“Antiche architetture berbere”: ecco la Libia nelle foto del regista Lucio Rosa in mostra a Bolzano. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”
L’Etiopia lo ha tradito, la Libia è diventata off-limits (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/15/non-si-fara-il-film-sulle-tribu-della-valle-dellomo-il-regista-lucio-rosa-costretto-a-rinunciare-per-le-richieste-esose-delle-autorita-di-etiopia-restano-i-riconoscimenti-pluripremiato/). Ma lui, Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, l’Africa l’ha sempre nel cuore. Così, in attesa di poter tornare in Africa, l’Africa la porta a casa sua. Martedì 20 febbraio 2018, alle 18, all’Espace La Stanza, in via Orazio a Bolzano, apre la mostra “Antiche architetture berbere. LYBIA by Lucio Rosa” (fino al 6 marzo 2018). “Durante le varie missioni svolte in Libia”, spiega Lucio Rosa, “sia per realizzare film e ricerche varie, purtroppo solo fino al 2014, perché poi la Libia è diventata impraticabile, mi sono interessato all’architettura berbera di diverse oasi”. E continua, tradendo l’emozione. “Queste oasi sono abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80, fino a quando Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi. Le vecchie oasi, quasi tutte abbandonate, sono cadute nel degrado. Ma ci sono delle eccezioni”. E queste “eccezioni” sono state “salvate” dalle immagini di Lucio Rosa. La mostra “Antiche architetture berbere. LYB IA by Lucio Rosa” presenta una cinquantina di foto che riguardano sette di queste location. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”, commenta amaro il regista. Le foto sono raggruppate in sequenze, ognuna presentata da una nota esplicativa. Vediamone qualcuna.

La bandiera degli Imazighen con al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Antiche architetture berbere. Lybia by Lucio Rosa”
Intanto cominciamo a conoscere meglio gli Imazighen, noti come “uomini liberi”. Sono Berberi, un popolo indigeno della Libia e del Nord Africa, come i libici moderni che si considerano arabi, ma in realtà sono di etnia e cultura berbera, arabizzati nel corso dei secoli. “Ora parlano un dialetto arabo”, ricorda Rosa, “con la grammatica berbera e molti prestiti dall’antica lingua dei libici detta Tamazight, il cui antico alfabeto, berbero, tifinagh è chiamato anche alfabeto libico. Il simbolo al centro della bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu rievoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto, altro non è che la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita”. Per i Paesi dove si parla o si è parlato la lingua berbera è stato creato il neologismo Tamazgha un’espressione di nazionalismo per affermare l’esistenza di una nazione berbera e di un popolo unito. Al Tamazgha appartengono Libia, Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, nord del Mali e del Niger, parte occidentale dell’Egitto, e i territori spagnoli di Melilla e Ceuta oltre che alle Isole Canarie. Al Tamazgha appartiene la stessa tribù berbera dei Tuareg, originaria del sud della Libia, l’attuale Fezzan. Anche la tribù di Gheddafi, Qadhadhfa o anche Gaddafa, è una delle tribù libiche di etnia berbera arabizzate. “Oggi per Berberi si intendono quelli che hanno mantenuto la lingua berbera e per questa ragione vengono detti berberofoni o, nella loro stessa lingua, Imazighen. Risiedono nella città di Zuara, nel Dejbl Nfousa, nella città di Ghadames e al sud nelle zone di Ubari e di Sebha, oltre che nelle grandi città libiche come Tripoli, Bengasi e Misurata”.
Oasi di Derdj. “Dell’antico villaggio di Derdj, la Derdj vecchia”, spiega Rosa, “non rimangono che poche tracce. Un labirinto di viottoli si insinua tra le case diroccate di quella che fu un tempo un’oasi, ora abbandonata. Si possono ancora scorgere le tracce di quelle che furono le sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa oasi. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo dell’altopiano, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste mediterranee”.
Oasi di Fursta. “Jebel Nafusah”, interviene il regista veneziano, “è una zona montagnosa che partendo da Leptis Magna sovrasta la piana della Tripolitania giungendo fino in Tunisia. Gli Imazighen, i berberi della Libia, hanno da sempre considerato queste terre come area di loro appartenenza. Qui si sono insediati in tempi lontani diversi villaggi rupestri. Il villaggio Fursta, è ignorato, per fortuna, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore, spronato dal desiderio di scoprire, arriva fin quassù. Qui si conservano ancora le tracce del modello di vita degli Imazighen. Per proteggere il proprio raccolto da possibili attacchi da parte nemica, gli abitanti di Fursta, accanto alle loro abitazioni scavate nella roccia, avevano edificato magazzini fortificati dove mettere al sicuro il proprio raccolto, come grano, olio e tutto quanto serviva alla loro sopravvivenza”.
Oasi di Ghadames. Per i romani era Cydamus. Le prime notizie storiche sulla città risalgono proprio all’epoca romana. Era il 19 a.C. quando fu occupata dalle legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti. Lontana, collocata ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrano i confini di Libia, Algeria e Tunisia, per secoli Ghadames è apparsa come un miraggio a chi la ritrovava dopo il lungo viaggio di ritorno dai mercati del Sud attraverso il deserto, un rifugio, un porto tranquillo dopo le incertezze, le fatiche del lungo peregrinare. “L’oasi di Ghadames”, conferma Rosa, “al contrario di tante altre oasi sahariane, è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi vecchi. A Ghadames è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e con la luce donata da una sapiente architettura”.
Oasi di Qsar al-Haj. Qsar al-Haj è probabilmente la costruzione più sorprendente dell’architettura berbera in Libia. Conosciuto come “castello berbero” fu eretto nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. “Non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno”, precisa Rosa, “ma una struttura di stoccaggio creata per immagazzinare il raccolto della popolazione che vive nel villaggio adiacente. Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare l’olio, mentre i livelli superiori servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra, come l’orzo e il grano”.
Kabaw è una costruzione berbera che serviva sia alla popolazione semi-nomade sia a quella stanziale che gravitava in questa zona, per immagazzinare e proteggere le proprie provviste. Era composta da centinaia di piccole celle ognuna sovrapposta una all’altra, un vero alveare. Al centro dell’impianto, una piccola costruzione a forma di cubo, intonacata di bianco, aveva la funzione di riparo per il guardiano che doveva vigilare su chi entrava e chi usciva.
Oasi di Nalut e di Qsar Gharyan. Qsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza del Jebel Nafusa, è uno dei più interessanti insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, il villaggio berbero appare come una fortezza, con il formidabile granaio fortificato, dove gli abitanti di Nalut conservavano i propri raccolti mettendoli al sicuro. Il granaio è un “palazzo” che gli Imazighen, i berberi di Libia, fortificarono negli anni della repressione turca. Gli abitanti di Nalut vi conservavano soprattutto l’olio e le granaglie, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera. Un dedalo di stradine, un labirinto di vicoli penetrano lo spettacolare granaio dalle pareti addossate le une alle altre, che dispone di 300 cellette poste su 5 o 6 ordini. “Qsar Gharyan”, conclude Rosa, “ è il castello delle grotte nella lingua degli Imazighen, e rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusa: l’uso di case interamente scavate nella roccia, chiamate case troglodite. All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, sia d’estate che d’inverno. Da un cortile scavato nel terreno per una profondità che può variare dai 7 a agli 9 metri, si accede all’abitazione vera e propria, che si presenta con una serie di stanze idonee per viverci, e con i magazzini”.
La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico presenta alla Bit di Milano il programma della XXI edizione in cui verrà celebrato il ventennale dell’iscrizione dei siti Unesco di Paestum
La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico scopre le carte alla Bit. Domenica 11 febbraio 2018, alle 15.30, nello stand Regione Campania della Borsa internazionale del Turismo di Milano sarà presentata la XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, in programma da giovedì 25 a domenica 28 ottobre 2018 a Paestum. L’occasione è data dalla conferenza “Il Sistema Unesco della Campania”, alla quale interverranno Francesco Caruso consigliere ai Rapporti Internazionali e all’Unesco del Presidente della Regione Campania, Nicola Oddati consigliere di amministrazione di Scabec, Francesco Palumbo sindaco di Capaccio Paestum, Rosanna Romano direttore generale per le Politiche culturali e il turismo della Regione Campania, Ugo Picarelli fondatore e direttore della Borsa.
La Borsa, ideata e organizzata dalla Leader srl, con circa 12mila visitatori e 120 espositori di cui 25 Paesi Esteri, gode di prestigiosi patrocini quali ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Unesco, Unwto, Iccrom e ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale e si conferma opportunità di business, con il workshop tra la domanda estera selezionata dall’Enit e l’offerta del turismo culturale, e di incontro con i giovani, grazie ai laboratori e alle rievocazioni di ArcheoExperience, la più grande rassegna di archeologia sperimentale in Italia.
Per Paestum il 2018 è un anno importante: vent’anni fa – era il 1998 – il parco archeologico di Paestum fu inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco insieme al parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, il sito archeologico di Velia e la Certosa di Padula. Non è un caso, quindi, che tra le prime anticipazioni del programma della XXI edizione ci sia la celebrazione del 20° anniversario di Paestum nella lista dei siti Unesco. Inoltre, la Bmta è stata inserita dal MiBACT nelle iniziative dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, voluto dalla Commissione Europea per incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire le bellezze d’Europa e a rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo. La Borsa, infatti, con la sua attenzione al dialogo interculturale, ai beni a rischio e con i Premi “Paestum Archeologia” e “Khaled al-Asaad”, è impegnata da anni nel ricordare che il patrimonio è uno strumento fondamentale per il dialogo fra le culture, tanto da essere riconosciuta quale best practice da Unwto e Unesco per il suo contributo.
Museo Navigante, la goletta Oloferne approda a Crotone. Il Polo museale della Calabria ha aderito con i musei Archeologici di Capo Colonna e dell’antica Kaulon

Il logo del museo Navigante nato nel dicembre 2017 mettendo in rete 58 musei italiani del Mare e della Marineria
Un mese di navigazione dall’Alto Adriatico con rotta prima verso Sud, fino allo Ionio, per poi risalire il Tirreno e raggiungere il porto francese di Sète, nella regione dell’Occitania, vicino a Montpellier. Ora la goletta Oloferne è in vista delle coste calabre con il suo “carico” speciale: il museo Navigante nato per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il due alberi costruito nel 1944 nel cantiere Russo di Messina, che rappresenta un prezioso reperto della tradizione marinara italiana ed è oggi attrezzata a barca-scuola per promuovere, come strumento educativo e di inclusione sociale, progetti di diffusione della cultura del mare e della navigazione, sbarca sabato 10 febbraio 2018 a Crotone. L’imbarcazione è salpata da Cesenatico il 9 gennaio scorso (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/04/nasce-il-museo-navigante-ben-58-musei-del-mare-e-della-marineria-ditalia-fanno-rete-e-ora-salpa-con-la-goletta-oloferne-alla-scoperta-del-patrimonio-culturale-marittimo-italiano-molti-sono/) e, nel circumnavigare l’intera penisola italiana dall’Adriatico al Tirreno, sta facendo tappa nelle principali città e nei borghi marinari, per terminare il suo viaggio – come detto – a Sète in Francia, dove, in rappresentanza dei musei italiani, il museo Navigante sarà ospite della manifestazione marittima Escale à Sète per far conoscere i luoghi e le tradizioni del nostro patrimonio marinaro.
Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, ha aderito al Museo Navigante che sta promuovendo un censimento nazionale dei musei che hanno a tema il mare e la marineria italiana e che prevede anche l’adesione all’associazione dei Musei del Mare e della Marineria d’Italia. A rappresentare il Polo Museale della Calabria ci sono il museo Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone), diretto da Gregorio Aversa, e il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon (Monasterace Marina), diretto da Rossella Agostino, entrambi con sezioni dedicate all’archeologia subacquea. Sempre sabato 10 febbraio 2018, alle 9, al museo Archeologico nazionale di Capo Colonna, d’intesa con il Comune di Crotone, la Capitaneria di Porto e l’Istituto Nautico, verrà illustrata l’iniziativa. Nel pomeriggio di sabato sarà possibile a scuole e cittadinanza salire a bordo della goletta Oloferne per visitare l’imbarcazione e la mostra didattica che racconta la storia della marineria e della navigazione in Italia.
Egitto. Sulle note della “Marcia trionfale” dell’Aida la statua colossale di Ramses II trasportata nella sede definitiva, il Grand Egyptian Museum a Giza. Entro la fine dell’anno accoglierà i visitatori nella prima sala aperta del Gem, che sarà il più grande museo monotematico del mondo, all’ombra delle piramidi. Ecco le cifre faraoniche del progetto

Il corteo con i due camion che sostengono il peso della statua monumentale di Ramses II verso il Gem

Le protezioni in gommapiuma attorno alla statua di Ramses II durante il trasporto al Gem (foto Khaled Elfioi)
Quattrocento metri. Solo quattrocento metri è durato l’ultimo viaggio di Ramses II alla sua dimora definitiva. Ma è stato un trasferimento degno di un grande faraone. Il trasferimento della statua colossale di Ramses II, alta 12 metri per 83 tonnellate di granito rosso, dal sito temporaneo sull’altopiano di Giza al Grande museo egizio di Giza, il Gem (Grand Egyptian Museum), alla periferia ovest del Cairo, destinato a diventare il più grande museo monotematico del mondo, è stata un’autentica sfida tecnologica, programmata già dal 2002, che il governo egiziano ha trasformato in un evento mediatico globale, alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, del ministro della Cultura Inas Abdel Dayem, di Zahi Hawass probabilmente il più famoso egittologo al mondo, insieme ad ambasciatori, scienziati, egittologi e giornalisti, il tutto ripreso passo passo dalla televisione di Stato. Per coprire il breve tratto ci sono volute dieci ore: la grande statua, in piedi, ancorata su due grandi camion dal fondo piatto, procurati dalla Arab Contractors, e protetta da abbondanti salsicciotti di gomma piuma, era preceduta da un drappello di soldati a cavallo e annunciata dalla fanfara militare con le note non solo dell’inno nazionale della Repubblica araba d’Egitto ma anche della Marcia trionfale dell’Aida di Verdi con Radames che “torna vincitor”. Un vero trionfo. Del resto è noto che la grande statua di Ramses II è considerata un simbolo culturale e artistico per tutti gli egiziani, e un tesoro nazionale che è stato onorato con il suo posizionamento al Gem. “Sarà la prima statua che i turisti vedranno una volta entrati nel grande museo”, ha sottolineato il ministro delle Antichità che non ha mancato di elogiare “gli sforzi compiuti dalle varie istituzioni e ministeri egiziani, nonché la cooperazione tecnica e finanziaria egiziano-giapponese, per il loro duro e accurato lavoro che ha contribuito al successo del trasferimento della statua”.
È stato questo il terzo spostamento della statua colossale di Ramses II, realizzata 3200 anni fa, e scoperta nel 1820 dall’esploratore ed egittologo genovese Giovanni Battista Caviglia nel Grande Tempio di Ptah vicino a Menfi, capitale dell’Antico Regno d’Egitto, oggi a una ventina di chilometri a sud del Cairo. La statua fu trovata rotta in sei pezzi. Fu tentato più volte di ricomporla con un restauro, ma ci si riuscì solo alla metà del Novecento. Fu allora che ci fu il primo spostamento dal luogo del ritrovamento al Cairo. Fu infatti il primo ministro egiziano Gamal Abdel Nasser che nel 1955 decise di portare la grande statua, stabilizzata all’interno da barre di ferro, nella grande piazza Bab Al-Hadid, cioè della grande stazione ferroviaria nel cuore del Cairo. E da allora la piazza prese il nome ed è nota come piazza Ramses. Col passare del tempo, però, Ramses Square si rivelò un luogo inadatto, poiché la statua era esposta a inquinamento corrosivo e vibrazioni costanti provenienti dal traffico e dalle metropolitane. Il governo egiziano decise allora di trasferire la statua in una posizione più appropriata. Siamo al secondo trasferimento: nell’agosto 2006 Ramses II dalla piazza della stazione viene portato In un sito temporaneo sull’altopiano di Giza, quindi vicino a quella che era già stata individuata come la sua destinazione finale, il Gem, raggiunta con il terzo trasferimento, il 25 gennaio 2018.

Rendering del Gem progettato da Heneghan Peng Architects con il posizionamento della statua di Ramses II
Il Grand Egyptian Museum di Giza, destinato a surclassare in grandezza quello delle antichità egizie nella centralissima piazza Tahrir e ad ospitare il tesoro di Tutankhamon, è stato progettato da Heneghan Peng Architects che si sono aggiudicati il concorso del 2002. Il Gem doveva essere inaugurato nel 2011. L’apertura è però slittata di anno in anno, tra crisi politiche e finanziarie. Ma forse stavolta ci siamo, almeno per un’apertura parziale, anche grazie al cospicuo contributo nipponico ricordato anche dal ministro el-Enany. Lo ha confermato anche Mostafa Waziri, segretario del Consiglio supremo delle Antichita: “L’inaugurazione parziale del Gem è prevista per ottobre 2018, comunque entro la fine dell’anno. L’inaugurazione finale non prima del 2022”. L’obiettivo del Governo egiziano è di attrarre 4 milioni di visitatori l’anno, raddoppiando i numeri dell’Egizio del Cairo, pari a 2,5 milioni di visitatori. Comunque anche l’apertura parziale è stata definita un “importante avvio per il turismo” in Egitto da Rania el-Mashat, il nuovo ministro del Turismo, settore in crisi causa di rivoluzioni e terrorismo. “L’apertura parziale prevede l’esposizione di circa 5mila oggetti”, ha previsto il ministro el-Enany. “Assieme al colosso di Ramses II, all’entrata del museo saranno collocati altri 87 importanti reperti”. E prima di ottobre dal museo Egizio di piazza Tahrir arriveranno al Gem altre 43 statue.
Ma che cos’è esattamente il Grand Egyptian Museum di Giza? Un’idea ben precisa ce la dà Pier Paolo Raffa, consulente del progetto di allestimento del Gem, che ne ha parlato in un’intervista a “Il giornale dell’architettura.com”. “Il Gem – esordisce – è una monumentale porta per viaggiare nel passato dei faraoni. A 25 km dal centro della moderna città del Cairo e ad appena due dalle piramidi della piana della città storica di Giza, il Grand Egyptian Museum acquista dalla scelta di questa localizzazione una forte identità museale, rito di passaggio dal presente – il Cairo – allo spazio a parte della storia – Giza”. L’opera è faraonica, quasi una sfida all’unica tra le sette meraviglie del mondo antico giunta sino ai giorni nostri, la piramide di Cheope, che sorge a pochi passi. Impressionanti i numeri del cantiere: 5mila addetti che si alternano in tre turni, su 480mila mq di terreno (una superficie oltre otto volte quella della base della Grande piramide). Questa superficie è distribuita tra il museo vero e proprio, il centro conferenze (oltre 130mila mq) e un complesso di edifici con funzioni ausiliarie: laboratori di restauro, biblioteca, children museum e un altro museo dedicato ai visitatori diversamente abili, oltre a caffè, ristoranti e bookshop (più di 30mila mq), cui si aggiungono 300mila mq di aree a verde, incluso un museo open air. “Anche la facciata, strutturata sul modello del cosiddetto triangolo di Sierpinski”, spiega Raffa, “rivestita in pietra traslucida, è concepita per dialogare con i bianchi calcari, lucidi e lisci, che rivestono le piramidi di fronte”.

Rendering del Grand Egyptian Museum di Giza con la vista dall’interno sulla grande piramide (da Il giornale dell’architettura.com)
“Si stima che l’impatto sull’economia dell’Egitto sia di 840 milioni di dollari, tra costruzione del complesso architettonico e operazioni varie annesse, comprese le ricadute su un comparto turistico che deve fare i conti con l’incertezza politica. Il nuovo museo accoglierà 100mila reperti. Soltanto 5500 riguardano la collezione di Tutankhamon, il cui trasferimento dopo 84 anni dallo storico museo del Cairo, da dove proverranno anche gli ingenti pezzi dai depositi mai esposti prima, è già iniziato”. Il GEM – ricorda Raffa – nasce, infatti, per rispondere principalmente all’esigenza di maggiori e più adeguati spazi, oltre a migliori condizioni di conservazione per le collezioni, costrette, per non dire ormai affastellate, in locali inadeguati nella sede storica in piazza Tahrir. Basti pensare che proprio la collezione del faraone bambino è circoscritta a due gallerie in un’unica sala, uno spazio davvero esiguo per un repertorio di tale calibro. “Il museo è strutturato su una serie di livelli che vanno da un parvis monumentale esterno ad una zona coperta: due aree che il visitatore attraverserà muovendosi verso una grande scalinata che sale ad un livello, vetrato e panoramico, da dove avrà la vista sulle piramidi, proprio dall’interno del museo. Quest’ampia rampa ospiterà una selezione di sculture monumentali distribuite su tutta la sua lunghezza, mentre su entrambi i lati si svilupperanno due vaste zone espositive, le gallerie vere e proprie. Quella principale ospiterà unicamente la collezione Tutankhamon, presentata attraverso un allestimento museografico avanzatissimo. Un’interessante peculiarità di questo museo sarà che, nelle sue molteplici zone espositive distribuite su circa 93mila mq, si rappresenteranno molte tipologie del museo moderno: il GEM sarà per questo anche un esempio unico di come la museografia contemporanea può proporre la comunicazione culturale, la conservazione, la ricerca e le molte istanze del museo moderno, sempre in sviluppo”.
Egitto. Scoperta all’ombra della piramide di Chefren la tomba a mastaba di Hetpet, sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore. Eccezionale lo stato di conservazione degli affreschi con scene di vita quotidiana

Un funzionario del ministero egiziano delle Antichità dentro la tomba di Hetpet, sacerdotessa di Hator di 4400 anni fa (foto di Mohamed el-Shahed)
Si chiamava Hetpet. Era sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore e della bellezza. Ma questo era solo uno dei titoli di questa donna vissuta 4400 anni fa, il cui status sociale era di alto livello e aveva rapporti con il Palazzo Reale durante la V dinastia dell’Antico Regno (2500 – 2350 a.C.), per intenderci quella immediatamente successiva alla dinastia dei faraoni costruttori delle piramidi della piana di Giza. Una donna influente, dunque. Non stupisce quindi che la sua tomba (che sembrerebbe indipendente, cioè non collegata a uno sposo) sia stata posta proprio nella necropoli occidentale di Giza, a un passo dalla piramide di Chefren. Il ritrovamento della tomba di Hetpet è la prima grande scoperta del 2018 in Egitto, annunciata dal ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, in una conferenza stampa mondiale tenutasi davanti alla tomba scoperta alla presenza del governatore di Giza e degli ambasciatori di molti Paesi, come riportato dal quotidiano cairota El Ahram sull’edizione di domenica 4 febbraio 2018.

Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, all’ingresso della tomba di Hetpet (foto di Amr Abdallah Dalsh)
In realtà la tomba della “sacerdotessa dell’amore” è stata scoperta qualche mese fa, nell’ottobre 2017, da una missione archeologica egiziana diretta da Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, durante i lavori di scavo vicino alla piramide di Chefren, in un’area oggetto fin dal 1843 di ricerche da parte di diverse missioni archeologiche tra cui alcune guidate del noto egittologo Zahi Hawass. Si tratta di una mastaba, cioè una tomba monumentale costituita da un “gradone” troncoconico, tipica delle fasi più antiche dell’Egitto faraonico, realizzata in blocchi di calcare e pareti in mattoni di fango. Nel sepolcro sono stati rinvenuti un santuario a forma di “L” con un lavacro di purificazione e contenitori per incenso e offerte votive.

Lo straordinario stato di conservazione degli affreschi all’interno della tomba di Hetpet (foto di Mohamed el-Shahed)
Ma sicuramente l’aspetto più importante della tomba di Hetpet, sottolineato dal ministro El-Enany, è lo straordinario stato di conservazione degli affreschi che rivestono le pareti, dai colori ancora vividi, dove possiamo ammirare scene di vita quotidiana tra danze, suoni e offerte alla sacerdotessa: scene di caccia e pesca, coltivazione dei campi, macellazione, fusione dei metalli, conciatura del cuoio o fabbricazione di imbarcazioni di papiro. Gli archeologi egiziani hanno rinvenuto “pitture murali molto raffinate e in uno stato di conservazione molto buono” che raffigurano Hetpet ma anche due scimmie, all’epoca dei faraoni considerati animali domestici: una “mentre balla davanti un’orchestra” durante il banchetto funebre, l’altra “mentre coglie frutti” da un albero e li pone in una cesta. Scene simili sono state già rinvenute in altre tombe, ad esempio in una dell’Antico Regno a Saqqara, ma in quel caso la scimmia balla davanti ad un singolo chitarrista e non a un’intera orchestra.

Il corridoio a “L” all’interno della mastaba della sacerdotessa di Hathor a Giza (foto di Mohamed el-Shahed)
Nel 1909 un esploratore britannico individuò dei sepolcri in questa zona, recuperando dei blocchi di pietra che inviò a Berlino, dove si trovano tuttora. Quei blocchi venivano da una struttura appartenuta a una donna che portava lo stesso nome, Hetpet. Il ministro El-Enany ha spiegato che ora sarà compito degli egittologi verificare se c’è una relazione tra la tomba appena scoperta e i monumentali blocchi recuperati nella necropoli occidentale di Giza 109 anni fa.





















































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