“Antiche architetture berbere”: ecco la Libia nelle foto del regista Lucio Rosa in mostra a Bolzano. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

L’Etiopia lo ha tradito, la Libia è diventata off-limits (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/15/non-si-fara-il-film-sulle-tribu-della-valle-dellomo-il-regista-lucio-rosa-costretto-a-rinunciare-per-le-richieste-esose-delle-autorita-di-etiopia-restano-i-riconoscimenti-pluripremiato/). Ma lui, Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, l’Africa l’ha sempre nel cuore. Così, in attesa di poter tornare in Africa, l’Africa la porta a casa sua.  Martedì 20 febbraio 2018, alle 18, all’Espace La Stanza, in via Orazio a Bolzano, apre la mostra “Antiche architetture berbere. LYBIA by Lucio Rosa” (fino al 6 marzo 2018). “Durante le varie missioni svolte in Libia”, spiega Lucio Rosa, “sia per realizzare film e ricerche varie, purtroppo solo fino al 2014, perché poi la Libia è diventata impraticabile, mi sono interessato all’architettura berbera di diverse oasi”. E continua, tradendo l’emozione. “Queste oasi sono abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80, fino a quando Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi. Le vecchie oasi, quasi tutte abbandonate, sono cadute nel degrado. Ma ci sono delle eccezioni”. E queste “eccezioni” sono state “salvate” dalle immagini di Lucio Rosa. La mostra “Antiche architetture berbere. LYB IA by Lucio Rosa” presenta una cinquantina di foto che riguardano sette di queste location. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”, commenta amaro il regista. Le foto sono raggruppate in sequenze, ognuna presentata da una nota esplicativa. Vediamone qualcuna.

La bandiera degli Imazighen con al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Antiche architetture berbere. Lybia by Lucio Rosa”

Intanto cominciamo a conoscere meglio gli Imazighen, noti come “uomini liberi”. Sono Berberi, un popolo indigeno della Libia e del Nord Africa, come i libici moderni che si considerano arabi, ma in realtà sono di etnia e cultura berbera, arabizzati nel corso dei secoli. “Ora parlano un dialetto arabo”, ricorda Rosa, “con la grammatica berbera e molti prestiti dall’antica lingua dei libici detta Tamazight, il cui antico alfabeto, berbero, tifinagh è chiamato anche alfabeto libico. Il simbolo al centro della bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu rievoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto, altro non è che la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita”. Per i Paesi dove si parla o si è parlato la lingua berbera è stato creato il neologismo Tamazgha un’espressione di nazionalismo per affermare  l’esistenza di una nazione berbera e di un popolo unito. Al Tamazgha appartengono Libia, Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, nord del Mali e del Niger, parte occidentale dell’Egitto, e i territori spagnoli di Melilla e Ceuta oltre che alle Isole Canarie. Al Tamazgha appartiene la stessa tribù berbera dei Tuareg, originaria del sud della Libia, l’attuale Fezzan. Anche la tribù di Gheddafi, Qadhadhfa o anche Gaddafa, è una delle tribù libiche di etnia berbera arabizzate. “Oggi per Berberi si intendono quelli che hanno mantenuto la lingua berbera e per questa ragione vengono detti berberofoni o, nella loro stessa lingua, Imazighen. Risiedono nella città di Zuara, nel Dejbl Nfousa, nella città di Ghadames e al sud nelle zone di Ubari e di Sebha, oltre che nelle grandi città libiche come Tripoli, Bengasi e Misurata”.

Quel che resta dell’antico villaggio di Derdj in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Derdj. “Dell’antico villaggio di Derdj, la Derdj vecchia”, spiega Rosa, “non rimangono che poche tracce. Un labirinto di viottoli si insinua tra le case diroccate di quella che fu un tempo un’oasi, ora abbandonata. Si possono ancora scorgere le tracce di quelle che furono le sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa oasi. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo dell’altopiano, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste mediterranee”.

I viottoli del villaggio rupestre di Fursta in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Fursta. “Jebel Nafusah”, interviene il regista veneziano, “è una zona montagnosa che partendo da Leptis Magna sovrasta la piana della Tripolitania giungendo fino in Tunisia. Gli Imazighen, i berberi della Libia, hanno da sempre considerato queste terre come area di loro appartenenza. Qui si sono insediati in tempi lontani diversi villaggi rupestri. Il villaggio Fursta, è ignorato, per fortuna, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore, spronato dal desiderio di scoprire, arriva fin quassù. Qui si conservano ancora le tracce del modello di vita degli Imazighen. Per proteggere il proprio raccolto da possibili attacchi da parte nemica, gli abitanti di Fursta, accanto alle loro abitazioni scavate nella roccia, avevano edificato magazzini fortificati dove mettere al sicuro il proprio raccolto, come grano, olio e tutto quanto serviva alla loro sopravvivenza”.

L’oasi di Ghadames è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Ghadames. Per i romani era Cydamus. Le prime notizie storiche sulla città risalgono proprio all’epoca romana. Era il 19 a.C. quando fu occupata dalle  legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti. Lontana, collocata ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrano i confini di Libia, Algeria e Tunisia, per secoli Ghadames è apparsa come un miraggio a chi la ritrovava dopo il lungo viaggio di ritorno dai mercati del Sud attraverso il deserto, un rifugio, un porto tranquillo dopo le incertezze, le fatiche del lungo peregrinare. “L’oasi di Ghadames”, conferma Rosa, “al contrario di tante altre oasi sahariane, è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi  vecchi. A Ghadames è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e con la luce donata da una sapiente architettura”.

L’impressionante Qsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Oasi di Qsar al-Haj. Qsar al-Haj è probabilmente la costruzione più sorprendente dell’architettura berbera in Libia. Conosciuto come “castello berbero” fu eretto nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. “Non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno”, precisa Rosa, “ma una struttura di stoccaggio creata per immagazzinare il raccolto della popolazione che vive nel villaggio adiacente. Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare l’olio, mentre i livelli superiori servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra, come l’orzo e il grano”.

Kabaw, tipica costruzione berbera (foto Lucio Rosa)

Kabaw è una costruzione berbera che serviva sia alla popolazione semi-nomade sia a quella stanziale che gravitava in questa zona, per immagazzinare e proteggere le proprie provviste. Era  composta da centinaia di piccole celle ognuna sovrapposta una all’altra, un vero alveare. Al centro dell’impianto, una piccola costruzione a forma di cubo, intonacata di bianco, aveva la funzione di riparo per il guardiano che doveva vigilare su chi entrava e chi usciva.

Il granaio fortificato di Qsar Nalut, villaggio berbero (foto Lucio Rosa)

Oasi di Nalut e di Qsar Gharyan. Qsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza del Jebel Nafusa, è uno dei più interessanti insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes  tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, il villaggio berbero appare come una fortezza, con il formidabile granaio fortificato, dove gli abitanti di Nalut conservavano i propri raccolti mettendoli al sicuro. Il granaio è un “palazzo” che gli Imazighen, i berberi di Libia, fortificarono negli anni della repressione turca. Gli abitanti di Nalut vi conservavano soprattutto l’olio e le granaglie, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera. Un dedalo di stradine, un labirinto di vicoli penetrano lo spettacolare granaio dalle pareti addossate le une alle altre, che dispone di 300 cellette poste su 5 o 6 ordini. “Qsar Gharyan”, conclude Rosa, “ è il castello delle grotte nella lingua degli Imazighen, e rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusa: l’uso di case interamente scavate nella roccia, chiamate case troglodite. All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, sia d’estate che d’inverno. Da un cortile scavato nel terreno per una profondità che può variare dai 7 a agli 9 metri, si accede all’abitazione vera e propria, che si presenta con una serie di stanze idonee per viverci, e con i magazzini”.

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3 risposte a ““Antiche architetture berbere”: ecco la Libia nelle foto del regista Lucio Rosa in mostra a Bolzano. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia””

  1. Studiofilmtv (info) dice :

    Grazie e bravissimo Graziano, come sempre.

    Un caro saluto da Lucio e Anna.

  2. Italina Bacciga dice :

    Mi piace

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