Comacchio. Il 1° maggio riapre il museo del Delta Antico che illustra l’evoluzione del territorio e degli insediamenti umani dell’antico delta del Po

Il museo del Delta Antico a Comacchio riapre il 1° maggio

“È con immensa gioia che vi annunciamo ufficialmente la riapertura del museo del Delta Antico a Comacchio. Vi aspettiamo sabato 1° e domenica 2 maggio 2021 dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30. La prenotazione è obbligatoria. Chiamateci allo 0533-311316 oppure scriveteci a info@museodeltaantico.com”. Orari. Da marzo a giugno e da settembre a ottobre: aperto dal martedì alla domenica, dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30; luglio e agosto: aperto tutti i giorni dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30. Da novembre a febbraio: da martedì a sabato, 9.30-13 e 14.30-18; domenica e festivi, orario continuato 10-17. L’ingresso nei giorni di sabato e domenica richiede la prenotazione con almeno 24h di anticipo. Tariffe. Ingresso: 6 euro adulti, 3 euro ridotto (11-18 anni, over 65, gruppi min 20 pax); supplemento visita guidata serale: 4 euro intero, 2 euro ridotto (da 11 a 18 anni).

Il museo del Delta Antico illustra l’evoluzione del territorio e degli insediamenti umani che hanno caratterizzato la storia dell’antico delta del Po. Il museo (vai al sito ufficiale) trova spazio nell’imponente architettura neoclassica del Settecentesco Ospedale degli Infermi (1771/1784), realizzata da Antonio Foschini e Gaetano Genta. Esso costituisce uno degli edifici più significativi e monumentali del suggestivo centro storico di Comacchio. Vi è esposto un ricco patrimonio di beni archeologici provenienti dal territorio, dalle prime testimonianze di epoca protostorica sino al medioevo. Attraverso l’esposizione di quasi duemila reperti e grazie a suggestive ricostruzioni, agili apparati di guida e con momenti di interazione e coinvolgimento del pubblico, il museo narra la storia dell’antica foce del Po che, con i numerosi canali navigabili e le vie di terra, è stata nei secoli un importante snodo di commerci e di civiltà che collegava il mondo Mediterraneo e l’Europa continentale. Di particolare rilievo le sezioni dedicate alla città etrusca di Spina, con gli oggetti provenienti dall’abitato e i ricchi corredi delle tombe, al mondo romano, alla nascita di Comacchio nell’alto medioevo come emporio commerciale e sede vescovile. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano.

Altino. Dal 1° maggio riapre il museo nazionale e l’area archeologica con accesso il venerdì, il sabato e la domenica. Si torna a visitare anche la mostra “Antenati Altinati”

Il nuovo museo archeologico nazionale di Altino (Venezia) (foto drm-veneto)
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Il nuovo logo del museo nazionale e area archeologica di Altino (Ve)

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La locandina della mostra “Antenati altinati” al museo Archeologico nazionale di Altino

Arriva maggio 2021. E dal primo del mese riaprono il museo nazionale e l’area archeologica di Altino, che conserva i reperti archeologici più rappresentativi di Altino pre-romana e romana, città e porto principale dei Veneti antichi. Attenzione agli orari di apertura: venerdì dalle 8:30 alle 13:30, sabato dalle 14:30 alle 19:30, domenica 2, 16, 30 maggio dalle 14:30 alle 19:30. Per poter visitare il Museo di sabato e nelle domeniche di apertura è necessaria la prenotazione entro il giorno precedente quello previsto per la visita. Le prenotazioni sono accordate fino a esaurimento dei posti disponibili. Per prenotare: telefonare allo 0422 789443 dal lunedì al venerdì dalle 8:30 alle 13:30. Con la riapertura del museo Archeologico nazionale di Altino, dal 1° maggio 2021 si torna a visitare anche la mostra “Antenati Altinati”, che espone una selezione di sculture funerarie altinati, figurate e iscritte, già parte della collezione Guarienti e recentemente acquisite al patrimonio pubblico. In un allestimento che rievoca l’affollarsi dei monumenti funerari lungo una delle vie in uscita dall’Altino romana, sono proprio i personaggi ritratti a raccontare la propria storia e a condurre il visitatore in uno scenario di duemila anni fa. Nel frattempo non si fermano gli appuntamenti sui canali social del museo di Altino.

Ravenna. Dal 1° maggio riaprono i musei gestiti dalla Fondazione RavennAntica: il museo Classis Ravenna, la Domus dei Tappeti di Pietra, il museo Tamo Mosaico, la Cripta Rasponi e i Giardini pensili, la Basilica di Classe, il museo Nazionale, il Battistero degli Ariani e il Mausoleo di Teodorico

“Siamo pronti a ripartireeee!”. Dopo il Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna (che fino al 6 giugno 2021 ospita la mostra “Paolo Roversi. Studio Luce”; per info e prenotazioni: tel. + 39 0544 482477) aperto già dal 27 aprile 2021, da domani 1° maggio 2021 riapriranno tutti i monumenti gestiti dalla Fondazione RavennAntica: il museo Classis Ravenna, la Domus dei Tappeti di Pietra, il museo Tamo Mosaico, la Cripta Rasponi e i Giardini pensili, la Basilica di Classe, il museo Nazionale, il Battistero degli Ariani e il Mausoleo di Teodorico. Le prenotazioni si possono effettuare telefonando – a partire da domani – ai numeri: + 39 320 9539916, + 39 388 8783020, e online sul sito www.ravennantica.it. Al museo Tamo, da domani 1° maggio 2021 saranno finalmente visitabili le due mostre temporanee “L’alto passo…andar per pace” e “Dante e la Romagna” allestite nei chiostri e nel soppalco del museo Tamo. Si ricorda che gli ingressi sono prenotabili anche online cliccando sul pulsante “prenota – acquista ora” e che nelle giornate di sabato, domenica e nei festivi qualora i siti prevedano aperture in tali giornate, è obbligatoria la prenotazione con almeno 1 giorno di anticipo. Si segnala infine la possibilità di acquistare i nostri buoni regalo per donare alla famiglia e agli amici un’esperienza unica alla scoperta dello splendido patrimonio artistico di Ravenna e Classe.

Roma. Ai musei Capitolini ricomposta la mano del Colosso di Costantino col frammento di dito della collezione del marchese Campana del Louvre esposta nell’esedra di Marco Aurelio con i bronzi del Laterano

La mano del colosso di Costantino ai Musei Capitolini, ricomposta col frammento di indice proveniente dal Louvre (foto Zeno Colantoni)

Chi da ieri – 29 aprile 2021 – visita i musei Capitolini a Roma e si ferma nell’Esedra del Marco Aurelio dove sono esposti i bronzi, già in Laterano, donati al Popolo Romano da papa Sisto IV nel 1471, trova una novità che è tale soprattutto per quanti quelle sale le hanno frequentate in passato: la mano del colosso bronzeo di Costantino dei Musei Capitolini appare completa, ricomposta con il frammento del dito in bronzo, coincidente con le due falangi superiori di un indice, proveniente dal Museo del Louvre, grazie alla generosa disponibilità del suo presidente-direttore Jean-Luc Martinez. È di grande significato – sottolineano ai Capitolini – che questa straordinaria ricomposizione della mano con il suo frammento, frutto di una proficua collaborazione tra Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e il Museo del Louvre, avvenga in occasione dei 550 anni della donazione sistina (1471-2021), vero e proprio atto di fondazione delle collezioni capitoline, ma anche a quasi 500 anni dalla loro separazione.

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La mano del colosso di Costantino ai musei Capitolini prima dell’integrazione col frammento dal Louvre (foto Graziano Tavan)

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La mano del colosso di Costantino ai Musei Capitolini, ricomposta col frammento proveniente dal Louvre (foto Zeno Colantoni)

Il frammento in bronzo arrivò a Parigi nel 1860 insieme a buona parte della collezione del marchese Giampietro Campana, uno dei protagonisti del panorama collezionistico romano degli anni centrali dell’Ottocento. In anni recenti è stato possibile riconoscere la pertinenza del frammento a una delle sculture più iconiche dell’antichità romana, il colosso in bronzo di Costantino, di cui restano ai Musei Capitolini la testa, la mano sinistra, con lacune in corrispondenza del dito indice, del medio, dell’anulare e del palmo, e una sfera un tempo sorretta dalla mano. La conferma dell’eccezionale scoperta è venuta nel maggio del 2018 grazie a una prova effettuata a Roma con un modello 3D del frammento parigino, operazione coordinata da Françoise Gaultier e da Claudio Parisi Presicce. Al successo dell’operazione sono seguiti la realizzazione di un calco in vetroresina della porzione di dito così ricomposta e la presentazione della mano originale, completata con le falangi mancanti, in occasione delle due grandi mostre dedicate alla collezione Campana: “Un rêve d’Italie. La collection du marquis Campana”, al Museo del Louvre, e “A Dream of Italy. The Marquis Campana Collection”, all’Ermitage di San Pietroburgo.

I bronzi del Laterano nell’esedra di Marco Aurelio ai musei Capitolini: la testa, la mano e il globo del colosso di Costantino (foto Zeno Colantoni)

La prima descrizione dei frammenti del colosso bronzeo di Costantino risale alla metà del XII secolo, quando questi si trovavano ancora in Laterano. La maestosità dei resti, in cui per lungo tempo si è voluto riconoscere il colosso del Sole eretto un tempo accanto all’anfiteatro flavio, denominato Colosseo per assimilazione con esso, e la preziosità del materiale sono menzionati in numerose cronache e descrizioni medioevali e quattrocentesche. La mano con il globo (integra) e la testa, ciascuna collocata su un capitello, sono riconoscibili in un disegno attribuito a Feliciano Felice del 1465, in cui campeggia, al centro, la statua equestre del Marco Aurelio, anche questa, fino al 1538, in Laterano. Con il trasferimento in Campidoglio nel 1471, la testa colossale trova la sua sistemazione sotto i portici del Palazzo dei Conservatori. L’ultima attestazione dell’integrità della mano è documentata da fonti databili entro la fine degli anni Trenta del Cinquecento. Testimonianze grafiche, di poco successive, mostrano la mano colossale separata dalla sfera e con l’indice già privo delle due falangi superiori. Il frammento oggi al Louvre, dunque, potrebbe essere entrato nel circuito del mercato antiquario romano già in questa fase molto precoce. Comunque nulla si sa del frammento fino alla sua ricomparsa, nella prima metà dell’Ottocento nella collezione del Marchese Campana. Ulteriori ricerche potranno chiarire le vicende del frammento in questo ampio lasso di tempo. 

Scoperta archeologica in Egitto. Il sito di Kom al-Khaljan (governatorato di Daqahliya) ha restituito 110 tombe che risalgono a tre diverse civiltà, tra la preistoria (più di 5mila anni fa) e gli Hyksos (3500 anni fa): 68 della Civiltà di Buto 1 e 2, cinque di Naqada III e 37 del Secondo periodo intermedio

La necropoli di Kom al-Khaljan, governatorato di Daqahliya, nella zona Delta, dove sono state scoperte 110 tombe di tre differenti periodi (foto ministry of Tourism an Antiquities)
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Uno scarabeo rinvenuto nel sito di Kom al-Khaljan, nella zona del Delta, in Egitto (foto ministry of Tourism and Antiquities)

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Un amuleto rinvenuto nel sito di Kom al-Khaljan, nella zona del Delta, in Egitto (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Il Basso Egitto restituisce ben 110 tombe che coprono un arco temporale lunghissimo di quasi 2500 anni, dalla preistoria agli Hyksos. La scoperta archeologica è avvenuta nel sito di Kom al-Khaljan, governatorato di Daqahliya, nella zona Delta, dove opera la missione archeologica guidata da Sayed Al-Talhawi. Le 110 tombe scoperte risalgono a tre diverse civiltà: la civiltà del Basso Egitto conosciuta come Bhutto/Buto 1 (3900-3700 a.C.) e Bhutto/Buto 2 (3700-3350 a.C.), la Civiltà di Naqada III (3500-3150 a.C.) e il secondo Periodo intermedio noto come periodo Hyksos (1720-1530 a.C.). “Questa scoperta”, ha spiegato Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità, “dà un importante contributo alla conoscenza storica e archeologica del sito: delle tombe trovate, 68 risalgono al periodo della civiltà del Basso Egitto, cinque tombe all’era di Naqada III e 37 tombe all’era di Hyksos. Siamo convinti che gli scavi continueranno a rivelare altri segreti di questa regione”. La missione ha anche scoperto una collezione di forni, stufe, resti di fondamenta in mattoni di fango, vasi di ceramica e amuleti, in particolare scarabei, alcuni dei quali erano fatti di pietre semipreziose e ornamenti come orecchini.

Una tomba a fossa ovale con sepoltura accovacciata scoperta nel sito di Kom al-Khalian, nel Delta, e risalente alla civiltà di Buto (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Tombe della civiltà di Buto. “Le 68 tombe”, ha aggiunto Ayman Ashmawi, capo del settore delle antichità egizie dello Sca, “sono fosse di forma ovale scavate nello strato sabbioso dell’isola deltizia e contengono persone sepolte in una posizione accovacciata, la maggior parte delle quali giaceva sul lato sinistro con la testa rivolta verso Ovest. Sono state anche scoperti i resti di un bambino sepolto all’interno di un vaso di argilla del periodo Bhutto 2, insieme a un piccolo vaso di argilla sferico”.

Tomba a fossa ovale risalente alla civiltà di Naqata III rinvenuta nel sito di Kom al-khaljan, nel Delta (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Tombe di Naqada III. “Le cinque tombe, che risalgono al periodo di Naqada III, sono anch’esse fosse di forma ovale scavate nello strato sabbioso dell’isola deltizia”, ha precisato sempre Ayman Ashmawi, “comprese due tombe che avevano i lati, il fondo e il tetto, coperti da uno strato di argilla. All’interno delle fosse, la missione ha trovato un gruppo di arredi funerari caratteristici di questo periodo, vasi cilindrici e triangolari, oltre alla ciotola del kohl, la cui superficie era decorata con disegni e forme geometriche”.

Vaso in ceramica rinvenuto nel sito di Kom al-Khaljan, nel Delta (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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Grande vaso di argilla rinvenuto nel sito di Kom al-Khaljan, nel Delta (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Tombe del secondo periodo intermedio. “Le tombe scoperte risalenti al secondo periodo intermedio (il periodo Hyksos)”, ha affermato Nadia Khader, capo del Dipartimento centrale del Basso Egitto nel Consiglio supremo delle antichità, “sono 37, 31 delle quali sono fosse semi-rettangolari che vanno in profondità tra i 20 cm e gli 85 cm, e tutte le loro sepolture sono in posizione estesa, con la testa rivolta a Ovest, e la faccia in su. Inoltre, sono state riportate alla luce una tomba in argilla di un bambino è stata trovata all’interno di un sepolcreto; due tombe in mattoni a forma di edificio rettangolare con le sepolture dei bambini e alcuni arredi funerari, tra cui un piccolo vaso di argilla e anelli d’argento, nonché i resti di un bambino sepolto in un grande vaso di argilla. L’arredo funebre era posto all’interno del vaso, rappresentato in un piccolo vaso di argilla nera”.

Sperlonga (Lt). Riaprono il 29 aprile il museo archeologico nazionale e l’area archeologica con la villa e la grotta di Tiberio. Il direttore Mercuri annuncia i progetti per migliorare la fruizione del luogo e l’avvio di nuovi scavi

L’area archeologica di Sperlonga (Lt) con la villa di Tiberio (foto riccardo pesci)

L’area archeologica e il museo archeologico nazionale di Sperlonga (Lt) riaprono al pubblico giovedì 29 aprile 2021. Orario di visita. Museo: dal giovedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30 (ultimo ingresso alle 19). Area archeologica: dal giovedì alla domenica dalle 8.30 alle 16.00 (invernale), dalle 8:30 alle 19 (estivo). Per visitare il museo il sabato ed i giorni festivi è necessaria la prenotazione. Il servizio di prenotazione è attivo dal lunedì al venerdì chiamando il numero 0771 548028. È consentito l’ingresso a gruppi di 15 persone, oltre la guida, solo se munite di sistemi di radioguida (whisper).

Il direttore Luca Mercuri racconta l’esperienza del museo Archeologico nazionale di Sperlonga e area archeologica durante la fase epidemiologica del Covid 19 e le attività messe in campo in occasione della chiusura al pubblico. “Il museo Archeologico di Sperlonga e la sua area archeologica si trovano in un luogo molto speciale e ricco di suggestioni mitiche e storiche”, spiega il direttore Mercuri, “dove l’imperatore Tiberio, uomo colto e raffinato, aveva voluto costruire la sua villa d’ozio in un luogo che per i romani era particolarmente importante perché collegato al mondo dell’antica Grecia ma anche al mito della fondazione di Roma. Il museo di Sperlonga è un museo molto amato, quindi la prima azione che è stata fatta nel momento in cui l’emergenza sanitaria ha imposto la chiusura del museo è stata quella di mantenere il contatto con il territorio. Si è puntato molto sulla parte del racconto, quindi presentare i personaggi come Polifemo, Ulisse, Scilla. Il grande successo dell’iniziativa tenuta sul profilo social di Sperlonga ci ha fatto capire ancora di più quanto effettivamente il pubblico abbia bisogno di questi sistemi di fruizione integrata. Il nostro obiettivo principale è quello di creare un’unione più forte tra l’area archeologica e il museo. Quello che noi vogliamo fare è inserire dei calchi delle sculture che decoravano la grotta al suo interno, ma anche un progetto di illuminotecnica che consentirà anche soltanto attraverso l’uso della luce sia di rendere la grotta banalmente più bella e più suggestiva per i visitatori, ma anche dare proprio delle indicazioni, illuminando i punti in cui le sculture più famose si trovavano originariamente. La villa è nota, però ci sono delle parti che non sono ancora state scavate o altre che sono state scavate solo parzialmente. Quindi attraverso la collaborazione con le università e con la soprintendenza del nostro ministero sarà possibile dare il via a delle campagne di scavo che potranno essere in qualche modo collegate alla fruizione del monumento perché si potrà dare ai visitatori anche un’immagine diversa di un sito la cui conoscenza è ancora  in progress, vedere come i nostri luoghi della cultura non sono dei luoghi cristallizzati nel tempo, ma la cui conoscenza continua a progredire con ulteriori attività”.

Veduta dei resti della villa di Tiberio prospiciente il mar Tirreno (foto drm-lazio)
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Suggestivi scorci dalla grotta di Tiberio (foto drm-lazio)

La storia degli scavi. Nel 1957 i costruttori della strada litoranea fra Terracina e Gaeta furono protagonisti di una scoperta eccezionale. A poche centinaia di metri dalla cittadina di Sperlonga, lungo l’antica via Flacca Valeria, s’imbatterono in una serie di resti archeologici, che nel giro di breve tempo furono identificati con la villa di Tiberio (imperatore dal 14 al 37 d.C.), più volte citata dalle fonti antiche ma la cui collocazione era sconosciuta. La villa, il cui primo nucleo risale all’età tardo repubblicana, era costituita da una serie di terrazze rivolte sul mare. In quanto residenza imperiale era inoltre impreziosita da una ragguardevole collezione di oggetti d’arte che includeva teste, busti, statue e gruppi marmorei. Alcuni di questi oggetti vennero alla luce nel corso degli scavi e recuperati, sebbene ridotti allo stato di frammenti minuti. I loro temi richiamano sovente la leggenda di Ulisse, come per esempio una statua dell’eroe, il Gruppo di Scilla e il Gruppo del Polifemo accecato: gli ultimi due possono riferirsi agli scultori Athanodoros, Hagesandros e Polydoros di Rodi, gli stessi maestri che realizzarono il celebre Gruppo del Laocoonte scoperto nel 1506 ed esposto nei Musei Vaticani. L’attenzione su Ulisse è in accordo con la storia e le leggende che ancora oggi avvolgono il luogo. Fin dall’età romana si credeva infatti che il grande promontorio a nord fosse l’isola della maga Circe.

Il gruppo di Ulisse e Polifemo al centro del museo Archeologico nazionale di Sperlonga (foto drm-lazio)

Il museo fu appositamente edificato per ospitare i monumentali gruppi scultorei rinvenuti in migliaia di frammenti alla fine degli anni Cinquanta nella celebre Grotta che si apre sul mare, elemento caratterizzante di un vasto complesso residenziale solitamente identificato con il praetorium, cioè palazzo, posseduto dall’imperatore Tiberio. La raccolta comprende altri pregevoli reperti, in massima parte scultorei, riferibili all’apparato ornamentale della villa: accanto a opere di intento celebrativo della Gens Iulia (rilievo di Venere Genitrice, erma del cd. Enea), figurano immagini di divinità (Dioniso, Athena, Salus), esemplari di ritrattistica (testa di Traiano e di un imperatore di età tetrarchica) ed elementi prettamente decorativi (statua di fanciulla panneggiata identificabile forse con Circe, putti, satirelli, maschere teatrali), databili soprattutto al I sec. d.C. Si tratta in genere di repliche o rielaborazioni in marmo di archetipi, spesso bronzei, del periodo classico ed ellenistico (V-VI e III-I sec. a.C.), anche se non mancano creazioni di carattere arcaicizzante o di sapore eclettico.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel primo appuntamento, nel nome dei divini gemelli Castore e Polluce, il viaggio parte dal tempio dei Dioscuri al Foro romano per arrivare al tempio che sorge a Cori nel Lazio

Il tempio dei Dioscuri svettano nel Foro romano a Roma (foto PArCo)

Quattordici appuntamenti per raccontare, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. È il progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante. Per il primo appuntamento il viaggio parte dal Foro romano e seguendo le tracce dei gemelli divini, figli di Zeus e di Leda, si arriva in una cittadina del Lazio, Cori, in cui si conserva un altro tempio a loro dedicato. Il racconto inizia con veri gemelli, i divini Castore e Polluce.

Le tre imponenti colonne corinzie dell’epoca tiberiana, quanto rimane del tempio dei Dioscuri nel Foro romano (foto PArCo)

“I Dioscuri, figli di Zeus e di Leda, partecipi di imprese gloriose, tra cui quella degli Argonauti”, spiegano gli archeologi del PArCo, “furono legati secondo il mito da un affetto così forte che quando Castore fu ucciso, Polluce, il gemello immortale, scelse di condividere la propria immortalità, vivendo con il fratello un giorno nell’Olimpo e un giorno negli inferi. Il loro culto, nato probabilmente a Sparta, fu accolto a Roma già nei primi anni della Repubblica: secondo Tito Livio, infatti, nel 499 a.C., durante la battaglia del Lago Regillo contro la lega Latina, apparvero due cavalieri su cavalli bianchi, che guidarono i Romani alla vittoria; essi riapparvero poi nel Foro, dove lavarono i loro cavalli nella Fonte di Giuturna e scomparvero di nuovo. Proprio accanto alla fonte il console Aulo Postumio Albino, vincitore della battaglia, votò ai gemelli divini un tempio, inaugurato nel 484 a.C., di cui ancora oggi si conservano, su un alto podio, le tre imponenti colonne corinzie risalenti alla ricostruzione di Tiberio del 6 d.C. Il tempio fu sempre legato alla classe dei cavalieri, e probabilmente da qui partiva ogni 15 luglio, anniversario della battaglia, la transvectio equitum, processione commemorativa istituita nel 304 a.C. da Quinto Fabio Massimo Rulliano. Ma il culto dei Castori è radicato anche in molte città del Lazio, dove fu istituito probabilmente prima che a Roma, tanto che si è ipotizzato che il voto di Aulo Postumio sia da considerare una “evocatio”: un rito con cui si “invitava” la divinità protettrice dei nemici ad unirsi al pantheon romano”.

Il tempio dei Dioscuri a Cori in provincia di Latina (foto gianluca viani)

“Dei templi dedicati ai Dioscuri nel Lazio”, continuano gli archeologi del PArCo, “il meglio conservato è quello di Cori, in provincia di Latina, costruito all’estremità sud-orientale della terrazza del Foro della città. Del tempio, risalente anch’esso al V sec. a.C., si conoscono almeno tre fasi edilizie. Quella attualmente visibile, collocata intorno al 100 a.C., rappresenta una innovativa e raffinata sintesi tra un modello planimetrico di ispirazione arcaica (tempio “tuscanico” ad alae) ed un linguaggio architettonico e decorativo pienamente ellenistico. Come il tempio del Foro Romano, anche quello di Cori è di ordine corinzio, e si innalza su alto podio in opera quadrata di tufo. Gli scarsi resti dei rivestimenti consentono di ricostruire un pavimento in lastre di travertino negli ambienti laterali e un mosaico in bianco e nero con ricca bordatura in quello centrale, mentre le pareti della cella erano rivestite da un ricco intonaco imitante il marmo. Sul frontone dovevano essere collocate le statue dei gemelli divini, in marmo pario, rappresentati armati di lancia e recanti i cavalli alla briglia, secondo una iconografia creata tra la fine del II ed il I secolo a.C.

L’area del tempio dei Dioscuri a Cori, in provincia di Latina (foto PArCo)

L’area del Tempio dei Dioscuri si trova nel Comune di Cori, nella città bassa, lungo via delle Colonne ed è sempre accessibile. Il museo della Città e del Territorio di Cori, che conserva frammenti della decorazione architettonica e del gruppo scultoreo dei Dioscuri, è visitabile ogni venerdì, sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line del libro di Andrea Augenti “Scavare nel Passato. La grande avventura dell’archeologia” con Andreas Steiner e Mario Tozzi

Per il quarto appuntamento del ciclo “Dialoghi in Curia”, ciclo promosso dal parco archeologico del Colosseo e dedicato alla presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, giovedì 28 aprile 2021 alla Curia Iulia è la volta di “Scavare nel Passato. La grande avventura dell’archeologia” di Andrea Augenti (Carocci editore). Il professore Andrea Augenti (università di Bologna) percorre un viaggio appassionante nello spazio e nel tempo alla scoperta dei più importanti protagonisti e degli scavi che hanno fatto la storia dell’archeologia. Attraverso le scoperte e i protagonisti dell’archeologia il volume approfondisce il metodo archeologico, vale a dire un modo di fare storia concentrato sugli aspetti materiali delle vicende umane. Ne parleranno con il direttore del PArCo Alfonsina Russo e l’Autore, il giornalista e direttore di Archeo, Andreas Maximilian Steiner, e il geologo e divulgatore scientifico, Mario Tozzi. L’incontro di giovedì 28 Aprile 2021 sarà in diretta on line alle 16.30 sulle pagine Facebook del parco archeologico del Colosseo. La registrazione resterà disponibile su questa pagina anche dopo la diretta. L’evento sarà disponibile anche su YouTube e come podcast su Spotify. Dopo il 1° Maggio il video sarà disponibile qui: https://parcocolosseo.it/evento/dialoghi-in-curia-quarto-appuntamento-con-scavare-nel-passato-di-andrea-augenti/; dopo il 1° Maggio l’audio sarà disponibile qui:  https://open.spotify.com/show/3JU094BAQp4eITYs6iAsRC.

Copertina del libro “Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia” di Andrea Augenti (Carrocci editore)
Andrea-Augenti

Il prof. Andrea Augenti

Che significato aveva il cerchio di pietre di Stonehenge? Come è stato ritrovato l’esercito di terracotta di Xi’an? Chi era l’uomo sepolto nel Tempio delle Iscrizioni a Palenque? Si può fare un’archeologia del mondo contemporaneo? L’archeologia ci mette in contatto con il nostro passato, raccontandoci luoghi, monumenti, rituali, episodi, persone. Ma non è tutto qui. Perché l’archeologia non è altro che un modo di fare storia, concentrato sugli aspetti materiali delle vicende umane, e può affrontare persino gli argomenti più delicati e scottanti del mondo attuale. Da Lucy a Ötzi, da Tutankhamon a Childerico e a Riccardo III, fino ai migranti che dal Messico si spingono verso gli Stati Uniti, il libro racconta in modo semplice e chiaro queste e altre storie, spaziando in tutti i continenti e attraversando tutte le epoche, dalla preistoria ad oggi, e ci fa conoscere alcuni tra i più importanti archeologi e i loro metodi di lavoro. Una ricca selezione di immagini dei luoghi, degli oggetti e dei protagonisti delle varie indagini aiuterà il lettore a immergersi in un viaggio appassionante nello spazio e nel tempo.

Il parco archeologico di Ercolano riapre i cancelli il 30 aprile: accessibile tutta l’area archeologica in sicurezza. Sirano: “Iniziamo subito con i Close-Up ai cantieri di restauro”

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, pronto a riaprire le porte dell’area archeologica (foto paerco)

Con il passaggio della Campania in zona gialla, musei autonomi e parchi archeologici insieme alla Direzione regionale Musei Campania, presentano un fitto programma di riaperture per invitare i cittadini a riappropriarsi dei loro siti identitari e dare il via a una ‘Primavera’ dell’arte e della rinascita. Il parco archeologico di Ercolano ritorna ad accogliere i visitatori, rispettando tutte le norme per la sicurezza del pubblico e dei lavoratori, il 30 aprile con orario 9,30-19.30 (ultimo ingresso alle 18, uscita dall’area archeologica alle 19),con un giorno di chiusura settimanale – il mercoledì. “Ritorna la vita tra le strade dell’antica Ercolano”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “a nome di tutto il team del Parco non vediamo l’ora di potere condividere con la comunità dei visitatori questo luogo della cultura e dell’anima. Vogliamo contribuire nel rispetto delle norme al graduale ritorno alla normalità senza privarci di un bene per troppo tempo restato fuori dal quotidiano e dalle esperienze del pubblico. Venerdì vi aspettiamo emozionati di poter di nuovo incrociare gli occhi di chi varcherà la soglia dell’ingresso del sito di Ercolano e di creare nuove connessioni. Vi aspettiamo con una novità sin dal primo giorno con i Close-Up ai cantieri di restauro per conoscere i protagonisti del lavoro continuo con il quale curiamo questo straordinario sito”.

Il parco archeologico di Ercolano riapre il 30 aprile 2021 (foto paerco)

L’accesso al Parco avverrà sia dall’ingresso monumentale di corso Resina, attraverso i giardini del Parco Maiuri, sia da via dei Papiri Ercolanesi. Presso il Visitor Center saranno disponibili il servizio informazioni, il bookshop, il guardaroba e il desk per il noleggio dell’audioguide, che verranno distribuite previa igienizzazione e con auricolari monouso. Al check point del Visitor Center verrà effettuato il controllo della temperatura corporea e della mascherina. Una volta varcato il controllo biglietti, i visitatori potranno visitare il Padiglione della Barca, dove è esposta l’imbarcazione scoperta sull’antica spiaggia insieme ad una serie di oggetti che legano a filo doppio Ercolano con il mare, e l’Antiquarium, con l’esposizione permanente “SplendOri. Il lusso negli ornamenti a Ercolano” con circa 200 oggetti, preziosi appartenuti agli antichi ercolanesi. L’area archeologica sarà raggiungibile attraverso la Galleria Martusciello, da dove il visitatore, attraverso un percorso circolare, potrà visitare l’intero scavo, modulando liberamente la durata complessiva della propria visita con l’ausilio delle indicazioni fornite dal personale di vigilanza, della segnaletica e della mappa scaricabile dal sito web istituzionale. I turisti con disabilità motoria potranno rivolgersi direttamente sul sito al personale di accoglienza del Visitor Center, in modo tale che possa essere predisposto ad hoc l’accesso all’area archeologica attraverso la rampa del III cardo. Regolarmente funzionante il parcheggio del Comune in viale dei Papiri Ercolanesi.

Bigliettazione nei giorni feriali, vendita dei biglietti sul sito e on line: 13 euro. Nei giorni festivi, vendita dei biglietti esclusivamente on line: 13 euro. La vendita on line sarà aperta fino alle ore 24 del giorno precedente a quello festivo. Continua la vendita dell’abbonamento: “Un giorno un anno” al prezzo speciale di 13 euro per diventare cittadini di Ercolano antica. Gli ingressi saranno contingentati per fasce orarie in modo da garantire l’adeguato distanziamento fisico. Ingresso dei gruppi: è previsto per gruppi di massimo 10 persone, inclusi i bambini, più la guida turistica. Quindi, il numero delle guide si aggiunge al numero massimo di persone in ingresso ogni 15 minuti (30 persone + le guide). Per info biglietti online: http://www.ticketone.it

Villa Regina di Boscoreale è ancora chiusa al pubblico. Ma non si sono mai fermati gli interventi di restauro e manutenzione qui riassunti da Elena Gravina, restauratrice del parco archeologico di Pompei

Villa Regina a Boscoreale, l’unica villa rustica (fattoria) del I sec. a.C. – I sec. d.C. interamente scavata (foto parco archeologico di Pompei)

Villa Regina a Boscoreale, a un passo da Pompei, è ancora chiusa al pubblico. Il parco archeologico di Pompei, che ha già provveduto ad aprire ai visitatori gli scavi di Pompei, riaprirà le porte della villa rustica appena le condizioni lo renderanno possibile. Ma se il sito è chiuso al pubblico, non lo è certo agli addetti ai lavori. Con un breve contributo filmato, Elena Gravina, funzionaria restauratrice del Parco, ci porta alla scoperta di Villa Regina e delle attività di manutenzione e restauro portate avanti in questi anni e che non si fermano neppure in tempi di pandemia.

“Siamo a villa Regina”, spiega Elena Gravina, “che è una villa rustica situata nell’Ager Pompeiano, precisamente a Boscoreale, ossia un chilometro a Nord di Pompei. E come l’antica città di Pompei anche questa villa fu sepolta dall’eruzione del 79 d.C. Venne scavata in tempi recenti, nel 1977, in seguito a lavori urbanistici in zona. Questa villa, come le altre nei territori di Torre Annunziata, Torre del Greco e di Castellammare di Stabia, fanno parte dell’area di competenza del parco archeologico di Pompei. Nel 2019 sono stati conclusi i lavori di restauro, che sono stati integrali. A partire da un restauro e un recupero in senso filologico delle coperture della villa, un recupero degli apparati decorativi e consolidamento delle strutture murarie, e un consolidamento anche degli elementi dei manufatti realizzati attraverso i calchi in gesso e in calcestruzzo che si trovano all’interno e all’esterno della villa. Successivamente ai lavori di restauro, conclusi nel 2019, approfittando anche di questo periodo di chiusura della villa al pubblico e ai visitatori, procede l’attenta manutenzione e lavori di manutenzione programmata che vengono eseguiti periodicamente con cadenza semestrale per quanto riguarda le operazioni di manutenzione ordinaria, e biennale per quanto riguarda le operazioni di manutenzione straordinaria. Le prime operazioni da compiere sono quelle fatte a seguito di un monitoraggio. Il monitoraggio è un controllo dei fenomeni di degrado delle superfici decorate; un controllo della vegetazione, della patina biologica, che qui come in tanti luoghi e posti archeologici è un problema costante. Soprattutto qui che è una villa sottoposta rispetto al livello del piano odierno di calpestio di circa 8-9 metri. Quindi c’è un problema di risalita capillare e con il periodico ciclico formarsi e migrare in superficie dei sali solubili. Quindi un monitoraggio costante, una rimozione e asportazione delle polveri dei depositi parzialmente coerenti come di terriccio, una rimozione dei depositi di guano e una attenta analisi dei manufatti che sono posti all’interno e all’esterno della villa, come i dolia in terracotta o i manufatti realizzati in calcestruzzo o in gesso che traggono i calchi o delle radici degli alberi o degli elementi per la produzione agricola, come il Torcularium all’interno della villa. Invece operazioni di manutenzione straordinaria si eseguono con cadenza biennale e prevedono interventi di consolidamento dell’intonaco, interventi di coesione e ristabilimento della pellicola pittorica e interventi di riqualificazione estetica, particolarmente importanti per le superfici decorate come il Larario o come gli affreschi presenti nel triclinio che sono riconducibili a una fase tra il III e il IV stile. La manutenzione programmata, l’osservazione costante e il monitoraggio dei fenomeni di degrado – conclude – garantiscono una prevenzione adeguata alla conservazione della villa e di tutte le superfici e manufatti in essa conservati”.