Torre de’ Picenardi (Cr). Presentazione del film “Cahuachi. Labirinti nella sabbia” di Petra Paola Lucini. Introduce lo storico Bruno Festa
Sabato 5 maggio 2023, alle 21, al cinema Soms di Torre de’ Picenardi (Cr) sarà proiettato il film “Cahuachi. Labirinti nella sabbia” di Petra Paola Lucini, voci narranti il regista Beppe Arena e l’attrice Perla Liberatori, mentre la colonna sonora è stata composta dal chitarrista Silvio Masanotti. La serata sarà introdotta dallo storico e scrittore Bruno Festa (Dorso Brescia – Corriere della Sera). Lui (Giuseppe Orefici) è un archeologo bresciano celebre per le sue ricerche sulle civiltà dell’America Latina, mentre lei (Petra Paola Lucini) è una regista cremonese appassionata “del mistero del tempo, capace di collegare, tra presente, passato e futuro, i luoghi e le persone”. Il frutto del loro legame professionale è ben riassunto in poco meno di cinquanta minuti, ovvero la durata de “Cahuachi – Labirinti nella sabbia”, un meraviglioso docu-film (prodotto da “Petra Film” e “Solari Fotostudio”, con la consulenza scientifica dello stesso Orefici) presentato, nei mesi passati, su un paio di palcoscenici di assoluto prestigio quali la “Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica” di Licodia Eubea, il “Festival Internazionale Cinema di Archeologia, Arte e Ambiente” di Firenze e la “Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” di Rovereto.
Roma, i Carabinieri TPC restituiscono al Messico 43 reperti archeologici trafugati: vasi, sculture ed elementi votivi, di incommensurabile valore storico di diverse culture precolombiane

Restituzione al Messico reperti trafugati: da sinistra, Generale di Brigata Vincenzo Molinese, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; Alejandra Frausto, ministro della Cultura del Messico; Carlos Garcia di Alba, ambasciatore del Messico in Italia (foto mic-tpc)
Non solo reperti trafugati dall’Italia che tornano a casa, ma anche reperti arrivati in Italia attraverso il mercato antiquario illegale che vengono restituiti. Succede anche questo. Il 24 marzo 2023, a Roma, nella sede dell’Ambasciata del Messico in Italia, alla presenza del ministro della Cultura messicana, Alejandra Frausto, e dell’ambasciatore del Messico in Italia Carlos Garcia di Alba, il comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Brigata Vincenzo Molinese, ha restituito 43 reperti archeologici. Si tratta di vasi, sculture ed elementi votivi, di incommensurabile valore storico, risultati appartenenti al patrimonio culturale messicano. Le indagini hanno permesso di appurare che risalgono al periodo compreso tra il III e il VIII sec. d.C. e il XIII e il XVI sec. d.C. e che provengono dalle regioni Maya, Totonaca, Teotihuacan, nonché dall’Altipiano centrale e dalla costa del Golfo del Messico.

Il generale Molinese illustra i reperti che i Carabinieri restituiscono al Messico (foto mic-tpc)
Riconducibili a diverse culture precolombiane, i tesori sono stati recuperati nel corso di diverse autonome indagini condotte dai Nuclei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Roma, Ancona, Napoli, Udine, coadiuvati dal Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il coordinamento delle competenti Procure della Repubblica. Il successo investigativo è stato ottenuto grazie all’imprescindibile supporto delle autorità culturali messicane e del ministero della Cultura che, grazie a mirati esami tecnici, hanno potuto riconoscere e ricondurre ai contesti territoriali e culturali di riferimento i reperti archeologici restituiti. Fondamentale è stata l’attività di comparazione delle immagini dei reperti con quelle contenute nella Banca Dati dei Beni Culturali Illecitamente Sottratti, il più grande database al mondo di informazioni sulle opere da ricercare, gestito in via esclusiva dal Comando Tpc e che attualmente dispone di una base informativa costituita da circa 8 milioni di immagini.
Milano. Ultimi giorni al Mudec per visitare la mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca”: viaggio dalle origini all’apoteosi dell’Impero Inca
È un viaggio meraviglioso – dalle origini all’apoteosi dell’Impero Inca – quello che il Mudec propone ai visitatori ancora per una settimana, fino al 19 febbraio 2023, con il grande progetto espositivo “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca”. Una mostra che attraverso manufatti plurimillenari, video, ricostruzioni immersive 3D e un allestimento per immagini che rende l’idea di un vero e proprio viaggio nel tempo, traghetterà il pubblico indietro nei millenni raccontando la storia di una civiltà tanto gloriosa quanto antica e remota e di cui spesso si conosce solo l’ultimo tassello, quello più recente e universalmente reso famoso dal ritrovamento dei resti della grande città sacra di Machu Picchu. Ma la storia del Perù inizia da molto, molto più lontano.

Il suggestivo ingresso del percorso della mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec (foto mudec)
Il progetto, a cura di Ulla Holmquist direttrice del museo Larco di Lima e dell’archeologa Carole Fraresso, attraversa la storia artistica e la biodiversità andina in tutta la sua ampia dimensione geografica e profondità cronologica, per culminare con un viaggio ideale nella città inca di Machu Picchu. La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da World Heritage Exhibitions (Cityneon Holdings) e 24 ORE Cultura, in collaborazione con il Governo del Perù e il ministero della Cultura del Perù, l’associazione Inkatera, e grazie alla collaborazione con il museo Larco di Lima, da cui provengono gli oltre 170 manufatti in mostra, opere in terracotta dalla grande espressività e perfezione tecnica, ma anche ori, argenti e tessuti. Una parte del percorso è dedicata all’avventuroso viaggio al fianco del mitico eroe della Cultura moche Ai Apaec attraverso il quale il pubblico scoprirà i misteri della cosmologia andina, muovendosi trasversalmente attraverso i tre piani dell’universo: il sopra, il qui e il sotto. “Machu-Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” a Milano è l’esclusiva tappa italiana di un tour internazionale.

Il percorso immersivo della mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec (foto mudec)
Una mostra-racconto. La mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” è la narrazione di una storia nella Storia, uno storytelling che si dipana tra video immersivi, ricostruzioni 3D degli ambienti e delle biodiversità e soprattutto manufatti, che prima di essere reperti archeologici furono monili, tessuti e capi d’abbigliamento indossati da uomini e donne che vissero pienamente nel loro mondo e nella loro società, fatta di leggi e costumi, di conoscenze e riti, di simboli e tradizioni, di miti e leggende.

Copricapo frontale con felini e condor in foglia d’oro della Cultura Moche (100 – 800 d.C.), conservato al museo di Lima (foto museo larco)
La mostra racconta al pubblico questo mondo scomparso, eppure ancora così contemporaneo. Il percorso conduce il pubblico all’interno della culla di una delle più grandi civiltà antiche dell’Emisfero Meridionale. Il Perù dell’età antica, eguagliato solo dall‘Antico Egitto – con cui rivaleggia in longevità – e da Roma per il livello tecnico raggiunto, ha accolto nel suo alveo società potenti e sofisticate, che prosperarono per cinquemila anni su un territorio geografico decisamente vario. Il Perù e la sua storia si estendono dalle fertili coste bagnate dalle acque dell’Oceano Pacifico, attraverso il deserto roccioso, fino al gelido altipiano andino (Altiplano Andino), per poi tuffarsi nell’area tropicale del Bacino del Rio delle Amazzoni. Adagiata su una cresta montuosa, avvolta dalla foresta nebulosa e al di sopra della foresta pluviale, la città di Machu Picchu è il simbolo, che tuttora sopravvive, del grande Impero degli Inca, la cui fine improvvisa e violenta avvenne con la Conquista spagnola terminata nel 1572.

Veduta del sito archeologico di Machu Picchu, la città sacra sull’altopiano meridionale, Valle dell’Urubamba, in Perù (foto eduard ermanntraut unsplash)
Machu Picchu. Il percorso della mostra parte proprio da Machu Picchu, raccontando la fine della storia dei grandi regni andini, e inizia con un video immersivo che introduce il lussureggiante paesaggio andino, dove le riprese aeree individuano Machu Picchu, la cittadella di pietra patrimonio culturale e naturale UNESCO, costruita nel 1450 all’apice dell’Impero Inca, e con essa i suoi dintorni straordinari. Invisibile dal basso, Machu Picchu è una fortezza nascosta nella foresta nebulosa, protetta da due montagne sacre gemelle che affondano alla base nella foresta pluviale amazzonica. Centro religioso, osservatorio astronomico e luogo di ingegnosità e produzione agricola, Machu Picchu è un complesso formato da più di 200 strutture in pietra – templi, palazzi, “plazas” (spazi aperti), abitazioni. Protetta dall’invasione spagnola, Machu Picchu venne inglobata dalla foresta pluviale, fino a quando lo storico di Yale Hiram Bingham la rivelò al mondo nel 1911.

Nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec gli oggetti sono sono raggruppati secondo il loro significato simbolico (foto mudec)

La maschera funeraria che rappresenta il volto di Ai Apaec (foto mudec)
Leggere gli oggetti. In un ambiente che ricostruisce la foresta pluviale amazzonica, con le sue voci e i suoi colori, la mostra prosegue e aiuta a interpretare, o “leggere”, gli oggetti che incontreremo nell’esposizione. Pur non avendo una lingua scritta, uomini e donne delle società andine rendevano testimonianza delle storie delle collettività cui appartenevano attraverso immagini simboliche visibili sulle pareti dei templi o attraverso sculture di pietra, incisioni lignee, recipienti di ceramica, tessuti e oggetti d’oro e d’argento di incomparabile fattura. Gli oggetti sono raggruppati secondo il loro significato simbolico, ed erano questi i ‘libri’ nei quali venivano documentate le credenze, i rituali, la visione del mondo, le strutture di potere e la vita delle comunità. Vicino all’uscita, un’impressionante maschera funeraria in rame, con artigli di felino fatti di conchiglie e ornamenti per le orecchie a forma di serpente, introduce la figura dell’eroe mitologico, il capo Ai Apaec.

Ciotola in ceramica svasata con rappresentazione di episodi di epica mitologica di Ai Apaec della cultura Moche, conservata al museo di Lima (foto mudec)
Il viaggio eroico di Ai Apaec. Il viaggio dell’eroe mitologico della Cultura Moche Ai Apaec è al centro di questa parte della mostra. Capo di una comunità rurale, Ai Apaec fu capace di imbrigliare le forze della natura e di affrontare una serie di trasformazioni che gli permetteranno di attraversare mondi diversi, fino all’estrema trasformazione, la sua stessa morte. Dopo essere rinato, l’eroe si unirà alla Madre Terra, la Pachamama, assicurando così la continuità dei cicli naturali che procurano sole e pioggia, elementi necessari per la vita. Le immagini proiettate lungo le pareti di questa sezione della mostra danno vita a una vera e propria ‘storia illustrata’, un percorso che racconta al pubblico con l’immediatezza delle immagini non solo la storia di Ai Apaec, ma attraverso le sue gesta eroiche anche i miti e il mondo simbolico che rappresenta il substrato su cui è stato costruito nei secoli l’universo culturale dell’antico Perù, e di cui è fortemente intriso ancora oggi l’immaginario religioso, simbolico e misterico del Perù contemporaneo.

Vasi-bottiglia che rappresentano Ai Apaec a forma di granchio (foto mudec)
Vengono raccontati con il linguaggio delle immagini anche i tre mondi che coesistono simultaneamente nella cosmologia andina: Il Mondo di Sopra; il Mondo del Qui e Ora, o Mondo di Mezzo, il luogo dove le persone vivono e lavorano nelle comunità accanto agli animali, alle piante, ai fiumi e alle montagne, e infine il Mondo Basso, il mondo dell’oceano, il mondo sotterraneo, la terra che sta sotto i nostri piedi, su cui cade la pioggia e dove maturano i semi e la terra degli antenati, ovvero il luogo dove vanno le persone quando muoiono. Gli incontri che fa Ai Apaec e le sue esperienze simboleggiano le sfide del mondo naturale che uomini e donne andini si trovano a fronteggiare nel Qui e Ora. La storia mette in evidenza i cardini della cosmologia andina: come sia necessario dare per ricevere e quanto sia importante onorare gli antenati, ringraziare gli Dei e lavorare, fare sacrifici e offerte per mantenere l’equilibrio dei cicli naturali che rendono possibile la vita.

Coppa del sacrificio cerimoniale nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” al Mudec (foto mudec)
Rituali: la caccia al cervo e il Sacrificio. Il mondo andino si fonda sulla reciprocità: è necessario dare per ricevere. Affinché i cicli naturali abbiano continuità e si mantenga l’equilibrio tra i tre mondi, si devono compiere rituali, fare sacrifici e portare offerte agli Dei. Un rituale comune era rappresentato dalla caccia al cervo. L’uccisione di questi animali, cui veniva attribuito un grande valore e la cerimonia che ne conseguiva venivano eseguiti unicamente dai membri dell’élite della società, che assumevano il ruolo di predatori canalizzando il potere dei felini. La storia viene narrata con la proiezione di immagini del rituale, che sono state prese da un vaso a staffa, che riveste un’importanza fondamentale. I rituali che si eseguivano nei templi erano strettamente riservati agli sciamani e ai capi delle comunità e venivano compiuti in spazi lontani dalla vista del pubblico. Gli oggetti in esposizione raffigurano musicisti e strumenti musicali. Un ampio tamburo Nazca a forma di sciamano ha dei grandi occhi che indicano uno stato di allucinazione. Un video spiega come, similmente a quanto accadeva in molte culture antiche – come quella azteca, celta, greca e romana, tra le altre – le comunità andine praticassero sacrifici umani. Lungo la mostra ci si muove dentro uno spazio che ricrea l’interno di un tempio, dove i prigionieri venivano preparati per il sacrificio e dove erano collocati gli altari. Nel corso del rituale i guerrieri che erano stati sconfitti venivano legati con corde e, similmente ad Ai Apaec, compivano il sacrificio estremo. Nel momento in cui veniva loro tagliata la gola, essi venivano trasformati in esseri sacri. Il loro sangue – il sangue che dà la vita – veniva raccolto in coppe ed offerto ai sommi sacerdoti, cioè ai rappresentanti degli Dei.

La galleria degli antenati nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” al Mudec (foto mudec)

Sepoltura imperiale Chimu: regali in oro della Cultura Chimu dal museo Larco di Lima (foto museo larco)
L’incontro con gli antenati. Passando sotto un arco a forma di serpente, si entra in una galleria buia, illuminata da un bagliore radiante. Una sontuosa esposizione di manufatti d’oro, d’argento, di rame e di pietre preziose, culmine di maestria e talento, è collocata sullo sfondo di una lussureggiante foresta pluviale, verde e rigogliosa. È il momento dedicato agli antenati, che si presentano al visitatore nell’abbigliamento col quale furono seppelliti. I signori, le signore, i re, le regine e gli imperatori del mondo andino incarnavano gli Dei. Gli abiti preziosi ed i gioielli che indossavano simboleggiavano ciò che erano su questa terra e quello che potevano diventare dopo la morte. I capi politici e religiosi delle comunità, i governanti, personificavano le forze che rendono possibile la vita in questo luogo di acque gelide, deserti aridi e foreste pluviali tropicali. Essi erano in grado di canalizzare il potere del Sole, della Luna e delle stelle con l’oro e l’argento. I metalli preziosi che indossavano non venivano scelti per il valore monetario, bensì per ciò che rappresentavano per l’intera comunità: l’oro era il sudore del Sole e l’argento le lacrime della Luna. I metalli erano il simbolo dei poteri divini che legittimavano il potere dei governanti. Splendenti come corpi celesti, i capi davano la possibilità alla vita di prosperare per il bene dell’intera comunità. Quando morivano venivano sepolti indossando tutto lo splendore dei metalli e si trasformavano in esseri soprannaturali.

Il sito archeologico di Machu Picchu in Perù (foto tomas sobek unsplash)
Machu Picchu oggi. Al di là della Porta del Sole, un murale di Machu Picchu incombe attraverso la foresta nebulosa. Siamo tornati alla cittadella di pietra degli Inca e siamo rientrati nel ventunesimo secolo. Alcune persone impegnate in un progetto di conservazione, che ha avuto inizio nel 1975, descrivono il loro ruolo e l’impatto della riforestazione in quest’area. Testimonianze video di sciamani e di membri delle comunità andine contemporanee spiegano al pubblico l’importanza e il potere della natura nella vita sulle Ande, il valore del Rito e del suo perpetuarsi nelle celebrazioni e nei cerimoniali, ancora oggi.

La postazione integrata di realtà virtuale a movimento VR visivo e sonoro nella mostra del Mudec (foto mudec)
L’esperienza immersiva. La mostra offre infine l’opportunità di sperimentare – attraverso una sala immersiva a parte rispetto al percorso espositivo – una vera e propria simulazione di volo sopra la città sacra di Machu Picchu che stimolerà i sensi della vista, dell’udito e il senso del movimento attraverso una postazione integrata di realtà virtuale a movimento VR visivo e sonoro. Si potrà così provare la sensazione reale, ‘fisica’ di volare sopra i resti del Monumento Patrimonio Unesco e sopra le montagne sacre e la foresta amazzonica, in compagnia di una guida virtuale che ‘volerà’ con noi raccontando la storia di questo magico sito, accompagnandoci in un vero e proprio viaggio emozionale.
Firenze. “Storie e archeologie dell’arte amerindia: un simposio KHI – UCL sulle trasformazioni materiali nelle Americhe indigene”: dodici tra storici dell’arte, archeologi, antropologi e curatori si confrontano on line in quattro mercoledì di febbraio
“Storie e archeologie dell’arte amerindia: un simposio KHI – UCL sulle trasformazioni materiali nelle Americhe indigene”: appuntamento articolato in quattro mercoledì, il 1°, l’8, il 15 e il 22 febbraio 2023 al Kunsthistorisches Institut in Florenz, on line su Zoom, per il simposio organizzato da Sanja Savkić Šebek (KHI in Florenz – Max-Planck-Institut & Humboldt-Universität zu Berlin), Bat-ami Artzi (CSoC, Ben-Gurion University of the Negev; ex 4A_Lab Fellow) & Elizabeth Baquedano (UCL Institute of Archaeology) nell’ambito del Dipartimento Gerhard Wolf e del “4A Laboratory: Art Histories, Archaeologies, Anthropologies, Aesthetics” (Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut), in collaborazione con UCL Institute of Archaeology. Gli eventi saranno successivamente registrati e condivisi online.

Uno straordinario copricapo e un tessuto della cultura Nazca (200 a.C.) con piume di uccelli amazzonici e corda (collezione Ligabue)
Il simposio KHI – UCL riunisce storici dell’arte, archeologi, antropologi e curatori che condividono interessi nel potenziale trasformativo della materia e dei materiali derivanti da diverse pratiche sociali ed estetiche. Queste pratiche si manifestano nelle opere creative prodotte dalle popolazioni indigene in tutte le Americhe dai tempi antichi ad oggi. In ciascuna delle quattro sessioni, tre ricercatori metteranno in conversazione casi di studio provenienti da un insieme diversificato di tradizioni culturali indigene e affronteranno un tipo specifico di materialità. Vale a dire, affronteranno la materialità delle pietre, dei metalli, del colore, nonché la multi-materialità e le creazioni e le esperienze multisensoriali, le loro funzioni, usi e ricezione da società indigene antiche, coloniali e contemporanee del Brasile, delle Ande centrali, di Panama, della Mesoamerica e del Nord America.

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico) (foto fondazione ligabue)
La materialità è attualmente un’area di interesse della ricerca nella storia dell’arte e nell’archeologia, nonché in una serie di discipline correlate. Gli studi sulle creazioni amerindie con un “approccio pragmatico” sono particolarmente stimolanti in quanto sottolineano ulteriormente l’importanza dell’azione rituale per l’impegno con la cultura materiale. Secondo questa prospettiva, i significati delle opere (d’arte) non sono solo metaforici, ma risiedono nella scelta delle materie prime e nelle tecniche e nei processi della loro realizzazione. In quanto tali, i materiali stessi sono ciò che è privilegiato, così come lavorare con loro (in termini di una pratica di conoscenza o azione rituale). In numerosi miti amerindi, materie prime come argilla, legno, ossa, mais, tra molti altri, hanno un posto centrale. Si consideri ad esempio una tradizione Chimu della costa settentrionale peruviana che racconta l’origine del popolo come derivante da tre uova: una fatta d’oro, una d’argento e una di rame. Ciò illustra una concettualizzazione secondo cui il supporto materiale non solo si collega all’essenza stessa degli esseri umani, ma anche di altri esseri e artefatti. Inoltre, i materiali artistici non sono sostanze inerti, piuttosto si pensa che possiedano forza vitale e azione, che si esprimono pienamente attraverso il processo di creazione. In questo modo, negli sforzi per comprendere le diverse espressioni artistiche amerindie, è necessario prendere in considerazione il supporto materiale come uno strato inseparabile di qualsiasi oggetto (cioè quando la sostanza cambia da una cosa all’altra), che contribuisce al nucleo del pezzo, al suo essere, estetica e funzione.
I partecipanti a questo simposio si occuperanno delle diverse questioni correlate: 1) l’elaborazione della materia adattata a diverse funzioni, con texture mutevoli, struttura superficiale e profonda, proprietà e qualità estetiche e di altro tipo, come la trasformazione dell’energia della luce in forme sostanziali e del colore incorporato nel materiale; 2) la materialità espressa nelle mitologie e nelle cosmologie; 3) i processi di creazione delle immagini e il potere materializzato nelle immagini; 4) materiali animati e loro agenzia; 5) la materialità come espressione del tempo, della santità, del dominio e dell’identità; 6) prospettiva olistica sull’estrazione, la trasformazione e l’uso dei materiali; 7) La tecnologia come mezzo per creare significato e valore. Inoltre, i partecipanti esploreranno gli impegni intellettuali indigeni con fenomeni materiali come la comprensione della materialità, come incarna il sacro e come le diverse materialità – umane, animali, ambientali – agiscono l’una sull’altra in contesti artistici. Dodici studiosi partecipanti presenteranno i seguenti argomenti, seguiti da domande e risposte e discussioni.
PROGRAMMA. 1° febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 1: “Interazione tra materialità ed esperienza sensoriale” con Nicholas J. Saunders (università di Bristol), Max Carocci (Richmond American University London) & Paolo Fortis (Durham University). Sessione 1 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 8 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 2: “Lavorare con la pietra” con Juan Carlos Meléndez (CNRS / Université Paris 1 – Panthéon-Sorbonne), Davide Domenici (università di Bologna) & Catherine J. Allen (George Washington University). Sessione 2 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 15 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 3: “Tra liquido e solido: i metalli e la loro trasformazione” con Blanca Maldonado (El Colegio de Michoacán), Ana María Falchetti (ex vicedirettore del Museo del Oro, Bogotà) & Izumi Shimada (Southern Illinois University). Sessione 3 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 22 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 4: “La materialità del colore: pigmenti, pelli dipinte e piume” con Claudia Brittenham (università di Chicago), Élodie Dupey García (Universidad Nacional Autónoma de México) & Amy Buono (Chapman University). Sessione 4 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie
Licodia Eubea (Ct). Alessandra Cilio, direttore artistico, traccia un bilancio della XII edizione del Festival della Comunicazione e del Documentario archeologico e dà qualche anticipazione dell’edizione 2023. Ecco a chi sono stati assegnati i tre premi in palio

Alessandra Cilio accompagna gli ospiti nella visita del museo Archeologico “Antonino Di Vita” di Licodia (foto rica)

Alessandra Cilio, archeologa
Sono passate tre settimane dalla chiusura della XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico di Licodia. È tempo di bilanci. E non solo. La macchina organizzativa capitanata dai vulcanici direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele è già al lavoro per la prossima edizione, calendarizzata per il periodo compreso tra l’11 e il 15 ottobre 2023. “In cantiere abbiamo già messo la seconda giornata di studi Dialoghi in Badia”, anticipa Alessandra Cilio, “e si sta lavorando alla stipula di protocolli di intesa con Università e Centri di Studio italiani e stranieri, volti a una maggiore promozione dell’evento all’interno degli ambienti accademici e a una effettiva collaborazione tra il festival e queste realtà. Stiamo inoltre pensando all’attivazione di un workshop di produzione audiovisiva con professionisti del settore da riservare ad una selezione di partecipanti”. Ma non solo: “Stiamo anche pensando a un modo per coinvolgere in modo più attivo la comunità licodiana e le sue realtà locali (associazioni culturali, imprese e società), così da rendere ancora più chiaro e trasparente l’intento di questa manifestazione: la promozione della cultura audiovisiva archeologica ed antropologica, ma anche la valorizzazione intelligente dei luoghi, della gente e delle tradizioni che fanno di Licodia Eubea splendida e necessaria alla buona riuscita di questo evento, che è bello perché non vuole essere di nessuno in particolare, ma di tutti”.


Gli “aperitivi” del Festival di Licodia sono stati garantiti dagli studenti dell’istituto Alberghiero di Modica e Chiaramonte Gulfi (foto rica)
Come è andata l’edizione 2022? “È stata un’annata difficile, questa”, cerca di sintetizzare Alessandra Cilio. “Difficile nel senso che per la prima volta abbiamo fissato, anche in fase di programmazione, l’idea di un festival diffuso, capace di portare il pubblico ad approfondire la conoscenza del paese che ospita la manifestazione, Licodia Eubea, attraverso la dislocazione di alcuni eventi collaterali in punti nevralgici come il museo “Antonino Di Vita” (proiezione del film “Noto, 1693. Il giorno della paura” in VR con visori ad hoc), la Badia (aperitivi, lunch ed esposizione permanente del progetto sonoro di Enzo Cimino “Armonizzazione Universale”), l’ex chiesa di Santa Chiara e San Benedetto (mostra “Didascalico!” di Pierluigi Longo), gli spazi esterni del teatro della legalità (mostra di fotografia “Gli Italiani” di Vittorio Daniele), le rovine del Castello Santa Pau e il borgo medievale (visite guidate e performance di Margherita Peluso e Meline Saoirse)”.

Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio sul palco del teatro della Legalità una delle sedi del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia (Ct) (foto rica)

Santo Randone, sindaco di Licodia Eubea (foto rica)
I film in concorso. “I veri protagonisti del festival sono stati, ancora una volta, i film in concorso”, continua Cilio. “Quest’anno si è deciso di aumentare il numero delle proiezioni, raddoppiandolo. Questo è stato possibile sia per via delle numerosissime richieste pervenute (oltre 400) da tutto il mondo, ma anche per la possibilità di adoperare una vera sala cinematografica messa a disposizione dal Comune di Licodia Eubea. Il Teatro della Legalità è stato inaugurato dalla XII edizione del nostro festival e di questo siamo felici. Felici anche di aver riscontrato, da parte della nuova Amministrazione del sindaco Santo Randone, un forte interesse nei confronti di questa manifestazione che, in cinque giorni, riesce a rivitalizzare l’indotto del paese e a promuoverlo dal punto di vista turistico a livello internazionale. La promozione di un territorio attraverso un evento è tanto più forte quanto più “internazionale” è la gente che vi prende parte. Quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitare non solo 42 film provenienti da Paesi come l’Italia, la Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Serbia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, la Polonia, la Turchia, l’Iran, l’India, la Malesia, l’Indonesia, l’Egitto, gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile, ma anche di accogliere un cospicuo numero di rappresentanti delle delegazioni artistiche delle opere in concorso (oltre una trentina), riunitesi a Licodia Eubea da luoghi come Istanbul, Atene, Palermo, Pisa, Barcellona, Pune, Brighton, Parigi e Pančevo, e che a Licodia Eubea, tra un film, un aperitivo e un’escursione, hanno stretto contatti e creato legami, tra di loro ma anche con i partecipanti all’evento”.

Frame del film “Pérou, sacrifices au Royaume de Chimor” del regista francese Jerôme Semla

Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio consegnano il premio Archeovisiva al regista Jerôme Semla (foto rica)
I film premiati. Il Premio ArcheoVisiva, assegnato al miglior film secondo la giuria di qualità, composta dai registi Jean Marc Cazenave e Stavros Papageorghiou, dal presidente del Cineclub di Roma Angelo Tantaro e da Fulvia Toscano, già membro della Sicilia Film Commission, è andato al film “Pérou, sacrifices au Royaume de Chimor” (Francia, 2022; 90’) del regista francese Jerôme Semla, tra gli ospiti presenti a Licodia. Una scoperta archeologica senza precedenti di diverse centinaia di bambini e lama sacrificati ha portato alla luce il Regno di Chimor, situato nell’attuale Perù settentrionale. Come e perché sono stati compiuti questi sacrifici? Raccontata come un “cold case”, questa indagine archeologica internazionale è destinata a rivelare i misteri della più potente civiltà andina prima degli Incas, che prosperò per oltre cinque secoli. Questa la motivazione: “Si tratta di un film particolare, perché osa affrontare un argomento difficile come il rituale dei sacrifici umani, facendolo con abilità, seguendo indagini rigorosamente scientifiche, e mostrando rispetto ed empatia nei confronti delle vittime. È stato commovente anche perché ci sentiamo vicini agli scienziati, il cui destino è quello di indagare e studiare quell’enorme scena del crimine. Abbiamo apprezzato la sensibilità della sceneggiatura, la fotografia accurata e la regia elegante. La promessa di raccontare una grande storia in 90 minuti è stata mantenuta”.

Frame del film “Mamody, the last baobab digger” di Cyrille Cornu,

La cerimonia di consegna del Premio Archeoclub d’Italia con Mariada Pansera, presidente Archeoclub d’Italia di Augusta, al film più votato dal pubblico in sala alla XII edizione del Festival di Licodia (foto rica)
Il Premio Archeoclub d’Italia, per il film più apprezzato dal pubblico che ha partecipato alle proiezioni in sala, è stato assegnato al film “Mamody, the last baobab digger” (Francia, 2022; 48’), di Cyrille Cornu,. A consegnare il premio, Mariada Pansera, presidente dell’Archeoclub d’Italia di Augusta. Nel sud-ovest del Madagascar, l’altopiano di Mahafaly è una terra estremamente arida. Qui le piogge cadono solo poche volte all’anno. In queste condizioni di vita molto difficili, gli abitanti del piccolo villaggio di Ampotaka hanno trovato una soluzione unica per immagazzinare acqua.

Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e antichità all’università di Macerata e vedova del noto archeologo, consegna il premio Antonino Di Vita a Eugenio Farioli Vecchioli, autore e regista televisivo (foto rica)
Premio Antonino Di Vita. È andato a Eugenio Farioli Vecchioli, autore e regista televisivo, il Premio Antonino Di Vita dell’XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia Eubea, assegnato a una personalità distintasi per particolari meriti nella valorizzazione e promozione del patrimonio artistico e culturale. A consegnarlo è stata Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e antichità all’università di Macerata e vedova del noto archeologo, con queste motivazioni: “Regista e sceneggiatore di documentari, è autore di programmi televisivi dedicati al patrimonio culturale nazionale e internazionale. Il suo lavoro si distingue per la scelta di promuovere una comunicazione archeologica di alto livello, capace di coniugare il rigore scientifico alla grammatica filmica, raggiungendo il grande pubblico attraverso un medium di massa come la tv senza mai scivolare nell’omologazione. Per aver dato voce a quel vasto patrimonio diffuso minore che fatica a emergere oltre i confini locali, ma anche alle “minoranze” della Grande Storia; per l’azione consapevolizzante del valore sociale delle professionalità legate al patrimonio culturale, ma anche per la trasversalità dei temi trattati, capaci di suggerire sempre una rilettura dell’Antico alla luce del nostro tempo; per la capacità di rendere l’Uomo, quello di ieri così come quello di oggi, protagonista del suo racconto”.

L’apertura in Badia della Prima Giornata di Studi dedicata alla comunicazione del patrimonio culturale (foto rica)
Non solo film. “Abbiamo cercato di diversificare l’offerta culturale, declinandola in tutte le sue possibili accezioni”, riprende Alessandra Cilio. “Per cominciare, il 12 ottobre abbiamo inaugurato la Prima Giornata di Studi dedicata alla comunicazione del patrimonio culturale. Si è deciso di strutturarla in tre sessioni principali (editoria, audiovisivo e accessibilità/inclusività), dando parola a 12 specialisti del settore che portassero sul banco i risultati delle loro personali esperienze e dessero vita, assieme ai partecipanti (studenti universitari, operatori museali, professionisti e semplici appassionati) ad un dibattito costruttivo, ad un dialogo (come recita il titolo dell’evento: “Dialoghi in Badia”) finalizzato ad un’analisi basata su fatti concreti di temi spesso affrontati in maniera astratta all’interno di università e luoghi di lavoro. La qualità dei relatori e la partecipazione attiva del pubblico ci ha fatto comprendere quanto sia importante, all’interno del nostro festival, stabilire simili momenti di riflessione, e ci ha portato a decidere di pubblicare, nei prossimi mesi, gli Atti ufficiali della giornata, in attesa di una seconda e altrettanto ricca edizione”.

Margherita Peluso nella performance Armonizzazione Universale alla XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico (foto rica)
Arti visive. “Come sempre, abbiamo mantenuto l’appuntamento con gli amanti della fotografia e delle arti visive, ospitando due preziose mostre in prima assoluta: una di fotografia, Gli Italiani di Vittorio Daniele, ed una di grafica, Didascalico! di Pierluigi Longo. I locali della Badia sono stati inoltre lo spazio scelto dal sound artist Enzo Cimino per le sue istallazioni, che hanno messo insieme il potere evocativo della natura con quello delle sonorità generate dalle stesse piante attraverso un complesso sistema di mixer e sintetizzatori. Il centro storico, invece, si è trasformato in teatro all’aperto, grazie alle esibizioni di Meline Saoirse e Margherita Peluso, che ancora una volta ha sottolineato l’importanza del legame tra gli uomini ma anche tra l’essere umano, la Terra e la Memoria”.

Incontro con Carmelo Siciliano alla XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia (foto rica)
Incontri. “Non abbiamo trascurato neanche la musica, invitando Carmelo Siciliano a parlare del suo ultimo libro Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni, una vera e propria guida di viaggio che illustra le peculiarità delle regioni della Grecia e delle sue isole attraverso le danze e le sonorità. Sonorità che sono state regalate anche al pubblico licodiano la sera del 15 ottobre attraverso una serie di suggestivi brani suonati dall’autore, affermato musicista, con bouzouki e oud. E l’antropologo Dario Piombino Mascali, studioso di chiara fama e al tempo stesso uomo dalla spiccata sensibilità, ha trattato un tema toccante, quello del complesso rapporto tra morte e infanzia, collegandosi ad alcune delle opere in concorso nella giornata del 14 ottobre, come Ninos de los Andes di Aldana Loiseau (Argentina) e Pérou, sacrifices ou Royaume de Chimor di Jerome Scemla (Francia)”.

La proiezione del film in Virtual Reality “Noto (1693). Il giorno della paura” al museo civico “Antonino Di Vita” (foto rica)
Le proiezioni del film in Virtual Reality “Noto (1693). Il giorno della paura” sono avvenute all’interno del museo civico “Antonino Di Vita”. “Per gentile concessione del Comune di Noto è stato possibile offrire un’esperienza immersiva a quanti facessero richiesta, adoperando gli speciali visori che rendono la proiezione del film estremamente affascinante. L’idea di dislocare la VR experience in un luogo relativamente “decentrato” dalla sala proiezioni si è rivelata vincente proprio per il cospicuo numero di presenze registrate che, nell’attesa del proprio turno, hanno potuto visitare gli spazi espositivi del museo archeologico, incrementando così la propria conoscenza del sito che ospita il festival e delle sue più rilevanti testimonianze materiali”.

Il desk e il bookshop del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia (foto rica)
Qualche considerazione finale. “Se il “confine” (parola che suona come il leit motiv di questa annata) può essere declinato tanto dal punto di vista geografico che culturale, funziona anche quando si parla di cinema: di chi, cioè, lo fa e di chi lo fruisce. Un festival è questo: una festa, nella quale ci si riunisce. E in cui simili barriere, eccezionalmente, cadono, rivelando la profonda umanità che sta dietro proprio chi fa il cinema e chi lo guarda. Il collante? Sempre lui: l’Uomo. Di oggi, di ieri, di domani. Con le sue credenze, le sue fragilità, le sue convinzioni. Con la sua Arte, anche”, commenta Alessandra Cilio, che conclude: “Sono contenta della varietà data al cartellone di quest’anno. Io e Lorenzo siamo riusciti a mettere insieme diverse premiere e film di recente produzione interessanti, piacevoli. La programmazione ha cercato di tener conto del tema sviluppato nell’opera, ma anche della provenienza, del genere (documentario classico, docu-drama, docu-fiction, cortometraggio, corto animato) e della durata, così da soddisfare diversi target di pubblico. Siamo soddisfatti anche dei risultati relativi al Premio Internazionale della Giuria di Qualità “Archeovisiva” e al Premio “Archeoclub d’Italia”; quest’ultimo, decretato dal pubblico, permette di avere una interessante restituzione del gradimento delle opere in concorso durante le cinque giornate”.
Gambolò (Pv). Al via “Ciak: si scava!”, Festival internazionale del Cinema di Archeologia: due giorni con i migliori film del RAM film festival. Tra i temi toccati ecologia, cambiamenti climatici, rapporto uomo-acqua, distruzione del patrimonio culturale in Afghanistan e Siria

Il castello Beccaria-Litta a Gambolò (Pv) che ospita “Ciak: si scava!” (foto comune di gambolò)
Dall’ecologia ai cambiamenti climatici contemporanei, dal rapporto fra l’uomo e l’acqua al dramma delle distruzioni del patrimonio culturale in Afghanistan e non solo, all’aggressività dei potentati economici a scapito delle comunità: sono alcuni temi toccati dai film in programma a “Ciak: si scava!”, il Festival internazionale del Cinema di Archeologia organizzato dal museo Archeologico di Lomellino e il Comune di Gambolò, in collaborazione con la Fondazione museo civico di Rovereto, il RAM film festival e la rivista Archeo, al via a Gambolò (Pv), nella splendida cornice del Castello Beccaria-Litta, sabato 5 e domenica 6 novembre 2022. Saranno proiettate le migliori e più recenti produzioni internazionali di cinema archeologico, che richiameranno argomenti di estrema attualità, lasciando agli spettatori diversi spunti di riflessione: occasione di apprezzare film e documentari di grande valore culturale, che non trovano spazi nella distribuzione cinematografia ordinaria e nelle piattaforme digitali. L’ingresso è libero ed è gradita la prenotazione al numero di telefono +39 349 8929645. Verranno assegnati Il Festival prevede l’assegnazione di due premi: il premio Città di Gambolò al film più votato dal pubblico, il premio Museo Archeologico Lomellino a quello scelto dalla giuria.
PROGRAMMA Sabato 5 novembre 2022. Alle 17, apre la manifestazione il film “La caduta dei re Maya / Fall of the Maya Kings” di Leif Kaldor (Canada, 52’, 2022). Seguono il film “Volti e segreti delle donne romane / Portraits and Secrets of Roman Women” di Gianmarco D’Agostino (Italia, 4’, 2021) e il film “Il dono dei ghiacciai. Come le ere glaciali hanno formato l’Europa / Gift of the Glaciers. How the Ice Ages Shaped Europe” di Heiko De Groot (Germania, 52’, 2021). Dopo il buffet, alle 21, il film “Il giuramento di Ciriaco / The Oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois (Andorra, 2021, 72’); chiude il film “Osmildo” di Pedro Daldegan (Brasile, 2019, 27′). Domenica 6 novembre 2022. Alle 10, apre il film “Antica trasversale sicula. Il cammino della dea madre” di Francesco Bocchieri (Italia, 2021, 79’). Segue il film “Cronache di donne leggendarie Hatshepsut e Nefertiti: l’Egitto delle regine” di Graziano Conversano (Italia, 35’, 2022). Dopo la pausa pranzo, alle 15, si riprende con il film “Afghanistan. Tracce di una cultura sfregiata” di Alberto Castellani (Italia, 2022, 52′). Segue il film “Le vie del rame” di Davide Dalpiaz (Italia, 2021, 7’). Chiude la rassegna “Mamody, l’ultimo scavatore di baobab / Mamody, the Last Baobab Digger” di Cyrille Cornu (Francia, 2022, 52’).
Isera (Tn). Al via la XVIII Rassegna di Film Archeologici: tre giovedì per altrettanti film scelti tra i migliori dell’edizione 2022 del RAM film festival
Al via giovedì 27 ottobre 2022 la XVIII edizione della Rassegna di Film Archeologici di Isera (Tn). L’associazione Lagarina di Storia antica e l’assessorato alla Cultura del Comune di Isera propongono un ciclo di appuntamenti storico-culturali durante i quali verranno proiettati tre dei migliori film in concorso nell’edizione 2022 del RAM film festival. Si inizia con un film sulla rivoluzione di genere che sta cambiando lentamente il mondo dell’archeologia, un mondo dove la donna sta riacquistando il suo posto nella storia. L’ingresso è gratuito e non occorre prenotazione.

Frame del film “L’enigma delle ossa. Rivoluzione di genere” di Brigitte Tanner e Carsten Gutschmidt
Appuntamento giovedì 27 ottobre 2022 alle 20.45 nella Sala della Cooperazione di Isera (Via Cavalieri 5, sopra la biblioteca) con il film “L’enigma delle ossa. Rivoluzione di genere” (Germania, 2020; 52’) di Brigitte Tanner e Carsten Gutschmidt. Si dice che l’uomo, come cacciatore e capofamiglia, sia stato al vertice della società sin dall’inizio della storia umana. Niente di più sbagliato. Molti ricercatori, attraverso metodi scientifici solitamente utilizzati in medicina legale, stanno acquisendo nuove conoscenze volte a stravolgere le ipotesi sui ruoli di genere e la concezione della preistoria avuta fino a oggi.

Il busto di Nefertiti conservato a Berlino: frame del film di RAI Storia “Cronache di donne leggendarie: Nefertiti”
Secondo appuntamento, giovedì 3 novembre 2022, alle 20.45, con due proiezioni: apre il film di Graziano Conversano “Cronache di donne leggendarie Hatshepsut e Nefertiti: l’Egitto delle regine” (Italia, 2022; 35’). “Cronache di donne leggendarie” è una nuova serie di RAI Storia su alcune delle figure femminili più importanti del mondo antico e tardo antico. In questo episodio si racconta la complessità del mondo femminile egizio attraverso due regine della XVIII dinastia: Hatshepsut, unica ad assumere gli attributi maschili della regalità, e Nefertiti, al centro di una turbolenta riforma religiosa e di una grave crisi politica. Segue il film “Le vie del rame” di Davide Dalpiaz (Italia, 2021; 7’). Già tremila anni fa nel Trentino sudorientale si estraeva il rame, che combinato con lo stagno permetteva di ottenere il bronzo per realizzare asce e altri manufatti. Dai risultati delle ricerche condotte sulle vie del rame nell’Europa preistorica è emersa una produzione di massa di questo metallo che dal Trentino si espandeva verso la Scandinavia, il centro Europa, i Balcani e forse nel Mediterraneo centrale.
Terzo appuntamento, giovedì 10 novembre 2022, alle 20.45, con il film “Fall of the Maya Kings / La caduta dei re Maya” di Leif Kaldor (Canada, 2022; 52’). Come gli antichi Maya abbiano costruito una società incredibile per poi scomparire rimane uno dei grandi misteri della storia. Una nuova straordinaria scoperta – il vaso KomKom – è un resoconto scritto dai Maya stessi e dettagliato, unico nel suo genere, degli eventi al momento del collasso di una civiltà ormai sopraffatta da lotte per il potere, sacrifici umani e cambiamento climatico.
Licodia Eubea (Ct). Al via la XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico: 35 film in concorso (con 11 prime internazionali), tre premi, e un intero paese coinvolto. Il tema di quest’anno è “Confini”: linee di demarcazione ma anche punti di contatto
Cento pagine. Per un saggio di archeologia? Per un romanzo a soggetto storico-archeologico? Niente di tutto questo. Quelle cento pagine sono servite ai ragazzi di Archeovisiva, l’associazione culturale promotrice dell’evento insieme all’Archeoclub d‘Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto”, per realizzare il catalogo che descrive i film, gli eventi e lo spirito che animeranno, dal 12 al 16 ottobre 2022, il Comune di Licodia Eubea per la XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico.

Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub di Licodia Eubea, tra i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio (foto RDCA)
Filo rosso di questa edizione è l’idea di CONFINE: che sia tangibile o meno, fisico o culturale, da percorrere o superare, il confine rappresenta il collante tra film, incontri, mostre ed eventi collaterali. “I confini costituiscono dei limiti condivisi con altri, delle linee di demarcazione tra realtà fisiche, sociali, culturali”, scrivono nell’introduzione del catalogo i direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele. “Al tempo stesso, rappresentano dei punti di contatto, in grado di incidere nelle relazioni e nei rapporti, disegnando ponti o marcando fratture tra individui, popoli e società. È proprio la trasversalità interpretativa di questo termine, assieme alla sua grande attualità, a farne il fil rouge ideale per la XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico, un filo che si dipana all’interno dell’intero programma, dalla sezione cinematografica a quella degli eventi collaterali, e che coinvolge gli spazi stessi della manifestazione, non più limitati a una sala proiezioni ma diffusi in tutto il territorio licodiano: il nuovo Teatro della Legalità, l’ex Chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, il Museo civico “Antonino Di Vita” e i suggestivi scorci del suo centro storico, dal Castello Santa Pau a piazza Stefania Noce”.
Qualche numero della dodicesima edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico. Sono 35 i film in concorso, in visione al Teatro della Legalità da mercoledì 12 a domenica 16 ottobre 2022, per la sezione Cinema e Archeologia, con 11 prime internazionali, 4 nazionali e 18 regionali, che provengono da 14 Paesi (Andorra, Argentina, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Grecia, India, Indonesia, Iran, Italia, Portogallo, Serbia, Spagna, Turchia). Tre i premi che verranno assegnati: Premio Archeoclub d’Italia al film più votato dal pubblico presente in sala; Premio ArcheoVisiva al film migliore selezionato dalla giuria internazionale di qualità. Premio Antonino Di Vita: assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico. E poi, sempre al Teatro della Legalità, venerdì 14 e sabato 15 ottobre, ci sono sei film in concorso per la sezione Ragazzi e Archeologia, con 2 prime internazionali, 1 nazionale e 3 regionali, insieme ad attività didattiche per le scuole. E domenica, ancora al Teatro della Legalità, si apre la Finestra sul Documentario siciliano. “Le tante opere in concorso quest’anno provengono dal mondo intero, ed affrontano in modo più o meno diretto la tematica del CONFINE”, scrivono ancora Cilio e Daniele. “Lo fanno con grande originalità e sensibilità, adottando tecniche narrative e stilistiche spesso inedite. Il confine si pone tra cielo e terra, fra terra e abissi, tra vita e morte. Ma è anche lo spazio di un palcoscenico, quello su cui una storia va in scena: linea di separazione tra realtà e finzione o passaggio attraverso cui la vita può “sconfinare” nel sogno? O ancora, uno scavo archeologico, confine tangibile e intangibile al tempo stesso: un’interfaccia tra il mondo di oggi e di chi lo vive nella sua contemporaneità, e il mondo come è stato e chi lo ha abitato prima di noi. È il varco, il limen – non più il limes – a quanto spesso ci appare inaccessibile, indefinibile, sfuggente. Un varco aperto, che aspetta solo di essere oltrepassato”. Completano e arricchiscono il programma del Festival al Teatro della Legalità gli “Incontri con l’Autore”. Venerdì 14, con l’antropologo e paleopatologo Dario Piombino-Mascali su “Bioarcheologia dell’infanzia”. Sabato 15, con Carmelo Siciliano, presidente dell’associazione culturale Filellenica con il libro “Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni”. Domenica 16, con Mariada Pansera, presidente Archeoclub d’Italia di Augusta (Sr) per il ciclo “L’Archeoclub d’Italia si racconta”.
Firenze. TourismA 2023: ecco le date. A pochi giorni dalla chiusura dell’edizione 2022, che ha registrato un grande successo, il direttore Piero Pruneti annuncia già la prossima

Piero Pruneti, direttore di TourismA e della rivista Archeologia Viva (foto Giuseppe Cabras/New Press Photo)
“Segnatevi le date e non prendete impegni in quel week end perché sarà un’edizione assolutamente da non perdere”. Così il direttore di “tourismA – Salone dell’Archeologia e Turismo culturale” Piero Pruneti forte del successo dell’edizione che si è appena conclusa invita alla prossima che questa volta si terrà in primavera: dal 24 al 26 marzo 2023. E sottolinea: “Anche quest’anno la manifestazione è stata la riprova di quanto la storia del nostro passato, comunicata attraverso grandi divulgatori e scoperte in ogni parte del mondo, coinvolga un pubblico sempre più vasto. E ora che si torna a guardare con fiducia alla ripresa dei viaggi, le molte proposte di turismo culturale (e consapevole) trovano “in tourismA” la loro casa privilegiata con incontri e racconti dalle principali destinazioni italiane ed europee. In tre giorni, dalla Toscana alla Sardegna, dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia, dalla Valle d’Aosta alla Romagna fino a Cipro, Croazia, Turchia, Grecia è stato possibile farsi un’idea di quanto ancora ci sia da conoscere e visitare in Italia e nel mondo grazie all’enorme patrimonio storico-archeologico che parla di un passato comune, aperto e accessibile a tutti. Esattamente come vuole essere la nostra manifestazione”. Ancora presto per anticipare i contenuti di “tourismA 2023”, che tuttavia sono già “in formazione” e andranno a rendere densa la tre giorni ormai più attesa a livello europeo per tutti gli appassionati del mondo antico e della sua riscoperta attraverso viaggi ed esplorazioni in ogni parte del globo. “La nostra forza”, conclude Pruneti, “è il grande pubblico che riconferma ogni anno la sua fedeltà assoluta con numeri in crescita che ci spingono a dare sempre di più. Aspettatevi dunque tanti nomi e altrettante sorprese per l’edizione numero 9. E… stay tuned come direbbero gli inglesi!”.
Rovereto. Premi e menzioni al 33.mo RAM film festival: “Il giuramento di Ciriaco” vince il premio Cinema Archeologico e la menzione Archeoblogger, e sfiora il premio RAM film festival del pubblico andato a “I volti dimenticati di Palmira”. Ecco tutti i film premiati

Il regista Olivier Bourgeois (secondo da sinistra) sul palco del teatro Zandonai presenta il film “Il giuramento di Ciriaco” al pubblico del RAM film festival (foto graziano tavan)

Locandina del film “Il giuramento di Ciriaco / The oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois
Alla 33.ma edizione del RAM film festival di Rovereto il regista Olivier Bourgeois con il suo film “Il giuramento di Ciriaco” ha sfiorato il “triplete”, aggiudicandosi il premio “Cinema archeologico” della giuria tecnica, la menzione speciale “Archeoblogger”, e lasciando il premio del pubblico al film “I volti dimenticati di Palmira” dopo un testa a testa all’ultimo voto. Di certo il patrimonio archeologico siriano, il suo studio, la sua conservazione e la sua salvaguardia ha lasciato un segno profondo nel pubblico che per cinque giorni è venuto al teatro Zandonai per seguire le proiezioni degli oltre sessanta film in concorso al festival roveretano con un focus “Sguardi al femminile” trasversale ai quattro filoni proposti per altrettanti premi: il Cinema archeologico, la Cultura animata, gli Sguardi dal mondo, e l’Italia si racconta. E le molte menzioni aggiunte ai premi ufficiali conferma la qualità dei film in concorso. Ecco tutti i titoli premiati.

Frame del film “Les visages oubliés de Palmyre. I volti dimenticati di Palmira” di Meyar Al-Roumi
Il premio del pubblico “RAM film festival” 2022 è andato dunque al film francese “Les visages oubliés de Palmyre. I volti dimenticati di Palmira” assegnato dal pubblico in sala attraverso la compilazione di schede-voto. Il film ha ottenuto un punteggio altissimo (9.55 su 10), di poco superiore al secondo classificato “The Oath of Cyriac. Il giuramento di Ciriaco” (9.51), altrettanto apprezzato. “Les visages oubliés de Palmyre” del regista Meyar Al-Roumi (Francia, 2020; 83’), prodotto nel 2020 da Un film à la patte, racconta la città leggendaria di Palmira attraverso i volti dei suoi abitanti, rappresentati dai ritratti funerari sparsi nel mondo e ricercati dagli archeologi. Svelando i segreti più intimi di tali sculture, si comprende la natura eccezionale di questa leggendaria città e della sua identità multiculturale.

Il regista Olivier Bourgeois con il premio Cinema Archeologico e la giuria: da sinistra, Claudia Beretta, coordinatrice RAM film festival; Federica Rinaldi, parco archeologico del Colosseo; il regista; Alessandra Cattoi, direttrice Fondazione museo civico Rovereto; Graziano Tavan, giornalista, archeoblogger; Maria Concetta Parello, parco archeologico Valle dei Templi di Agrigento (foto fmcr)
Premio “CINEMA ARCHEOLOGICO”. La giuria, composta da Isabella Bossi Fedrigotti, Federica Rinaldi, Maria Concetta Parello e Graziano Tavan, ha assegnato il premio al documentario “The oath of the Cyriac. Il giuramento di Ciriaco” di Olivier Bourgeois (Andorra, 2021; 72’) che racconta come un piccolo gruppo di archeologi e curatori museali abbia lottato per preservare il patrimonio di reperti archeologici del museo nazionale di Aleppo durante il conflitto siriano. Una corsa contro il tempo per mettere in salvo 50mila manufatti in una città assediata, Questa la motivazione: “The oath of the Cyriac / Il giuramento di Ciriaco non è soltanto un appassionante film archeologico ma è anche un drammatico e attuale reportage sulla guerra in Siria, in particolare sulla distruzione di Aleppo e sul rischio della perdita del valore identitario del patrimonio culturale. È infatti sotto i bombardamenti che direttore e dipendenti del museo dell’un tempo meravigliosa città mettono in salvo molte migliaia di reperti: ben consci del fatto che, se quegli oggetti -anche i più piccoli- fossero andati perduti sarebbe andata perduta la memoria e la storia di un popolo”.

Locandina del film “Medina Azahara, the Lost Pearl of Al-Andalus / Medina Azahara, la perla perduta di Al-Andalus
La giuria ha deciso di assegnare una menzione speciale al documentario “Medina Azahara. The Lost Pearl of Al-Andalus / Medina Azahara. La perla perduta di Al-Andalus” di Stephane Bégoin, Thomas Marlier (Francia, 2021; 52’): negli ultimi cinque anni, su questo sito, patrimonio dell’umanità, è stata condotta una campagna di scavi guidata da un team di archeologi europei. Il film svela i segreti di questa città perduta, esplorando l’epoca d’oro della Spagna musulmana. Questa la motivazione: “Con un mix di immagini dello scavo anche ripreso da drone, animazioni, ricostruzioni 3D, interventi degli archeologi, i registi Stéphane Bégoin e Thomas Marlier riescono non solo a raccontare la storia e le ricerche di Medina Azahara, la “Versailles di Al-Andalus”, ma anche a inserirla nel suo contesto storico e quindi nel suo rapporto con le altre grandi città arabe, e al contempo a contestualizzare quanto resta del ricco passato nell’Andalusia di oggi. Il tutto con un linguaggio semplice che riesce ad essere accattivante per lo spettatore”.

Claudio Artusi legge la motivazione del premio “Cultura animata” al RAM film festival (foto graziano tavan)
Premio “CULTURA ANIMATA”. La giuria, composta da Andrea Artusi, Claudio Tedaldi e Sabrina Zanetti, ha deciso di assegnare il premio al documentario “Treasure / Il tesoro” di Samantha Moore (Regno Unito, 2021; 8’), il racconto di due storie intrecciate: quella di un cacciatore di antichi tesori e quella di un’antica comunità. Questa la motivazione: “Il cortometraggio rappresenta una sintesi esemplare tra racconto, drammaturgia e attinenza sia al tema dell’archeologia che a quello della memoria. Il doppio registro scelto dalla regista, che si alterna tra passato e presente, abbinato a una tecnica raffinata di animazione e una colonna sonora di grande qualità sia dal punto di vista musicale che degli effetti sonori, generano un effetto di coinvolgimento ed empatia con la narrazione che, essendo priva di dialoghi, può essere fruita da spettatori di qualsiasi nazionalità ed estrazione”.

Claudia Beretta, coordinatrice del RAM film festival, legge la motivazione del premio “Sguardi dal mondo” (foto graziano tavan)
Premio “SGUARDI DAL MONDO”. La giuria, composta da Duccio Canestrini, Emanuele Gerosa e Roberto Cavallini, ha deciso di assegnare il premio al documentario “Osmildo” di Pedro Daldegan (Brasile, 2019; 27’) che racconta di Osmildo, unico superstite del suo villaggio, che lotta per riscattare le origini Kuntawama e la sua madrelingua, i rituali sacri, la medicina tradizionale e la sua terra, proponendo una scuola indigena propria. Questa la motivazione: “Il protagonista Osmildo, un guaritore amazzonico di etnia Kuntanawa, ha con le piante e con la natura un rapporto equilibrato e meraviglioso. Aldilà delle sue doti di fitoterapeuta e di maestro indigeno, la sua figura incarna una lezione storica e antropologica fondamentale: l’importanza di salvaguardare rituali, tradizioni mediche e spirituali che salvano culture e persone. Osmildo è il simbolo vivente della continua resistenza agli spietati predatori di risorse della foresta brasiliana che già decimarono i suoi antenati. Un documentario semplice, profondo e commovente”.

Frame al film “Jurassic cash”
La giuria ha deciso di assegnare una menzione speciale al documentario “Jurassic cash” di Xavier Lefebvre in collaborazione con Gilles Deiss (Francia, 2021-2022; 52’) che racconta la storia di Big John, lo scheletro del triceratopo più grande del mondo, venduto all’asta nell’ottobre 2021 per 6,6 milioni di euro. Una vendita eccezionale. Questa la motivazione: “Un ottimo film confezionato in maniera accattivante, che spalanca uno scenario poco noto: quello del traffico commerciale di reperti paleontologici. Ma se gli scheletri dei dinosauri vengono venduti all’asta, solo pochi privati milionari possono permettersi di acquistarli. Emerge così la questione etica, anche se un po’ sommessa: è giusto questo commercio che scavalca le istituzioni preposte alla conservazione dei reperti? Quanto vale, anzi, quale tipo di valore ha il patrimonio culturale? Un documentario che ha il merito di farci pensare”.

Alessandra Cattoi, direttrice della Fondazione museo civico di Rovereto, legge al motivazione del premio “L’Italia si racconta”
Premio “L’ITALIA SI RACCONTA”. La giuria, composta da Catia Fauci, Sebastiano Luca Insinga e Sara Zanatta, ha deciso di assegnare il premio al documentario “L’oro di Venezia” di Nicola Pittarello (Italia, 2022; 55’) sul rapporto tra la Repubblica di Venezia e i suoi possedimenti terrieri. Nei boschi veneti, friulani e istriani, Venezia trovava il legno indispensabile per costruire le navi da guerra. Per preservare tali materiali, la Serenissima attuò una serie di buone pratiche volte a salvaguardare il territorio, dando luogo anche a un profondo cambiamento di mentalità. Questa la motivazione: “Il documentario mostra Venezia, una delle città più filmate e raccontate, attraverso una lente originale, quella del rapporto tra la Serenissima e i suoi possedimenti di terra. La storia della potenza navale della Repubblica di San Marco collegata alle risorse boschive – l’oro del titolo appunto – si sviluppa in una narrazione coinvolgente, visivamente coerente, ben confezionata per ritmo e utilizzo dei materiali, originali e di repertorio, che lascia aperta una riflessione sui problemi ambientali del nostro tempo”.

Frame del film “Pupus” di Miriam Cossu Sparagano Ferraye
La giuria ha deciso di assegnare una menzione speciale al documentario “Pupus” di Miriam Cossu Sparagano Ferraye, (Italia, 2021; 32’) girato a Borgo Vecchio di Palermo, nel grande universo dell’Opera dei Pupi di tradizione siciliana, nel piccolo teatro-laboratorio della famiglia Mancuso. Questa è la motivazione: “Il documentario utilizza con abilità gli ingredienti del genere osservazionale e racconta una tradizione lavorativa quasi scomparsa, quella dei pupari, attraverso il rapporto padre-figlio. Il piccolo teatro-laboratorio di famiglia diventa lo spazio, a tratti poetico, di un’iniziazione: la fantasia dell’infanzia trova linfa nelle gesta cavalleresche tramandate oralmente e assorbe i trucchi di un futuro mestiere”.

Valentina Poli, della giuria di CinemA.Mo.Re, legge la menzione speciale (foto graziano tavan)
Menzione speciale “CINEMAMORE”. La giuria, composta da Valentina Poli, Miro Forti, Andrea Morghen, in collaborazione con Trento Film Festival e Religion Today Filmfestival, ha deciso di assegnare la menzione per l’edizione del RAM film festival 2022, al documentario “Maathani” di Amit Goyal (India, 2022; 13’) che racconta l’antica e tradizionale arte della ceramica, rivelando il processo di creazione dei vasi di terracotta da parte dei “Kumhar”, o ceramisti, del villaggio di Theekarda, nello stato indiano del Rajasthan. Questa la motivazione: “Il breve documentario indiano “Maathani” ha il pregio di far parlare le immagini: gesti, mani, strumenti che danno il senso del ritmo della produzione di vasi, dello svago, della vita quotidiana, tra passato e presente, e che scandiscono anche il passo della narrazione. Un documentario indipendente, che unisce la qualità sincera del documentario osservativo a immagini evocative”.

Frame del film “Mamody, the last baobab digger” di Cyrille Cornu
La giuria ha deciso di assegnare una menzione al documentario “Mamody. The last baobab digger” di Cyrille Cornu (Francia, 2022; 52’) ambientato sull’altopiano di Mahafaly, nel sud-ovest del Madagascar, una terra estremamente arida, dove gli abitanti del piccolo villaggio di Ampotaka hanno trovato una soluzione unica per immagazzinare l’acqua. Questa la motivazione: “Un tema importante, che sta diventando urgente anche alle nostre latitudini: l’acqua, come bene da preservare e tutelare. Nel film francese di Cyrille Cornu, uomini e donne della tribù di Ampotaka in Madagascar lottano contro la siccità tra riti pagani, natura e tradizioni. In un film di ottima qualità tecnica, affascinano il contesto e lo spessore umano delle donne e degli uomini del villaggio”.

Il regista Olivier Bourgeois con Antonia Falcone coordinatrice gruppo Archeoblogger (foto graziano tavan)
Menzione speciale “ARCHEOBLOGGER”. La giuria, composta da Giovanna Baldasarre, Giovina Caldarola, Marta Coccoluto, Andrea Bellotti, Antonia Falcone, Marina Lo Blundo, Mattia Mancini, Domenica Pate, Michele Stefanile, Alessandro Tagliapietra, ha assegnato la menzione al documentario “The oath of the Cyriac. Il giuramento di Ciriaco” di Olivier Bourgeois, con questa motivazione: “La follia della guerra e la necessità della tutela del patrimonio archeologico. The Oath of Cyriac parla di tutto questo, ma soprattutto del coraggio di non arrendersi di fronte a quello che la guerra porta con sé e sembra apparentemente inevitabile: la distruzione. Una docufiction coinvolgente, appassionante, emozionale che integra in modo puntuale ricostruzione cinematografica e verità storica. E lo fa su temi di attualità con protagonisti coloro che hanno vissuto sulla propria pelle la paura di non farcela e che invece alla fine, oltre ad avercela fatta, sono riusciti e reinterpretare in prima persona la ricostruzione di quegli attimi, regalando a noi spettatori momenti di grande commozione ed empatia. Il tema affrontato dal film è trasversale e contemporaneo, è una testimonianza importante della drammatica situazione del patrimonio culturale nei paesi devastati dalla guerra, dove spesso sono le persone comuni a trasformarsi in eroi, loro malgrado. E dove ad essere distrutti con il patrimonio archeologico sono la memoria, la storia, l’identità. The Oath of Cyriac ci parla di patrimonio in pericolo, di tutela, di preoccupazione per il presente e il futuro, di vocazione al lavoro e di ineluttabilità: nessuno dei protagonisti avrebbe potuto fare altro che salvaguardare la propria storia. Ma soprattutto interroga ognuno di noi sul senso di appartenenza e di comunità: cosa avrei fatto io, cosa avresti fatto tu, cosa avremmo fatto noi, cosa avreste fatto voi al posto di Ahmad, Amir, Desbina, Mahamun, Mohamad, Khaled e Nawrouz?”.
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