In una grotta del Negev (Israele) trovato un tesoro dei faraoni di 3500 anni fa (età del Bronzo): centinaia di oggetti con sigilli a scarabeo, figurine e amuleti
Quella grotta sotterranea del Negev, a una decina di chilometri a nord-est di Beersheva, nel sud di Israele, si è rivelata un vero e proprio scrigno di tesori antichi: “Gli archeologi hanno trovato un’impressionante quantità di reperti, per lo più databili a 3mila anni fa, tra cui un tesoro dei faraoni”, ha annunciato l’Israel Antiquities Authority. Gli ispettori dell’unità israeliana per la prevenzione dei furti di antichità sono giunti alla grotta nella zona di Tel Halif, vicino al kibbutz Lahav, quando i ladri erano già riusciti a penetrarvi e avevano iniziato a saccheggiare il vasellame della tarda età del bronzo (circa 1500 a.C.) e dell’età del ferro (1000 a.C.), causando danni al sito e ai manufatti sepolti all’interno. Per salvare i reperti archeologici, gli ispettori hanno effettuato degli scavi di recupero durante i quali hanno scoperto oltre 300 vasi di terracotta di vario tipo, alcuni dei quali ancora intatti. Inoltre hanno trovato decine di pezzi di gioielleria in bronzo, conchiglia e maiolica, vasi unici in alabastro beige-giallastro, sigilli, timbri per sigilli e vasi per cosmetici. Gli archeologi ritengono che gli oggetti siano stati accumulati nella grotta nel corso di decenni.

In una grotta di tell Halif sono stati trovati oltre 300 vasi di terracotta dell’età del Bronzo (3500 anni fa)
”Tra i numerosi reperti che sono stati scoperti, per la maggior parte caratteristici della cultura giudaica (della tribù di Giuda) nel sud del paese”, spiega Amir Ganor, direttore dell’Unità per la prevenzione dei furti di antichità, “abbiamo trovato decine di sigilli di pietra, alcuni dei quali sono sagomati a forma di scarabeo e portano incisi immagini e simboli tipici della cultura egizia diffusa nel paese nella tarda età del bronzo. Alcuni dei sigilli sono forgiati su pietre semi-preziose provenienti dall’Egitto e dalla penisola del Sinai”. Secondo Daphna Ben-Tor, curatrice dell’archeologia egizia al Museo Israel di Gerusalemme, ”la maggior parte dei sigilli a scarabeo trovati nello scavo risalgono ai secoli XV e XIV a.C., un periodo durante il quale la terra di Canaan era governata dall’Egitto. Su alcuni sigilli appaiono i nomi dei re. Tra l’altro, possiamo identificare una sfinge posta di fronte al nome del faraone Thutmose che regnò circa dal 1504 al 1450 a.C. Un altro sigillo a scarabeo porta il nome di Amenhotep che regnò circa dal 1386 al 1349 a.C. Un altro ancora raffigura Ptah, il principale dio della città di Memphis”. Fra gli altri manufatti scoperti, anelli-sigillo in maiolica e una quantità di figurine e amuleti rappresentanti divinità sacre alla cultura egizia. “È vero che gli israeliti abbandonarono l’Egitto – aggiunge Ganor – ma evidentemente gli egizi non abbandonarono gli israeliti e i loro discendenti. Il fatto è attestato dagli scavi archeologici dove abbiamo scoperto prove risalenti a molti anni dopo l’Esodo di una profonda influenza della cultura egizia sugli abitanti giudaidici del paese”.
”Durante la tarda età del Bronzo”, precisa Amir Golani, della Israel Antiquities Authority, “l’Egitto era un impero molto potente che imponeva la sua autorità in tutta la nostra regione. L’autorità egizia non si manifestava solo nel controllo politico e militare, ma anche come una forte influenza culturale che permeava la società. Insieme a un’amministrazione retta da funzionari egizi in Israele, si è evoluta nel paese una élite locale che adottava molte delle usanze egizie e la loro arte”. I manufatti sono stati trasferiti alla Israel Antiquities Authority per un ulteriore trattamento. L’esame della grotta e i suoi risultati sono ancora nelle fasi iniziali. Dopo aver completato il trattamento delle centinaia di oggetti riportati alla luce sarà possibile aggiungere informazioni importanti circa l’influenza dell’Egitto sulla popolazione della Terra d’Israele in periodo biblico.
L’Antico Egitto a Vittorio Veneto. “Il tempio del faraone Seti I” ad Abido nella mostra di Paolo Renier alla Rotonda

La locandina della mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I: le sacre rappresentazioni” alla Rotonda di Vittorio Veneto
L’Antico Egitto torna o, meglio, resta nella Marca Trevigiana. Dopo le esperienze di Conegliano (con la mostra a Palazzo Sarcinelli “Egitto, come Faraoni e Sacerdoti nel tempio di Osiride custodi di percorsi ormai inaccessibili”, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=conegliano) e di Oderzo (con la mostra a Palazzo Foscolo “Omaggio a Tutankhamon. L’Arte Egizia incontra l’Arte Contemporanea”, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=oderzo ) ora tocca a Vittorio Veneto dove il 25 aprile, alla Rotonda, in piazza Giovanni Paolo I, si inaugura una nuova mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I: le sacre rappresentazioni”, proposta sempre da Paolo Renier grazie all’invito e alla collaborazione della associazione Zheneda e di Ceneda Arte e Cultura con il patrocinio della Città di Vittorio Veneto. Renier viene così incontro a quanti, con insistenza, avevano chiesto di prorogare l’esperienza coneglianese. Ma attenzione, a Vittorio Veneto non sarà una “copia” di quanto proposto a Palazzo Sarcinelli. Anzi, sarà un allestimento del tutto originale dove, ovviamente, non potrà mancare l’esposizione in scala 1:1 del soffitto astronomico dell’Osireion di Abido (vero unicum che può permettersi di mostrare solo Paolo Renier che lo fotografò dettagliatamente qualche anno fa) e un excursus su Abido, la città sacra dedicata a Osiride il dio dell’Aldilà e della resurrezione. Ma stavolta il focus sarà incentrato tutto sul grande faraone Seti I, il padre di Ramses II, sotto il cui regno l’arte egizia toccò uno dei suoi punti più elevati, un vero “rinascimento”. E capolavoro dei capolavori è proprio il tempio che Seti I realizzò ad Abido e che oggi, come sanno i fortunati che riescono ad arrivare nella città sacra di Osiride, accoglie – quasi abbraccia – gli ospiti con la sua monumentale facciata che in origine doveva misurare 180 metri, e oggi – perdutane una parte – raggiunge gli 80 metri, che sono pur sempre dimensioni ragguardevoli.
Il tempio di Seti I, dedicato a Osiride, noto come “grande tempio di Abido”, scoperto nel 1830, venne eretto per venerare gli antichi sovrani, la cui necropoli si trovava presso le sue mura. Secondo sovrano della XIX dinastia, Sethi I ascese al trono circa 30 anni dopo la caduta del regno di Akhenaton. Il tempio, in finissima pietra calcarea, a forma di L, è uno tra i più belli per lo stato straordinario di conservazione in cui si trova e per i rilievi policromi tra i più belli del Nuovo Regno. Sono proprio questi rilievi (“Le sacre rappresentazioni”, come ricorda il titolo della mostra) oggetto dell’allestimento di Vittorio Veneto, riprodotti come non si possono ammirare da nessun’altra parte grazie alle riproduzioni in scala 1:1 e alle gigantografie di Paolo Renier che qui mostra tutta la sua abilità e sensibilità di fotografo e di appassionato dell’Antico Egitto. Qualità ed esperienze esaltate, all’inizio dell’avventura di Renier ad Abido, dal decano degli egittologi italiani, Sergio Donadoni, uno dei massimi ricercatori del Novecento, che ha da qualche settimana tagliato il traguardo delle cento candeline. Scrisse Donadoni: “L’opera di Renier è frutto ed espressione di uno specifico innamoramento per una specifica località, in confronto con l’aspirazione alla totalità propria degli altri: non l’Egitto in genere, ma Abido è quel che incanta questo osservatore. Un centro che merita una simile dedizione, carico com’è di storia, di significato, di arte. Renier si muove senza altra pretesa se non quella di dirci come il suo occhio si sia compiaciuto di questa o quella visione, di questa o quella possibilità di sfruttarla figurativamente. Se conosce il valore storico dei vari monumenti, delle varie rappresentazioni, non è di quello che ha fatto la sua guida nella sua scelta e nel suo approccio. Alla esigenza del “capire” il passato e l’arte del passato oppone quella, non meno essenziale ed autentica, del sentirlo. Sono due modi diversi e complementari di far valer quello che è la vera caratteristica dell’arte, il suo essere in perpetuo contemporanea di chi se ne appropri il messaggio”.

Paolo Renier con gli organizzatori di Vittorio Veneto davant ai pannelli del Soffitto astronomico della Stanza del Sarcofago
Vediamo un po’ meglio come si articola la mostra di Vittorio Veneto. All’ingresso della mostra il visitatore è accolto da una presentazione generale del sito di Abido con una descrizione dell’area archeologica, poi scendendo una scalinata (proprio come se si entrasse in una tomba) si troverà dentro al tempio del faraone Seti I, padre di Ramses II, così il visitatore potrà ammirare i rilievi delle sacre rappresentazioni dove le straordinarie immagini di Renier esaltano l’arte decorativa dell’Antico Egitto: qui tocca veramente i momenti più alti. Si potrà poi essere accompagnati nel cuore della mostra, entrando nella Stanza del Sarcofago che conserva il famoso Soffitto astronomico: qui l’opera documentaria di Paolo Renier non è solo importante sotto il profilo artistico, ma anche scientifico, permettendo un primo anche se parziale salvataggio del reperto e costituendo una fonte fotografica integrale e a grandezza originale. Le due splendide divinità Nut scolpite nel Soffitto, costituiscono non solo due eccezionali espressioni artistiche del Nuovo Regno, ma anche due preziosi documenti storici di inestimabile valore, un tesoro eccezionale per la storia dell’astronomia e della religione egizia. La mostra si inaugura il 25 aprile alle 18 e sarà poi aperta al pubblico tutti i sabati e domeniche dalle 15 alle 19 fino al mese di luglio, con ingresso gratuito (visite guidate solo su prenotazione mail: info@studiorenierpaolo.it – cell. 333.9628610),
L’Egitto a Oderzo. Omaggio a Tutankhamon: prorogata a grande richiesta la mostra di Palazzo Foscolo. Visita guidata con l’egittologa Avanzo. Serata speciale con i fratelli Castiglioni e il film su Adulis
Dovevano essere queste le ultime tre settimane di apertura della mostra “Omaggio a Tutankhamon. L’Arte Egizia incontra l’Arte Contemporanea” prevista fino al 3 maggio a Palazzo Foscolo a Oderzo, nel Trevigiano (vedi il post su archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=oderzo). Invece proprio il grande e crescente successo dell’iniziativa curata da Donatella Avanzo (già quattromila visitatori) hanno convinto gli organizzatori a un’eccezionale proroga fino al 31 maggio. L’annuncio venerdì 10 aprile alle 20.30, nell’ambito degli “Incontri” collaterali alla mostra. Appuntamento imperdibile per gli esperti del settore e per tutti gli appassionati di storia e archeologia: il 10 aprile saranno infatti ospiti a Palazzo Foscolo due relatori di fama internazionale: i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni che presenteranno il loro ultimo film “Ritorno ad Adulis” sul favoloso Regno di Aksum. Un’occasione in più per andare a Oderzo e visitare la mostra “Omaggio a Tutankhamon” che propone per la prima volta la ricostruzione nelle dimensioni reali della camera funeraria del giovane faraone.
Ancora una mostra su Tutankhamon? “Certo”, assicura l’egittologa Donatella Avanzo, “ma una mostra del tutto particolare a cominciare dal titolo: l’omaggio a un re dell’antico Egitto ha radici lontane nel tempo. Il primo a realizzarlo è stato un padovano trapiantato in Inghilterra, Giovanni Battista Belzoni, che nel 1821 a seguito della sua scoperta, la tomba di Sethi I, quattro anni prima, ne ricreò la camera sepolcrale a grandezza naturale in un allestimento per l’epoca eccezionale che riscosse una accoglienza entusiastica a Londra e a Parigi”. Da quel lontano 1821 la tecnologia dei giorni nostri ha permesso di realizzare qualcosa di totalmente innovativo che h prodotto come risultato finale la camera funeraria del faraone Tutankhamon. Il giovane re, prima che avvenisse la scoperta della sua tomba nel 1922, era uno dei sovrani meno conosciuti della storia dell’antico Egitto. Oggi il suo nome e la sua maschera sono diventati familiari a milioni di persone nel mondo contribuendo a rilanciare presso il grande pubblico la passione per l’antica civiltà egizia. Ed è proprio la “passione” di un imprenditore artigiano come Gianni Moro, spiega Avaanzo, la molla che ha permesso la realizzazione di questa mostra. Nella prestigiosa sede di Palazzo Foscolo a Oderzo è stata realizzata in dimensione reale la camera funeraria dell’ultima dimora del giovane sovrano. La ricostruzione perfetta fin nei minimi dettagli ha visto la collaborazione di egittologi, artigiani, fotografi, architetti, tecnici informatici e del colore. Ma l’omaggio a Tutankhamon non si esaurisce con la ricostruzione della sua dimora per l’eternità che, in questa mostra, viene affiancata dalle opere di importanti artisti contemporanei in costante dialogo con l’arte egizia.

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra “Omaggio a Tutankhamon” a Oderzo curata da Donatella Avanzo
Camera funeraria di Tutankhamon. La realizzazione della camera funeraria a grandezza reale, spiega Donatella Avanzo, è stata possibile grazie a un attento esame del materiale fotografico relativo alla struttura esterna e alle pitture presenti all’interno della tomba, fornite dai fotografi Giacomo Lovera e Sandro Vannini. Gianni Moro ha quindi progetto e realizzato una struttura portante in materiale ligneo, rivestita nelle parti interne da un intonaco innovativo sulla cui superficie è stato applicato il ciclo pittorico. Per la parte relativa al soffitto della camera funeraria sono state prese in considerazione le fotografie scattate da Howard Carter al momento della scoperta, le quali mettevano in evidenza l’irregolarità e i danni del tempo trascorso, e non quelle eseguite dopo gli integrativi restauri di consolidamento. Per la realizzazione sono stati necessari tre anni di studi e progetti e un anno per la realizzazione.
Tutankhamon e il suo tempo dialogano con l’arte contemporanea. Secondo Tolstoj “l’arte buona è sempre comprensibile a tutti”. “La vera arte suscita un positivo “contagio” completamente differente dagli altri, una gioia spirituale in coloro che contemplano la stessa opera”, spiega la curatrice della mostra di Oderzo. E deve essere proprio con questo spirito che molti artisti di oggi hanno voluto riannodare il sottile filo conduttore che li lega alla lunga e importante stagione dell’arte egizia. è la stessa egittologa Avanzo che ci descrive questo rapporto magico tra Antico Egitto e arte contemporanea. “La mostra accoglie le magnifiche sculture in vetro del veneziano Luciano dall’Acqua, che evocano l’antica scrittura egizia, unite a dipinti e incisioni di rara bellezza; le opere simboliste di Luca Bossaglia, moderno Efesto, che usa il metallo per forgiare i suoi alberi infiniti; E poi ancora uno scultore del legno come Fabrizio Roccatello con la sua dea Madre. Un altro aspetto della mostra è la presenza di importanti ceramisti quale il maestro Piero Della Betta con le sue porte pronte ad aprirsi su altri mondi e Giuliana Cusino con le sue grandi e raffinate opere. Altri piccoli capolavori dell’arte egizia prendono vita dalle sapienti mani Sonia Girotto, Nadia Burci, Grimm Idar Oberstein, Moroder Ortisei.E che dire delle splendide talatat di Tiziana Berrola, toccanti nella loro essenza. Un’altra opera emblematica è il mosaico del maestro Ezio Burigana, il quale riprende una testa di Tutankhamon che emerge da un fiore di loto. La figura dell’archeologo Howard Carter è evocata da una scultura di Massimo Voghera pervasa da una forte ironia. Si prosegue con una nutrita schiera di dipinti quali la grande tela di Valeria Tomasi immersa in un pulviscolo d’oro e le figure di Nefertiti e della giovane sposa del faraone ben interpretate da Silvana Alasia proseguendo con le opere materiche di Giuseppe De Bartolo passando attraverso l’opera onirica di Silvia Gariglio. Seguono due tele che sono frutto di un dialogo costante con la figura del grande artista David Roberts: l’acrilico notturno de Il Cairo di Natalia Alemanno e l’acquerello “Fantasie d’Egitto” di Attilio Dal Palù. Al mondo del divino appartiene l’opera di Nicoletta Nava, mentre l’arte della fotografia ci regala un moderno visionario come Candido Bergeretti Cavion e il rayogramma di Renzo Miglio con il suo Egitto mitologico. A Marco Casagrande e a Tin Carena spetta il compito di rappresentare il fascino senza tempo dei gioielli”.
A Saqqara, in Egitto, scoperte due nuove tombe della VI dinastia: appartenevano a due sacerdoti di 4mila anni fa

La tomba del sacerdote Ankhti, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)
Straordinarie incisioni con le immagini delle offerte agli dei, ricche di colori ancora incredibilmente vivaci a più di 4mila anni dalla loro creazione. Ritrovate da una missione archeologica francese nel sud della importante necropoli di Saqqara, riemergono in Egitto due nuove importanti sepolture. Si tratta, annuncia il ministro delle antichità Mamdouh El Damati, di tombe appartenenti a due sacerdoti, Ankh-ti e Sa Bi, della VI dinastia del faraone Pepi II (2240- 2150 a.C.). In entrambe sono stati ritrovati scheletri dei defunti, anche se gettati in terra, cosa che denuncia il passaggio di ladri. Molto ricche risultano però le incisioni a colori, che hanno come soggetto le offerte alle divinità: carne, pollame, verdure, frutta, pane, contenitori di latte e grandi orci con l’olio.
Saqqara è una vasta necropoli situata in Egitto a 30 km a sud della città moderna del Cairo. Il monumento di maggior rilievo è la piramide a gradoni di Zoser, considerata la più antica tra le piramidi. La necropoli copre un’area di circa 7 × 1,5 km. Mentre Menfi fu la capitale del Regno Antico, Saqqara ne fu la necropoli reale almeno fino alla III dinastia. Sebbene sostituita dalla necropoli reale di Giza e, in seguito, da quella della Valle dei Re presso Tebe, rimase un importante località di seppellimento e culto per più di 3000 anni fino al periodo Tolemaico ed all’occupazione romana. Le più antiche sepolture di nobili risalgono alla I dinastia ma è solo con la II che compaiono sepolture reali tra cui quelle di Hotepsekhemwy e Ninetjer (i reperti di maggior interesse risalgono comunque alla III dinastia e comprendono appunto la piramide di Djoser).
Le due tombe dell’Antico regno, risalenti alla VI dinastia, scoperte nel sito di Tabbet al-Guesh (o Tabit El-Geish), all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara, appartengono dunque a sacerdoti dell’epoca di Pepi II (2240-2150 a.C.). Il ritrovamento è stato fatto dalla spedizione archeologica dell’IFAO (Institut Français d’archéologie Orientale), diretta dall’egittologo Vassil Dobrev. In entrambe le tombe vi sono scene e liste di offerte rituali, tra cui i cosiddetti sette oli sacri usati durante la cerimonia di apertura della bocca, un rito funerario che garantiva al defunto la vita eterna.

Intensi i colori anche nelle raffigurazioni della tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara
La prima tomba appartiene a un sacerdote chiamato “Ankhti”, dove è stato trovato un pozzo funerario profondo 12 metri, mentre nella seconda tomba, di un altro sacerdote di nome “Sabi”, il pozzo era profondo 6 metri. In entrambe le camere sepolcrali i resti umani sono stati trovati sparsi, segno di saccheggio e devastazione durante la VII o l’VIII dinastia. Sono stati recuperati alcuni vasi di alabastro, oltre ad altre offerte in ceramica. Secondo Dobrev, direttore della missione, la parte superiore delle tombe era stata costruita con mattoni di fango, mentre le camere sepolcrali erano state tagliate nel sostrato roccioso. L’egittologo, grande conoscitore della zona, scava da anni a Tabbet al-Guesh, alla ricerca della piramide perduta del misterioso faraone Userkare.
Nuovo Museo Egizio di Torino: cantiere da 50 milioni chiuso a tempo di record. Anteprima con i protagonisti: la presidente Christillin, il direttore Greco, il ministro Franceschini. Museo pronto per l’Expo. Sarà polo di ricerca internazionale

L’atmosfera magica dello Statuario del museo Egizio nell’allestimento del premio Oscar Dante Ferretti

La grande clessidra di piazza San Carlo a Torino ha concluso il conto alla rovescia del nuovo museo Egizio
La grande clessidra di piazza San Carlo ha esaurito i suoi granelli di sabbia e mais. Era stata programmata per finire il 1°aprile 2015, giorno fissato per l’inaugurazione del nuovo museo Egizio di Torino. E così è stato. Dopo cinque anni di lavori e un cantiere da 50 milioni di euro, il nuovo museo Egizio ha aperto le porte al mondo rispettando al secondo un cronoprogramma “terribile”, per i più “impossibile”, portato avanti con la determinazione, la forza e l’entusiasmo di Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo Egizio, e con la chiarezza di idee e il pragmatismo del giovane neodirettore Christian Greco. Il risultato è davanti agli occhi del mondo: nel seicentesco palazzo dell’architetto Guarino Guarini è tornato a pulsare prepotente l’Egitto con la sua cultura millenaria, la sua civiltà, la sua storia e la sua arte. Perché l’Egizio non è un museo restaurato e riallestito, è proprio un museo nuovo, destinato a essere polo attrattivo per centinaia di migliaia di visitatori, e centro di ricerca e di incontro dell’Egittologia mondiale, un’eccellenza italiana, modello da esportare di come la collaborazione pubblico/privato possa dare grandi risultati con effetti positivi sulla crescita culturale ed economica di un Paese. Non a caso il direttore Greco ha dichiarato: “Oggi non siamo alla fine di un percorso, ma a un nuovo inizio del museo Egizio”.
UN MESE DI RODAGGIO, POI C’È EXPO. Un cantiere da 50 milioni di euro, tra i più grandi in Europa, senza chiudere neppure un giorno al pubblico. È la grande sfida vinta dal museo Egizio di Torino, che il pubblico ha premiato con un numero di presenze record. Nel 2014 i visitatori sono stati infatti 567.688, in aumento rispetto all’anno record delle Olimpiadi invernali del 2006, quando furono “soltanto” 529.911. Numeri che hanno consentito all’Egizio di essere fra i primi dieci musei più visitati d’Italia e fra i primi cento del mondo. “Siamo felici di esserci riusciti”, ha sottolineato con giustificato orgoglio Christillin. Per il secondo museo egizio al mondo, dopo quello del Cairo, quello vissuto a Torino nell’anteprima del 31 marzo è un giorno straordinario. “Aver tenuto aperto il museo durante tutto il periodo dei lavori e consentito al pubblico di non dimenticarlo, ma anzi affollarlo sempre di più visto che il 2014 è stato un anno record, è stata una scelta faticosa ma vincente. Cinquanta milioni sono una cifra che si vede raramente come disponibilità economica per un bene culturale e per questo dobbiamo ringraziare i soci fondatori, Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino, Fondazione Crt e, soprattutto, la Compagnia di San Paolo che ha dato la metà del fondi, 25 milioni. Ringrazio anche il ministero che ci dà il bene in convenzione. Ora abbiamo un mese di rodaggio prima dell’Expo per offrire al suo pubblico un museo perfettamente fruibile”.

Le autorità in visita in anteprima al museo Egizio: da sinistra, davanti, Sergio Chiamparino, Christian Greco e Dario Franceschini; dietro, Luca Remmert, Piero Fassino, Evelina Christillin
COLLABORAZIONE PUBBLICO/PRIVATO: ESEMPIO DA RIPETERE. Particolarmente soddisfatto anche Luca Remmert, presidente della Compagnia di San Paolo che ha contribuito al restyling del museo Egizio con un investimento di 25 milioni di euro: “Un progetto che si conclude con una cosa concreta, frutto di un mix di impegno, serietà, dedizione, rigore e puntualità: dobbiamo lavorare tutti insieme perché sul nostro territorio possano succedere altre cose come questa e noi assicuriamo il nostro concreto impegno. Grandi imprese culturali come questa possono dare una risposta in tema di lavoro in un momento difficile”. E il segretario della Fondazione Crt, Massimo Lapucci: “Questo museo è soprattutto un esempio di cooperazione pubblico-privato. Partendo da qui, vogliamo cominciare a individuare nuove forme di sostegno sempre più evolute e moderne, che possano aiutare sempre più il nostro patrimonio culturale”.

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino: spazi organizzati su tre piani
PRONTO PER IL GRANDE PUBBLICO. Se per il sindaco Piero Fassino “con l’inaugurazione del nuovo museo Egizio, Torino si conferma capitale, dopo il Cairo, dell’egittologia mondiale”, per Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, il nuovo museo Egizio di Torino “riesce a coniugare tre importanti fruizioni: la salvaguardia del patrimonio, la sua valorizzazione e la divulgazione. Promuovere la fruizione di massa del patrimonio culturale non vuol dire svalorizzarlo, sminuirlo, anzi, a mio dire significa il contrario. Questo spettacolare museo è un dato di fatto dal quale ripartire. E il museo Egizio è il risultato di una importante sinergia tra pubblico e privato. Se la cultura pubblica riflettesse un po’ su questo aspetto si potrebbe fare del patrimonio pubblico culturale italiano una grande risorsa in grado di fare dell’Italia un punto di riferimento nel mondo”.
UN MODELLO PER L’ITALIA: PUNTARE AL CROWDFUNDING. L’entusiasmo sincero e il plauso convinto non sono riusciti a dissimulare l’incredulità del ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, lui che aveva visto il cantiere e si era reso conto delle difficoltà che si sarebbero dovute affrontare: “Quando sono venuto qui una decina di mesi fa a visitare il cantiere con la premessa che il museo sarebbe stato riaperto il 1° aprile era difficile credere che la data sarebbe stata rispettata. Ma grazie a un incredibile lavoro di squadra è stato possibile rispettare la data prevista. Oggi il nuovo museo Egizio di Torino è un modello: la collaborazione tra pubblico e privato ha consentito di salvaguardare una grande qualità e mettere le basi per un nuovo museo basato sulla ricerca. Inoltre questo museo è la dimostrazione di come l’istituzione delle Fondazioni sia fondamentale per la tutela e lo sviluppo del nostro immenso patrimonio culturale”. Il ministro Franceschini ha ricordato che in Italia esistono “oltre 4mila musei di cui 400 statali, ma sempre meno disponibilità finanziarie, per cui – ha spiegato – dobbiamo recuperare il denaro necessario in altro modo. Sono recentemente stato a New York dove i direttori del Guggenheim e del Metropolitan mi hanno spiegato che raccolgono i fondi in tutti gli Stati Uniti, una modalità che da noi non funzionerebbe. È difficile pensare che a Napoli darebbero i soldi per gli Uffizi e viceversa, noi dobbiamo partire dal territorio, anche attraverso piccole donazioni: anche questo è un aspetto su cui dobbiamo recuperare il ritardo. Oggi i musei devono rappresentare per il visitatore una vera esperienza, è cambiato totalmente il modo di fruire delle collezioni museali. E l’Egizio di Torino interpreta perfettamente questa nuova filosofia”. E il ministro ha concluso: “Molti nostri musei italiani purtroppo non rispondono alla domanda del turista museale moderno, servono servizi aggiuntivi, anche di tipo digitale, attività correlate, bookshop. E questo vale soprattutto per l’archeologia, una materia non così facile per il visitatore che va accompagnato e preso per mano nel percorso museale. Esattamente come fa questo spettacolare nuovo allestimento”.
CENTRO DI RICERCA INTERNAZIONALE. Ha chiuso le presentazioni il direttore Christian Greco. “Per far fronte alla sua storia, ormai bicentenaria, il museo Egizio ha affrontato un imponente progetto di rifunzionalizzazione, ampliamento e restauro”, ha spiegato. “Il riordino di un museo implica necessariamente un ripensamento radicale. Il peso e il ruolo che gli oggetti assumono nel tempo, le relazioni che intrattengono con il corpo più vasto delle collezioni, il significato che assumono nella percezione del pubblico sono un campo di valori mutevoli che richiede uno sforzo interpretativo costante, consapevole del passato ma anche aperto e disponibile alle istanze del presente. Il significato dato a una collezione e alla sua organizzazione varia il proprio linguaggio e le proprie finalità scientifiche con il mutare della cultura nel tempo: coloro che sono incaricati del nobile e gratificante impegno di riorganizzare l’allestimento di una collezione importante come quella torinese, si devono dunque concretamente domandare come il museo e la sua collezione possano essere rispondenti agli attuali criteri scientifici della ricerca ed alle mutate esigenze intellettuali del visitatore”. E ha continuato: “Un museo che ormai esiste da 200 anni ha deciso di dare dignità alla sua metastoria e di raccontare la sua evoluzione all’interno del contesto storico politico dell’ Europa. E questa storia non vuole essere una sommatoria di elementi astratti, ordinati secondo un criterio cronologico, ma un racconto prosopografico, la storia di donne e uomini che hanno contribuito a formare, studiare e dare valore alla magnifica collezione che custodiamo. L’allestimento quindi ricostruisce contesti cultuali e abitativi e corredi funerari ma anche la storia delle missioni, la loro organizzazione, il loro modo di operare. È per questo che documenti dell’epoca trovano posto nel nuovo allestimento, che riporta anche visivamente l’Egitto nelle sale. I rapporti tra i diversi reperti non sono sottolineati solo all’interno della collezione torinese: i legami storici e la rete di collaborazioni scientifiche con gli altri enti museali, nazionali ed internazionali, trovano un significativo spazio all’interno del Nuovo Museo Egizio: uno dei più importanti obiettivi è dunque ricomporre i “disiecta membra” sparsi tra le collezioni nazionali e internazionali in modo tale che siano valorizzati e ricomposti i contesti archeologici e storici degli oggetti”. Ma Greco non distoglie l’attenzione dal ruolo dell’Egizio: “Un museo come il nostro, così riallestito, custode di un patrimonio immenso, non potrà esimersi nel fare nuova ricerca. La ricerca oggi è il cuore dell’attività dei grandi musei, un percorso che è andato rallentando all’Egizio negli ultimi anni, per diversi motivi, al quale ora verrà dato nuovo impulso. La ricerca non può essere scissa dalla tutela del patrimonio – ha concluso Greco – ed è una parte fondante dell’attività del nostro museo, accanto a quella divulgativa. Il nostro ora è un vero museo archeologico ragionato, non un’antologia dalla a alla z. Un museo che ha capito la sua metastoria, il valore dello straordinario racconto di se stesso, della sua storia bicentenaria, dei suoi fondatori e curatori dall’Ottocento a oggi». E allora è arrivato il momento di conoscere più da vicino il nuovo museo Egizio. La visita può cominciare.
(1 – continua; nei prossimi giorni il post seguente)
Il 1° aprile apre a Torino il Museo Egizio: inaugurazione con ingresso gratuito. Anteprima il 31 marzo per egittologi e autorità. Nuovo logo: un geroglifico simbolo dell’acqua (VIDEO). I progettisti illustrano il nuovo allestimento
La gigantesca clessidra, alta 3 metri e mezzo, che dall’autunno scorso troneggia in piazza San Carlo nel cuore di Torino, ha quasi esaurito il suo compito: dei 400 chili di mais e 200 chili di sabbia è rimasto ben poco, giusto i granelli che scandiranno il tempo che manca fino all’attesa inaugurazione del nuovo Museo Egizio di Torino che da quel momento sarà il Museo Egizio, e basta. Perché non teme confronti né di essere confuso con altre analoghe istituzioni. Il conto alla rovescia è dunque ormai ai colpi finali. Il 1° aprile 2015 riapre al pubblico il Museo Egizio, e sarà una riapertura speciale. Il pubblico quel giorno entrerà gratis (nella hall ipogea e nelle sale saranno presenti dei box per la raccolta di fondi – l’offerta è libera – da destinare alla Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro, Istituto di Candiolo), per festeggiare il raddoppio del percorso museale e il riallestimento delle collezioni (orario: 9-24, con ultimo ingresso alle 23). Attenzione: per ottimizzare l’aspetto organizzativo gli ingressi saranno suddivisi in fasce orarie, una ogni trenta minuti. Per evitare la formazione di lunghe attese all’ingresso, sarà disponibile un sistema di prenotazione online (sito www.egizio1aprile.it). E poi l’apertura coinciderà con lo sbarco in grande stile di un nuovo logo, concepito da Ico Migliore e Mara Servetto dello studio Migliore+Servetto Architects: un antico segno geroglifico ritmato e continuo, simbolo dell’acqua, diventa il nuovo logo dell’Egizio. Accanto al simbolo, che disposto in verticale e in orizzontale si trasforma nelle iniziali del museo di via Accademia delle Scienze, una “M” e una “E”, compare il nome, tracciato nello storico carattere Bodoni: ma senza più, accanto, la scritta “Torino”.
Sul trailer promozionale del nuovo logo la lente esplora velocemente i geroglifici. Poi si ferma, ingrandisce il geroglifico scelto, un’unica linea che fluisce, leggibile sia in verticale sia in orizzontale; un segno forte, quasi un graffito: è l’antico simbolo dell’acqua, legato al Nilo in Egitto e al Po a Torino, “due fiumi che si ritrovano” spiega l’architetto Ico Migliore che, insieme a Mara Servetto, ha studiato la nuova immagine del museo. “L’idea era quella di non essere allegorici: la qualità del Museo Egizio sta all’interno del museo stesso, non di un segno. Inoltre, abbiamo puntato su un logo non statico ma in divenire, proprio come il nuovo allestimento”. Al ritmo della linea poi si aggiunge il carattere Bodoni (disegnato alla fine del Settecento dal piemontese Giambattista Bodoni) per la dicitura del museo che rimanda a sua volta all’insegna storica presente ancora oggi sulla facciata del Museo. La nuova immagine che denota una forte identità e che può essere declinata in mille modi, con una cromia variegata (nero, blu, giallo, verde, rosso e azzurro) che rievoca i colori del paesaggio sul Nilo, è stata concepita – come si diceva – dagli architetti Ico Migliore e Mara Servetto e presentata da Christian Greco direttore del Museo ed Evelina Christillin presidente della Fondazione del Museo per le Antichità Egizie. “Un segno grafico di forte identità – continua Migliore – che racchiude significati e connessioni profonde, sia con la storia egizia sia con Torino e la storia del museo”.

La presentazione del logo del Museo Egizio con il direttore Christian Greco, la presidente Evelina Christillin, e l’ideatore Ico Migliore
Tante le novità. Dal giorno dell’inaugurazione, infatti, ogni visitatore riceverà una video guida, inclusa nel prezzo del biglietto (13 euro quello intero, 9 euro il ridotto), che permetterà di accedere a contenuti supplementari. Inoltre, il percorso museale, sviluppato su tre piani, presenterà diversi approfondimenti digitali per illustrare specifiche aree tematiche, con ricostruzioni 3D e mappe indicanti la provenienza dei reperti. “Ringrazio la soprintendenza per i Beni architettonici e culturali del Piemonte – interviene Greco – per quello che stiamo facendo insieme. Il museo racconterà se stesso, racconterà i suoi 200 anni. Non si chiamerà più Museo egizio di Torino, ma semplicemente Museo Egizio. Sarà un brand e non verrà più tradotto in nessuna lingua. Crediamo nella nuova identità”. Ed Evelina Christillin: “Il 31 marzo, cioè il giorno prima dell’inaugurazione ufficiale, il museo sarà visitato da un gruppo di egittologi provenienti da tutto il mondo, oltre a esponenti della comunità culturale museale italiana e a politici e autorità varie. Ci sarà il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ma non solo”. In serata, inoltre, a Torino si giocherà l’amichevole di calcio tra la nazionale italiana e quella inglese: “Ho parlato con Michele Uva, direttore della Federcalcio, e con il commissario tecnico Antonio Conte. Se proprio non si riuscirà a invitare le due squadre al completo, stiamo lavorando per avere due rappresentanze di entrambe le delegazioni”. Tra le sorprese della visita, anche i tre video realizzati con il Cnr che, partendo dalle fotografie storiche delle raccolte del museo, approderanno a ricostruzioni in 3D: “Saranno approfondimenti digitali inseriti nel percorso di visita che aiuteranno a ricostruire la “metastoria” del museo – riprende Greco – Nel caso della Tomba di Kha, per esempio, si partirà dall’immagine storica di Schiaparelli che nel 1906 scopre quel sito per arrivare alla ricostruzione con tecnologie attuali dei reperti, in tutto 540, che vi ha trovato”. Tra le novità previste dal direttore, anche i testi guida del museo, e l’audio delle guide consegnate all’ingresso (comprese nel prezzo del biglietto) in tre lingue, oltre all’italiano e all’inglese anche l’arabo: “Ci è sembrato un doveroso contributo ai luoghi in cui la civiltà egizia è nata e a Torino, città caratterizzata da tempo da una significativa immigrazione”.

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino con l’organizzazione degli spazi sui diversi piani
Il progetto del raggruppamento Isolarchitetti (Icis srl, prof. arch. Carlo Aymonimo, prof. arch. Paolo Marconi e dall’arch. Gabriella Barbini), vincitore del bando di gara internazionale pubblicato a giugno 2007, prevede un profondo rinnovamento del Museo: dalla struttura architettonica interna ai servizi al pubblico, dai principi su cui si basa l’allestimento delle sale al numero e alla varietà degli oggetti esposti, per riportare uno dei gioielli dell’offerta culturale italiana in linea con gli standard richiesti a un museo d’avanguardia. Il progetto assegna al nuovo museo oltre 10mila mq di spazi nuovi e restaurati, oltre mille metri lineari di nuove vetrine ad alta tecnologia pronte a ospitare, esporre e valorizzare circa 6500 pezzi scelti tra gli oltre 26mila conservati dal Museo. Il disegno, seguendo le indicazioni della Fondazione, oltre a raddoppiare lo spazio del Museo risolve tutte le questioni fondamentali poste, tra le quali: i collegamenti verticali ed orizzontali; gli accessi e la sintassi dei flussi; il recupero dell’immagine dell’edificio; la rifunzionalizzazione degli spazi esistenti e l’invenzione di nuove superfici per il Museo; il rapporto con l’Accademia delle Scienze e la Città; l’individuazione delle aree corrispondenti alle diverse e complesse funzioni e all’ottimizzazione delle loro relazioni di uso e gestione; l’impostazione di uno schema di allestimento che preserva e valorizza l’edificio, restituendo dignità, spettacolarità e, ove necessario, senso del sacro alla collezione; l’impiego di tecnologie integrate con l’allestimento per la conservazione dei reperti e la climatizzazione degli ambienti. “Il progetto – spiegano gli architetti – nasce anche dall’intuizione di liberare il piano terra dalle funzioni ad alta frequentazione, portare gli ospiti attraverso la manica Schiaparelli nel ventre del Museo e da lì accompagnarli, con un’esperienza emozionale e culturale, velocemente verso l’alto delle gallerie restaurate”. E continuano: “La gestione dei flussi e degli ingressi è un importante traguardo: ci sarà la possibilità di fare entrare le scolaresche da via Eleonora Duse, mentre i visitatori accederanno al Museo attraversando la spettacolare corte da via Accademia delle Scienze. Già dalla galleria attraverso la corte trasparente saranno anticipate al visitatore prospettive sulla collezione. Una grande sala ricavata all’interno manica Schiaparelli restaurata accoglierà i visitatori nel nuovo ingresso. Da qui con una rampa e con collegamenti verticali i visitatori saranno condotti alla nuova grande sala ipogea progettata sotto la corte. Questo nuovo spazio flessibile conterrà le aree destinate all’accoglienza (informazioni, biglietteria, bookshop, laboratori didattici, servizi). Poi un veloce collegamento verticale (ascensori e scale mobili) permetterà ai visitatori di salire al secondo piano ed entrare nella grande sala a tre livelli lunga sessanta metri dove inizia il percorso”.
Dagli ultimi piani i visitatori attraverseranno le sale e scenderanno verso il basso seguendo il percorso delle scale storiche dell’edificio, in questo modo si instaurerà un movimento circolare senza incroci di flussi pur conservando la possibilità di personalizzazione della visita. L’allestimento – anticipano i progettisti -, l’architettura e la tecnologia concorrono a rappresentare, mettere in scena, storia, cultura e fascino della civiltà egizia. Il disegno degli spazi è studiato per ottenere un sapiente allontanamento dalla città e dal presente. Il racconto dei reperti, la coralità delle collezioni finalmente esposte per intero, il lavoro di generazioni di archeologi sono accompagnati da profonde suggestioni sensoriali. Lo sguardo del visitatore è accompagnato dalla luce al buio e ancora alla luce in un movimento circolare. Lo spettatore, dagli spazi scuri e misteriosi della corte ipogea, viene portato alla luce che gradualmente cambia ai livelli superiori, e ancora alla penombra delle tombe in un percorso ciclico come la rotazione della notte sul giorno, della vita sulla morte, del silenzio sulla festa. Da sacri luoghi sotterranei alle sale, calde di colori e infinite come i deserti della storia, allo spazio verde dell’oasi di riposo: la scenografia in costante mutamento ci porta a sentire i luoghi per potere, dalla loro storia, trarne vantaggio. “L’allestimento permette, sempre con luce e trasparenza, la percezione del contesto architettonico di cui il museo è ospite, la visione d’insieme delle collezioni nella loro esposizione corale si alterna con la possibilità di uno studio attento e ravvicinato del singolo reperto, un Museo per la città che alla città regala squarci segreti attraverso la corte-piazza che, come fata Morgana, attira l’attenzione verso uno spazio reale e vivo”.
Egittomania dal Rinascimento al XX secolo: alla biblioteca Braidense di Milano la mostra “Da Brera alle piramidi”. Documenti e curiosità
L’Egitto ancora protagonista a Milano. Dopo la mostra all’università Statale di Milano, ecco una nuova esposizione alla Biblioteca Nazionale Braidense: dal 21 febbraio all’11 aprile, è aperta la mostra “Da Brera alle piramidi”: promossa dalla Biblioteca Nazionale Braidense e dall’università di Milano (Cattedra di Egittologia), con la partecipazione della Pinacoteca di Brera e dell’Archivio Storico Ricordi, ideata e curata rispettivamente per la Biblioteca da Anna Torterolo, esperta d’arte, e da Patrizia Piacentini, professore ordinario di Egittologia, la mostra vuole documentare l’attrazione e l’influenza, esercitata dalla civiltà egiziana sulla cultura italiana dal Rinascimento al XX secolo, sottolineando in particolar modo il gusto per l’Egitto nella storia dei diversi istituti del Palazzo di Brera e a Milano.
Sono esposte, dalle collezioni della Braidense, le tavole del Polifilo, realizzate alla fine del Quattrocento, con raffigurazioni di ispirazione egiziana riprese dai primi studi archeologici nella Roma rinascimentale, le interpretazioni dei geroglifici pubblicate nell’Horapollus, stampate come il Polifilo da Manuzio all’inizio del XVI secolo, gli Emblemi del milanese Alciato, ideati nei primi decenni del Cinquecento ad imitazione dei geroglifici, cercando di ricreare un linguaggio figurato universale. La mostra presenta anche raffigurazioni di obelischi e piramidi utilizzati nelle architetture effimere commissionate dalla città di Milano al professore di retorica del Collegio gesuita di Brera, Emanuele Tesauro, nei primi decenni del Seicento, e le famose illustrazioni dagli studi sui misteri egiziani di Athanasius Kircher, autore di un nuovo tentativo di interpretazione della scrittura geroglifica, conosciuti attraverso le missioni orientali gesuite.
Accanto alle rarità bibliografiche, la mostra propone i bozzetti per la prima scaligera dell’Aida dell’Archivio Storico Ricordi ed alcune rare curiosità: un papiro, già parte delle raccolte di Brera, ora conservato nelle collezioni civiche di Milano e una statua cubo che appartenne al pittore e direttore dell’accademia Giuseppe Bossi, una coppia di sfingi del XVIII secolo oggi di proprietà privata, provenienti da un antico giardino siciliano e divertenti, immaginifici oggetti di gusto egizio, creati all’inizio del Novecento, quando l’egittomania si coniuga con il Deco. Gustose copertine ed illustrazioni di riviste testimoniano della diffusione della “passione-Egitto” nell’universo del romanzo e della letteratura popolare.
Attraverso numerosi materiali d’archivio molti dei quali inediti, conservati all’università di Milano, è dedicato largo spazio alle grandi scoperte archeologiche in Egitto, da quelle effettuate da Mariette sino alla scoperta dalla tomba di Tutankhamon e a quella dei tesori della necropoli regale di Tanis, mettendo in risalto l’impatto che queste ebbero sull’immaginario collettivo dai livelli più alti sino alla sua penetrazione nella letteratura popolare. Arricchiscono il percorso alcune schede nella Pinacoteca di Brera affiancate ad opere di iconografia “egizia” (una per tutte la famosa Predica di S. Marco di Gentile e Giovanni Bellini) o provenienti dall’Egitto (i ritratti del Fayyum della collezione Vitali).
In occasione della mostra sono previste alcune conferenze in Biblioteca Nazionale Braidense, Milano, via Brera 28. Sabato 21 febbraio, alle 10.30, Umberto Eco interviene su “Athanasius Kircher e l’Egitto”. L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Aldus Club. Lunedì 23 febbraio, alle 18, alla Mediateca di Santa Teresa in via della Moscova 28 a Milano, Jean-Marcel Humbert parla di “Egittomania: un fenomeno in continua evoluzione.
Dalle Piramidi a Luxor: l’Egitto dal cielo. Mostra all’università di Milano con le prime foto aeree realizzate da Theodor Kofler nel 1914

La piana di Giza con le Piramidi (e nessuna urbanizzazione selvaggia!) in una foto di Kofler del 1914
Dalle Piramidi a Luxor. L’Egitto dall’alto come non lo si potrà mai più vedere: dal cielo, con gli occhi delle camere fotografiche di cento anni fa. Guardare dall’alto l’Egitto, nell’anno dello scoppio della Grande Guerra, attraverso una raccolta di 21 immagini tra le prime a essere scattate da un aereo: ccco l’eccezionalità della mostra “L’Egitto dal cielo, 1914. La riscoperta del fotografo Theodor Kofler, pioniere, prigioniero, professionista” aperta all’università Statale di Milano fino al 13 marzo dopo un lavoro di ricerca decennale sui materiali conservati negli Archivi di Egittologia dell’ateneo milanese. “Lo scopo della mostra è presentare le fotografie aeree di Kofler, per lo più inedite, che rappresentano il suo capolavoro, e far conoscere tanto il pioniere della fotografia archeologica aerea, quanto il fotografo prigioniero che divenne un vero professionista tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta”, spiega Patrizia Piacentini, egittologa della Statale e curatrice della mostra. L’esposizione celebra dunque Kofler, ma vuole essere anche il ricordo di un’epoca in cui, in mezzo alle atrocità della guerra, gli uomini, individualmente, sapevano ancora rispettare gli altri uomini.
L’identità di Theodor Kofler, fotografo fino a oggi pressoché sconosciuto nonostante la sua abilità, è stata riscoperta grazie a una ricerca decennale della prof. Patrizia Piacentini, titolare di Egittologia del Dipartimento di Studi Letterari, Filologici e Linguistici dell’università di Milano, e del suo gruppo di ricerca internazionale condotta in vari paesi europei e africani. Theodor Kofler, pilota austriaco di Innsbruck, pioniere della fotografia aerea, nel 1914 sorvolò la zona delle piramidi di Giza e quindi risalì il Nilo fino a Karnak e Luxor. Ma durante la prima guerra mondiale Kofler fu preso prigionieri dagli inglesi e internato a Malta. In seguito riprese a volare in Africa, andando a morire in un incidente sul lago Vittoria. Queste sue foto egiziane erano finite nella raccolta privata di Alexandre VariIle, che nel 2001 la lasciò in eredità all’Università milanese.
L’allestimento – curato da Alessio Carpanelli – propone una lettura di luoghi – le Piramidi, i templi di Karnak e Luxor o i monumenti della riva occidentale tebana – e di tempi – correva l’anno 1914 – “ritratti” per la prima volta da un punto di vista “insolito”, come lo è stato il suo autore, quel Theodor Kofler, visionario e straordinario pioniere di un modo molto attuale di raccontare il mondo con la forza delle immagini. “Ventuno immagini eccezionali”, sintetizza Piacentini, “scattate nella prima metà del 1914 da aerei che si sono potuti identificare, riproducono le piramidi, i templi di Karnak e Luxor e alcuni monumenti della riva occidentale tebana. Si tratta di una raccolta unica, di grande valore per l’Egittologia, la Storia della fotografia e la Storia dell’aviazione, mentre il suo autore è importante anche per la microstoria della Prima Guerra Mondiale”. E continua: “La mostra mette in luce un certo rispetto del “nemico” nei campi di prigionia che non era sempre e solo propaganda: fuori c’era la guerra, ma il valore e le capacità degli uomini potevano essere riconosciuti. Pur nella sofferenza della separazione dalle famiglie, della privazione della libertà, di condizioni di vita non facili, ma lontano dalle trincee, gli uomini potevano riuscire a conservare la loro dignità e a essere apprezzati per le loro qualità”. La ricerca ha individuato anche i fotografi con cui Kofler fu in stretto contatto, in Egitto e a Malta, e gli studi al Cairo nei quali lavorò, o di cui fu titolare, prima e dopo la Prima Guerra Mondiale. Uno di essi fu attivo fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando Theodor lasciò per sempre l’Egitto.
La sede della mostra, l’università degli Studi di Milano, costituisce la prima tappa di un’esposizione pensata itinerante, e costituisce uno dei principali eventi nell’ambito delle celebrazioni per i 90 anni dell’Università. Sui pannelli della mostra e nel catalogo, testi esplicativi sono accompagnati da fotografie e disegni del periodo maltese di Kofler (fine 1914-1916) e da fotografie realizzate al Cairo (1916-1950), da poco acquisite dall’Associazione Per-megiat onlus per la Tutela e la Valorizzazione delle Biblioteche sull’Antico Egitto che dal 2001 sostiene la Biblioteca e gli Archivi di Egittologia milanesi. Sono previste visite guidate – su prenotazione scrivendo a egittologia@unimi.it – affidate agli studenti di Egittologia della Statale. Alla mostra è dedicata anche una guida online in italiano e inglese – accessibile con App gratuita “Egitto a Milano”.
È morto Giancarlo Ligabue: imprenditore, archeologo, paleontologo, mecenate. Sostenne 130 spedizioni nei cinque continenti, fondò il Centro studi ricerche. È stato lo scienziato veneziano più famoso al mondo
Aveva l’entusiasmo e la determinazione dell’imprenditore, la competenza dell’archeologo e del paleontologo, la volontà del ricercatore, la curiosità dell’esploratore, la poesia del sognatore, la generosità del mecenate, la bonomia dell’amico, il carisma del grande uomo: questo era Giancarlo Ligabue, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare la prima volta circa vent’anni fa e l’onore di godere della sua stima. Giancarlo Ligabue è morto domenica sera, 25 gennaio, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia, dopo una lunga malattia, all’età di 83 anni. Imprenditore e paleontologo, studioso di fama internazionale, probabilmente lo scienziato veneziano più famoso al mondo, aveva partecipato o diretto, in collaborazione con le più importanti università, 130 spedizioni nei cinque continenti. Era stato autore di scoperte paleontologiche e archeologiche e aveva portato alla luce anche giacimenti con fossili di ominidi ma soprattutto di dinosauri nel deserto del Tenerè, lungo il confine tra Algeria e Niger. Qui aveva scoperto un nuovo tipo di dinosauro, l’Oranosaurus Nigerensis, nel 1973.

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città
Nato a Venezia il 30 ottobre 1931, quartogenito di Anacleto e Zita Mazzieri, dalla fine degli anni ‘60 aveva sviluppato, espandendola in tutto il mondo, l’attività di forniture e servizi navali fondata dal padre nel 1919. Dopo gli studi di economia a Venezia, aveva conseguito il dottorato di ricerca in Paleontologia alla Sorbona di Parigi. Tutta la sua vita è stata divisa tra l’impegno come paleontologo-esploratore e quello di imprenditore. Dal 1962 e per quasi un ventennio è stato anche presidente della società Reyer di basket. La squadra, sotto la sua guida, ritornò in serie A entrando nell’olimpo della pallacanestro italiana. Console di Svezia a Venezia, consigliere della Fondazione Cassa di risparmio di Venezia e della Fondazione Giorgio Cini, socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti è stato nominato veneziano dell’anno nel 1985 e ha ricevuto, nel 2005, le Chiavi della città dal sindaco Massimo Cacciari. Giancarlo Ligabue è stato anche presidente del Museo di Storia Naturale di Venezia al quale ha donato centinaia di pezzi tra cui lo scheletro del dinosauro portato alla luce nel deserto del Niger.

Giancarlo Ligabue nelle sue spedizioni curava molto anche la documentazione con produzione di filmati
Negli anni Settanta del secolo scorso ha fondato il Centro Studi e Ricerche che porta il suo nome, da qualche anno affiancato dal figlio Inti. Ha ricevuto cinque lauree honoris causa (un vero record) dalle università di Bologna, Venezia, Modena, Lima (Perù), Asgabat (Turkmenistan). Nel 2000 a Parigi il Centro Studi e Ricerche Ligabue è stato insignito del premio Unesco per la divulgazione scientifica e l’impegno nelle attività museali. La divulgazione ha avuto infatti un ruolo centrale per Giancarlo Ligabue, fondatore della pubblicazione semestrale “Ligabue Magazine” e editore di importanti collane che raccolgono titoli di archeologia, antropologia, etnologia.
Le attività di ricerca ed esplorazione sono sempre state affiancate infatti da centinaia di pubblicazioni, comunicazioni e la produzione di oltre 70 documentari scientifici. Grande amico di Piero Angela con lui aveva girato alcuni tra i più bei documentari mai trasmessi dalla televisione italiana, ripresi dal fedelissimo amico Sergio Manzoni, documentari che abbiamo potuto apprezzare anche nella trasmissione “Quark” di Piero Angela. “Sono pochi gli industriali come lui in grado di usare le proprie risorse per fare cose appassionanti”, ricorda commosso Piero Angela, “Come un principe rinascimentale si è circondato di uomini di grandissima cultura a livello internazionale. Con il programma Quark abbiamo seguito le sue ricerche in Egitto, Brasile, Papua Nuova Guinea: esplorazioni e viaggi sempre emozionanti. Giancarlo è stato un uomo curioso, generoso. Raro”. Tra le sue pubblicazioni “Il pane e la chiglia”, testo fondamentale per la storia della navigazione nel mondo e “L’armata scomparsa di Re Cambise”, il diario delle ricerche portate avanti nel deserto tra l’Egitto e la Libia per ritrovare l’esercito scomparso sotto una tempesta di sabbia. A lui erano state intitolate varie scoperte come il piccolo dinosauro “Augustinia Ligabuei”, dato che le sue scoperte avevano letteralmente rivoluzionato la conoscenza dei dinosauri e avevano contribuito in maniera fondamentale all’elaborazione delle teorie sulla loro scomparsa. Giancarlo Ligabue è stato per molti anni presidente del Comitato Veneto dell’Airc (Associazione Italiana per il Cancro). Deputato al parlamento europeo con Forza Italia dal 1994 al 1999, col ruolo di capogruppo.
In chiusura vorremmo ricordare Giancarlo Ligabue sintetizzando un suo intervento (dal libro “Ecce Homo”, Electa 1999) che ben rispecchia non solo le sue conoscenze scientifiche e la sua grande capacità divulgativa ma anche la sua fiducia nelle capacità dell’uomo. “Nel 1969 venne presentato il film “2001, Odissea nello spazio” , realizzato da Stanley Kubrick, antesignano della moda fantascientifica dal sapore apocalittico. La scomparsa del pianeta Terra, l’incapacità umana di affrancarsi dal fato incombente, viene preconizzata fin dai primi fotogrammi. (…) In tutte le religioni c’è traccia di questa cultura apocalittica che alla fine potrebbe mutare anche il corso della storia. (…) L’inquietudine di oggi per la fine del II millennio è dovuta solo alla consapevolezza che un altro ciclo dell’Uomo si sta concludendo e sta per finire un’Era dominata solo dal progresso tecnologico. Ma è giusto ricordare che, a differenza di altri anomali, oltre alla capacità evolutiva e all’adattamento l’uomo ha messo in campo anche un altro potenziale: l’intelligenza. Ha trasformato cioè una primordiale pulsione animale di sopravvivenza in qualcosa di più complesso ed esaltante: il controllo dell’evoluzione. (…) L’era dell’intelligenza fondata sulla chimica del carbonio sta per concludersi sulla Terra. L’intelligenza del futuro sarà fatta di silicio anziché di vasi sanguigni e di veri neuroni e non vi saranno limiti al suo sviluppo. E così il cervello umano colloquierà con il calcolatore per creare nuove intelligenze superiori e indistruttibili , pronte al balzo siderale. Ma nessun computer, anche quello più sofisticato, potrà mai sostituire la fervida fantasia e il “sense of humour” dell’uomo. E l’apocalisse sarà solo una testimonianza trasudata nel corso della storia umana, ed entrata nella leggenda. All’Uomo Nuovo che seguirà noi affidiamo un importante bagaglio di conoscenze ed esperienze, di vittorie e di sconfitte, di schiavitù e di libertà, in uno scenario di luci e ombre, che gli permetterà di essere migliore di noi e di armonizzarsi con l’intero Universo”.








































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