Paestum mette il suo patrimonio in rete: nasce il “Sistema Hera”, il nuovo catalogo digitale del parco archeologico di Paestum e Velia, sviluppato dalla stessa società della App Paestum, tra le applicazioni culturali più scaricate e usate in Italia

La locandina della presentazione del Sistema Hera Paestum

Si chiama “Sistema Hera”. È il nuovo catalogo digitale del parco archeologico di Paestum e Velia, sviluppato da una società specializzata in soluzioni tecnologiche, in rete da martedì 20 ottobre 2020. La presentazione del “Sistema Hera” sarà in videoconferenza sempre martedì 20 ottobre 2020 alle 11 (link gratuito https://zoom.us/s/94109339021). Il nuovo catalogo digitale è un sistema integrato GIS (Geographic Information System) in cui convergono le informazioni di catalogo, i documenti di archivio, il patrimonio monumentale e i dossier di progettazione, inseriti in un’architettura di sistema pensata per garantire il loro coordinamento e la gestione simultaneamente dei procedimenti a essi collegati. Il sistema consente di ricreare in ambiente digitale il legame contestuale dei reperti archeologici con i luoghi del loro rinvenimento, con le indagini che li hanno portati alla luce e con la documentazione ad essi riferita. Ogni elemento schedato è georeferenziato e mappato attraverso geometrie puntuali, lineari e areali. Tutti i dati presenti in “Hera” colloquiano tra loro mediante relazioni logiche e possono essere processati per finalità amministrative, progettuali e di fruizione, nonché essere integrati ai sistemi di catalogazione nazionali adottati dal ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum e Velia

Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Paestum e Velia, non esita  a definire il nuovo catalogo digitale – battezzato “sistema Hera”- uno “spartiacque”: “Con il nuovo sistema integrato che mette in rete collezioni, monumenti, archivio e processi di studio e monitoraggio, si alza il livello di tutela attraverso una moderna gestione del patrimonio, basata su un database georeferenziato che permette di rintracciare ogni oggetto sia per quanto riguarda il suo contesto di rinvenimento sia per quanto riguarda interventi di restauro, prestiti e studi. Aumentiamo anche l’accessibilità del patrimonio consentendo a utenti esterni da tutto il mondo di accedere a tutti i dati che non sono classificati come sensibili. Infine, l’accesso a archivi, relazioni di scavo, interventi di restauro e dati cartografici è anche un grande passo in avanti per la ricerca all’insegna di un approccio di Public Archaeology”.

Il Sistema Hera applicato nei depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)

Il sistema digitale di catalogazione, gestione e studio del patrimonio archeologico di Paestum è online dal 20 ottobre 2020 ed è stato sviluppato in collaborazione con Visivalab, una società specializzata in soluzioni tecnologiche che ha collaborato già in passato con il Parco Archeologico, sviluppando un’app gratuita per i visitatori dal nome “App Paestum”. Il sistema è aperto a tutti, non solo al personale interno, ed è accessibile mediante il sito-web del Parco archeologico (www.paestum.museum): studiosi, professionisti o semplici appassionati potranno consultare in tempo reale il database per mezzo di un sistema di autenticazione che organizza l’accesso in tre livelli. La scelta del Parco di investire in un sistema informativo risulta importante non solo nella gestione di una grande quantità di materiali, ma anche in fase di organizzazione del lavoro e programmazione delle attività e degli investimenti, al fine di ottimizzare le azioni di tutela, conservazione, fruizione e valorizzazione.

La struttura del Sistema Hera del parco archeologico di Paestum e Velia (foto pa-paeve)

“Il sistema Hera è un grande contenitore formulato su tecnologia GIS che parla di Paestum e Velia”, dichiara il funzionario archeologo, Francesco Uliano Scelza. “Grazie al lavoro di archeologi e collaboratori, è stato possibile raccogliere, digitalizzare e sistematizzare i materiali presenti negli archivi, nei depositi e nelle aree di competenza del Parco: dalle planimetrie e disegni ai documenti scientifici e amministrativi; dalle schede di restauro e manutenzione ai dati di scavo; dal materiale bibliografico a quello fotografico. Il risultato è un sistema circolare dove monumenti, reperti e indagini sono collegati tra loro attraverso relazioni logiche, topografiche e documentali. Le schede inserite nel sistema sono attualmente più di 15.000, ma il lavoro è in continuo divenire, anche alla luce dei nuovi scavi”.

La App Paestum è disponibile in sei lingue e in Lis (foto pa-paeve)

Il viaggio nel mondo del digitale del Parco Archeologico di Paestum e Velia è iniziato già qualche anno fa, in particolare in ambiente social, per poi consolidarsi progressivamente e offrire agli utenti una modalità di fruizione dei monumenti e delle collezioni museali innovativa e complementare a quella tradizionale. Da un anno il Parco archeologico ha una propria app scaricabile gratuitamente su Apple store e Android: è disponibile in 6 lingue ed in LIS ed è stata realizzata da VISIVALAB e ECCOM con l’Istituto Statale per Sordi. L’​App mobile che accompagna i visitatori alla scoperta della città dei templi con testi, audio, immagini e video di approfondimento, è stata aggiornata in questa primavera nel pieno dell’emergenza sanitaria da Covid-19, diventando così un’alleata per la gestione in sicurezza dei flussi dei visitatori grazie alla geolocalizzazione degli ospiti all’interno dell’area archeologica. Positivi i dati in merito all’App che nei mesi di luglio e agosto ha registrato un record di 10.190 download: circa il 18% dei visitatori giunti a Paestum hanno usufruito dell’applicazione per la visita al sito archeologico e ancora oggi sono 4mila gli utenti attivi che continuano ad avere l’applicazione sul proprio smartphone. Numeri che pongono l’App Paestum tra le applicazioni culturali più scaricate e usate in Italia.

Molteplici le funzioni della App Paestum (foto pa-paeve)

“Il nostro obiettivo è quello di migliorare la fruizione del Parco seguendo i principi dell’accessibilità universale anche attraverso il digitale”, commenta il direttore. “Stiamo dando seguito alle indicazioni della Direzione Generale Musei che mira a promuove la digitalizzazione e l’innovazione nei musei e nei luoghi della cultura. Il focus nel processo di digitalizzazione è il miglioramento dei servizi al pubblico ed è proprio quello a cui puntiamo a Paestum e a Velia”. Tra le novità in cantiere, al Parco Archeologico di Paestum e Velia si sta lavorando per la definizione di processi di digitalizzazione come la creazione di modelli in 3D, soluzioni di realtà aumentata ed esperienze di gaming. L’obiettivo è di essere presenti in maniera efficace su tutti i canali digitali con contenuti adeguati e in grado di coinvolgere sempre di più il pubblico, pur “non dimenticando che la prima esperienza che vogliamo far vivere ai nostri visitatori è quella sensoriale con la visita in presenza a Paestum e Velia”, come chiosano dal Parco.

Dagli Etruschi ai Gladiatori: il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli ha aperto e chiuderà idealmente la XXVI edizione degli Incontri di archeologia. Le grandi mostre, le nuove collezioni del Museo che cambia, il dialogo con il territorio, le tendenze più aggiornate degli studi di settore

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Paolo Giulierini, direttore del Mann, apre gli “Incontri di archeologia” 2020-2021 (foto Giuseppe Di Leva / Mann)


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Lo staff del museo Archeologico nazionale di Napoli che organizza gli “Incontri di archeologia” (foto Mann)

Lo staff del museo Archeologico nazionale di Napoli che organizza gli “Incontri di archeologia” (foto Mann)“Insieme, oggi come ieri, uniti e pronti a volare grazie alla cultura”: è uno dei tanti messaggi emersi dalla conferenza del direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, che il 15 ottobre 2020 ha inaugurato nel nuovo auditorium del museo la XXVI edizione degli Incontri di Archeologia (sempre alle 16, in auditorium) parlando di “Previsioni bestiali: leggere il futuro dal volo degli uccelli nel mondo etrusco”; e sarà sempre il direttore, nel cuore della primavera del prossimo anno, che illustrando il tema “I giochi gladiatori e il mondo etrusco” (15 aprile 2021), rintraccerà il fil rouge tra i due grandi eventi culturali della stagione 2020/2021 del MANN: la mostra sugli Etruschi e quella su Gladiatori. “Il Mann riparte con gli Incontri del giovedì, cosciente dell’importanza di valorizzare la ricerca scientifica e di comunicare in forma corretta le grandi novità dell’archeologia mondiale”, commenta Giulierini. “La storica rassegna, a cura dei Servizi Educativi (responsabile: Lucia Emilio), crea diverse finestre di approfondimento per provare a “guardare da vicino” l’arte antica”. Tutti gli eventi, gratuiti, sono organizzati in sicurezza e nel rispetto delle vigenti disposizioni anti-Covid: obbligatoria la prenotazione telefonica presso la Segreteria dei Servizi Educativi del Museo (tel. 0814422328/329, dal lunedì al venerdì, ore 9-15).

Pubblico distanziato agli “Incontri di Archeologia” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
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Le famose sculture dei Corridori, provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, conservate al Mann (foto Luigi Spina)

Le grandi mostre, le nuove collezioni del Museo che cambia, il dialogo con il territorio, le tendenze più aggiornate degli studi di settore: sono tanti i temi  approfonditi nella ventiseiesima edizione degli Incontri di Archeologia che racconteranno al pubblico l’unità nella diversità dei capolavori del passato. Antonio De Simone effettuerà un bilancio delle conoscenze sulla Villa dei Papiri (29 ottobre 2020), Antonio Scognamiglio mostrerà tecniche e saperi per ridare luce alla bellezza grazie al restauro (12 novembre 2020), Maria Morisco descriverà  il lungo lavoro di riordino dei depositi museali (21 gennaio 2021), Grete Stefani si soffermerà sulle storie quotidiane dischiuse dalle antiche suppellettili (25 marzo 2021).

Il castello di Baia, sede del museo Archeologico dei Campi Flegrei (foto Pafleg)

Una visione olistica dell’arte antica per travalicare i confini delle città vesuviane, rappresentando le tante anime della Campania felix:  Cuma, dalle origini al presente, nell’analisi di Matteo D’Acunto (26 novembre 2020); il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, tra ricerca ed innovazione, nella strategia del direttore Fabio Pagano (14 gennaio 2021); Nola, che riecheggia il Ginnasio di Atene, nella lezione di Mario Cesarano (4 marzo 2021). 

Il gruppo dei Tirannicidi nella collezione Farnese del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Anche per l’offerta culturale 2020/2021, gli Incontri di Archeologia prevedono alcuni eventi legati ad una parola chiave: per quest’edizione, il collezionismo, declinato secondo diverse accezioni.  Naturalmente, non potrà mancare il racconto del “Museo di Napoli. Collezione di Collezioni (1780-1980)” (l’incontro, previsto il 22 aprile 2021, sarà a cura di Andrea Milanese e dell’Ufficio Museografia del MANN); da non perdere anche la conferenza di Paola D’Alconzo sui soggetti pompeiani nel collezionismo del XVIII secolo (4 febbraio 2021), l’analisi di Federico Rausa su “I Farnese e l’antico” (18 febbraio 2021), l’excursus di Marco Nocca sui preziosi reperti della Collezione Borgia (11 marzo 2021).

Il direttore del Mann Paolo Giulierini con Maria Lucia Giacco, curatrice della collezione Magna Grecia (foto Graziano Tavan)

Non solo lectiones, ma anche occasioni per riflettere sul dialogo tra le arti: sarà inserita nell’ArcheoCineMann la proiezione di “Stonehenge” di N. Gilliam Smith​ (3 dicembre 2020), mentre “Il Vaso del caos” di Giovanni Greco (17 dicembre 2020) sarà un istrionico omaggio a Pirandello e Camilleri. Uno sguardo alle nuove collezioni per concludere la rassegna in maggio, svelando al pubblico anche alcuni reperti che saranno oggetto di riallestimento: giovedì 6, Carmela Capaldi si occuperà di statuaria campana, mentre il 13 sarà la volta di Maria Lucia Giacco con il focus sulle collezioni pompeiane. 

Al museo Egizio di Torino torna Silvia Giorcelli Bersani per presentare in streaming il libro “L’Impero in quota. I Romani e le Alpi”, evento annullato a marzo per l’emergenza coronavirus

La locandina dell’incontro con Silvia Giorcelli Bersani per la presentazione in streaming del libro “L’Impero in quota. I Romani e le Alpi”

Silvia Giorcelli Bersani torna al museo Egizio di Torino per presentare il suo libro “L’impero in quota. I romani e le Alpi” (Einaudi, 2019) in dialogo con il direttore del museo Egizio, Christian Greco. L’appuntamento è per lunedì 19 ottobre 2020, alle 18. Ma stavolta non ci sarà il rischio che salti per l’emergenza Covid, come è già successo il 2 marzo scorso, perché la presentazione sarà in streaming  sulla sola pagina Facebook del museo Egizio (https://www.facebook.com/events/950654795455141/). Al termine, la registrazione verrà caricata sul nostro canale ufficiale YouTube.

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La prof.ssa Silvia Giorcelli Bersani dell’università di Torino

Silvia Giorcelli Bersani insegna Storia romana ed Epigrafia latina all’università di Torino e, dall’anno 2020/21, Storia delle donne romane. Studia i processi di romanizzazione in area cisalpina con particolare riferimento alle strutture istituzionali, sociali, religiose delle comunità urbane; si interessa di ricezione del passato romano tra XVI e XX secolo, con attenzione alla storiografia e alle antichità sabaude. Ha curato le edizioni critiche del patrimonio epigrafico di Alba Pompeia, Vercellae e Augusta Praetoria e, sulla genesi del Corpus Inscriptionum Latinarum, ha curato la mostra “Carlo Promis e Theodor Mommsen cacciatori di pietre fra Torino e Berlino”, Biblioteca Reale di Torino, Catalogo edizioni Hapax 2015. Tra i suoi volumi, si segnalano: Epigrafia e storia di Roma (2004 e 2015); L’auctoritas degli antichi. Hannah Arendt tra Grecia e Roma (2010); Torino «capitale degli studi seri». Carteggio Theodor Mommsen-Carlo Promis, (2014); con Filippo Carlà-Uhink, «Monsieur le Professeur». Correspondances italiennes 1853-1888 (2018). Ha presieduto il Comitato Pari Opportunità e il Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo torinese ed è attualmente Presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia e Storia antica e vicedirettrice della Scuola di Scienze Umanistiche. Per il volume L’impero in quota. I Romani e le Alpi (2019) ha vinto il Premio Itas del Libro di montagna 2020 (sezione Vita e Storie di montagna) e il Premio Mario Rigoni Stern 2020.

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La copertina del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”

Il volume non ha una sequenza cronologica, ma segue lo snodarsi storico degli eventi importanti con approfondimenti sulla vita materiale, sulle mentalità, sulle strutture sociali, economiche e religiose entro cui si sono formati e hanno operato uomini e donne vissuti nel territorio alpino. I Romani hanno scritto un capitolo importante nella storia delle Alpi, anche se a loro non piacevano affatto; per ragioni politiche e strategiche essi decisero di occuparle, abbastanza tardi nella loro storia, per riuscire a valicarle in sicurezza e completare la costruzione del loro grande impero. La conquista non si tradusse però nella mera occupazione militare di un territorio sottratto con le armi ai popoli che lo abitavano. Ben presto i Romani compresero che le Terre Alte, in apparenza «naturalmente» svantaggiate, potevano essere utili non solo dal punto di vista del controllo territoriale ma anche come serbatoio di materie prime e come potenziali incubatori di sviluppo economico. Nei secoli della conquista le Alpi diventarono dunque il teatro di avventure umane quasi in stile Far West rappresentando un’opportunità concreta per uomini spregiudicati alla ricerca di fortuna, per coloni italici trapiantati nelle città alpine, per imprenditori che fondarono le loro attività nelle valli e nelle aree collinari prealpine.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli quattro giorni con la rassegna cinematografica “L’Altro Giappone – Il privato e la Storia”, uno spaccato inedito sulla vita e sulla società nipponiche

La locandina della rassegna cinematografica “L’altro Giappone. Il privato e la storia” al museo Archeologico nazionale di Napoli
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Il nuovo auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Conoscere il Giappone più autentico al museo Archeologico nazionale di Napoli. È un’occasione unica quella proposta “L’Altro Giappone. Il privato e la Storia”, la rassegna cinematografica organizzata dall’associazione  L’Altro Giappone in rete con il museo Archeologico nazionale di Napoli, primo evento di questo genere ospitato nel nuovo Auditorium del Mann, al quale sarà possibile accedere previa prenotazione e nel rispetto delle regole anti-COVID. Tra film, dibattiti ed incontri con gli esperti, la kermesse offre uno spaccato inedito sulla vita e sulla società nipponiche; grazie alla proiezione di rari ed imperdibili documentari, è possibile scoprire che la cultura orientale non è tanto lontana da noi. La manifestazione, che segue l’edizione numero zero tenutasi la scorsa primavera presso la sede de Lalineascritta, si articola su 4 date: sabato 17 e domenica 18, giovedì 22 e venerdì 23 ottobre 2020. Tutti gli eventi sono gratuiti. Gli ingressi sono contingentati, fino ad esaurimento dei posti disponibili, e avvengono solo dopo verifica della prenotazione. Si raccomanda di recarsi al Mann con congruo anticipo in quanto ogni evento rispetterà l’orario programmato. All’ingresso del museo, una telecamera termica consentirà la rilevazione della temperatura corporea, indicando come soglia limite per l’ingresso i 37.5°C; all’interno dell’auditorium sarà indispensabile indossare dispositivi di protezione individuale; vi sono pannelli informativi e indicatori per il distanziamento; in alcuni punti degli ambienti saranno disponibili dispenser con gel disinfettante. Prima dell’accesso alla sala sarà necessario verificare la prenotazione e le generalità. Le prenotazioni sono esclusivamente online sul sito http://laltrogiappone.it/. Contatti: laltrogiappone@gmail.com. Cell.: 3395422966.

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Il direttore Giulierini al dispenser con gel disinfettante (foto Mann)

Non casuale la scelta del museo Archeologico nazionale di Napoli come scenario della kermesse: “Napoli è legata da cinquanta anni alla gemella Kagoshima, una città giapponese che ha un affaccio sul mare e un vulcano”, spiega Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Di fatto i legami con l’Oriente sono testimoniati sia dalle tante ceramiche e saloni decorati -alla giapponese- frutto di suggestioni derivate da colti viaggi ottocenteschi, in un’epoca in cui era forte il gusto per l’esotico, presenti nei principali musei, come Capodimonte, sia dalle piante giapponesi fiorite negli storici orti botanici, sia dalle straordinarie collezioni di armi e armature dei Samurai conservate al museo Filangieri. La presenza, di più, in città, dell’università l’Orientale, garantisce un soggetto scientifico di particolare rango che possa avviare rapporti di alto profilo. In questo contesto si è mosso il Mann, forte di un patrimonio archeologico pompeiano che deve la propria grandezza alle eccezionali condizioni di conservazione derivate dalla celebre e devastante eruzione del 79 d.C., che, da molti anni, ha una stabile attività internazionale di mostre anche con il Giappone. Il processo di avvicinamento al Giappone – conclude – inizia con l’organizzazione di una settimana di cultura giapponese nel mese di ottobre al Mann, in collaborazione con l’Associazione L’Altro Giappone: tante sorprese culturali attenderanno i nostri visitatori, perché il viaggio verso Oriente è appena iniziato”.

Frame del film “i-Documentary of the Journalist” che apre al Mann la rassegna “L’altro Giappone” (foto Mann)
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Frane del film “Still the Water” di Naomi Kawase

Quattro giorni di cinema e incontri (17 e 18, 22 e 23 ottobre 2020) La giornata di apertura del 17 ottobre, dedicata al sistema dell’informazione giapponese e realizzata in collaborazione con il Far East Film Festival, vedrà alle 16 la proiezione del documentario “i-Documentary of the Journalist” (Giappone, 2019) con le testimonianze di Pio D’Emilia, premiato corrispondente di lungo corso da Tokyo, oggi per SkyTG24, e presente nel documentario; Marta Stefanile, avvocata ed esperta di diritti civili; Antonio Moscatello, nipponista e giornalista dell’agenzia di stampa askanews. La mattina seguente, 18 ottobre, alle 11 ci si immergerà nell’agricoltura biologica nipponica, con il documentario “Bio” di Lorenzo Fodarella (Italia, 2019), nell’ambito della sezione ‘Terre d’incontro’ in cui si parlerà anche del gemellaggio tra Napoli e Kagoshima. Nel pomeriggio, alle 16, un evento eccezionale dedicato alla figura del grande fotoreporter Eugene Smith, con la proiezione di due documentari – “Eugene Smith, 678 Days in the Pacific” (Giappone, 2019) e “Photography is a Small Voice: Eugene Smith and Minamata” (Giappone, 2019), disponibili grazie alla collaborazione con NHK World, e incentrati sulle sue attività in Giappone. A commentarlo vi saranno il corrispondente in Italia del giornale giapponese Asahi shimbun, Shinichi Kawarada, e il fotoreporter Paolo Patrizi, vincitore del World Press Photo e del Sony World Photography Award. Le proiezioni sono state autorizzate da Aileen Mioko Smith, vedova dell’autore, espressamente per questa manifestazione. Il 22 ottobre alle 16 sarà la volta del documentario “Nobody To Watch Over Me” di Ryoichi Kimizuka (Giappone, 2009), in collaborazione con l’Istituto giapponese di cultura, dedicato alle contraddizioni del giornalismo e del mondo dei social media. Seguirà un approfondimento sulla cinematografia della regista Naomi Kawase, con la proiezione del film “Still the Water” (Giappone, 2014) introdotto da un talk che avrà come protagonisti Chiara Ghidini dell’università L’Orientale di Napoli e lo scrittore Amleto De Silva. La giornata finale del 23 ottobre inizierà alle 16 con il saluto del direttore del Museo, Paolo Giulierini, cui seguirà la presentazione del libro “Forse non tutti sanno che in Giappone” di Antonio Moscatello. La rassegna si concluderà con la speciale proiezione del documentario sulla figura del grande scrittore Ryūnosuke Akutagawa “A stranger in Shanghai” di Taku Kato (Giappone, 2019), prima visione assoluta in Italia grazie alla collaborazione con NHK World. A precederlo un dibattito con Giorgio Amitrano (università L’Orientale di Napoli), Paolo Villani (università di Catania) e Luca Milasi (università La Sapienza di Roma), e con Antonella Cilento (autrice e direttrice de Lalineascritta).

Paestum. Aperta al museo Archeologico nazionale la mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini” che immortala gli angoli nascosti e le prospettive più belle dell’area archeologica con l’infrarosso andando oltre il visibile e toccando il punto in cui lo spettro dei colori è oramai cessato

La locandina della mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini” al museo Archeologico nazionale di Paestum

La maggior parte degli scatti di Marco Divitini è avvenuta nel giorno del solstizio d’estate a Paestum: alcune immagini celebrano la solenne magnificenza dei grandi alberi del Santuario meridionale (pini, cipressi, lecci), altre i colonnati dei templi dorici. Alle immagini di Paestum, Divitini ha poi aggiunto quelle di Porta Rosa a Velia. Sospeso in uno spazio e in un tempo che sembrano eterni, l’artista Marco Divitini esplora il mondo dell’archeologia pestana ed espone ventisette immagini realizzate con la tecnica dell’infrarosso nella mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini”, a cura di Dora Celeste Amato, aperta venerdì 16 ottobre 2020 al museo Archeologico nazionale di Paestum. La mostra offre ai visitatori l’opportunità di esplorare i monumenti dell’area archeologica andando oltre il visibile e toccando il punto in cui lo spettro dei colori è oramai cessato: l’infrarosso dà luce ai Templi di Paestum in ogni loro emozione attraverso la scenografia senza pari della natura circostante.

“È un grande onore per me poter varcare la soglia di Paestum e Velia, siti di unico valore da un punto di vista storico, artistico e architettonico”, interviene il maestro Marco Divitini. “Ho potuto immortalare gli angoli nascosti e le prospettive più belle, provandone a svelare il lato onirico. Ringrazio pertanto il direttore Gabriel Zuchtriegel, per aver creduto nella mia arte, per averne apprezzato il valore e, dunque, per avermi dato la possibilità di realizzare le mie opere. E un ringraziamento va alla curatrice della mostra, la dottoressa Dora Celeste Amato, per il supporto, l’impegno e la profonda competenza che ha profuso dedicandomi tempo ed energie”.

Il santuario Meridionale a Paestum nella magia della vegetazione (foto di Marco Divitini)

La mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini”, aperta fino al 16 gennaio 2021 (ingresso incluso nel biglietto di accesso al Parco, nell’abbonamento Paestum&Velia e nella card Adotta un Blocco), è racchiusa in un catalogo anch’esso curato dalla giornalista e scrittrice Dora Celeste Amato. Tra le pagine del volume, arricchito di altri scatti dell’artista non esposti in mostra, Divitini racconta la sua arte: guarda, vede, narra un modo passato e interiore di cui ognuno potrà sentirsi partecipe. “Un faro di luce onirica, le fotografie di Marco Divitini, un Tempo orizzontale che racchiude passato, presente, futuro”, sintetizza la curatrice Dora Celeste Amato.

 

In ottobre al museo civico di Rovereto “I venerdì dell’archeologia”: apre il soprintendente Marzatico su vino e cibo nel mondo preromano. Poi Medri sulle terme romane tra piaceri e politica. Infine Augenti sulla grande avventura dell’archeologia

La locandina de “I venerdì dell’archeologia” al museo civico di Rovereto
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Il soprintendente Franco Marzatico

“In alto i calici: vino e cibo nel mondo preromano”:  sono il vino e il cibo nell’antichità  i protagonisti della conferenza che apre a Rovereto “I venerdì dell’archeologia”, ciclo in programma il 16, 23 e 30 ottobre 2020 dalle 18 alle 19.30 al museo di Scienze e Archeologia, organizzato dalla Società Museo Civico di Rovereto, con la Fondazione Museo Civico e la Fondazione Comel, con il sostegno di Fondazione Caritro, Dolomiti Energia, Cassa Rurale di Rovereto, Comunità della Vallagarina e Comune di Rovereto, e in collaborazione con IPRASE, Accademia degli Agiati e APT Rovereto e Vallagarina. Appuntamento dunque venerdì 16 ottobre 2020 nella sala conferenze del museo civico di borgo Santa Caterina a Rovereto per il primo incontro: Franco Marzatico, soprintendente ai Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento e specialista nel campo dell’archeologia protostorica, ci svelerà gli aspetti più interessanti e curiosi sull’alimentazione e la coltivazione della vite nel mondo preromano.

Maura Medri

La prof. Maura Medri

Gli altri appuntamenti. Venerdì 23 ottobre 2020, “Balnea e terme: piaceri e politica in epoca romana” con Maura Medri, docente di  Archeologia dell’architettura all’università di Roma Tre. Le terme sono un simbolo dello stile di vita dei Romani, che dedicavano molto tempo alle attività di tipo ricreativo e alla cura del corpo; i bagni pubblici, però, non erano solo luoghi adibiti all’igiene personale, ma molto di più…

Andrea-Augenti

Il prof. Andrea Augenti

Venerdì 30 ottobre 2020, “Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia” con Andrea Augenti, professore di Archeologia medievale all’università di Bologna e autore del programma Radio Rai “Dalla terra alla storia” che propone un suggestivo excursus attraverso le più significative tappe della storia dell’archeologia, spiegandoci ciò che si cela dietro le grandi scoperte del passato e del presente.

Al via a Licodia Eubea (Ct) la X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica: 32 film, sette prime nazionali, che quest’anno si possono seguire anche in streaming. Basta un clic. Ecco il programma

La locandina della X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologia a Licodia Eubea dal 15 al 1

Siete comodi sul divano, pronti per un viaggio nello spazio e nel tempo con un semplice clic? Non stiamo parlando di “Ritorno al futuro” ma della X Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica organizzata dal 15 al 18 ottobre 2020 a Licodia Eubea (Ct) dall’associazione culturale Archeovisiva in collaborazione con Archeoclub d‘Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto”: quest’anno non solo ci sarà il festival in presenza, garantito con grande coraggio nel rispetto delle restrizioni, normative e problematiche, dovute all’emergenza sanitaria, ma per permettere a tutti gli appassionati di seguire la ricca programmazione ecco l’opportunità della rassegna in streaming. Basta registrarsi gratuitamente sulla piattaforma www.streamcult.it e accedere ai contenuti comodamente da casa. Per essere presenti in sala, invece, è necessario prenotare il proprio posto gratuitamente sul sito www.rassegnalicodia.it, dove è possibile scaricare il programma completo delle proiezioni e degli eventi.  

Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, direttori artistici della Rassegna di Licodia Eubea

“Lo scorso ottobre ci eravamo lasciati con la promessa che l’edizione 2020 del festival di Licodia Eubea sarebbe stata unica, speciale”, ricordano i direttori artistici del festival Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele. “Non immaginavamo che, nell’arco di pochi mesi, la nostra vita sarebbe stata stravolta dall’esperienza della pandemia e dalle sue inevitabili conseguenze. Più volte ci siamo interrogati sull’eventualità di un festival in formato ridotto, magari interamente on-line. L’idea di dover rinunciare a incontri e proiezioni in sala, però, non ci ha convinto del tutto e abbiamo deciso di optare per una soluzione ibrida: una manifestazione dal vivo, sebbene destinata ad una utenza ridotta, fruibile via streaming attraverso un portale ideato ad hoc. Non avremmo potuto fare diversamente. I festival cinematografici costituiscono un’occasione unica e irripetibile, per l’autore di un’opera filmica, di entrare in diretto contatto con i suoi spettatori e di confrontarsi con loro, e non volevamo rinunciarvi. Quella di quest’anno, dunque, sarà un’edizione pienamente sperimentale. Unica certezza, la qualità dei venti documentari selezionati: sono lavori in buona parte ancora inediti a livello nazionale, potenti e originali per approccio, tematiche, taglio narrativo. I film abbracciano un arco temporale di oltre seimila anni e comprendono Paesi come Italia, Serbia, Ungheria, Spagna, Grecia, Cipro e ancora Iran, Iraq ed Egitto”.

Trentadue pellicole in programma, tra documentari, docu-fiction, film di animazione e cortometraggi; otto film stranieri, sette prime nazionali, oltre quattordici ore di proiezioni, un ricco calendario di eventi collaterali e tante novità. “Minimo comune denominatore, il concetto di skills, che si tratti delle abilità sviluppate dalle popolazioni preistoriche per adattarsi ad un determinato ambiente, della capacità dei ceramisti contemporanei di ripercorrere le orme dei loro antenati del Bronzo antico, o delle competenze manageriali delle donne assire nel gestire casa e affari in assenza dei mariti, rendendolo noto attraverso una puntuale corrispondenza scritta. Ma sono anche quei saperi ormai quasi dimenticati, immortalati dalla pellicola perché possano sopravvivere nel tempo: sono canti, sono gesti, sono incastri perfetti di pietre, risultato di secoli di sperimentazioni, tentativi ed errori. Sono strumenti e saperi necessari allo sviluppo economico e tecnologico di un popolo, ma anche alla sua crescita spirituale e culturale. E se non si possiedono, bisogna imparare a costruirli, “sbagliando e riprovando, e ancora sbagliando e riprovando”. Ché in questo continuo, inesauribile percorso, sta il segreto della complessità del vivere umano, ma anche tutta la sua poetica bellezza”.

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Frame del film Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma Nazione” di Guido Fuganti

Vediamo un po’ il programma. Giovedì 15 ottobre 2020. Alle 17.30, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “In their hands Reshaping pottery of the European Bronze Age / Nelle loro mani. Rimodellare la ceramica dell’Età del Bronzo Europea” di Marcello Peres, Nicola Tagliabue, Thomas Claus, Csaba Balogh, Vladan Caricic Tzar (Spagna, Germania, Ungheria, Serbia; 2019, 32’); “Dig Life” di Chris Davies (Serbia, Australia; 2019, 46’). “Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma Nazione” di Guido Fuganti (Italia; 2020, 21’). Alle 19.30, per “INCONTRI DI ARCHEOLOGIA”, inaugurazione della mostra fotografica “Le pietre raccontano” a cura di “Augusta Photo Freelance“. Interviene Romolo Maddaleni, presidente di Augusta Photo Freelance. Durante le giornate del Festival, la mostra sarà visitabile dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Alla sera, alle 21, per “CINEMA E ANTROPOLOGIA”, i film “Lu recito” di Dario Lo Vullo (Italia; 2019, 19’): “Prima che arrivi l’estate” di Francesco Di Martino (Italia; 2019, 78’).

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Frame del film d’animazione “The Sound of that Beat / Il suono di quel battito” di Mirko Furlanetto

Venerdì 16 ottobre 2020. Alle 10.30, per “RAGAZZI E ARCHEOLOGIA”, sezione dedicata a film d’animazione, docufiction e attività didattiche pensate per il pubblico più giovane, condotte dall’archeologa Concetta Caruso: “La memoria di un filo” di Gian Maria Pontiroli (Italia; 2019, 28’); “The Sound of that Beat / Il suono di quel battito” di Mirko Furlanetto (Italia, Iraq; 2020, 5’); “ArcheoMovies. L’Archeologia al Cinema”: proiezione di 5 cortometraggi realizzati dagli studenti del IV I.C. “Domenico Costa“ di Augusta nell‘ambito del progetto “ArcheoMovies. L‘Archeologia al Cinema”, finanziato dal Piano Nazionale Cinema per la Scuola (Mibact-MIUR). Durata complessiva: 25 minuti. Anno: 2019. Alle 17.30, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “S.T.U.R.A. Storia del Territorio e dell’Uomo lungo le Rive e sull’Acqua” di Davide Borra (Italia; 2019, 20’); “Πήγα, είδα, άκουσα / Vai, guarda, ascolta” di Mary Bouli (Grecia; 2020, 24’); “Sicilia questa sconosciuta” di Pina Mandolfo, Maria Grazia Lo Cicero (Italia; 2019, 45’). Alle 19.15, per “INCONTRI DI ARCHEOLOGIA”, “Agli albori del viaggio moderno in Sicilia. Il grand tour di Thomas Cole e Samuel James Ainsley nel 1842”: interviene in video-conferenza Brian E. McConnell, docente di Storia dell‘Arte presso la Florida Atlantic University. Alla sera, alle 21, per “CINEMA E ANTROPOLOGIA”, i film “L‘uomo delle chiavi, sulla vecchiaia” di Matteo Sandrini (Italia; 2020, 45’); “Manufatti in pietra” di Michele Trentini (Italia; 2019, 33’).

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Il paletnologo Fabrizio Mori nel film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” (foto Lucio Rosa)

Sabato 17 ottobre 2020. Alle 17.30, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “Pompei, dopo il disastro” di  Sabine Bier (Italia, Germania; 2019, 52’); “Egypte: les temples sauves du Nil / Egitto: i templi salvati del Nilo” di Olivier Lemaitre (Francia; 2018, 53’); “Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence / Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire” di Vanessa Tubiana-Brun (Francia; 2020, 46’). Alla sera, alle 21, per “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “Fabrizio Mori, un ricordo” di Lucio Rosa (Italia; 2020, 20’); “ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας / Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite” di Stavros Papageorghiou (Cipro; 2019, 90’).

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La consegna del premio “Antonino Di Vita”: da sinistra, i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, e Francesca Spatafora con Maria Antonietta Rizzo

Domenica 18 ottobre 2020. Alle 17.30, pe “CINEMA E ARCHEOLOGIA”, i film “La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli (Italia; 2019, 52’); “Alone among the rocks / Solo tra le rocce” di Arman Gholipour Dashtaki (Iran: 2020, 21’). Alle 19.30, per “FINESTRA SUL DOCUMENTARIO SICILIANO”, Tra tradizione e sperimentazione. Il cinema di Alessia Scarso: interviene la regista Alessia Scarso. Quindi il film “Vasa Vasa” di Alessia Scarso (Italia; 2017, 12’). Alle 20.30, la cerimonia di premiazione con l’intervento di Santo Cummaudo, assessore ai Beni Culturali del Comune di Licodia Eubea. Premio “Archeoclub d’Italia”: proclamazione del film più votato dal pubblico. Consegna il premio: Giuseppe Cosentino, presidente Archeoclub d’Italia di Lentini; Premio “ArcheoVisiva”: proclamazione del film migliore selezionato dalla giuria internazionale di qualità. Consegna il premio: Fabio Caruso, archeologo, ricercatore ISPC-CNR di Catania. Premio “Antonino Di Vita”: il premio, un‘opera dell‘artista Santo Paolo Guccione, viene assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico. Consegna il premio: Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e Antichità Italiche, università di Macerata.

Bolzano. “Libia, …uno sguardo verso il mare”, mostra fotografica di Lucio Rosa. Viaggio in 90 fotografie nel tempo e nella storia, dalla Cirenaica alla Tripolitania, con gli occhi di un innamorato di quel Paese

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Libia …uno sguardo verso il mare” alla galleria Espace La Stanza di Bolzano

bolzano_mostra-libia_lucio-rosaDalla Cirenaica alla Tripolitania, da est a ovest, seguendo il viaggio del sole e la costa bagnata dal Mediterraneo alla scoperta della Libia con gli occhi di un viaggiatore innamorato di quel Paese, che per anni ha visto e amato arrivando dal mare, e che stavolta immagina dal punto di vista di un antico abitante della Libia, terra strategica, crocevia fra l’Africa nera e il Mediterraneo, terra che nei millenni ha visto approdare sulle sue coste Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Turchi, Italiani… È questo l’obiettivo della mostra fotografica “Libia, …uno sguardo verso il mare” fino al 20 ottobre 2020 alla galleria Espace La Stanza in Bolzano, ultima fatica di Lucio Rosa, veneziano di nascita ma bolzanino d’adozione, da oltre 45 anni impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere. Lucio Rosa sa di non poter tornare per ora in quei luoghi, bloccato in questi anni per le problematiche politiche che hanno interessato molti Paesi arabi, e ora fermato anche dall’emergenza sanitaria per pandemia.  Ma questo non è un motivo sufficiente per stare “lontano” da quelle terre che tanto ama, lui il regista con “l’Africa nel cuore”. E così la Libia… l’ha portata a casa sua, a Bolzano, raccontandola con 90 fotografie a colori accompagnate da note in una sequenza fotografica suddivisa in 7 location: Al-Athrun, Apollonia, Qasr Libia, Cirene, Leptis Magna, Tripoli, Sabratha.

La cartina della Libia con le sette località lungo la costa mediterranea illustrate dalla mostra di Lucio Rosa

È un viaggio nel tempo e nella storia quello proposto da Lucio Rosa che inizia da est, da dove sorge il sole… “La storia non ha fine”, dice, “perché noi siamo gli eredi del passato e la portiamo dentro di noi. Luoghi come Tokra o Tolmeta, sono solo delle gocce, dei riflessi. Testimonianze di questo ricco insieme di culture sono oggi ancora visibili, si possono penetrare, riscoprire, anche se hanno subito il “torto” e lo “sfregio” del tempo e della storia. Il “respiro” degli uomini che un tempo calpestavano il suolo libico può ancora essere “udito” tra le mura delle città che hanno costruito ed è testimone della loro immortalità”.

La basilica occidentale nel sito di Al-Athrun in Libia (foto Lucio Rosa)
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Il sito di Al-Athrun (Libia) in un panorama mozzafiato (foto Lucio Rosa)

AL-ATHRUN Erano sicuramente dotati di buon gusto i sacerdoti bizantini che seppero scegliere, per le loro chiese solitarie, luoghi incantati. Tra l’intenso blu del Mediterraneo e la brulla costa della Cirenaica, nella località di Latrun, l’antica Erythron che fu un’importante sede vescovile, su una terrazza naturale spuntano le tracce di quelle che furono due basiliche bizantine datate V sec. d.C. Le due chiese furono costruite durante il regno dell’imperatore Giustiniano I (527-565). La basilica occidentale è la meglio conservata. Colpisce il susseguirsi di candidi marmi, come i plutei, su cui sono scolpiti a rilievo i simboli della cristianità. Una sinfonia di colonne, con ricchi capitelli, sorreggeva la volta delle tre navate oggi non più riconoscibili. L’ingiuria del tempo ha lasciato solo rovine del piano originale di quella che era stata la basilica orientale. L’imperatore Giustiniano negli anni 538-539, a protezione del confine meridionale, fortificò diversi porti anche in Cirenaica. Le basiliche, qui costruite, assicuravano che a marinai e soldati non sarebbe mai mancato l’aiuto divino.

Il teatro antico di Apollonia sulla costa libica (foto Lucio Rosa)
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Le terme romane ad Apollonia in Libia (foto Lucio Rosa)

APOLLONIA All’estremità orientale del sito si trova il teatro scavato in una pendenza naturale e rivolto verso il Mediterraneo. La prima costruzione risale al II secolo a.C. e la cavea, che aveva solo 13 file, fu ingrandita sotto Adriano. Il teatro, ricostruito poi dall’imperatore Domiziano, ci conduce a parlare di Apollonia, fondata nel VII secolo a.C. da coloni di stirpe ellenica. Apollonia è stata il porto di Cirene. Nel 331 a.C. Apollonia fu conquistata da Alessandro Magno restando, alla sua morte, nella sfera di influenza ellenistica del regno tolemaico. Nel I secolo Apollonia fu presa da Roma. Risalgono all’epoca romana le terme, volute dall’imperatore Adriano. Un terremoto nel 365 si abbatté su tutta la Cirenaica e distrusse la città che fu in gran parte inghiottita dal mare. Di epoca bizantina sono le tre basiliche (V secolo). Della stessa epoca, il palazzo del governatore, Dux, di cui è rimasto solo il piano inferiore. Il peristilio è circondato da portici ad archi. La conquista araba, del VII secolo, determinò lo spopolamento e il declino della città. Solo nel corso del XIX secolo la nuova Apollonia si ripopolò di musulmani, provenienti dall’isola di Creta, che le diedero il nome dell’attuale città araba Marsa Susa.

I resti della basilica occidentale a Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA Qasr Libia, a 50 km da Cirene, è identificabile con l’antica città di Olbia, sede vescovile nel periodo bizantino (V secolo). Del complesso religioso che qui esisteva sono rimaste le rovine di due basiliche paleocristiane. La meglio conservata è la basilica occidentale, la più recente, del VII secolo, rettangolare e a croce greca. La basilica orientale del V secolo è più piccola ed era arricchita da una straordinaria decorazione a mosaico suddivisa in 50 riquadri, in origine posta sul pavimento della navata.

Il mosaico con la rappresentazione del fiume Eufrate a Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA I mosaici Straordinaria la decorazione musiva che in origine era posta sul pavimento della navata centrale della basilica orientale. Un magistrale esempio di iconografia simbolica cristiana del VI secolo. I mosaici sono stati realizzati fra il 539 ed il 540 per volere dei vescovi Macario e Teodoro, come indica un’epigrafe. Ora sono esposti nel vicino museo. Raffigurano il mondo intero con i quattro fiumi che, come è citato nella Genesi, nascono nel Paradiso terrestre: Fison, Gheon, Eufrates e Tigris.

La raffigurazione del Faro di Alessandria in un mosaico di Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA Il faro di Alessandria Un unicum è il faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico. Una delle realizzazioni più avanzate della tecnologia ellenistica. Era stato costruito sull’isola di Pharos, di fronte al porto di Alessandria d’Egitto, negli anni tra il 300 e il 280 a.C. Vi si può scorgere l’imponente statua di Helios e il meccanismo a specchi che serviva per guidare le navi in porto. Da una imbarcazione, due naviganti sembrano guardare con una certa trepidazione verso il faro che segnala loro la giusta rotta. Il faro rimase in funzione per sedici secoli, ma nulla poté contro la forza ostile della natura. Nel 1303 e poi nel 1323, due terremoti lo danneggiarono irreparabilmente, distruggendolo.

Il teatro antico di Cirene in Libia (foto Lucio Rosa)

CIRENE Atene d’Africa Secondo Erodoto fu fondata nel VII secolo a.C. da coloni di Thera, l’odierna Santorini. Fu il responso dell’oracolo di Delfi a spingere duecento giovani, uno per famiglia, guidati da Batto, figlio di Aristotele, a lasciare Thera e partire alla ricerca di nuove terre per sfuggire a una terribile siccità che stava colpendo, da 7 anni, la loro patria. Esplorarono le coste della Cirenaica e i giovani coloni trovarono, come aveva predetto l’oracolo, una zona fertile all’interno, una fonte perenne e, nelle sue vicinanze, Batto fondò la città di Cirene. Era l’anno 631 a.C. la città legò il suo nome alla ninfa Cirene che fu rapita da Apollo e portata in Libia, proprio qui, dove sarebbe sorta la città a lei sacra. Nel 331 a.C. Cirene si sottomise spontaneamente ad Alessandro il Macedone. Nel 74 a.C. Cirene e tutta la Cirenaica furono elevate a provincia romana.

Il santuario di Apollo edificato nei pressi della fonte della ninfa Kyra a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Il santuario di Apollo In prossimità di una fonte d’acqua pura, consacrata a una ninfa e divenuta pertanto sacra, sorge il santuario di Apollo. La ninfa era Kyra o Chirene, amata da Apollo che la rapì e la portò su una collina di mirti. E fu qui, tra i boschetti di mirto, che i coloni esuli di Thera, decisero di fondare il loro primo villaggio. Era l’anno 640 a.C. La fonte e il villaggio, furono dedicati alla ninfa Kyra, che sarà regina della colonia greca di Cirene e della Cirenaica. Il re Batto, consigliato dai suoi sacerdoti, fece erigere davanti alla sorgente un tempio dedicato al dio Apollo, protettore della colonia. Era una costruzione semplice ma solenne allo stesso tempo. Rimaneggiata nel corso dei secoli, la si può vedere ancora oggi, inglobata nel grande santuario.

Il tempio di Zeus a Cirene eretto dai coloni greci (foto Lucio Rosa

CIRENE Tempio di Zeus Nel quartiere dell’Agorà, il tempio di Zeus, uno dei primi monumenti a essere eretto dai coloni greci, è il più grande dei templi che i Greci costruirono nel Nord Africa. Eretto nel V secolo a.C., come il Partenone di Atene, è più grande del tempio dell’Acropoli. Il Tempio di Zeus è stato oggetto di numerosi restauri nel corso della sua storia. Il materiale utilizzato è il calcare giallo, marnoso, che è tipico della regione. Nessuna malta legava i blocchi di pietra. I più grandi erano tenuti insieme da barre di ferro saldate con piombo fuso. Questo tempio dorico si sviluppava con 8 colonne sul fronte e 17 sui lati lunghi, che sono state tutte abbattute durante la rivolta giudaica dell’anno 117. L’opera di restauro degli archeologi italiani ha restituito l’originaria solennità al tempio di Giove.

Il ginnasio di epoca ellenistica a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Il Ginnasio Colpisce per la sua imponenza, il Ginnasio, classico impianto ellenistico destinato agli esercizi sportivi e militari dei giovani di Cirene. Era denominato Ptolemaion dal nome Tolomeo VII, il sovrano ellenistico che lo aveva fatto costruire nella metà del II secolo a.C. Consiste in un vasto spazio di 94 metri per 84, circondato da un colonnato dorico. Negli anni della Cirene romana, il Ginnasio mutò destinazione e divenne il Foro della Città, il Caesareum. Si deve agli archeologi italiani se tra il 1934 e il 1942 il Foro, che era stato occupato da un quartiere di abitazioni, fu ricostruito e riportato a nuova luce come era in origine.

Il santuario di Demetra e Kore a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Santuario di Demetra e Kore Sontuoso, ricco, splendido il santuario circolare di Demetra e Kore. Le due divinità rappresentano la forza produttiva della terra. Di epoca Tolemaica (III secolo a.C.), è il tempio votivo dove si invocava la fertilità della terra e la fecondità della donna per concepire nuovi figli per Cirene. Le due divinità sono raffigurate in due copie di statue sedute che si fronteggiano e sono di epoca ellenistica. Le altre due, in posizione eretta, sono state aggiunte in epoca romana. Le fortune di Cirene erano legate al ritmo delle stagioni, quindi all’agricoltura, ai ricchi raccolti: era una necessità collettiva, un dovere pubblico, invocare le divinità per ottenere un ricco raccolto.

Il monumento alla Vittoria navale della flotta di Tolomeo eretto a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Monumento alla Vittoria Navale Posto sul lato orientale dell’Agorà, il monumento alla Vittoria Navale, è uno dei più bei complessi ornamentali pubblici di Cirene. Si tratta di una statua votiva che si eleva sulla prora di una trireme che sembra “navigare” sostenuta da una coppia di delfini. Il monumento è stato eretto nella metà del III secolo a.C. per celebrare la vittoria della flotta egiziana di Tolomeo VIII nella guerra contro la Siria.

I bagni ellenistici, cosiddetto bagni di Paride, a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE I bagni ellenistici (bagni di Paride) Acqua copiosa irrorava Cirene, un prezioso dono degli dei. Nel periodo ellenistico la città godeva di imponenti bagni pubblici. Sono i cosiddetti Bagni di Paride, dal nome del proprietario, risalenti al V secolo a.C. Privi di decorazioni, sono locali sotterranei scavati direttamente nella roccia. Un susseguirsi di vasche, canali per il drenaggio, nicchie la cui funzione era quella di custodire le vesti dei frequentatori e le lucerne per dare luce al complesso.

Le terme di Traiano a Cirene in Libia (foto Lucio Rosa)

CIRENE Terme di Traiano Marmi, gioco di colonne, piscine lastricate nelle terme costruite nel 98 d.C. dall’imperatore Traiano. Ma la loro vita fu assai breve, furono infatti distrutte nel 115 durante la rivolta ebraica. L’imperatore Adriano, amante del bello e della cultura greca, le ricostruì facendone uno splendido complesso. Era l’anno 119.

La spettacolarità del teatro di Leptis Magna davanti al Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Un vero trionfo, questa città adagiata sulle sponde del Mediterraneo. Fu prima punica e poi, conquistata dai Romani, fu un’orgogliosa e una splendida città, una nuova Roma, sontuosa e ricca, opulenta, città di mercanti, che visse una epopea grandiosa, “un trionfo”. Leptis fu davvero “Magna”. Siamo dinnanzi al prezioso teatro. Ascoltiamo in silenzio, parole solo velate dal respiro del mare, pare ancora oggi udire declamare testi antichi ed essere coinvolti nelle recite che qui si svolgevano, per Leptis, la città Regina. Sono “riflessi” di canti di tragedie greche, le storie narrate sulla scena. Alla fine del II secolo un uomo che veniva dall’Africa e che parlava male il latino, esprimendosi preferibilmente in neo-punico, arrivò a Roma per salire sul trono. Era Settimio Severo che aveva sconfitto i Persiani e fu Imperatore. L’11 settembre dell’anno 203, Settimio, ritornato nella sua città natale, avrebbe attraversato l’arco trionfale eretto per rendere omaggio alla sua gloria eterna e alla sua famiglia. Ma, che questo sia realmente avvenuto, molti archeologi e storici hanno seri dubbi. Comunque l’arco è lì, in tutta la sua maestosità e bellezza.

Il monumentale mercato di Leptis Magna in LIbia (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Il mercato Le urla dei mercanti. “Hodie offerre nova pisces et agnus” voci concitate uscivano dai chioschi del mercato, offrendo alla gente la merce più svariata, pesce fresco, carne d’agnello, granaglie e naturalmente anche diverse varietà di vino. Emoziona camminare accanto a queste “botteghe” e pensare alla vitalità di questo luogo una volta quando, 2000 anni fa, centinaia di persone, ogni giorno, qui affluivano per le loro necessità quotidiane. Ma siamo a Leptis Magna, la più grandiosa città romana in Africa.

La magnificenza del Foro dei Severi a Leptis Magna (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Il Foro dei Severi Posare gli occhi su questa ampia piazza di 100 metri per 60, Il foro dei Severi, dà una emozione indescrivibile. Per terra sono disseminate rovine, frammenti di colonne conseguenza di una fatale serie di terremoti che nel IV secolo aveva colpito Leptis, distruggendola. Attirano gli sguardi “inquietanti” delle teste delle meduse e delle nereidi, sopravvissute allo scempio del tempo, che ornavano gli archi del doppio porticato, ora privato delle colonne, che non hanno resistito alla “ribellione” della natura. Due passi tra le rovine… non si può non essere colpiti dalla solennità che fu di Leptis Magna. Il Foro dei Severi è la più importante costruzione pubblica di Leptis.

Le terme di Adriano a Leptis Magna in Libia (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Le terme di Adriano Adriano, l’imperatore amante del bello, l’imperatore più raffinato della storia di Roma, fece costruire qui, tra il 126 e il 127, queste terme, la sua gloria. Poi vennero Commodo e Settimio Severo che l’arricchirono ancora di più. La grande piscina, la natatio, è all’aperto. Un portico di colonne di marmo rosa la circonda. Mosaici, seppure erosi dal tempo, brillano del colore lapislazzuli e del colore verde acquamarina che richiamano le tinte e le sfumature del mare.

Il castello di Tripoli sede del museo nazionale (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI (OEA) Avvolte dalla luce del crepuscolo, languono le mura del castello di Tripoli. Il Castello Rosso “Assaj El Hamra”. Ma solo per poco. All’alba del giorno dopo ecco il castello risplendere luminoso come “luminosi” sono, per la storia che raccontano, i preziosi reperti qui custoditi. Il Museo è il simbolo della città. Al suo interno, un “viaggio nel tempo” ci conduce ad informarci sulla preistoria del Sahara libico, sulla storia, dai Fenici ai secoli greci, dal periodo romano all’arrivo degli Arabi, alla dominazione turca della dinastia dei Karamanly… all’impresa coloniale italiana… Cinque secoli prima di Cristo i Fenici, che navigavano lungo la costa meridionale del Mediterraneo, fondarono il villaggio di Uiat. Nel 107 a.C. i Romani entrarono nella regione e Uiat divenne una colonia romana, e fu Oea. Nel 163 d.C. la città era all’apice del suo fulgore. Risale a quest’epoca l’arco di Marco Aurelio, conservato nella Medina. Un ricordo della Roma dei Cesari.

Un esempio di architettura islamica a Tripoli (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI (OEA) La storia La storia di Oea sarà travagliata, teatro di scorribande e dominazioni straniere nel corso dei secoli. Ecco arrivare i Vandali, i Bizantini, gli Arabi e la città divenne Tarabulus, come tutta la regione. E poi ancora: sette islamiche come Abbassidi, Ibaditi, Aghladiti, Obeiditi, Ziriti, e poi Berberi, Normanni, Almohaidi, Genovesi, Spagnoli, Maltesi, Turchi di Sinan Pashà, e siamo nel 1510. Trascorrono gli anni e nel 1911, arrivano gli Italiani.

L’animato souk di Tripoli (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI Città di mare La città bianca, con le belle candide abitazioni dell’epoca coloniale italiana, si fonde in un violento contrasto con i colori dei Souk, con la vita dei Souk, le moschee e le caotiche strade della città vecchia.

La straordinaria posizione di Sabratha lungo le coste del Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Sabratha deve la sua fortuna al mare; era già stata un rifugio sicuro per le navi dei Fenici che navigavano nel Mediterraneo occidentale. I mercanti fenici, a poco a poco, si insediarono e fondarono un emporio e un primo villaggio, che sarebbe, poi, diventato città. Forse siamo nel VII secolo a.C., ma non vi sono testimonianze sicure che possano confermare la presenza di questo insediamento in epoca così antica. Sabratha è stata il punto di arrivo delle vie carovaniere che mettevano in comunicazione il Mediterraneo con le regioni interne dell’Africa, l’Africa nera. E ciò ha determinato la sua grandezza. Poi giungeranno i Cartaginesi, ma sarà l’arrivo dei Romani, 200 anni prima di Cristo, a scompigliare la storia in questa regione. Distrutta Cartagine nel 146 a.C. Sabratha entra di prepotenza nella romanità in Africa. La potenza di Sabratha durò per più di tre secoli, ma la decadenza di Roma causerà anche un lento ma inesorabile declino di quella che era stata una grande città. Ecco quindi Bisanzio e poi gli Arabi che trasferirono le attività mercantili da Sabratha a Oea/Tripoli. Nata da e con i commerci, Sabratha scomparirà dalla geografia e dalla storia.

L’imponente scena del teatro di Sabratha (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Il teatro Opera impressionante per la sua maestosità, per le grandiose proporzioni e la raffinatezza delle forme: il teatro. Eretto alla fine del II secolo, presenta tre piani di colonnati sovrapposti, con colonne di marmi vari e trabeazioni in marmo bianco. Sono 108 le colonne che modellano una quinta alta 23 metri. Il teatro poteva accogliere 5000 spettatori. Rilievi con figure di divinità, scene storiche e scene di teatro, ornano il fronte del proscenio. Il teatro fu distrutto dal terremoto che colpì, nel 365, la costa libica. Frammenti di pietre e marmi furono usati come materiale di reimpiego in epoca bizantina (VI secolo). Il teatro che possiamo ammirare oggi si deve alla precisa ricostruzione iniziata nel 1927 dagli archeologi italiani. Nel 1937 il prestigioso teatro si riaprì al mondo.

La basilica di Apuleio a Sabratha sulle coste libiche (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Basilica di Apuleio Chi non ricorda l’Asino d’oro di Lucius Apuleio, che racconta le sue incredibili fantasiose peripezie, di uomo trasformato in asino? Apuleio, scrittore e filosofo, era nato a Madaura (nell’attuale Algeria) ma raggiunse Roma dopo gli studi compiuti a Cartagine e ad Atene. Apuleio è divenuto famoso grazie alle sue doti di oratore. Nell’anno 157, qui dove giacciono le rovine di una basilica cristiana, sorgeva un palazzo, sede del tribunale che vide Lucius processato per un presunto grave crimine. La storia racconta di un giallo. Apuleio fu imputato di aver sedotto Pudentilla, la moglie del suo amico Ponziano, nel frattempo defunto, avvalendosi delle arti magiche per plagiarla e indurla a sposarlo al fine di impossessarsi della sua ricca dote. Per questo crimine, nel 158, a Sabratha, venne sottoposto a processo. L’abile scrittore, nonché avvocato, grazie alla sua arte oratoria, riuscì a scagionarsi da ogni accusa e venne assolto. La sua autodifesa venne trascritta nei codices col nome di De magia, più nota come Apologia. Ma Apuleio era davvero un mago?

Il tempio di Iside a Sabratha in posizione dominante sul Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Tempio di Iside Sospeso tra il cielo e il mare, il Tempio di Iside è uno dei luoghi sacri di Sabratha. Probabilmente il primo tempio fu eretto nel I secolo. Fu poi ingrandito sotto Vespasiano tra gli anni 69 e 79. Il visitatore viene rapito in un’atmosfera che fa sognare. I colori dominano la scena: tra il blu del mare e il celeste cobalto del cielo si innalzano le alte colonne rosate del tempio. La scena toglie il respiro. Genti di Sabratha affluivano in massa. Si possono solo immaginare le lunghe processioni lungo la sponda del mare per arrivare fin quaggiù. Lo stesso Apuleio, racconta di questo culto assai diffuso in Libia, ne “L’asino d’Oro”.

Parco dei Campi Flegrei: aperta al castello di Baia la mostra “Visioni per Piscina Mirabilis” che presenta i risultati del concorso di idee sul riuso dell’antica cisterna romana

La locandina della mostra “Visioni per Piscina Mirabilis” aperta al Castello di Baia

Si chiama “Visioni per Piscina Mirabilis”: è la mostra visitabile fino a dicembre nelle sale del Museo archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia, risultato del concorso bandito a gennaio, in collaborazione con il Parco archeologico dei Campi Flegrei e il Comune di Bacoli, da Re-Use Italy, il movimento nato con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle rovine antiche presenti in Italia attraverso un nuovo uso. Il bando invitava i partecipanti a ripensare la Piscina Mirabilis di Bacoli, antica cisterna romana, come Museo d’Arte Contemporanea. Sono stati ben 700 gli architetti, gli studenti, i progettisti e gli ingegneri che hanno partecipato con le loro idee. La giuria ha decretato 3 vincitori e 10 menzioni speciali. Le tre proposte sono il cuore della mostra al Castello di Baia.

L’interno della Piscina Mirabilis di Bacoli come è stato pensato da Simone Baccaglini e Marco Agosti vincitore del concorso di idee “Visioni per Piscina Mirabilis” (foto Pafleg)

Il primo posto se lo sono aggiudicati Simone Baccaglini e Marco Agosti con un progetto che pone al centro il ruolo svolto dall’acqua nell’antico edificio con lo spazio centrale adibito a sala espositiva a tutta altezza. I giochi di luce sono innumerevoli e la presenza di tiranti, che sostengono il tessuto e si adattano alla struttura metallica, garantiscono la massima flessibilità.  Le opere d’arte si adagiano sul pavimento, come detriti sul fondo del mare, e i visitatori possono “galleggiare” a varie altezze e vivere profondamente le opere e la cisterna stessa. In questo modo i turisti vengono a conoscere la cisterna da diverse altezze e i singoli spazi possono essere aperti anche per eventi notturni.

Il maxischermo all’esterno della Piscina Mirabilis di Bacoli come è stato pensato da Simone Baccaglini e Marco Agosti vincitore del concorso di idee “Visioni per Piscina Mirabilis” (foto Pafleg)

Sul rudere romano i due vincitori hanno pensato due modernissimi maxischermi che indicano la mostra in corso, le previsioni del tempo e di notte possono essere adibiti a cinema all’aperto. La piazza può essere utilizzata per convegni, proiezioni cinematografiche e feste, grazie al padiglione semicircolare in cui si trovano bar e servizi igienici.

Roma. Presentata la mostra “I Marmi di Torlonia. Collezionare capolavori”: oltre novanta opere greco-romane selezionate tra i 600 marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo, anche definita “la collezione delle collezioni”. Ora l’impegno è di giungere al museo Torlonia a Roma. Franceschini: “Lo Stato mette luoghi e risorse. Un’idea? Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori Imperiali, ora in disuso”

Oltre 90 capolavori di arte greca e romana della collezione Torlonia per la prima volta visibili al pubblico nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Sono passati 135 anni da quando il principe Alessandro Torlonia aveva dato forma al suo progetto ambizioso e innovativo, la creazione di un museo Torlonia con le collezioni confluite nei secoli nel patrimonio di famiglia, accompagnato da un catalogo delle opere, altrettanto innovativo, a cura di Carlo Ludovico Visconti con fototipie, storia e bibliografia. Sono passati invece quattro anni dalla firma dell’accordo tra la Fondazione Torlonia e il ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo per la realizzazione di una grande mostra sulla collezione Torlonia e avviare finalmente la creazione a Roma di un museo nazionale Torlonia (“Lo Stato Italiano – ha assicurato il ministro Dario Franceschini – è pronto a mettere a disposizione luoghi e risorse per realizzarlo”). È da questi due punti fermi, due fatti storici, quasi due sogni, che parte il progetto che confluisce ora nella grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori” che dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021 apre al pubblico negli ambienti espositivi dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita dopo oltre cinquanta anni grazie all’impegno di Roma Capitale per restituire alla cittadinanza un nuovo spazio espositivo progettato e interamente curato della Sovrintendenza capitolina.

Oltre novanta opere greco-romane sono state selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo. L’esposizione è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il Ministero, della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la Soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione. Il progetto d’allestimento è di David Chipperfield Architects Milano. La Fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra. Il progetto della luce è stato scritto da Mario Nanni, lumi Viabizzuno.

La famosa Fanciulla da Vulci della collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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Virginia Raggi, sindaco di Roma

Alla presentazione ufficiale della mostra (in streaming, nel rispetto delle misure anti-Covid) i commenti sono stati entusiasti, a iniziare dal sindaco di Roma, Virginia Raggi: “Con questa mostra potremo godere di opere d’arte uniche e preziose, di una collezione privata dal valore inestimabile, che diventa patrimonio di tutti. Le Istituzioni hanno il dovere di promuovere, sostenere e diffondere la cultura e l’arte italiana fuori dai nostri confini. La mostra, che presentiamo oggi, è un’ulteriore conferma di come Roma sia simbolo d’arte e cultura nel mondo. La mostra è frutto di una grande collaborazione tra pubblico e privato, dalla Fondazione Torlonia alla Maison Bvlgari, dallo studio Chipperfield a Electa, che ha consentito il recupero di questi marmi pregevoli. È importante perché è l’occasione per restituire al pubblico le sale di Villa Caffarelli. Ed è importante perché rientra nel 150° anniversario di Roma Capitale. E poi viaggerà nel mondo in un programma itinerante tra le principali capitali, creando così un ponte tra popoli e culture, perché l’arte parla a tutti”.

Capolavori di arte antica nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” allestita a Villa Caffarelli nei musei Capitolini a Roma (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

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Il ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini


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Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori imperiali a Roma

Dario Franceschini, ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo: “Oggi viviamo un momento importante di un percorso molto lungo: non ci possiamo nascondere che della collezione Torlonia si parla da decenni. Quando nel 2015 incontrai per la prima volta il principe Torlonia e parlammo del progetto di una grande mostra e della creazione di un grande museo a Roma, sembrava un sogno impossibile. Oggi invece stiamo dimostrando che quell’accordo comincia a prendere forma. Questa mostra è un evento straordinario che segna un passo ulteriore verso il pieno ritorno alla luce dei marmi Torlonia, la più importante collezione di arte greco-romana privata esistente al mondo rimasta a lungo celata. Si tratta di un’operazione culturale di livello internazionale, resa possibile da un fattivo e proficuo dialogo tra pubblico e privato, che permetterà al pubblico di godere della bellezza di capolavori straordinari dell’antichità. Ma questo, come detto, è solo il primo passo. Il ministero in accordo con tutti gli attori coinvolti nel progetto vuole individuare un luogo a Roma dove rendere visibili per sempre questi capolavori. Lo Stato Italiano è pronto per mettere a disposizione luoghi e risorse per creare il grande museo Torlonia. Un’idea, ma non se ne è ancora discusso nelle sedi appropriate con tutti gli enti interessati, potrebbe essere Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori Imperiali: un luogo prestigioso in un’area prestigiosa. L’edificio è dello Stato e in disuso. Per ora abbiamo stanziato 40 milioni per la sua ristrutturazione. Se poi non sarà idoneo per il museo Torlonia, sarà comunque uno spazio speciale per altri progetti culturali”.

Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

Alessandro Poma Murialdo, presidente Fondazione Torlonia: “La mostra apre nel 150° di Roma Capitale, che è proprio quando Alessandro Torlonia concepiva la sua idea di museo, progetto ambizioso fin dalla sua nascita, passando dal collezionismo al museo promosso da un privato a fine Ottocento con concetti moderni: pensiamo che già nel 1884 usciva il primo catalogo delle opere della collezione Torlonia a cura di Visconti che censì tutti i marmi in schede complete di straordinari fototipie, storia e bibliografia. E l’edizione ottocentesca, come lo è ora la mostra con il catalogo, fu concepita per diffondere nel mondo la cultura. La collezione era di proprietà di Alessandro Torlonia, nipote dell’omonimo principe che nell’Ottocento la creò. Con le guerre ci fu la necessità di metterla in sicurezza. Venti capolavori furono portati prima a Villa Albani e poi a Palazzo Torlonia in via della Conciliazione. Gli altri finirono nei sotterranei del museo, che diventarono in seguito i depositi della collezione. Con gli anni ’60 del Novecento Torlonia cominciò a progettare una sistemazione definitiva (leggi museo) della collezione. Ma per motivi diversi tutte le varie ipotesi avanzate fallirono. Nacque allora la Fondazione Torlonia per dare un metodo moderno alla mission di sempre: approfondire, studiare, valorizzare il patrimonio di famiglia. La Collezione Torlonia e Villa Albani Torlonia sono due straordinari complessi artistici destinati ad incontrarsi nel corso della storia, scoperti e preservati con cura grazie alla passione per l’arte di diverse generazioni della Famiglia Torlonia che trova il suo compimento nella Fondazione. Essere un’istituzione culturale dedicata ad un patrimonio storico e artistico di tale rilevanza nell’epoca delle industrie 4.0, apre nuovi scenari di cui la Fondazione Torlonia vuol essere protagonista, utilizzando l’efficacia delle tecnologie più innovative per trasmettere la più grande eredità culturale della Famiglia condividendo obiettivi e risultati tracciati nella storia stessa di questo eccezionale patrimonio artistico: l’apertura dei Laboratori Torlonia per lo studio ed il restauro degli oltre seicento marmi Torlonia, l’innovativo programma di conservazione di Villa Albani Torlonia e la mostra I marmi Torlonia. Collezionare Capolavori sono il suggello di un metodo progressivo, che assicura la trasmissione di una componente essenziale della nostra identità culturale, alle nuove generazioni”.

La Statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

Lucia Boscaini  per Jean Christoph Babin, amministratore delegato Bvlgari: “Per un gioielliere, non c’è nulla di più esaltante della scoperta di un nuovo tesoro. Con grande orgoglio ed entusiasmo Bvlgari ha partecipato in qualità di sponsor al restauro degli oltre 90 esemplari di marmi antichi, un tesoro inestimabile che finalmente si svela al pubblico. Per Bvlgari si è trattato di un omaggio alle radici greche e romane dell’azienda, nel quadro delle molteplici iniziative di mecenatismo per la Città Eterna promosse da diversi anni a questa parte. Questa mostra offrirà al pubblico romano e internazionale la possibilità di ammirare questi incredibili pezzi unici, autentici gioielli di arte classica che restituiscono ai nostri occhi la grandezza della storia greca e romana, il fascino della mitologia, il carisma degli imperatori, l’infinita grazia di ninfe e dee. La magnificenza e lo splendore di queste statue sono oggi un nuovo dono per i nostri occhi, fulgidi esempi di un’arte che ha forgiato per sempre il nostro senso estetico”.

L’allestimento a sfondi colorati, pavimento in mattoni neri e basamenti ad altezza variabile ideato dal gruppo David Chipperfield Architects di Milano per la mostra ” Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

Architetto Cristiano Billia per il gruppo di progettazione di David Chipperfield Architects Milano: “È stata un’esperienza straordinaria lavorare alla creazione di uno spazio architettonico per la prima esposizione pubblica della Collezione Torlonia, in stretta collaborazione con la Fondazione Torlonia, il professor Salvatore Settis e il professor Carlo Gasparri. Come architetti, è un privilegio allestire queste sculture di una bellezza senza tempo ed essere incaricati di sviluppare gli spazi espositivi all’interno della storica Villa Caffarelli. L’idea dell’allestimento si basa sul catalogo Visconti del 1884. Siamo partiti da quelle bellissime fototipie che grazie al fondo nero danno risalto a ogni dettaglio e forza alle opere. Per questo abbiamo creato degli sfondi monocromi agli ambienti, scegliendo cinque colori diversi per le cinque sezioni della mostra, che danno più dettagli alle opere esposte. Mentre un sistema di plinti variabili esprime la varietà e la dimensione delle sculture E poi abbiamo pensato a una pavimentazione degli ambienti con mattoni in argilla nera artigianali che uniformano e articolano le diverse sale. Questa soluzione si ispira all’architettura romana e al contempo al tempio di Giove Capitolino sotto Villa Caffarelli”.

Il suggestivo allestimento della mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)
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L’archeologo Salvatore Settis

Salvatore Settis, curatore della mostra: “Con questa mostra oggi ci possiamo fare un’idea di come poteva essere alla fine dell’Ottocento il grande museo Torlonia. Questa mostra è una promessa: nell’accordo del 2016 ci si impegnava a realizzare il museo Torlonia a Roma. Tra molte difficoltà questa mostra è il primo passo nella realizzazione di quell’impegno grazie a un team di persone che non hanno mai smesso di credere in questo progetto. Ma questa mostra è anche il racconto di una collezione di collezioni. Noi in mostra presentiamo “solo” il 15% del patrimonio dei Torlonia. E quindi ci siamo trovati di fronte alla necessità di una scelta che permettesse di raccontare questa straordinaria storia del collezionismo romano che va dal Quattrocento e arriva ai nostri giorni, frutto di scavi diretti e acquisizioni di intere collezioni come di singole opere, messe insieme per la gloria della famiglia. Questo racconto lo abbiamo sintetizzato in cinque sezioni: nella prima si focalizza il museo Torlonia, come è stato pensato nell’Ottocento; nella seconda c’è una selezione dei marmi provenienti da scavi; con la terza si presentano le opere giunte da collezioni settecentesche; la quarta invece è incentrata sulla ricca collezione Giustiniani; infine nella quinta ci sono i capolavori affluiti nel corpus Torlonia fin dal Quattrocento. È un percorso che ci porta a scoprire come è nato il collezionismo di antichità a Roma. E da lì si passa, grazie alla collaborazione con i musei Capitolini, nell’esedra del Marco Aurelio dove per l’occasione saranno riuniti tutti i bronzi, che erano al Laterano, e furono restituiti da Papa Sisto IV “al popolo romano” nel 1471, dando vita al primo nucleo dei musei Capitolini”.