Paestum. 10° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2024 promosso da Bmta e Archeo: ecco le 5 scoperte archeologiche del 2023 candidate. Cina: a Shaanxi una città perduta dell’età del Bronzo; Iraq: a Lagash una “taberna” di 5mila anni fa; Italia: a Roma il Teatro di Nerone; Regno Unito: a Londra un mausoleo romano; Sudan: a Dongola, dipinti murali cristiani. Sono già passati 9 anni dal sacrificio di Khaled al-Assad
2015-2024: già nove anni, tanti ne sono passati da quel 18 agosto 2015 quando Khaled al-Asaad, direttore degli scavi archeologici di Palmira, “la sposa del deserto” in Siria, pagò con la vita la difesa del patrimonio culturale. “Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira”, lo ricorda l’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla. “Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta, Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava. Khaled – conclude Mathhiae – era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinari per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo”.
Per ricordare il sacrificio di Khaled al-Asaad, la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum e la rivista Archeo hanno istituito un Premio annuale a lui intitolato, l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio, assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), arCHaeo (Svizzera), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).
Venerdì 1° novembre 2024, in occasione della XXVI Bmta, in programma dal 31 ottobre al 3 novembre 2024 a Paestum, sarà consegnato il premio, giunto alla decima edizione, alla scoperta archeologica tra le 5 scoperte archeologiche del 2023 finaliste. Sono: Cina: nella provincia dello Shaanxi una città perduta dell’età del Bronzo; Iraq: a Lagash una “taberna” di 5mila anni fa dell’antica Mesopotamia; Italia: a Roma il Teatro di Nerone; Regno Unito: a Londra nel quartiere di Southwark i resti di un mausoleo romano; Sudan: nel sito di Dongola, dipinti murali cristiani senza precedenti per la pittura nubiana. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 1° luglio – 1° ottobre 2024 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2023: la consegna del premio ad Agnese Carletti, sindaco di San Casciano dei Bagni (foto bmta)
EDIZIONI PRECEDENTI. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel Mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”; nel 2022 a Zahi Hawass, direttore della missione archeologica che ha scoperto “la città d’oro perduta”, fondata da Amenhotep III, riaffiorata dal deserto nei pressi di Luxor; nel 2023 ad Agnese Carletti sindaco di San Casciano dei Bagni in rappresentanza dell’Amministrazione comunale titolare dell’area e a Jacopo Tabolli responsabile scientifico dello scavo per la scoperta delle 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana riaffiorate dal fango a San Casciano dei Bagni (provincia di Siena).
Cina: nella provincia dello Shaanxi una città perduta dell’età del Bronzo. Un’équipe di archeologi cinesi ha scoperto un’intera città dell’Età del Bronzo, uno dei più grandi siti della prima dinastia Shang mai scoperti e risalenti al 1600 a.C. fino al 1046 a.C. a Zhaigou, il più antico insediamento neolitico della regione, a circa 110 km a sud della città di Yulin nella provincia dello Shaanxi. Secondo gli archeologi la città è diffusa su 11 colline e copre più di 3 kmq, la più grande della regione, nonostante negli ultimi 1000 anni ben 13 antiche dinastie cinesi hanno avuto le loro capitali nello Shaanxi. Infatti, il sito contiene alcune delle tombe più ricche mai scoperte nella regione: ad oggi sono state identificate nove tombe aristocratiche con oltre 200 manufatti tra cui un pezzo di bronzo di un carro (il resto del quale ancora sepolto con i resti dei cavalli che un tempo lo trainavano), minuscoli orecchini in oro e giada, un uccello di giada finemente lavorato e una stella di bronzo fuso intarsiata con pezzi di turchese, un guscio di tartaruga lucidato, forse uno strumento di divinazione utilizzato per creare connessioni tra questo mondo e altri meno conosciuti. Gli archeologi pensano che la città dell’Età del Bronzo sia stata la capitale di uno stato separato assimilato dalla dinastia Shang, che aveva sede nella città di Yinxu. Si ipotizza che dopo la conquista regionale la nuova città abbia reso omaggio agli Shang e, sulla base delle scoperte finora, gli archeologi pensano che un intero insediamento con tombe, edifici centrali e botteghe artigiane attende di essere portato alla luce. Ceramiche finemente decorate e strumenti della prima agricoltura (vasi per bere in bronzo, ornamenti intarsiati con turchesi e pezzi di giada scolpita) sono stati precedentemente recuperati da questo sito, che offrono agli archeologi preziose informazioni sullo sviluppo sociale, culturale e tecnologico delle comunità preistoriche nella regione.
Iraq: a Lagash una “taberna” di 5mila anni fa dell’antica Mesopotamia. Una zona pranzo all’aperto con panchine, un forno, contenitori per la conservazione, antichi resti di cibo e persino un frigorifero di 5mila anni fa (denominato “zeer”, termine arabo che identifica la tecnica del vaso nel vaso per conservare bevande e alimenti) scoperti dagli archeologi dell’università di Pisa, coordinati da Sara Pizzimenti, associato di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente in collaborazione con l’equipe dell’università della Pennsylvania guidata dalla professoressa Holly Pittman negli scavi del “Lagash Archaeological Project”, che iniziati nel 2019 hanno riportato alla luce quella che potrebbe essere una taberna del 2.700 a.C. presso Tell al-Hiba (l’antica Lagash), a 24 km a est della città di Shatra, nel governatorato del Dhi Qar, nel sud dell’Iraq. Lagash con i suoi più di 400 ettari di estensione è una delle città-stato più antiche e più grandi della Mesopotamia meridionale e capitale dell’omonimo stato, occupata a partire dal quinto millennio a.C. e in gran parte abbandonata attorno al 2.300 a.C.; è stata uno dei più importanti snodi commerciali della regione, sede di un’intensa e variegata produzione artigianale e con immediato accesso a terreni agricoli. La scoperta dà nuova luce sullo studio dell’alimentazione e della cucina dell’antica Mesopotamia e sulla vita quotidiana di un quartiere popolare sumerico, probabilmente legato ad attività artigianali di produzione ceramica all’interno di quello che era un luogo pubblico per la produzione, distribuzione e consumo dei pasti, di conseguenza un tassello importante per ricostruire le conoscenze nel campo della produzione e distribuzione alimentare, economia alla base delle prime società complesse della storia dell’uomo.
Italia: a Roma il Teatro di Nerone. Nella corte di Palazzo Della Rovere, proprietà dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme (governatore l’Ambasciatore Ludovico Visconti di Modrone) e in affitto alla catena di alberghi Four Seasons, che qui sta realizzando il suo primo hotel a Roma, i lavori per la sua costruzione hanno riportato alla luce, dopo duemila anni sottoterra, una parte del teatro di Nerone, un lussuoso edificio di epoca imperiale situato a pochi metri dal Vaticano (vedi Roma. Sotto Palazzo della Rovere o dei Penitenzieri, a un passo da San Pietro, scoperto il Teatro di Nerone, noto dalle fonti antiche ma mai ritrovato, dove l’imperatore provava le sue esibizioni artistiche. Dopo gli studi sarà reinterrato | archeologiavocidalpassato). Dal 2020 sono in corso lavori di ristrutturazione sotto la direzione scientifica di Renato Sebastiani e proseguiti da Alessio De Cristofaro, archeologi della Soprintendenza Speciale di Roma, condotti sul campo dall’archeologa Marzia Di Mento. A cinque mt dall’attuale livello stradale sono stati rinvenuti la parte sinistra della cavea a emiciclo, la scenæ frons, con sontuose colonne lavorate di marmi pregiati, decorazioni a stucco con foglia d’oro e ambienti di servizio, forse depositi per costumi e scenografie, risalente al I secolo d.C., che anticamente sorgeva all’interno degli Horti di Agrippina maggiore, la grande tenuta della famiglia Giulio Claudia, dove Caligola aveva fatto costruire un grande circo per le corse dei cavalli e successivamente Nerone il teatro, la cui esistenza finora era stata citata solo da fonti letterarie antiche (Plinio, Svetonio, Tacito). Strutture architettoniche, elementi decorativi, sculture in marmo e un rarissimo capitello in alabastro, centinaia di oggetti del tempo, tra cui monete, utensili in osso lavorato, vetro e ceramica. Secoli di storia stratificati e tutti da analizzare da parte della Soprintendente Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, mentre i ritrovamenti architettonici saranno studiati e catalogati e, poi, ricoperti e interrati, considerando anche la presenza di una falda acquifera poco al di sotto, il solo modo per garantirne una corretta conservazione in futuro. Invece, gli elementi decorativi portati alla luce, comprese le colonne, saranno collocati all’interno dello storico palazzo a dare ancor maggiore valore al soggiorno di chi alloggerà nel lussuoso albergo, la cui apertura è prevista entro il Giubileo del 2025.
Regno Unito: a Londra nel quartiere di Southwark i resti di un mausoleo romano. L’équipe del Museum of London Archaeology (MOLA), che ha condotto lo scavo per conto di Landsec e Transport for London (TfL) nello stesso sito di “The Liberty of Southwark” dove nel febbraio 2022 sono stati rinvenuti alcuni dei mosaici romani più grandi mai trovati a Londra, ha portato alla luce il mausoleo romano più intatto mai scoperto nel Regno Unito, dove sono visibili le pareti e alcuni pavimenti interni, tra cui un suggestivo mosaico circondato da una piattaforma rialzata su cui erano poste le sepolture. Il mausoleo sembra aver subito modifiche significative durante la sua vita: gli archeologi, infatti, hanno scoperto un secondo mosaico direttamente sotto il primo, indicando che il pavimento della struttura è stato rialzato nel corso degli anni. I due mosaici sono simili nel disegno, con un fiore centrale circondato da un motivo di cerchi concentrici incastonati all’interno di un pavimento formato da piccole tessere rosse. A sorprendere anche i reperti che stanno riaffiorando dagli interni: oltre cento monete, preziose tegole decorative, strumenti in metallo e frammenti di ceramica. Nell’area circostante sono state rinvenute più di 80 sepolture romane, tutte prive di resti umani. Nei sepolcri sono stati trovati oggetti come perline di vetro e braccialetti di rame, ceramiche e persino un pettine d’osso. Sebbene il mausoleo sia stato quasi completamente smantellato, probabilmente in epoca medievale, i segni indicano che si trattava di un edificio alto forse due piani, che sarebbe stato fatto costruire per accogliere esponenti di famiglie ricche sulla scena della Londra romana.
Sudan: nel sito di Dongola, dipinti murali cristiani senza precedenti per la pittura nubiana. Gli archeologi Lorenzo de Lellis e Maciej Wyżgoł del Polish Centre of Mediterranean Archaeology dell’università di Varsavia, diretto dal prof. Artur Obłuski, hanno scoperto nel sito di Dongola (Tungul in antico nubiano, capitale della Makuria, uno dei più importanti stati africani medievali) un enigmatico complesso di stanze fatte di mattoni essiccati al sole, i cui interni erano ricoperti da scene figurative ritenute uniche per l’arte cristiana. Durante l’esplorazione di case risalenti al periodo Funj (XVI-XIX sec.) sotto il pavimento un’apertura conduceva a una piccola camera, le cui pareti erano decorate con rappresentazioni uniche (la Madonna, Cristo, una scena raffigurante un re nubiano, ancora Cristo e l’arcangelo Michele), una scena che non ha paralleli noti nella pittura nubiana. I dipinti sono accompagnati da iscrizioni, una delle quali in antico nubiano che contiene diverse menzioni di un re di nome David e una supplica a Dio per la protezione della città (David fu uno degli ultimi sovrani della Makuria cristiana e il periodo del suo governo segnò l’inizio della fine del regno, in quanto attaccò l’Egitto, che si vendicò invadendo la Nubia e Dongola venne saccheggiata per la prima volta nella sua storia). L’enigma più grande è il complesso di stanze in cui sono stati trovati i dipinti. La stanza con la scena dipinta, che mostra il re David, assomiglia a una cripta, ma è a 7 metri sopra il livello del suolo medievale, adiacente a un edificio sacro identificato come la Grande Chiesa di Gesù, che era probabilmente la cattedrale di Dongola e la chiesa più importante del regno di Makuria. Fonti arabe raccontano che l’attacco del re David all’Egitto sia stato istigato dalla Grande Chiesa di Gesù: l’arcivescovo di Dongola, proprio come Papa Urbano II, esortò dunque il re David a lanciare una crociata? Ulteriori scavi potrebbero fornire risposte a queste e ad altre domande sull’enigmatica struttura.
Mostre che continuano nel 2024. A Trento e San Michele all’Adige “Sciamani. Comunicare con l’invisibile”: per la prima volta oltre cento reperti e manufatti della Fondazione Sergio Poggianella provenienti da Cina, Siberia e Mongolia, che raccontano e indagano il fenomeno sciamanico in tutta la sua complessità
Mostre con continuano nel 2024. “Sciamani. Comunicare con l’invisibile”: aperta al Muse, museo delle Scienze di Trento, sabato 16 dicembre 2023, la mostra, che chiuderà il 30 giugno 2024, per la prima volta presenta al pubblico una preziosa selezione di oltre cento reperti e manufatti della Fondazione Sergio Poggianella provenienti da Cina, Siberia e Mongolia, che raccontano e indagano il fenomeno sciamanico in tutta la sua complessità. Un viaggio immersivo tra antropologia, etnografia, psicologia, archeologia e arte alla scoperta di luoghi, riti, linguaggi e oggetti delle culture mongole e siberiane che ancora oggi praticano lo sciamanismo. Negli spazi di Palazzo delle Albere a Trento e del museo Etnografico trentino San Michele, un grande progetto espositivo esplora uno tra i temi più affascinanti della storia umana da punti di vista diversi e complementari: lo sciamanismo. La mostra – un viaggio in tre tappe tra antropologia, psicologia, archeologia e arte contemporanea, tra maschere inquietanti, installazioni immersive, artigianato e opere d’arte – propone un approccio multidisciplinare per riflettere sul rapporto con tutto ciò che è non-umano.
La mostra, sotto la direzione scientifica di Stefano Beggiora del dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea dell’università Ca’ Foscari, docente di Etnografia dello Sciamanesimo e uno dei rari esperti italiani di sciamanesimo, unisce per la prima volta tre importanti musei della Provincia autonoma di Trento: Muse – museo delle Scienze di Trento, Mart – museo di Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e Mets – museo Etnografico trentino San Michele. Con il biglietto d’ingresso intero di MUSE, Mart o Mets puoi acquistare un biglietto d’ingresso ridotto per la mostra Sciamani. Comunicare con l’invisibile. Insieme alla collega Lia Zola, dell’università di Torino, Beggiora ha lavorato sulla selezione degli oggetti e sul concept espositivo della sezione antropologica della mostra, coordinando un board di esperti di diversi atenei, dando così forma e significato a un viaggio immersivo tra antropologia, etnografia, psicologia, archeologia e arte, alla scoperta di luoghi, riti, linguaggi e oggetti delle culture mongole e siberiane che ancora oggi praticano lo sciamanismo.

Allestimento della mostra “Sciamani. Comunicare con l’invisibile” al Palazzo delle Albere a Trento (foto muse-mart)
Allestimento. “La parte più consistente della mostra si trova a palazzo delle Albere, a Trento, collocato presso il Muse e gestito in parte dal Muse e in parte dal Mart”, spiega Beggiora. “La mostra ha quindi due sezioni principali, una principalmente antropologica, alla quale ho lavorato con i colleghi, e una dedicata ad allestimenti di vari artisti moderni e contemporanei che hanno realizzato opere di ispirazione sciamanica, con l’idea di approcciare l’arte contemporanea (soprattutto a tema ambientale, ecologico) con lo sciamanismo tradizionale. Esiste poi un terzo polo, il museo etnografico del trentino, Mets, a San Michele all’Adige e che ospita una sorta di spin off della mostra, una terza sezione che si chiama “Sciamani. Téchne, spirito, idea” in cui si espongono gli oggetti sciamanici della collezione di Poggianella in connessione con altre opere di artisti contemporanei e oggetti della tradizione popolare, creando quindi una sorta di contrasto suggestivo”.

Allestimento della mostra “Sciamani. Comunicare con l’invisibile” al Palazzo delle Albere a Trento (foto muse-mart)
La mostra si compone di 8 sezioni, ciascuna delle quali tocca e approfondisce una particolare tematica tra antropologia e archeologia, sociologia, scienza, psicologia e scienze cognitive, arte: 1) Introduzione: sciamanismo o sciamano? Una riflessione sul termine e sull’evoluzione del significato nel tempo; 2) Sciamani e sacralità: cosa può essere definito “Sacro”? Che ruolo avevano gli oggetti sciamanici? Come si diventa sciamano? È un ruolo solamente maschile?; 3) Sciamani e società: come opera lo sciamano nella comunità? Il suo è un ruolo privilegiato o nasconde dei “lati oscuri”?; 4) Sciamani e natura: gli oggetti sciamanici evocano il mondo naturale e animale. Un’analisi sul DNA permette di ricostruire dei “paesaggi sciamanici” fatti di suoni e luoghi speciali; 5) Sciamani e archeologia: possiamo parlare di sciamanismo preistorico? Una riflessione sulla spiritualità delle/i nostre/i antenate/i; 6) Sciamanesimo contemporaneo: come ogni fenomeno umano anche lo sciamanesimo evolve e si modifica con il passare del tempo. Lo sciamanismo è tutt’ora una pratica viva e dinamica in grado di attingere al sapere tradizionale per agire nella contemporaneità; 7) Sciamani e stati alterati di coscienza: cosa sono gli stati alterati di coscienza? Sono qualcosa di eccezionale o fanno parte della nostra quotidianità? Vivi un’esperienza sensoriale e percepisci le sensazioni dello stato alterato di coscienza; 8) Sciamani e arte contemporanea: arte e reperti sciamanici in dialogo: artisti, fotografi e film makers estendono il tema sciamanico alle problematiche dell’attualità. La mostra prosegue al METS-Museo etnografico trentino San Michele con una sezione dal titolo “Téchne, spirito, idea” che mette in dialogo tre componenti: l’ingegno manuale della cultura popolare, la dimensione spirituale e la creatività artistica.

Maschera dalla Mongolia settentrionale esposta nella mostra “Sciamani. Comunicare l’invisibile” a Trento (foto muse-mart)
Progetto. “Questa mostra – continua Beggiora – ci riporta alle origini dello sciamanesimo, nel continente eurasiatico, in particolare nella Siberia del XVII secolo. Gli sciamani, per le popolazioni nomadi della steppa, erano uomini-medicina, guaritori, forse degli psicoanalisti ante litteram in quanto in grado di catalizzare ed allontanare le ansie e le paure della comunità. La collezione che presentiamo a Trento è straordinaria, unica in Italia. Comprende oggetti di culto, come il tamburo a cornice, amuleti, stoffe e straordinari corredi sciamanici completi. Il percorso di visita si snoda tra storia – presenti alcuni reperti archeologici datati al Paleolitico superiore – arte, ambiente e culti contemporanei legati allo sciamanesimo. Oltre ai manufatti abbiamo realizzato materiali multimediali, come video didattici e di animazione, ma anche un’installazione immersiva dove attraverso il suono del tamburo e una passeggiata virtuale in una foresta è possibile provare una sorta di mini-esperienza di coscienza alterata. Inoltre per la prima volta, grazie al MUSE, sono stati effettuati test del DNA sulle parti animali degli oggetti, una tipologia di ricerca scientifica pionieristica in questo ambito, che ci ha dato conferma sui materiali di origine animale, come pelli di lupo, capra, cervo, furetto e anche una zampa di ghiottone, impiegati per la costruzione dei costumi, dei tamburi e dei vari oggetti personali. Questi ci confermano uno stretto contatto con la fauna tipica dell’area mongolo-siberiana, ma anche i forti simboli totemici dello sciamanismo provenienti dal mondo animale”.
Augusta (Sr). Al via tre seminari-proiezioni con quattro ospiti d’eccezione nell’ambito del progetto “Historytelling. La Storia si racconta”, organizzati dal IV Istituto “Domenico Costa” in collaborazione con Archeovisiva
Tre appuntamenti con quattro ospiti d’eccezione, ad Augusta (Sr), a Palazzo San Biagio, sempre alle 16.30: seminari-proiezioni organizzati dal IV Istituto “Domenico Costa” in collaborazione con Archeovisiva, all’interno del progetto “Historytelling. La Storia si racconta”, pensato per una selezione di studenti dell’IC “Domenico Costa”, ma aperti alla fruizione di tutta la comunità. Ingresso libero.
Si inizia giovedì 16 novembre 2023 con “Storie d’acqua, di terra e di cielo”: seminario con Nicolò Bongiorno, regista e produttore cinematografico, e proiezione del film “Songs of the water spirits” di Nicolò Bongiorno (Italia 2020, 100’). Il film è interamente girato in Ladakh, una regione dell’India in profonda trasformazione, che sta affrontando un percorso di rigenerazione culturale in bilico tra il richiamo di una tradizione arcana e uno sviluppo rampante, che mette a rischio l’ambiente e snatura i suoi abitanti. Menti coraggiose vogliono superare questo dualismo proponendo una mediazione virtuosa per restare se stessi senza chiudersi al mondo, valorizzando gli stimoli di una modernità che non implichi una mutazione antropologica.
Secondo appuntamento giovedì 23 novembre 2023 con “Il sogno di un’Italia unita: la parola a Dante Alighieri”: seminario con Diego D’Innocenzo, regista e sceneggiatore, e proiezione del film “Dante, il sogno di un’Italia libera” di Jesus Garces Lambert (Italia, Francia 2021, 88’). Un viaggio emotivo e avvincente che ci porta nelle stanze dei personaggi più potenti del 1300: i Papi, i Re e gli Imperatori che hanno determinato il destino dell’Italia e dell’Europa per i decenni successivi. Interviste e finzione si intrecciano in una narrazione potente ed evocativa sui momenti e i personaggi più importanti del Medioevo, attraverso il racconto che ne ha fatto Dante nella sua Comedia. A decodificare i versi del grande Poeta, alcuni tra i più attenti studiosi danteschi del mondo.
Terzo e ultimo appuntamento martedì 28 novembre 2023 con “Lucrezia Borgia: chi era davvero? Quando a rivelarlo è un film”: seminario con Marco Melluso e Diego Schiavo, registi e sceneggiatori, e proiezione del film “L’incantevole Lucrezia Borgia” di Marco Melluso e Diego Schiavo (Italia 2023, 63’). Durante lo speakeraggio di un documentario dai toni scandalistici, Lucrezia Lante della Rovere esce magicamente dallo schermo, si ribella e coinvolge Voce, lo speaker interpretato dal brillante Tullio Solenghi, e il giovane tecnico del suono, il talentuoso Tobia de Angelis, in un viaggio alla riscoperta della vera vita di un’eroina del suo tempo: Lucrezia Borgia. Accompagnata da un buffo e dorato assistente interpretato dal poliedrico Francesco Zecca, Lucrezia Lante si muove tra Ferrara e i territori del ducato estense, raccontando la storia di Lucrezia Borgia d’Este come se fosse – e forse lo è stata davvero! – la più grande e appassionante telenovela del Rinascimento.
Belgrado. Alla XXIII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, Paese ospite la Grecia, l’Italia è presente con quattro film portati dall’IIC di Belgrado grazie alla collaborazione del RAM film festival
Dal 22 al 27 maggio 2022, il museo nazionale di Belgrado ospita nell’atrio la XXII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Belgrado, organizzata dal museo nazionale di Belgrado in collaborazione con principali istituzioni culturali serbe e internazionali attive nella capitale serba. La Rassegna offre agli esperti del settore e al vasto pubblico di appassionati la possibilità di conoscere le produzioni più recenti nel settore dell’archeologia e delle discipline affini. L’ospite d’onore della rassegna di quest’anno è la Repubblica di Grecia – la Fondazione ellenica per la cultura, i cui film “Il ritorno dei perduti” e “Dodici decenni di scoperte” aprono la rassegna di quest’anno. Il coro della Fondazione ellenica per la cultura “Helenofonia”, diretto da Nefeli Papoutsaki, si esibirà alla cerimonia di apertura della fiera. Il programma di quest’anno comprende 22 film provenienti da 6 Paesi: Grecia (2), Italia (4), Spagna (3), Russia (2), Iran (2) e Serbia (9). L’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, uno dei principali promotori della Rassegna fin dalla prima edizione, presenta quattro documentari italiani, messi a disposizione dell’IIC Belgrado dai loro autori grazie alla preziosa collaborazione del RAM film festival della Fondazione Museo Civico di Rovereto: “L’oro di Venezia” (Italia, 2022), regia di Nicola Pittarello; “La frequentazione dell’orso” (Italia, 2022), regia di Federico Betta; “Il sapore della terra” (Italia, 2022), regia di Giulio Filippo Giunti; “Antica trasversale sicula. Il cammino della dea madre” (Italia, 2021), regia di Francesco Bocchieri.
Il primo film italiano in concorso a Belgrado è “L’oro di Venezia” (Italia 2022, 52’) di Nicola Pittarello, lunedì 22 maggio 2023. Il film-documentario, prodotto da SD Cinematografica, racconta il rapporto tra la Repubblica di Venezia e i suoi possedimenti. È soprattutto la necessità di rifornirsi di legname a spingere la Serenissima, nel Cinquecento e nel Seicento, ad espandersi nell’entroterra. Ed è la grande sfida con l’Impero Ottomano per la supremazia sul Mediterraneo ad alimentare questa necessità. Nei boschi veneti, friulani e istriani, Venezia poteva infatti trovare il legno migliore, la materia prima essenziale per costruire le navi da guerra di cui aveva bisogno in vista di uno scontro decisivo con i Turchi, che avverrà nel 1571 nella famosissima Battaglia di Lepanto. Per preservare i suoi preziosi boschi, Venezia mette in atto una serie di pratiche di buona gestione del territorio, dando anche il via ad un profondo cambiamento di mentalità. La salvaguardia del territorio diventa una vera parola d’ordine, con un approccio che sembra avvicinarsi alla nostra attuale sensibilità ambientalista. “L’oro di Venezia” è la storia di quest’avventura e di come quelle pratiche e quella mentalità siano arrivate fino ad oggi.
Il secondo film italiano in concorso, mercoledì 24 maggio 2023, è “La frequentazione dell’orso” (Italia 2022, 60’) di Federico Betta, un viaggio nella storia del rapporto tra esseri umani e orsi in Trentino, la regione più settentrionale d’Italia. Personaggi diversi creano un puzzle di visioni che attraversa la preistoria, la storia, la lotta per la salvezza, il grande progetto di ripopolamento e il presente. Il documentario ci lascia con molte domande, senza ignorare la realtà: la convivenza di orsi e umani crea conflitti che non possono essere eliminati e richiede un forte impegno da parte di tutti. Uno sforzo condiviso per garantire la permanenza dei grandi carnivori sul nostro territorio a lungo termine.
Il terzo film italiano in concorso, venerdì 26 maggio 2023, è “Il sapore della terra” (Italia 2021, 60’) di Giulio Filippo Giunti. Nel 1577 Giacomo Boncompagni, nuovo Signore del Marchesato di Vignola, invia un proprio emissario alla scoperta del feudo che ha ricevuto in dono dal papa Gregorio XIII. Il Visitatore attraversa il territorio in lungo e in largo e nella relazione che scrive al termine del suo lungo viaggio parla di queste terre come di un luogo abitato da gente ingegnosa vasto e variegato, che si estende dalla pianura ai crinali degli Appennini, un luogo punteggiato di castelli che ha il suo fulcro nel fiorente mercato della Città di Vignola, la capitale. Oggi queste terre sono ancora abitate da uomini ingegnosi, che fanno tesoro di tradizioni secolari per realizzare prodotti gastronomici unici e speciali e guardano fiduciosi al futuro del proprio territorio. Un mosaico di voci, luoghi e foto d’epoca per comporre un racconto che restituisce il ritmo lento del lavoro della terra nel corso delle stagioni e il fascino discreto e profondo dell’unione tra un paesaggio e una cultura secolare custodita all’ombra dei castelli.
Quarto e ultimo film italiano in concorso, sabato 27 maggio 2023, è “Antica trasversale sicula. Il cammino della dea madre” (Italia 2021, 80’) di Francesco Bocchieri. Un viaggio attraverso la Sicilia, seguendo il percorso dell’Antica Trasversale Sicula, uno dei cammini più antichi d’Italia. Da Mozia a Camarina, 650 km di strade riscoperte da un gruppo di appassionati ispirati dalle ricerche dell’archeologo Biagio Pace, immerse nella natura, nel paesaggio e nella Storia. Un viaggio di luoghi, persone, incontri e di forti emozioni, un atto di amore per la propria terra.
Roma. In Campidoglio la prima Giornata dell’Archeologia italiana all’Estero promossa dal Maeci: 246 missioni archeologiche, antropologiche e etnologiche italiane con 180 direttori. Il vice presidente del Consiglio Tajani: “Gli archeologi italiani sono gli ambasciatori ad honorem senza feluche e con gli scarponi da deserto”
“Siete i nostri ambasciatori perché portate il nostro saper fare e aprite porte di dialogo e di confronto in Paesi importanti per noi”. Così Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, nel salutare i direttori delle 246 missioni archeologiche, antropologiche & etnologiche italiane all’estero riuniti nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio a Roma per la prima Giornata dell’Archeologia Italiana all’Estero, per condividere esperienze e risultati delle attività di ricerca, scavo e restauro condotte nei 5 continenti.

I direttori di missioni archeologiche italiane all’estero con le autorità e i tecnici ministeriali sulla terrazza del Campidoglio (foto maeci)

L’aula Giulio Cesare del Campidoglio dove si è aperta la prima Giornata dell’Archeologia italiana all’Estero (foto maeci)
L’iniziativa, organizzata dal Maeci in collaborazione con il Comune di Roma, ha voluto manifestare l’eccellenza italiana nella ricerca archeologica all’estero che le Missioni archeologiche finanziate dalla Farnesina (246 nel 2022) conducono da decenni nei cinque continenti, con l’obiettivo di accrescere presso il grande pubblico e le competenti istanze parlamentari una maggior consapevolezza e attenzione su tale eccellenza italiana. Dopo i saluti del “padrone di casa”, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (“Straordinaria la capacità dell’Italia nel mettere a servizio le proprie competenze”), e l’intervento di Tajani (“Gli archeologi italiani sono gli ambasciatori ad honorem senza feluche e con gli scarponi da deserto”), ha parlato il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano (“Grazie all’archeologia ritroviamo le nostre radici, la nostra identità, un tassello dell’immaginario italiano che vogliamo proiettare nel mondo. E sono tantissimi i contributi dati alla ricerca storica dal 1909, anno dell’istituzione della scuola archeologica”), con un video-messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (“Le nostre missioni contribuiscono a valorizzare una parte del patrimonio storico e artistico, scrigno di ricchezze da conservare e trasmettere alle future generazioni”).
Le testimonianze dei capi missione hanno confermato che l’eccellenza italiana in questo campo è riconosciuta in tutto il mondo. Non solo nelle aree di presenza storica, come il bacino del Mediterraneo e il Medio Oriente, ma anche in Sudamerica, in Asia orientale, fino al Giappone. Come si diceva nel 2022 sono state 246 le missioni archeologiche italiane condotte da 184 direttori in 66 Paesi. Di queste missioni 42 sono impegnate in 37 siti Unesco presenti in 20 Paesi. Grazie al Maeci sono impegnate all’estero 55 tra università, istituzioni di ricerca ed enti privati. Sono circa 3000 gli studiosi e i ricercatori italiani e stranieri coinvolti. E per il 2023 sarebbe state proposte oltre 280 missioni archeologiche all’estero per le quali dovrebbe esserci una copertura delle spese intorno al 70%. E dietro a queste iniziative ci sono circa 400 accordi di collaborazione tra istituzioni italiane e straniere.
Cina. Prorogata a Suzhou la mostra “ETRUSCHI. Signori dell’Italia antica / ETRUSCANS. Lords of ancient Italy”, ideata e curata dal museo civico Archeologico di Bologna. Già superati i 100mila visitatori

Visitatori alla mostra “ETRUSCHI. Signori dell’Italia antica / ETRUSCANS. Lords of ancient Italy” al Wuzhong Museum di Suzhou in Cina (foto musei bologna)
Oltre 100mila visitatori dal 30 agosto al 7 dicembre 2022, più di 224mila visualizzazioni dei contenuti online, 490 partecipanti alle attività in sede museale. Sono i numeri della grande mostra “ETRUSCHI. Signori dell’Italia antica / ETRUSCANS. Lords of ancient Italy”, ideata e curata dal museo civico Archeologico di Bologna con l’organizzazione di MondoMostre e la presenza di alcuni prestiti dal museo Archeologico nazionale di Napoli. Vien proprio da dire che “l’Etrusco colpisce ancora… in Cina”. Il lungo viaggio espositivo degli Etruschi in Cina prosegue con successo come dimostra il fatto che la mostra al Wuzhong Museum di Suzhou è stata prorogata fino al 29 gennaio 2023. Telegrafico il commento all’Archeologico bolognese: “Siamo molto felici che i nostri pezzi e il nostro lavoro siano apprezzati dall’altra parte del mondo”.
Licodia Eubea (Ct). Al via la XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico: 35 film in concorso (con 11 prime internazionali), tre premi, e un intero paese coinvolto. Il tema di quest’anno è “Confini”: linee di demarcazione ma anche punti di contatto
Cento pagine. Per un saggio di archeologia? Per un romanzo a soggetto storico-archeologico? Niente di tutto questo. Quelle cento pagine sono servite ai ragazzi di Archeovisiva, l’associazione culturale promotrice dell’evento insieme all’Archeoclub d‘Italia di Licodia Eubea “Mario Di Benedetto”, per realizzare il catalogo che descrive i film, gli eventi e lo spirito che animeranno, dal 12 al 16 ottobre 2022, il Comune di Licodia Eubea per la XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico.

Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub di Licodia Eubea, tra i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio (foto RDCA)
Filo rosso di questa edizione è l’idea di CONFINE: che sia tangibile o meno, fisico o culturale, da percorrere o superare, il confine rappresenta il collante tra film, incontri, mostre ed eventi collaterali. “I confini costituiscono dei limiti condivisi con altri, delle linee di demarcazione tra realtà fisiche, sociali, culturali”, scrivono nell’introduzione del catalogo i direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele. “Al tempo stesso, rappresentano dei punti di contatto, in grado di incidere nelle relazioni e nei rapporti, disegnando ponti o marcando fratture tra individui, popoli e società. È proprio la trasversalità interpretativa di questo termine, assieme alla sua grande attualità, a farne il fil rouge ideale per la XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico, un filo che si dipana all’interno dell’intero programma, dalla sezione cinematografica a quella degli eventi collaterali, e che coinvolge gli spazi stessi della manifestazione, non più limitati a una sala proiezioni ma diffusi in tutto il territorio licodiano: il nuovo Teatro della Legalità, l’ex Chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, il Museo civico “Antonino Di Vita” e i suggestivi scorci del suo centro storico, dal Castello Santa Pau a piazza Stefania Noce”.
Qualche numero della dodicesima edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico. Sono 35 i film in concorso, in visione al Teatro della Legalità da mercoledì 12 a domenica 16 ottobre 2022, per la sezione Cinema e Archeologia, con 11 prime internazionali, 4 nazionali e 18 regionali, che provengono da 14 Paesi (Andorra, Argentina, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Grecia, India, Indonesia, Iran, Italia, Portogallo, Serbia, Spagna, Turchia). Tre i premi che verranno assegnati: Premio Archeoclub d’Italia al film più votato dal pubblico presente in sala; Premio ArcheoVisiva al film migliore selezionato dalla giuria internazionale di qualità. Premio Antonino Di Vita: assegnato a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico. E poi, sempre al Teatro della Legalità, venerdì 14 e sabato 15 ottobre, ci sono sei film in concorso per la sezione Ragazzi e Archeologia, con 2 prime internazionali, 1 nazionale e 3 regionali, insieme ad attività didattiche per le scuole. E domenica, ancora al Teatro della Legalità, si apre la Finestra sul Documentario siciliano. “Le tante opere in concorso quest’anno provengono dal mondo intero, ed affrontano in modo più o meno diretto la tematica del CONFINE”, scrivono ancora Cilio e Daniele. “Lo fanno con grande originalità e sensibilità, adottando tecniche narrative e stilistiche spesso inedite. Il confine si pone tra cielo e terra, fra terra e abissi, tra vita e morte. Ma è anche lo spazio di un palcoscenico, quello su cui una storia va in scena: linea di separazione tra realtà e finzione o passaggio attraverso cui la vita può “sconfinare” nel sogno? O ancora, uno scavo archeologico, confine tangibile e intangibile al tempo stesso: un’interfaccia tra il mondo di oggi e di chi lo vive nella sua contemporaneità, e il mondo come è stato e chi lo ha abitato prima di noi. È il varco, il limen – non più il limes – a quanto spesso ci appare inaccessibile, indefinibile, sfuggente. Un varco aperto, che aspetta solo di essere oltrepassato”. Completano e arricchiscono il programma del Festival al Teatro della Legalità gli “Incontri con l’Autore”. Venerdì 14, con l’antropologo e paleopatologo Dario Piombino-Mascali su “Bioarcheologia dell’infanzia”. Sabato 15, con Carmelo Siciliano, presidente dell’associazione culturale Filellenica con il libro “Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni”. Domenica 16, con Mariada Pansera, presidente Archeoclub d’Italia di Augusta (Sr) per il ciclo “L’Archeoclub d’Italia si racconta”.
Roma-Eur. Il museo delle Civiltà cambia pelle e volto: in quattro anni da museo composto da molti musei diventerà un meta-museo che si propone di riflettere criticamente sulle stratificazioni delle collezioni e delle culture rappresentate. Prime aperture in autunno 2022

Piazza Guglielmo Marconi a Roma-Eur dove si affacciano i musei che costituiscono il museo delle Civiltà (foto andrea ricci)
Quattro anni per cambiare il volto e la pelle del museo delle Civiltà a Roma-Eur. Progressivamente spariranno alcuni termini come “orientale” (museo d’Arte orientale o abbinamenti tipo “preistoria” ed “etnografia”. E ci sono già le date per i primi step di questo imponente programma di rinnovamento. Mercoledì 26 ottobre 2022 si inaugura: Preistoria? Storie dall’Antropocene; I due nuovi ingressi metodologici del Museo delle Civiltà; Le sei Research Fellowship del Museo delle Civiltà; Georges Senga. Comment un petit chasseur païen devient prêtre catholique; Istituzione e avvio del gruppo di ricerca connesso allo studio delle collezioni di provenienza coloniale. Mercoledì 30 novembre 2022 si inaugura: Le collezioni di geo-paleontologia e lito-mineralogia dell’ISPRA. Animali, Piante, Rocce, Minerali > Verso un museo multi-specie.

Andrea Viliani, direttore del museo delle Civiltà di Roma Eur (foto Andrea Guermani)
È lo stesso direttore Andrea Viliani a spiegare in una lettera questo articolato progetto-processo di cambiamento. “A partire dall’autunno 2022, e per il prossimo quadriennio, il Museo delle Civiltà avvierà una programmazione basata su un processo di progressiva e radicale revisione che riscriverà, provando a metterle in discussione, la sua storia e la sua ideologia istituzionale, a partire dalle sue metodologie di ricerca e pedagogiche”, spiega il direttore Andrea Viliani. “La straordinaria articolazione e stratificazione delle opere e dei documenti che il museo conserva – dalla preistoria alla paleontologia, dalle arti e culture extraeuropee alle testimonianze della storia coloniale italiana, fino alle arti e tradizioni popolari italiane – è basata sulla coesistenza fra differenti origini, che hanno però un ricorrente fondamento ideologico nella cultura positivista, classificatoria, eurocentrica e coloniale del XIX e XX secolo. L’urgenza posta dalla tipologia delle sue collezioni, e la necessità di affrontare un rinnovamento dei suoi statuti – continua -, sono le ragioni principali che richiedono al museo delle Civiltà di assumersi e attuare, oggi, una riflessione sistemica sulle sue identità e sulle sue funzioni, interrogandosi se e come possa operare un museo antropologico contemporaneo. Il programma 2022 e del prossimo quadriennio sarà dedicato all’avvio di questa riflessione, volta a ripensare e riattivare il museo come spazio-tempo discorsivo, critico e autocritico: basandosi su progetti di ricerca di lungo periodo, il programma riguarderà principalmente il ripensamento e riallestimento delle collezioni e degli archivi museali e la ridefinizione dei criteri di studio, catalogazione, esposizione e condivisione del sapere che il museo esprime”.

Allestimento delle collezioni etnografiche del Museo “Luigi Pigorini” negli anni ‘70 a Roma Eur (foto muciv)
Conosciuto da molti ancora come “Il Pigorini” – dal nome del suo primo direttore, l’archeologo Luigi Pigorini che, nel 1876, inaugurò il regio museo nazionale Preistorico-Etnografico presso il Collegio Romano – il museo delle Civiltà di Roma è dal 2016 un museo dotato di autonomia speciale. Le collezioni sono composte da circa 2 milioni fra opere e documenti, distribuiti su circa 80mila mq di sale espositive e depositi. Il museo delle Civiltà (termine non a caso declinato al plurale) è quindi innanzitutto un museo “di musei” e “sui musei” in cui sono confluite, dalla seconda metà del XIX secolo ad oggi, le collezioni di diverse istituzioni, riunite nella seconda metà del XX secolo presso l’attuale sede del museo, il Palazzo delle Scienze e il Palazzo delle Tradizioni Popolari, entrambi edificati per l’Esposizione Universale di Roma (EUR) del 1942.

Presentazione del programma 2022 del museo delle Civiltà 2022 con il direttore Andrea Viliani e il direttore generale musei Massimo Osanna (foto muciv)
Nel contesto più generale del “Grande Progetto Museo delle Civiltà” sostenuto dal ministero della Cultura, il museo delle Civiltà darà avvio a numerosi cantieri, non solo allestitivi ma anche metodologici, che porteranno gradualmente alla riapertura di tutte le sezioni del museo – molte delle quali non ancora pienamente operative o chiuse da decenni – ma anche alla contestuale e compartecipata discussione sull’opportunità di una loro riapertura, almeno secondo gli usuali formati museali. Al termine di questo processo il museo delle Civiltà non sarà più suddiviso e frammentato in singole istituzioni museali indipendenti, ma unito e congiunto in nuclei collezionistici e archivistici fra loro interdipendenti. In questa fase di cambiamento sarà inoltre analizzato, per essere anche dismesso, l’utilizzo di alcuni termini, come quello di “orientale”, o di alcuni abbinamenti, come quello fra “preistoria” ed “etnografia”, così come saranno messe in relazione le collezioni e le istanze più urgenti e radicali espresse dalla contemporaneità. Ciò al fine di connettere le fonti storico-critiche conservate nel museo, spesso non accessibili al pubblico più vasto, ed elementi a cui è imprescindibile riportarle, quali, fra altri, i fenomeni connessi alla crisi climatica e la possibile fine del cosiddetto Antropocene, la disuguaglianza di accesso alle risorse, sia materiali che immateriali, o, ancora, gli articolati processi di de-colonizzazione delle infrastrutture istituzionali. In base a queste premesse, il programma 2022 del museo delle Civiltà di Roma, così come le linee programmatiche per il prossimo quadriennio, intendono incarnare e condividere la consapevolezza di non poter più dare per scontata l’esistenza stessa di un museo come questo, se non attraverso una sua progressiva e radicale revisione.

Fibula prenestina in oro (VII sec. a.C.) con iscrizione in latino arcaico scritta da destra a sinistra, proveniente da Palestrina (Roma) e conservata al museo Pigorini (foto muciv)
“Come sta emergendo da una molteplicità di ricerche teoriche e di pratiche artistiche e intellettuali, sia a livello nazionale che internazionale”, spiega ancora Viliani, “i musei antropologici stanno diventando un caso di studio nella museologia contemporanea, in quanto hanno separato e classificato in modo disuguale intere culture attraverso l’invenzione di categorie come quelle del “primitivo” e dell’“alterità”, funzionali alle narrazioni eurocentriche, divenendo produttori di conoscenze escludenti e fuorvianti. Per non essere un museo “tossico” – in cui la violenza che alcuni membri del pubblico non percepiscono è, invece, chiaramente percepibile e quindi percepita, da parte di alcuni membri di quello stesso pubblico – il museo antropologico contemporaneo può provare a: porre al centro della sua azione un accesso libero, esteso e gratuito ai suoi archivi e un sostegno plurale a quelle ricerche e pratiche che riscrivano la biografia di ogni singola opera e di ogni singolo documento, a partire dalla ricostruzione rigorosa delle provenienze; rinunciare a una politica delle “buone intenzioni”, ovvero a progetti che non affrontano e decostruiscono le storie e le dinamiche su cui le collezioni del museo sono fondate, e che esprimono per questo un atteggiamento unilaterale, e quindi ancora coloniale, che non fa altro che perpetuare una storia e una dinamica di rimozione; distinguere fra le opzioni a cui si richiamano i differenti termini e ambiti di azione “post-coloniale”, “de-coloniale” e “anti-coloniale”; connettere ricerca e pedagogia per accogliere e declinare su questa base una posizionalità, intersezionalità e pluriversalità consapevoli, in cui prendere posizione senza temere i rischi che ciò potrebbe comportare nella trasformazione del museo”.

Plastico storico del Monte Vesuvio dopo l’eruzione del 1906 di Amedeo Aureli in scala: 1: 25.000 (Collezione ISPRA / foto muciv)
“Anche se il museo delle Civiltà già esiste da un secolo e mezzo, quindi, seppur con nomi diversi, è necessario concepirlo come ancora in formazione – sottolinea il direttore -, smettendo di considerarlo quale custode di risposte per iniziare a immaginarlo come un catalizzatore di nuove domande, magari sostituendo il concetto di “patrimonio culturale” (che insiste sul principio esclusivo della proprietà) con la pratica di quello che potremmo definire “matrimonio culturale”: ovvero una serie di azioni interconnesse e inclusive che prevedono pratiche di cura, assunzione di responsabilità, condivisione e restituzione. Per questo il programma proposto interpreta il museo delle Civiltà non come l’istituzione autorevole con cui in genere identifichiamo il “museo”, ma come: centro di ricerca in corso affidato a soggetti, sia interni che esterni al museo, in grado di svolgervi una sperimentazione inter-disciplinare (fra ricercatori universitari, artisti, scrittori, musicisti, chef, attivisti e altre figure di riflessione e produzione del sapere); cantiere epistemico e sociale in contatto permanente con le comunità locali e internazionali; osservatorio/laboratorio istituzionale e procedurale davvero plurale, più di ogni altro museo “specializzato”. Infine, se da un lato possiamo reagire alle collezioni riunite nel museo delle Civiltà interpretandole come espressione della modernità europea costruita sulla creazione sistematica di alterità – intesa come polarità contrapposta alle nuove identità nazionali europee, da cui anche il parallelismo fra culture extraeuropee e preistoria, entrambe intese come qualcosa di “primitivo” –, dall’altro il museo delle Civiltà può ripensarsi anche come l’erede di un’idea pre-moderna di museo, ovvero precedente alla suddivisione da cui originarono i musei moderni con la loro distinzione fra ambiti scientifici e umanistici o fra arte e antropologia. Un suo nucleo fondativo origina infatti dall’eterogenea raccolta del gesuita Athanasius Kircher al Collegio Romano: proprio il museo Kircheriano – ancor più del regio museo nazionale Preistorico-Etnografico con cui si identifica la genesi storica dell’attuale istituzione – può rappresentare una matrice istituzionale su cui, seppur anch’essa problematica, tornare a riflettere per ricomporre quelle fratture disciplinari e normative che le violenze innescate dalla modernità hanno rivelato come limitanti e rischiose, a fronte dello sviluppo di un sapere contemporaneo che tende a formularsi nuovamente all’incontro fra differenti discipline e dalla ridiscussione delle categorie dominanti, per far convivere e collaborare differenti forme di pensiero e sensibilità”.

Ingresso del salone d’onore del Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma Eur (foto Francesca Montuori)
Il museo delle Civiltà di Roma – da museo composto da molti musei, ognuno riflesso di una stratificazione di metodologie museali che rispecchiano le epoche che le hanno generate – diviene quindi anche un meta-museo, ovvero un museo che si propone di riflettere criticamente su queste stratificazioni per contribuire al formarsi di una nuova opinione pubblica sul museo stesso e sulle necessità e modalità della sua trasformazione. “In sintesi la visione espressa dal programma proposto – per cui desidero ringraziare le sue co-autrici e co-autori, che vi hanno messo in comune le loro ricerche e progettualità – articola la necessità di indagare le potenzialità e i limiti, la porosità e trasformatività del concetto stesso di civiltà, e quindi di un museo ad esse dedicato. Le “Civiltà” a cui il museo delle Civiltà è dedicato sono, per essere realmente tali, plurali, policentriche e intersezionali, non solo storiche ma anche potenziali, in divenire o ancora da realizzare. Attraverso la riapertura delle narrazioni sul passato – conclude -, le azioni da intraprendere nel presente e il tentativo di invertire certe previsioni di futuro, che rischia di essere tutt’altro che civile, può forse affermarsi un museo che sia non solo un rassicurante custode istituzionale ma anche un attuatore critico di civiltà, disponibile a diventare un cantiere comunitario in grado di lavorare ritarando ogni giorno i propri strumenti e analizzando giorno per giorno la sua programmazione”.
“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia
“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)
Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)
L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”
Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)
Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)
Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)
Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma
Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.
Al via la VII edizione di Varese Archeofilm 2024, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente etnologia, in programma alle 20.30, dal 4 al 7 settembre 2024, in sala Montanari (Ex cinema Rivoli), via dei Bersaglieri 1 a Varese. Evento a ingresso libero e gratuito organizzato dal Comune di Varese in collaborazione con museo Castiglioni, associazione Conoscere Varese, Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, Ce.R.D.O., con il patrocinio di università Insubria. Selezione filmati: Marco Castiglioni. Archivio cinematografico: Firenze Archeofilm.



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