Dal 9 giugno Pompei amplia l’offerta di visita in sicurezza con due nuovi itinerari, aperture inedite e doppia fascia tariffaria. E dal 10 giugno riapre Villa Regina con fasce orarie e ingresso a 2 euro

Il giardino della Domus della Nave Europa, tra le novità della riapertura (foto parco archeologico di Pompei)
A due settimane di distanza dalla riapertura, il sito di Pompei si prepara ad accogliere i visitatori con un’offerta di visita più ampia, novità nei percorsi, sempre più verdi e due fasce tariffarie. Nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni sanitarie imposte del ministero della Salute, dal 9 giugno 2020 sarà possibile accedere dai due ingressi di Porta Marina e Piazza Anfiteatro, con itinerari unidirezionali differenziati e uscita dai 3 varchi (Porta Marina, Piazza Anfiteatro e Piazza Esedra). I due itinerari appositamente segnalati, secondo sensi obbligati, permetteranno al visitatore di scegliere da quale punto della città iniziare la visita, con un’ampia possibilità di scelta e accesso non solo agli edifici pubblici ma anche a diverse domus.

Le Terme Suburbane di Pompei vicino all’ingresso di Porta Marina (foto parco archeologico di Pompei)
Tra le novità di questa seconda fase, si ripropone all’ingresso di Porta Marina la visita alle suggestive Terme Suburbane, che riaprono dopo gli interventi di manutenzione. Le terme, un tempo in posizione panoramica sul mare, sono note per gli affreschi erotici dell’Apodyterium (spogliatoio), che curiosamente contrassegnavano le casette poggia vestiti. Risalendo verso il Foro, con tutti i suoi monumenti pubblici e religiosi, ci si potrà spostare a nord verso la Casa del Fauno e verso via del Vesuvio, per visitare la Domus degli Amorini Dorati o ammirare l’affresco di Leda e il cigno dall’omonima casa. Riscendere da via Stabiana, visitare le Terme centrali e la casa di Marco Lucrezio fino al quartiere dei Teatri, passando per la casa del Criptoportico e del Menandro.
Un itinerario all’insegna del verde si sviluppa invece dall’ingresso Piazza Anfiteatro, che aggiunge alla passeggiata già percorribile, alcune novità. Passando per il giardino della Palestra Grande o nell’Anfiteatro e attraversando i Praedia di Giulia Felice tra alberi di melograni e il giardino fiorito su cui affaccia il bel portico della villa, si potrà visitare la Casa di Octavio Quartio, al cui centro dello spazio verde spicca il canale con le vasche, un tempo animato da giochi d’acqua, che riapre dopo due anni a seguito di interventi di messa in sicurezza. E da qui raggiungere la Domus della Nave Europa, che per la prima volta apre alla visita il rigoglioso vigneto sul retro, un tempo utilizzato dai proprietari della dimora per la produzione e il commercio del vino e ripristinato in epoca moderna sulla base di fonti storiche e indagini di botanica della studiosa Jashemski. È restituito al suo splendore anche il giardino interno, grazie al recente progetto di ricostruzione storica, con l’impianto della vite maritata, una tecnica che prevede la coltivazione della vite su altro albero che funge da sostegno, utilizzata fin dai tempi antichi e fino a tutto l’800 nel territorio vesuviano.

Il Cisium, tipico carro urbano per trasporto merci, nella Casa del Menandro (foto parco archeologico di Pompei)
Altra novità del percorso è il carro per il trasporto delle merci, conservato negli ambienti servili della casa del Menandro. Il Cisium, il tipico carro utilizzato per consentire di spostarsi nelle vie della città, oltrepassando facilmente gli alti passaggi pedonali grazie alle grandi ruote, presenta parti originali che sono state oggetto di un apposito restauro e che grazie alla ricostruzione della struttura circostante, proposta negli anni ’30 da Amedeo Maiuri, restituisce un’idea precisa della sua forma. Dall’Anfiteatro è possibile anche attraversare la necropoli di Porta Nocera e visitare l’orto dei Fuggiaschi con il suo vigneto. E lungo via dell’Abbondanza visitare la Domus di Cornelio Rufo con il bel peristilio (giardino colonnato), riaperta di recente.

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico Pompei)
“Queste due settimane ci hanno consentito di monitorare l’impatto dei visitatori e il rispetto delle misure sanitarie, registrando un positivo riscontro”, dichiara il direttore generale Massimo Osanna. “Anche gli accessi al sito, benché limitati ai visitatori campani, sono progressivamente cresciuti con alcune giornate di sold out, come il 2 giugno, a conferma della grande voglia di tornare a godere di questi luoghi. Con l’apertura dei confini regionali ci aspettiamo un ulteriore incremento dei flussi. In questa nuova fase si aggiungono alcune novità ai percorsi, rese possibili grazie agli interventi di manutenzione e restauro portati avanti durante il lockdown, Abbiamo approfittato per intervenire anche sul decoro degli ingressi, in particolare a Porta Marina e Piazza Esedra, che sono stati oggetto di alcuni interventi di sistemazione. In particolare si è provveduto alla riqualificazione pavimentale del viale delle Ginestre, per migliorare il percorso di accesso al quartiere dei teatri. E sono proseguiti gli interventi sul verde, che in tutta la città antica è oggetto di monitoraggio da parte degli esperti dei giardini del Parco. Se in alcuni casi è stato inevitabile l’abbattimento di alcuni alberi, a tutela delle strutture archeologiche e dell’incolumità dei visitatori, a seguito di indagini fitostatiche, deputate alla verifica della stabilità e delle condizioni di vita delle piante – come nel caso del pino posto all’ingresso del quadriportico, che non è stato in nessun modo possibile recuperare – contestualmente si sta portando avanti il piano di ripristino dei giardini delle domus, con la ricostruzione storica e l’ integrazione delle diverse specie vegetali”.
Villa Regina a Boscoreale. Anche i siti minori riapriranno in maniera scaglionata nelle prossime settimane. Si riparte con Villa Regina a Boscoreale che dal 10 giugno 2020 accoglierà i visitatori dalle 9 alle 19 (ultimo ingresso 17.30). Il numero di visitatori per fascia oraria è di massimo 15 persone, ogni 30 minuti al costo di 2 euro (più prevendita on-line 1 euro). L’Antiquarium sarà accessibile in un secondo momento. Il sito resterà chiuso il martedì.
Info per l’accesso a Pompei. Gli orari di visita al sito si confermano dalle 9 alle 19 (ultimo ingresso alle 17.30), con chiusura settimanale, il lunedì. Il biglietto sarà acquistabile esclusivamente on-line sul sito http://www.ticketone.it, con possibilità di prenotazione nella stessa giornata, fino a esaurimento disponibilità. Saranno previste due fasce tariffarie: la prima al costo di 14,50 euro (più prevendita on-line 1,50 euro) per gli ingressi dalle 9 alle 16.45; la seconda al costo di 10 euro (più prevendita on-line 1,50 euro) dalle 16.45 alle 17.30. Permangono le gratuità e riduzioni come da normativa. Contestualmente è esteso il numero massimo di accessi al sito fino a 150 persone ogni 15 minuti. Al momento dell’acquisto on-line il visitatore potrà scegliere la fascia oraria e l’itinerario di preferenza. Il biglietto dovrà essere mostrato all’ingresso, direttamente su smartphone/tablet (QRcode) o già stampato a casa su carta. I visitatori saranno sottoposti, all’arrivo, a misurazione della temperatura mediante termoscanner e dovranno indossare la mascherina obbligatoriamente anche durante tutta la presenza nel sito, oltre rispettare la distanza fisica di 1 m all’aperto e 1,50 al chiuso, nel sito e al suo esterno. Tutte le informazioni relative alle misure di sicurezza del contenimento del contagio da COVID-19 e alle modalità di visita saranno fornite ai visitatori attraverso i monitor presenti agli ingressi e la cartellonistica. La visita avverrà nel pieno rispetto delle misure di distanziamento previste dal Comitato Tecnico Scientifico, anche con il supporto di segnaletica direzionale appositamente installata dal Parco. Saranno garantiti dispenser di gel igienizzante all’ingresso e presso i servizi igienici a disposizione dei visitatori. Presso l’’ingresso di Piazza Anfiteatro sarà possibile richiedere un servizio visite guidate, dalle 9 alle 13. I visitatori con difficoltà motoria potranno, entrando dall’ingresso di piazza Anfiteatro, seguire il percorso facilitato “Pompei per tutti”. L’uscita prevede il ritorno lungo il percorso, rispettando le distanze e le precedenze di visita, verso il varco di piazza Anfiteatro.
Torino. Per “Il Museo Egizio a casa tua”, incontro in streaming con Maria Elena Colombo per la presentazione del suo libro “Musei e cultura digitale”
La cultura digitale ha creato le condizioni per un nuovo museo in ascolto e sempre aperto. Martedì 9 giugno 2020 alle 18, in diretta dalle sale del museo Egizio di Torino verrà trasmessa la presentazione del libro “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo. La presentazione sarà in dialogo con il direttore del museo Egizio, Christian Greco, e con Luca Dal Pozzolo, responsabile dell’area ricerca di Fondazione Fitzcarraldo e direttore dell’Osservatorio Culturale del Piemonte: un’occasione per riflettere sul senso dell’investimento nel digitale e nell’innovazione in un museo, in un momento particolare in cui tutte le istituzioni sono chiamate a reinventare il loro modo di dialogare con i pubblici. Evento in collaborazione con ArtLab e Editrice Bibliografica. La diretta sarà trasmessa sui canali social del museo Egizio (Facebook, Instagram e YouTube) e sul sito di ArtLab (https://artlab.fitzcarraldo.it/it/artlab-20/matera/appuntamento/musei-e-cultura-digitale).
Maria Elena Colombo si è laureata in Conservazione dei Beni Culturali e ha conseguito un Master in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali. Si è occupata per un decennio di comunicazione in contesti digitali; è stata redattrice del progetto “Un museo al mese” collaborazione fra la testata “Focus Junior” e il MiBACT. Ha lavorato come Digital Media Curator e ufficio stampa per il museo Diocesano di Milano dal 2011 al 2015 e ha collaborato con la casa museo Bagatti Valsecchi. Insegna Multimedialità per i beni culturali presso l’Accademia di Brera, al Master in Museologia, museografia e gestione culturale e alla Scuola di Specializzazione in Archeologia presso l’Università Cattolica di Milano sul tema museologia e comunicazione, con focus sul digitale.
Maria Elena Colombo raccoglie nuovi spunti e voci per interrogarsi sulla relazione ormai decennale tra musei e cultura digitale, cogliendone stereotipi, resistenze, illuminazioni e opportunità. “Ben lungi dal doverci formare sulle fantomatiche potenzialità della realtà virtuale”, spiega Maria Elena Colombo, “siamo di fronte a domande culturali, filosofiche, antropologiche, etiche, sociali e politiche correlate alla dimensione del tempo e dello spazio, alla larghezza e al senso del fare cultura, ai processi vari e profondi di smaterializzazione e disintermediazione che hanno riguardato tanta parte dei nostri orizzonti quotidiani”. Si indagano qui i temi fondanti su entrambi i versanti, i reciproci condizionamenti e le ibridazioni, leggendo fra le righe della narrativa e dei profili dei protagonisti, incrociati con la lettura critica della letteratura dell’ultimo decennio. Il volume ha le sue premesse nelle interviste condotte dall’autrice negli ultimi tre anni a professionisti del digitale nei musei di tutto il mondo e pubblicate su “Artribune”.
Il museo e le aree archeologiche di Altino apriranno tra pochi giorni. Nell’attesa la direttrice Marianna Bressan lancia un questionario per conoscere meglio gli interessi del pubblico

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)
“Prima di aprire, chiediamo un vostro parere”. È questa l’idea che c’è alla base del Questionario lanciato da Marianna Bressan, direttrice del museo e dell’area archeologica di Altino: “Tra pochi giorni apriremo”, annuncia Bressan, “e mentre mettiamo a punto gli ultimi preparativi per la sicurezza di tutti, stiamo immaginando il prossimo futuro, ben consapevoli che non possiamo semplicemente ripartire da dove ci eravamo fermati. Vogliamo da sempre che il Museo di Altino sia una piazza, dove trovarsi e ritrovarsi, dove conoscere e riconoscere l’atmosfera di un passato che ci accomuna. Rispondendo alle semplici domande di questo breve questionario (questo il link https://forms.gle/6tFiDDaqaXnhGsYZ7) ci aiuterete a capire cosa può interessarvi di più. Più sarete a rispondere, meglio sarà! Grazie e a prestissimo ad Altino”.
Questionario sui centri estivi. “Il Museo di Altino aprirà tra pochi giorni e ci stiamo attrezzando in sicurezza non solo per accogliere i visitatori, ma anche per offrire le attività che le circostanze permettono di organizzare. Il Museo infatti è dotato di un bel giardino, di una fresca barchessa, dove stare riparati ma all’aria aperta, di due aree archeologiche. Per questo si presta egregiamente al suo ruolo di spazio pubblico, a disposizione della comunità e di chi desideri passare il tempo libero anche all’aperto, magari impegnato in un’attività gradevole, immersa nell’atmosfera dell’antico. Questo breve sondaggio ci aiuterà a capire cosa vi può interessare, per provare poi a soddisfare al meglio i vostri desideri”.
Promo di speranza del nuovo progetto di Alberto Castellani “VERSO CANAAN. Storie di popoli e di una Terra Promessa”: il film slitta di un anno per l’emergenza Covid-19. Ma il regista ci regala alcune immagini in anteprima
“Può sembrare effimero proporre in questo tempo di pandemia suoni e immagini di un prodotto che ancora non c’è. Ma a un uomo può essere sottratto tutto, non la speranza. Lo è anche per chi vuole ancora giocare con quei suoni e quelle immagini. Per coltivare la speranza”. Il regista veneziano Alberto Castellani comincia così, quasi una “traslitterazione” letteraria di quel “mola mia” (non mollare) lanciato dagli amici bergamaschi in piena emergenza sanitaria, o quel più banale #andratuttobene scritto ovunque, nel presentare il suo ultimo ambizioso progetto “Verso Canaan”, non ancor film. In realtà di questi tempi il promo avrebbe dovuto essere già del film “VERSO CANAAN. Storie di popoli e di una Terra Promessa” prodotto da Media Venice Comunicazione. Ma la pandemia ha bloccato tutto: stop a ogni trasferta per riprese esterne e nei musei di Israele, con sostegno di Israel Ministry of Culture e dell’Ufficio nazionale Israeliano del Turismo.
Ma Alberto Castellani non demorde e intanto ricorda le sue produzioni di successo: “Sulle orme di Cristo”, “Paolo da Tarso al mondo”, “Come un granello di senapa”, “Monachesimo: storie di uomini e di deserti”, “Sulle vie della Fede”, “Mesopotamia in memoriam”. “Verso Canaan. Storie di popoli e di una Terra promessa”, spiega Alberto Castellani, “è un film, una nuova storia, che nasce per scoprire miti, tradizioni, leggende e fedi di lontane civiltà. Sulle tracce della ricerca archeologica, riemergono vicende nascoste, figure dimenticate, che trovano ambientazione in Israele, Egitto, Giordania, Creta, Palestina, Turchia, Siria, Iraq, con il contributo di alcuni musei d’Europa e del Vicino Oriente”. E ricorda: “Verso Canaan” avrà come media partner le riviste specializzate Archeo e La Bibbia ieri e oggi”, l’archeoblog archeologiavocidalpassato.com, e l’Unione Cattolica Stampa Italiana”.
Il drone accarezza i rilievi della Terra Promessa aprendo lo sguardo su panorami ampi, rilievi brulli che degradano, quasi precipitano, nel mar Morto. Seguendo antichi sentieri, solitari tracciati, nell’immensità di deserti inospitali, genti diverse muovono dalle terre del Levante, si spingono con le loro greggi alla ricerca di nuovi confini. Cercano una terra promessa da antiche scritture. È la terra cercata da Abramo, la via che conduce a un monte che solo Dio conosce e che nessun potere dell’uomo può impedire di percorrere. È la terra perduta nel tempo dell’esilio. È la terra perduta nei secoli della diaspora. È la terra contesa da Assiria e Babilonia, da Ittiti e Amorrei, da Cananei e Filistei, da Aramei ed Egiziani. Una terra fertile dove score latte e miele e ogni mano profuma di grano. Per vincitori e vinti ogni scelta e strategia è riposta in un nome: Canaan. Conclude il regista: “Il film sarà disponibile per la primavere 2021, nella versione italiana e inglese, Covid-19 permettendo…”.
Bologna. Al museo civico Archeologico riapre la grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”, grazie a Istituzione Bologna Musei ed Electa, e alla solidarietà dei gran musei europei prestatori: biglietti solo on line e ingressi contingentati. In 75 minuti si possono ammirare 1400 oggetti che dialogano con la collezione bolognese

Guerriero proveniente da un acroterio di Cerveteri, conservato al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen (foto Ole Haupt)
Il viaggio alla scoperta degli Etruschi può riprendere. Proprio da Bologna, dove l’8 marzo 2020 era stato interrotto bruscamente per decreto governativo. Ma ora il coronavirus fa meno paura. Così, come annunciato e in qualche modo promesso alla riapertura del museo civico Archeologico di Bologna, sabato 6 giugno 2020 riprende la grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”, allestita proprio al museo civico Archeologico di Bologna. L’ambizioso progetto dedicato alla civiltà etrusca – circa 1400 oggetti esposti su oltre 1000 metri quadrati di superficie espositiva – sarà visitabile fino al 29 novembre 2020, grazie all’impegno congiunto di Istituzione Bologna Musei ed Electa e alla disponibilità di tutti i prestatori coinvolti che, con generoso spirito di solidarietà, hanno acconsentito a rendere possibile l’apertura, tra cui il British Museum di Londra, il Musée du Louvre di Parigi, il Musée Royal d’Art d’Histoire di Bruxelles, il Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e i Musei Vaticani. L’esposizione è progettata e promossa da Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Archeologico, in collaborazione con la Cattedra di Etruscologia e Archeologia italica di Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, realizzata da Electa e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana. Il progetto scientifico è a cura di Laura Bentini, Anna Dore, Paola Giovetti, Federica Guidi, Marinella Marchesi, Laura Minarini (Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Archeologico) e Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli (Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche Alma Mater Studiorum Università di Bologna). Il progetto di allestimento è a cura di Paolo Capponcelli, PANSTUDIO architetti associati.

Una sala della mostra “Etruschi. Viaggio nelle Terre dei Rasna” allestita da Paolo Capponcelli (foto Roberto Serra / Iguana / Electa)
“Abbiamo riaperto i musei, al termine del lockdown, per ridare ai bolognesi, e ora ai turisti, la possibilità di visitarli, e fare apprezzare loro il nostro patrimonio artistico e scientifico”, dichiara Matteo Lepore, assessore alla Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna. “La notizia dell’apertura della mostra ‘Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna’ è per noi molto importante perché aggiunge ai nostri percorsi culturali un itinerario di qualità, dando la possibilità di vivere la storia degli Etruschi attraverso opere provenienti da tutto il mondo. Ringrazio l’Istituzione Musei, i dipendenti del museo Archeologico ed Electa per questo importante accordo raggiunto”. E Roberto Grandi, presidente Istituzione Bologna Musei, commenta: “Siamo felici di offrire ai turisti e ai bolognesi l’esperienza unica di un viaggio nel tempo e nello spazio abitato dalle popolazioni etrusche. Aprire la mostra per questi 6 mesi è stato possibile, in primo luogo, perché i 60 musei ed enti prestatori hanno ritenuto che la grande qualità dell’esposizione giustificasse la concessione per un tempo così lungo di opere spesso tra le più significative delle loro collezioni. Siamo certi che questo sforzo congiunto di tante importanti istituzioni italiane e internazionali verrà ripagato da una presenza di pubblico numerosa che testimonia la curiosità e l’interesse per una civiltà che si è sviluppata dall’Italia meridionale fino al nostro territorio”. Sottolinea a sua volta Maurizio Ferretti, direttore Istituzione Bologna Musei: “Le condizioni di sostenibilità per riaprire in sicurezza la mostra sono state create grazie a uno sforzo straordinario sia del Comune di Bologna che di Electa. Si tratta di una disponibilità non scontata cui va riconosciuto un valore particolare, in ragione della sofferenza che il settore degli eventi espositivi sta attraversando in questo momento. Se si è riusciti a condividere questo percorso, lo si deve alla consapevolezza condivisa da tutte le parti del valore eccezionale di questa mostra. Si tratta davvero di una opportunità unica per scoprire un periodo di storia del territorio italiano poco conosciuta, attraverso un percorso ricco di informazioni e di cose sorprendenti da vedere”.

La sezione etrusca del museo civico Archeologico di Bologna (foto Matteo Monti / Istituzione Bologna Musei)
Informazioni per la visita. La mostra è visitabile con orari di apertura rimodulati: lunedì, mercoledì, giovedì dalle 10 alle 19; venerdì dalle 14 alle 22; sabato e domenica, dalle 10 alle 20; chiuso martedì non festivo; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Al fine di garantire la visita in sicurezza, vengono attuate le seguenti disposizioni: acquisto del biglietto solo online tramite il circuito VivaTicket https://www.vivaticket.com/it/ticket/etruschi-viaggio-nelle-terre-dei-rasna/138252; modalità di recupero biglietti prenotati: per i possessori di biglietto open richiesta prenotazione senza costi aggiuntivi (tramite call center 051 7168807) o eventuale accesso diretto previa disponibilità posti per i possessori di biglietto non open richiesta prenotazione a pagamento (tramite call center 051.7168807); obbligo di indossare la mascherina durante la visita; contingentamento in slot per l’ingresso frazionato dei visitatori; predisposizione di percorsi distinti in entrata e in uscita; dotazione di gel igienizzanti a disposizione dei visitatori. Il tempo della visita è predefinito con un limite di 75 minuti. É disponibile il servizio di audioguide, con sanificazione dei dispositivi dopo ogni utilizzo. Il servizio di guardaroba non è disponibile (i visitatori sono pregati di presentarsi con il minimo di accessori personali, evitando bagagli, nonché borse e zaini voluminosi). Il servizio di bookshop è attivo.

Attizzatoio a forma di mano dalla tomba delle Hydriae di Meidias, conservato al museo Archeologico nazionale di Populonia (foto Polo museale della Toscana)
La mostra. L’esposizione conduce i visitatori in un itinerario attraverso le terre degli Etruschi e mostra come non esista una sola Etruria, ma molteplici territori che hanno dato esiti di insediamento, urbanizzazione, gestione e modello economico differenti nello spazio e nel tempo, tutti però sotto l’egida di una sola cultura, quella etrusca. Non c’è migliore metafora che quella del viaggio, per spaziare in un vasto territorio compreso tra le nebbiose pianure del Po fino all’aspro Vesuvio, attraverso paesaggi appenninici e marini, lungo strade e corsi fluviali. La prima parte del percorso offre un momento di preparazione al viaggio, facendo conoscere ai visitatore i lineamenti principali della cultura e della storia del popolo etrusco, attraverso oggetti e contesti archeologici fortemente identificativi. Così preparato, il visitatore può affrontare la seconda sezione, dove si compie il viaggio vero e proprio nelle terre dei Rasna, come gli Etruschi chiamavano se stessi. La mostra dialoga naturalmente con la ricchissima sezione etrusca del museo civico Archeologico, che testimonia il ruolo di primo piano di Bologna etrusca, costituendo, quindi, l’ideale appendice al percorso di visita dell’esposizione temporanea. Accompagna la mostra il catalogo Electa con saggi introduttivi di Giuseppe Sassatelli, Vincenzo Bellelli, Roberto Macellari, Marco Rendeli, Alain Schnapp e Giuseppe Maria Della Fina; saggi dedicati alle singole sezioni di mostre; un approfondimento sui musei etruschi italiani e un importante apparato di schede dedicate alle opere in mostra.
Durante il periodo della sospensione di apertura, l’esplorazione dei temi della mostra è proseguita online con iniziative digitali. Sulla pagina Facebook del museo civico Archeologico sono state presentate notizie e curiosità relative al mondo affascinante degli Etruschi e ai reperti esposti, mentre per il canale YouTube del museo Giuseppe Sassatelli, docente universitario e membro del comitato scientifico, ha curato un’introduzione al percorso espositivo.
Nell’ambito del festival multimediale #laculturanonsiferma promosso dall’assessorato alla cultura e paesaggio della Regione Emilia-Romagna e coordinato dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna, Lepida TV ha inoltre prodotto un documentario video alla scoperta della mostra con le archeologiche del museo Laura Minarini e Marinella Marchesi, trasmesso in diretta streaming sulla piattaforma digitale http://www.lepida.tv e sul canale 118 del digitale terrestre. Clicca qui per vedere il video.
“Sulle tracce di Nerone”: terza tappa delle sei dell’itinerario proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: conosciamo i pavimenti in opus sectile, parte della Domus Transitoria, sotto la Casina Farnese

Uno splendido esempio di pavimento in opus sectile di epoca neroniana sotto la Casina Farnese sotto il Palatino (foto PArCo)
Con la terza tappa del percorso in sei tappe “Sulle tracce di Nerone”, proposto dal parco archeologico del Colosseo, alla scoperta dell’aula porticata e dei pavimenti marmorei neroniani sotto la Casina Farnese, siamo ancora sul Palatino, nella prima reggia di Nerone, nota come Domus Transitoria, edificata tra il Palatino e l’Esquilino. Nella precedente tappa abbiamo conosciuto i cosiddetti Bagni di Livia, ora siamo al di sotto della Casina Farnese, dove – come ha dichiarato Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo, “la bellezza raggiunge il culmine con il pavimento della grande aula a tre navate, forse l’esemplare più raffinato restituitoci dall’antichità”. Nerone è passato alla storia, tra le altre cose, per la sperimentazione nelle pavimentazioni di marmo, uniche nei disegni ma anche nella scelta dei colori. “Al di sotto della Casina Farnese – spiegano gli archeologi del PArCo – è conservato un “tipico” esempio di pavimentazione in marmo dell’epoca di Nerone, un opus sectile ritenuto l’esemplare più complesso e nello stesso tempo il più perfetto della “quadricromia neroniana” pervenuto fino a noi. È un disegno con motivi geometrici ed elementi vegetali, resi con quattro specie marmoree: il porfido rosso egiziano, il porfido verde greco, il giallo antico e il pavonazzetto. Grazie anche al restauro realizzato più di un secolo fa da Giacomo Boni, è ancora percepibile la disinvoltura nell’uso dei disegni curvilinei dei motivi delineati con tagli accuratissimi ed accostamenti millimetrici”.
“Lapilli di Ercolano”: con la 12.ma clip il direttore Sirano ci fa scoprire la sezione maschile delle Terme centrali di Herculaneum e la sala del frigidarium, ora chiusa al pubblico
Il parco archeologico di Ercolano è tornato ad accogliere i visitatori tutti i giorni, eccetto il martedì, con acquisto dei biglietti esclusivamente on line (https://bit.ly/3dlnCtm), ma il direttore Francesco Sirano ci regala la 12.ma clip alla scoperta di un altro angolo della città antica. Così dopo averci ha accompagnato alla scoperta dei dettagli delle della sezione femminile delle Terme centrali di Herculaneum, stavolta ci mostra la sezione maschile anticipando la visione di una sala, il frigidarium, ora non accessibile, ma che presto sarà aperta al pubblico. L’ingresso delle terme centrali di Ercolano si apriva dal cortile della palestra, uno spazio porticato dal quale si accedeva anche alla struttura dove gli atleti si preparavano ai loro esercizi ginnici. “Il primo ambiente che si incontra è il cosiddetto apodyterium, uno spogliatoio che qui a Ercolano era già riscaldato con una climatizzazione tiepida. Ci sono i caratteristici stalli per poter depositare i vestiti e sul fondo c’è già una vasca di marmo che viene utilizzata per poter sciacquarsi con acqua fredda e creare la differenza caldo-freddo. Approfittiamo di questa occasione – spiega Sirano – per mostrare anche una sala che ben presto si potrà visitare una volta finiti i lavori di messa in sicurezza. Si tratta di una sala circolare che nell’ultima fase di vita delle terme era utilizzata come frigidarium, quindi una sala con acqua fredda. Ma che invece in un primo momento era un sudatorium, una sala dove si sudava molto, e quindi era molto calda. La caratteristica di questa sala circolare era di essere coperta da una volta, un cupola dipinta con animali tipici della fauna del Mediterraneo: murene, polipi, pesci, seppie. Questi pesci si rispecchiavano nel bacino d’acqua sottostante che aveva un rivestimento dipinto di azzurro per imitare il mare, e quindi si aveva l’impressione di immergersi in un mare popolato di queste creature tipiche della fauna del golfo di Napoli”.

Il pavimento musivo con tritone circondato da delfini nel tepidarium delle Terme centrali di Ercolano (foto Graziano Tavan)
Entriamo ora nel secondo tepidarium, la seconda sala tiepida delle terme centrali. “È una sala molto grande che ha il pavimento completamente basato sulle suspensurae, dei pilastrini che creavano una camera d’aria. Questa camera d’aria si trova non solo sotto il pavimento ma anche tutto intorno alle pareti per poter garantire il passaggio di aria calda e creare le condizioni ottimali per svolgere i bagni termali. La sala era coperta a volta e rivestita di stucco lavorato in una maniera particolare: si chiamano strigilature. Questa è la forma ideale per imprigionare le gocce di acqua calda che in questa maniera corrono continuamente avanti e indietro e non cadono mai verticalmente. Evitando lo stillicidio si evita il fastidio di avere una sorta di pioggia continua di acqua calda all’interno dell’ambiente. Il pavimento era decorato con un mosaico figurato in bianconero con un tritone circondato da quattro delfini. Il richiamo al mare si spiega molto bene con l’acqua che dominava questi ambienti. Nel passaggio tra il tepidarium e il calidarium troviamo un tappetino di mosaico con una decorazione molto interessante: si tratta di strigili, i tipici strumenti con cui i giovani atleti si detergevano la pelle per eliminare quell’insieme di olio e polvere che si utilizzava per mantenere la traspirazione durante l’allenamento. All’interno di questa che era la sala più calda troviamo sul fondo una vasca, che era una piscina con l’acqua calda, e sul lato opposto il basamento per un labrum di marmo, che è stato asportato durante gli scavi borbonici, e che conteneva acqua fredda. Questa serviva a creare il contrasto tra il freddo dell’acqua e il caldo dell’ambiente. Come ogni teatro ha il suo backstage, anche le terme hanno il loro cuore operativo dove ci sono tutti gli apparati tecnici che servono a far funzionare l’edificio termale. Troviamo il pozzo da cui veniva attinta l’acqua, pozzo che in un secondo momento fu chiuso perché le terme furono allacciate all’acquedotto proveniente dal Vesuvio, ma soprattutto troviamo i famosi prefurnia. Ci sono le bocche dei forni dove venivano inserite le fascine di legname che riscaldavano l’acqua e l’aria e facevano funzionare l’edificio termale”.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 22.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sugli ushabti, svela la storia intrigante della tomba di Khaemwaset, e chiude con il sarcofago di Tadiaset, bell’esempio dei sarcofagi a pseudo-stola
Col 22.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta stavolta gli ushabti, presenza fondamentale del corredo funerario, e poi ci svela la storia intrigante della tomba di Khaemwaset, e chiude con il sarcofago di Tadiaset, bell’esempio dei sarcofagi a pseudo-stola. Gli ushabti erano delle statuine funerarie che venivano prodotte in serie. Nel Terzo Periodo Intermedio sono del blu brillante della faience, una pasta invetriata che serviva anche per dare la lucentezza alle statuette stesse che sono di due tipologie: mummiformi o in abiti dei viventi. Ma qual era la loro funzione? “Il defunto – spiega Greco – anche dopo la morte doveva continuare la sua attività nell’aldilà, doveva continuare a lavorare, ed eseguire gli incarichi che gli potevano essere dati da Osiride. Per preservarsi da tutto ciò poteva avere degli aiutanti – gli ushabti – e nella fattispecie, ne poteva avere uno per ogni giorno dell’anno, più un supervisore ogni dieci, quindi un totale di 401 statuette, servitori che nell’aldilà potevano aiutare il defunto a compiere tutte quelle attività che doveva svolgere. Quindi mentre il sarcofago preserva il corpo, gli ushabti aiutano il defunto. Il Libro dei Morti che li accompagna dà questa serie di formule funerarie che devono aiutare il defunto di modo che lui possa arrivare ai campi di Iaru. E possa continuare la sua esistenza e dare davvero ragione alla nuova nascita, alla vita dopo la morte”.

Il coperchio del sarcofago di Khaemwaset e, sulla parete, la foto della missione di Schiaparelli che descrive lo stato della tomba del figlio di Ramses III al momento della scoperta (foto Graziano Tavan)
I segreti della tomba di Khaemwaset, figlio di Ramses III. Al centro della sala dedicata al Terzo Periodo Intermedio c’è un sarcofago in pietra in granito rosa che però appartiene al Nuovo Regno. È infatti il coperchio di un sarcofago del principe ramesside Khaemwaset, figlio di Ramses III. Perché è qui? “Per capirlo – interviene Greco – dobbiamo osservare bene due foto esposte ai lati della galleria. Nella prima si vede la situazione che Schiaparelli e la sua squadra trovarono all’interno della tomba di Khaemwaset. Le pareti hanno decorazioni tipiche dell’età ramesside. E c’è un gran disordine all’interno della sala: serie di sarcofagi e ushabti affastellati l’uno sull’altro. Ci rendiamo immediatamente conto che questa tomba è stata riutilizzata più volte. Dopo Khaemwaset, la tomba è diventata una sepoltura di famiglia. Quindi la tomba è stata violata: vediamo pezzi di mummia, sarcofagi aperti. Probabilmente una penetrazione avvenuta in antico in cui coloro che sono entrati all’interno della tomba hanno tirato fuori le mummie in cerca di materiali preziosi. E finalmente all’inizio del Novecento arriva la Missione Archeologica Italiana in Egitto che trova all’interno della tomba di Khaemwaset delle sepolture di gruppo che appartenevano a due famiglie di coltivatori di loto”. Nella seconda foto si vede la situazione dopo una prima ricognizione e la pulitura della sala. “Le modalità di pulizia si sono concluse e si vede che il sarcofago – continua Greco -, il coperchio del sarcofago di Khaemwaset, è posizionato da solo. Quindi quella la situazione nell’età ramesside, mentre le sepolture della XXV dinastia costituivano una seconda fase, poi vi era stata la violazione della tomba, e infine era arrivata la Missione Archeologica Italiana in Egitto. Ed ecco quindi questo sarcofago al centro della sala ci vuole ridare la contestualizzazione archeologica, ci vuole fare capire come sia avvenuto lo scavo, come fosse la situazione all’interno della tomba di Khaemwaset, e come i sarcofagi della XXV dinastia che erano all’interno siano adesso disposti in queste sale”.

Il sarcofago di Tadiaset al museo Egizio di Torino (foto da http://www.iviaggidiraffaella.blogspot.com)
I sarcofagi della XXV dinastia hanno un aspetto molto diverso dai sarcofagi gialli delle dinastie precedenti, come dimostra il sarcofago di Tadiaset. “Si vede subito che non è un sarcofago giallo, perché non c’è l’orpimento, il pigmento a base di arsenico che dava il colore giallo assieme alla vernice: ma qui la vernice è presente molto poco. Poi non vi sono più indicate le braccia e le mani, e quindi scompare quella definizione di genere che era stata così importante nelle precedenti dinastie. Il testo scritto è organizzato nella colonna principale in cui si legge chiaramente il nome della defunta Tadiaset. Attorno al collo scendono quasi due bretelle, sembra una sciarpa. Questo elemento, che si trova molto spesso soprattutto nei sarcofagi che appartengono ai profeti di Amon in XXI dinastia, si chiama stola. I sarcofagi cosiddetti a stola risalgono alla XXI dinastia. Cosa ci fa in un sarcofago della XXV? In realtà è un elemento iconografico che viene recuperato ma non appartiene alla definizione iconografica di questo periodo. Infatti chiamiamo questo tipo di sarcofagi anche sarcofagi pseudo-stola. Infine, rispetto ai sarcofagi gialli, la decorazione non ha più quell’horror vacui, non vi è la necessità di coprire ogni centimetro quadrato del sarcofago. Ma vi è una decorazione molto più diradata”.


























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