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A Gerusalemme al Museo dei Rotoli esposta la più antica copia dei Dieci Comandamenti e la Nano Bibbia, la più piccola in ebraico al mondo

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

Il più antico e completo documento con una versione integrale dei Dieci comandamenti è eccezionalmente esposto a Gerusalemme nell’ambito della mostra “Una breve storia dell’umanità” che si tiene da maggio 2015 a gennaio 2016 nel museo d’Israele di Gerusalemme per festeggiare insieme con altre mostre il cinquantenario del Museo. Durante l’esposizione, il minuscolo manoscritto di 45,7×7,6 centimetri, che ha oltre duemila anni ed è la più antica copia che sia mai stata ritrovata, scritta in ebraico, del Decalogo contenuto nel libro biblico del Deuteronomio, parte dei famosi Rotoli del Mar Morto (scoperti casualmente, in fasi successive, tra il 1947 ed 1956, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Qumran), viene protetto da una teca climatizzata: normalmente il documento è custodito presso le strutture dell’Antiquities Authority israeliana, in condizioni di conservazione particolarmente attente. E qui tornerà entro giugno: la miniatura, dopo neppure un mese di esposizione, verrà infatti sostituita da “un originale su copia” realizzato dalle stesse autorità israeliane che l’hanno in custodia. “Sono più di 20 anni”, spiega Tania Coen Uzielli curatrice dell’evento, “che la copia non viene mostrata in pubblico a causa della sua delicatezza. Ma è conservata benissimo ed è perfettamente leggibile. Direi in maniera stupefacente: come se dovesse giungere per forza fino a noi. In quel manoscritto sono contenute le regole della nostra civiltà, non solo religiose ma morali”.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

Della mostra “Breve storia dell’umanita”, ispirata al bestseller di Yuval Noah Harari, fanno parte tutta una serie di oggetti (15) che rappresentano altrettante tappe storiche della civiltà: dai primi segni dell’uso del fuoco circa 800mila anni fa ai primi utensili fatti dall’uomo (tra questi alcuni per la caccia all’elefante), passando attraverso i vari progressi in agricoltura, l’invenzione della scrittura (con tavolette mesopotamiche risalenti a 5mila anni fa), le prime monete fino ai manoscritti di Einstein sulla Relatività.

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra “Breve storia dell’umanità” a Gerusalemme

“The Shrine of the Book” al museo di Israele di Gerusalemme

In concomitanza con le celebrazioni per i 50 anni del Museo – che prevede altre mostre oltre a “Breve storia dell’umanità” – vi sono due speciali esposizioni nello “Shrine of the Book” dove sono appunto conservati i Rotoli del Mar Morto, aperto al pubblico nel mese di aprile 1965, come preludio all’inaugurazione dell’intero campus del Museo. In mostra è un display dedicato che esamina la storia del Santuario stesso. Come contrappunto contemporaneo alla storia antica dei Rotoli del Mar Morto sarà esposto per la prima volta il più piccolo esempio al mondo di Bibbia ebraica, la Nano Bibbia creata dal Russell Berrie Nanotechnology Institute dell’Istituto Technion-Israel of Technology.

In una grotta del Negev (Israele) trovato un tesoro dei faraoni di 3500 anni fa (età del Bronzo): centinaia di oggetti con sigilli a scarabeo, figurine e amuleti

La collina di Tell Halif nel Negev, sud di Israele, a una decina di chilometri da Beersheva

La collina di Tell Halif nel Negev, sud di Israele, a una decina di chilometri da Beersheva

Gli archeologi israeliani al lavoro a tell Halif

Gli archeologi israeliani al lavoro a tell Halif

Quella grotta sotterranea del Negev, a una decina di chilometri a nord-est di Beersheva, nel sud di Israele, si è rivelata un vero e proprio scrigno di tesori antichi: “Gli archeologi hanno trovato un’impressionante quantità di reperti, per lo più databili a 3mila anni fa, tra cui un tesoro dei faraoni”, ha annunciato l’Israel Antiquities Authority. Gli ispettori dell’unità israeliana per la prevenzione dei furti di antichità sono giunti alla grotta nella zona di Tel Halif, vicino al kibbutz Lahav, quando i ladri erano già riusciti a penetrarvi e avevano iniziato a saccheggiare il vasellame della tarda età del bronzo (circa 1500 a.C.) e dell’età del ferro (1000 a.C.), causando danni al sito e ai manufatti sepolti all’interno. Per salvare i reperti archeologici, gli ispettori hanno effettuato degli scavi di recupero durante i quali hanno scoperto oltre 300 vasi di terracotta di vario tipo, alcuni dei quali ancora intatti. Inoltre hanno trovato decine di pezzi di gioielleria in bronzo, conchiglia e maiolica, vasi unici in alabastro beige-giallastro, sigilli, timbri per sigilli e vasi per cosmetici. Gli archeologi ritengono che gli oggetti siano stati accumulati nella grotta nel corso di decenni.

In una grotta sotterranea di tell Halif sono stati trovati oltre 300 vasi di terracotta dell'età del Bronzo (3500 anni fa)

In una grotta di tell Halif sono stati trovati oltre 300 vasi di terracotta dell’età del Bronzo (3500 anni fa)

”Tra i numerosi reperti che sono stati scoperti, per la maggior parte caratteristici della cultura giudaica (della tribù di Giuda) nel sud del paese”,  spiega Amir Ganor, direttore dell’Unità per la prevenzione dei furti di antichità, “abbiamo trovato decine di sigilli di pietra, alcuni dei quali sono sagomati a forma di scarabeo e portano incisi immagini e simboli tipici della cultura egizia diffusa nel paese nella tarda età del bronzo. Alcuni dei sigilli sono forgiati su pietre semi-preziose provenienti dall’Egitto e dalla penisola del Sinai”. Secondo Daphna Ben-Tor, curatrice dell’archeologia egizia al Museo Israel di Gerusalemme, ”la maggior parte dei sigilli a scarabeo trovati nello scavo risalgono ai secoli XV e XIV a.C., un periodo durante il quale la terra di Canaan era governata dall’Egitto. Su alcuni sigilli appaiono i nomi dei re. Tra l’altro, possiamo identificare una sfinge posta di fronte al nome del faraone Thutmose che regnò circa dal 1504 al 1450 a.C. Un altro sigillo a scarabeo porta il nome di Amenhotep che regnò circa dal 1386 al 1349 a.C. Un altro ancora raffigura Ptah, il principale dio della città di Memphis”. Fra gli altri manufatti scoperti, anelli-sigillo in maiolica e una quantità di figurine e amuleti rappresentanti divinità sacre alla cultura egizia. “È vero che gli israeliti abbandonarono l’Egitto – aggiunge Ganor – ma evidentemente gli egizi non abbandonarono gli israeliti e i loro discendenti. Il fatto è attestato dagli scavi archeologici dove abbiamo scoperto prove risalenti a molti anni dopo l’Esodo di una profonda influenza della cultura egizia sugli abitanti giudaidici del paese”.

Sigilli a scarabeo, amuleti e figurine nel "tesoro dei faraoni" trovato a tell Halif in Israele

Sigilli a scarabeo, amuleti e figurine nel “tesoro dei faraoni” trovato a tell Halif in Israele

”Durante la tarda età del Bronzo”, precisa Amir Golani, della Israel Antiquities Authority, “l’Egitto era un impero molto potente che imponeva la sua autorità in tutta la nostra regione. L’autorità egizia non si manifestava solo nel controllo politico e militare, ma anche come una forte influenza culturale che permeava la società. Insieme a un’amministrazione retta da funzionari egizi in Israele, si è evoluta nel paese una élite locale che adottava molte delle usanze egizie e la loro arte”. I manufatti sono stati trasferiti alla Israel Antiquities Authority per un ulteriore trattamento. L’esame della grotta e i suoi risultati sono ancora nelle fasi iniziali. Dopo aver completato il trattamento delle centinaia di oggetti riportati alla luce sarà possibile aggiungere informazioni importanti circa l’influenza dell’Egitto sulla popolazione della Terra d’Israele in periodo biblico.

In Val Venosta scoperte due statue stele di 5000 anni fa: rappresentano un uomo e una donna, sono le più antiche mai trovate in Trentino-Alto Adige

A Vezzano in Val Venosta (Alto Adige) sono state rinvenute due grandi statue stele

A Vezzano in Val Venosta (Alto Adige) sono state rinvenute due grandi statue stele

L'assessore Mussner e la direttrice dell'ufficio Beni archeologici Catrin Marzoli

L’assessore Mussner e la direttrice dell’ufficio Beni archeologici Catrin Marzoli alla presentazione

In Val Venosta scoperte due grandi statue-stele del 3000 a.C (Età del Rame) in marmo di Lasa. Il rinvenimento un anno fa da parte dell’Ufficio Beni archeologici nel cantiere aperto alla Giardineria Schöpf di Vezzano, una frazioncina venostana ai piedi del monte di Mezzodì, meglio noto come Sonnenberg, per la costruzione di nuove serre e di un garage. Nelle settimane scorse la presentazione ufficiale dei due reperti da parte di Catrin Marzoli, direttrice dell’Ufficio beni archeologici. “Le due statue stele sono le più antiche attestazioni di scultura monumentale prodotte nell’area alpina nel III millennio a.C”. Nell’area atesina le statue stele ricorrono infatti numerose (Val Venosta-Val d’Adige fino al Lago di Garda). I due nuovi rinvenimenti di Vezzano si aggiungono ora agli altri 20 già noti in regione (13 dall’Alto Adige, e 9 dal Trentino). Particolarmente famosi sono i menhir di Lagundo e il menhir che si trova nel bosco del Renon, a pocas distanza dal Lago di Costalovara. Queste statue-stele antropomorfe hanno un’altezza compresa fra 0,60 e 2,75 metri e sono decorate con composizioni figurative che si estendono anche sul lato posteriore della pietra. Le figure sono state incise con attrezzi in pietra: le stele maschili sono identificabili per la raffigurazione di armi, in particolare pugnali triangolari e asce piatte (come il pugnale e l’ascia che anche Ötzi portava con sé), ovvero le prime armi in metallo. Le stele femminili, invece, sono caratterizzate da seni e gioielli (elementi d’ornamento come diademi), mai dalle armi. Gli archeologi hanno potuto datare le statue-stele proprio grazie alla raffigurazione delle armi. Ed è stato proprio confrontando la forma dei pugnali triangolari e delle asce con oggetti reali ritrovati in scavi archeologici che è stato possibile datare questi reperti all’Età del Rame. In origine le statue stele dovevano essere infitte nel terreno e disposte in gruppo, e costituivano il centro cultuale della comunità.

La stele di Vezzano (nei quattro lati) che raffigura una donna: ha 5000 anni

La stele di Vezzano (nei quattro lati) che raffigura una donna: ha 5000 anni

La stele di Vezzano con raffigurazione di un guerriero con le sue armi: pugnale e ascia

La stele di Vezzano con raffigurazione di un guerriero con le sue armi: pugnale e ascia

Le statue stele di Vezzano raffigurano un uomo e una donna. La statua stele maschile presenta un cinturone ed è dotata di più pugnali, mentre quella femminile è caratterizzata dal seno, e presenta uno scialle ed una lunga veste. Non si sa ancora con certezza chi rappresentino davvero le statue-stele. Si tratta di antenati, adorati come padri fondatori o eroi di una comunità, oppure di divinità? Anche il loro significato è tuttora oggetto di discussione; secondo molti archeologi queste pietre sono da collocare nella sfera del culto, come ad esempio, la statua-stele rinvenuta in una zona di sepoltura a Velturno, in Valle Isarco. Si è ipotizzato, inoltre, che servissero più semplicemente per delimitare confini territoriali. Gli archeologi concordano comunque sul fatto che questi monumenti in pietra hanno comunque un grande significato simbolico. Le statue-stele sono diffuse in molte parti d’Europa: la loro presenza si estende dal Portogallo alla Francia, passando per la Corsica e la Sardegna verso l’Italia settentrionale e in tutto l’arco alpino fino all’Europa centro-orientale.

La stele di Vezzano che rappresenta un guerriero misura 3,40 metri ed è spezzata in due parti

La stele di Vezzano che rappresenta un guerriero misura 3,40 metri ed è spezzata in due parti

La statua stele maschile di Vezzano, oggi spezzata in due parti, si distingue nettamente dalle altre per la sua straordinaria altezza pari a 3,4 m. Con l’età del Rame iniziò una nuova epoca nella storia dell’umanità. Il valore materiale del metallo e la sua lavorazione condussero ad una crescente gerarchizzazione della struttura sociale. I manufatti di rame, investiti di un carattere simbolico, erano segni distintivi di alto rango sociale, di potere e ricchezza. Immediatamente dopo la loro scoperta, questi straordinari reperti sono stati restaurati e sottoposti ad un’attenta documentazione scientifica.

Egitto. Scoperta nella necropoli di Abusir la tomba di Khentkaus III, regina sconosciuta della V dinastia, forse moglie del faraone Neferefre

La tomba di Khentkaus III, regina finora sconosciuta della V Dinastia, scoperta ad Abusir vicino a Saqqara

La tomba di Khentkaus III, regina finora sconosciuta della V Dinastia, scoperta ad Abusir vicino a Saqqara

“Eccezionale scoperta in Egitto”, ha annunciato il ministro Mamdouh Eldamaty, e la notizia sembra quasi sorprendere. Non è così. Anche se gli antichi egizi ci hanno lasciato scritto di tutto e di più, l’Egitto riesce ancora a stupirci e a “illuminare” alcuni periodi meno documentati o con situazioni politiche ingarbugliate e successioni dinastiche altrettanto confuse. Come è il caso della V Dinastia (2500-2350 a.C.), per intendersi quella successiva alla più famosa dinastia dei faraoni costruttori della grandi piramidi di Giza: Cheope, Chefren e Micerino. Un gruppo di archeologi della missione condotta ad Abusir dagli archeologi dell’Istituto Ceco di Egittologia, diretto dal professor Miroslav Barta, che sta facendo riemergere un vasto complesso funebre, ha riportato alla luce i resti di una tomba appartenente a una regina fino ad oggi sconosciuta, databile intorno a 4500 anni fa, regina che non figurava finora nella lista dei sovrani della V Dinastia. L’eccezionale ritrovamento, che è stato annunciato dal ministero egiziano delle Antichità, è avvenuto appunto nel sito Abusir, a sudovest del Cairo, e a nord di Saqqara, vicino al complesso della piramide del faraone Neferefre. La regina finora ignota si chiamava Khentkaus III, come si legge in una iscrizione portata alla luce all’interno della tomba stessa, e forse – secondo gli archeologi cechi – potrebbe essere stata la moglie del faraone Neferefre. “Con questa nostra scoperta abbiamo riportato alla luce un’altra parte sconosciuta della storia della V Dinastia”, spiega Miroslav Bárta, direttore degli scavi ad Abusir, “aggiungendo tessere al mosaico che ci è noto fino ad oggi. E ancora molto dovremo scoprire. Questi ritrovamenti illustrano anche l’importanza rivestita dalle donne nella corte reale e nell’Antico Egitto in generale”.

La necropoli di Abusir, a 25 chilometri a sud-ovest del Cairo, e a nord di Saqqara

La necropoli di Abusir, a 25 chilometri a sud-ovest del Cairo, e a nord di Saqqara

La necropoli di Abusir. A restituire i preziosi reperti è stata la necropoli di Abusir, uno dei siti più importanti dell’Antico Egitto, circa 25 chilometri a sud-ovest del Cairo, dove l’istituto di cultura ceco porta avanti campagne di scavo da quasi 55 anni. La tomba è parte di un piccolo cimitero a sud-est del complesso funerario del faraone Neferefre. In quella zona furono sepolti i membri dell’elite di corte vissuti all’epoca della V Dinastia (circa 2450 a.C.).

La falsa porta su una parete della cappella nella parte ipogea della mastaba

La falsa porta su una parete della cappella nella parte ipogea della mastaba

Alcuni oggetti del corredo della regina Khentkaus III trovati all'interno della tomba dagli archeologi cechi

Alcuni oggetti del corredo della regina Khentkaus III trovati all’interno della tomba dagli archeologi cechi

La sepoltura a mastaba. La sepoltura della regina Khentkaus III (contrassegnata come AC 30) è analoga nelle dimensioni e nella forma alle altre presenti nella medesima area. Si tratta di una tomba a mastaba, tipo ricorrente soprattutto durante le prime fasi della civiltà egizia, dalla forma “a gradone” cioè simile a un grosso tronco di piramide. La cappella, originariamente munita di false porte posizionate sulla parete occidentale, è collocata nel parte sotterranea della mastaba; al di sotto di essa c’è la camera sepolcrale, accessibile attraverso un pozzo verticale. Nonostante la tomba abbia subito negli anni gli attacchi dei tombaroli, gli archeologi hanno portato alla luce anche 24 vasi in pietra calcarea e numerosi utensili di rame, che facevano parte del corredo funerario della tomba. Le camere laterali della nuova tomba recano disegni e iscrizioni. Gli archeologi hanno identificato anche la destinazione funeraria della tomba, che era proprietà della “Moglie del Re” e “Madre del Re”, cioè Khentkaus III. L’ipotesi degli archeologi cechi è che Khentkaus III possa essere stata la moglie di Neferefre (2460-2458 a.C.), faraone della V Dinastia, su cui scarseggiano le notizie. Il suo titolo sarebbe cambiato in “Madre del Re”, quando il figlio Menkauhor è divenuto faraone.

Scorcio del pozzo della tomba Ac30 che porta alla camera sepolcrale di Khentkaus III

Scorcio del pozzo della tomba Ac30 che porta alla camera sepolcrale della regina Khentkaus III

La statua del faraone Neferefre conservata al museo Egizio del Cairo

La statua del faraone Neferefre conservata al museo Egizio del Cairo

Khentkaus III, regina sconosciuta. “La regina Khentkaus III, fino ad oggi sconosciuta, fu probabilmente moglie del re Neferefre, il cui complesso tombale che comprende una piramide incompleta e una significativa quantità di reperti (come un archivio di papiri o una collezione di statuette di sovrani), venne scoperto dagli egittologi cechi vicino a questa tomba tra gli anni ’80 e ’90”, spiega uno degli archeologi che hanno lavorato agli scavi, Jaromir Krejčí. Ma, sottolineano gli esperti, anche l’altro titolo della regina, quello di “madre”, è molto importante e può dire parecchie cose agli studiosi. Se la regina venne sepolta durante il regno di Niuserre, come sembrerebbe dai sigilli, si può ipotizzare dunque che fu la madre del faraone Menkauhor che successe a Niuserre sul trono d’Egitto. Purtroppo le informazioni su questo sovrano sono piuttosto scarse ma la scoperta potrebbe costituire proprio un’occasione per cercare di comprendere meglio quali potevano essere le relazioni tra la famiglia reale e le persone sepolte ad Abusir.

Nella dieta dell’Homo Sapiens anche farina senza glutine. Scoperta a Firenze una macina di 30mila anni fa. La ricerca presentata a Expo 2015. A settembre mostra sulla “dieta preistorica” (quasi mediterranea)

La macina usata dall'Homo Sapiens 30mila anni fa ritrovata a Bilancino nel Mugello, in Toscana

La macina usata dall’Homo Sapiens 30mila anni fa ritrovata a Bilancino nel Mugello, in Toscana

La dieta mediterranea non era stata ancora codificata, ma i nostri antenati dell’età della pietra già andavano sperimentando qualcosa di simile, associando i carboidrati alla tradizionale (e scontata) carne. “La dieta dell’uomo paleolitico, vissuto circa 30mila anni fa, era più sana perché più varia di quanto si conoscesse fino ad oggi”, rivela una ricerca internazionale coordinata dall’Istituto italiano di preistoria e protostoria con sede a Firenze, la più prestigiosa istituzione del nostro Paese in questo campo, promossa dall’assessorato alle Politiche agricole della Regione Toscana e dal ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, e sostenuta da un contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. L’Homo Sapiens si nutriva infatti non solo in prevalenza di cacciagione (come ritenuto fino ad oggi) ma anche i vegetali costituivano una parte importante della sua alimentazione, in particolare i carboidrati complessi sotto forma di farina, ma senza glutine. È stato dunque un primo passo verso la “dieta mediterranea”. e sta rivoluzionando le conoscenze sulla dieta dell’Homo sapiens che, fatte le dovute proporzioni, stava sicuramente meglio di quanto stiamo noi oggi. La ricerca è stata presentata a Palazzo Strozzi di Firenze nell’ambito delle giornate di approfondimento e di divulgazione collegate a Expo 2015. Hanno introdotto i lavori Maria Bernabò Brea, presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria; Andrea Pessina, soprintendente Archeologo della Toscana; Pierluigi Rossi Ferrini, vice presidente Ente Cassa di Risparmio di Firenze e sono poi intervenuti Biancamaria Aranguren, della soprintendenza Archeologia della Toscana; Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria; Giuseppe Rotilio dell’Università di Roma 2. Ha concluso la giornata l’assessore alle Politiche agricole della Regione Toscana.

Così l'Homo Sapiens utilizzava la macina per prodursi la farina

Così l’Homo Sapiens utilizzava la macina per prodursi la farina

La scoperta. “La ricerca”, ha spiegato la sua coordinatrice Anna Revedin, direttore dell’Istituto di preistoria, “è nata dal rinvenimento, durante i lavori per la costruzione della nella zona della diga di Bilancino nel Mugello, di una macina e di un macinello in pietra usati per produrre la più antica farina della storia risalente a 30 mila anni fa, molto prima dell’invenzione dell’agricoltura, utilizzando vegetali selvatici, in particolare i rizomi, cioè le radici, di piante palustri”. Finora si credeva che l’uomo moderno avesse imparato a praticarla 10mila anni fa, ma questa scoperta ha rivelato come proprio i carboidrati complessi sotto forma di farina, ma senza glutine, giocassero un ruolo determinante nella dieta dell’Homo sapiens che già conosceva ed era in grado di trattare le piante più opportune per la sua alimentazione. Essa era infatti a base di carne magra, frutta, verdura, semi (mandorle, noci, nocciole) carboidrati senza glutine e ben si adattava ad una vita fatta di tantissimo movimento.

A settembre una mostra a Firenze sulla dieta preistorica illustrerà i risultati della scoperta di Bilancino

A settembre una mostra a Firenze sulla dieta preistorica illustrerà i risultati della scoperta di Bilancino

Homo Sapiens ed Expo 2015. Gli studi sulla dieta dell’uomo del Paleolitico, in particolare a partire dalla comparsa dell’uomo con caratteristiche morfologiche attuali (circa 40mila anni fa), hanno una doppia valenza, sia per la ricostruzione della Storia dell’evoluzione umana, sia per avere nuovi elementi di comprensione sulle disfunzioni dell’uomo attuale correlabili al cibo ed agli stili di vita dei paesi industrializzati. Si tratta di un argomento molto dibattuto attualmente nel campo della Preistoria e della Paleoantropologia per le nuove metodologie che permettono di avere nuovi dati – testimonianze dirette sulla dieta dell’uomo paleolitico. Questi stessi temi, ha annunciato il vice presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze Pierluigi Rossi Ferrini, saranno al centro di una mostra proposta dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria che si terrà a settembre nella sede dell’Ente Cassa in via Bufalini e che prende le mosse dal dibattito promosso da Expo Milano 2015 che ha per tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. L’esposizione illustrerà gli ultimi risultati scientifici sulla dieta preistorica, utili anche a comprendere le attuali problematiche alimentari, e documenterà la storia dello scavo dell’insediamento Preistorico di Bilancino che è stato diretto, con fondi regionali, da Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologica della Toscana.

Archeologia rubata. Ritrovato dai carabinieri il gruppo del dio Mitra trafugato da Tarquinia. Restaurato, ora è esposto ai Musei Vaticani. Ma entro l’estate tornerà a Tarquinia, al museo archeologico nazionale Tarquiniense

Il ministro Dario Franceschini plaude per il ritrovamento e il restauro del gruppo scultoreo del dio Mitra

Il ministro Dario Franceschini plaude per il ritrovamento e il restauro del gruppo scultoreo del dio Mitra

Dici Tarquinia e pensi agli etruschi. Ma se la città fu uno degli insediamenti più antichi e più importanti della dodecapoli etrusca, non va mai dimenticato il suo rapporto con Roma: dai Tarquini, la dinastia di re etruschi, alle guerre fino alla sottomissione a Roma nel 295 a.C. dopo la battaglia di Sentino. Da allora Tarquinia fece parte dei territori romani nella regio VII Etruria e, fino alla fondazione di Centumcellae (oggi Civitavecchia) da parte di Traiano, rappresentò con la colonia marittima di Gravisca il principale porto dell’Etruria meridionale. E proprio al periodo imperiale risale il gruppo scultoreo del dio Mitra che fu trafugato dai tombaroli dall’area archeologica della Civita e recuperato dai carabinieri mentre trafficanti d’arte antica stavano per portarlo in Svizzera. E Tarquinia è già pronta a festeggiare “il ritorno a casa” del dio Mitra quasi fosse un figliol prodigo, perché il ministro Dario Franceschini ha assicurato che tornerà a Tarquinia, anche se per qualche tempo (almeno fino ad agosto) farà bella mostra di sé in un’esposizione ai Musei Vaticani.

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale presentano il groppo del dio Mitra trafugato a Tarquinia

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale presentano il gruppo scultoreo del dio Mitra (II-III secolo d.C.) trafugato da Tarquinia

Intanto a Tarquinia prepara “l’atmosfera” con un incontro di studio e approfondimento della storia di questo prezioso ritrovamento il cui valore è stato stimato in otto milioni di euro. L’appuntamento è per il 30 aprile alle 10.30 nella sala del Palazzo comunale. La grande importanza di questa opera, che ci è pervenuta quasi integra, risiede nella sua datazione che risale al II-III secolo d.C., e che la colloca nel periodo romano, l’epoca meno “testimoniata” da reperti di questa rilevanza. L’opera, hanno spiegato i carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio artistico, era su un furgone di un vivaista destinato in Svizzera, all’apparenza anonimo, che trasportava alcune piante e altro materiale: il mezzo su cui veniva trasportata l’opera è stato bloccato e controllato all’altezza del museo delle navi di Fiumicino. Durante una perquisizione del mezzo, i militari, sotto un telone, hanno rinvenuto la statua. Alla giornata di studio, promossa dall’amministrazione comunale, parteciperanno il sindaco di Tarquinia Mauro Mazzola, il presidente della commissione cultura Angelo Centini, il giornalista Fabio Isman, autore del libro ‘L’archeologia rubata. Il saccheggio in Etruria e in Italia dal 1970 a oggi”. Ci saranno anche gli studenti di tutte le scuole, la soprintendente Alfonsina Russo e il direttore del museo di Tarquinia Maria Gabriella Scapaticci.

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

“Una bellissima notizia”. È il primo commento del sindaco Mauro Mazzola, in merito al ritrovamento della statua romana del dio Mitra che uccide un toro datata II-III secolo d.C.. ‘Voglio esprimere un grande ringraziamento ai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che hanno condotto questa brillante azione”, prosegue il primo cittadino. “La nostra città si arricchirà di un nuovo eccezionale reperto. Un’opera di pregio storico e archeologico enorme”. Ancora più entusiasmanti sono le parole del ministro Franceschini: “Quando verrà stabilita la data del trasporto a Tarquinia, si dovrà lavorare per organizzare un evento celebrativo”. Il gruppo del Mitra, che raffigura appunto la divinità “importata” dall’Oriente il cui culto si era andato ampiamente diffondendo nella tarda romanità, raffigura il dio mentre sta per uccidere un grande toro. L’opera, proveniente dal Pianoro della Civita di Tarquinia, come dimostrato a seguito di uno scavo condotto nel maggio del 2014, sarà nei prossimi mesi esposta in via definitiva a palazzo Vitelleschi, sede del museo Archeologico nazionale Tarquiniense che raccoglie una delle collezioni più ricche di arte etrusca. Attualmente il gruppo scultoreo – recuperato dai carabinieri – è esposto ai Musei Vaticani ma il ministro della Cultura Dario Franceschini ha già dato ampie assicurazioni sul ritorno del Mitra nella capitale etrusca. «Mi sono sentito al telefono con il ministro Dario Franceschini, che mi ha riconfermato il ritorno a Tarquinia della statua del dio Mitra”, dichiara il sindaco. “Condivido in pieno la posizione espressa dal ministro Franceschini, – prosegue il primo cittadino – ovvero che le opere trafugate tornino nel loro territorio di origine, per essere un volano di promozione culturale e sviluppo turistico. Il nostro Paese, e Tarquinia ne è un chiaro esempio, è un museo a cielo aperto, custodendo un patrimonio storico e artistico di straordinario valore”.

L'eccezionale gruppo scultoreo del II-III secolo d.C. con il dio Mitra che uccide il toro, trafugato da Tarquinia

L’eccezionale gruppo scultoreo del II-III secolo d.C. con il dio Mitra che uccide il toro

Il gruppo scultoreo tarquiniese è un reperto raro e prezioso, per l’eccezionale integrità e per il soggetto rappresentato. Due esemplari simili si trovano al British Museum e ai Musei Vaticani. La scultura, tra il novembre 2014 e il febbraio 2015, è stata sottoposta a restauro ad opera dalle restauratrici del Laboratorio Materiali Lapidei dell’Iscr (istituto superiore per la conservazione e il restauro). Al momento del sequestro l’opera si presentava ancora completamente ricoperta di depositi terrosi e mancante di alcune parti come la testa e le braccia, e di alcuni di quegli elementi, quali il cane e il serpente, che connotano le raffigurazioni del Mitra “tauroctono”. La delicata pulitura è stata eseguita meccanicamente su tutta superficie e rifinita con laser. Durante il corso degli interventi, grazie ad uno scavo archeologico organizzato dalla soprintendenza ai Beni archeologici per l’Etruria Meridionale sul probabile luogo dello scavo clandestino, all’interno del Parco Archeologico di Tarquinia, è stato ritrovato il frammento raffigurante il cane e sono stati portati alla luce i resti dell’ambiente destinato al culto mitraico. Il ritrovamento del frammento del cane, perfettamente combaciante con il resto della statua, ha fornito un’inconfutabile prova della provenienza della statua dal sito individuato.

A Saqqara, in Egitto, scoperte due nuove tombe della VI dinastia: appartenevano a due sacerdoti di 4mila anni fa

La tomba del sacerdote Ankhti, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Ankhti, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

Straordinarie incisioni con le immagini delle offerte agli dei, ricche di colori ancora incredibilmente vivaci a più di 4mila anni dalla loro creazione. Ritrovate da una missione archeologica francese nel sud della importante necropoli di Saqqara, riemergono in Egitto due nuove importanti sepolture. Si tratta, annuncia il ministro delle antichità Mamdouh El Damati, di tombe appartenenti a due sacerdoti, Ankh-ti e Sa Bi, della VI dinastia del faraone Pepi II (2240- 2150 a.C.). In entrambe sono stati ritrovati scheletri dei defunti, anche se gettati in terra, cosa che denuncia il passaggio di ladri. Molto ricche risultano però le incisioni a colori, che hanno come soggetto le offerte alle divinità: carne, pollame, verdure, frutta, pane, contenitori di latte e grandi orci con l’olio.

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Zoser

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Zoser

Saqqara è una vasta necropoli situata in Egitto a 30 km a sud della città moderna del Cairo. Il monumento di maggior rilievo è la piramide a gradoni di Zoser, considerata la più antica tra le piramidi. La necropoli copre un’area di circa 7 × 1,5 km. Mentre Menfi fu la capitale del Regno Antico, Saqqara ne fu la necropoli reale almeno fino alla III dinastia. Sebbene sostituita dalla necropoli reale di Giza e, in seguito, da quella della Valle dei Re presso Tebe, rimase un importante località di seppellimento e culto per più di 3000 anni fino al periodo Tolemaico ed all’occupazione romana. Le più antiche sepolture di nobili risalgono alla I dinastia ma è solo con la II che compaiono sepolture reali tra cui quelle di Hotepsekhemwy e Ninetjer (i reperti di maggior interesse risalgono comunque alla III dinastia e comprendono appunto la piramide di Djoser).

Nella tomba del sacerdote Ankhti sono raffigurate scene con offerte alla divinità

Nella tomba del sacerdote Ankhti sono raffigurate scene con offerte alla divinità

Le due tombe dell’Antico regno, risalenti alla VI dinastia, scoperte nel sito di Tabbet al-Guesh (o Tabit El-Geish), all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara, appartengono dunque a sacerdoti dell’epoca di Pepi II (2240-2150 a.C.). Il ritrovamento è stato fatto dalla spedizione archeologica dell’IFAO (Institut Français d’archéologie Orientale), diretta dall’egittologo Vassil Dobrev. In entrambe le tombe vi sono scene e liste di offerte rituali, tra cui i cosiddetti sette oli sacri usati durante la cerimonia di apertura della bocca, un rito funerario che garantiva al defunto la vita eterna.

Intensi i colori anche nelle raffigurazioni della tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara

Intensi i colori anche nelle raffigurazioni della tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara

La prima tomba appartiene a un sacerdote chiamato “Ankhti”, dove è stato trovato un pozzo funerario profondo 12 metri, mentre nella seconda tomba, di un altro sacerdote di nome “Sabi”, il pozzo era profondo 6 metri. In entrambe le camere sepolcrali i resti umani sono stati trovati sparsi, segno di saccheggio e devastazione durante la VII o l’VIII dinastia. Sono stati recuperati alcuni vasi di alabastro, oltre ad altre offerte in ceramica. Secondo Dobrev, direttore della missione, la parte superiore delle tombe era stata costruita con mattoni di fango, mentre le camere sepolcrali erano state tagliate nel sostrato roccioso. L’egittologo, grande conoscitore della zona, scava da anni a Tabbet al-Guesh, alla ricerca della piramide perduta del misterioso faraone Userkare.

Tombe micenee inviolate scoperte a Eghion (Acaia, Grecia) dall’università di Udine con corredi di ceramica e una sorta di altare funerario realizzato con le ossa degli antenati

Archeologi dell'università di Udine e Trieste a Eghion nel sito protostorico della Trapezà in Acaia

Archeologi dell’università di Udine e Trieste a Eghion nel sito protostorico della Trapezà in Acaia

L’avvisaglia che si era difronte a una grande scoperta gli archeologi dell’università di Udine, impegnati nella missione a Eghion, nel sito protostorico della Trapezà, nella regione di Acaia (Peloponneso occidentale) in Grecia, l’avevano avuta già al termine della quarta campagna di scavo nel settembre 2013: lo scavo aveva individuato tre tombe micenee inviolate, databili tra il XV e l’XI secolo a.C. All’interno corredi funerari con elaborate ceramiche e preziosi oggetti d’ornamento, e i resti di un abitato preistorico, fondato verosimilmente alla fine del III millennio a.C. Ma alla fine dell’ultima campagna di scavo, la quinta, le ipotesi sono diventate certezza: gli archeologi coordinati da Elisabetta Borgna, docente di Archeologia egea all’Università di Udine, nell’ambito di un progetto internazionale del Ministero greco della Cultura, diretto da Andreas Vordos, hanno scoperto sepolture micenee intatte, databili tra XV e XIV secolo a.C., con corredi di ceramica e attrezzi in metallo, e una sorta di altare funerario per rituali come libagioni e offerte di culto su cui venne deposto un defunto. I ritrovamenti sono avvenuti nel sito protostorico della Trapezà durante l’esplorazione della necropoli di 3500 anni fa individuata dalla missione dell’Ateneo friulano negli anni scorsi. Sono state portate completamente alla luce due delle tombe identificate nel corso delle precedenti campagne. Si tratta di tombe “a camera” (cioè scavate in un pendio e costituite da un corridoio d’accesso e una camera funeraria), con ingressi murati da massicci blocchi di roccia e rivestimenti in ghiaie compatte. I micenei le usavano continuativamente, o a intervalli, per molte generazioni. Nel caso della necropoli della Trapezà l’uso continuò dal XV all’XI secolo a.C. Agli scavi dell’ultima missione (settembre 2014) nel sito della Trapezà hanno partecipato anche studenti e dottorandi dell’università di Udine e del corso di laurea magistrale interateneo Udine-Trieste in Scienze dell’antichità. Le campagna è stata condotta grazie al sostegno dell’ateneo friulano e del ministero degli Affari esteri, con il supporto dell’Institute for Aegean Prehistory di Philadelphia (Stati Uniti), della Fondazione Crup e del gruppo Monte Mare di Grado.

L'equipe coordinata da Elisabetta Borgna ha scoperto tombe micenee inviolate a Eghion el Peloponneso Occidentale

L’equipe coordinata da Elisabetta Borgna ha scoperto tombe micenee inviolate a Eghion el Peloponneso Occidentale

“Sono ritrovamenti di inestimabile valore scientifico quelli rinvenuti a Eghion”, afferma Elisabetta Borgna. È proprio una delle tombe collettive scavate degli studiosi ad aver restituito la serie di inumazioni primarie (prima deposizione) inviolate con tanto di corredi come anfore, vari tipi di vasi, attrezzi, ornamenti e oggetti personali. “Dopo l’ultima deposizione funeraria”, spiega la professoressa dell’ateneo friulano, “la camera funeraria non venne più visitata, benché la sua presenza continuasse ad essere segnalata nel corridoio antistante da una serie di offerte di culto tributate agli antenati, a partire dal XII secolo a.C. e fino all’età ellenistica”. L’altro significativo ritrovamento è una specie di piattaforma, costruito con una quantità di ossa di precedenti inumati (“antenati”), sulla quale vennero svolti riti di libazione e di offerta e dove, infine, fu deposto il corpo di un defunto: una testimonianza singolare e di estrema rilevanza, degna di essere studiata nel dettaglio. “Gli indizi emersi – sottolinea Borgna – hanno suggestivi riscontri nelle informazioni tramandate dall’epica omerica e questo è un elemento di particolare rilievo per la definizione storico-culturale della necropoli della Trapezà”. Sono molte le tombe micenee conosciute attraverso i loro preziosi corredi, ma le circostanze del rinvenimento – scavi di emergenza o attività clandestine – raramente consentono di ricostruire le modalità di frequentazione e uso delle strutture funerarie e di riconoscere l’atteggiamento che gli antichi progenitori dei Greci avevano nei confronti del passato e degli antenati. “È opinione comune che, nel rioccupare tombe giù utilizzate, i Micenei fossero soliti mettere da parte con scarso riguardo, ai margini delle camere funerarie, le ossa di coloro che erano stati deposti in precedenza. Tale opinione potrebbe essere smentita proprio dagli scavi di Eghion”.

La porta trovata dagli archeologi a sigillo di una delle tombe micenee inviolate

La porta trovata dagli archeologi a sigillo di una delle tombe micenee inviolate

Il ritrovamento di alcune nicchie scavate lungo le pareti dei corridoi d’accesso ha rivelato l’abitudine di mettere da parte, dando loro una degna collocazione, i resti delle sepolture più antiche in occasione della riapertura e del riuso dei sepolcri. Nei riempimenti dei lunghi corridoi delle tombe e nelle aree antistanti i sepolcri gli archeologi hanno trovato tracce di deposizioni di armi in ferro e di vasi, testimonianza di ripetute attività di culto in onore degli antenati che vennero svolte a partire dalla definitiva chiusura delle tombe fino al periodo arcaico e classico (VI e IV secolo a.C.), quando il sito, parte della città achea di Rhypes, ebbe particolare importanza, testimoniata dalla presenza di un imponente tempio. “Si tratta di strutture funerarie di tipo familiare – spiega Borgna –, utilizzate a lungo nell’età micenea, ossia dal periodo che precede la fondazione dei palazzi di Micene e Tirinto, fino alla crisi della civiltà micenea, alla fine dell’età del bronzo e alla transizione all’età del ferro (XV-XI secolo a.C. circa)”. Alcuni dei materiali rinvenuti consentono di far luce sugli intensi rapporti culturali che legarono il Peloponneso occidentale alle regioni del Mediterraneo orientale, in particolare l’isola di Cipro, soprattutto negli ultimi secoli dell’età del bronzo. “Gli oggetti ritrovati – sottolinea Borgna – testimoniano l’importantissima funzione della regione achea e del mar di Patrasso nel passaggio di elementi culturali che influenzarono in maniera significativa l’Adriatico settentrionale, dal delta del Po fino al Friuli, tra XII e XI secolo a C.”.

Le tombe micenee scoperte a Eghion hanno restituito ricchi corredi ceramici

Le tombe micenee scoperte a Eghion hanno restituito ricchi corredi ceramici

L’antichissimo abitato ospitava, con tutta probabilità, le genti che seppellivano i propri morti nella necropoli. Da un primo esame dei materiali raccolti, il villaggio sembra aver avuto vita a partire da fasi molto antiche della protostoria (fine III – inizi II millennio a.C.) per continuare durante il periodo miceneo, nella tarda età del bronzo (XI secolo a.C.). “Tra le ceramiche trovate – spiega Borgna – risaltano alcuni frammenti collegabili a una produzione di tipo “adriatico”, attestata nell’area balcanica costiera e fino alle grotte del Carso triestino”. L’esplorazione della necropoli della Trapezà, in un’area collinare vicino alla costa sul mar di Corinto, è particolarmente difficoltosa perché, diversamente da quanto riscontrato in altre regioni della Grecia micenea, le tombe non sono state scavate nella roccia tenera, ma si trovano nelle sabbie che costituiscono il substrato della zona. “Così – spiega la professoressa Borgna –, per quanto coese e compatte, le sepolture non hanno resistito al passare dei secoli: le camere sono per lo più crollate e, anche quando sono inviolate e discretamente conservate, costringono l’archeologo a un paziente e arduo lavoro di riconoscimento e recupero”.

Per il 2015 la prof. Borgna intende fare ulteriori esplorazioni dell'area

Per il 2015 la prof. Borgna intende fare ulteriori esplorazioni dell’area

“L’eccezionale interesse delle ricerche – sottolinea Borgna – induce ora a elaborare per il 2015 un programma denso di iniziative, che non solo prevedono lo studio dei materiali e dei contesti recuperati, ma anche ulteriori esplorazioni, la cui attuazione dipenderà naturalmente dai fondi disponibili”. Oltre a ulteriori ricognizioni nell’area del sito funerario, gli archeologi intendono infatti avviare saggi esplorativi nella zona dell’insediamento per studiare la vita quotidiana delle popolazioni che seppellivano i propri morti nell’adiacente necropoli.

Roma. Il mito dei Dioscuri rinasce con il restauro delle statue della salutifica Fonte Giuturna al Foro Romano. Mostra nel tempio di Romolo

La fonte Giuturna (Lacus Iuturnae) emersa al Foro Romano con gli scavi di Giacomo Boni

La fonte Giuturna (Lacus Iuturnae) emersa al Foro Romano con gli scavi di Giacomo Boni

Le sue acque per secoli furono considerate salutifiche: la fonte Giuturna (lacus Iuturnae), una delle più antiche e importanti di Roma antica, divinizzazione di Giuturna sorella di re Turno, sorgeva nel Foro Romano tra il tempio dei Càstori (come i romani chiamavano i Dioscuri privilegiando il nome di uno dei due gemelli divini, Càstore e Polluce) e la casa delle Vestali o tempio di Vesta, e le sue acque sgorgavano ai piedi del Palatino. Fu realizzata tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., probabilmente nel 117 a.C. Lucio Cecilio Metello Dalmatico restaurò il vicino tempio dei Càstori. In epoca repubblicana fu monumentalizzata, e sotto Augusto il bacino fu rivestito di marmo con un piedistallo rettangolare al centro. La fonte Giuturna fu individuata dagli scavi di Giacomo Boni nel 1900. Più tardi, negli anni Ottanta, è stata oggetto di studio e ricerca da parte dell’Istitutum Romanum Finlandiae. Nel bacino furono rinvenute le statue dei Dioscuri fatte a pezzi, originariamente poste, quasi certamente, sul piedistallo centrale. Raffiguravano i Dioscuri nell’atto di abbeverare i loro cavalli alla fonte, come nella loro leggendaria apparizione nel Foro prima della vittoriosa battaglia del Lago Regillo.

L'allestimento all'interno del tempio di Romolo con le statue dalla fonte Giuturna

L’allestimento all’interno del tempio di Romolo con le statue dalla fonte Giuturna

Sezione del tempio di Romolo con l'allestimento sul Lacus Juturnae

Sezione del tempio di Romolo con l’allestimento sul Lacus Iuturnae

Ora il mito dei Dioscuri rinasce al museo della fonte Giuturna. Fino al 20 settembre tornano infatti visibili al pubblico sette grandi sculture legate al contesto della fonte di Giuturna (Lacus Iuturniae). La mostra, curata da Patrizia Fortini con la collaborazione dell’Istituto Nazionale di Archeologia e di Storia dell’Arte, è anche l’occasione per la riapertura al pubblico del Tempio di Romolo al Foro Romano, restaurato nel 2000 (con un intervento che ripristinò l’antica volumetria con la demolizione della volta barocca), che ha subito ulteriori recenti interventi alle pitture murarie (risalenti al medioevo). L’edificio ospita l’allestimento, promosso dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, in collaborazione con Electa.

Il soprintendente Francesco Prosperetti all'interno del tempio di Romolo

Il soprintendente Francesco Prosperetti all’interno del tempio di Romolo

“Il significato di questa mostra va oltre il suo contenuto specifico, è un evento emblematico di una stagione nuova che in realtà non ho iniziato io ma l’ex soprintendente Mariarosaria Barbera”, spiega Francesco Prosperetti, nuovo soprintendente per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma. L’esposizione riunisce le opere emblematiche legate al mito dei Dioscuri. Il gruppo scultoreo dei due divini fratelli con i rispettivi cavalli e l’ara che sui quattro fronti riporta immagini legate alla loro leggenda, insieme ad una ieratica statua di Apollo e al puteale in marmo bianco del pozzo della sorgente. Il puteale riporta due iscrizioni che ricordano il magistrato Marcus Barbatius Pollio (I sec. a.C.), il quale lo dedicò a Giuturna. Iuturnai sacrum si legge, in riferimento alla ninfa con la quale i romani personificarono – come d’uso – la fonte sacra. I due miti del lacus Iuturnae sono collegati tra loro, in quanto la leggenda vuole che i Dioscuri siano apparsi ai romani per guidarli contro i Latini nella battaglia al lago Regillo (499 a.C.) per la difesa di Roma. Furono poi visti abbeverare i loro cavalli alla fonte di Giuturna e annunciare in città la vittoria.

Il mito dei Dioscuri rivive nella mostra sulla fonte Giuturna al tempio di Romolo

Il mito dei Dioscuri rivive nella mostra sulla fonte Giuturna al tempio di Romolo

Il gruppo dei Dioscuri fu trovato in pezzi nella vasca della Fonte di Giuturna e in seguito ricomposto, come risulta evidente dall’attuale stato di conservazione, al punto da far supporre che le statue fossero state intenzionalmente colpite. La mostra ha offerto l’occasione di restaurare le opere esposte e risarcire le lacune con malte che favoriscono la lettura delle parti originali. Il gruppo in stile arcaico è databile tra la fine del II sec. e l’inizio del I sec. a.C. Di età augustea il puteale, stando all’iscrizione riportata, mentre l’ara risalirebbe al II sec. d.C. Sui quattro lati vi sono raffigurati i Dioscuri, su un lato Giove e su un altro Leda, genitori dei gemelli, e sulla quarta faccia una figura femminile con una fiaccola, forse Giuturna. La statua di stile arcaizzante di Apollo, databile al I-II secolo d.C., che completa la rassegna nel tempio di Romolo è uno splendido esemplare in marmo greco che probabilmente decorava il vicino edificio dove aveva sede l’amministrazione delle acque e degli acquedotti (Statio aquarum). L’area archeologica da cui provengono le preziose sculture, è a poca distanza dal Tempio di Romolo dove sono presentate. Il punto dove sorgeva la fonte è facilmente identificabile: resta visibile il bacino con al centro il calco dell’ara, il cui originale è adesso in mostra. Un’edicola sacra, probabilmente il tempietto dedicato a Giuturna, e l’edificio in mattoni della Statio Aquarum che in origine doveva essere decorato da numerose sculture, completano il sito della fonte più importante a Roma in età arcaica.

“Vogliamo dedicar

Le statue provenienti dal Lacus Iuturnae saranno visitabili fino al 20 settembre al Tempio di Romolo

Le statue provenienti dal Lacus Iuturnae saranno visitabili fino al 20 settembre al Tempio di Romolo

ci intensamente all’area archeologica centrale – chiarisce Prosperetti – vogliamo fare vedere alla gente la ricchezza d’arte di questi luoghi che il visitatore normale non percepisce perché vede solo muri e mattoni. In realtà – sottolinea – questi luoghi erano colmi di sculture e marmi in ogni metro ed è importante riportare sui luoghi o almeno vicino ad essi le ricchezze che c’erano, per innescare un circolo virtuoso di crescita dei visitatori”. Il neo soprintendente ribadisce che questa “non è la prima iniziativa in questo senso” e ricorda che “la più recente è l’apertura del Museo Palatino, uno dei luoghi più frequentati dell’area archeologica centrale di Roma”. Quanto alle statue della fontana di Giuturna,  “resteranno visibili fino al 20 settembre. Dopo – conclude Prosperetti – c’è in programma la riapertura di una parte dell’Antiquarium forense, che dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno”.

Sei chili di monete d’oro del Califfato dei Fatimidi (X-XII secolo) scoperte sui fondali di Cesarea, in Israele: la nave che le trasportava naufragò quasi mille anni fa

Sui fondali del porto di Cesarea (Israele) sono state trovate duemila monete d'oro

Sui fondali del porto di Cesarea (Israele) sono state trovate duemila monete d’oro

La moneta più antica fu coniata a Palermo nel IX secolo

La moneta più antica fu coniata a Palermo nel IX secolo

Sei chili di monete d’oro: mai prima d’ora in Israele se ne sono trovate così tante insieme e in così buono stato di conservazione. Erano sparse sui fondali sabbiosi del porto di Cesarea, uno dei siti archeologici romani più importanti e più visitati di Israele. La scoperta – che testimonia un naufragio di circa mille anni fa – è stata annunciata dalla Israel Antiquities Authority, citata dal quotidiano Jerusalem Post e ripresa dal sito internet Israele.net. La scoperta è stata fatta un paio di settimane fa da quattro sub durante un’immersione. Tzvika Feuer, Kobi Tweena, Avivit Fishler, Yoav Lavi e Yoel Miller, tutti sub del club di Cesarea, hanno segnalato il ritrovamento alla soprintendenza di Archeologia marina israeliana (che ne ha elogiato il senso civico), i cui esperti si sono poi recati insieme ai sub nel luogo del ritrovamento, muniti di un metal detector, e hanno scoperto quasi duemila monete d’oro di epoca fatimide (XI secolo d.C.) di diverso taglio, dimensioni e peso: un dinaro, un quarto di dinaro. Tra queste, la più antica (un quarto di dinaro) è stata coniata a Palermo nella seconda metà del IX secolo. Non si esclude che ci possano essere altri reperti sotto la sabbia oltre a quelli già riportati a galla.

Le monete d'oro ritrovate a Cesarea appartengono al Califfato dei Fatimidi

Le monete d’oro ritrovate a Cesarea appartengono al Califfato dei Fatimidi

Le monete sono di due tagli: dinaro e quarto di dinaro. Sul conio hanno stampigliate le insegne di vari posti del Califfato dei Fatimidi, grande impero che copriva gran parte del Medio Oriente, dell’Africa del nord e la Sicilia. I Fatimidi, partiti dalla Siria, conquistarono l’Egitto facendo del Cairo la loro capitale: regnarono dal 909 al 1171. La maggior parte delle monete hanno il segno del Califfo Al-Hakim (996-1021) e di suo figlio Al-Zahir (1021-1036) e furono coniate soprattutto in Egitto e nel Nord Africa. L’ultima moneta, rispetto a quella di Palermo, è stata forgiata nel 1036; e questo ha fatto pensare agli studiosi che la nave sia affondata attorno a quella data.

Kobi Sharvit, direttore della Unità di Archeologia Marina della Israel Antiquities Authority, è del parere che vicino al luogo del ritrovamento si trovi probabilmente il relitto di un battello ufficiale della tesoreria fatimide. Diverse le ipotesi: forse faceva rotta verso il governo centrale del Cairo dopo aver riscosso le tasse, oppure le monete erano destinate a pagare i salari del presidio militare fatimide di stanza a Cesarea. O forse le monete appartenevano a qualche grossa nave mercantile che faceva affari lungo le città costiere del Mediterraneo prima di affondare.

Le monete erano a bordo di una nave ufficiale della tesoreria fatimide

Le monete erano a bordo di una nave ufficiale della tesoreria fatimide

Il numismatico Robert Kool

Il numismatico Robert Kool

Le monete – come si diceva – sono conservate talmente bene da avere impressionato gli studiosi: sono in ottimo stato di conservazione e non necessitano di alcun intervento di pulizia o conservazione nonostante il fatto che siano rimaste in fondo al mare per un migliaio di anni. L’esperto numismatico della Israel Antiquities Authority, Robert Kool, ha detto che “le condizioni delle monete sono eccellenti nonostante siano state insabbiate per mille anni perché l’oro è un metallo nobile sul quale non ha impatto l’acqua o l’aria”. Kool ha anche spiegato che le monete hanno continuato a circolare anche dopo la conquista crociata della Terra Santa alla fine dell’XI secolo, in particolare nelle città di mare dove si concentrava il commercio internazionale. E ha concluso: “Molte delle monete trovate nel tesoro sono state piegate e mostrano i segni di denti e morsi, il che prova che vennero ‘fisicamente’ controllate dai loro proprietari o dai mercanti”.