Milano. Alla Fondazione Prada la mostra “Global Antiquity” a cura di Salvatore Settis, Anna Anguissola e Chiara Ballestrazzi; 150 opere per uno sguardo originale sulle interazioni tra le culture del Mediterraneo e quelle dell’Asia dal 600 a.C. al 1000 d.C. circa. Tra i reperti una preziosa teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia, conservata al MArTa e restaurata da Prada per l’occasione

Allestimento della mostra “Global Antiquity” alla Fondazione Prada a Milano (foto roberto marossi / fondazione prada)

Dal 5 novembre 2026 al 1° marzo 2027, nel Podium, lo spazio all’interno della sede di Milano di Fondazione Prada, la mostra “Global Antiquity”, un progetto di ricerca a cura di Salvatore Settis, Anna Anguissola e Chiara Ballestrazzi, in un allestimento concepito da Rem Koolhaas e AMO/OMA, che propone una prospettiva inattesa sulle interazioni tra le culture del Mediterraneo e quelle dell’Asia in un ampio arco cronologico, dal 600 a.C. al 1000 d.C. circa.

Allestimento della mostra “Global Antiquity” alla Fondazione Prada a Milano (foto roberto marossi / fondazione prada)

Attraverso un’attenta selezione di oltre 150 opere e oggetti, “Global Antiquity” propone uno sguardo originale sulle relazioni artistiche, culturali, commerciali e politiche che, nel corso di oltre 1.600 anni di storia, hanno collegato popoli e culture dal Mediterraneo all’Asia, attraverso continenti e mari. Ognuno degli oggetti esposti, provenienti da diverse aree del mondo, diventa un soggetto narrativo in grado di testimoniare relazioni significative tra due o più zone geografiche e società, spesso distanti tra loro. In questa prospettiva, il luogo di ritrovamento di un manufatto riveste la stessa importanza di quello originario di produzione. Connettere questi punti in una mappa globale consente di individuare una pluralità di rotte commerciali e di legami politici, culturali, economici e religiosi, ben oltre le cosiddette vie della seta e delle spezie. Il mondo antico ne emerge come una trama fitta e dinamica di scambi estesi su scala intercontinentale.

Allestimento della mostra “Global Antiquity” alla Fondazione Prada a Milano (foto roberto marossi / fondazione prada)

“Global Antiquity” sottolinea l’intensità e la reciprocità di queste connessioni che si sono sviluppate non solo lungo percorsi lineari e univoci, ma hanno anche costruito una rete fluida e in continua evoluzione di direttrici poligonali. Mettendo in scena inattese presenze “mediterranee” in Asia, o esponendo una statuetta femminile del subcontinente indiano giunta a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C., la mostra innesca un cortocircuito spazio-temporale che invita a ripensare il nostro sguardo sulla storia e a riflettere sul presente attraverso una prospettiva di lunga durata. Due dei temi alla base del progetto trovano particolare risonanza nel dibattito pubblico contemporaneo: l’idea di globalità, luogo comune e argomento controverso nel discorso politico ed economico di oggi, e il complesso fenomeno dell’ibridazione culturale.

Teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia e conservata al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto marta)
Teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia: assemblaggio di valva e coperchio dopo il restauro (foto marta)

Tra i reperti presentati in mostra una preziosa teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia e conservata al museo Archeologico nazionale di Taranto, giunta a Milano al termine dell’intervento di manutenzione straordinaria e della campagna d’indagine sulla teca, realizzati proprio con il supporto di Fondazione Prada, nell’ambito degli accordi previsti dal contratto di prestito del reperto stipulato con il MArTa. L’intervento conservativo, condotto nel laboratorio di restauro del MArTA sotto la supervisione del team tecnico-scientifico, ha costituito un’importante occasione di studio della teca portagioie, anche grazie all’approfondita campagna d’indagine che ha preceduto e guidato l’intervento diretto sul manufatto.

teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia: dettaglio della nereide che cavalca un mostro marino (foto marta)
Teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia: dettaglio della nereide che cavalca una pistrice (foto marta)

La teca portagioie o porta-cosmetici, databile tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C., proviene da una tomba a camera femminile rinvenuta nel 1928 e denominata “Tomba degli Ori” per il suo eccezionale corredo. La teca, in lamina d’argento parzialmente dorata, è costituita da una vasca, che imita la forma di una valva di conchiglia (Pecten jacobaeus) e da un coperchio, decorato su entrambi i lati con figure a sbalzo. Su un lato una nereide cavalca un mostro marino (ketos o pistrice) dalla testa felina e solleva un lembo del mantello sopra la testa; sull’altro una nereide, a cavallo di una pistrice dal volto di drago, è girata di schiena e sorregge un flabello nella mano sinistra. In entrambi i casi, gli occhi dei mostri marini sono resi con pietre preziose di colore rosso scuro incastonate nella lamina metallica. Infine, sul lato esterno della conchiglia, nei pressi della cerniera che univa le due parti, si legge nella lingua indigena della Daunia l’iscrizione puntinata OPAKAS SABALEIDAS, verosimilmente riferibile alla nobile proprietaria (Opaka Sabaleida).

Teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia: pulizia del coperchio (foto marta)
Teca in argento proveniente dalla Tomba degli Ori di Canosa di Puglia: pulizia della valva (foto marta)

La manutenzione straordinaria è consistita dapprima in una graduale e accurata pulitura delle superfici, che apparivano molto annerite a causa dei naturali processi di ossidazione dell’argento. Questa operazione, che ha visto l’utilizzo combinato di metodologie di tipo chimico e di una blanda azione meccanica, ha permesso di recuperare gli effetti policromi dati dal contrasto cromatico tra l’argento e le dorature presenti, ripristinando una corretta lettura dell’opera. L’asportazione delle sostanze di varia natura che nel tempo si erano depositate sulle superfici ha inoltre permesso di rendere nuovamente visibili alcuni dettagli della raffinatissima lavorazione del modellato. Fondamentale è stata anche la revisione degli incollaggi risalenti ai restauri precedenti, che risultavano in parte non più funzionali anche a causa dell’invecchiamento dei materiali d’intervento. Dove necessario questi sono stati sostituiti con delle nuove applicazioni di prodotto adesivo, ripristinando per quanto possibile la tenuta strutturale della delicata lamina d’argento. Un trattamento simile è stato riservato alle integrazioni già presenti in corrispondenza delle lacune del metallo prezioso. Una volta accertata la loro effettiva stabilità sono state accuratamente rifinite e intonate cromaticamente alle superfici originali, in modo tale da risultare riconoscibili all’osservatore senza impattare visivamente sull’aspetto del raffinato oggetto.

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