due gruppi: uno privo di qualsiasi oggetto personale, l’altro composto da individui che portavano con sé monete e preziosi: orecchini, collane, anelli e braccialetti. La maggior parte dei gioielli si trovava accanto ai corpi, evidentemente erano indossati dai fuggiaschi, altri erano contenuti in un piccola borsa di cuoio rinvenuta nell’ambiente. Il maremoto e le nubi ardenti impedirono l’arrivo dei soccorritori e i rifugiati trovarono qui la morte. I gioielli di Oplontis appartengono a tipi ampiamente diffusi nell’area vesuviana e rientrano nella produzione comune dell’oreficeria romana di epoca imperiale.

Balsamari e oggetti preziosi ritrovati nella Villa B di Oplontis

Balsamari e oggetti preziosi ritrovati nella Villa B di Oplontis

Il percorso della mostra si chiude con la sala 7 dedicata a cosmesi e profumi. I balsamari e gli oggetti esposti provengono dalla Villa B. Alcuni erano contenuti nella cassetta rinvenuta nell’ambiente 15, altri nella borsa di cuoio dell’ambiente 10: insieme ai gioielli, alle argenterie e alle monete costituivano evidentemente un bene prezioso per il proprietario che li portò con sé nella speranza di ricominciare una vita al sicuro. Gli altri oggetti esposti facevano parte degli strumenti legati alla toeletta; utilizzati per contenere e mescolare cosmetici, la pisside e l’ago, o per detergere la pelle, lo strigile. Nel mondo antico l’uso del profumo era da un lato destinato allo scopo principale di coprire gli odori, dall’altro era considerato terapeutico. La diffusione del profumo crebbe al punto da diventare smodata tanto che nel corso del II secolo a.C. venne contrastata sia per motivi morali, erano beni superflui perché non durevoli e creavano differenze sociali troppo marcate, ma più prosaicamente per limitare le importazioni di profumi dai paesi orientali in un momento di grave crisi per la repubblica romana. “Plinio il Vecchio”, conclude Bonini, “descrive i preparati antichi, distinguendone l’uso, in oli, unguenti e balsami. Le analisi condotte sugli unguentari provenienti da Oplontis hanno rivelato che questi, a differenza di quelli di Pompei, erano prodotti con materie prime di migliore qualità, come l’olio essenziale di Pogostemon cablin, noto come patchouli, importato dall’India, e del limone, all’epoca ritenuto un frutto esotico”.

“Le meraviglie dello Stato di Chu”: nella mostra a Este, Adria e Venezia per la prima volta in Europa gli straordinari reperti del regno segreto venuto alla luce in Cina dopo 25 secoli. Giade, bronzi, strumenti musicali del I millennio a.C. dialogano con le produzioni dei Veneti antichi

Il manifesto della mostra "Le meraviglie dello Stato di Chu" a Este, Adria e Venezia

Il manifesto della mostra “Le meraviglie dello Stato di Chu” a Este, Adria e Venezia

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Prima dell’Impero Romano in Occidente, prima del Celeste Impero in Oriente. Due storie parallele nel tempo, il primo millennio a.C., ma che si avverano a più di 8mila chilometri di distanza l’una dall’altra: nelle antiche terre dei Veneti, tra Po e Adige, e lungo le sponde del fiume Azzurro, in quella che poi sarà la Cina. In questi fertili territori, nei secoli che precedono l’era cristiana, si affacciano alla storia due grandi civiltà, capaci di proporre manufatti di straordinaria raffinatezza e di accogliere il meglio della cultura locale e dei popoli contemporanei. Civiltà che diventeranno parte integrante e costituente di realtà molto più potenti: l’Impero Romano nel caso dei Veneti, il regno di Qin per il futuro Celeste Impero. Dal 13 marzo 2016 e fino al 25 settembre 2016 per la prima volta in Europa le testimonianze e la storia dell’antica civiltà dello Stato di Chu, il regno segreto tornato alla luce dopo 25 secoli nel cuore della Cina, dialogano con i reperti coevi dei Veneti antichi nella grande mostra “Meraviglie dello Stato di Chu” allestita in tre sedi: il museo nazionale Atesino di Este (Padova), il museo Archeologico nazionale di Adria (Rovigo) e quello di Arte Orientale di Venezia. Un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, consente infatti per la prima volta in Europa di scoprire le testimonianze, davvero magnifiche, della civiltà dell’antico Regno. E successivamente, una mostra allestita al museo Provinciale del Hubei, consentirà ai cinesi di avvicinarsi alla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia.

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Giade, bronzi, strumenti musicali, testimonianze dell’antichissimo Regno di Chu, capolavori, riemersi dopo 2500 anni grazie a imponenti campagne di scavi, raccontano una civiltà che iniziò a prendere forma intorno all’VIII secolo a.C., per affermarsi quasi in parallelo con quella romana, come documentano le opere coeve custodite nei musei veneti. Il progetto, promosso, per parte italiana, dai Comuni di Este e di Adria, dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, dal Polo Museale del Veneto (e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto), è curato da Adriano Madaro e Wang Jichao, che hanno selezionato i reperti rispettivamente dei musei veneti e di quello di Hubei per costruire questo inedito e ideale parallelo tra antichissime culture. Con l’organizzazione poi di Cultour Active, per la prima volta una esposizione di tesori archeologici sarà completamente rivisitata integrando l’allestimento espositivo in modo dinamico, multimediale e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza multisensoriale.

L'imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

L’imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

Con Adriano Madaro, curatore della mostra, cerchiamo di conoscere meglio la civiltà dell’antico regno di Chu. “Le straordinarie scoperte archeologiche avvenute in Cina nell’ultimo trentennio”, spiega Madaro nel saggio del catalogo della mostra, “hanno fornito agli storici una grande quantità di informazioni sullo Stato di Chu, un regno che ebbe un suo ruolo fondamentale nella civiltà cinese tra l’VIII e il III secolo a.C.,nelle due grandi epoche storiche conosciute come il Periodo delle Primavere e degli Autunni (722 – 481 a.C.) e dei Regni Combattenti (481 – 221 a.C.). Fino alla sua totale distruzione ad opera del potente Stato di Qin (221 – 206 a.C.), la sua massima estensione copriva un vasto territorio della Cina centro-meridionale attraversato in parte dal maggiore dei fiumi cinesi, lo Yangzi, conosciuto in Occidente come il fiume Azzurro. Esso comprendeva le odierne province di Hubei, Hunan, Henan , Chongqing e parte del Jiangsu compresa l’area dell’attuale Shanghai. La sua capitale era Ying, nei pressi dell’odierna Jingzhou, nel Hubei. Il nome deriva dalla popolazione chiamata Chu, la quale abitava lo Stato di Jing, storicamente noto come Jingchu, governato dalla nobile famiglia Mi, imparentata con i sovrani Zhou e regnante con il titolo nobiliare Zi”.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

“All’origine Chu era uno Stato di impronta fortemente militare”, continua Madaro, “quindi di carattere espansionista, e in effetti all’epoca delle Primavere e Autunni annesse territori degli altri Stati confinanti, finendo poi per fagocitarli completamente nonostante avesse stretto con essi alleanze. Nel passare dei secoli la sua aggressività militare si trasformò in compiacimento nella vita sedentaria allietata dalle arti, soprattutto la musica e la sofisticata lavorazione del bronzo e delle lacche, raggiungendo livelli ineguagliati. Sono questi, infatti, i preziosi reperti restituitici dalle tombe Chu del Hubei che oggi attraggono il nostro interesse per essere esposti nei musei archeologici nazionali di Este e di Adria. Gli oggetti in bronzo costituivano un elemento fondamentale per affermare il prestigio delle classi nobili, la loro stessa potenza politica ed economica, distinguendosi dal popolo”. Infatti gli oggetti in bronzo erano suddivisi in due grandi categorie : vasi sacrificali e recipienti di uso comune. I primi erano riservati ai riti in onore degli antenati o di divinità da placare; gli altri erano utilizzati per gli usi quotidiani (contenere l’acqua, le vivande, le granaglie, ecc). I vasi sacrificali a loro volta erano riservati – secondo il tipo – per il vino da cerimonia, l’ offerta delle carni cotte di animali, cibi rituali a seconda delle circostanze.

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Altri oggetti di grande valore rituale erano le campane di bronzo (niuzhong e yongzhong) che componevano set di diverse decine di pezzi e di differenti dimensioni, creando un unico enorme strumento musicale con tanti musicisti quante erano le campane da percuotere. “Si può affermare”, assicura Madaro, “dopo quanto venuto alla luce nella tomba del Marchese Yi di Zheng nel 1978, che la musica aveva un posto d’onore tra le arti nello Stato di Chu. Gli esperti musicologi sono riusciti, secondo la disposizione delle campane (non solo di bronzo, ma anche di tavolette di diaspro) a ricostruire le melodie e addirittura la musica rituale di oltre venticinque secoli fa”. Ma c’è dell’altro, sempre di bronzo, che è venuto alla luce negli scavi di Chu. E sono per l’appunto i bronzi yanqi, come specchi, lampade, piatti, tazze, incensieri, mestoli, scatole, scrigni e naturalmente armi. Non soltanto spade, pugnali, punte di frecce, ma anche le loro impugnature e parti in legno che si sono conservate pressoché intatte solo perché laccate, per non menzionare le corazze di cuoio laccato… “A proposito di lacche”, sottolinea il curatore della mostra, “se hanno sbalordito per vetustà e ottima conservazione quelle venute alla luce nelle tombe Han nelle aree archeologiche di Xian e di Mawangdui, le quali sono più “giovani” di almeno tre secoli, non c’è che da trasalire di fronte agli oggetti in lacca usciti dalle tombe Chu del Hubei. Esse ci testimoniano una tecnica d’avanguardia che gli artigiani dello Stato di Chu conoscevano perfettamente. Le lacche di Chu sono di una varietà sorprendente : non solo si laccavano il legno e il bambù, ma anche il bronzo, la terracotta e il cuoio, con risultati davvero eccezionali. La conservazione stessa dei colori è a dir poco sbalorditiva”.

Armature da parata dal regno di Chu

Armature da parata dal regno di Chu

Un altro capitolo non certo trascurabile è quello relativo alle giade. Fin dai tempi ancestrali la giada ha avuto presso i cinesi una reputazione che l’Occidente non può capire. Come si sa, la giada è un minerale nemmeno tanto raro in natura. In Cina da tempi immemorabili la giada più preziosa è ritenuta quella del Xinjiang, in modo particolare quella ricavata dai sassi raccolti nei greti dei torrenti di Khotan. Non è propriamente la giada verde quella ritenuta più preziosa, ma quella definita “imperiale”, o più volgarmente “grasso di montone”. “La ragione di questa reputazione non è stata del tutto chiarita. Tuttavia i manufatti in giada rinvenuti nelle tombe imperiali e nobiliari dello Stato di Chu, ma anche delle dinastie precedenti e di quelle successive, sono immancabilmente scolpiti nella giada “imperiale”, ritenuta consona per oggetti rituali sia in vita che in morte. Infatti alla giada viene attribuita una forte influenza sulla salute del corpo e anche dell’anima. Re, nobiltà, alti funzionari civili e militari, a seconda del grado e dei meriti, esibivano le giade sui loro abiti come simboli evidenti del loro status. Placche di cinture, pendagli, bracciali, anelli, acconciature per capelli. Sia per il mondo maschile che per quello femminile, la giada era (e in certo senso lo è ancora oggi nella tradizione cinese) il più potente degli amuleti, autentico toccasana. Sul corpo di un defunto, poi, la giada era creduta un “salvacondotto” per l’Aldilà, tra l’altro le venivano attribuiti poteri che avrebbero prevenuto la decomposizione del corpo”.

I guerrieri di terracotta di Xian

I guerrieri di terracotta di Xian

La potenza militare di Chu nell’arco di mezzo millennio si trasformò in potenza culturale destinata alla parabola della decadenza e della corruzione. Nel 221 a.C. il suo potente vicino, lo Stato di Qin, spazzò via tutti. Il suo giovane e ambizioso sovrano, Qin Shi Huangdi si autoproclamò Primo Augusto Imperatore e in appena 15 anni fece tutto : creò l’Impero Cinese, costruì la Grande Muraglia e il Grande Canale Imperiale, unificò i pesi e le misure, costruì la sua mitica tomba seppellendovi seimila guerrieri e cavalli di terracotta, cancellò perfino la memoria dei suoi ex vicini. “L’odiato Regno di Chu”, conclude Madaro, “entrò nella leggenda, nulla rimase a testimoniare ciò che esso fu. Soltanto ventidue secoli dopo, con la scoperta di alcune tombe, esso riemergerà dal profondo della terra, testimoniando finalmente il suo glorioso passato”.